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Vendicare o benedire? Cosa insegna il Conte di Montecristo

Il conte di Montecristo è uno di quei romanzi che, al di sotto della sua trama avventurosa, ci costringe a guardare con attenzione alla vendetta, all'identità e al luogo che chiamiamo casa.

Gerardo Ferrara-2 febbraio 2026-Tempo di lettura: 5 minuti
Il Conte di Montecristo, per vendicarsi o per benedire

©Alla Hetman

Quando un amico mi ha regalato “Il Conte di Montecristo”, la prima cosa che ho fatto è stata controllare il numero di pagine: 1215, un mattone! Ma pur nel dubbio di riuscire, sono stato poi risucchiato nella sua trama complessa ma perfettamente articolata, impregnata di emozioni fortissime che travolgono pagina dopo pagina.

La scrittura cambia

Da narratore, ho provato invidia per Alexandre Dumas. Viveva nell'epoca d’oro del romanzo d’appendice, quando i capitoli uscivano a distanza di mesi e i narratori potevano permettersi digressioni infinite per intrattenere le lettrici aristocratiche tra un’uscita e l’altra.

Oggi siamo obbligati a rispettare limiti rigidi e a scrivere in modo rapido e scenografico. Dall'avvento del cinema, infatti, il narratore è dovuto sparire: il lettore vuole essere al centro della scena senza filtri. Eugenio Corti l'ha definita «scrittura per immagini».

La nascita di un capolavoro

Alexandre Dumas (1802-1870), figlio di un generale napoleonico di origini haitiane, è uno dei giganti della letteratura francese dell'Ottocento. Autore prolifico (oltre 300 opere, tra cui I tre moschettieri), lavorava spesso con collaboratori e non era meticolosissimo: molte le inesattezze storiche e geografiche nei suoi romanzi. Ma il suo genio narrativo è indubbio. Le Comte de Monte-Cristo fu pubblicato a puntate tra il 1844 e il 1846, ispirato alla storia vera di François Picaud, un calzolaio incarcerato ingiustamente che poi si vendicò dei suoi accusatori.

La trama

Edmond Dantès, giovane marinaio marsigliese, sta per sposare Mercedès quando tre uomini gli distruggono la vita: Danglars (che vuole il suo posto), Fernand (che vuole Mercedès) e il magistrato Villefort (che lo sacrifica per proteggere il padre bonapartista). Accusato falsamente di cospirazione, è rinchiuso per quattordici anni nel Castello d’If.

Lì incontra l’abate Faria, anche lui imprigionato, che gli trasmette il suo immenso sapere e, prima di morire, gli rivela l’ubicazione di un tesoro sull'isola di Montecristo. Dantès evade, trova il tesoro e torna nel mondo come misterioso magnate per ordire tremende vendette.

Non è solo la trama avventurosa a rendere questo romanzo un capolavoro: è l’architettura narrativa, simile a una piovra dai mille tentacoli, ognuno che si stende libero nel mare ma che avviluppa poi, insieme agli altri, per avvincere il lettore piano piano, stringendolo sempre di più e dandogli la sensazione, come a una delle vittime di Dantès, di non capire più da dove e come sia arrivata la mano giustiziera di Dio che il protagonista pensa di rappresentare.

La vendetta come scienza esatta

Dantès non vuole semplicemente uccidere i suoi nemici: vuole annientare ciò che per loro è “vita” (la ricchezza per uno, la posizione sociale per l’altro, la famiglia e la reputazione per l’altro ancora). E per farlo si muove come un ragno al centro di una tela che ha tessuto per anni, moltiplicando identità, indossando maschere. È all’occorrenza un conte maltese, un lord inglese, un sacerdote, un marinaio avventuriero: ogni maschera è perfetta, studiata, impenetrabile.

Eppure, a un certo punto, qualcosa in lui si incrina. Un’innocente rischia di rimanere vittima del suo tremendo meccanismo di vendetta e il Conte realizza di essersi spinto troppo oltre. In lui s’instilla il dubbio: è giustizia o è solo cieca vendetta? Sì, perché la vendetta, come la “fortuna”, non ha occhi. E se la fortuna bacia chi non ha meriti, la vendetta non risparmia chi non ha colpe.

Pertanto, Dantès che prima non sembrava dubitare che le colpe dei padri debbano ricadere anche sui figli, si chiede se sia stato davvero uno strumento della Provvidenza, come si era convinto, o semplicemente un uomo divorato dall’ossessione.

Attendere e sperare

L’amara riflessione del protagonista, messa giù in una lettera scritta a un amico, sfocia nella consapevolezza di aver perso l’innocenza, non per quanto patito, appunto innocentemente, bensì per quanto fatto patire volontariamente. Però si conclude con un auspicio che è anche una ritrovata identità: “attendere e sperare”, “attendre et espérer”.

È la confessione di un uomo che ha passato anni a tramare vendette, che ha sempre agito invece di attendere, che ha cercato giustizia con le sue mani invece di sperare, ma che realizza di aver forse sbagliato. Se, infatti, come egli stesso ammette, solo chi ha conosciuto l’estrema infelicità può gustare la vera felicità, è pur vero che, come si evince dalla storia, quella felicità può solo essere data e accolta, non conquistata con mille e mille sotterfugi.

Questo mi ha fatto pensare anche a una bellissima metafora di Friedrich Nietzsche: le tre metamorfosi dello spirito, descritte in Così parlò Zarathustra.

Nietzsche distingue tre trasformazioni compiute dall’uomo:

Il cammello che va per il deserto identifica lo spirito carico del fardello dei valori ricevuti o dei pesi imposti da altri o dalla tradizione e dalla morale cui è sottomesso: “io devo”.

Il leone è la ribellione, lo spirito che dice “io voglio” e non più “io devo”. In questa fase c’è la libertà negativa, il rifiuto: il leone distrugge, lotta, conquista la propria libertà attraverso la negazione di ciò che è stato prima e di chi l’ha fatto essere così.

Il bambino rappresenta l’innocenza ritrovata, la capacità di creare nuovi valori in modo spontaneo: “io sono”. È dire “sì” alla vita senza risentimento né sottomissione né rimpianto, crendo liberamente, giocando, vivendo il presente.

Edmond Dantès e Giuseppe

Nel leggere “Il Conte di Montecristo” mi è saltata agli occhi una strana somiglianza: quella tra Edmond Dantès e Giuseppe, il patriarca biblico gettato in una cisterna e venduto dai fratelli.

Entrambi sono stati vittima di una somma ingiustizia; entrambi tenuti in prigione per anni (Dantès nel Castello d’If, Giuseppe nelle carceri egiziane); entrambi traditi da chi avrebbe dovuto amarli o rispettarli; entrambi, una volta fuori dal carcere, si trovano nella condizione di poter fare del bene a se stessi e agli altri, dotati di potere e risorse impensabili. Eppure, scelgono strade opposte.

Dantès vive per vendicarsi. Moltiplica identità, si traveste, indossa maschere. La sua “casa” non è una casa (infatti la cambia in continuazione!), vive nell’esilio di una maledizione che lo attanaglia, del rancore che lo segue e lo abita in ogni palazzo che conquista. Vive solo per distruggere chi gli ha fatto del male. E soprattutto non è più se stesso, Edmond, ma sempre qualcun altro.

Giuseppe, invece, si ritrova per un attimo nei panni di un altro (che non è però la sua negazione, bensì un’evoluzione di sé). E, quando i fratelli arrivati in Egitto non lo riconoscono, si trova di fronte a una scelta: vendicarsi o aiutarli? Alla fine, sceglie di rimanere se stesso, realizzando che vivere per maledire è solo una perdita di tempo, una perdita di “energia vitale”, si direbbe oggi.

Quando infine si rivela ai fratelli, Giuseppe piange. Non di rabbia, ma di riconoscimento. E pronuncia una frase che cambia tutto: “Voi avevate pensato del male contro di me, ma Dio ha pensato di farlo servire a un bene” (Gn 50, 20). Non è ingenuità né debolezza, ma la presa di coscienza che tutto concorre al bene, e non in modo “magico”, ma quando si sceglie di custodire il proprio bene, la propria salute mentale, il desiderio di benedire se stessi e gli altri, di essere benedizione e non maledizione.

Dove abitiamo davvero

“Casa”, allora, non è Montecristo o Parigi, né Israele o l’Egitto, bensì quel luogo – interiore o fisico – dove non abbiamo bisogno di travestimenti e orpelli, dove tutte le cose che amiamo, siamo, crediamo e desideriamo smettono di litigare tra loro. Il posto dove ci è possibile dire: “I belong. I am home”. E “casa” è anche dove smettiamo di vivere per maledire e ricominciamo a vivere per benedire, anzitutto noi stessi.

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