“E per tutta l'umanità” (o “come correggere Cristo”)

Benedetto XVI, nella sua lettera del 2012 ai vescovi tedeschi, ha giustificato l'uso della formula "da parte di molti" (pro multis) basata sul profondo rispetto della Chiesa per le parole di Gesù e sulla fedeltà di Cristo stesso alle Scritture.

9 aprile 2026-Tempo di lettura: 3 minuti
per tutta l'umanità

©OSV News/Bob Roller

Quasi un anno e mezzo. Ecco da quanto tempo, almeno una mattina alla settimana, ascolto un sacerdote stravolgere le parole di Gesù nella formula della consacrazione eucaristica: invece di dire, a proposito del prezioso Sangue dell'Agnello, “che sarà versato per voi e per molti...”, il ministro introduce una particolare innovazione: “Per voi e per tutta l'umanità”. Così, in silenzio. Ancora e ancora.

E ancora e ancora questo scrittore - e credente - si chiede perché continui a farlo. Sì, sì: ho già parlato con questo signore, ma non si lascia scoraggiare. “È solo che non potevo attenermi a una formula schematica”, mi dice, in una sorta di rivendicazione della libertà umana di trasformare il rito, di renderlo più appetibile, più avvicinabile, meno rigido... Non è che Gesù abbia detto: “Per voi e per tutta l'incommensurabile relazione di esseri umani la cui natura è stata danneggiata dal primo peccato e che, se credono nel Vangelo, saranno redenti da me in poche ore”. No, no. Non c'è nulla di fantasioso o di lungo o rumoroso: è un semplice e sommesso “e per molti”, ma al buon sacerdote sembra che la formula lo soffochi e lo metta in uno stampo scomodo che gli impedisce di rendere visibile la grazia espansiva di Cristo. Quindi non fate sentire nessuno escluso: “Questo è per tutta l'umanità, ragazzi, ok?.

Nei decenni in cui ho praticato la fede, ho sicuramente visto un po' di tutto. Non racconterò aneddoti, perché chi più chi meno ha assistito a qualche irregolarità liturgica, a qualche sfogo di tono, a qualche sciocchezza detta dall'ambone... Ma un cambiamento della formula consacratoria per capriccio non immaginavo di sentirlo mai. È il vertice inviolabile, il sancta sanctórum della celebrazione; l'annuncio verbale e attivo della cosa più sublime che accade nell'universo in quel preciso momento: che Cristo si offre al Padre, nello Spirito Santo, sotto due pasti che, pochi minuti dopo, saranno distribuiti a persone comuni, fallibili, capaci di grandi ingiustizie..., ma capaci di fede, di conversione, di emendamento. 

“Miracolo d'amore così infinito...”, dice una canzone. È Cristo che si dona a noi. C'è da tremare, ma non di terrore: è che il nostro buon Dio è impazzito d'amore per un granello di polvere. Contemplazione, stupore e riverenza. Non c'è altro.

Non è comprensibile, quindi, che si debba correggere il benedetto Creatore dell'Eucaristia, come se si fosse dimenticato di dirci qualcosa e un sacerdote dovesse correggere la “dimenticanza” del Redentore con una nota a piè di pagina. La Chiesa, certo, nel suo cammino nella storia, avrebbe ancora bisogno di aiuto, di chiarimenti, di luce..., ma a Lui non è sfuggito nulla. “Ho ancora molto da dirvi, ma non potete farlo ora. Quando verrà lui, lo Spirito di verità, vi guiderà alla verità tutta intera” (Gv 16, 12-13). 

E in effetti lo Spirito è venuto. È ancora in circolazione e ispira i successori degli apostoli, in comunione con Roma, a giudicare ciò che può o non può essere opportuno per il Popolo di Dio, e a farlo, inoltre, alla luce dell'esperienza pastorale di un determinato momento. Così Benedetto XVI, nella sua lettera del 2012 ai vescovi tedeschi sull'adozione del “e per molti” (pro multis) nella nuova traduzione del Messale Romano, ha rilevato come base della decisione il “rispetto reverenziale” della Chiesa per la parola di Gesù e la fedeltà di Nostro Signore alla parola della Scrittura. Questa duplice fedeltà“, ha aggiunto, ‘è la ragione concreta della formula ’per molti”". 

In linea con il Santo Padre, quattro anni dopo la Conferenza episcopale spagnola ha pubblicato l'Istruzione “Celebrare l'Eucaristia con il Messale Romano”, in cui ha sottolineato che, se la Chiesa chiede “un rispetto reverenziale per ogni testo liturgico, in modo che non sia lecito cambiarlo o sostituirlo in tutto o in parte, questa norma deve valere a maggior ragione per le preghiere eucaristiche e soprattutto per le parole di consacrazione”. 

Quindi, no: ben venga la preoccupazione di sapere se “ciò che Cristo intendeva dire era questo e non quello”, ma per questo ci sono già “dottori nella Chiesa” che, assistiti dallo Spirito Santo, si occupano di plasmare la liturgia eucaristica e di custodire il tesoro della fede, di cui si sanno amministratori, non proprietari; non padroni di questa nostra Casa costruita sulla roccia, quasi a credere di poter allargare una porta o abbattere un pilastro a piacimento. Non fraintendetemi: la Chiesa non appartiene ai suoi pastori, ma a un solo Pastore.

Uno dei primi a dimenticarsene finì per inchiodare le proprie idee -.sui generis, La prima, curiosa e un po“ bizzarra, è stata scritta su un foglio di carta appeso alla porta di una chiesa tedesca cinque secoli fa. Il ”successo", va detto, perché ha finito per attirare un discreto numero di fan. 

Ma il suo nome non è nel calendario dei santi. Né, prevedibilmente, lo sarà.

L'autoreLuis Luque

Giornalista

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