Il Il Pontefice ha inviato una lettera a Davide Pagliarani, Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, nella quale, «con il cuore afflitto, ma ancora pieno di speranza», chiede ai vescovi, ai sacerdoti, ai seminaristi e ai fedeli legati a questa Fraternità di riconsiderare l«»atto scismatico» che tale istituzione compirebbe con le consacrazioni episcopali senza mandato pontificio annunciate dalla Fraternità.
Il Papa sottolinea in questa lettera, datata nella solennità degli apostoli Pietro e Paolo, che «la Chiesa riconosce l’attaccamento alla vita liturgica, l’impegno nella formazione sacerdotale, lo zelo apostolico e il desiderio di fedeltà alla Tradizione che caratterizzano molte persone e comunità legate a tale Fraternità».
Un riconoscimento e un apprezzamento che «hanno ispirato l’atteggiamento di attenzione e benevolenza che i miei predecessori vi hanno costantemente dimostrato».
Un percorso di dialogo e comprensione
Il Papa, che sin dall’inizio del suo pontificato ha sottolineato il valore e l’importanza dell’unità della Chiesa, tenendo conto della diversità dei suoi carismi, in questa missiva esorta con forza i membri della Fraternità a riconsiderare questa «sfida» lanciata a Roma, tenendo conto «del bene spirituale dei fedeli, poiché l’atto scismatico che commettereste li priverebbe della ricezione lecita e, in alcuni casi, persino valida, dei sacramenti che essi amano e cercano per la loro santificazione».
Leone XIV «con il cuore afflitto, ma ancora pieno di speranza, sento il dovere di chiedervi di rinunciare al vostro proposito», ha compiuto questo ultimo gesto di avvicinamento appena poche ore prima che il cisma si consumasse.
Il Papa ha manifestato la disponibilità della Chiesa a «intraprendere un percorso di dialogo e comprensione che lo Spirito Santo possa rendere possibile e fecondo», con l’obiettivo di evitare un atto che comporterebbe, oltre alla ferita ecclesiale, un passo indietro nei colloqui e nell’unione con Roma di questa istituzione.
Una storia complessa: la FSSPX e la Santa Sede
I rapporti tra la Fraternità Sacerdotale di San Pio X e la Santa Sede sono stati caratterizzati da una certa complessità praticamente sin dai loro esordi.
Nata all’interno della Chiesa cattolica, fondata da Marcel Lefebvre, la Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) è stata eretta canonicamente nel 1970 nella diocesi di Friburgo.
Poco tempo dopo, il suo fondatore manifestò il proprio dissenso nei confronti di alcuni punti chiave del Concilio Vaticano II, non solo in materia di liturgia, ma anche in altri ambiti quali la concezione della libertà religiosa e dell’ecumenismo o la collegialità come forma di governo nella Chiesa.
Nel 1975, la Santa Sede revocò l’approvazione della Fraternità (che era stata concessa in via temporanea per sei anni) e ordinò a Lefebvre di chiudere il seminario della Fraternità. Lefebvre non solo non chiuse il seminario, ma ordinò addirittura, senza autorizzazione, a un gruppo di sacerdoti, il che comportò una sospensione «a divinis» di Marcel Lefebvre.
Il rapporto con Giovanni Paolo II
Durante il pontificato di Giovanni Paolo II, i rapporti altalenanti con la Fraternità continuarono. Nel 1984, la Congregazione per il Culto Divino pubblicò Quattro anni fa grazie alla quale è stata consentita la celebrazione della Messa secondo il rito tridentino, purché «risulti senza ambiguità che tali sacerdoti e fedeli non siano in combutta con coloro che mettono in dubbio la legittimità e la correttezza dottrinale del Messale Romano promulgato dal Romano Pontefice Paolo VI nel 1970” (ovvero, accettino la legittimità della Messa Novus Ordo) e sempre con l’approvazione del vescovo diocesano.
Lefébvre criticò questa direttiva, anche se, negli anni successivi, ebbe diversi incontri e contatti con la Santa Sede.
Infatti, nel 1988, i colloqui sembravano essere giunti a un punto di intesa, ma, a sorpresa, un giorno prima della firma che avrebbe comportato il ritorno della Fraternità nella Chiesa, il suo fondatore fece marcia indietro e aumentò la tensione annunciando l’ordinazione episcopale, senza mandato apostolico, di quattro dei suoi seguaci.
Marcel Lefebvre morì nel 1991 senza aver manifestato la propria adesione alla Santa Sede, nonostante i tentativi di San Giovanni Paolo II.
La commissione Ecclesia Dei
Nello stesso anno, il 1988, la Santa Sede istituì la Commissione pontificia Ecclesia Dei, “con il compito di collaborare con i vescovi, con i dicasteri della Curia Romana e con gli ambienti interessati, al fine di favorire la piena comunione ecclesiale dei sacerdoti, dei seminaristi, delle comunità e dei religiosi e delle religiose che finora erano legati in vari modi alla Fraternità fondata dall’arcivescovo Lefebvre e che desiderano rimanere uniti al Successore di Pietro nella Chiesa cattolica”.
Grazie a questa figura, diversi gruppi lefebvriani sono entrati in comunione con la Chiesa cattolica, come la Fraternità Sacerdotale di San Pietro, l’Istituto del Buon Pastore o l’Unione Sacerdotale San Giovanni Maria Vianney.
Benedetto XVI, nel 2009, lha revocato la scomunica a questi quattro vescovi della Fraternità con l’auspicio di «consolidare i rapporti reciproci di fiducia, nonché intensificare e rendere stabili i rapporti della Fraternità San Pio X con la Sede Apostolica». Il Papa, che fino al 1988 aveva guidato i colloqui infruttuosi con il fondatore, incoraggiava con questo passo «la piena comunione di tutta la Fraternità San Pio X con la Chiesa».
In un una lettera chiarificatrice indirizzata ai vescovi, in cui si spiega questa decisione, Benedetto XVI ricordava inoltre che «la scomunica riguarda le persone, non le istituzioni. Un’ordinazione episcopale senza il mandato pontificio comporta il pericolo di un scisma, perché mette in discussione l’unità del collegio episcopale con il Papa». Inoltre, il Papa spiegava che finché «la Fraternità non avrà una posizione canonica nella Chiesa, nemmeno i suoi ministri eserciteranno ministeri legittimi nella Chiesa».
Sebbene nel corso degli anni si siano registrati diversi tentativi di avvicinamento, l’atteggiamento negativo della FSSPX nei confronti del riconoscimento del Catechismo della Chiesa Cattolica, del Magistero del Concilio Vaticano II e della legittimità della Messa Novus Ordo è rimasto immutato nel corso di questi anni.
Stallo e aumento delle tensioni
Durante il pontificato di Francesco, il Papa ha riconosciuto la validità di alcuni sacramenti amministrati dai sacerdoti della Fraternità (come le confessioni e i matrimoni), per il bene delle anime dei fedeli. Tuttavia, non si è registrato alcun progresso, anzi, si è assistito a un regresso nell’accettazione del Concilio Vaticano II da parte della FSSPX.
Nel 2019, la commissione Ecclesia Dei è stata assorbita dal Dicastero per la Dottrina della Fede, per cui il cardinale Víctor Manuel Fernández ha assunto la guida dei colloqui con il gruppo tradizionalista.
L'ultimo disaccordo e il pericolo di scisma
Gli ultimi anni sono stati particolarmente turbolenti per quanto riguarda i rapporti della Fraternità Sacerdotale San Pio X
Il 12 febbraio 2026, dopo un incontro con il Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, il prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, mons. Víctor Manuel Fernández, ha proposto «un processo di dialogo specificamente teologico, con una metodologia ben definita, su temi che non sono stati ancora sufficientemente precisati, quali: la differenza tra l’atto di fede e il ‘rispetto religioso della mente e della volontà’, o i diversi gradi di adesione richiesti dai vari testi del Concilio Ecumenico Vaticano II e la loro interpretazione».
Il prefetto chiedeva inoltre alla Fraternità di sospendere le ordinazioni episcopali annunciate il 2 febbraio scorso, poiché ciò «comporterebbe una rottura decisiva della comunione ecclesiale (scisma) con gravi conseguenze per la Fraternità nel suo insieme».
Pagliarani rispose negativamente, sostenendo «che non possiamo raggiungere un accordo sulla dottrina» e continuava a considerare illecita l’ordinazione episcopale. Il Prefetto per la Dottrina della Fede ricordò, con un laconico comunicato del 13 maggio 2026, secondo cui la consumazione di questa ordinazione illecita «costituirà un «atto scismatico»» (Giovanni Paolo II, Ecclesia Dei, n. 3) e «l’adesione formale al scisma costituisce una grave offesa a Dio e comporta la scomunica»
Una situazione che si è protratta fino ad oggi, quando il Papa ha teso, «in extremis», la mano per evitare una situazione che avrebbe comportato la rottura di fatto della comunione ecclesiale.





