Il Vangelo di oggi presenta quello che può essere considerato una sorta di compendio del Vangelo, o quello che Papa Francesco ha definito la “carta d'identità” del cristiano. Nelle Beatitudini troviamo il primo grande discorso che il Signore rivolge al popolo.
Colpisce la frase di apertura del Vangelo: “E quando Gesù vide la folla, salì sul monte, si mise a sedere e i suoi discepoli si avvicinarono a lui; e quando aprì la bocca, li ammaestrò dicendo”. Gesù vede le persone - probabilmente molte - e sale sul monte, sia per vederle meglio sia per prendere una posizione deliberata e autorevole. Come scrive Papa Benedetto XVI, Egli “siede sulla ‘sedia’ del monte”. Il popolo si raduna intorno a lui, apre la bocca e comincia a insegnare. Questi gesti ricordano profondamente Mosè. Gesù Cristo è il nuovo Mosè che dà la legge; ma, a differenza di Mosè, non riceve la legge: parla dalla propria autorità divina. Da quel luogo, Cristo dà la nuova legge: la legge della felicità.
Oggi la Chiesa ci invita a concentrarci in particolare sul tema dell'umiltà. Le letture convergono tutte su questa virtù. Il breve titolo in rosso in testa alle letture di oggi coglie la disposizione con cui la Chiesa ce le propone. La prima lettura, tratta dal profeta Sofonia, parla di come Dio se ne andrà, “...".“un popolo umile e povero”. San Paolo, scrivendo ai Corinzi, ci ricorda che Dio ha scelto “...".“i deboli del mondo”. E nel Vangelo, la prima beatitudine è la chiave che apre l'intero sermone: “...".“Beati i poveri in spirito”. Anche il salmo responsoriale riecheggia la prima beatitudine. Nella solennità di Tutti i Santi viene proclamato questo stesso Vangelo, ma il titolo che gli viene dato è diverso da oggi. È la frase finale: “Rallegratevi ed esultate, perché la vostra ricompensa sarà grande in cielo”.”.
"Beati i poveri in spirito”non è semplicemente la prima beatitudine. È la condizione essenziale per la vera felicità. Solo quando riconosciamo la nostra totale dipendenza da Dio possiamo essere veramente felici. Gli umili vivono in fiduciosa attesa dei doni di Dio; gli orgogliosi, pieni di sé e di preoccupazioni mondane, si chiudono alla grazia. L'orgoglio alla fine porta all'infelicità, perché isola e inganna. Umiltà - povertà di spirito - significa riconoscere che non siamo autosufficienti, che la nostra sicurezza dipende solo da Dio.
Il pieno significato delle Beatitudini si scopre solo quando si considerano entrambe le parti: l'affermazione e la ragione/promessa. Se ascoltiamo solo la prima parte - “Beati i poveri in spirito”, “Beati quelli che piangono” - "Beati i poveri in spirito", "Beati quelli che piangono" - "Beati i poveri in spirito". le parole possono sembrare incomplete o addirittura assurde. Gesù aggiunge il motivo della beatitudine: “....perché loro è il Regno dei Cieli.”. Non dobbiamo mai dimenticare la ragione/promessa. Il regno appartiene agli umili. Dio si protende verso i semplici. Agisce attraverso di loro, li sostiene e concede loro un'eredità duratura sulla terra e una gioia eterna in cielo. Le letture di oggi rivelano la bellezza e la forza dell'umiltà. Essa attira lo sguardo di Dio.
Come dice San Paolo: “gli stolti del mondo Dio ha scelto [...], e i deboli del mondo Dio ha scelto [...]. Inoltre, ha scelto gli umili del mondo, gli spregevoli, gli indegni, gli insignificanti [...].".
San Josemaría scrive: “Quanto è grande il valore dell'umiltà! -Quia respexit humilitatem...‘. Al di sopra della fede, della carità, della purezza immacolata, dice l'inno gioioso di nostra Madre nella casa di Zaccaria: ’Perché ha visto la mia umiltà, ecco, per questo tutte le generazioni mi chiameranno beata...‘.‘”.




