Vaticano

Leone XIV pranzerà con 200 persone in condizioni di vulnerabilità a Castel Gandolfo

Come già avvenuto nel 2025, sabato 11 luglio Papa Leone XIV pranzerà con 200 persone in condizioni di vulnerabilità a Castel Gandolfo.

Paloma López Campos-8 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Sabato prossimo, 11 luglio 2026, il Borgo Laudato si’, situato nei Giardini Pontifici di Castel Gandolfo, diventerà il teatro dell’iniziativa “Pranzo con il Papa”.

Nell'ambito della soggiorno del Pontefice Questo mese, in quella località, questa giornata all’insegna dell’accoglienza e della fratellanza riunirà circa 200 persone in situazione di vulnerabilità sociale provenienti dalla diocesi di Roma, che avranno l’opportunità di condividere la tavola con Papa Leone XIV.

Ecologia integrale e convivenza

L'incontro prevede un programma che intreccia fede, natura e inclusione sociale. La giornata avrà inizio con una celebrazione eucaristica accompagnata dalla Liturgia per la cura del creato.

Successivamente, i partecipanti potranno godersi un momento di accoglienza e convivialità, seguito da una visita guidata che consentirà agli ospiti di scoprire le strutture e il progetto del Borgo Laudato si’. Più tardi, l’evento si concluderà ufficialmente con il pranzo condiviso al fianco del Santo Padre.

Pastorale verso le periferie

Questo evento non è un fatto isolato, ma il consolidamento di un’iniziativa annuale promossa dal Centro di Alta Formazione Laudato si’. Il progetto ha avuto origine dall’esperienza del 17 agosto 2025, quando il Santo Padre ha condiviso un pasto simile con persone in condizioni di povertà della diocesi di Albano.

A seguito di quell’incontro, si è deciso di invitare ogni anno una diocesi diversa per offrire a rifugiati, migranti e persone in situazioni di fragilità sociale una giornata immersa nella bellezza del creato e l’opportunità di incontrare il Papa.

L’edizione di quest’anno riveste un significato ecclesiale di grande rilevanza, poiché è il risultato della collaborazione tra il Centro di Alta Formazione Laudato si’, il Dicastero per il Servizio della Carità e la Diocesi di Roma. Insieme hanno dato vita a un’unica iniziativa pastorale che coinvolge le principali organizzazioni e parrocchie che sostengono quotidianamente i cittadini più vulnerabili della capitale italiana.

Sostegno e dichiarazioni delle autorità

Il cardinale Fabio Baggio, direttore generale del Centro di Alta Formazione Laudato si’, ha sottolineato che hanno creato questo spazio per dimostrare che “la cura del creato e la cura della persona costituiscono un’unica missione”. Baggio ha aggiunto che, dopo l’esperienza di Lampedusa, questa giornata segna una nuova tappa nel cammino di Leone XIV verso le periferie del nostro tempo.

Da parte sua, monsignor Luis Marín de San Martín, prefetto del Dicastero per il Servizio della Carità, ha sottolineato che l’elezione del Papa ribadisce che “la carità si esprime nella vicinanza, nell’incontro e nella condivisione”.

Allo stesso modo, il cardinale Baldassare Reina, Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma, ha concluso spiegando che si è cercato esplicitamente di mettere in primo piano le persone assistite dalla Caritas e le realtà associative locali, restituendo il ruolo di protagonisti “a coloro che troppo spesso rimangono ai margini”.

Collaborazione a livello comunitario e commerciale

La realizzazione di questo incontro può contare sul sostegno di una vasta rete di collaborazione che comprende organizzazioni quali la Comunità di Sant’Egidio, la Caritas Diocesana di Roma, il Centro Astalli, le ACLI di Roma e numerose parrocchie locali.

Dal punto di vista logistico, le istituzioni organizzatrici hanno espresso la loro gratitudine al «Ristorante L’Isola della Pizza» di Roma, incaricato di offrire il pranzo, nonché al «Bar Al Duomo» di Albano Laziale, che offre la colazione di benvenuto ai partecipanti.

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Famiglia

I film più visti in Spagna riflettono a malapena il desiderio di mettere su famiglia, nonostante il 70% dei giovani indichi che lo desiderino

Un rapporto di The Family Watch rivela che il 56% delle famiglie rappresentate si trova in una situazione di conflitto e solo il 5% risulta attraente e positivo.

Javier García Herrería-8 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

La Fondazione L'orologio di famiglia ha presentato la relazione «Le famiglie sullo schermo: modelli di famiglia nei film e nelle serie TV più visti in Spagna nel 2025», uno studio condotto da ricercatori dell’Università Nebrija e dell’Università Rey Juan Carlos, con il sostegno di Methos Media, che mette in luce una conclusione sorprendente: la fiction più seguita dagli spagnoli riflette a malapena il desiderio di formare una famiglia, nonostante la maggioranza dei giovani del Paese aspiri effettivamente ad averne una.

La ricerca ha analizzato 40 produzioni audiovisive — le dieci serie e i dieci film più visti sia in televisione tradizionale che sulle piattaforme di streaming nel corso del 2025 — attraverso una metodologia di analisi dei contenuti applicata a 158 personaggi rappresentativi di diverse dinamiche familiari.

Famiglie presenti, ma quasi sempre in crisi

Secondo i dati dello studio, il 56% dei sistemi familiari che compaiono sullo schermo è caratterizzato da conflitti, frammentazione o disgregazione, mentre il 33% presenta l’istituzione familiare come qualcosa di problematico o in crisi. Alla luce di queste cifre, solo il 5% delle storie offre un modello familiare a cui aspirare o chiaramente positivo.

Il rapporto evidenzia, tuttavia, un paradosso: sebbene le strutture familiari appaiano indebolite, gran parte dei personaggi svolge la funzione narrativa di tenerle unite. Il 28% funge da sostegno emotivo del nucleo familiare, davanti alle figure autoritarie (22%) e ai personaggi che generano il conflitto (20%).

«La narrativa crea personaggi che sostengono emotivamente famiglie che, dal punto di vista narrativo, appaiono disgregate o in procinto di disgregarsi. È uno dei paradossi più interessanti emersi dallo studio», spiega Carmen Llovet, una delle ricercatrici autrici del rapporto.

Un altro dato degno di nota è che quasi un personaggio su quattro (23%) è privo di una struttura familiare riconoscibile, un’assenza che, secondo gli autori, non è casuale: viene spesso utilizzata come espediente narrativo per delineare l’antagonista, giustificare determinati comportamenti o semplicemente rendere invisibile il contesto familiare del personaggio.

L'assistenza continua ad avere il volto di una donna

Il rapporto pone inoltre l’accento su come vengono ripartiti i compiti di cura nella finzione. La madre appare come principale figura di riferimento nel 26% dei casi, contro appena l’11% nel caso del padre. Al contrario, l’assenza familiare è associata prevalentemente a personaggi maschili: nel 19% dei casi sono gli uomini a ricoprire questo ruolo narrativo, contro solo il 3% delle donne. La corresponsabilità nella cura compare nel 22% delle produzioni analizzate, pur rimanendo una posizione minoritaria.

«La corresponsabilità comincia ad affacciarsi nella narrativa, ma non mette ancora in discussione in modo significativo un modello di cura che rimane fortemente legato alla figura materna», osserva il ricercatore Ernesto García, coautore dello studio.

I valori familiari tradizionali resistono

Nonostante il peso dei conflitti, il rapporto rileva che la fiction continua a trasmettere valori storicamente associati alla famiglia. Spiccano il sacrificio e il dovere familiare (23%), seguiti dall’autonomia individuale (19%) e dalla tradizione e continuità (12%). Inoltre, la famiglia continua a essere un elemento determinante nella costruzione dell’identità dei personaggi: influenza in modo decisivo chi sono nel 62% dei casi e ne condiziona le decisioni nel corso della trama nel 45%.

«Le narrazioni mettono in luce una tensione costante tra la lealtà verso la famiglia e la ricerca di un progetto personale. Anche quando la famiglia compare a malapena sullo schermo, continua a influenzare le motivazioni dei protagonisti», sottolinea la ricercatrice Cristina Gallego.

Lo studio analizza inoltre il contesto in cui questa fiction viene prodotta e consumata. La Spagna concentra il 50% delle produzioni più seguite, con Netflix e RTVE Play come piattaforme leader in termini di consumo, in un momento in cui il boom dello streaming sta trasformando profondamente i formati narrativi.

Cinque consigli per migliorare la rappresentanza familiare

Sulla base di questi risultati, il rapporto propone cinque linee d’azione rivolte sia all’industria audiovisiva che alle amministrazioni pubbliche:

  1. Incorporare il desiderio di formare una famiglia come asse narrativo legittimo.
  2. Rendere visibile l'assistenza e distribuirla in modo più equilibrato tra uomini e donne.
  3. Mostrare una maggiore varietà di modelli familiari, anche da una prospettiva funzionale e positiva.
  4. Introdurre criteri di rappresentanza familiare nelle politiche pubbliche di finanziamento del settore audiovisivo.
  5. Promuovere l'alfabetizzazione audiovisiva per stimolare uno sguardo critico sui modelli familiari presenti nella narrativa.

Per María José Olesti, direttrice generale di The Family Watch, i risultati del rapporto sono «particolarmente rilevanti, poiché la finzione costruisce l’immaginario collettivo e rappresenta ciò che è normale, desiderabile o possibile». A questo proposito, sottolinea che dati quali la persistenza della cura dei figli a carico delle donne o la scarsa diffusione del desiderio di formare una famiglia tra i giovani spagnoli — nonostante un’alta percentuale lo desideri — costituiscono «un dato molto significativo» per ripensare il modo in cui la fiction ritrae la vita familiare.

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America Latina

Il «sesto continente» si dà appuntamento in America Centrale: Atti 29 e l’avanguardia della missione digitale

Oltre un centinaio di missionari provenienti da venti paesi si riuniscono in Costa Rica con il sostegno del Vaticano e del CELAM, consolidando una pastorale dell’incontro nell’ambito digitale.

Juan Carlos Vasconez-8 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Il «sesto continente» ha smesso di essere una semplice metafora per diventare una realtà pastorale ineludibile. Non si tratta di un mero insieme di strumenti tecnologici, bensì di uno spazio abitato in cui milioni di persone — in particolare i giovani — cercano risposte alle loro inquietudini esistenziali e instaurano relazioni. 

Per la Chiesa, essere presente in questo contesto non è una scelta strategica secondaria, ma un’esigenza del suo mandato evangelizzatore. In questo contesto di accelerazione digitale emerge Atti 29, il più importante incontro internazionale al mondo dedicato ai missionari digitali e ai creatori di contenuti cattolici, uno spazio in cui la fede e la cultura digitale si fondono per costruire la comunione.

Il nome stesso dell’incontro racchiude una profonda chiave teologica. Il libro biblico degli Atti degli Apostoli si conclude bruscamente al capitolo 28, lasciando la narrazione della prima espansione cristiana in sospeso. «Atti 29» simboleggia, quindi, il capitolo che la Chiesa continua a scrivere oggi sotto l’azione dello Spirito Santo. Non si tratta di aggiungere una pagina all’Apocalisse, ma di assumere la continuità storica della missione apostolica: gli attuali creatori di contenuti sono i nuovi evangelizzatori chiamati a percorrere le autostrade dell’informazione, portando il primo annuncio ai confini della rete.

Il Costa Rica come sede globale

Nell’edizione del 2026, Hechos 29 approda per la prima volta in America Centrale, scegliendo il Costa Rica come sede dal 18 al 23 agosto. L’evento riunirà oltre 100 creatori di contenuti, sacerdoti, suore, musicisti e podcaster provenienti da una ventina di paesi, tra cui Italia, Spagna, Messico, Colombia, Perù e Argentina.

Lungi dall’essere un congresso tradizionale, questo evento si propone come un’esperienza profonda di fraternità e una radiografia vivente della Chiesa in missione.

Il percorso del movimento testimonia una crescita organica sin dalla sua fondazione nel 2021 a Monterrey, in Messico. Quella prima edizione, nata nel pieno della pandemia e in formato virtuale, ha riunito 45 pionieri. Già nel 2022, Papa Francesco aveva inviato un videomessaggio incoraggiandoli a evangelizzare con creatività. Dopo la tappa a Bogotá nel 2024, il movimento ha raggiunto un traguardo importante nel 2025 partecipando al Giubileo dei Missionari Digitali a Roma, dove ha ricevuto l’esortazione a «ricucire le reti», un invito del Successore di Pietro a sanare il tessuto digitale promuovendo la vicinanza e la verità.

Discepoli prima che ‘influencer’

L’essenza di Hechos 29 è perfettamente sintetizzata dal suo direttore generale, il presbitero José Juan Montalvo («Padre Borre»): «Non cerchiamo la quantità, ma la fratellanza». In un contesto spesso dominato dalla tirannia dell’algoritmo e dalla competizione per la portata, questo incontro sovverte la logica del mondo. 

Il principio che accomuna questi creatori è chiaro: prima di essere influencer, sono discepoli. Il successo della missione digitale non si misura in base alle metriche di un video, ma all’autenticità della testimonianza e alla capacità di accompagnare profondi percorsi personali, trasformando gli schermi in ponti di incontro reale con Gesù Cristo.

Speranza per la regione

L’incontro gode di un solido sostegno istituzionale: l’Arcidiocesi di San José, la Conferenza Episcopale del Costa Rica, il CELAM e il Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede sostengono l’iniziativa. Personalità ecclesiastiche come monsignor Lucio Ruiz, che fino a settembre ricopre ancora la carica di segretario di tale Dicastero, offriranno una visione della Chiesa universale, ricordando che questo compito si colloca nel cuore stesso della Chiesa di oggi. 

L'iniziativa alternerà giornate di ritiro spirituale e formazione a porte chiuse — durante le quali si condivideranno successi e difficoltà pastorali — a un grande Festival della Missione Digitale aperto al pubblico il 23 agosto.

In un’America Centrale in cui il cattolicesimo rappresenta appena il 32,6% della popolazione regionale, Atti 29 si presenta come un faro di speranza. Ci ricorda che il Vangelo si diffonde anche attraverso i social network e che gli ambienti virtuali sono solchi in cui il seme della grazia può germogliare. 

Dietro ogni account cattolico c’è una storia e un cuore che prega; attraverso questa rete internazionale, la Chiesa dimostra di essere disposta a impegnarsi a fondo nel sesto continente, abitando le periferie digitali non come semplici tecnici della comunicazione, ma come testimoni autentici e vicini dell’Amore di Dio.

Mondo

“Gerusalemme è il cuore del mondo”: l’invito a guardare oltre i conflitti

Il cardinale Pierbattista Pizzaballa ribadisce la vocazione universale di Gerusalemme come "cuore spirituale del mondo", un patrimonio vivente di fede e dialogo che va oltre il conflitto attuale.

Redazione Omnes-8 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

“Gerusalemme è il cuore del mondo”. Con questa espressione, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, riassume uno dei concetti centrali della lettera che ha indirizzato lo scorso aprile ai fedeli della diocesi. 

In un momento caratterizzato dal conflitto e dall’incertezza, il suo messaggio invita a contemplare la Terra Santa da una prospettiva più ampia: non solo come teatro di una guerra, ma come luogo la cui importanza spirituale, storica e umana trascende qualsiasi circostanza temporanea. “Come possiamo, in quanto cristiani, rimanere in mezzo a questo conflitto?”, si chiede il Patriarca latino di Gerusalemme. 

La lettera, Diffusa in un contesto particolarmente difficile per la regione, sottolinea la necessità di mantenere viva la speranza e di non perdere di vista la missione unica di Gerusalemme e dei cattolici che vivono in Terra Santa. Per il Patriarca, la Città Santa continua a essere un punto di riferimento per milioni di persone in tutto il mondo e un luogo in cui si incontrano tradizioni religiose, culture e storie che fanno parte del patrimonio comune dell’umanità.

Gerusalemme, una città per tutti

Poche città racchiudono un significato simbolico paragonabile a quello di Gerusalemme. Luogo sacro per ebrei, cristiani e musulmani, è stata per secoli un luogo di preghiera, pellegrinaggio e incontro. La sua importanza non dipende solo dal suo passato, ma anche dalla sua capacità di continuare ad accogliere persone provenienti da contesti molto diversi.

Nella sua lettera, Pizzaballa ricorda proprio questa vocazione universale. Gerusalemme non può essere compresa da una prospettiva esclusivamente locale o politica: “Noi siamo la Chiesa di Gerusalemme, e la Città Santa è il cuore non solo geografico, ma anche spirituale della nostra comunità ecclesiale”…

Questa dimensione universale rende la città uno spazio privilegiato per il dialogo. Nonostante le difficoltà e le tensioni che periodicamente attraversano la regione, la Terra Santa rimane uno dei pochi luoghi in cui le grandi tradizioni religiose monoteistiche convivono in una vicinanza unica. Il dialogo interreligioso qui non si limita a dichiarazioni istituzionali, ma fa parte della vita quotidiana di chi vive e lavora nella regione.

I Luoghi Santi, un patrimonio vivo

Il Patriarca ricorda inoltre l’importanza di custodire i Luoghi Santi e di preservarne il significato per le generazioni future. Questi luoghi non sono solo monumenti storici o mete turistiche. Sono luoghi in cui milioni di persone trovano un legame concreto con la propria fede e con le radici del cristianesimo, poiché “la missione della Gerusalemme terrena, in un certo senso, è quella di diventare immagine e specchio della Gerusalemme celeste”, afferma nella sua lettera.

La Basilica del Santo Sepolcro, la Basilica della Natività, il Monte degli Ulivi o il Mare di Galilea fanno parte di un panorama spirituale che continua ad attrarre fedeli da tutto il mondo. Il loro valore va oltre i confini della Terra Santa stessa e costituisce un patrimonio condiviso da tutta la Chiesa.

In questo contesto, le comunità cristiane locali svolgono un ruolo essenziale. Sono proprio loro a mantenere viva la presenza cristiana nei luoghi legati alla vita di Gesù e a continuare ad accogliere i pellegrini che giungono da diversi paesi. Per questo motivo, il calo dei visitatori registrato negli ultimi anni non ha avuto solo conseguenze economiche, ma ha anche inciso su una realtà umana ed ecclesiale profondamente radicata nella storia della regione.

Comprendere la Terra Santa al di là dei titoli dei giornali

In un contesto attuale dominato dalle notizie sul conflitto, diverse iniziative continuano a impegnarsi per aiutare a comprendere la ricchezza storica, culturale e religiosa della Terra Santa. Una di queste è Centro visitatori di Saxum, situato ad Abu Ghosh, a pochi chilometri da Gerusalemme.

Attraverso risorse audiovisive, tecnologie interattive e contenuti divulgativi, il centro offre ai visitatori una visione d’insieme del contesto biblico e della realtà dei luoghi in cui si sono svolti gli eventi narrati nelle Sacre Scritture. 

“La Terra Santa non è solo una meta di pellegrinaggio. È un luogo in cui la storia, la fede e il dialogo tra le religioni si incontrano in modo unico”, spiega Blanca Ramirez, direttrice del Saxum Visitor Center e rappresentante di Saxum. “Chi visita Gerusalemme scopre che i Luoghi Santi sono spazi vivi che continuano a riunire persone provenienti da tutto il mondo”. Infatti, il cardinale Pizzaballa afferma nella sua lettera che “la sua identità principale – la caratteristica più importante della Città e di tutta la Terra Santa – è quella di essere il luogo della rivelazione di Dio, il luogo in cui le religioni si sentono a casa”.

Blanca Ramírez aggiunge che “comprendere la Terra Santa aiuta anche a comprendere meglio l’importanza della convivenza e dell’incontro. Anche nei momenti difficili, Gerusalemme continua a ricordarci che è possibile costruire ponti tra persone di diverse tradizioni religiose e culturali”.

Queste parole sono in linea con il messaggio centrale della lettera di Pizzaballa. Al di là delle difficoltà attuali, il Patriarca invita a non perdere di vista ciò che rende Gerusalemme unica: la sua capacità di riunire persone provenienti da tutto il mondo attorno a una storia condivisa.

Perché, come ricorda lo stesso Patriarca, Gerusalemme continua a essere “il cuore del mondo” e per questo “la comunità internazionale ha il dovere e il diritto di interessarsi a Gerusalemme, perché appartiene a tutti”. Una città la cui importanza non dipende solo da ciò che vi accade, ma anche da ciò che rappresenta per milioni di persone che continuano a guardare alla Terra Santa come a un luogo di fede, memoria e speranza.

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Vaticano

Monsignor Luis Marín, OSA: “La priorità del pontificato di Leone XIV è Cristo, con tutto ciò che ciò comporta”.

Il prefetto del Dicastero per la Carità spiega a El Escorial che lo scisma dei tradizionalisti non riguarda solo la liturgia, ma anche il rifiuto di accettare l’intera Tradizione della Chiesa.

José María Navalpotro-8 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Monsignor Luis Marín de San Martín (Madrid, 1961) è uno degli uomini della cerchia più ristretta di collaboratori di Leone XIV. Agostiniano come lui, prima che Robert Prevost fosse eletto Papa, erano soliti pranzare insieme spesso da quando entrambi erano stati chiamati da Papa Francesco a lavorare nella Curia romana. È stato sottosegretario del Sinodo e, da quasi quattro mesi, è il Elemosiniere di Sua Santità e prefetto del Dicastero per il Servizio della Carità, uno dei più influenti al giorno d’oggi.

Monsignor Marín, caro amico di A tutti, Risponde alle domande della rivista da El Escorial, dove ha partecipato a un corso estivo del CEU sul primo anno di pontificato di Leone XIV. È d’obbligo iniziare chiedendogli quale significato abbia avuto il recente viaggio del Papa in Spagna.

– In primo luogo, rafforzarci nella fede; in secondo luogo, seminare speranza e, in terzo luogo, dare slancio alla missione.

In altre parole, ha ricordato i pilastri fondamentali della nostra fede: Gesù Cristo, la Chiesa, il Vangelo. Allo stesso tempo, ha dissipato quelle nebbie di pessimismo che a volte ci avvolgono e ci ha orientato verso un orizzonte di speranza. Ci ha anche fatto comprendere l’urgenza di evangelizzare, l’assunzione di responsabilità e la bellezza di rendere testimonianza a Cristo risorto nel mondo.

La risposta della gente in generale, e dei giovani in particolare, è stata impressionante. C’è un desiderio ardente di Cristo, direi, di messaggi coerenti, solidi, che diano risposta alle domande e ai problemi del mondo di oggi. 

È stato un viaggio magnifico, che ho potuto vivere in prima persona. 

E lei, che è vicino al Papa, cosa pensa che abbia significato per lui questo viaggio? 

– Innanzitutto, ritrovare la Spagna, un Paese che conosce piuttosto bene e in cui è venuto tantissime volte. E rendersi conto, inoltre, della nostra realtà. 

Durante il volo gli ho detto: “Credo che ci sia molto entusiasmo”, e lui mi ha risposto: “Speriamo”. Ma quell’entusiasmo si è moltiplicato rispetto alle previsioni, ha superato ogni aspettativa. Si è sentito molto a suo agio, ha instaurato un ottimo rapporto con la gente, si è sentito accolto, ascoltato e, allo stesso tempo, rafforzato nel suo ministero come successore di Pietro.

Qual è la priorità del suo pontificato? Lei ha affermato che la priorità era “la conversione missionaria della Chiesa”. Cosa intende dire con questo?

– La priorità del pontificato è Cristo, il fulcro è sempre Cristo. Vivere in Cristo, identificarci con Cristo e testimoniare Cristo. 

Una conseguenza di questa realtà è la conversione missionaria della Chiesa. È infatti evidente che, se viviamo in Cristo, sentiremo l’urgenza di manifestarlo e di comunicarlo. Chiunque viva in Cristo avverte necessariamente l’impulso missionario, l’impulso evangelizzatore, la chiamata a essere testimone della salvezza nel mondo. 

Lo slancio missionario comporta tre aspetti. Innanzitutto, nasce dall’esperienza di Cristo risorto.

In secondo luogo, Cristo risorto ci unisce alla Chiesa. È una forte testimonianza di comunione. 

E in terzo luogo, Cristo risorto porta il suo messaggio al mondo di oggi. Dobbiamo testimoniarlo nella cultura in cui viviamo, nella nostra realtà esistenziale. Abbiamo quindi bisogno di una conversione missionaria, che significa conversione a Cristo e disponibilità a testimoniare il Vangelo nel mondo di oggi.

La triste scissione dei tradizionalisti

Qualche giorno fa i lefebvriani hanno ordinato altri quattro vescovi a Écône, confermando così la loro separazione dalla Chiesa cattolica. Qual è la sua opinione al riguardo? In che misura questa decisione ferisce il Papa? 

– Lo viviamo con immensa tristezza. Tutto ciò che comporta una rottura dell’unità, come dice il Papa, equivale a strappare la tunica di Cristo. E questo è molto doloroso, perché provoca una ferita profonda. 

La lettera che Leone XIV ha indirizzato al priore della Società Sacerdotale San Pio X è molto ben strutturata e argomentata. Si nota che è stata scritta con il cuore, oltre che con la testa. 

Robert Prevost non è mai stato un uomo incline allo scontro e alla rottura. Ha cercato di fare appello a Cristo, alla coscienza, all’amore cristiano, all’amore per la Chiesa. E ha detto chiaramente ai disobbedienti: “Quella non è la via”. Il Papa è, sempre, garante dell’unità.

Allo stesso tempo, è una lettera molto chiara. Leone XIV non scende a compromessi. Attraverso la carità, l’affetto e la vicinanza, espone la dottrina cristiana. E non cerca un accordo a qualsiasi prezzo: non si tratta di compromessi, ma di vita cristiana e di coerenza. 

È inoltre evidente che il problema dei cosiddetti lefebvriani non è semplicemente liturgico, ma molto più profondo. Benedetto XVI ha tentato un accordo, una grande apertura in materia di liturgia. È servito a poco. Il problema fondamentale è il rifiuto del Concilio Vaticano II (ecumenismo, libertà religiosa, separazione tra Chiesa e Stato, dialogo interreligioso e liturgia). Un Concilio, tra l’altro, i cui documenti sono stati tutti approvati con oltre il 90% dei voti.

La Tradizione della Chiesa non è solo Trento. C’è stata la Chiesa prima e c’è la Chiesa dopo. La Tradizione della Chiesa abbraccia i primi secoli, fino al Concilio Vaticano II e ai giorni nostri. È una realtà viva che si evolve. Bisogna pregare e chiedere al Signore di illuminare questi fratelli, ma è un momento molto triste. Ogni frattura nella Chiesa provoca un dolore immenso. È una ferita nel cuore, nell’anima. 

Un Papa come Leone XIV, che ha nell’unità uno dei suoi tratti distintivi, deve proprio affrontare questa situazione. E, d’altra parte – in un caso diverso – c’è anche la Chiesa in Germania, che ha dato prova di mancanza di unità.

– L’unità è uno dei pilastri del pontificato: la comunione. Vale a dire, l’unione con Cristo e con il suo corpo, la Chiesa.

Il cristiano si unisce a Cristo attraverso un’unione esistenziale, esperienziale e battesimale. Questa unione con Cristo ci conduce all’unione con i fratelli e le sorelle, alla comunione con gli altri membri della Chiesa, in quanto corpo di Cristo. Ora, questa unità si vive e si esprime nella varietà delle vocazioni, dei contesti e delle sensibilità. Il deposito della fede non può cambiare. Ma non si tratta nemmeno di imporre un uniformismo che impoverisce. In questo dobbiamo essere aperti, perché c’è spazio per espressioni diverse e sviluppi differenti su temi non essenziali. Sempre nell’unità della Chiesa e con la Chiesa. Tutto ciò che comporta una rottura dell’unità ecclesiale implica una rottura dell’unità con Cristo. E questo, come ha detto il Papa, è un grave peccato. Noi sempre con Pietro e sulla barca di Pietro.

Ma anche il Papa invita alla speranza.

– Sì, indubbiamente per un cristiano l’orizzonte è sempre quello della speranza. Lo Spirito Santo agisce nella sua Chiesa, la rinnova e la vivifica. Speriamo di avere l’umiltà e l’amore sufficienti per lasciarci guidare dallo Spirito, che ci unisce a Cristo e ci chiama a testimoniare la bellezza e la grandezza del Vangelo qui e ora. Questa è la vera e fondamentale sfida e, al tempo stesso, la fonte della nostra speranza. E di un’immensa gioia.

Vaticano

Il Papa va in vacanza! E riprende la tradizione di Castel Gandolfo

Leone XIV rimarrà a Villa Barberini fino al 27 luglio, manterrà solo la recita domenicale dell’Angelus e restituirà a Castel Gandolfo il suo ruolo di residenza estiva del Papa dopo l’interruzione voluta da Francesco.

Teresa Aguado Peña-7 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Papa Leone XIV ha dato inizio questa domenica al suo periodo di riposo estivo nelle Ville Pontificie di Castel Gandolfo, dove rimarrà fino al prossimo 27 luglio. Con questo soggiorno, il Pontefice riprende una tradizione secolare che era stata interrotta durante il pontificato di Francisco, che ha deciso di rimanere a Casa Santa Marta durante l'estate.

Leone XIV alloggia nella Villa Barberini, all’interno del complesso pontificio situato a 25 chilometri a sud di Roma. L’usanza di trascorrere l’estate a Castel Gandolfo risale al XVII secolo, quando papa Urbano VIII trasformò il luogo in residenza estiva dei pontefici, una tradizione che la maggior parte dei suoi successori ha mantenuto fino all’arrivo di Francesco.

©OSV News/Simone Risoluti, Vatican Media

Al suo arrivo, Leone XIV ha salutato dal balcone del Palazzo Apostolico i fedeli radunati in Piazza della Libertà ed ha espresso la sua soddisfazione per il ritorno in questa località: «Buon pomeriggio, Castel Gandolfo! Grazie. Sono molto felice di essere qui tra voi, di poter trascorrere le prossime settimane riposandomi un po», pregando un po’, leggendo un po’ e, speriamo, facendo un po’ di sport», ha affermato.

Senza udienze, ma con l’Angelus

La Prefettura della Casa Pontificia ha comunicato che, durante questo periodo di pausa, sono sospese le udienze generali, private e speciali. L'attività ordinaria riprenderà mercoledì 5 agosto con la prima udienza generale dopo le vacanze.

Tuttavia, Leone XIV manterrà il suo appuntamento settimanale con i fedeli per la recita dell’Angelus. Le prime due domeniche di luglio (5 e 12) presiederà la preghiera dalla Piazza della Libertà di Castel Gandolfo, mentre il 19 luglio tornerà in Vaticano per guidare l’Angelus dalla Piazza di San Pietro.

Inoltre, il Borgo Laudato Si’ rimarrà aperto tutti i giorni dalle 10:00 alle 18:00 per accogliere pellegrini e visitatori. Da questo luogo si invitano i fedeli ad accompagnare il Pontefice con la preghiera durante questo periodo di riposo.

Il cambiamento rispetto a Francesco

Il pontificato di Leone XIV segna una svolta rispetto a quello del suo predecessore. Durante i dodici anni del suo pontificato, Francesco ha rinunciato a trasferirsi a Castel Gandolfo in estate, preferendo rimanere a Casa Santa Marta, all’interno del Vaticano, anche nei mesi più caldi.

Il pontefice argentino riteneva di non aver bisogno di una residenza estiva e ha scelto di mantenere un programma di lavoro più stabile da Roma. La sua decisione ha rotto con una tradizione secolare e ha permesso di destinare il complesso pontificio a un nuovo uso.

Nel 2016, Francesco ha aperto al pubblico gli appartamenti privati del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, trasformati in museo, consentendo per la prima volta ai visitatori di visitare le stanze storicamente utilizzate dai papi durante le loro vacanze. Successivamente ha promosso anche il progetto del Borgo Laudato Si’, uno spazio dedicato all’educazione ambientale e alla cura del creato ispirato alla sua enciclica Laudato si'.

©CNS/Lola Gomez

Con l’arrivo di Leone XIV, Castel Gandolfo torna a essere la residenza estiva del Papa, riprendendo un’immagine che è stata comune per gran parte della storia recente della Chiesa e riportando in primo piano una tradizione che era rimasta in sospeso durante il pontificato di Francesco.

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Spagna

Banco Sabadell e tuTECHÔ uniscono le forze per combattere il fenomeno dei senzatetto in Spagna

L'alleanza tra Banco Sabadell e tuTECHÔ arriva in un momento in cui il fenomeno dei senzatetto sta aumentando notevolmente in Spagna.

Redazione Omnes-7 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

La Spagna sta affrontando uno dei momenti più critici della sua storia recente in materia di alloggi ed esclusione abitativa. Secondo l’Indagine sui centri e sui servizi di assistenza alle persone senza fissa dimora condotta dall’Istituto Nazionale di Statistica (INE, 2024), una media giornaliera di 33.758 adulti ha trovato alloggio nei centri di assistenza in Spagna, con un aumento del 55,7 % rispetto al 2022. La stessa indagine dell’INE ha rilevato che, dei 1.376 centri di assistenza esistenti, il 26,2 % si è rivolto esclusivamente a persone immigrate in situazione di senzatetto, rispetto al 20,0 % del 2022.

A questa realtà si aggiunge la situazione di vulnerabilità economica in cui versa gran parte della popolazione: secondo i dati dell’INE del 2024, il 25,8% della popolazione spagnola vive a rischio di povertà, in un contesto caratterizzato dal costante aumento dei prezzi delle abitazioni e del paniere dei beni di consumo.

È proprio in questo contesto che assumono particolare rilevanza le collaborazioni tra il settore finanziario e le organizzazioni specializzate nella lotta al fenomeno dei senzatetto.

Banco Sabadell e tuTECHÔ firmano un accordo di collaborazione

Banco Sabadell, attraverso la sua unità specializzata in istituzioni religiose e terzo settore, e tuTECHÔ hanno firmato un accordo di collaborazione con l'obiettivo di promuovere iniziative congiunte che uniscano esperienza finanziaria, gestione patrimoniale e impatto sociale.

L'alleanza nasce con l'intento di creare sinergie tra le due organizzazioni per affiancare enti religiosi, fondazioni, associazioni, organizzazioni sociali e altri soggetti impegnati per il bene comune nell'individuazione di soluzioni finanziarie e patrimoniali che contribuiscano allo sviluppo di progetti con un impatto positivo sulla società.

tuTECHÔ sta sviluppando un modello innovativo per contribuire ad affrontare una delle principali sfide sociali del nostro Paese: il fenomeno dei senzatetto. Attraverso TECHÔ Hogar SOCIMI SBIC e la Fondazione tuTECHÔ, l’ente promuove soluzioni volte a facilitare l’accesso a un alloggio dignitoso e a favorire i processi di inclusione sociale delle persone in situazioni di particolare vulnerabilità.

Un impegno storico nei confronti del terzo settore

Questa collaborazione rafforza l’impegno di Banco Sabadell nei confronti delle entità che svolgono un ruolo fondamentale al servizio delle persone. L’unità «Istituzioni religiose e terzo settore» vanta una lunga esperienza nell’affiancare congregazioni, diocesi, fondazioni, ONG, confraternite, scuole ed enti sociali, offrendo soluzioni specializzate e una consulenza su misura in base alle caratteristiche e alle esigenze di ciascuna organizzazione.

La firma di questo accordo rappresenta un ulteriore passo avanti nell’impegno di Banco Sabadell a promuovere iniziative che generano valore economico e, al contempo, contribuiscono al progresso sociale. Entrambe le entità condividono la convinzione che il finanziamento, gli investimenti e la gestione patrimoniale possano svolgere un ruolo rilevante nella ricerca di soluzioni sostenibili alle sfide sociali attuali.

Dichiarazioni dei protagonisti

“Questo accordo ci permette di continuare a perseguire la nostra missione di affiancare le organizzazioni che operano quotidianamente al servizio delle persone. La proposta di tuTECHÔ rappresenta un’iniziativa innovativa volta a contribuire alla lotta contro il fenomeno dei senzatetto e dimostra come la collaborazione tra diversi attori possa generare un impatto positivo e tangibile. Per Banco Sabadell è motivo di soddisfazione esplorare nuove vie di collaborazione che apportino valore sia ai nostri clienti e alle entità collegate, sia alla società nel suo complesso”, afferma Santiago Portas, direttore del settore Istituzioni religiose e Terzo settore di Banco Sabadell.

“Le grandi sfide sociali richiedono alleanze in grado di unire conoscenze, esperienza e impegno. La collaborazione con l’unità ”Istituzioni religiose e Terzo Settore» di Banco Sabadell ci consentirà di ampliare la nostra capacità di intervento e di continuare a promuovere soluzioni innovative che facilitino l’accesso a un alloggio dignitoso e generino nuove opportunità per le persone in situazione di vulnerabilità», sottolinea Blanca Hernández, presidente e fondatrice di tuTECHÔ.

Costruire ponti tra la finanza e l'impegno sociale

Grazie a questa collaborazione, Banco Sabadell e tuTECHÔ rafforzano il loro impegno nel creare ponti tra il settore finanziario, la gestione patrimoniale e l’azione sociale, promuovendo iniziative volte a generare opportunità e a migliorare la qualità della vita delle persone più vulnerabili.

Una strategia statale per sradicare il fenomeno dei senzatetto entro il 2030

Il Governo, consapevole della portata del problema, ha approvato nel luglio 2023 una strategia nazionale con l’obiettivo di sradicare il fenomeno dei senzatetto entro il 2030, in un contesto in cui il numero di persone senza fissa dimora superava allora le 28.500 unità, il che ha dato impulso alla transizione da un modello assistenziale tradizionale, basato sui centri di accoglienza, verso un modello comunitario incentrato su soluzioni abitative stabili. In questo contesto, diverse organizzazioni del terzo settore segnalano il persistere di carenze strutturali: secondo HOGAR SÍ, nonostante la stragrande maggioranza delle persone senza fissa dimora (82%, secondo l’INE del 2022) ritenga che i centri di accoglienza non consentano loro di riprendere in mano il proprio progetto di vita, più della metà dei posti disponibili continua a essere offerta proprio in questo tipo di strutture.

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Educazione

Come accompagnare spiritualmente una persona che soffre? La Navarra cerca di insegnarlo

José María Pardo, direttore del nuovo Programma di formazione continua sull’accompagnamento umano e spirituale in situazioni complesse dell’Università di Navarra, spiega perché accompagnare chi soffre richieda una formazione a tutto tondo.

Teresa Aguado Peña-7 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

In un mondo pieno di situazioni di sofferenza, solitudine e vulnerabilità, l’accompagnamento umano e spirituale assume un’importanza sempre maggiore. Tuttavia, accompagnare bene richiede molto più di una semplice disponibilità: richiede formazione, capacità di ascolto e una comprensione globale della persona.

Da questa convinzione nasce il Programma di formazione permanente sull’accompagnamento umano e spirituale in situazioni complesse, promosso dalla Facoltà di Teologia dell’Università di Navarra in collaborazione con l’Istituto Core Curriculum. Diretto da José María Pardo, questo nuovo corso di formazione, di titolazione propria, mira a fornire strumenti a coloro che, nell’ambito sanitario, educativo, sociale o pastorale, desiderano accompagnare persone che stanno attraversando momenti di particolare difficoltà.

José María Pardo illustra le ragioni che hanno portato alla creazione di questo programma, le sfide che l’accompagnamento pone oggi e la necessità di formare coloro che desiderano stare al fianco di chi soffre con competenza, sensibilità e speranza.

Qual è stata l’esigenza concreta che avete individuato nella società e che ha portato alla creazione di questo programma di accompagnamento?

–Viviamo in un momento storico in cui la sofferenza umana si presenta con una complessità sempre maggiore. La malattia, i problemi di salute mentale, le dipendenze, le crisi familiari, la solitudine o la fine della vita pongono situazioni che interpellano profondamente coloro che hanno la missione di accompagnare gli altri.

La Chiesa ha sempre considerato l’accompagnamento una dimensione essenziale della propria azione pastorale. Tuttavia, le circostanze attuali evidenziano l’opportunità di una formazione sempre più solida e interdisciplinare. Molte situazioni richiedono di integrare la ricchezza dell’antropologia cristiana con i contributi della psicologia, della psichiatria e di altre scienze umane.

Questo programma nasce proprio da questa convinzione. Vogliamo contribuire a formare persone in grado di offrire un accompagnamento integrale, che tenga conto di tutte le dimensioni della persona e che sappia coniugare la profondità della fede con una conoscenza approfondita della realtà umana.

Cosa significa accompagnare adeguatamente una persona in crisi? Quali sarebbero gli elementi chiave di tale accompagnamento?

–Accompagnare bene significa avvicinarsi al mistero di ogni persona con rispetto, ascolto e prudenza. Piuttosto che offrire risposte, chi accompagna deve imparare a comprendere chi ha di fronte, qual è la sua storia e cosa sta vivendo.

Il vero accompagnamento inizia con un ascolto attento e prosegue con un discernimento che tenga conto di tutte le dimensioni della persona: quella spirituale, psicologica, affettiva, familiare, sociale e persino biologica. Solo partendo da questa visione olistica è possibile offrire un aiuto adeguato.

Per questo motivo il nostro programma articola la formazione attorno a tre grandi ambiti: i fondamenti antropologici e teologici, i contributi della psicologia e della psichiatria e lo studio di alcune situazioni particolarmente complesse, come la risoluzione dei conflitti, le dipendenze o l’accompagnamento alla fine della vita.

In definitiva, accompagnare significa aiutare la persona a percorrere la propria strada, rispettando sempre la sua libertà e la sua dignità.

Quali sono gli errori più comuni che si commettono, anche con le migliori intenzioni, quando si accompagnano persone in situazioni di fragilità?

–Il primo è pensare che tutte le situazioni possano essere risolte allo stesso modo. Ogni persona ha una storia unica e irripetibile e ha bisogno di essere compresa nella sua unicità.

Può anche capitare che riduciamo la sofferenza a un’unica dimensione, quando, in realtà, spesso si intrecciano aspetti spirituali, psicologici, familiari, sociali e persino medici. La realtà umana raramente si presta a spiegazioni semplicistiche.

Infine, un buon accompagnatore sa riconoscere i limiti delle proprie competenze. Ci sono situazioni in cui il modo migliore per aiutare consiste proprio nel collaborare con altri professionisti o nell’indirizzare la persona verso chi è in grado di offrirle un’assistenza più specializzata. Lungi dall’essere un limite, questo atteggiamento fa parte di un accompagnamento veramente responsabile.

In che modo, nello specifico, la teologia contribuisce all’accompagnamento in situazioni quali la malattia, il lutto o le dipendenze?

– Il primo contributo della tradizione cristiana è la sua concezione della persona umana. L’antropologia cristiana considera l’essere umano come un’unità di corpo e spirito, di intelligenza, affettività e libertà, chiamato inoltre alla comunione con Dio e con gli altri. Questa visione unitaria costituisce un solido fondamento per qualsiasi opera di accompagnamento.

La fede getta luce anche su questioni fondamentali quali il senso della sofferenza, la speranza, il perdono o la possibilità di ricominciare sempre da capo. Si tratta di aspetti profondamente umani che aiutano ad affrontare molte situazioni di dolore.

Ora, proprio perché la persona costituisce un’unità, la Teologia non procede ai margini delle scienze umane. Al contrario, dialoga con esse. La psicologia, la psichiatria, la medicina o la sociologia apportano conoscenze indispensabili per comprendere meglio la complessità dell’esperienza umana. Non si tratta di giustapporre conoscenze, ma di integrarle al servizio della persona concreta.

Quali competenze specifiche si aspetta che gli studenti acquisiscano al termine del programma?

–Il nostro obiettivo non è quello di formare specialisti in psicologia o psichiatria, né di offrire esclusivamente un approfondimento teologico.

Il nostro obiettivo è fornire una visione olistica della persona e degli strumenti che consentano di comprendere meglio le situazioni umane complesse. Ci auguriamo che gli studenti imparino ad ascoltare in modo approfondito, a effettuare una prima valutazione di ogni situazione, ad accompagnare con prudenza e a riconoscere quando è opportuno collaborare con altri professionisti.

In definitiva, vogliamo formare persone in grado di prendersi cura al meglio di chi sta attraversando momenti di particolare vulnerabilità.

Secondo te, cosa distingue una persona «ben intenzionata» da una persona che ha ricevuto una formazione adeguata per fornire accompagnamento?

–La buona volontà è indispensabile, ma deve essere guidata dalla conoscenza e dalla prudenza.

La formazione fornisce i criteri necessari. Insegna ad ascoltare prima di parlare, a evitare risposte affrettate, a comprendere la complessità di determinate situazioni e a discernere quale sia l’aiuto più adeguato in ogni caso.

In questo senso, la formazione non sostituisce le qualità umane, ma le perfeziona. Quanto meglio comprendiamo la persona, tanto meglio possiamo servirla.

Siamo tutti fatti per stare accanto agli altri?

– Tutti siamo chiamati, in un modo o nell’altro, a diventare prossimi di chi soffre. Prendersi cura degli altri fa parte della vocazione umana e, per il cristiano, costituisce un’espressione privilegiata della carità.

Tuttavia, anche accompagnare bene è qualcosa che si impara. Come qualsiasi compito di responsabilità, richiede formazione, esperienza e un continuo esercizio di discernimento. Il Vangelo ci offre un’immagine particolarmente eloquente nella parabola del buon samaritano. Non solo perché sa fermarsi davanti a chi soffre, ma perché si prende cura di lui con competenza e, quando è necessario, lo affida a chi può continuare a prestargli assistenza. Anche l’accompagnamento richiede umiltà per riconoscere i propri limiti e collaborare con gli altri a beneficio della persona.

Questo programma vuole essere un primo passo in questa direzione. Non intende esaurire una realtà così ampia, ma offrire una base solida da cui continuare a crescere. Il nostro desiderio è quello di contribuire a formare una comunità di persone impegnate in un accompagnamento sempre più umano, più competente e più profondamente cristiano.

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Libri

Un uomo senza una gamba, ricoverato in ospedale, ma fortunato 

Ci sono libri che si leggono e altri che si hanno accanto. Il nulla è tutto, di Pablo Delgado de la Serna, rientra proprio in quest’ultima categoria: una testimonianza luminosa e profondamente umana che mostra come, anche in mezzo alla malattia e alla fragilità, la speranza e l’amore possano diventare l’ultima parola.

Maria José Atienza-7 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

“È proprio quando pensiamo di aver perso tutto che troviamo il luogo perfetto affinché Dio riempia il nostro cuore. Cambiando prospettiva, il nulla può diventare il punto di partenza per ricevere il tutto”. Questa affermazione di Pablo Delgado de la Serna, che dà il titolo al libro, si trova quasi a metà del volume. A quel punto, abbiamo già trascorso mesi in compagnia di questo “trapiantato”, attraverso le pagine del libro, in cui raccoglie confidenze, pensieri, riflessioni e piccoli dettagli quotidiani di una vita tutt’altro che “normale”.

Il nulla è tutto Si presenta come un piccolo diario: raccoglie una serie di pubblicazioni attraverso le quali Delgado de la Serna racconta la sua routine quotidiana e le sue paure, e spinge tante persone a pregare (e prega lui stesso). 

La vita di Pablo Delgado de la Serna è stata segnata dalla malattia sin dalla nascita. Tuttavia, se c’è una cosa che ripete più volte in queste pagine è che si sente “un ragazzo fortunato”. Un ragazzo fortunato che ha trascorso anni legato alla dialisi (fino all’aprile 2026, quando ha ricevuto l’agognato trapianto di rene), che ha subito l’amputazione di una gamba e l’incertezza di perdere anche l’altra, che ha trascorso mesi in ospedale o ha dovuto passare le vacanze lontano dalla moglie e dalla figlia…. 

Al giorno d’oggi questa situazione non verrebbe definita “fortuna”, ma Pablo ha saputo trasformare i limoni in limonata, gelato e torta, perché è riuscito a trasformare il proprio dolore in un percorso di dedizione e di aiuto per molte altre persone. Nel libro compare anche il pilastro della sua vita: la sua famiglia, in particolare sua moglie Sara e sua figlia Amelia (il suo «team SAP»), senza le quali non avrebbe potuto affrontare la vita allo stesso modo. 

Il libro copre il periodo che va dall’agosto 2024 al novembre 2025, forse uno dei periodi più difficili per Pablo e la sua famiglia. In quei brevi appunti di diario, Pablo non nasconde il dolore, la disperazione che affiora, la stanchezza… Non “spiritualizza” il dolore, ma lo affronta. Non trascina la croce, ma ne porta il peso. 

Se c'è una sensazione che lascia la lettura di questo libro, è proprio quella di speranza, fiducia, cum fide, con fede, di chi si è affidato a Dio – e ai medici – e di chi trae dalla vita, più di ogni altra cosa, l’amore.

Libro

Titolo: Il nulla è tutto
Autore: Pablo Delgado de la Serna
Pagine: 108
Editoriale: EUNSA
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Vaticano

Cosa preoccupa la Chiesa riguardo alla famiglia? Le 5 riflessioni proposte da Leone XIV

Il Vaticano presenta il programma dell'incontro indetto da Leone XIV, che affronterà le sfide relative alle famiglie, al matrimonio, ai giovani e all'accompagnamento nelle situazioni di fragilità.

Teresa Aguado Peña-6 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita e la Segreteria Generale del Sinodo hanno pubblicato lunedì il Itinerario tematico dell'incontro indetto da Papa Leone XIV con i capi delle Chiese cattoliche orientali e i presidenti delle conferenze episcopali, che si terrà in Vaticano dal 7 al 14 ottobre 2026.

L'iniziativa coincide con il decimo anniversario dell'esortazione apostolica Amoris laetitia (sull’amore in famiglia) e mira a individuare, in un clima di ascolto reciproco e con uno stile sinodale, i passi che la Chiesa deve compiere per annunciare il Vangelo alle famiglie di oggi, tenendo conto dell’esperienza delle Chiese locali e delle sfide attuali che le famiglie devono affrontare.

L'incontro, annunciato dal Pontefice a marzo In occasione dell’anniversario del documento di Francesco, si tratta di un percorso eminentemente pastorale che pone le famiglie non solo come destinatarie dell’azione della Chiesa, ma anche come protagoniste della sua missione, attraverso le quali il Vangelo prende forma nelle relazioni quotidiane, nelle decisioni, nella fragilità e nella speranza.

Durante i giorni di lavoro, i partecipanti ascolteranno le testimonianze delle famiglie, dialogheranno con gli esperti e rifletteranno sulle iniziative di accompagnamento già in atto nelle diverse Chiese locali. L’obiettivo è «discernere in quale direzione ci sta guidando oggi lo Spirito Santo, per riconoscere, sostenere e promuovere ciò che Egli sta già operando nelle famiglie e valorizzare il loro contributo alla missione della Chiesa». Il programma di riflessione si articola quindi attorno a cinque grandi assi.

1. Le famiglie di oggi: realtà, bellezza e sfide

Il primo, «Le famiglie di oggi: realtà, bellezza e sfide», propone di partire dall’esperienza concreta delle famiglie e dall’impegno della Chiesa di oggi per discernere i segni dei tempi. Invita a riconoscere sia la bellezza dell’amore familiare sia le difficoltà che lo attraversano — la precarietà lavorativa e abitativa, la malattia, l’educazione dei figli, la solitudine affettiva o la cura degli anziani, delle persone con disabilità o non autosufficienti —, e propone come rispondere pastoralmente ai cambiamenti culturali e sociali che incidono sul matrimonio, sulla trasmissione della fede e sulla vita familiare. 

La Chiesa si chiede quindi: quali segni di speranza, quali sfide e quali punti critici emergono oggi dalla vita delle famiglie in contesti culturali e sociali diversi? In che modo i cambiamenti del nostro tempo influenzano l’esperienza dell’amore tra uomo e donna, la procreazione, la cura, la trasmissione della fede e la missione della Chiesa? Quali sono le esperienze pastorali che più ci aiutano a riconoscere l’azione di Dio nella vita concreta delle famiglie e a valorizzare le risorse umane e spirituali? Cosa impariamo dall’ascolto delle famiglie e dall’esperienza delle Chiese locali? In che modo il dialogo tra l’esperienza vissuta, il discernimento ecclesiale, la ricerca teologica e le scienze umane può aiutarci a comprendere più profondamente la realtà delle famiglie e ad accompagnarle?

2. I giovani e la scoperta della vocazione matrimoniale

Il secondo tema, «I giovani e la scoperta della vocazione matrimoniale», pone l’attenzione sulle nuove generazioni, molte delle quali hanno perso fiducia nella possibilità di costruire un progetto matrimoniale e familiare stabile. L’incontro affronterà il tema di come accompagnare bambini, adolescenti e giovani alla riscoperta del valore del matrimonio cristiano, attraverso percorsi educativi e spirituali, la testimonianza di altre famiglie e un accompagnamento che favorisca un discernimento maturo sulla vita affettiva e l’accoglienza dei figli.

Verranno poste le seguenti domande: quali linguaggi, esperienze e percorsi educativi e spirituali aiutano oggi i bambini, gli adolescenti e i giovani a riconoscere il valore del matrimonio? Quale testimonianza possono offrire le coppie e le famiglie? Come possono accompagnarli nella loro crescita emotiva, relazionale e sessuale? Quali misure di attenzione e di conversione pastorale possono aiutare la Chiesa ad accompagnare le coppie che convivono nel discernimento di un percorso affettivo e familiare, maturando la scelta del matrimonio e l’accoglienza dei figli? 

3. La vita coniugale. I primi anni di matrimonio: un periodo decisivo

Il terzo blocco, «La vita coniugale. I primi anni di matrimonio: un periodo decisivo», si concentrerà sull’accompagnamento delle coppie nella fase iniziale della loro vita insieme. Il documento sottolinea che questi primi anni sono fondamentali per consolidare il legame coniugale e affrontare sfide quali la nascita dei figli o la conciliazione tra vita familiare e lavoro. Propone inoltre di rafforzare le reti di sostegno tra le famiglie e di promuovere una maggiore corresponsabilità all’interno delle comunità ecclesiali.

«Quali forme di accompagnamento aiutano maggiormente le coppie, in particolare nei primi anni di vita matrimoniale? Come favorire i rapporti di vicinato tra le famiglie, le esperienze di sostegno reciproco e le forme concrete di corresponsabilità nella vita della comunità ecclesiale? Quali esperienze dimostrano la fecondità di reti di famiglie capaci di sostenersi a vicenda e di diventare, a loro volta, una presenza di accompagnamento e di testimonianza per gli altri?» saranno i temi da affrontare.

4. Nelle difficoltà della vita: accompagnare e sostenere

Il quarto tema, «Nelle difficoltà della vita: accompagnare e sostenere», tratterà dell’assistenza pastorale alle famiglie che attraversano situazioni di fragilità, povertà, violenza, separazione o divorzio. L’obiettivo è riflettere su come costruire comunità cristiane capaci di offrire ascolto, vicinanza, discernimento e speranza, aiutando coloro che vivono esperienze di sofferenza a sentirsi parte attiva della Chiesa e a riscoprire la misericordia di Dio.

Ci si chiederà: quali passi sono stati compiuti per sostenere chi vive in situazioni di fragilità o difficoltà? Quali resistenze sono emerse? Come possiamo costruire comunità cristiane in cui chi ha vissuto l’esperienza della sofferenza, dell’abbandono, della separazione e del divorzio possa sentirsi davvero ascoltato, partecipe e corresponsabile? Quali esperienze concrete mostrano già il volto di una Chiesa sempre più capace di vicinanza, discernimento, accompagnamento e apprezzamento, aiutando le persone e le famiglie a ritrovare la fiducia, a riconoscersi come parte della comunità e a sperimentare la misericordia di Dio? 

5. Le famiglie cristiane, soggetti della missione della Chiesa

Infine, il quinto asse, «Le famiglie cristiane, soggetti della missione della Chiesa», sottolinea che le famiglie non sono solo destinatarie dell’azione pastorale, ma protagoniste dell’evangelizzazione. Il documento sottolinea il loro ruolo nella trasmissione della fede, nell’accompagnamento di altre coppie sposate, nella vita delle comunità cristiane e nella costruzione di una società più solidale, riconoscendo il matrimonio e la vita familiare come un percorso di crescita umana, spirituale e missionaria.

Rifletteranno sui seguenti punti: come valorizzare l’esperienza delle coppie e delle famiglie come luogo di maturazione umana, spirituale, ecclesiale e sociale? Come accompagnare un percorso in cui la relazione di coppia diventi un’esperienza viva di crescita nella fede e nella vita sociale? Come riconoscere e sostenere il contributo delle famiglie alla missione evangelizzatrice e alla conversione pastorale delle comunità cristiane? 

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Mondo

Il Parlamento europeo approfondisce la questione del design che crea dipendenza delle piattaforme online

Un rapporto del Servizio di studi del Parlamento europeo torna a sottolineare il design che crea dipendenza di piattaforme come TikTok. Le autrici, Mar Negreiro e Öykü Dilara Anaç, analizzano le conclusioni preliminari della Commissione europea sulla violazione della legge sui servizi digitali (DSA) e sulla futura normativa.

Francisco Otamendi-6 luglio 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Lo studio analizza le conclusioni preliminari della Commissione europea nei confronti di TikTok, dalle quali segnalato Omnes di febbraio: il procedimento statunitense contro Meta e YouTube; la base giuridica del Regolamento sui servizi digitali (DSA); il concetto di “addictive design”; e il rapporto tra algoritmi, “dark patterns” e tutela dei minori; l’articolo è datato maggio.

Una delle tesi principali Secondo Mar Negreiro, giurista spagnola specializzata in diritto digitale e tutela dei consumatori, e la sua collaboratrice, il problema giuridico non risiede solo nei contenuti diffusi dalle piattaforme, ma nella stessa architettura del servizio, progettata per massimizzare il tempo di permanenza dell’utente attraverso meccanismi comportamentali.

Rischio per la salute mentale

“La Commissione ritiene, in via preliminare, che TikTok debba modificare la struttura di base del proprio servizio” (“La Commissione ritiene, in via preliminare, che TikTok debba modificare il progetto di base del suo servizio”). L’analisi di questa affermazione riassume in gran parte il contenuto della relazione. 

Il problema giuridico non risiede più solo nei contenuti illeciti o nel trattamento dei dati personali, ma anche nella struttura stessa delle piattaforme digitali, quando questa favorisce comportamenti che creano dipendenza e mette a rischio la salute mentale, in particolare dei minori e delle persone vulnerabili.

Il testo analizza un cambiamento di paradigma nella regolamentazione delle grandi piattaforme digitali. Fino a pochi anni fa, l'intervento delle autorità si concentrava sulla rimozione dei contenuti illegali, sulla protezione dei dati o sulle pratiche anticoncorrenziali. 

Ottimizzare il tempo di permanenza

Tuttavia, le ricerche più recenti dimostrano che la progettazione di determinate applicazioni può generare modelli di utilizzo compulsivo che incidono sul benessere psicologico degli utenti. Secondo l’autrice, le piattaforme basano il proprio modello di business sulla massimizzazione del tempo di permanenza degli utenti per aumentare i ricavi pubblicitari. A tal fine, utilizzano meccanismi che stimolano il rilascio di dopamina attraverso ricompense costanti e personalizzate, favorendo un utilizzo ripetitivo e prolungato.

In questo contesto si inseriscono le conclusioni preliminari della Commissione europea su TikTok, pubblicate nel febbraio 2026. La Commissione ritiene, a seguito di un’indagine ancora in corso, che alcune funzionalità della piattaforma — come lo scorrimento infinito (scorrimento infinito), la riproduzione automatica dei video (riproduzione automatica), le notifiche continue (notifiche push) e i sistemi di raccomandazione altamente personalizzati — generano rischi sistemici per la salute mentale dei minori e degli adulti vulnerabili. 

Indicatori oggettivi di uso compulsivo

Inoltre, rimprovera all’azienda di non aver tenuto sufficientemente conto di indicatori oggettivi di uso compulsivo, come il tempo che i minori trascorrono online durante la notte o la frequenza con cui aprono l’app. Se queste conclusioni dovessero essere confermate in via definitiva, TikTok potrebbe andare incontro a pesanti sanzioni economiche e, soprattutto, essere costretta a modificare aspetti essenziali dell’architettura del proprio servizio.

La relazione sottolinea che tale intervento della Commissione trova il proprio fondamento giuridico nel regolamento sui servizi digitali (Digital Services Act o DSA). Sebbene il regolamento non utilizzi espressamente l’espressione design che crea dipendenza, fornisce comunque strumenti sufficienti per far fronte a tali rischi. 

Incontro tra Yann LeCun (AMI Labs) e Henna Virkkunen, vicepresidente esecutivo della Commissione europea, al Vivatech di Parigi, il 17 giugno 2026 (Nicolas Kovarik / Unione europea, 2026 / EC – Audiovisual Service, Wikimedia Commons).

Obblighi di legge, valutazione dei rischi, tutela dei minori

In particolare, l’articolo 34 impone alle piattaforme di dimensioni molto grandi di individuare e valutare i rischi sistemici che potrebbero incidere sulla salute pubblica, sul benessere fisico e mentale degli utenti e sulla tutela dei minori. Da parte sua, l’articolo 35 richiede l’adozione di misure efficaci per ridurre tali rischi. 

Inoltre, l’articolo 25 vieta le progettazioni manipolative delle interfacce digitali, note come dark patterns, che alterano o limitano la capacità degli utenti di prendere decisioni libere e informate. Infine, l’articolo 28 stabilisce obblighi specifici in materia di protezione dei minori nell’ambiente digitale.

Promozione di abitudini difficili da controllare, vulnerabilità 

L'autrice spiega che il concetto di design che crea dipendenza si riferisce a scelte progettuali deliberate volte a massimizzare il coinvolgimento dell'utente con la piattaforma attraverso tecniche psicologiche che favoriscono abitudini difficili da controllare. Non si tratta solo di catturare l'attenzione, ma di creare dinamiche di interazione continua che incentivino il consumo costante di contenuti. 

La questione risulta particolarmente preoccupante nel caso degli adolescenti, il cui sviluppo cognitivo ed emotivo li rende più vulnerabili a questo tipo di strategie persuasive. Diversi studi citati nel rapporto mettono in relazione l’uso eccessivo dei social media con livelli più elevati di ansia, depressione, disturbi del sonno, diminuzione della capacità di attenzione e minore controllo degli impulsi.

Caso statunitense

Il rapporto traccia inoltre un interessante parallelo con l’evoluzione del diritto statunitense. Nel marzo 2026, una giuria statunitense ha ritenuto Meta e YouTube responsabili per la natura che crea dipendenza del design delle loro piattaforme. Sebbene il risarcimento economico sia stato relativamente modesto, il valore giuridico della decisione risiede nel fatto che costituisce il primo precedente in cui un tribunale considera negligente il design stesso di un social network. 

Secondo l'autrice, questa risoluzione potrebbe incentivare modifiche alla configurazione delle piattaforme al fine di evitare future responsabilità legali sia negli Stati Uniti che in altri ordinamenti giuridici.

‘I ’meccanismi occulti» rendono difficile abbandonare l’app

Un altro degli aspetti più rilevanti dell'analisi è la stretta relazione tra gli algoritmi di raccomandazione e i dark patterns e la tutela dei minori. 

Gli algoritmi selezionano contenuti altamente personalizzati per mantenere vivo l'interesse dell'utente il più a lungo possibile, mentre le dinamiche nascoste rendono difficile uscire dall'applicazione o interrompere la fruizione continua dei contenuti. La combinazione di entrambe le tecniche aumenta significativamente il rischio di comportamenti compulsivi. 

Per questo motivo, Negreiro sostiene che la protezione efficace dei minori non possa basarsi esclusivamente su limiti di età o su meccanismi di controllo parentale, poiché tali soluzioni trasferiscono la responsabilità alle famiglie senza risolvere il problema strutturale: un modello aziendale concepito per massimizzare la permanenza degli utenti.

Futura normativa: in cosa consiste un “progetto accettabile”

Infine, la relazione conclude che la futura normativa europea dovrà orientarsi verso un modello di “fairness by design” (equità fin dalla progettazione), in cui la tutela dei consumatori e, in particolare, dei minori, sia integrata fin dalla fase di progettazione tecnologica delle piattaforme. 

In tal senso, il futuro Digital Fairness Act potrebbe rafforzare gli obblighi già previsti dal DSA e imporre limiti più rigorosi alle funzionalità manipolative. 

Come sintetizza la giurista, “la sfida di questa ricerca è valutare cosa costituisca un modello accettabile”. Una questione che va oltre l’ambito tecnologico e solleva un dibattito di fondo sulla compatibilità tra gli attuali modelli di business delle grandi piattaforme digitali e l’effettiva tutela dei diritti fondamentali degli utenti più vulnerabili.

Il Parlamento europeo, impegnato su questo tema

Il Parlamento europeo si è dimostrato attivo su questo tema. In una risoluzione del dicembre 2023 sulla progettazione dei servizi online volta a creare dipendenza, ha chiesto che si ponesse fine alle “pratiche opache” e alle lacune nella tutela dei consumatori su Internet. 

La questione è stata affrontata anche più recentemente nella relazione d’iniziativa della Commissione per il mercato interno e la tutela dei consumatori (IMCO) sulla protezione dei minori su Internet e in un’altra relazione sull’impatto dei social media e dell’ambiente online sui giovani, attualmente in fase di elaborazione da parte della Commissione per la cultura e l’istruzione.

L'autoreFrancisco Otamendi

FirmeAntonio Ruiz Valverde

Amici, non progetti

In tempi di polarizzazione, dobbiamo imparare a parlare di ciò che conta senza perdere amici e interlocutori.

6 luglio 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

La conversazione è iniziata in modo innocuo: un commento sui figli, un altro su quanto sia difficile conciliare lavoro e famiglia o su quanto sia cara la vita. Quando qualcuno ha menzionato una famiglia con sette figli e una madre che stava per sottoporsi al suo quinto taglio cesareo, le opinioni si sono accese:

—Questo è davvero irresponsabile.

—Bisogna pensare anche ai figli, non basta solo averli.

Nessuno parlava con crudeltà. Eravamo amici ragionevoli, preoccupati per la salute di quella donna e per le difficoltà di mandare avanti una famiglia così numerosa. Io, padre di diverse figlie, ascoltavo in silenzio. Sapevo cosa significa riorganizzare le spese, conciliare orari impossibili e arrivare alla fine della giornata con la sensazione di non aver prestato abbastanza attenzione a nessuno. Ma sapevo anche che le mie figlie non sono un ostacolo alla vita; sono una parte essenziale della mia vita.

Ho pensato di intervenire. Avrei potuto spiegare che una famiglia numerosa non nasce dall’incoscienza, che molte decisioni incomprensibili dall’esterno vengono prese con libertà e generosità, e che non tutti i sacrifici impoveriscono: alcune rinunce arricchiscono l’esistenza molto più di quanto la riducano. Ma sapevo anche che qualsiasi risposta avrebbe potuto suonare difensiva o moralmente superiore. Ho esitato: parlare o tacere?

Il pericolo del rispetto che allontana

La questione sarebbe la stessa se parlassimo di matrimonio, di denaro, di sessualità, di successo, di sofferenza o di Dio. In molte amicizie c’è un sincero rispetto per la fede dell’altro, purché non si cerchi di “illuminare” la vita altrui. La nostra epoca apprezza questo rispetto; tutela la libertà ed evita che la differenza si trasformi in aggressione. Ma non sempre implica l’ascolto. A volte rispettiamo l’altro tenendolo a distanza: accettiamo che viva come vuole, ma evitiamo di chiedergli quali siano le ragioni della sua vita. Si sente spesso dire «rispetto il fatto che tu la pensi così», il che sembra civile, ma può nascondere un patto tacito: puoi pensarla così, purché non ti aspetti che io ti ascolti troppo.

Quando la fede parla di matrimonio, di perdono, di sofferenza, di sessualità o di denaro, smette di apparire come un’esperienza privata e inizia a formulare una proposta di vita. Ed è proprio lì che molte conversazioni diventano imbarazzanti. Anche noi credenti ci adattiamo a questo tacito accordo: parliamo di lavoro, di figli o di politica, ma nascondiamo le nostre ragioni per paura che cambi la percezione che gli altri hanno di noi. Ci rispettano per quello che siamo o ci rispettano solo finché una parte di noi rimane in silenzio? Non rinunciamo forse a volte a parlare, convinti fin dall’inizio che non ne valga la pena?

Parlare di ciò che riteniamo vero in un’amicizia richiede prudenza. Confondiamo la sincerità con la spontaneità e crediamo che essere onesti significhi dire immediatamente ciò che pensiamo senza valutare l’effetto che ciò produrrà. Ma una verità detta senza prudenza può ferire e chiudere l’altro in se stesso. E per paura di mettere a disagio l’altro, riduciamo le nostre convinzioni a semplici opinioni: “a me aiuta”, “è il mio modo di vederla”, “ognuno ha la propria verità”.

Tra l’imporre e il diluire c’è un percorso impegnativo: offrire la verità come qualcosa di ricevuto e vissuto. Ecco perché non è la stessa cosa dire “avere così tanti figli è da irresponsabili” e rispondere: “capisco che da fuori possa sembrare difficile; anche noi abbiamo dei dubbi e ci sentiamo stanchi, ma non abbiamo mai pensato che i nostri figli ci impediscano di essere felici”. La seconda risposta non trasforma l’esperienza in una norma universale, ma non se ne vergogna né giudica l’altro. A volte la verità si presenta sotto forma di domanda o confidenza. Può bastare un semplice: “Cosa ti porta a vederla così?” oppure “Hai vissuto qualcosa che ti ha influenzato?”. Ascoltare non significa rinunciare alla verità, ma riconoscere che l’esperienza dell’altro merita di essere compresa prima di offrire la propria.

La verità ha bisogno di trovare rifugio nell'amicizia

Ci sono silenzi necessari. Un amico potrebbe non essere pronto o sentirsi ferito, e in quel caso tacere è un atto d’amore. Ma ci sono silenzi che nascono dalla paura di sembrare antiquati o di non piacere più. La prudenza sa discernere quando parlare; la paura cerca di non farlo mai. Il compito del cristiano non è quello di produrre risultati, ma di essere pronto a dire una parola vera quando l’amicizia e l’occasione lo richiedono, né prima per impazienza né dopo per codardia.

La verità ha bisogno di amicizia. Non basta che un’affermazione sia vera: per essere accolta, deve trovare spazio nella relazione. L’amicizia non modifica la verità, ma trasforma il modo di comunicarla. Permette di conoscere le ferite e le resistenze dell’altro. Ci impedisce di rispondere a frasi isolate e ci aiuta a guardare la persona che le pronuncia. Dietro un’opinione sulla maternità può esserci paura; dietro una critica alla Chiesa, una ferita. Ascoltare con attenzione richiede tempo e pazienza. E accompagnare non significa dirigere il processo interiore dell’altro né calcolare il rendimento spirituale della nostra presenza: significa accettare che la persona possa avanzare, fermarsi o tornare indietro; porre domande a cui non sappiamo rispondere; e riconoscere che anche noi abbiamo molto da imparare e da correggere.

Se il coniuge non condivide la nostra visione, la coerenza smette di essere una logica individuale. Non si tratta di dimostrare chi sia più coerente, ma di amare e ascoltare senza rinunciare alla propria coscienza; di riconoscere che la persona che abbiamo promesso di amare non è un territorio da conquistare, ma qualcuno con cui camminare, anche a ritmi diversi.

La salute, il riposo, la stabilità economica o il successo professionale sono beni reali, e goderne non è di per sé sospetto. Il problema sorge quando diventano fini ultimi. Due persone possono seguire la stessa dieta o lavorare per garantire il futuro dei propri figli; una può orientare questi beni verso la generosità e l’altra verso il controllo. Anche la famiglia può diventare motivo di orgoglio. La vita cristiana non si misura in base al numero di rinunce visibili, ma all’amore con cui vengono vissute. Amare significa accettare che la presenza dell’altro altererà i nostri piani; essere amici implica essere disponibili anche quando il rapporto smette di essere comodo; e credere in Dio significa accettare che la vita non si organizza solo in base al desiderio di mantenere il controllo.

Accompagnare senza cercare risultati

Il desiderio che un amico conosca Dio può snaturarsi se trasformiamo il rapporto in un compito da portare a termine. Potremmo finire per misurare l’amicizia in base ai suoi risultati: se torna a messa, se accetta un invito, se si mostra ricettivo. La libertà dell’altro non è un ostacolo all’apostolato, ma una parte essenziale di esso. Accompagniamo perché amiamo l’altro, non perché speriamo di vederlo raggiungere una meta che abbiamo stabilito noi. La domanda cruciale è: continueremmo ad amare quella persona se non cambiasse mai idea né condividesse il nostro modo di intendere la libertà o la felicità? Amare cristianamente non significa smettere di desiderare il suo bene, ma volerlo senza possederlo; offrire senza costringere; parlare senza manipolare. L’amico non è un progetto.

Mentre ascoltavo i miei amici, mi sono reso conto che il silenzio poteva far pensare che il fatto di valutare la vita familiare solo in termini di stanchezza, soldi o perdita di libertà non mi toccasse da vicino. Sono intervenuto:

«Capisco cosa intendi», ho esordito. «Visto dall’esterno può sembrare difficile. Abbiamo rinunciato a molte cose e a volte non riusciamo a fare tutto come vorremmo, ma non abbiamo mai avuto la sensazione che le nostre figlie ci impediscano di vivere; sono una parte essenziale della nostra vita.».

Non ci furono reazioni spettacolari. Uno abbassò lo sguardo; un altro precisò che non si riferiva a tutti i casi. La conversazione proseguì. Non si verificò alcun cambiamento visibile, ma qualcosa era cambiato. Non necessariamente in loro, ma nel rapporto. Per alcuni secondi, l’amicizia smise di basarsi esclusivamente sulla cordialità e dovette fare i conti con una divergenza reale. Forse un’amicizia profonda non si misura dall’assenza di disaccordi, ma dalla capacità di superarli senza smettere di riconoscersi come amici.

Dire la verità può mettere a disagio. Anche ascoltarla. Ma il disagio non è sempre una minaccia: a volte indica che la conversazione è andata oltre le apparenze e ha toccato qualcosa di importante. L’apostolato dell’amicizia inizia dal rispetto, ma non si riduce a una convivenza cordiale in cui ognuno tiene le proprie convinzioni in uno spazio privato e inaccessibile. Condividere la vita significa anche parlare di ciò che la sostiene. Per un cristiano, Dio non è un passatempo riservato a determinati momenti, ma la fonte da cui cerca di comprendere la famiglia, il lavoro, la sofferenza, il riposo e la felicità. Escludere sempre questa dimensione dalla conversazione significa tralasciare qualcosa di essenziale.

Condividere questa fonte non significa trasformare l’amico nel destinatario di una strategia. Non si tratta di raccontare i propri progressi né di tenere conto delle decisioni visibili. L’amico è una persona libera il cui cammino appartiene, in ultima analisi, a Dio. Per questo l’apostolato dell’amicizia richiede una doppia fedeltà: fedeltà alla verità, per non nasconderla per paura di mettere a disagio, e fedeltà all’amico, per non usarla come arma o mezzo di pressione.

Non esistono formule infallibili per sapere quando parlare, quando tacere o quando aspettare; la prudenza nasce dalla conoscenza dell’altro, dalla preghiera e dall’umiltà di riconoscere i propri errori. Evangelizzare non significa vincere una discussione sulla famiglia, sul denaro, sulla sessualità o sul sacrificio; significa mostrare che la vita raggiunge una pienezza maggiore quando i beni ricevuti non si fermano a se stessi. Forse l’apostolato dell’amicizia inizia proprio da lì: quando smettiamo di scegliere tra la verità e l’amico e impariamo a prendersi cura di entrambi allo stesso tempo.

L'autoreAntonio Ruiz Valverde

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Qual è il ruolo dei padrini della Cresima?

Essere padrino di cresima non è solo un ruolo affettivo: è un ruolo all’interno della Chiesa. Il tuo compito concreto è quello di presentare il tuo figlioccio al vescovo, che è il capo della comunità, affinché possa integrarsi pienamente in quel popolo.

Claus Erik Jacob-6 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Il momento in cui ti chiedono di fare da padrino a Conferma è spesso accompagnata da una certa sorpresa, un po’ di orgoglio, forse, ma anche — e questo è l’aspetto più rivelatore — da una certa tensione nel momento in cui si pone la domanda. Non è facile chiederlo e, quando te lo propongono, si avverte chiaramente quella sorta di imbarazzo. Ma perché succede questo? Succede perché quella persona ti ha appena rivelato un aspetto molto intimo dei propri pensieri: la confessione di nutrire per te una grande ammirazione.

Ecco perché sorgono, allo stesso tempo, la sorpresa, l’orgoglio e la tensione. Rendersi conto che qualcuno ti considera in modo particolare tra tutti gli altri ti ricorda che sei una persona di valore e che ne vali la pena, poiché ti viene affidata la responsabilità di vegliare sulla sua anima e sui suoi desideri di salvezza.

Un impegno concreto

In quei primi momenti, c’è il rischio che tu, in qualità di padrino appena nominato, ti limiti a provare solo quel sano orgoglio. Per questo motivo, tenendo conto di ciò, ho voluto dedicare un po’ di tempo a esprimere la mia opinione sulla vera grandezza di questo ruolo. La mia idea è che l’orgoglio di essere padrino non derivi dal semplice riconoscimento sociale, ma affondi le sue radici nella profonda responsabilità che tale scelta comporta.

Essere padrino non è solo un ruolo affettivo: è un ruolo all’interno della Chiesa. Il tuo compito concreto è quello di presentare il tuo figlioccio davanti al vescovo, che è il capo della comunità, affinché si integri pienamente in quella comunità. In fondo, stai introducendo qualcuno a una vita che tu stesso stai vivendo. Ed è proprio questa la domanda che vale davvero la pena porsi prima di accettare: mi interessa vivere con Cristo ed essere parte attiva della sua Chiesa? Non si tratta di essere perfetti — perché nessuno lo è —, ma di avere sinceramente a cuore questa cosa. In fin dei conti, non puoi far entrare qualcuno in una casa in cui tu stesso non entri.

L'analogia con il rugby

Poiché tutto questo può sembrare un po’ schematico e forse non del tutto chiaro, cercherò di spiegare la dinamica propria del padrino ricorrendo a un’analogia.

Qualche tempo fa, mi è capitato di vedere due gruppi di fratelli giocare, per la prima volta fianco a fianco, una partita di rugby. Vale la pena spiegare il contesto: nella scuola in cui lavoro esiste un club di rugby a cui gli studenti possono iscriversi una volta terminati gli studi; si tratta, cioè, di un club di ex-alunni. È così che, col passare del tempo, fratelli di diverse generazioni della scuola finiscono per giocare insieme nella stessa squadra.

La scena era di per sé sorprendente. Vedere concretizzarsi l’orgoglio che provavano per il fratello minore che iniziava a partecipare insieme a loro suscitava una gioia sincera. Soprattutto perché quell’orgoglio non solo rifletteva l’affetto che si poteva provare per l’altro, ma — e questo è l’aspetto più interessante — il fatto che ora il più giovane avrebbe potuto partecipare a qualcosa che aveva reso molto felice il fratello maggiore. Far parte di quella squadra di rugby non significa solo praticare uno sport, ma entrare a far parte di una comunità di persone che perseguono lo stesso obiettivo. In questo modo, il fratello minore entra a far parte di una comunità all’interno della quale il fratello maggiore ha già un ruolo e viene apprezzato.

Il processo di integrazione

Se si osserva la dinamica interna tra i fratelli, emergono alcuni ruoli naturali. Innanzitutto, è molto probabile che il fratello minore abbia iniziato a giocare a rugby perché lo faceva il maggiore. Quindi, c’è un primo invito. Tuttavia, man mano che entrambi continuano a giocare, il fratello maggiore gli avrà insegnato alcune cose, dandogli quei «consigli» che il tempo ha insegnato a lui e, nel frattempo, gli avrà trasmesso la passione per questo sport.

Inoltre, all’insaputa del fratello minore, chi lo invita a partecipare probabilmente parlerà bene di lui all’allenatore e agli altri membri della squadra affinché lo accettino e lo accolgano. Man mano che la situazione evolve, i mondi dei due fratelli inizieranno a fondersi: i loro amici sanno già «di chi è il fratello» e celebrano, proprio, questo legame. E quando il fratello minore finalmente entra in campo per giocare fianco a fianco con il maggiore nella stessa squadra, ciò viene percepito come la naturale realizzazione di un progetto che si stava delineando già da tempo. È semplicemente il culmine di un processo. Il momento in cui si accompagnano alla prima partita insieme finisce per «sacramentalizzare» una relazione che si stava sviluppando da anni.

Ma la storia non finisce qui. Ora che il fratello minore fa parte della squadra, i consigli che seguiranno assumeranno un’altra piega. Il fratello maggiore gli insegnerà le dinamiche interne della squadra. Le correzioni e i consigli saranno formulati con un tono diverso, perché ora si trovano in un rapporto tra pari. Si difenderanno a vicenda, parleranno bene l’uno dell’altro davanti all’allenatore e si assicureranno che siano felici di vivere insieme l’esperienza del rugby nel club.

Dal campo alla Cresima

Nella Cresima si ritrovano esattamente queste stesse dinamiche. Il padrino non viene scelto semplicemente perché si va d’accordo, né per adempiere a un dovere sociale. Ti scelgono perché vedono in te un buon cristiano che ha spinto l’altro a vivere in modo più elevato. Ti viene chiesto di portare a compimento ciò che prima era solo un progetto: di introdurlo alla pienezza della vita cristiana affinché quel giovane possa partecipare pienamente ai tesori della Chiesa.

Ci si aspetta che il padrino sappia guidare e correggere il figlioccio con lo stesso spirito con cui un fratello rugbista lo fa con il proprio fratello minore: perché ama la sua squadra e desidera che il fratello dia il meglio di sé. Nel nostro parallelo, «parlare con l’allenatore» significa pregare per lui; ovvero, parlare a Dio del proprio figlioccio per chiedergli di prestargli attenzione e di aiutarlo a migliorare. Lo condurrà anche a partecipare alla vita della Chiesa — magari con un’opera di misericordia o un pellegrinaggio —, ma sempre con lo spirito di chi invita a una gioia di cui lui stesso sta godendo. Proprio come il fratello accompagna con orgoglio l’altro alla sua squadra di rugby, così il padrino deve condurre con orgoglio il suo figlioccio alla pienezza della Chiesa.

Un'occasione per rinnovare la propria fede

Per tutti questi motivi, diventare padrino porta con sé una nuova riflessione sulla propria vocazione cristiana, che richiede maturità. Si tratta di una nuova opportunità per ricominciare la propria vita cristiana.

L’orgoglio di essere stato scelto deve raggiungere la sua pienezza attraverso un ruolo svolto con dedizione. Ciò consiste, semplicemente, nel voler essere santi, nel mettere a frutto i doni che già possiedi — e che il tuo figlioccio riceverà —, nell’amare profondamente il figlioccio (ma volendolo santo) e nel non smettere mai di pregare per lui.

L'autoreClaus Erik Jacob

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Vaticano

Gesù non ci lascia mai soli di fronte a ciò che ci opprime, afferma il Papa

“Come può essere ”leggero“ e ”delicato“ il peso della croce?”, si è chiesto il Papa questa domenica durante l’Angelus. La sua risposta: «Per un unico motivo: perché il Signore la porta per primo (...), senza mai lasciarci soli di fronte a ciò che ci opprime». Leone XIV ha pregato nuovamente per le vittime dei terremoti in Venezuela.

Redazione Omnes-5 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Papa Leone XIV ha elogiato in quest'ultimo Angelus in Piazza San Pietro prima della sua pausa estiva a Castel Gandolfo, l’umiltà e la semplicità, sulla scia del Vangelo della liturgia di oggi (Mt 11, 25-30), che ci invita a unirci alla lode che Gesù rivolge al Padre, “Signore del cielo e della terra”.

Inoltre, ci si è chiesti: come può essere “leggero” e “delicato” il peso della croce (cfr. v. 30)? Per un’unica ragione: perché il Signore lo porta per primo e insieme a tutti noi, senza mai lasciarci soli di fronte a ciò che ci opprime. Da vero maestro, Gesù si fa carico dell’umanità ferita dal male, per prendersene cura”.

«La saggezza che Egli ci dona è, quindi, un annuncio di salvezza, e il suo giogo ci rialza ogni volta che cadiamo», ha osservato.

Seguire Cristo, “una scuola di libertà”

Seguire Cristo non significa intraprendere un percorso ascetico che mortifica, ha sottolineato il Pontefice. “È una scuola di libertà, che prende sul serio il dramma della storia e ne illumina sempre il senso, soprattutto nei momenti più bui. Infatti, solo sulla croce di Gesù il male viene redento: solo nella sua passione la nostra stanchezza mortale trova consolazione e redenzione”.

Cristo è liberazione, speranza, perdono

“Nella schiavitù, Cristo è liberazione. Sotto il flagello della guerra, Cristo è speranza. Nell’ora del peccato, Cristo è perdono. Questa è la vera saggezza, ovvero la via che vogliamo percorrere insieme, uniti nel suo nome come discepoli”, ha affermato il Papa davanti a circa 20.000 fedeli e pellegrini in Piazza San Pietro, il giorno dopo il suo ritorno da Lampedusa.

“Gesù ce lo insegna in quanto Figlio, facendosi nostro fratello: con la forza dello Spirito Santo, Egli stesso rivela alla Chiesa la verità su Dio e sull’uomo, perché “nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare”, ha proseguito, prima della preghiera mariana dell’Angelus,

La vera saggezza. L'insegnamento di Gesù a coloro che affrontano le difficoltà maggiori

All’inizio del suo discorso, il Santo Padre ha commentato l’elogio di Gesù. “La semplicità di un gesto così spontaneo e gioioso corrisponde allo stile di Dio, che ama rivelarsi “ai piccoli”, mentre rimane nascosto ‘ai saggi e agli intelligenti’”.

“Questi, infatti, sono talmente presi dalle proprie idee da non riconoscere la presenza di Cristo, il Messia che visita il suo popolo. La saggezza umana si trasforma così in arroganza e la dottrina degenera in superbia”...

La vera saggezza di Dio si rivela invece, ha sottolineato il Successore di Pietro, “nell’umiltà della carne“ e il suo insegnamento è rivolto a coloro che vivono le difficoltà più grandi: ”Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi” (v. 28), dice il Signore». 

Andare a Gesù significa ricambiare il suo amore e condividere la sua vita fino alla croce, proprio come Lui stesso ci ha spiegato: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt ”16,24)», ha sottolineato. 

Il dono di sé per amore, sintesi dell’insegnamento di Gesù

Proprio il donarsi per amore è il “giogo” di Gesù (cfr. Mt 11,29), ovvero la sintesi del suo insegnamento, il cuore della sua saggezza, animato da carità verso tutti.

«Cari amici, mentre rendiamo grazie al Signore per questa dimostrazione di fiducia piena d’amore, chiediamo l’intercessione di Maria, Regina della pace, per il bene della Chiesa e del mondo intero», ha concluso il Papa.

Preghiera per le vittime e per tutti i venezuelani

Dopo la recita dell’Angelus, Leone XIV ha aperto il proprio cuore per affermare: “Ricordo sempre nelle mie preghiere le vittime del terremoto e tutto il popolo venezuelano: che il Signore lo sostenga in questo momento così difficile”.

Beatificazione di un sacerdote vietnamita

Il Papa ha inoltre riferito che giovedì scorso, nel Santuario di Tac Say in Vietnam, è stato beatificato il sacerdote Francesco Saverio Tru’o’ng Bǚu, assassinato nel 1946 per odio verso la fede. 

“In un contesto di abuso di potere e violenza, si è fatto paladino dei diritti delle persone e non ha abbandonato i suoi fedeli”, ha affermato Leone XIV.

“Che la loro intercessione e la loro preghiera sostengano i servitori del Vangelo che, anche oggi, si trovano in situazioni di persecuzione”, ha concluso.

L'autoreRedazione Omnes

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Vaticano

In occasione della Festa dell’Indipendenza degli Stati Uniti, Papa Leone XIV rende omaggio ai migranti a Lampedusa

La visita di Papa Leone XIV a Lampedusa ha puntato i riflettori sul dramma migratorio nel Mediterraneo, rivendicando la dignità delle vittime e invitando l’Europa e la comunità internazionale a rispondere con solidarietà e responsabilità.

OSV / Omnes-5 luglio 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

Da oltre 30 anni, il dottor Pietro Bartolo ha visitato più di 350.000 persone e ha effettuato autopsie sui migranti deceduti durante la traversata verso Lampedusa, luogo in cui sono giunti per la prima volta i migranti soccorsi nel Mediterraneo.

Una storia, ha detto, gli è rimasta impressa.

Dopo un naufragio al largo di Malta, un padre raccontò a Bartolo come avesse cercato di tenere in vita la sua famiglia in acqua. Mentre nuotava, teneva il figlio più piccolo stretto al petto, la moglie con una mano e il figlio di tre anni con l’altra. Quando si rese conto di non avere più le forze per salvare tutti, lasciò andare il figlio maggiore.

«Se avesse resistito ancora un minuto, mio figlio sarebbe ancora qui», ha ricordato Bartolo riferendo le parole del padre. Le squadre di soccorso sono arrivate pochi istanti dopo.

«Cercate di capire», ha detto Bartolo in un’intervista al Catholic News Service il 3 giugno, «quanto sia terribile per un padre dover scegliere quale figlio lasciar andare».

Secondo lui, storie come questa spiegano perché Papa Leone XIV si recò a Lampedusa.

Lampedusa, simbolo di solidarietà

Per Bartolo, che ha lavorato per decenni come medico a Lampedusa ed è stato membro del Parlamento europeo, queste tragedie umane spiegano perché Papa Leone abbia scelto questa piccola isola del Mediterraneo per una delle visite più importanti del suo pontificato.

«La gente si chiede perché il Papa venga a Lampedusa», ha detto Bartolo al CNS. «Perché questo è il simbolo della solidarietà».

Quando il primo papa statunitense ha commemorato il 4 luglio il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, non lo fece per celebrare la sua patria, ma in un luogo di approdo dei migranti europei, pregando per i migranti sepolti nel cimitero dell’isola, incontrando i sopravvissuti e celebrando la messa in un luogo dove decine di migliaia di persone fuggono dalla guerra, dalle persecuzioni e dalla povertà.

Prima ancora di pronunciare un solo discorso pubblico, Papa Leone XIII ha deposto dei fiori sulle tombe dei migranti morti nel tentativo di attraversare il Mediterraneo. Ha incontrato una famiglia di migranti presso il monumento «Porta d’Europa», ha benedetto una targa che intitola il molo Favaloro in onore di Papa Francesco e, successivamente, ha celebrato una messa sotto un’immagine della Madonna del Porto Sicuro.

La visita ha voluto richiamare alla mente il primo viaggio di Papa Francesco fuori da Roma nel 2013, quando si recò a Lampedusa per denunciare quella che definì la «globalizzazione dell’indifferenza».

Compassione e responsabilità

«Ringrazio il Signore per l’opportunità di venire a trovarvi, seguendo le orme di Papa Francesco», ha detto Papa Leone XIII nella sua omelia al campo sportivo Arena, nel quartiere di Salina, a Lampedusa.

Ma pur ribadendo l'enfasi che i suoi predecessori avevano posto sui migranti, Papa Leone ha conferito al messaggio una propria impronta teologica.

Riflettendo sulla parabola del Buon Samaritano, ha affermato che Lampedusa oggi si trova «su una strada pericolosa quanto quella che scendeva da Gerusalemme a Gerico».

«Coloro che hanno perso la vita in questo mare sono vittime sia delle decisioni che sono state prese sia di quelle che non sono state prese», ha affermato.

Il Papa ha elogiato i pescatori, i volontari, i soccorritori, le autorità civili e i semplici abitanti dell’isola che da anni accolgono i migranti, ringraziandoli per aver dimostrato «il miracolo della compassione».

«Non c’è amore per Dio senza amore per il prossimo», disse, «e non c’è prossimo se non mi avvicino a lui».

«L’indifferenza verso il bene comune e la corruzione nei loro paesi generano povertà ed emarginazione», ha affermato Papa Leone XIII. Tuttavia, citando la sua prima enciclica, «Magnifica Humanitas», ha aggiunto: «Nessuno è esente da responsabilità».

Anche Papa Leone XIII ha esortato l’Europa ad andare oltre le misure di emergenza, chiedendo politiche a lungo termine in grado di «accogliere, proteggere, sostenere e integrare i migranti», aiutando al contempo i paesi in via di sviluppo affinché «nessuno sia costretto a emigrare».

Il suo messaggio ha varcato i confini dell'Europa.

La migrazione, priorità del pontificato

Oltre all’omelia del 4 luglio, Papa Leone XIII pubblicò un messaggio in occasione del 250° anniversario degli Stati Uniti, nel quale lodò gli ideali fondanti della nazione, quali la libertà e la libertà religiosa, ricordando al contempo agli americani che gli immigrati «hanno fatto parte della storia di questo Paese sin dai suoi inizi».

«Difendere la vita umana significa anche accogliere, proteggere e aiutare gli immigrati», ha scritto, definendo tale accoglienza «non solo un atto di carità, ma anche un riconoscimento della dignità che spetta a ogni persona umana».

Per il primo papa statunitense, la migrazione è stata una priorità in quanto questione di dignità umana. Papa Leone XIII ha approfittato della sua visita al punto di ingresso dei migranti per celebrare la Giornata degli immigrati negli Stati Uniti, affermando che gli immigrati «fanno parte della storia di questo Paese sin dai suoi inizi».

«Accoglierli con compassione e generosità non è solo un atto di carità, ma anche un riconoscimento della dignità che spetta a ogni persona umana.»

Papa Leone XIII ha affermato che il 250° anniversario della firma della Dichiarazione d’Indipendenza non è solo un invito a festeggiare, ma anche a riflettere sulle responsabilità che i figli e le figlie di questo Paese hanno gli uni verso gli altri.

Quel messaggio risuona profondamente a Lampedusa.

I numeri e i volti della tragedia

Secondo il rapporto annuale di Mediterranean Hope sull’Osservatorio sulle migrazioni di Lampedusa, nel 2025 sono arrivati sull’isola circa 40.000 migranti, di cui oltre l’80% provenienti dalla Libia. L’osservatorio ha documentato almeno 1.314 decessi lungo la rotta del Mediterraneo centrale nel corso di quell’anno, pur sottolineando che la cifra reale è probabilmente più alta, poiché molti naufragi non vengono registrati. 

Per Bartolo, tuttavia, le statistiche raccontano solo una parte della storia. Il medico in pensione ha affermato che eseguire autopsie su bambini e famiglie annegati «ha cambiato completamente la mia vita». Ora, il dottore dedica il suo tempo a viaggiare per l’Europa tenendo conferenze nelle scuole e nelle università su ciò a cui ha assistito durante gli anni trascorsi al punto di ingresso dei migranti.

Ricordare i defunti è diventato anche l’impegno di una vita per Tareke Brhane, un rifugiato eritreo che ha attraversato il Mediterraneo prima di arrivare in Italia nel 2006.

Restituire un nome alle vittime

Dopo essere sopravvissuto alla traversata, Brhane ha fondato il Comitato del 3 ottobre a seguito del naufragio avvenuto nel 2013 al largo delle coste di Lampedusa, in cui hanno perso la vita più di 360 persone. L’organizzazione si impegna a identificare coloro che perdono la vita in mare e a restituire un’identità alle vittime sepolte come migranti non identificati.

«La maggior parte ha solo numeri», ha detto Brhane.

Come ha dichiarato alla CNS, la sua commissione ha contribuito all’identificazione di circa 100 salme e ha promosso con successo una campagna affinché l’Italia istituisca il 3 ottobre come giornata nazionale di commemorazione dei migranti morti nel tentativo di raggiungere l’Europa. 

Per Brhane, la decisione di Papa Leone di iniziare la sua visita dal cimitero è stata il gesto più significativo della giornata. Brhane ha dedicato la sua vita all’identificazione dei migranti sepolti senza nome. 

Storicamente, molti corpi recuperati nel Mediterraneo sono stati sepolti solo con un numero di caso, poiché le autorità non erano in grado di identificarli. Il Comitato del 3 ottobre ha collaborato con esperti forensi, autorità italiane e familiari delle vittime per cambiare questa situazione. Come ha dichiarato al CNS, esiste un’enorme differenza tra le tombe dei residenti e quelle senza nome dei migranti. 

«La gente parlerà del porto», disse. «Ma il vero messaggio è che prima è andato al cimitero a pregare per i defunti».

Ha descritto Lampedusa come «un luogo di sofferenza e un luogo di speranza».

Come ha spiegato, molti immigrati che in seguito diventano cittadini britannici, svedesi o olandesi tornano semplicemente per rimettere piede sull’isola dove sono sbarcati vivi per la prima volta.

«Dicono che sia qui che siamo rinati», ha dichiarato Brhane al CNS. 

Con un messaggio simile, il sindaco Filippo Mannino ha detto al Papa durante la sua visita che l’isola è come un faro che «non giudica» e «non sceglie chi illuminare», ma rimane acceso per tutta la notte per chiunque cerchi la costa.

«Nessuno è troppo piccolo per indicare la strada», ha detto.

Una sfida per l'Europa e per il mondo

La visita ha fatto eco al viaggio apostolico che il Papa ha compiuto a giugno in Spagna, dove ha dedicato alcune delle sue dichiarazioni più incisive sulla migrazione alle Isole Canarie, un’altra importante porta d’ingresso per i migranti che cercano di raggiungere l’Europa. In quell’occasione, ha esortato gli europei a non permettere che il turismo nasconda la sofferenza umana che si vive lungo le rotte migratorie e ha incoraggiato i visitatori ad «avere il coraggio di pensare in modo diverso», affermando che un vero riposo dovrebbe portare le persone a riscoprire il senso della vita e la solidarietà verso il prossimo.

Papa Leone ha ribadito questo concetto a Lampedusa, ricorrendo ancora una volta all’immagine del Buon Samaritano per sostenere che essere discepoli di Cristo significa avvicinarsi a chi è nel bisogno invece di «passare oltre».

«Abbiate il coraggio di pensare in modo diverso», ha esortato il Papa a coloro che trascorrono le vacanze sull’isola, incoraggiandoli a non ignorare le sofferenze che si verificano nel mare circostante.

Da questo «angolo remoto d’Europa», ha affermato, la sfida che l’Europa e il resto del mondo devono affrontare può essere vista con una chiarezza insolita.

«Tutto ciò deve avvenire con attenzione, garantendo il rispetto della dignità di ogni persona», ha affermato il Papa il 4 luglio. «Questo è un compito che spetta non solo alle istituzioni pubbliche, ma anche alla società civile nel suo insieme e alla Chiesa».

L'autoreOSV / Omnes

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Cultura

Scienziati cattolici: Antonio Ulloa

Antonio Ulloa nacque a Siviglia in una famiglia profondamente religiosa e fu un pioniere della scienza e dell'esplorazione illuminista

Ignacio del Villar e Alfonso V. Carrascosa-5 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Antonio Ulloa (12 gennaio 1716 – 5 luglio 1795) nacque a Siviglia in una famiglia profondamente religiosa. Due delle sue sorelle divennero suore e un altro fratello frate agostiniano. Per quanto a lui, studiò al Collegio di Santo Tomás, dei Padri Domenicani.

Entrò nella marina spagnola ancora giovanissimo e, a soli diciotto anni, fu nominato tenente di vascello. A quell’età intraprese, insieme a Jorge Juan, la celebre spedizione organizzata dall’Accademia delle Scienze di Parigi per misurare l’arco del meridiano all’equatore, in quello che allora era il vicereame del Perù. Dopo aver completato le misurazioni principali, Ulloa rimase in Sudamerica per oltre un decennio, raccogliendo preziosi dati astronomici, geografici e naturalistici. Lì fu il primo a documentare scientificamente il platino, metallo che in seguito introdusse in Europa, e sembra che sia stato anche il primo a osservare le aurore australi.

Il suo prestigio come scienziato crebbe rapidamente: fu ammesso alle accademie delle scienze di Londra, Parigi, Berlino, Stoccolma e Bologna. Al suo ritorno in Spagna ricoprì incarichi di rilievo nella Marina e nell’amministrazione scientifica, organizzando il primo Gabinetto di Storia Naturale e di Metallurgia, da cui nacque l’attuale Museo Nazionale delle Scienze Naturali. Promosse inoltre la modernizzazione della stampa e la realizzazione di mappe e carte nautiche di grande precisione, fondamentali per la navigazione spagnola.

Ulloa ha sempre manifestato una chiara identità cattolica. Era cavaliere degli ordini di Santiago e di Calatrava e sapeva interpretare i reperti naturali in armonia con la fede. Così, ad esempio, interpretò i fossili marini rinvenuti nella cordigliera delle Ande come parte di un processo graduale della storia naturale compatibile con la Bibbia, sulla stessa linea di altri cattolici illuministi come padre José Torrubia. La figura di Ulloa, figura chiave all’interno della Scuola Universalista Spagnola del XVIII secolo, rappresenta la sintesi tra marinaio, scienziato e cattolico illuminista: un uomo che ha servito la propria patria e ha contribuito al progresso della scienza senza mai abbandonare la propria fede, convinto che entrambe le ricerche, quella della conoscenza umana e quella di Dio, si completino a vicenda.

L'autoreIgnacio del Villar e Alfonso V. Carrascosa

Università Pubblica di Navarra e SCS-Spagna / Ricercatore del CSIC.

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Ecologia integrale

Il confine tra lavoro e famiglia è labile, avverte un rapporto del Pew Research Center

I genitori che lavorano ritengono che il confine tra lavoro e famiglia sia sfumato e non ben definito. Inoltre, secondo il Pew Research, la metà dei genitori che lavorano a tempo pieno (52%) afferma che il proprio lavoro rende loro difficile essere dei buoni genitori. Conciliare le due sfere è difficile, sostengono in molti.

Redazione Omnes-5 luglio 2026-Tempo di lettura: 7 minuti

– Rachel Minkin, Luona Lin, Dana Braga e Kiley Hurst

Per molti genitori statunitensi che lavorano a tempo pieno, il confine tra lavoro e famiglia non è ben definito, secondo un rapporto del Pew Research Center basato su un sondaggio condotto tra il 2 e il 15 marzo 2026 su un campione di 2.242 genitori lavoratori statunitensi.

 – Il 70% dichiara di occuparsi delle attività legate alla cura dei figli mentre lavora.

– Il 59% afferma di occuparsi delle faccende legate al lavoro quando è con i propri figli.

– Il 54% afferma che ha difficoltà a conciliare le proprie responsabilità lavorative e familiari.

Un onere particolare per le madri

I genitori, soprattutto le madri, spesso devono sopportare il peso psicologico derivante dal tentativo di conciliare le esigenze delle loro famiglie con quelle del lavoro. E con così tanti impegni, non c’è da stupirsi se a volte sentono di non riuscire a dare il 100% né a casa né al lavoro.

Come ha osservato una madre nel sondaggio sulla difficoltà di conciliare lavoro e famiglia: “Si presume che io debba lavorare come se non avessi figli e svolgere il mio ruolo di genitore come se non avessi un lavoro”.

Per questo progetto, Pew ha intervistato 2.242 genitori che lavorano tra il 2 e il 15 marzo 2026 per capire come gestiscono questi aspetti della loro vita. Ciò che hanno dichiarato offre spunti di riflessione.

Le madri che lavorano a tempo pieno tendono più dei padri a sentirsi incapaci di dare il 100 % sia a casa che al lavoro.

Conclusioni principali

Circa la metà dei genitori che lavorano a tempo pieno (52%) afferma che il proprio lavoro rende loro difficile essere dei buoni genitori. D’altra parte, il 45% sostiene che essere genitori renda loro difficile fare carriera.

Rispetto ai padri, le madri che lavorano si assumono maggiori responsabilità in famiglia e hanno più difficoltà a trovare un equilibrio. Il 62 % delle madri che lavorano a tempo pieno afferma di avere difficoltà a conciliare il lavoro con le responsabilità familiari, contro il 47 % dei padri. 

Nelle coppie eterosessuali in cui entrambi i genitori lavorano a tempo pieno, il 52 % afferma che la madre si fa carico di un maggior numero di compiti legati all’educazione dei figli, mentre una percentuale minore indica che il padre ne svolge di più (10 %) o che tali compiti sono equamente ripartiti (39 %). 

L'accesso alle prestazioni lavorative per i genitori che lavorano varia a seconda del reddito.

I genitori che lavorano a tempo pieno e hanno un reddito familiare più basso sono, sistematicamente, quelli che hanno meno probabilità di dichiarare di avere accesso a benefici quali ferie retribuite (PTO), permessi retribuiti distinti dal PTO e assicurazione sanitaria fornita dal datore di lavoro (tra coloro che non lavorano in proprio). 

Questo gruppo è anche quello che teme maggiormente di perdere lo stipendio — o il posto di lavoro — se si assenta dal lavoro perché il figlio è malato o non è possibile avvalersi di un servizio di assistenza all’infanzia.

I vantaggi del lavoro da casa quando necessario 

La maggior parte dei genitori che lavorano a tempo pieno afferma che poter contare sulla flessibilità di lavorare da casa quando necessario sarebbe estremamente o molto utile (tra coloro che non sono lavoratori autonomi). Tuttavia, solo il 24 % di questi genitori dichiara di avere molta flessibilità per lavorare da casa. 

Chi lavora abitualmente da casa vede alcuni vantaggi in questa modalità, come la possibilità di partecipare alle attività dei propri figli quando queste coincidono con l’orario di lavoro. Tuttavia, non sono più propensi di chi lavora da casa con minore frequenza ad affermare che per loro sia facile conciliare il lavoro con la vita familiare. Per saperne di più sulle esperienze dei genitori che lavorano da casa.

L'assistenza all'infanzia: i costi

A tutti i livelli di reddito, i genitori affermano che il costo rappresenta il principale ostacolo nella ricerca di servizi di assistenza all’infanzia. I genitori con redditi bassi e medi sono più propensi rispetto a quelli con redditi familiari più elevati a affidarsi a parenti, amici o vicini per la cura dei propri figli. La maggior parte dei genitori con redditi elevati ricorre a servizi di assistenza all’infanzia a pagamento, come asili nido o scuole dell’infanzia. 

Questa analisi si concentra principalmente sulle esperienze dei genitori che lavorano a tempo pieno, che rappresentano il 73 % dei genitori statunitensi con figli di età inferiore ai 18 anni (di cui l’89 % dei padri e il 59 % delle madri, secondo un’analisi del Pew Research Center basata sui dati dell’Ufficio del Censimento degli Stati Uniti) per il 2025. Per saperne di più sulle esperienze dei genitori che lavorano a tempo parziale e come sono cambiate le modalità di lavoro dei genitori statunitensi.

Conciliare il lavoro con la vita familiare ha un impatto diverso sulle madri e sui padri.

“Le mie responsabilità lavorative non finiscono mai…”

I genitori che lavorano non sempre riescono a distinguere chiaramente tra vita lavorativa e vita familiare. Come ha scritto un padre nel sondaggio: “Ho l’impressione che le mie responsabilità lavorative non abbiano fine, il che mi rende difficile staccare la spina la sera per concentrarmi sulla mia famiglia”.”

Per la maggior parte dei genitori che lavorano a tempo pieno, gli impegni lavorativi si protraggono a casa, mentre quelli legati alla cura dei figli finiscono al lavoro. 

Questa sovrapposizione è particolarmente evidente tra le madri. Circa otto madri su dieci che lavorano a tempo pieno (81%) dichiarano di occuparsi dei compiti legati alla cura dei figli durante la giornata lavorativa, almeno occasionalmente. Tra queste, 38% delle madri dichiarano di farlo molto spesso, quasi il doppio rispetto ai padri che affermano lo stesso (17%).

Tuttavia, anche molti genitori provano questa tensione. La maggior parte dei genitori che lavorano a tempo pieno afferma di occuparsi delle faccende legate all'educazione dei figli mentre è al lavoro (62%) e delle mansioni lavorative mentre è con i propri figli (57%), almeno occasionalmente.

Quando il lavoro interferisce con l'educazione dei figli

La maggior parte dei genitori che lavorano a tempo pieno (60%) ritiene di trascorrere troppo poco tempo con i propri figli, e molti di loro affermano che ciò sia dovuto agli impegni lavorativi piuttosto che ad altri motivi.

Inoltre, quasi la metà (47%) afferma che le proprie responsabilità lavorative impediscono loro, almeno occasionalmente, di partecipare alle attività in cui sono coinvolti i propri figli, come i concerti scolastici o gli eventi sportivi.

Le madri sono particolarmente inclini a dichiarare di sentirsi infastidite quando, per motivi di lavoro, si perdono le attività dei propri figli: il 65% si sente estremamente o molto infastidito, rispetto al 45% dei padri. Ciononostante, la maggior parte dei genitori afferma di provare almeno un po’ di fastidio quando ciò accade.

Molte mamme e molti papà provano una grande o estrema tristezza quando, a causa del lavoro, non riescono a partecipare alle attività dei propri figli.

Non hanno abbastanza tempo per gli hobby, le relazioni e la cura di sé

Tra i genitori che lavorano a tempo pieno, circa la metà o più dichiara di non avere tempo sufficiente per attività come gli hobby, vedere gli amici, fare esercizio fisico o rilassarsi.

Le madri sono molto più propense dei padri ad affermare di non avere tempo sufficiente per ciascuna di queste attività. Ad esempio, il 65 % delle madri dichiara di non avere tempo sufficiente per fare esercizio fisico, rispetto al 52 % dei padri. Allo stesso modo, le madri sono più propense dei padri ad affermare di non avere abbastanza tempo per rilassarsi (67 % contro il 53 %).

Come si dividono le faccende domestiche genitori che lavorano a tempo pieno

Abbiamo riscontrato differenze anche nel modo in cui le madri e i padri che lavorano a tempo pieno si dividono i compiti genitoriali e le faccende domestiche. (Questa analisi si concentra sulle famiglie in cui entrambi i genitori lavorano a tempo pieno, poiché si tratta della situazione lavorativa più comune tra le coppie eterosessuali con figli).

Tra i genitori sposati o che convivono in questo tipo di famiglia, il 52% afferma che la madre si occupa maggiormente dell’educazione dei figli rispetto al padre, mentre il 39% ritiene che entrambi contribuiscano in egual misura. Una percentuale simile indica che la madre svolge la maggior parte delle faccende domestiche (43%) o che queste sono ripartite equamente (40%). Una percentuale molto inferiore afferma che il padre svolge più compiti legati all’educazione dei figli o alle faccende domestiche.

Ppunti di vista diversi

Le madri e i padri hanno spesso punti di vista molto diversi su come ripartirsi i compiti relativi all’educazione dei figli e alle faccende domestiche. La maggior parte delle madri afferma che loro stesse si assumono maggiori responsabilità rispetto al coniuge o al partner. I genitori, invece, tendono a dire che questi compiti sono condividono in parti uguali.

Per quanto riguarda il lavoro retribuito, una percentuale simile di genitori in queste famiglie afferma che il padre lavora più a lungo in una giornata tipo (41%) oppure che entrambi i genitori lavorano all’incirca lo stesso numero di ore (39%). 

Circa una persona su cinque (21%) afferma che la madre lavora più a lungo. Ma anche nelle famiglie in cui la madre lavora più tempo rispetto al padre, è molto più probabile che i genitori affermino che la madre si occupi maggiormente dei figli e delle faccende domestiche rispetto al padre.

Genitori che lavorano a tempo parziale: la maggior parte sono donne (79%)

I genitori che lavorano a tempo parziale presentano alcune caratteristiche distintive. La maggior parte sono donne (79%). Inoltre, la maggioranza (58%) vive in famiglie a basso reddito, mentre 33% ha un reddito medio e 6% un reddito elevato.

Anche la natura dei loro orari di lavoro è diversa, poiché i genitori che lavorano a tempo parziale sono più propensi rispetto a quelli che lavorano a tempo pieno a dire quanto segue:

– L’orario è imprevedibile (23% rispetto ai 11% dei genitori che lavorano a tempo pieno).

 – Grande flessibilità nella scelta degli orari in cui svolgere le ore richieste (41% rispetto a 26%).

Stesse sfide per i genitori che lavorano a tempo pieno e a tempo parziale

I genitori che lavorano a tempo parziale hanno meno probabilità di beneficiare di prestazioni aziendali quali l’assicurazione sanitaria, le ferie retribuite e altri permessi retribuiti. Ad esempio, il 37 % dei genitori che lavorano a tempo parziale ha accesso all’assicurazione sanitaria tramite il proprio lavoro, rispetto all’87 % di coloro che lavorano a tempo pieno.

Nonostante le diverse modalità di lavoro, I genitori che lavorano a tempo parziale devono affrontare molte delle stesse difficoltà di chi lavora a tempo pieno. 

Una percentuale simile di genitori che lavorano a tempo parziale (51 %) e a tempo pieno (54 %) afferma di avere difficoltà a conciliare il lavoro con le responsabilità familiari. 

Allo stesso modo, percentuali simili indicano che, nell’ultimo anno, hanno avuto la sensazione di non poter dare il 100 % sul lavoro a causa della necessità di conciliare entrambe le responsabilità (rispettivamente il 42 % e il 46 %).

Foto: Jessica Rockowitz/Unsplash.

L'autoreRedazione Omnes

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SOS reverendi

Toccare il Papa, toccare Dio

L’affetto verso il successore di Pietro nasce proprio da ciò che egli rappresenta. Vogliamo toccare il Papa perché ci avvicina a Cristo.

José Gorgas-5 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Le immagini della recente visita di Papa Leone XIV in Spagna rimarranno a lungo nella nostra memoria. Sono stati giorni di fede condivisa e di gioia ecclesiale. Ma, tra i tanti momenti vissuti, c’è stato un dettaglio che ha attirato particolarmente la mia attenzione: il desiderio che la gente provava di toccare il Papa.

Non era curiosità, né desiderio di mettersi in mostra. C’era qualcosa di più profondo. Si percepiva dai volti di coloro che attendevano pazientemente dietro le transenne e dall’emozione di chi riusciva a sfiorare per un istante la mano del Santo Padre. Come se quel contatto fisico fosse l’espressione visibile di un affetto che da tempo aspettava l’occasione per manifestarsi.

Collaboratori della tenerezza

Particolarmente commovente è stata la scena dei bambini piccoli. Mi ha inevitabilmente ricordato quelle pagine del Vangelo in cui alcune madri portavano i propri figli da Gesù, affinché egli imponesse loro le mani e li benedicesse. In questi giorni abbiamo visto gli addetti alla sicurezza prendere in braccio dei neonati per avvicinarli al Papa.

Bisogna riconoscere il merito di quelle guardie del corpo. Abituati a garantire la sicurezza, hanno saputo anche diventare portatori di tenerezza. Grazie a loro, molti genitori hanno potuto vivere un momento che difficilmente dimenticheranno.

Era altrettanto bello osservare come la folla condividesse quel privilegio. Nessuno sembrava voler monopolizzare quel momento. Una mano sfiorava il Papa e subito dopo lasciava il posto a un’altra. C’era una delicatezza collettiva, una sorta di tacito accordo affinché tutti potessero partecipare a quel tesoro.

I segni di cui l'amore ha bisogno

Perché questo bisogno di toccare? Forse perché noi esseri umani abbiamo bisogno che l’amore diventi visibile. Abbiamo bisogno di segni. L’affetto cerca di esprimersi attraverso i sensi. Tocchiamo ciò che amiamo e desideriamo avvicinarci fisicamente a chi rappresenta qualcosa di importante per noi. Tuttavia, durante questa visita c’è stato un altro contatto ancora più profondo.

I due grandi momenti eucaristici vissuti a Madrid hanno lasciato un'impressione indelebile. Durante la veglia con i giovani, il silenzio dell'adorazione è stato impressionante. Migliaia di persone riunite e, tuttavia, una quiete così intensa che sembrava di sentire il passaggio della grazia nelle anime. Qualcosa di simile è accaduto durante la celebrazione a Cibeles. Dopo la comunione è giunto il momento del ringraziamento. Allora sono scomparse le voci, i canti e il frastuono. Si sentiva solo il canto degli uccelli. Quella moltitudine immensa rimaneva in silenzio di fronte a una Presenza infinitamente più grande di quella di qualsiasi essere umano.

Una parabola sul calore invisibile

Quel giorno ho avuto l’occasione di distribuire la comunione. A noi sacerdoti sono stati consegnati dei recipienti piuttosto insoliti. Si trattava di semisfere metalliche coperte da un coperchio trasparente in metacrilato che proteggeva le forme consacrate dal vento.

L'idea era buona, ma gli organizzatori non avevano previsto un dettaglio: il sole splendente di quella mattina madrilena riscaldava il metallo fino a temperature sorprendenti. Molti sacerdoti avvolgevano quei recipienti con la stola per proteggerli dal calore. Le mani percepivano chiaramente quella temperatura in aumento.

Mentre reggevo il calice, mi è venuto in mente un pensiero inaspettato. Il calore che avvertivamo fisicamente non era nulla in confronto al calore invisibile che il Corpo di Cristo trasmette all’anima. Quella semisfera ardente è diventata per me una piccola parabola. Toccare Dio ci riscalda sempre dentro.

La fede cristiana è, in un certo senso, la storia di un Dio che si lascia toccare. I contemporanei di Gesù toccarono le sue mani, le sue vesti e persino le ferite del suo corpo risorto. Oggi possiamo ancora toccarlo sacramentalmente nell’Eucaristia.

Per questo, vedendo tante persone desiderose di toccare il Papa, ho pensato che quel gesto nascondesse una verità più profonda. L’affetto verso il successore di Pietro nasce proprio da ciò che egli rappresenta. Vogliamo toccare il Papa perché ci avvicina a Cristo. Ci commuove stringergli la mano perché vediamo in essa la continuità visibile della missione che il Signore ha affidato a Pietro.

Ma il cuore del cristiano non può fermarsi qui. Ogni vicinanza al Papa è chiamata a condurci verso una vicinanza ancora maggiore. Ogni emozione umana deve sfociare nell’incontro con Dio.

In questi giorni, migliaia di persone hanno voluto toccare il Papa. Ed è stato bellissimo vederlo. Ma è ancora più bello ricordare che, in ogni comunione, è Dio che tocca noi. E quando ciò accade, l’anima raggiunge la vera temperatura della grazia.

L'autoreJosé Gorgas

Sacerdote

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Libri

«Padres Guardametas»: il sito web che analizza in modo approfondito i libri per bambini e ragazzi

A differenza di altre piattaforme, su questa è possibile trovare i titoli più recenti e di maggior successo commerciale, che di solito sono quelli più richiesti dai bambini.

Javier García Herrería-4 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Marta se ne accorse quasi per caso. Mentre riordinava la stanza di suo figlio tredicenne, trovò un romanzo per ragazzi molto popolare tra i suoi compagni di classe. Lo aveva comprato lei stessa qualche settimana prima, attratta dalle recensioni positive e dal fatto che il ragazzo, finalmente, avesse ricominciato a leggere. Ma sfogliandolo ha scoperto scene e dialoghi che non si sarebbe aspettata di trovare in un libro pensato, in teoria, per la sua età. «Se me lo avessero detto, non dico che non glielo avrei fatto leggere, ma almeno avrei potuto parlarne con lui prima», racconta.

Storie come quella di Marta si ripetono in molte famiglie. I genitori controllano quali serie guardano i propri figli, verificano le app che utilizzano e vigilano sulla loro alimentazione, ma il contenuto dei libri che leggono spesso sfugge alla loro attenzione. Proprio per colmare questa lacuna nasce Genitori dei portieri, una nuova piattaforma promossa da Alexia Editorial.

Un database che cresce ogni giorno

Lo strumento funziona come un catalogo di consultazione: per ogni libro incluso, offre una scheda con informazioni dettagliate sulla presenza di violenza, scene di natura sessuale, linguaggio volgare, consumo di droghe o alcol e contenuti ideologici quali riferimenti all’ideologia di genere o all’occultismo. 

Il database conta già 400 titoli di grande attualità, ma qualsiasi utente può richiedere l'analisi di un titolo non ancora presente nel catalogo, tramite il modulo di contatto disponibile sul sito.

Criteri di analisi

Rafael Martínez-Echevarría, promotore dell’iniziativa, spiega che il progetto nasce da una domanda che, secondo lui, non ci si pone più: non se i bambini leggano o meno, ma cosa leggano esattamente. A suo avviso, “per molto tempo si è dato per scontato che qualsiasi lettura fosse positiva per il semplice fatto di essere tale, e questo ha portato molte famiglie a smettere di prestare attenzione al contenuto specifico di ogni opera”. 

Martínez-Echevarría sottolinea che “lo strumento non intende giudicare la qualità letteraria delle opere né fungere da filtro morale che decida cosa si possa leggere e cosa no”. Il suo approccio, afferma, è diverso: “Ogni famiglia ha il proprio modo di educare e i propri limiti, e l’unica cosa che fa la piattaforma è mettere a disposizione dati concreti e verificabili affinché siano i genitori stessi a decidere, senza che nessuno decida al posto loro”.

Per l'ideatore del progetto, la libertà di scelta dipende dal disporre di informazioni sufficienti per poterla esercitare. Acquistare un libro senza sapere cosa contengano realmente le sue pagine, sostiene, equivale a decidere alla cieca. Per questo riassume la missione di «Padres Guardametas» come un tentativo di portare trasparenza laddove, finora, ne c'era ben poca.

Una piccola casa editrice con una missione ben precisa

Alexia Editorial si definisce una casa editrice in crescita il cui obiettivo è affiancare i genitori nel compito, non sempre semplice, di educare i propri figli. La casa editrice invita inoltre le famiglie stesse a partecipare all’ampliamento del catalogo, suggerendo titoli e condividendo le proprie recensioni, con l’idea che il database continui a crescere grazie alla collaborazione degli utenti.

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TribunaJosé Mazuelos Pérez

Quando un Papa lascia una speranza nella terra che lo ha accolto

La visita di Leone XIV alla diocesi delle Canarie è stata un evento che ha segnato la storia di questa Chiesa particolare. Non solo perché è stata la prima volta che un Successore di Pietro ha messo piede su questa terra, ma anche perché la sua presenza ha rappresentato una vera esperienza di comunione, di speranza e di rinnovamento spirituale.

4 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Mi risulta ancora difficile descrivere a parole tutto ciò che ho vissuto. L’emozione di quei giorni è ancora viva in me. Vedere migliaia di persone scendere spontaneamente in strada per salutare il Santo Padre, osservare intere famiglie che aspettavano per ore il suo passaggio, scoprire l’affetto sincero con cui il popolo delle Canarie ha voluto accoglierlo… sono immagini che rimarranno per sempre impresse nel mio cuore.

Ma se c’è una cosa che mi ha colpito particolarmente è stato vedere come il Papa non smettesse mai di guardare le persone. Ogni saluto, ogni gesto, ogni benedizione scaturivano da un’autentica vicinanza. Anche durante gli spostamenti, quando scorgeva qualcuno in attesa lungo la strada, abbassava il finestrino dell’auto per salutarlo. Sono dettagli apparentemente piccoli, ma che rivelano un modo profondamente evangelico di esercitare il ministero petrino.

L'intera visita si è articolata attorno a tre grandi temi che, a mio avviso, riassumono perfettamente il pontificato di Leone XIV: l'evangelizzazione, la bellezza e la carità. Madrid ha mostrato la ricchezza della fede tramandata nel corso dei secoli; Barcellona ha ricordato come la bellezza conduca a Dio; e Le Canarie hanno accolto il grande messaggio sulla dignità di ogni persona umana, in particolare di coloro che sono costretti ad abbandonare la propria terra alla ricerca di un futuro migliore.

Non è stato un caso che il Santo Padre abbia voluto soffermarsi ad Arguineguín. Lì non si è limitato a tenere un discorso sul fenomeno migratorio. Ci ha invitato a contemplare il volto concreto di uomini, donne e bambini la cui dignità non può mai dipendere da un documento, da una frontiera o da un interesse politico. Ha ascoltato testimonianze dolorose, ha abbracciato sofferenze reali e ha ricordato che nessuna persona può essere ridotta a un problema o a una cifra.

La questione migratoria richiede risposte politiche, giuridiche e sociali, ma prima di tutto esige una risposta morale. L’Europa non può abituarsi a contemplare la sofferenza umana da lontano. Dobbiamo impegnarci per combattere le mafie che trafficano in esseri umani, favorire percorsi di migrazione regolari e promuovere lo sviluppo dei paesi di origine. La difesa della dignità umana non può mai diventare una questione ideologica.

Proprio uno dei grandi valori di questa visita è stata la sua capacità di riportare la persona al centro. Il Papa ha parlato della vita in tutta la sua ampiezza. Lo ha fatto in Parlamento, lo ha fatto alle Canarie e lo ha fatto in ciascuno dei suoi incontri. Ci ha ricordato che la difesa della dignità umana non ammette frammentazioni né interpretazioni di parte. Ogni vita merita di essere protetta, dal suo inizio fino al suo naturale termine, e ogni persona merita di essere rispettata, qualunque sia la sua condizione.

Ho avuto modo di condividere con Leone XIV momenti di semplice conversazione durante gli spostamenti. Abbiamo parlato di molti argomenti, anche di questioni quotidiane. Questa vicinanza permette di scoprire un uomo profondamente umano, sereno, gioioso e dotato di una straordinaria capacità di ascolto. Bastava osservare il suo volto per rendersi conto che era felice in nostra compagnia.

Mi ha commosso profondamente anche l’affetto che ha manifestato nei confronti del popolo delle Canarie. Era consapevole dell’impegno profuso in questi anni per accogliere migliaia di migranti e ha voluto ringraziare pubblicamente la nostra società per la sua generosa risposta. Era ben consapevole delle difficoltà che abbiamo attraversato e, proprio per questo, ha voluto riconoscere la grandezza di un popolo che, lungi dal lasciarsi sopraffare dalla paura, ha reagito all’insegna della solidarietà e della fratellanza.

Nella Cattedrale ho vissuto un altro momento particolarmente significativo quando ha fatto riferimento ai nostri tradizionali fiori dell’Ascensione. È stato un gesto di enorme delicatezza pastorale. Aveva voluto conoscere le nostre espressioni di fede e ha saputo integrarle con naturalezza nel suo messaggio. Non è venuto semplicemente per pronunciare discorsi; ha voluto incontrare la storia, la cultura e la spiritualità di questa Chiesa in cammino nelle Canarie.

Se dovessi riassumere in una sola frase ciò che Leone XIV ci ha lasciato dopo la sua visita, direi che ci ha restituito la speranza. Viviamo in tempi segnati dalla polarizzazione, dal disincanto e dalla sfiducia. Tuttavia, il Papa ci ha ricordato che la Spagna possiede un’immensa ricchezza spirituale e umana; che siamo eredi di una tradizione capace di illuminare il mondo e che non possiamo rassegnarci al pessimismo né a sterili scontri.

La visita è terminata, ma ora inizia il compito più importante: dare vita a tutto ciò che abbiamo ricevuto. Un Papa passa; il Vangelo rimane. E il più grande omaggio che possiamo rendere a Leone XIV non consiste nel conservare il ricordo di queste giornate storiche, ma nel trasformare le sue parole in un impegno quotidiano.

Le Canarie fanno già parte della storia dei viaggi apostolici. Ma desidero, soprattutto, che questo evento entri a far parte della storia della conversione della nostra Chiesa. Perché la speranza che il Santo Padre ha seminato tra noi darà frutto solo se saremo capaci di viverla e di trasmetterla alle nuove generazioni.

L'autoreJosé Mazuelos Pérez

Vescovo delle Isole Canarie. Presidente della Sottocommissione episcopale per la famiglia e la difesa della vita.

Quando l'arte mette a disagio la fede

Ogni opera d’arte ci pone qualcosa davanti agli occhi. Ciò che ne scorgiamo dipende meno dall’opera stessa che dal cuore di chi la contempla.

4 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

La rappresentazione di “Godspell” durante la veglia L'incontro con Papa Leone XIV a Madrid ha lasciato una domanda sospesa tra gli applausi e le critiche. Cosa ha davvero infastidito? Il musical, la sua estetica, il suo linguaggio o il fatto che il Vangelo fosse presentato in una veste che alcuni non si aspettavano?

La polemica non era una novità. I protagonisti cambiavano, ma la reazione umana era sempre la stessa.

Norman Rockwell sembrava aver anticipato quella reazione già decenni prima. In uno dei suoi dipinti mise a confronto un ritratto classico di John Singer Sargent con un altro, astratto, di Picasso. Di fronte a essi collocò tre spettatrici. Una madre e la sua bambina che si identificano con il ritratto figurativo di Sargent. La terza, di spalle, rivolge tutta la sua attenzione al Picasso. Ognuna rimane davanti all’opera in cui si riconosce. Nessuna sembra provare curiosità per l’altra.

Rockwell non raffigura un conflitto tra stili artistici; raffigura piuttosto la facilità con cui cerchiamo ciò che conferma il nostro modo di intendere il mondo. Mette a confronto due modi di guardare: quello che cerca di confermare ciò che già conosce e quello che accetta di rimanere di fronte a ciò che ancora non comprende.

Saper guardare

Guardare non significa solo rivolgere lo sguardo verso qualcosa. Guardare implica dedicare tempo, sospendere il giudizio e lasciare che ciò che abbiamo davanti ci trasformi. Quando rinunciamo a questa possibilità, smettiamo di entrare in contatto con l’opera, con la persona o con il Vangelo. Ci imbattiamo solo nelle nostre aspettative.

Il motto della visita di Papa Leone XIV a Madrid era “Alza lo sguardo”. L’espressione invita a rivolgere lo sguardo verso Cristo, ma anche a rivedere il modo in cui contempliamo la realtà. Perché alzare lo sguardo non significa solo guardare più in alto. Significa anche guardare oltre le nostre categorie, i nostri pregiudizi e ciò che ci aspettiamo di trovare.

Questo è esattamente ciò che Rockwell ha dipinto. Tre persone che osservano le stesse opere, ma incapaci di vedere la stessa cosa. Forse non ha dipinto un museo. Ha dipinto una veglia. Non perché anticipasse un musical specifico, ma perché ha compreso che ogni proposta veramente nuova ci costringe a scegliere tra due atteggiamenti: proteggere le nostre certezze o lasciare che la realtà allarghi il nostro orizzonte. Anche quando quella realtà arriva con un accento gospel.

Le lingue

Durante la veglia, “Godspell” ha preso il posto del Picasso di Rockwell. Non perché le due opere siano paragonabili, ma perché hanno suscitato una domanda simile. Alcuni sono rimasti lì davanti con curiosità; altri hanno reagito con diffidenza prima ancora di lasciarsi coinvolgere.

Mentre alcune persone si sono sentite a proprio agio con la musica pop, il rock e le ballate, vedendovi creatività, allegria e un nuovo modo di annunciare il Vangelo, altre vi hanno visto una rottura con ciò che considerano proprio dell’ambito religioso.

Non era la prima volta che il gospel subiva un simile rifiuto. Quando Thomas A. Dorsey iniziò a incorporare il blues e il jazz nella musica cristiana, molti ritenevano che quei ritmi non avessero posto nel culto. Oggi è difficile comprendere la storia del gospel senza quella rottura iniziale. Ogni generazione sembra aver bisogno di ricordare che il Vangelo rimane immutato, mentre i suoi linguaggi possono rinnovarsi.

La veglia ha riprodotto, in un certo senso, la scena di Rockwell. Ognuno ha trovato un linguaggio in cui riconoscersi. La domanda è: quanti di noi si sono avvicinati anche al linguaggio che non era il proprio? Lo stesso Vangelo è pieno di sorprese che spiazzano chi crede di sapere in anticipo come Dio debba agire.

Lasciarci sorprendere

Ogni opera d’arte ci pone qualcosa davanti agli occhi. Ciò che ne scorgiamo dipende meno dall’opera stessa che dal cuore di chi la contempla.

Forse la domanda che “Godspell” ha lasciato aperta non è se quel musical avesse spazio nel programma di una veglia. La domanda potrebbe piuttosto essere: siamo ancora capaci di alzare lo sguardo prima di giudicare? Perché solo chi accetta di guardare davvero può lasciarsi sorprendere dal Vangelo.

L'autorePeca Macher

Peca Macher è architetto e curatrice d'arte, fondatrice di Präsenz, un progetto che integra arte, educazione e leadership consapevole attraverso la pausa, lo sguardo e l'ascolto. Con oltre 25 anni di esperienza nella gestione e nella riflessione culturale, scrive e fa ricerca sulla memoria, sull'esperienza estetica e sull'arte come strumento di trasformazione personale e sociale. È autrice del libro Präsenz. L'arte come strumento di trasformazione umana ed educativa.

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Evangelizzazione

Madeleine Delbrêl. Dio non è morto!

Madeleine Delbrêl non era una suora, né una fondatrice, né una teologa, ma una donna laica, artista e attivista immersa in realtà difficili, che ha trovato la sua missione (e Dio) per strada, letteralmente.

Gerardo Ferrara-4 luglio 2026-Tempo di lettura: 7 minuti

Si dice che i francesi siano italiani di cattivo umore. Io, che sono italiano e spesso sono di cattivo umore, potrei quindi definirmi francese! Scherzi a parte, ho sempre amato la cultura, la lingua, il modo di pensare e anche l’eredità spirituale di questo grande Paese che è la Francia, e dei suoi abitanti, che noi italiani chiamiamo “cugini dall’altra parte delle Alpi”. Ecco perché voglio dedicare un articolo a una grande donna francese: Madeleine Delbrêl.

Madeleine, proprio come Dorothy Day —con cui è stata spesso paragonata— e Flannery O'Connor, non era una suora, né una fondatrice né una teologa, bensì una donna laica, artista e attivista immersa in realtà difficili, che ha trovato la sua missione (e Dio) per strada, letteralmente: la strada, con le sue “periferie esistenziali”, era il suo “territorio del diavolo”, quel luogo in cui, come direbbe O’Connor, la grazia irrompe dove meno te lo aspetti.

Madeleine mi ha spesso accompagnato con le sue riflessioni, che trovano eco nel messaggio degli ultimi due papi. Per questo, in questo articolo vorrei condividere alcuni suoi brani, accompagnando la sua storia con i versi di “Dio è morto”, del grande Francesco Guccini.

Dio è morto…

Mi è stato detto che la mia generazione non crede più in ciò che spesso è stato mascherato da fede, nei miti eterni della patria o dell’eroe.

Perché è giunto il momento di rifiutare tutto ciò che è falso: le credenze fondate sulla tradizione e sulla paura, una politica che non è altro che un modo per fare carriera, l’ipocrisia di convenienza, la dignità vuota, l’ipocrisia di chi ha sempre ragione e non sbaglia mai…

E un dio che è morto. Nei campi di sterminio, Dio è morto. Con i miti della razza, Dio è morto. Con gli odi di parte, Dio è morto. (F. Guccini)

Madeleine Delbrêl nacque il 24 ottobre 1904 a Mussidan, in Francia, in una famiglia che oggi definiremmo “disfunzionale”. Suo padre, Jules, era capostazione, un intellettuale frustrato, anticlericale, orgoglioso e irascibile, che cambiava spesso lavoro, costringendo la famiglia a trasferirsi continuamente. Sua madre, Lucile, era l’esatto contrario: conformista, convenzionale e di famiglia borghese.

Le tensioni familiari ebbero un forte impatto sulla giovane Madeleine, la quale, influenzata dal padre e da un ambiente opprimente, trovò rifugio nel mondo intellettuale della capitale quando la famiglia si trasferì a Parigi. All’età di quindici anni si dichiarò “rigorosamente atea”, arrivando a scrivere, due anni dopo: “Dio è morto, viva la morte”.

Ma “il deserto popolato che chiamano Parigi” (come viene definito ne “La Traviata”), dove Madeleine studiò filosofia e arte alla Sorbona, conciliando gli studi con la poesia (nel 1926 vinse il Premio Sully Prudhomme dell’Accademia di Francia), il pianoforte e l’anticonformismo di uno spirito libero, le aveva riservato qualcosa di più: due “felici incontri”.

Il primo fu Jean Maydieu, di cui si innamorò. Profondamente cristiano, nel 1924 la lasciò per entrare nel noviziato dei gesuiti. La reazione di Madeleine fu di profonda disperazione. Tuttavia, un dubbio cominciò a farsi strada dentro di lei: provava un profondo rispetto per Jean, erano uniti da un percorso intellettuale e sapeva che lui non poteva essere impazzito. E così iniziò a leggere, a cercare, finché anche per lei giunse il secondo incontro, l’incontro con Dio, che non era più, come lei stessa dichiarò, un’ipotesi da confutare, ma una Presenza che la travolse.

Ai lati delle strade

Ho visto persone della mia età allontanarsi lungo sentieri che non portano mai da nessuna parte, alla ricerca del sogno che conduce alla follia, alla ricerca di qualcosa che non trovano nel mondo che già possiedono, nelle notti intrise di vino, lungo sentieri trasformati dalle pillole, tra le nuvole di fumo di un mondo fatto di città, rifiutandosi di inghiottire la nostra stanca civiltà. E un dio che è morto. Ai margini delle strade, Dio è morto. (Guccini).

Dopo la sua conversione, Madeleine avvertì un bisogno fondamentale che divenne il fulcro della sua vita, come lei stessa scrisse:

Ci è stato spiegato chiaramente che sulla terra dobbiamo amare Dio. E affinché non abbiamo dubbi, né pensiamo di non sapere da dove cominciare, Gesù ci ha detto che l’unico modo, l’unica ricetta, l’unica via è amarci gli uni gli altri. Forse ci basterà raggiungere un’umiltà straordinaria, o una povertà insuperabile, o un’obbedienza imperturbabile, una purezza incrollabile; ma se quell’umiltà, quella povertà, quella purezza e quell’obbedienza non ci hanno portato a scoprire la bontà, se chi vive nella nostra casa, per strada, nella nostra città, continua a soffrire la fame e il freddo, se inoltre continua a sentirsi solo, forse saremo degli eroi, ma non saremo tra coloro che amano Dio.

Nel 1933 si trasferì, insieme ad alcune compagne, a Ivry-sur-Seine, nella periferia operaia di Parigi, un quartiere industriale e di lotta di classe governato da un consiglio comunale comunista. Studiò per diventare assistente sociale e fu assunta proprio da quella stessa amministrazione anticlericale, che la stimava enormemente. La sua casa in rue Raspail divenne un luogo di accoglienza per i poveri, i senza tetto e, durante la Resistenza, per ebrei e rifugiati.

Visse così, alla periferia di Ivry, fino al 13 ottobre 1964, quando morì a causa di un’improvvisa emorragia cerebrale. Stava lavorando alla sua scrivania.

Nel 2018, il Papa Francesco gli ha conferito il titolo di Venerabile.

Dio è risorto

Ma credo che la mia generazione sia pronta per un mondo nuovo e una speranza appena nata, per un futuro che ha già nelle sue mani; per una ribellione senza armi, perché sappiamo già tutti che, se Dio muore, è solo per tre giorni e poi risorge. In ciò in cui crediamo, Dio è risorto. In ciò che desideriamo, Dio è risorto. Nel mondo che costruiremo, Dio è risorto (F. Guccini)

La spiritualità di Madeleine è permeata di misticismo e pragmatismo. I suoi scritti sono raccolti in diversi volumi, tra cui “La joie de croire” (“La gioia di credere”) e “Nous autres, gens des rues” (“Noi, la gente della strada”): la carità e l’intelligenza di una donna che sapeva che la vera devozione si vive ogni giorno nel lavoro, nelle relazioni e nel rispetto di sé stessi e degli altri.

Scrivi, ad esempio:

Un cristiano non può amare Dio senza amare l’umanità; e non si può amare l’umanità senza amare tutti gli uomini; inoltre, non si possono amare tutti gli uomini senza amare coloro che si conoscono, ma con un amore concreto, con un amore attivo. Questa è l’unica legge del bene e del male, la legge che permette all’umanità di scegliere tra il bene e il male.

Oppure:

Apriamo il nostro cuore alle piccole solitudini della giornata. Perché le nostre piccole solitudini sono grandi, emozionanti e sante, proprio come tutti i deserti del mondo; esse, che sono abitate da Dio stesso, il Dio che santifica la solitudine.

La solitudine dell’asfalto nero che separa la nostra casa dalla fermata del tram; la solitudine dei lunghi corridoi lungo i quali scorre il flusso continuo di tutte le vite che si dirigono verso un nuovo giorno; la solitudine della cucina davanti alla pentola di legumi; le piccole solitudini delle scale che si salgono e si scendono cento volte al giorno; la solitudine delle lunghe ore dedicate a lavare i panni, a rammendare e a stirare.

Solitudini che potremmo temere e che svuotano il nostro cuore: persone care che se ne vanno e che vorremmo avere al nostro fianco; amici che aspettiamo e che non arrivano; cose che vorremmo dire e che nessuno ascolta; la sensazione di estraneità che proviamo nel nostro cuore in mezzo agli uomini.

In ognuno di noi c'è qualcosa che nessuno potrà mai comprendere. Quel qualcosa è la causa stessa della nostra solitudine, della solitudine che ci è innata. È questa solitudine primitiva che dobbiamo accettare prima di tutto.

Ci sono diversi modi per non accettarla. Per alcuni sarà il chiudersi in se stessi, il silenzio (ma non quello positivo), il classico atteggiamento dell«»incompreso». Per altri sarà, al contrario, l’impegno a spiegarselo a se stessi o, più spesso, a far comprendere fino alla più minima sfumatura del proprio modo di pensare. In entrambi i casi, ciascuno si cristallizzerà, sia nel silenzio che nella parola, il che darà l’impressione di una discordanza; in realtà, è una nota di noi stessi che nessun orecchio umano potrà mai comprendere.

Il giorno in cui comprenderemo che il divario insormontabile tra noi e gli altri è — attraverso tutti gli amori, tutte le influenze, tutte le prove — il luogo di ciò che ci rende ciò che siamo; quando avremo compreso che è proprio in quel luogo che Dio ci parla chiamandoci per nome, avremo compiuto il grande cambiamento che trasforma la solitudine negativa in una solitudine benedetta.

E concludo con un altro suo testo che, per me, è monumentale:

A volte, nel corso della giornata, attendiamo con trepidazione le passioni, le grandi passioni…

Quelli saranno chiamati eroi, ed è per questo che vale la pena sacrificare la propria vita…

Arrivano invece le prove di pazienza.

La pazienza, quelle briciole di passione, il cui scopo è ucciderci lentamente per la tua gloria, o Dio, ucciderci senza la nostra gloria.

Fin dalle prime ore del mattino ci si presentano: sono i nostri nervi, troppo tesi o troppo lenti; è l’autobus che passa affollatissimo, il latte che si rovescia, gli spazzacamini che arrivano, i bambini che rovinano tutto.

Sono gli ospiti che nostro marito porta a casa e quell’amico che, proprio lui, non viene; è il telefono che non smette di squillare; sono coloro che amiamo e che ormai non ci amano più.

È il desiderio di tacere e il bisogno di parlare,

È la voglia di parlare e il bisogno di tacere;

è il desiderio di uscire quando siamo chiusi in casa,

è restare a casa quando bisognerebbe uscire;

è il marito su cui vorremmo poter contare

e che diventa il più fragile tra i bambini;

è il disgusto che ci suscita la nostra vita quotidiana,

è il desiderio febbrile di ciò che non ci appartiene. 

Ecco come arrivano le nostre prove: in file serrate o in fila indiana, e si dimenticano sempre di dirci che sono il calvario che ci aspetta.

E noi le lasciamo passare con disprezzo, aspettando —

per dedicare la nostra vita — un’occasione che ne valga davvero la pena.

Perché abbiamo dimenticato che, proprio come ci sono i rami

che vengono distrutte dal fuoco, ma ci sono anche tavole che

i gradini si consumano lentamente e finiscono per trasformarsi in segatura.

Perché abbiamo dimenticato che, sebbene ci siano fili di lana

tagliati alla radice dalle forbici, ci sono fili di maglia che, giorno

giorno dopo giorno, si consumano sulle spalle di chi li indossa.

Ogni redenzione è un martirio, ma non tutti i martiri sono sanguinosi:

ci sono alcuni che si sbriciolano da un capo all’altro della vita.

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Vaticano

9 cose da sapere sulle scomuniche della FSSPX

Il 1° luglio, la Fraternità San Pio X, nota come FSSPX, ha consacrato illecitamente quattro nuovi vescovi senza l’autorizzazione della Santa Sede, il che ha indotto Papa Leone XIV a dichiarare che i suoi vescovi, il clero e i laici ad essa formalmente affiliati si trovano in scisma con la Chiesa cattolica.

OSV / Omnes-3 luglio 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

Da OSV News

Il 1° luglio, la Fraternità San Pio X, nota come FSSPX, ha consacrato illecitamente quattro nuovi vescovi senza l’autorizzazione della Santa Sede, il che ha indotto Papa Leone XIV a dichiarare i suoi vescovi, il clero e i laici formalmente affiliati a scisma con la Chiesa cattolica.

Di seguito, una breve sintesi sulla FSSPX, sui fatti accaduti e sulla loro importanza.

1. La FSSPX è nata in risposta al Concilio Vaticano II. 

L'arcivescovo Marcel Lefebvre (1905-1991), un francese che, in qualità di vescovo, era stato una figura di spicco della Chiesa nell'Africa francofona, fondò la società sacerdotale nel 1970 a Friburgo, in Svizzera. I suoi sacerdoti celebrano i sacramenti secondo il Messale Romano del 1962, pubblicato prima del Concilio Vaticano II, ma sostituito dai testi liturgici rivisti nel 1969. La società è stata scomunicata in due occasioni per aver consacrato vescovi senza l’autorizzazione della Santa Sede.

La congregazione ha sede a Menzingen, in Svizzera, e dispone di un seminario internazionale a Écône, sempre in Svizzera, dove si sono tenute le consacrazioni del 1° luglio. Negli Stati Uniti, circa 100 sacerdoti della FSSPX risiedono in 20 case, o «priorati», e svolgono la loro attività in circa 120 luoghi, denominati «missioni» o «cappelle», secondo quanto riportato sul loro sito web. La sua sede centrale negli Stati Uniti si trova a Platte City, nel Missouri, a circa 50 chilometri a nord di Kansas City.

Secondo la FSSPX, l’arcivescovo Lefebvre scelse San Pio X, che fu papa dal 1903 al 1914, come patrono della Fraternità per l’impegno di quel papa a favore dell’integrità del sacerdozio.

2. Prima dell’ultimo scisma, la FSSPX aveva uno status irregolare rispetto alla Chiesa cattolica, una situazione che risale a diversi decenni fa. 

A quanto pare, nel 1975 la società perse l’autorizzazione ecclesiastica a esistere da parte dell’autorità ecclesiastica competente. Un anno dopo, l’arcivescovo Lefebvre fu sospeso per aver ordinato sacerdoti contro la volontà espressa delle autorità ecclesiastiche.

Nel 1988, San Giovanni Paolo II scomunicò l’arcivescovo Lefebvre e quattro vescovi che egli stesso aveva consacrato quell’anno senza mandato papale. Le loro ordinazioni episcopali erano valide, ma illecite o non autorizzate.

Tutti gli atti successivi agli ordini impartiti da tali vescovi ne sono stati influenzati. Gli atti di giurisdizione sono invalidi, come la celebrazione dei matrimoni e l’assoluzione dei peccati. Altre azioni sacramentali sono considerate valide, sebbene illecite.

Nel decreto del 2 luglio, con cui pronunciava la scomunica, la Santa Sede ha dichiarato esplicitamente che i sacramenti della penitenza e del matrimonio celebrati all’interno della società non sono validi.

3. La FSSPX non va confusa con altre comunità che celebrano la Messa tradizionale in latino. 

Molte comunità cattoliche in comunione con la Santa Sede celebrano la Messa secondo il Messale Romano del 1962, comunemente chiamata Messa tradizionale in latino.

Nel 2007, Papa Benedetto XVI ha promulgato la «Summorum Pontificum», che ha esteso l’autorizzazione ai sacerdoti a celebrare la Messa preconciliare. Nel 2021, Papa Francesco ha promulgato «Traditionis Custodes», una legge che ha limitato l’uso della forma preconciliare della Messa. Tuttavia, molti vescovi, anche negli Stati Uniti, hanno continuato a celebrare questa forma di Messa nel rispetto dei nuovi parametri.

I sacerdoti che appartengono alla Fraternità Sacerdotale di San Pio X, ad esempio, celebrano i sacramenti esclusivamente secondo il messale del 1962 e sono in comunione con la Santa Sede. (La società è stata fondata nel 1988 da sacerdoti che avevano abbandonato la FSSPX in seguito alle consacrazioni episcopali illecite dell’arcivescovo Lefebvre avvenute quello stesso anno). I sacerdoti della FSSP operano a livello internazionale ed esercitano il loro ministero in 39 diocesi degli Stati Uniti.

Altri esempi di ordini religiosi dedicati esclusivamente alla celebrazione della liturgia e dei sacramenti secondo il rito romano in vigore prima del Concilio Vaticano II, che godono di uno status regolare all’interno della Chiesa Cattolico, ovvero l’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote e l’Istituto del Buon Pastore.

4. I leader della FSSPX affermano che la congregazione non è in scisma e ritengono che tutti i sacramenti e gli atti giurisdizionali siano validi. 

Tuttavia, tra le divergenze dell’arcivescovo Lefebvre con la Chiesa Cattolico È qui che risiede il suo rifiuto di adottare la riforma postconciliare del rito della Messa, che la FSSPX considera carente o contenente «elementi eretici».

Anche l’arcivescovo Lefebvre e i suoi seguaci misero in discussione, e in alcuni casi respinsero pubblicamente, l’ortodossia stessa degli insegnamenti del Concilio Vaticano II, in particolare la Dichiarazione sulla libertà religiosa, «Dignitatis Humanae». Sebbene alcuni abbiano sostenuto che questa dichiarazione equivalesse a un cambiamento di dottrina, la Chiesa l’ha riconosciuta come uno sviluppo della dottrina sulla dignità della persona umana.

In un comunicato che includeva una «Professione di fede» di 28 pagine pubblicata Il 24 giugno, la FSSPX ha affermato che la Chiesa Cattolico deve affrontare pressioni interne ed esterne «che la spingono in tutte le direzioni possibili, tranne —a nostro avviso— quella giusta». Altre dottrine cattoliche Tra i punti che la FSSPX ha respinto in tale comunicato figuravano aspetti dell'ecumenismo, le riforme liturgiche postconciliari, la sinodalità e la libertà religiosa.

5. La Santa Sede ha cercato la via verso la piena riconciliazione. 

Da decenni, i funzionari del Vaticano cercano un modo per reintegrare pienamente i membri della FSSPX nella vita della Chiesa Cattolico. I colloqui tra la Santa Sede e la congregazione sono iniziati sotto il pontificato di San Giovanni Paolo II e sono proseguiti durante i pontificati di Benedetto XVI e Francesco. Benedetto XVI ha revocato la scomunica dei quattro vescovi nel 2009, consentendo così un dialogo più regolare. Il Vaticano ha chiarito che, all’epoca, la congregazione si trovava in una situazione canonica irregolare, ma non in stato di scisma.

Durante l’Anno della Misericordia 2015-2016, Papa Francesco ha stabilito disposizioni speciali per convalidare l’assoluzione concessa dai sacerdoti della FSSPX attraverso il sacramento della confessione. Al termine dell’Anno Santo, ha prorogato tale disposizione «affinché nessuno sia mai privato del segno sacramentale della riconciliazione attraverso il perdono della Chiesa».

Nell’aprile del 2017, il defunto pontefice ha continuato a promuovere iniziative volte alla riconciliazione con la FSSPX, consentendo ai suoi vescovi di garantire la validità dei matrimoni celebrati nelle loro comunità tradizionaliste.

La lettera apostolica di San Giovanni Paolo II del 1988, «Ecclesia Dei», pubblicata in risposta alle consacrazioni illecite, istituì una commissione pontificia omonima con il «compito di collaborare con i vescovi, con i dipartimenti della Curia Romana e con gli ambienti interessati, al fine di facilitare la piena comunione ecclesiale di sacerdoti, seminaristi, comunità religiose o singoli» che fossero associati alla FSSPX e «che desiderino rimanere uniti al Successore di Pietro nella Chiesa Cattolico ".

Nel 2019, Papa Francesco ha soppresso la commissione «Ecclesia Dei» e ne ha trasferito le competenze al Dicastero per la Dottrina della Fede.

6. La Santa Sede ha ordinato ai vertici della FSSPX di non consacrare nuovi vescovi. 

A febbraio, padre Davide Pagliarani, superiore generale della FSSPX, ha annunciato che la Fraternità avrebbe proceduto alla consacrazione di nuovi vescovi il 1° luglio, a seguito di un’interruzione dei rapporti con il Vaticano dopo che le richieste di udienza con il Papa Leone XIV erano rimaste senza risposta.

Il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, si è offerto di proseguire il dialogo con la FSSPX a condizione che la congregazione sospendesse la propria decisione di consacrare nuovi vescovi. A seguito del rifiuto della FSSPX, il cardinale Fernández ha dichiarato che la consacrazione di vescovi senza mandato papale sarebbe stata considerata un atto scismatico e avrebbe comportato la scomunica.

Il Codice di Diritto Canonico della Chiesa definisce il scisma come «il rifiuto di sottomettersi al Sommo Pontefice o di ricevere la comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti» (Canone 751).

7. Papa Leone XIV lanciò un appello pubblico alla FSSPX affinché non procedesse alle consacrazioni. 

Il 30 giugno, Papa Leone XIV rivolse un appello alla FSSPX affinché non procedesse alle consacrazioni. «Vi prego di considerare attentamente il bene spirituale dei fedeli, poiché l’atto scismatico che state per compiere li priverebbe della ricezione lecita e, in alcuni casi, persino valida dei Sacramenti, che essi amano e ricercano per la loro santificazione», scrisse Papa Leone XIV. La risposta di padre Pagliarani indicava che la Fraternità intendeva procedere con le consacrazioni, insistendo sul fatto che il gruppo «non era né scismatico né ostile alla Chiesa».

Dopo che la FSSPX ha proceduto con le consacrazioni illecite il 1° luglio, il Dicastero per la Dottrina della Fede del Vaticano, o DDF, ha dichiarato il 2 luglio che i sei vescovi della FSSPX erano scomunicati e ha ammonito il clero e i laici a non «aderire al scisma» e, di conseguenza, non incorressero anch’essi nella scomunica.

8. Uno dei quattro vescovi consacrati illecitamente il 1° luglio proviene dagli Stati Uniti. 

Originario del Dakota del Nord, il vescovo Michael Goldade è cresciuto a St. Marys, nel Kansas, un centro della comunità della FSSPX. È rettore del Seminario di San Tommaso d’Aquino della FSSPX a Dillwyn, in Virginia.

9. La DDF ha pubblicato le procedure per coloro che decidono di lasciare la FSSPX e di ristabilire la comunione con la Chiesa cattolica. 

Le istruzioni descrivono in dettaglio le azioni specifiche che un sacerdote ordinato nella comunità della FSSPX o ad essa affiliato deve compiere dopo la sua ordinazione lecita. Le procedure per i laici sono più complesse, poiché i passi da compiere per riottenere la comunione dipendono dal loro grado di legame con la comunità e dalle idee della FSSPX.

L'autoreOSV / Omnes

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Vaticano

Per il rispetto della vita umana: l’intenzione di preghiera del Papa per luglio

Nell’intenzione di preghiera per questo mese, Leone XIV invita a pregare affinché ogni persona sia accolta, protetta e custodita, dal concepimento fino alla morte naturale. Il Pontefice denuncia la cultura dello scarto e chiede che la Chiesa sia una casa in cui nessuno si senta superfluo, e che la dignità sia rispettata e tutelata.

Redazione Omnes-3 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

“Per il rispetto della vita umana” è l’intenzione di preghiera del Papa Leone XIV per il mese di luglio. Attraverso la Rete mondiale di preghiera del Papa, il Santo Padre invita a elevare le proprie preghiere affinché ogni essere umano sia accolto, protetto e la sua dignità sia rispettata in tutte le fasi della sua esistenza.

All'inizio di giugno, durante il suo viaggio apostolico in Spagna, Papa Leone si rivolse così al Congresso dei Deputati: “Ogni vita umana deve essere riconosciuta e tutelata dal concepimento fino al suo termine naturale, in qualsiasi circostanza della sua esistenza”.

“Un obiettivo della civiltà”

Poi, aggiunse: “La difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è un obiettivo della civiltà. Ogni vita umana deve essere riconosciuta e protetta dal concepimento fino al suo fine naturale, in qualsiasi circostanza della sua esistenza. Quando questa certezza viene meno, i più vulnerabili sono le prime vittime e la legge perde il suo significato più profondo: servire e proteggere ogni persona. 

”Per questo motivo, la grandezza morale di una nazione si manifesta, soprattutto, nella sua capacità di accompagnare, proteggere e amare quelle vite caratterizzate da una maggiore fragilità».

Ogni persona è un dono sacro

Nella sua preghiera, Leone XIV si dirige al “Signore della vita” e riconosce che ogni persona è “un dono sacro che riflette il tuo volto”. Chiede inoltre la grazia di riconoscere e custodire “il valore unico e irripetibile di ogni essere umano”, “imparando ad accogliere la vita senza condizioni, a sostenere con tenerezza la fragilità, ad accompagnare con rispetto ogni fase dell’esistenza e a difendere con coraggio chi non ha voce”.

Il Papa chiede perdono al Signore, al plurale, “quando cadiamo nell’indifferenza o nella cultura dello scarto, quando smettiamo di vedere nell’altro un essere degno di amore. Dacci un cuore nuovo, capace di scegliere sempre la vita, e mani generose che la proteggano con gesti concreti”.

E prega affinché “la tua Chiesa” sia “una testimonianza viva del Vangelo della vita, una casa aperta dove ogni esistenza sia celebrata, dove nessuno si senta superfluo e dove la dignità sia sempre rispettata e tutelata”.

Impronte di mani in uno screenshot del video sull’intenzione di preghiera di Papa Leone XIV per luglio 2026, “Per il rispetto e la tutela della vita umana”. (Illustrazione di OSV News/ Rete Mondiale di Preghiera del Papa).

73 milioni di aborti indotti ogni anno nel mondo

Il Rete globale di preghiera, diretta da padre Cristóbal Fones, riferisce che, secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ogni anno nel mondo si registrano circa 73 milioni di aborti indotti. Parallelamente, il dibattito su l'eutanasia e l'eutanasia continua a diffondersi a livello mondiale, proprio come la pena di morte.

L'OMS ha inoltre sottolineato nel 2024 che una persona su sei di età superiore ai 60 anni è vittima di maltrattamenti.

Padre Cristóbal Fones SJ spiega che l'intenzione del Papa invita, innanzitutto, a riscoprire il valore sacro di ogni esistenza umana, a promuovere la dignità e lo sviluppo di ogni persona, condividendo la missione di Cristo, che ha mostrato compassione verso tutti e ha esortato a costruire un’autentica cultura della vita di fronte alla cultura dello scarto, come afferma Papa Francesco.

Per il rispetto della vita umana

(La Preghiera del Papa Leone XIV nel videomessaggio, in lingua spagnola)

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. 

Signore della vita, Tu ci hai creati per amore e ci hai chiamati a vivere in pienezza. 

Ogni persona è un dono sacro che riflette il tuo volto, dal primo istante della sua esistenza fino all’ultimo respiro del suo cammino sulla terra. 

Oggi ti chiediamo la grazia di riconoscere e custodire il valore unico e irripetibile di ogni essere umano. 

Che impariamo ad accogliere la vita senza condizioni, a sostenere con tenerezza la fragilità, ad accompagnare con rispetto ogni fase e a difendere con coraggio chi non ha voce. 

Perdonaci, Signore, quando cadiamo nell’indifferenza o nella cultura dello scarto, quando smettiamo di vedere nell’altro un essere degno di amore. 

Dacci un cuore nuovo, capace di scegliere sempre la vita, e mani generose che la proteggano con gesti concreti. 

Fai della tua Chiesa una testimonianza viva del Vangelo della vita, una casa aperta dove ogni esistenza sia celebrata, dove nessuno si senta superfluo e dove la dignità sia sempre rispettata e tutelata.

Signore Gesù, fa’ che amiamo la vita come Tu la ami: con tenerezza, fedeltà e dedizione. 

Che sappiamo proclamare, con parole e gesti, che ogni vita umana merita il dono totale di sé. Amen. 

L'autoreRedazione Omnes

Evangelizzazione

Leandro non permette che la sua attrazione verso persone dello stesso sesso lo definisca

Leandro racconta come sia riuscito a conciliare la sua fede cattolica con l'attrazione verso persone dello stesso sesso, sostenendo che la libertà può anche consistere nello scegliere un percorso di fedeltà al Vangelo.

Teresa Aguado Peña-3 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Nel pieno dei festeggiamenti dell’Orgoglio, e in un contesto sociale in cui la libertà viene spesso presentata come ‘fare sempre ciò che si desidera’, la testimonianza di Leandro offre una prospettiva diversa. Non intende imporre la propria visione a nessuno, ma condividere il percorso che ha scelto di intraprendere, in quanto cattolico che prova attrazione verso lo stesso sesso (AMS) e che ha deciso di vivere secondo gli insegnamenti della Chiesa.

La sua storia non è quella di qualcuno che sostiene che il percorso sia semplice. Né è quella di chi afferma di aver risolto tutti i dubbi. È piuttosto il racconto di una riconciliazione costruita sulla conoscenza, sulla fede e sulla convinzione che l’identità di una persona sia molto più profonda delle sue inclinazioni.

Conoscere per riconciliare

Per Leandro, il punto di partenza è stato scoprire che la riconciliazione tra la sua fede e l’attrazione verso persone dello stesso sesso poteva iniziare solo dalla conoscenza. «Non si può avere fede in ciò che non si conosce», spiega.

Per anni non sapeva quale fosse realmente l'insegnamento della Chiesa su questa realtà. Fu intorno ai 25 o 26 anni che scoprì l'apostolato Il coraggio e partecipò per la prima volta a una delle loro riunioni. Lì trovò una spiegazione che avrebbe cambiato il modo in cui vedeva se stesso: “Dio ama infinitamente il peccatore, ma mai il peccato”.

Da questo punto di vista, Leandro spiega che la sua riconciliazione è stata possibile grazie alla consapevolezza che “provare i desideri della carne non è peccato, ma agire in base a essi ci allontana da Dio e dal suo piano divino”. “Negli ultimi anni, gli insegnamenti della Chiesa, come la Teologia del corpo di san Giovanni Paolo II, hanno dato senso e motivazione a questa riconciliazione”, aggiunge.

La forza di una vita spirituale

Quando gli viene chiesto dove trovi la forza di andare avanti, Leandro indica in particolare tre punti di appoggio: “la devozione verso alcuni santi, la vicinanza del suo angelo custode e l’Eucaristia”.

Per lui, la fede non consiste solo nell’accettare alcune norme morali, ma nel mantenere un rapporto vivo con Dio che sostiene il cammino quotidiano.

La sua esperienza all’interno delle comunità parrocchiali non è stata sempre la stessa. Riconosce che ci sono luoghi in cui si è sentito accolto e altri in cui non lo è stato altrettanto. Tuttavia, evita di trasformare quell’esperienza in motivo di risentimento.

«La Chiesa è imperfetta», afferma, “e credo che la cosa più importante sia imparare lungo il cammino che siamo noi a dover accogliere e valorizzare gli altri con l’amore che riceviamo da Dio stesso”.

Di fronte al rifiuto, scegli l'empatia

Leandro non nega che ci siano commenti o atteggiamenti di rifiuto, ma, a suo dire, “non mi tolgono il sonno”. «I commenti e gli atteggiamenti di sostegno sono più numerosi di quelli di rifiuto», spiega.

Ritiene addirittura che alcune reazioni negative possano trasformarsi in un’opportunità per accrescere la propria empatia, poiché molte di esse nascono dall’ignoranza o dalla paura, sentimenti che, come ammette, tutti proviamo prima o poi di fronte a ciò che non comprendiamo.

Per chi vive lo stesso conflitto

Leandro ritiene che siano sempre meno i giovani a vivere un conflitto interiore tra il proprio orientamento sessuale e la propria fede. “Il mondo e la società odierna si sono incaricati di eliminarlo con la relatività morale”, commenta. “Ma se ne incontrassi uno in quella situazione, gli direi che l’insegnamento della Chiesa cattolica è l’unico che dia davvero un senso alla fede e all’orientamento sessuale”.

A suo avviso, l’insegnamento della Chiesa non intende negare la sessualità umana né reprimerla, ma condurla verso la sua pienezza: “In genere si pensa che la Chiesa proponga una castrazione o un divieto nei confronti dell’orientamento sessuale, ma nulla è più lontano dalla verità. È proprio l’insegnamento della Chiesa a conferire pienezza alla sessualità umana (orientamento sessuale compreso)”.

Nella sua conversazione fa riferimento al documentario The Third Way (La terza via), prodotto da Blackstone Films, che ritengo sia un’ottima introduzione per comprendere questa visione.

Non si è mai sentito rifiutato da Dio

Uno degli aspetti più sorprendenti della sua testimonianza è che, anche nei momenti in cui si era allontanato dalla pratica della fede, non ha mai pensato che Dio lo avesse respinto. Anzi, era proprio il contrario: «Sapevo che ero io a essere infedele e a respingere Dio».»

Leandro ci rivela una grande verità: la misericordia di Dio rimane, anche quando la risposta umana è imperfetta.

Una vocazione condivisa 

Leandro fa anche una precisazione che ritiene importante riguardo al linguaggio. Preferisce parlare di una «persona che prova attrazione verso lo stesso sesso» piuttosto che di una «persona omosessuale», perché ritiene — seguendo gli insegnamenti del Catechismo e dell’apostolato Courage — che tali attrazioni non definiscano l’identità più profonda della persona.

Per quanto riguarda una possibile missione specifica all’interno della Chiesa, ammette di non averla ancora scoperta, “ammesso che ce ne sia una”, commenta. Nel frattempo, abbraccia la vocazione comune a tutti i cristiani: “lottare e aspirare a vivere in santità, qualunque sia il mio contesto e la mia realtà”.

In questo percorso trova una guida speciale nelle cinque obiettivi proposte della pastorale Courage, intesa come un percorso di crescita spirituale e di fedeltà al Vangelo: vivere la castità secondo l’insegnamento della Chiesa, rafforzare il rapporto con Cristo attraverso la preghiera e i sacramenti, coltivare un’autentica fratellanza con coloro che percorrono lo stesso cammino, affidarsi ad amicizie caste che aiutino a crescere nella fede e offrire, con la propria vita, una testimonianza coerente del Vangelo.

Libertà?

La storia di Leandro non intende chiudere un dibattito che continua ad essere attuale sia all’interno che all’esterno della Chiesa. Il suo scopo è molto più semplice: raccontare come lui vive quella realtà alla luce della fede.

In un contesto culturale in cui spesso la libertà viene identificata con l’assenza di limiti, la sua esperienza solleva una domanda diversa: la libertà può consistere anche nello scegliere un percorso impegnativo per fedeltà a ciò che si ritiene vero?

La sua risposta è affermativa. Non perché quel cammino sia facile, ma perché è convinto che seguire Cristo dia senso anche a quelle dimensioni della vita che richiedono rinuncia, perseveranza e fiducia.

Questo è, in definitiva, il fulcro della sua testimonianza: una fede che non ignora la realtà personale, ma cerca di illuminarla alla luce del Vangelo. La sua testimonianza: una fede che non ignora la realtà personale, ma cerca di illuminarla alla luce del Vangelo.

Evangelizzazione

Isaac Hecker: padre dell'evangelizzazione negli Stati Uniti

Nel contesto di una serie che esplora le vite di grandi cattolici statunitensi in occasione del 250° anniversario degli Stati Uniti, lo scrittore Russell Shaw parla in questo articolo di padre Isaac Hecker, fondatore della comunità paolina.  

OSV / Omnes-3 luglio 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

– Rusell Shaw, OSV News

Alla fine della primavera o all’inizio dell’estate del 1842, Isaac Hecker ebbe una visione. Al suo fianco, a quanto pare, c’era “un essere angelico, puro e bello”, la cui presenza gli procurò “una gioia celeste”. Questa esperienza, che gli cambiò la vita, spinse il giovane, di appena 22 anni, a cercare uno stile di vita che in qualche modo fosse in sintonia con essa.

Sebbene non risulti che Hecker abbia avuto altre visioni dopo quella, in senso più ampio, il fondatore dei Padri di São Paulo È rimasto un visionario per tutta la vita.

Un grande sogno: la conversione dell’America protestante al cattolicesimo

Il suo grande obiettivo era la conversione dell’America protestante al cattolicesimo, cosa che, secondo lui, era possibile. Dopotutto, diceva, negli Stati Uniti “la vera religione troverà l’accoglienza che ha cercato invano in altri luoghi”.

Se un giorno dovesse essere canonizzato (il processo è iniziato nel 2008 e attualmente porta il titolo di ‘Servo di Dio’), sarebbe comprensibile che venisse nominato patrono del movimento americanista all’interno del cattolicesimo statunitense. 

‘Sponsor della campagna a favore dell’Americanismo’

Sul piano ideologico, nessuno, né prima né dopo, ha fatto più di mio padre Isaac Hecker per promuovere l'integrazione della comunità cattolica nella cultura laica degli Stati Uniti.

Nacque il 18 dicembre 1819 a New York, terzo figlio e il più giovane di una famiglia di immigrati tedesco-americani. Gli Hecker erano panettieri, mestiere che anche Isaac esercitò. Ma fin da piccolo, nonostante avesse pochi o nessun legame con la chiesa, mostrò un interesse insolito per la religione.

Col tempo, ciò lo portò al movimento vagamente religioso degli intellettuali del New England noto come trascendentalismo e alle comunità sperimentali di Brook Farm e Fruitland. 

Frequentando questi ambienti stimolanti, il giovane fu inizialmente influenzato da Ralph Waldo Emerson, il più illustre pensatore statunitense dell’inizio del XIX secolo. Tuttavia, col passare del tempo, si disilluse delle convinzioni di Emerson, lamentandosi del fatto che quel grande uomo “non avesse la minima idea di cosa fosse la Chiesa”.

Amicizia con Orestes Brownson. Battesimo, sacerdozio, attività missionaria 

In quel periodo conobbe e strinse amicizia con Orestes Brownson, un noto scrittore e conferenziere su temi religiosi e sociali, nonché ricercatore spirituale come Hecker.

Brownson, più grande di lui di sedici anni, lo avvicinò al cattolicesimo. Già nell’aprile del 1843, Hecker scrisse nel suo diario: “Solo la Chiesa cattolica sembra soddisfare i miei desideri”. Il 1° agosto 1844 fu battezzato dal vescovo (in seguito cardinale) John McCloskey di New York. Brownson fece lo stesso poco dopo.

Sentendo la vocazione al sacerdozio, Hecker entrò nell'ordine dei Redentoristi e, dopo aver compiuto gli studi in un seminario in Belgio, fu ordinato sacerdote nell'ottobre del 1849 dal cardinale Nicholas Wiseman di Westminster.

“Questioni dell’anima”. Un’America cattolica

Una volta tornato negli Stati Uniti, padre Hecker lavorò come missionario redentorista. Man mano che la sua visione di un’America cattolica cresceva e prendeva forma, iniziò anche a mettere per iscritto le sue idee. Il risultato fu il libro “Questioni dell’anima”.

Pubblicata nel 1855, l’opera fu oggetto di ampio dibattito e valse all’autore una fama nazionale. Sostenendo che il protestantesimo non soddisfacesse le esigenze di chi, come lui, era alla ricerca di risposte, scrisse che si stava avvicinando il momento in cui la Chiesa cattolica sarebbe stata vista come l’unica risposta soddisfacente. “Hecker sosteneva nientemeno che un’America cattolica, non per il bene della Chiesa, ma per quello della nazione e del suo popolo”, secondo il biografo David O’Brien.

Zelo evangelizzatore

Sfruttando rapidamente il successo del suo libro, padre Hecker pubblicò due anni dopo “Aspirazioni della Natura”, un volume in cui esponeva la sua visione evangelizzatrice per gli Stati Uniti e le ragioni della sua conversione al cattolicesimo.

Purtroppo, “Aspiraciones” ricevette molta meno attenzione rispetto al precedente. Per l’autore, la recensione di Orestes Brownson pubblicata proprio sulla sua rivista, la *Quarterly Review*, si rivelò particolarmente deludente.

Brownson respinse l’idea che gli Stati Uniti fossero un terreno fertile per l’opera missionaria cattolica. Sosteneva che il numero di “ricercatori sinceri” fosse molto inferiore a quanto supponesse Hecker e che, di fatto, “non vi fosse praticamente alcun tratto del carattere americano… che non fosse più o meno ostile al cattolicesimo”.

Nel frattempo, Hecker si sentiva sempre più insoddisfatto dei Redentoristi, che riteneva più interessati a organizzare missioni parrocchiali rivolte agli immigrati tedeschi che a convertire intellettuali come i suoi vecchi amici di Brook Farm. 

Nell'agosto del 1857 compì un viaggio non autorizzato a Roma per esporre il proprio caso al superiore dell'Ordine. Tuttavia, a seguito di ciò, fu espulso.

Fondazione dei Padri Paolini

Ma il viaggio non fu affatto un fallimento. Durante il suo soggiorno a Roma, incontrò papa Pio IX e ottenne il suo sostegno per il suo ambizioso progetto di evangelizzazione. 

Al suo ritorno negli Stati Uniti l'anno successivo, insieme ad altri quattro ex redentoristi fondò un nuovo ordine: la Congregazione dei Sacerdoti Missionari di San Paolo Apostolo, meglio conosciuta come i Padri di São Paulo. 

Negli anni successivi, padre Hecker fu molto impegnato, viaggiando costantemente per tenere conferenze davanti a un pubblico prevalentemente non cattolico. In uno di quei viaggi, percorse 7.200 chilometri e parlò davanti a circa 30.000 persone, una cifra considerevole in un’epoca in cui non esistevano né la radio, né la televisione, né i social media. “Sta modernizzando il sistema e si sta preparando a farlo funzionare a vapore”, commentò uno scrittore.

Pubblicazioni. Concilio Vaticano I. Infallibilità papale

Nel 1865 lanciò la rivista *The Catholic World*, che sarebbe stata pubblicata per oltre un secolo. L'anno successivo fondò la casa editrice Paulist Press.

Durante il Primo Concilio Vaticano (1869-1870), padre Hecker ottenne un posto in seconda fila in qualità di rappresentante del vescovo di Columbus, Ohio, che non era presente. Inizialmente, si schierò con il gruppo che si opponeva all’emanazione di una definizione formale della dottrina dell’infallibilità papale in quel momento, ma dopo che il Concilio definì comunque il dogma, lo accolse con favore e lo vide persino come un possibile impulso per l’evangelizzazione degli Stati Uniti.

Religione e società 

All’inizio del 1870, inviò al suo amico Brownson una lettera straordinaria da Roma che suscitò una risposta altrettanto straordinaria. Raramente i termini del dibattito sulla situazione della Chiesa negli Stati Uniti sono stati esposti con tanta chiarezza come nella missiva di padre Hecker e nella risposta di Brownson.

Padre Hecker scrisse con il suo caratteristico entusiasmo dell’accoglienza che aveva ricevuto dagli europei, i quali invidiavano la separazione tra Chiesa e Stato secondo il modello statunitense. Ciò confermava ciò che egli credeva già da tempo: la democrazia statunitense stava “estendendo l’influenza della Chiesa, aggiungendo un nuovo motivo di gratitudine per i suoi servizi e mostrando, sotto una nuova luce, l’assoluta necessità della religione per la società civile e il buon governo”.

Brownson non ne era convinto. Pur sostenendo il sistema statunitense come “l’unica forma legale e praticabile”, affermava, riteneva che fosse in conflitto fondamentale con il cattolicesimo.

“Sia i cattolici che il resto della popolazione si lasciano pervadere dallo spirito del Paese… la libertà di fronte a ogni restrizione, la licenziosità senza limiti. Siamo così lontani dal convertire il Paese che non riusciamo nemmeno a rimanere saldi”.

Intrappolati nell'eresia dell“”americanismo"

Poco dopo il Concilio Vaticano I, le condizioni di salute di padre Hecker peggiorarono. Trascorse i suoi ultimi anni in uno stato di semi-invalidità, sempre più isolato all’interno della comunità che aveva fondato. Sfinito dalla malattia e dalle speranze deluse, morì il 21 dicembre 1888, dopo aver benedetto i paolini con cui viveva.

Inevitabilmente, il nome di padre Isaac Hecker è legato a ciò che oggi è noto come “americanismo”. La storia, piuttosto complessa, si riassume così: nel 1896 fu pubblicato in francese il libro “Vita di Isaac Thomas Hecker”, scritto da un paolino di nome Walter Elliott, con una lunga introduzione di un sacerdote francese liberale che esaltava le virtù di padre Hecker.

Cattolicesimo “à la carte”?

Nel frattempo, Roma manifestava preoccupazione per le tendenze del pensiero cattolico liberale in Europa, che associava alla Chiesa negli Stati Uniti e al fondatore dei paolisti. Nel 1899, papa Leone XIII pubblicò un documento — indirizzato nominalmente al capo della gerarchia statunitense, il cardinale James Gibbons di Baltimora — in cui condannava specificamente le idee che riassumeva sotto il titolo di “americanismo”.

Gli storici favorevoli all’americanizzazione del cattolicesimo statunitense tendono a minimizzare le critiche papali e a bollare l’americanizzazione come “eresia fantasma”. 

Tuttavia, il documento di Papa Leone XIII contiene un monito sorprendentemente premonitore contro alcuni atteggiamenti diffusi nell’attuale cattolicesimo statunitense. Tra questi spicca la selezione arbitraria delle dottrine della Chiesa, spesso definita “cattolicesimo à la carte”.

Che cosa c'entra questo con Hecker?

Ciononostante, è logico chiedersi fino a che punto tutto ciò abbia a che fare con padre Isaac Hecker. Oggi, proprio come ai suoi tempi, è conosciuto soprattutto come un visionario appassionato e un ottimista convinto che voleva che i cattolici si integrassero nella società statunitense maggioritaria con l’obiettivo di convertirla. Se ciò non è ancora avvenuto del tutto, difficilmente la colpa può essere attribuita a Hecker.

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– Russell Shaw, giornalista e scrittore di lunga carriera, è stato autore di oltre 20 libri, tra cui tre romanzi. È deceduto nel gennaio del 2026.

– Nota dell’editore: Questo articolo fa parte di una serie che esplora le vite di grandi cattolici statunitensi in occasione della celebrazione del 250° anniversario degli Stati Uniti.

– Pubblicato originariamente su OSV News in inglese; potete consultarlo qui.

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L'autoreOSV / Omnes

Ecologia integrale

L'ho visto morire

La soluzione all’attuale situazione della nostra società non può essere la via più facile dell’eutanasia; deve invece essere l’investimento prioritario nelle cure palliative, che conferiscono dignità alla vita di tante persone in condizioni di grande fragilità e vulnerabilità.

Eloy Asenjo Carpintero-3 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Pepe era un uomo pieno di vita, un brillante funzionario pubblico, appassionato di musica, della fisarmonica e della caccia con la sua cagnolina Perla. Nonostante una storia clinica difficile — che comprendeva tremore essenziale, interventi chirurgici al cuore e le conseguenze di vari tumori che lo costringevano a essere cateterizzato —, ha sempre mantenuto il sorriso e una vita normale, guidata dalla sua ferrea testardaggine aragonese. Tuttavia, nel settembre del 2024, il cancro tornò. Di fronte a una prognosi ospedaliera che gli offriva solo altri sei mesi di vita in cambio di trattamenti aggressivi di chemioterapia e radioterapia, Pepe si ritrovò sopraffatto dall’ansia, dalla tristezza e dal senso di abbandono.

Fu allora che prese una decisione definitiva: rifiutò la terapia, chiese di essere dimesso di propria volontà e noi, come famiglia, prendemmo la decisione migliore che potessimo: ricoverarlo presso il Centro di cure palliative Laguna. Questo ha trasformato completamente l'ultima fase della sua vita. Fin dal primo giorno, l'équipe medica si è impegnata non solo ad alleviare il suo dolore, ma anche a prendersi cura di lui con il massimo affetto.

Grazie a questo ambiente, Pepe ha ritrovato il suo carattere scherzoso e vivace. Non è rimasto solo perché ci alternavamo per stargli accanto; ha potuto salutare amici e colleghi di lavoro. A Natale ha persino guidato un momento musicale molto toccante, cantando a squarciagola un canto natalizio adattato (sulla melodia di “On my way”) davanti al presepe del reparto, riunendo i familiari di altri malati in una celebrazione della vita. Il 17 gennaio 2025, Pepe se n’è andato in pace e senza sofferenza. I suoi ultimi tre mesi non sono stati un’agonia, ma un periodo di ricongiungimento, perdono, gratitudine e addio. Noi che abbiamo assistito alla sua dipartita non abbiamo pianto per il dolore, ma per una profonda emozione e una gratitudine che, senza quei cure palliative, ci sarebbero stati rubati. 

Il dibattito politico e la «cultura dello scarto» 

Questa testimonianza assume un’importanza particolare alla luce del discorso di Papa Leone XIV alle Cortes spagnole. Di fronte a un’aula che ha approvato la legge sull’eutanasia, il Pontefice ha ricordato ai parlamentari che: “Ogni vita umana deve essere riconosciuta e tutelata dal concepimento fino al suo naturale tramonto”. 

Ha inoltre sottolineato che la difesa della vita non è una questione confessionale né di parte. Sebbene le sue parole abbiano ricevuto un applauso prolungato di oltre sette minuti, è lecito chiedersi se i legislatori abbiano riflettuto attentamente sul vero impatto di queste parole. 

L'esistenza di persone che soffrono e sentono che la loro vita sia priva di senso non deve spingere la società verso quella che Papa Francesco definiva la “cultura dello scarto”. Il vero problema risiede nella mancanza di accompagnamento, nell’assenza di sguardi che restituiscano dignità e di cure che allevino il dolore. Quando penso a coloro che soffrono nella solitudine e nell’abbandono, mi si spezza l’anima; sono persone che spesso non hanno nessuno che le guardi negli occhi per ravvivare in loro la dignità umana, né che offra loro il sostegno necessario per alleviare la loro sofferenza. 

Umanizzare la sanità: risorse prima dell’eutanasia 

È sconcertante che la risposta istituzionale alla fragilità umana sia l’eutanasia, anziché uno stanziamento di bilancio e risorse sufficienti per i servizi di cure palliative. È giusto riconoscere che nel nostro sistema sanitario (almeno nella Comunità di Madrid) questi servizi sono in aumento. Un chiaro esempio dei loro benefici è stata l’assistenza domiciliare fornita a un mio amico —Rodrigo— negli ultimi mesi della sua vita, un sostegno che i suoi cari hanno profondamente apprezzato. 

È fondamentale rendere omaggio al lavoro dei professionisti — medici e personale infermieristico — che prestano assistenza in questi servizi. La loro quotidianità è caratterizzata da un’enorme difficoltà psicologica ed emotiva, poiché lavorano sapendo che non potranno curare la malattia dei loro pazienti. Tuttavia, la loro dedizione viene ricompensata dall’infinita gratitudine dei malati e dei loro cari. 

Un appello alla responsabilità 

La legislazione di un paese va valutata in base alla sua capacità di proteggere i più deboli. Come ha giustamente sottolineato il Pontefice rivolgendosi alle autorità pubbliche: “Le leggi non raggiungono la loro grandezza per il semplice fatto di essere state formalmente approvate, ma quando rispettano la dignità intrinseca della persona. I poteri pubblici devono ricordare che ciascuna delle loro decisioni riguarda cittadini in carne e ossa, specialmente coloro che non hanno voce per farsi sentire”. 

È giunto il momento che i rappresentanti politici dimostrino il coraggio necessario per correggere la rotta. La soluzione non può essere la via più facile dell’eutanasia; deve invece essere l’investimento prioritario nelle cure palliative, che conferiscono dignità alla vita di tante persone che si trovano in questa situazione di grande fragilità e vulnerabilità.

L'autoreEloy Asenjo Carpintero

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Mondo

5 dati sulla religione nelle Filippine: secondo Pew, per il 90 % è fondamentale

La percentuale di persone che credono in Dio e pregano quotidianamente nelle Filippine è tra le più alte registrate dal Pew Research nelle recenti indagini condotte in tutto il mondo. La religione riveste un ruolo molto importante nella vita del 90 per cento della popolazione filippina.  

Redazione Omnes-2 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

– Jonathan Evans e Kirsten Lesage

Secondo diversi indicatori, la popolazione delle Filippine tende ad essere molto religiosa. Quasi tutti gli adulti filippini professano una religione e circa il 90% afferma che La religione è molto importante nelle loro vite.

La maggior parte degli adulti filippini —oltre 90 milioni— è cattolica. Il Paese ospita la terza popolazione cattolica più numerosa al mondo, superata solo dal Brasile e dal Messico, secondo l’Annuario Statistico della Chiesa 2021 del Vaticano. .

Anche milioni di protestanti, altri cristiani e musulmani vivono nelle Filippine, un arcipelago di circa 7.600 isole nel Sud-Est asiatico. La presente analisi si concentra sui cristiani poiché i nostri recenti sondaggi non includono un numero sufficiente di musulmani filippini per poter riportare separatamente i loro atteggiamenti, le loro credenze e le loro pratiche. Come sempre, tutti i gruppi religiosi sono inclusi nei nostri risultati relativi alla popolazione adulta nel suo complesso.

Di seguito presentiamo cinque dati sulla religione nelle Filippine, basati sulle informazioni ricavate dai sondaggi condotti dal Centro.

92 cristiani %, 76 cattolici %

1. La maggior parte degli adulti filippini (92%) si dichiara di religione cristiana, di cui il 76% si dichiara cattolico. Secondo un sondaggio condotto dal Centro nella primavera del 2026, una percentuale minore (12%) si dichiara protestante.

Secondo una sondaggio condotto dal Centro nel 2024, la maggior parte dei cattolici filippini lo è a vita, il che significa che sono stati educati nella fede cattolica e continuano a identificarsi come tali anche in età adulta.

Giudizio favorevole di Papa Leone (79%)

2. La stragrande maggioranza dei cattolici filippini (79%) dichiara di avere un’opinione favorevole del Papa Leone XIV, sSecondo il nostro sondaggio del 2026. Di questi, il 43% esprime un’opinione molto favorevole.

I cattolici di età compresa tra i 18 e i 49 anni sono più propensi rispetto a quelli di età superiore ai 50 anni ad affermare di avere un’opinione favorevole o molto opinione favorevole nei confronti di Papa Leone. Tuttavia, il 19% dei cattolici filippini di età superiore ai 50 anni dichiara di non aver mai sentito parlare di Papa Leone o preferisce non rispondere, rispetto al 7% di coloro che hanno un’età compresa tra i 18 e i 34 anni.

Il 99 % degli adulti filippini dichiara di credere in Dio

3. Ccosì tutti gli adulti filippini (99%) dichiarano di credere in Dio,  secondo il nostro sondaggio del 2024. ECiò include il 100% dei protestanti e il 99% dei cattolici.

Tuttavia, i filippini protestanti e cattolici differiscono maggiormente nelle loro credenze riguardo agli spiriti degli antenati. Mentre il 56% dei cattolici ritiene che gli spiriti degli antenati possano aiutarli o danneggiarli, il 26% dei protestanti è dello stesso avviso.

8 adulti su 10 pregano ogni giorno

4. Le Filippine hanno una delle tassi di preghiera più elevati tra i trentasei paesi che abbiamo intervistato nel 2024. Circa otto adulti filippini su dieci (79%) dichiarano di pregare ogni giorno, compresa la maggioranza dei cattolici (77%) e dei protestanti (88%).

Tuttavia, si osservano differenze più significative in altre pratiche religiose. Ad esempio, i cattolici filippini sono circa tre volte più propensi dei protestanti ad affermare di accendere incenso o candele per motivi spirituali o religiosi (76 % contro 27 %).

La Bibbia dovrebbe avere un’influenza notevole o discreta sulle leggi (82%)

5. La maggior parte dei filippini (82%) sostiene che la Bibbia dovrebbe avere molto o abbastanza influenza sulle leggi delle Filippine. Questa opinione è condivisa da un’ampia maggioranza sia dei cattolici che dei protestanti.

Tuttavia, i gruppi hanno opinioni diverse su come procedere quando la Bibbia e la volontà del popolo entrano in conflitto. Quando chiediamo a coloro che ritengono che la Bibbia dovrebbe avere almeno un’influenza considerevole sulle leggi nazionali come pensano che si debba gestire questo tipo di conflitto, il 63% dei protestanti afferma che la Bibbia dovrebbe avere più influenza della volontà del popolo.

Solo il 31% dei cattolici filippini condivide questa posizione, mentre il 49% sostiene che debba prevalere la volontà del popolo. 

Nota: Qui Troverete le domande e le risposte del sondaggio del Pew Research, oltre ai dati più recenti sull'appartenenza religiosa nelle Filippine, tratti da un sondaggio condotto nel 2026. 

L'autoreRedazione Omnes

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L'obbedienza dei figli di Dio

L'obbedienza cristiana non nasce dalla paura né dall'imposizione, ma dalla fiducia di chi si riconosce figlio di Dio e scopre che la Sua volontà conduce alla vera libertà.

2 luglio 2026-Tempo di lettura: 8 minuti

Ci sono parole che sembrano aver subito male il passare del tempo. Basta pronunciarle per suscitare un certo disagio. «Sacrificio», «castità», «peccato»… e anche «obbedienza». Per molti, obbedire significa rinunciare alla propria libertà, lasciare che sia un altro a pensare al posto nostro o rassegnarsi a sottostare alla volontà di qualcun altro.

Non c’è da stupirsi che sia così. Nel corso della storia non sono mancati esempi di autorità esercitata in modo abusivo, né persone che, in nome dell’obbedienza, hanno finito per giustificare decisioni arbitrarie. Anche oggi, all’interno e all’esterno della Chiesa, continuiamo a chiederci cosa significhi realmente obbedire e quali siano i suoi limiti.

L'obbedienza di Gesù

Ma forse il problema non è l’obbedienza. Forse il problema è che abbiamo dimenticato come obbediva Gesù Cristo. Perché c’è un fatto che risulta davvero sconcertante: l’uomo più libero che sia mai esistito era anche il più obbediente. E questo sembra una contraddizione.

Come può l’obbedienza coesistere con la libertà? Non dovrebbe essere esattamente il contrario? Forse è da troppo tempo che ci poniamo la domanda sbagliata. Quando pensiamo all’obbedienza, tendiamo a chiederci: perché dovrei obbedire? Il Vangelo, tuttavia, parte da molto prima: la vera domanda non è perché obbedire, ma a chi obbediamo. Ed è lì che cambia assolutamente tutto.

Gesù non parla mai della sua obbedienza come di un peso da sopportare. Né come di qualcuno che si limita a eseguire degli ordini. Tutta la sua vita ruota attorno a una relazione. Una relazione così profonda da spingerlo a dire: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato…» (Giovanni 4,34). Oppure: «Colui che mi ha mandato è con me, non mi ha lasciato solo; perché io faccio sempre ciò che gli è gradito» (Giovanni 8,29).

C’è un dettaglio che facilmente passa inosservato. Ogni volta che Gesù parla di obbedire alla volontà di Dio, parla anche del Padre. Non presenta mai Dio come un padrone dal quale bisogna difendersi. Mai come qualcuno che limita la sua libertà. Sempre come un Padre che conosce, ama e nel quale ripone piena fiducia. Tutta la differenza tra l’obbedienza cristiana e qualsiasi altra forma di obbedienza sta, forse, proprio in quella sola parola: Padre. Cristo non obbedisce perché ha un padrone. Obbedisce perché ha un Padre. E questa differenza non è una semplice sfumatura. È il cuore stesso del cristianesimo.

Perché siamo figli

Anche noi, attraverso il Battesimo, abbiamo ricevuto quella stessa filiazione. Non siamo semplicemente creature che cercano di osservare alcuni comandamenti. Siamo figli chiamati a partecipare allo stesso rapporto che Gesù Cristo vive con il Padre. Per questo la nostra obbedienza non può essere intesa come frutto della paura, ma della fiducia.

Forse vale la pena soffermarci un attimo. Quando penso a Dio, quale immagine mi viene in mente per prima? Quella di un Padre che desidera guidare la mia vita verso la sua pienezza? Oppure quella di qualcuno che viene continuamente a chiedere, a pretendere o a limitare la mia libertà? La risposta a questa domanda cambia completamente il nostro modo di intendere l’obbedienza. 

Mons. Fernando Ocáriz, prelato dell’Opus Dei, lo esprime con una frase tanto semplice quanto illuminante: «Solo Dio è degno di obbedienza, perché solo Lui conosce pienamente la via che conduce ciascuno di noi alla felicità». Vale la pena assaporarla con calma. Non dice che Dio sia degno di obbedienza semplicemente perché ha autorità. Dice qualcosa di molto più profondo: che solo Lui conosce pienamente la via che conduce alla nostra felicità. Ed è qui che emerge un’idea fondamentale. Dio non chiede obbedienza perché abbia bisogno di essere obbedito. Ce la propone perché ci ama.

Per obbedire, per fidarsi

Solo Colui che ci ha creati conosce anche lo scopo per cui siamo stati creati. Solo Lui conosce quel cammino — e potremmo dire addirittura quel «cammino nel cammino» — attraverso il quale ogni persona raggiunge la pienezza per cui è stata pensata fin dall’eternità. Per questo, forse molte delle nostre difficoltà nell’obbedire non nascono dalla mancanza di generosità. Forse nascono da qualcosa di molto più profondo. E se, in fondo, non fossimo ancora del tutto convinti che Dio voglia la nostra felicità?

Perché solo quando quella certezza si fa strada nel cuore accade qualcosa di sorprendente: l’obbedienza smette di essere percepita come una minaccia e comincia ad assomigliare, sempre di più, a un atto di fiducia.

Ma cosa significa davvero fidarsi?

Spesso identifichiamo la fiducia con un sentimento. Tuttavia, nella vita di tutti i giorni scopriamo che è molto più di questo. Avere fiducia significa decidere di affidare la propria vita, almeno sotto certi aspetti, nelle mani di un altro.

Lo facciamo continuamente: un paziente che accetta la terapia proposta dal proprio medico. Uno studente che si lascia istruire dal proprio insegnante. Un alpinista che ascolta le indicazioni della propria guida. Nessuno di loro vive questa fiducia come una perdita di libertà. Al contrario, proprio perché hanno fiducia riescono a raggiungere un luogo che, da soli, difficilmente avrebbero raggiunto.

Con Dio accade qualcosa di simile, anche se infinitamente più profondo. Pensiamo a un bambino che cammina per mano di suo padre lungo un sentiero di montagna. A un certo punto, il padre gli dice: «Non andare da quella parte!» Il bambino potrebbe pensare che gli stiano togliendo la libertà. Tuttavia, la realtà è ben diversa: il padre ha semplicemente visto un precipizio che il figlio non riesce ancora a scorgere.

Forse l’obbedienza cristiana assomiglia molto di più a questa scena di quanto immaginiamo. Obbedire non significa camminare ad occhi chiusi. Significa camminare tenendosi per mano con il Padre. Non significa rinunciare alla propria intelligenza, ma accettare con umiltà che esiste uno sguardo più ampio del nostro. Uno sguardo che riesce a vedere ciò che noi ancora non riusciamo a vedere.

Tutti abbiamo vissuto esperienze simili. Quante volte abbiamo scoperto, solo con il passare degli anni, che ciò che in un primo momento ci era sembrato una perdita si è poi rivelato una delle più grandi benedizioni della nostra vita? Quante volte abbiamo capito troppo tardi che Dio ci stava salvando da un precipizio che allora non eravamo in grado di riconoscere? Forse è per questo che l’obbedienza cristiana non può mai essere separata dalla fiducia. 

Dio ci guida attraverso dei mediatori

Ma qui sorge immediatamente una nuova domanda. Se solo Dio è degno di obbedienza, perché ha voluto avvalersi continuamente di mediatori umani? Perché non parla direttamente e subito?

L’intera storia della salvezza sembra proprio fondarsi su questa logica. Dio chiama Abramo per benedire un popolo. Si avvale di Mosè per liberare Israele. Invia i profeti per ricordare la sua alleanza. Sceglie Maria per far nascere suo Figlio. Affida agli Apostoli la missione di annunciare il Vangelo. E continua a farlo oggi attraverso la Chiesa. Potrebbe sembrare strano. Se Dio è onnipotente, perché ha bisogno di mediatori? La risposta è semplice: non ne ha bisogno, li vuole.

Perché è così che Egli ha voluto insegnarci che la salvezza non si vive mai da soli. Dio ci ha creati per la comunione e, proprio per questo, spesso viene incontro a noi attraverso altre persone. Tuttavia, è opportuno fare qui una precisazione fondamentale. Il mediatore non prende mai il posto di Dio. Aiuta solo a scoprirLo.

Ogni mediazione autenticamente cristiana possiede una trasparenza ammirevole. Vale a dire: non attira a sé stessa, ma verso Colui da cui proviene. Per questo Gesù Cristo è il Mediatore perfetto. Non è venuto per sostituirsi al Padre. È venuto per rivelarlo. Tutta la sua vita consiste nel condurci verso di Lui. «Chi ha visto me ha visto il Padre» (Giovanni 14,9). E forse nessuna scena del Vangelo esprime meglio questa verità delle nozze di Cana. Maria lì pronuncia un’unica indicazione. E basta quella frase per riassumere tutta la spiritualità della mediazione cristiana: «Fate quello che vi dirà» (Giovanni 2,5). È difficile immaginare una definizione più bella di ciò che significa essere mediatore. Maria non attira gli sguardi su di sé. Non sostituisce Cristo. Non prende il suo posto. Semplicemente conduce a Lui. 

Ogni autorità cristiana dovrebbe potersi riconoscere in queste parole. Un padre di famiglia, una madre, un sacerdote, un vescovo, il Papa, un catechista, un insegnante, un amico. E anche tu e io. Perché forse, mentre leggevamo questo elenco, pensavamo solo agli altri. Eppure anche noi svolgiamo continuamente piccole attività di mediazione: ogni volta che diamo un consiglio sincero a un amico; ogni volta che accompagniamo un figlio; ogni volta che spieghiamo la fede; ogni volta che svolgiamo un’opera di apostolato… In tutti questi momenti diventiamo, in qualche modo, mediatori. E allora la domanda non è più: «A chi devo obbedire?». La domanda diventa molto più impegnativa: quando qualcuno mi si avvicina, finisce per ascoltare meglio la mia voce… o quella di Cristo? 

Perché questa è la differenza tra autorità e autoritarismo. L’autoritarismo porta a se stessi. La vera autorità scompare affinché Dio possa manifestarsi. Ogni mediatore autenticamente cristiano potrebbe riassumere la propria missione con le parole di Maria: «Fate quello che vi dirà» (Giovanni 2,5).

L'obbedienza si mette alla prova nelle difficoltà

A questo punto, rimane ancora una domanda a cui rispondere. Se l’obbedienza nasce dalla fiducia e la fiducia nasce dal sentirci figli, perché obbedire continua ad essere, così spesso, difficile? 

Perché essere figli non significa che comprendiamo sempre le vie del Padre. Anche Gesù Cristo ha sperimentato quell’oscurità. La scena del Getsemani è, forse, la pagina più luminosa del Vangelo per comprendere l’obbedienza cristiana: Gesù sa cosa lo aspetta. Conosce la sofferenza, l’abbandono, la croce. E, da vero uomo, non ne è indifferente. Per questo prega con commovente sincerità: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice; ma non sia fatta la mia volontà, bensì la tua». Queste parole ci rivelano qualcosa di profondamente umano: l’obbedienza non consiste nel smettere di provare sentimenti, non consiste nel negare la sofferenza, né nel fingere che tutto sia facile. Cristo non elimina il suo desiderio umano di evitare il dolore, ma aggiunge immediatamente: «Ma non sia fatta la mia volontà, bensì la tua» (Luca 22,42). Non sono le parole di chi si rassegna. Sono le parole del Figlio che, pur senza comprendere appieno il perché di quel cammino, continua a confidare nel cuore del Padre. Come si può constatare: la fiducia non consiste nel capire tutto, consiste nel sapere in chi abbiamo riposto la nostra vita. 

La Lettera agli Ebrei esprime questo mistero con una frase sorprendente: «Pur essendo Figlio, ha imparato, attraverso la sofferenza, a obbedire» (Eb 5,8). Queste parole potrebbero lasciarci perplessi. Come può l’eterno Figlio di Dio «imparare» a obbedire? Non perché prima fosse disobbediente. Ma perché l’obbedienza non è una teoria che si possa imparare da un libro. L’obbedienza si impara solo percorrendo la via dell’amore. Solo chi ama scopre, poco a poco, che affidarsi vale più che controllare. Che donarsi vale più che aggrapparsi. Che perdere la vita per amore significa, misteriosamente, trovarla.

Anche noi impariamo così. Nessuno nasce sapendo come riporre piena fiducia in Dio. Tutti impariamo poco a poco. Impariamo quando i nostri piani cambiano inaspettatamente. Quando una malattia bussa alla nostra porta. Quando un progetto fallisce. Quando una porta si chiude senza che ne capiamo il motivo. Quando Dio tace… È proprio lì che l’obbedienza smette di essere un’idea e diventa un modo concreto di amare. 

Forse tutti possiamo chiederci con sincerità: «Continuo ad avere fiducia anche quando non capisco del tutto?». Perché finché tutto va secondo i nostri desideri, è relativamente facile dire che abbiamo fiducia in Dio. La vera fiducia emerge quando le Sue vie smettono di coincidere con le nostre. Eppure, anche in quel momento, continuiamo a dire: «Padre…». Quella parola cambia tutto. Perché il cristiano non obbedisce mai a un destino. Non obbedisce mai a una forza impersonale. Non obbedisce mai semplicemente a una legge. Obbedisce a un Padre. E questo fa tutta la differenza.

Forse è per questo che san Paolo descrive l’obbedienza di Cristo come la via della sua esaltazione: «si umiliò, facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce. Per questo Dio lo esaltò…» (cfr. Filippesi 2,8-9). La croce non fu il fallimento dell’obbedienza. Fu la sua manifestazione più perfetta. In essa scopriamo che la volontà del Padre non ha mai cercato di distruggere il Figlio, ma di donare il suo amore al mondo intero. Solo dopo la Risurrezione i discepoli poterono comprendere appieno quella via.

E forse anche noi proviamo qualcosa di simile. Spesso comprendiamo la fedeltà di Dio solo quando guardiamo indietro alla nostra storia. Solo allora scopriamo che ciò che un giorno ci ha fatto soffrire si è finito per trasformare in una grazia immensa. Che quel «no» di Dio nascondeva un «sì» molto più grande. Che la strada che non avremmo mai scelto era, proprio quella che dovevamo percorrere.

Obbedienza e libertà

Forse ora possiamo tornare alla domanda con cui abbiamo iniziato questo articolo. Come ha potuto Gesù Cristo essere l’uomo più libero e, allo stesso tempo, il più obbediente?

Perché non ha mai considerato l’obbedienza come una minaccia alla sua libertà. L’ha intesa come l’espressione più perfetta del suo amore per il Padre. E noi, attraverso il Battesimo, abbiamo ricevuto quella stessa vocazione.

Forse la prossima volta che la parola «obbedienza» susciterà in noi una certa resistenza, sarebbe bene non chiederci subito cosa Dio ci stia chiedendo. Forse c’è una domanda che viene prima. Una domanda molto più importante. Ho davvero fiducia in Lui?

Perché solo chi si riconosce figlio scopre che la volontà del Padre non è mai in contrasto con la propria felicità. È proprio questa la via che la rende possibile. In definitiva, l’obbedienza dei figli di Dio non consiste nel rinunciare alla libertà. Consiste nel scoprire che la libertà raggiunge la sua pienezza quando, come Cristo, si impara a riposare con fiducia nelle mani del Padre.

L'autoreHugo Elvira

Ingegnere guatemalteco e laureato in Teologia dogmatica presso la Pontificia Università della Santa Croce (Roma). Presidente della Fondazione Amivalle.

Vaticano

La Santa Sede scomunica i vescovi della FSSPX e conferma il scisma

Il Dicastero per la Dottrina della Fede ritiene che il scisma sia ormai consumato a seguito delle consacrazioni episcopali illecite, dichiara scismatici i ministri della FSSPX e avverte che ""Saranno considerati scismatici ed scomunicati coloro che aderiranno formalmente alla Fraternità».

Teresa Aguado Peña-2 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

La Santa Sede ha dichiarato la scomunica del vescovo Alfonso de Galarreta e dei quattro sacerdoti che sono stati consacrati vescovi senza mandato pontificio, a seguito delle ordinazioni episcopali celebrate dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) nonostante i ripetuti avvertimenti di Roma e l'appello lanciato da Papa Leone XIV affinché rinunciassero a tale intento.

Il decreto, firmato dal prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, il cardinale Víctor Manuel Fernández, afferma che Alfonso de Galarreta, «avendo commesso un atto di natura scismatica mediante la consacrazione episcopale di quattro sacerdoti, senza mandato pontificio e contro la volontà del Sommo Pontefice», abbia incorrendo ipso facto nelle sanzioni previste dal Codice di Diritto Canonico.

Di conseguenza, il Dicastero dichiara «a tutti gli effetti giuridici» che sia Alfonso de Galarreta sia Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier hanno commesso ipso facto nell'escomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica.

Inoltre, il decreto stabilisce che anche il vescovo Bernard Fellay è stato scomunicato latae sententiae, avendo partecipato in qualità di co-consacrante alla celebrazione e avendo aderito pubblicamente all’atto che la Santa Sede definisce scismatico.

Il documento si conclude con un monito rivolto sia al clero che ai fedeli laici affinché non aderiscano al scisma della Fraternità Sacerdotale San Pio X, poiché, se lo facessero, incorrerebbero anch’essi nella pena della scomunica latae sententiae.

Una nota esplicativa illustra la portata della decisione

Insieme al decreto, il Dicastero per la Dottrina della Fede ha pubblicato una nota esplicativa in cui espone le ragioni della decisione adottata e ne illustra le conseguenze canoniche e pastorali.

Il documento inizia ricordando che, dal pontificato di san Paolo VI fino ai colloqui tenuti di recente dallo stesso Dicastero, «i numerosi tentativi di ricondurre i seguaci del movimento avviato da monsignor Marcel Lefebvre alla piena comunione con la Chiesa cattolica si sono rivelati infruttuosi».

Secondo la nota, la situazione si è definitivamente aggravata a seguito delle recenti consacrazioni episcopali effettuate «senza mandato pontificio, contro la volontà del Santo Padre e in aperta violazione del diritto canonico».

Per questo motivo, il Dicastero ritiene necessario dichiarare che tali consacrazioni «hanno costituito il delitto di scisma», ricordando che già san Giovanni Paolo II aveva affermato nella lettera apostolica Ecclesia Dei che la consacrazione di vescovi senza mandato pontificio costituisce «un atto scismatico», in quanto implica «un rifiuto concreto del Primato romano».

I ministri della Fraternità vengono considerati scismatici

La Nota stabilisce, come prima conseguenza, che «i ministri sacri appartenenti alla Fraternità Sacerdotale San Pio X si trovano in scisma e, pertanto, devono essere considerati scismatici», essendo soggetti alla scomunica prevista dal canone 1364 §1 del Codice di Diritto Canonico.

Il Dicastero fonda questa affermazione sia sulla lettera apostolica Ecclesia Dei come nella Nota esplicativa pubblicata nel 1996 dall’allora Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, la cui dottrina ritiene pienamente vigente.

La situazione dei fedeli laici

Per quanto riguarda i fedeli laici, saranno considerati scismatici ed scomunicati coloro che aderiscano formalmente alla Fraternità Sacerdotale San Pio X alle condizioni stabilite nella Nota esplicativa del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi del 1996 (cfr. ibidem, 7), tuttora in vigore, che questo Dicastero fa proprio:

«Nel caso di altri fedeli, tuttavia, è evidente che la partecipazione occasionale ad atti liturgici o ad attività del movimento lefebvriano, senza adottare l’atteggiamento di disunione dottrinale e disciplinare proprio di tale movimento, non è sufficiente a costituire l’appartenenza formale allo stesso. Nella pratica pastorale, può risultare più difficile valutare la loro situazione. È necessario tenere conto, soprattutto, dell’intenzione dell’individuo e di come tale disposizione interiore si traduca in azione. Di conseguenza, le diverse situazioni devono essere valutate caso per caso, negli organi competenti dei fori esterni e interni».

Avviso sui sacramenti

La Nota dedica inoltre una sezione alla celebrazione dei sacramenti da parte della Fraternità.

In esso avverte il Popolo di Dio che i suoi ministri «amministrano i sacramenti in modo illecito» e afferma espressamente che sia il sacramento della penitenza da loro amministrato, sia i matrimoni celebrati dai suoi ministri «sono invalidi».

Per questo motivo, esorta i fedeli ad astenersi dal partecipare alle celebrazioni e alle attività promosse dalla Fraternità.

Un invito a tornare alla piena comunione

Oltre alle misure canoniche, il Dicastero sottolinea che lo scopo di queste decisioni non è esclusivamente disciplinare.

«La Chiesa, come madre premurosa, accoglierà con sincero affetto e viva sollecitudine tutti coloro che desiderano tornare alla piena comunione», afferma la Nota, annunciando che i nunzi apostolici stabiliranno le procedure che gli ordinari potranno seguire in ciascun caso per facilitare tale ritorno.

Infine, il documento esorta tutti i fedeli a rimanere saldi nella comunione con il Romano Pontefice, con i vescovi in comunione con lui e con tutta la Chiesa, ricordando che l'unità ecclesiale costituisce un elemento essenziale della vita della Chiesa.

Che Dio sia al centro

La visita di Papa Leone XIV in Spagna ha smentito le previsioni sulla secolarizzazione e ha riportato la fede al centro del dibattito pubblico. Al di là del successo in termini di affluenza, il viaggio ha messo in luce un nuovo avvicinamento della società spagnola al fenomeno religioso, caratterizzato da naturalezza, gioia e una rinnovata fiducia nel ruolo culturale e spirituale del cattolicesimo.

2 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Per anni, la cronaca sociologica ha ribadito una diagnosi immutabile: l’Occidente avanzava a passi da gigante verso una secolarizzazione silenziosa, in cui la fede veniva confinata alla sfera strettamente privata. Tuttavia, gli avvenimenti di inizio giugno hanno infranto tutti gli schemi prestabiliti. La visita apostolica di Papa Leone XIV in Spagna—il suo primo grande viaggio di sette giorni in una democrazia europea di tradizione cattolica— non solo ha riscosso un grande successo di pubblico, ma ha anche confermato un fenomeno che ormai non si può più ignorare: l’esistenza di una “svolta cattolica” nella società spagnola o, almeno, di un nuovo e positivo posizionamento della fede nella sfera sociale.

Nel corso di una settimana intensa, Dio, la Chiesa e il vivere la fede sono usciti dalle sacrestie per diventare il fulcro di incontri informali, cene e dibattiti. Ciò che è stato davvero rivoluzionario non è stata solo la presenza del Pontefice, ma l’impressionante positività e naturalezza con cui il Paese ha accolto questo momento.

Il passaggio di Leone XIV in Spagna ha lasciato messaggi profondi che risuonano direttamente nell’anima di una società che sembra essersi risvegliata da un letargo inerte. Questa “svolta cattolica” si fonda su tre pilastri fondamentali che il Papa ha saputo mettere in moto:

Una fede senza complessi: Abbiamo superato, fortunatamente, quella vecchia inerzia sociale secondo cui manifestare le proprie convinzioni era considerato un atto di maleducazione o un anacronismo. Il viaggio papale ha inaugurato un clima di rispetto reciproco e di sincero interesse per il cattolicesimo, contagiando anche coloro che non lo condividono, ma che ne riconoscono il valore antropologico e culturale.

La gioia come risposta al distacco: di fronte al trito stereotipo mediatico che associa il credente all’amarezza o a un’espressione severa, i giovani spagnoli hanno risposto con una gioia travolgente, spontanea e contagiosa. In un’epoca segnata dall’epidemia della solitudine, della depressione e del vuoto esistenziale, Leone XIV ha ricordato che la fede non è un peso, ma un’ancora che non delude mai.

La maturità di accettare l'imperfezione: uno dei messaggi più sinceri e incisivi che questa visita ci lascia è il superamento degli errori. La Chiesa sta imparando a camminare con le ferite aperte, assumendosi il passato con dolore ma con la ferma determinazione di emendarsi. Il Papa ci ha ricordato che l’obiettivo non è una perfezione arrogante, bensì una maggiore vicinanza a chi soffre e l’umiltà necessaria per andare avanti.

Per i credenti, il successo di questi sette giorni non può ridursi a un picco mediatico o a un fenomeno di massa passeggero; la vera sfida è trasformare l’emozione in qualcosa di duraturo. Ora che gli echi delle folle si stanno spegnendo, rimane il compito più profondo. Come ci ha ben insegnato questo viaggio, non si tratta semplicemente di mettere Dio temporaneamente al centro dell’attenzione, ma di fare in modo che Dio sia il centro stesso.

La guerra sacrilega in Ucraina

Oggi è proprio l’Ucraina, vittima dell’aggressione, a indicare alla Russia la via verso la luce. Il popolo ucraino è diventato un esempio commovente nella difesa della propria identità nazionale, fondata sull’amore per la libertà e non sulla sottomissione del vicino.

2 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Il 20 giugno ho avuto il privilegio di ascoltare due giovani che nei loro sguardi riflettono il peso di una storia tragica, ma anche la luce di una speranza incrollabile. Si tratta di Ihor Chikhman e Marta Kostyk, membri del Consiglio dei Giovani della Ambasciata dell'Ucraina in Spagna. Nelle sue parole non c’era odio, ma una profonda sete di verità e di giustizia. Al termine del nostro incontro, mi hanno fatto un regalo su cui sto riflettendo da allora: l’eccellente libro “Cronaca di una guerra sacrilega”, scritto da Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk, Arcivescovo maggiore di Kyiv-Halyć e primate della Chiesa greco-cattolica ucraina.

Il titolo dell’opera di Shevchuk non è un semplice espediente letterario; è una diagnosi spirituale precisa. Perché definire «sacrilega» questa guerra? Perché le autorità russe hanno varcato una linea rossa che va oltre la geopolitica: stanno utilizzando la religione cristiana per giustificare crimini contro l’umanità e, di conseguenza, crimini contro Dio stesso. Benedire i missili, santificare l’invasione di una nazione sovrana e sventolare la croce per giustificare la distruzione di ospedali e parrocchie è la definizione stessa di sacrilegio. È prendere il nome di Dio invano per coprire la barbarie.

Nazionalismo adornato di ornamenti

Nulla smaschera con maggiore crudezza questa menzogna quanto la sofferenza dei più piccoli. Il straziante rapimento di circa 20.000 bambini ucraini da parte delle truppe russe, strappati dalle loro case e dai loro genitori per essere rinchiusi in campi di rieducazione in Russia, è un grido che arriva fino al Cielo. Cercare di cancellare l’identità, la memoria e la lingua di questi bambini è un’atrocità che si scontra frontalmente con qualsiasi valore evangelico. Chi strappa un figlio all’amore di sua madre non può, in nessuna circostanza, presentarsi al mondo come un difensore dei valori familiari e cristiani.

Osservando la retorica e le azioni del Cremlino, risulta evidente che la Russia non abbia vissuto una vera e propria purificazione dal proprio passato totalitario. Sembra piuttosto che abbia sostituito l’apparato ideologico del comunismo con un cristianesimo politico e tattico. Le forme sono cambiate, la falce e il martello spesso condividono lo spazio con le icone bizantine, ma le pratiche criminali, la repressione, la menzogna di Stato e l’asservimento del proprio popolo e dei popoli vicini rimangono intatti. È un nazionalismo imperiale rivestito di ornamenti liturgici.

Di fronte a questa realtà, noi cristiani occidentali non dobbiamo lasciarci ingannare. In alcuni ambienti c’è la tentazione di guardare a Mosca come a un baluardo di resistenza contro la secolarizzazione e la decadenza morale dell’Occidente. Ma le manifestazioni religiose del governo russo non sono altro che un alibi, un miraggio concepito per sedurre gli incauti e tenere i cittadini sottomessi. Non c’è alcuna difesa possibile della morale cristiana laddove si calpesta sistematicamente la dignità umana e si uccide il prossimo.

Cristiani ucraini

Oggi è proprio l’Ucraina, vittima dell’aggressione, a indicare alla Russia quella via verso la luce. Il popolo ucraino è diventato un esempio commovente nella difesa della propria identità nazionale, fondata sull’amore per la libertà e non sulla sottomissione del vicino. La sua lotta è, inoltre, un’eroica difesa della libertà religiosa. Le testimonianze che ci giungono sono sconvolgenti: nei territori ucraini attualmente occupati dalla Russia è stata instaurata una feroce persecuzione religiosa. Sacerdoti greco-cattolici, fedeli di rito latino, pastori protestanti e membri di altre confessioni sono vessati, rapiti e torturati per essersi rifiutati di sottomettere la propria coscienza ai dettami politici dell’invasore. Laddove si impone il modello del Cremlino, la vera libertà di spirito viene schiacciata.

Il coraggio e il sacrificio quotidiano dei cristiani ucraini, la loro resistenza pacifica e la loro fede temprata nel crogiolo del dolore ci aprono gli occhi. Ci ricordano che la vera fede si manifesta nell’amore, nella difesa della vita e nel servizio alla verità.

La testimonianza di giovani come Ihor e Marta e la voce profetica di pastori come Sviatoslav Shevchuk ci fanno capire che la Russia ha bisogno, oggi più che mai, di convertirsi. E non stiamo parlando di un semplice cambio di schieramento politico, ma di una conversione del cuore. La libertà della Russia — la sua liberazione da questo sequestro ideologico e imperialista — è una condizione necessaria per la libertà dell’Europa e la pace del mondo intero. Per raggiungere questo obiettivo, è necessario un autentico pentimento davanti alla storia e davanti a Dio, e abbandonare una volta per tutte quella maschera religiosa che serve solo come alibi per continuare a infliggere profondi danni all’umanità.

La libertà del popolo ucraino

Forse il modo migliore per comprendere questa speranza è quello di attingere all’anima stessa del popolo ucraino, espressa nei versi del suo grande poeta nazionale, Taras Shevchenko, che già nel XIX secolo si ribellava all’imperialismo con fede incrollabile:

“Lottate e vincerete!»

Che Dio vi aiuti!

Da parte vostra ci sono la forza,

”la libertà e la santa verità».

Vangelo

L'umiltà che rivela. XIV domenica del tempo ordinario (A)

Vitus Ntube ci illustra le letture della XIV domenica del tempo ordinario (A), corrispondente al 5 luglio 2026.

Vitus Ntube-2 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Le letture di oggi ci presentano Gesù Cristo come il vero umile. Nella prima lettura troviamo l’immagine di un Messia umile; nel Vangelo, Gesù stesso afferma di essere mite e umile di cuore.

Che cosa rende speciale l’umiltà di Cristo? Che cosa possiamo imparare da essa? L’umiltà di Cristo è indissolubilmente legata alla verità: alla verità della rivelazione che ci mostra chi è veramente Dio. Dio si rivela nell’umiltà, e chi accoglie questa rivelazione deve avvicinarsi a Lui anch’esso con cuore umile. La rivelazione di Dio si compie in un contesto di umiltà.

Nella prima lettura, il Messia entra a Gerusalemme in modo profondamente umile: “Guarda, ecco che arriva il tuo re, giusto e vittorioso, povero e in sella a un asinello, a un puledro di asina”. Il Messia non viene con potere né splendore mondani, ma con semplicità e mitezza. L’umiltà è inscindibile dalla verità. Non c’è verità più grande della conoscenza di Cristo. Il Vangelo sottolinea le condizioni necessarie per ricevere questa rivelazione.

Gesù loda il Padre per il modo in cui ha rivelato i suoi misteri: “Hai nascosto queste cose ai saggi e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli”. I saggi e gli esperti, in questo contesto, non vengono condannati per la loro conoscenza, ma per l’orgoglio che impedisce loro di accogliere una verità che va oltre i propri schemi e le proprie aspettative. Poiché Dio si rivela nell’umiltà, anche l’atteggiamento adeguato per accoglierlo deve essere l’umiltà. Gesù Cristo, l’unico rivelatore del Padre, viene nell’umiltà e può essere compreso veramente solo dai semplici come i bambini.

L’umiltà di Cristo è anche fonte di riposo. Gesù ci invita a imparare dal suo cuore, perché in Lui scopriamo la verità più profonda su Dio e su noi stessi. Le preoccupazioni della vita quotidiana diventano sopportabili quando vengono portate con Cristo e con lo stesso spirito con cui Egli portò la propria croce. Quando condividiamo quella stessa disposizione interiore, anche i fardelli della vita si trasformano. Per questo Gesù dice: “Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete riposo per le vostre anime”. Il giogo di Cristo non ci schiaccia, ma ci alleggerisce. Non ci opprime, ma ci eleva. È il giogo dell’amore, il giogo dell’umiltà.

Tuttavia, per imparare l’umiltà di Cristo, dobbiamo possedere lo Spirito di Cristo. La seconda lettura ci ricorda che il “Spirito di Dio” abita in noi, e che senza di lui “Spirito di Cristo” Non apparteniamo a Lui. Dobbiamo permettere allo Spirito Santo di plasmarci e guidarci, poiché Egli ci insegna l’umiltà e apre il nostro cuore affinché possiamo accogliere la verità rivelata in Cristo.

L'intelligenza artificiale e il lavoro giornalistico

Nell’era dell’Intelligenza Artificiale, c’è un dovere insostituibile che riguarda noi giornalisti: quello di non rinunciare alla nostra autorevolezza, garantire la trasparenza delle fonti, rispettare la dignità dei lettori e coltivare la dimensione umana della narrazione.

2 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Nel marzo del 2026 sono trascorsi 150 anni dalla fondazione del quotidiano italiano Corriere della Sera. Papa Leone ha sempre dimostrato grande sensibilità nei confronti del lavoro giornalistico; infatti, è proprio ai professionisti dei media che ha dedicato la sua prima udienza. In occasione dell’anniversario, ha scritto una breve lettera al giornale congratulandosi con loro per il loro lavoro e ricordando che la dimensione umana va sempre tutelata e coltivata.

In un momento in cui l’intelligenza artificiale sembra destinata a rivoluzionare il mondo, è bene ricordare chi è un giornalista. Un giornalista è un professionista incaricato di indagare, raccogliere, analizzare, sintetizzare e diffondere informazioni di interesse pubblico, garantendone la veridicità e il rigore. Lavora su diversi mezzi di comunicazione —stampa, radio, televisione, media digitali— per contestualizzare l’attualità e consentire ai cittadini di prendere decisioni informate.

Con l’avvento dell’intelligenza artificiale, la responsabilità del giornale è ancora maggiore, se possibile. I giornali — sottolinea il Papa —, oltre a fornire notizie di attualità, ovvero a informarci su ciò che accade in un determinato Paese e nel mondo, sono anche un veicolo di cultura, vero e proprio fermento vitale della società alla cui creazione contribuiscono. La rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo rappresenta una sfida per stare al passo con i tempi ed è, inoltre, una prova che riguarda tutti, senza eccezioni, sottolinea il Pontefice nella lettera indirizzata al quotidiano italiano.

Nell’era dell’intelligenza artificiale, c’è un dovere insostituibile che riguarda noi giornali: quello di non rinunciare alla nostra autorevolezza, garantire la trasparenza delle fonti, rispettare la dignità dei lettori e coltivare la dimensione umana della narrazione.

La mente umana e una buona coscienza sono all’altezza di questa sfida, molto più dell’IA, che potrà aiutare nel lavoro giornalistico, ma non possiede né libertà né coscienza, bensì sputa fuori informazioni che le sono state precedentemente fornite. L’IA è uno strumento privo di etica, una macchina che, se non sa qualcosa, se la inventa; il giornalista è una persona che sa che nel proprio lavoro quotidiano non può lasciarsi andare alla fantasia. L’IA è, a mio avviso, uno strumento di grande aiuto, ma non deve pensare al posto mio.

Le piaghe di Cristo e la tunica senza cuciture

Due Papi hanno espresso lo stesso appello a distanza di trentotto anni: uno per le piaghe di Cristo, l’altro per la sua tunica senza cuciture. Le piaghe e la tunica dicono una sola cosa: che l’unità si paga con il sangue e non si strappa senza dolore.

1° luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Oggi, 1° luglio 2026, a Écône, la Fraternità Sacerdotale San Pio X ha consacrato quattro vescovi senza mandato pontificio. Trentotto anni prima, Marcel Lefebvre aveva fatto lo stesso, nello stesso luogo. Tra queste due date si stende un ponte costituito da due lettere e da un’unica supplica: non spezzate l’unità.

La prima fu scritta da Giovanni Paolo II il 9 giugno 1988, poco prima di quelle consacrazioni. Non era un documento giuridico, ma la lettera di un padre: chiedeva a Lefebvre, «per le piaghe di Cristo nostro Redentore», di non compiere un passo che potesse essere interpretato solo come scismatico, e gli ricordava la preghiera del Signore alla vigilia della sua Passione: «Che tutti siano uno».

Qualche settimana dopo, nel motu proprio Ecclesia Dei, Giovanni Paolo II individuò la radice del problema proprio dove si trovava realmente: non nell’amore per la liturgia antica — legittimo e rispettato —, ma in «una concezione incompleta e contraddittoria della Tradizione». Questo è il nodo della questione, allora come oggi. La Tradizione non è una reliquia custodita davanti al Papa; è una realtà viva che si trasmette con lui e sotto il suo ministero. Nessuno è fedele alla Tradizione se spezza il legame con colui al quale Cristo ha affidato l’unità della sua Chiesa. Chi contrappone Tradizione e Papato ha frainteso entrambe le cose.

La Fraternità invoca uno «stato di necessità»: vescovi che invecchiano, l’urgenza di garantire ordinazioni e cresime, il dovere di non abbandonare un’opera che sostiene la fede di molte anime. Il loro superiore generale, padre Davide Pagliarani —che non è vescovo—, sostiene che non intendono separarsi da Roma, ma servire «una madre che sta attraversando una grave difficoltà»; e insistono sul fatto che non si tratta di un capriccio di ogni singola comunità, bensì di una crisi eccezionale e oggettiva della Chiesa. È un’obiezione sincera, ma non valida: giudicare quando la necessità dispensa dalla comunione con Pietro è, proprio, ciò che nessuno può decidere da solo.

Roma non è rimasta con le mani in mano dal 1988. Benedetto XVI ha liberalizzato la Messa tradizionale nel 2007 e, nel 2009, ha revocato la scomunica dei quattro vescovi; sono seguiti anni di colloqui dottrinali. Francesco ha concesso ai sacerdoti della Fraternità la facoltà di confessare (nel 2015, con carattere permanente dal 2016) e ha regolamentato l’assistenza ai loro matrimoni (2017), per proteggere i fedeli. Per quasi quattro decenni la mano è rimasta tesa. Ecco perché una nuova consacrazione unilaterale fa così male: risponde con uno sbattere di porta a una porta aperta.

Il 13 maggio 2026, il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, ha avvertito che consacrare vescovi senza mandato costituirebbe «un atto scismatico», con la scomunica di chi consacra e dei consacrati già prevista in Ecclesia Dei (in base all’antico canone 1382, oggi 1387). Il 29 giugno 2026, Leone XIV si rivolse a padre Pagliarani con un linguaggio che ricalcava quello di Giovanni Paolo II: «Pieno di affetto cristiano, vi supplico e vi chiedo con tutto il cuore: fate marcia indietro!». E aggiunse, senza chiudere alcuna porta: «La Chiesa è disposta a intraprendere un cammino di dialogo e comprensione». Solo allora emerge l’immagine che dà il titolo a queste righe: «strappare la Tunica senza cuciture di Cristo è un peccato di estrema gravità».

La cosa più rivelatrice è che la Fraternità abbia risposto appropriandosi proprio di quell’immagine. Padre Pagliarani ha ringraziato il Papa per la sua «sollecitudine paterna» e, lungi dal rettificare, ha scritto di sentire il dovere di «ricomporre la tunica di Cristo, lacerata da forze e pressioni incompatibili con uno spirito autenticamente cattolico»; e ha chiesto che venisse valorizzata la sincerità della sua intenzione: «Non è ancora troppo tardi». È un argomento abile: entrambe le parti affermano di difendere la tunica senza cuciture. Ma quella tunica non si ricompone strappandone un brandello per conservarlo a parte, né si cuce dall’esterno. Chi la vuole davvero integra non consacra vescovi contro il Papa: rimane al suo fianco, anche se soffre. La comunione non è il prezzo della Tradizione. È la sua casa.

La Fraternità adduce ancora un argomento più sottile: il fatto che il Papa le scriva «come un padre al proprio figlio» dimostrerebbe che non c’è scisma, poiché nessuno si rivolge in questo modo a uno sconosciuto. Ma il ragionamento si ribalta. Il fatto che Roma continui a trattare come un figlio chi si allontana non dimostra che non vi sia rottura, bensì la pazienza del padre, che non legittima la disobbedienza del figlio e per questo si rattrista. Il fatto che qualche vescovo abbia riconosciuto lo spirito cattolico della Fraternità non risolve nulla. Si può amare la dottrina e, ciononostante, rompere la comunione proprio nell’atto stesso di consacrare senza mandato.

Nel 1988, molti sacerdoti che nutrivano lo stesso amore per la Tradizione ascoltarono Giovanni Paolo II e fondarono la Fraternità Sacerdotale di San Pietro. Essi conservano integralmente la liturgia tradizionale, la stessa formazione, la stessa riverenza, e lo fanno in pace, in piena comunione con il Successore di Pietro. Sono la prova vivente che la Tradizione non richiede il scisma.

Due Papi hanno espresso la stessa supplica a distanza di trentotto anni: uno per le piaghe di Cristo, l’altro per la sua tunica senza cuciture. Le piaghe e la tunica dicono una sola cosa: che l’unità si paga con il sangue e non si strappa senza dolore. Non è una questione interna alla Chiesa: Gesù ha chiesto che tutti fossero uno «affinché il mondo creda» (Gv 17, 21), e ogni frattura la rende meno credibile. Speriamo che questa volta la supplica venga ascoltata e che molti scelgano di vivere la tradizione cristiana accanto a colui che è la loro vera roccia: Pietro.

L'autoreRafael Domingo Oslé

Professore di diritto all'Università di Navarra

Mondo

La Spagna è il secondo Paese per quantità di aiuti forniti ai cristiani perseguitati

Il bilancio 2025 di “Aiuto alla Chiesa che Soffre” (ACN) riporta un investimento di 145,8 milioni di euro in progetti pastorali, sostegno ai sacerdoti, costruzione di chiese e difesa della libertà religiosa.

Teresa Aguado Peña-1° luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

«Sostenere la Chiesa più bisognosa». Questo è l’obiettivo che guida l’operato di Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACN), come hanno sottolineato i suoi responsabili durante la presentazione del bilancio 2025 della fondazione pontificia.

Il presidente di ACN Spagna, Walther von Plettenberg, ha presentato i risultati delle attività svolte da ACN Internazionale nel 2025. Grazie al sostegno di 363.176 benefattori e al lavoro dei suoi 24 uffici in tutto il mondo, la fondazione ha potuto finanziare 5.368 progetti in 141 paesi dei cinque continenti, sempre in collaborazione con le diocesi locali, per un totale di 1.251 diocesi beneficiarie.

Principali beneficiari

Nel corso dell’ultimo anno, l’ACN ha raccolto 145,8 milioni di euro provenienti da donazioni e lasciti, destinati a sostenere la vita pastorale della Chiesa nei luoghi in cui essa soffre maggiormente a causa delle persecuzioni, della povertà o dei conflitti.

I dieci paesi che hanno ricevuto il maggior sostegno economico nel 2025 sono stati l’India (7 milioni di euro), l’Ucraina (6 milioni), il Libano, la Siria, la Repubblica Democratica del Congo e la Nigeria — dove i progetti sono aumentati di circa il 50 %—, la Tanzania, l’Iraq, il Burkina Faso e il Pakistan.

Tra i principali beneficiari di questo aiuto figurano sacerdoti, diocesi, vescovi e laici. Von Plettenberg ha sottolineato che, nell’ultimo anno, un sacerdote su dieci in tutto il mondo ha ricevuto un qualche tipo di sostegno da parte di ACN. Inoltre, la fondazione ha reso possibile la celebrazione di quasi due milioni di messe a sostegno dei sacerdoti e ha finanziato la costruzione o il restauro di 791 edifici ecclesiastici.

«Una Chiesa senza tempio, che non può celebrare l’Eucaristia in un luogo dignitoso, è una Chiesa molto zoppicante», ha affermato il presidente di ACN Spagna, sottolineando l’importanza di dotare le comunità cristiane di spazi adeguati al culto.

Durante la presentazione è stata inoltre ricordata l’udienza privata concessa il 10 ottobre 2025 da Papa Leone XIV a una delegazione di ACN Internazionale. In quell’occasione, il Pontefice ha ringraziato la fondazione per il suo operato con queste parole: «La vostra missione proclama che, come un’unica famiglia in Cristo, non abbandoniamo i nostri fratelli e sorelle perseguitati. Al contrario, li ricordiamo, li sosteniamo e lavoriamo per garantire le libertà che Dio ha loro concesso».

Dove finiscono i loro guadagni?

Da parte sua, il direttore di ACN Spagna, José María Gallardo, ha presentato i dati relativi alla sede spagnola. Ha spiegato che l’81,9 % delle entrate proveniva da donazioni e il 18 % da eredità e lasciti. Del totale delle risorse ricevute, l’88,3% è stato destinato direttamente agli scopi propri della fondazione, mentre l’11,7 % è stato impiegato per le spese di funzionamento. Inoltre, l’82,2% dell’attività è stato dedicato specificamente al finanziamento di progetti.

L’Africa ha ricevuto nuovamente la maggior parte degli aiuti, con il 34,5 % del totale dei progetti. La crescita della Chiesa in questo continente, che si riflette nell’aumento dei fedeli e delle vocazioni, convive con grandi sfide quali la povertà e l’espansione del terrorismo islamista in un numero crescente di paesi. In luoghi particolarmente colpiti, come il Burkina Faso, il Niger e il Mali, ACN ha potuto aumentare i propri aiuti del 30 %, mentre il sostegno alla Chiesa in Nigeria è cresciuto del 47 %.

Gallardo ha sottolineato che i ricavi sono aumentati dello 0,3 % rispetto al 2024. «Stiamo mantenendo la nostra posizione; tuttavia, c’è stata una generosità straordinaria in termini di eredità e lasciti», ha affermato.

Nel 2025 la filiale spagnola ha contribuito per l'11,9 % ai ricavi internazionali di ACN, posizionandosi al secondo posto tra le 24 filiali presenti in tutto il mondo per contributo, superata solo dalla Francia. Dopo la Spagna seguono Germania, Regno Unito, Stati Uniti, Svizzera e Italia.

Libertà religiosa

La difesa della libertà religiosa è stata un altro dei temi centrali della presentazione. Gallardo ha ricordato le parole di Papa Leone XIV: «La libertà religiosa non è un privilegio, ma un diritto». In questo contesto, ACN promuove un manifesto per favorire l’effettivo rispetto dell’articolo 18 della Dichiarazione universale dei diritti umani. L’iniziativa ha già superato le 8.000 firme in Spagna, mentre l’organizzazione spera di raggiungere il mezzo milione di adesioni in tutto il mondo.

Inoltre, il direttore di ACN Spagna ha sottolineato l’importanza della dimensione spirituale della fondazione. «Senza la preghiera non potremmo ottenere tutto ciò che otteniamo», ha affermato. In questo ambito, ACN Spagna promuove oltre 500 iniziative di preghiera, tra cui la campagna «Un milione di bambini che recitano il Rosario», alla quale partecipano 45 istituti scolastici e oltre 10.000 bambini.

La presentazione si è conclusa con un messaggio di ringraziamento rivolto a tutti i benefattori, ricordando anche le parole di Papa Leone XIV: «Non stancatevi di fare il bene, perché il vostro servizio porta frutto in innumerevoli vite e glorifica il nostro Padre che è nei cieli». In questo spirito, i responsabili della fondazione hanno voluto concludere con un semplice ringraziamento: «Grazie per aver aiutato la Chiesa che più soffre».

Mondo

Nel 2025 la Fondazione CARF ha sostenuto 1.960 seminaristi e sacerdoti provenienti da 85 paesi

Uno dei dati più significativi della Relazione annuale del 2025 è che la Fondazione CARF ha potuto destinare circa il 25 % delle entrate —2.615.974 euro— al Fondo di dotazione, un patrimonio permanente che riduce la dipendenza dalle donazioni una tantum annuali.

Redazione Omnes-1° luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

L'istituzione, che festeggia i suoi 37 anni senza ricorrere a sovvenzioni pubbliche, ha stanziato oltre 6,1 milioni di euro in borse di studio e aiuti finanziari a favore degli studenti dell'Università Pontificia della Santa Croce e delle Facoltà Ecclesiastiche dell'Università di Navarra

La Fondazione CARF ha presentato la propria Relazione annuale relativa al 2025, un esercizio in cui l’istituzione ha sostenuto 1.960 studenti provenienti da 85 paesi, distribuiti tra l’Università Pontificia della Santa Croce (PUSC), a Roma, e le Facoltà Ecclesiastiche dell’Università di Navarra, a Pamplona.

Del totale dei beneficiari, 1.201 hanno studiato a Roma e 759 a Pamplona. Per sostenere la loro formazione, la Fondazione ha stanziato 3.145.765 euro per la sede romana e 2.183.040 euro per quella di Pamplona, ai quali si aggiungono 794.681 euro in altre forme di sostegno.

Una fondazione senza finanziamenti pubblici

La Fondazione CARF è stata costituita il 14 febbraio 1989, cinque anni dopo che san Giovanni Paolo II aveva incoraggiato il beato Álvaro del Portillo a fondare la Pontificia Università della Santa Croce. L’obiettivo della nuova università romana era quello di offrire una formazione intellettuale, umana e spirituale di eccellenza a seminaristi e sacerdoti, diocesani e religiosi, provenienti da ogni parte del mondo, senza che la mancanza di risorse economiche costituisse un ostacolo. La PUSC si univa così all’opera formativa già svolta dalle Facoltà Ecclesiastiche dell’Università di Navarra.

Sin dalla sua fondazione, l’istituzione non riceve sovvenzioni pubbliche. La sua attività è sostenuta da circa 5.200 donatori all’anno, il cui contributo garantisce l’indipendenza e la continuità del progetto.

Oltre 10 milioni di euro raccolti nel 2025

Nel 2025, la Fondazione CARF ha raccolto un totale di 10.474.834 euro, provenienti da diverse fonti di finanziamento: le donazioni una tantum hanno rappresentato il 42,68 % delle entrate; i testamenti e i lasciti, il 23,41 %; i proventi derivanti dal patrimonio, il 20,73 %; e le donazioni periodiche, il 13,18 %.

Uno dei dati più significativi della relazione è che la Fondazione ha potuto destinare circa il 25 % delle entrate —2.615.974 euro— al Fondo di dotazione, un patrimonio permanente che riduce la dipendenza dalle donazioni una tantum annuali e migliora la sostenibilità finanziaria dell’istituzione nel lungo periodo.

Residenze e seminari per studenti provenienti da tutto il mondo

Gli aiuti della Fondazione CARF si traducono in posti di alloggio e formazione sia a Roma che a Pamplona. A Roma, il Seminario Internazionale Sedes Sapientiae può ospitare cento seminaristi e quindici formatori.

A Pamplona, gli studenti delle Facoltà ecclesiastiche dell’Università di Navarra possono contare sul Seminario Internazionale Bidasoa e su diverse residenze — tra cui Aralar, Echalar, El Sadar, Los Tilos, Ciudadela e Albaizar — che offrono posti per oltre 150 sacerdoti e candidati al sacerdozio provenienti da tutto il mondo.

È possibile consultare la relazione completa del 2025 qui

Per saperne di più

Lì c'è un'intelligenza artificiale che dice: «Ahi!»

"Grazie, Santo Padre, per *Magnifica Humanitas*, per averci segnalato ogni "ay" dell'IA. Dobbiamo fare in modo che arrivino dove devono arrivare".

1° luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

La frase con cui abbiamo imparato le differenze ortografiche tra le tre parole che suonano allo stesso modo, pur avendo significati diversi, riassume bene il messaggio che Leone XIV ci ha trasmesso nella sua enciclica «Magnifica Humanitas», sulla tutela della vita umana nell’era dell’intelligenza artificiale.

Proprio come nella frase mnemonica che ci hanno insegnato da piccoli, il Papa sta sottolineando qualcosa di importante, richiamando la nostra attenzione su una realtà che è già tra noi: l’Intelligenza Artificiale. La ormai famosa IA, o AI secondo l’acronimo inglese, è arrivata per restare e trasformare le nostre vite, segnando non un’epoca di cambiamenti, ma l’autentico «cambiamento d’epoca» in cui siamo immersi, come aveva già profetizzato Francesco. 

Esiste un'intelligenza artificiale che sta già prendendo decisioni al posto vostro e influenzando il vostro modo di essere come individui e come società, per quanto possiate essere "analogici" o per quanto viviate in una zona senza copertura di rete.

Sebbene l’enciclica non sia a priori tecnofoba e riconosca che «i vantaggi in termini di efficienza e le potenzialità di miglioramento di alcuni servizi grazie all’intelligenza artificiale sono evidenti», la verità è che, fedele alla sua missione di pastore che deve proteggere le sue pecore dai lupi, il Papa ci mette in guardia da molti e gravissimi pericoli che stanno già cominciando a mostrare i loro artigli digitali. Ogni monito del Santo Padre risuona come uno di quei «guai» che Gesù lanciò contro gli scribi e i farisei, i quali approfittavano della loro posizione di dominio religioso per soggiogare il popolo. Parafrasando alcuni dei temi più salienti, non come condanna ma come monito sulle strade verso cui ci stanno conducendo, potremmo dire, con Leone XIV:

Guai ai tecnocrati e agli oligarchi digitali, «dotati di risorse e capacità di azione»

»superiori a quelli di molti governi«, proprietari »delle nuove forme di proprietà, dei brevetti, degli algoritmi, delle piattaforme digitali, delle infrastrutture tecnologiche e dei dati«, perché »quando questi beni rimangono concentrati nelle mani di pochi, senza adeguate forme di scambio e di accesso, si crea un nuovo squilibrio che contraddice la destinazione universale dei beni e alimenta il divario tra inclusi ed esclusi»!

Guai agli sviluppatori di IA che, nella loro corsa per arrivare primi, non sanno bene dove ci stanno portando! L’enciclica spiega che le IA «sono più “coltivate” che “costruite”, poiché gli sviluppatori non progettano direttamente ogni dettaglio, ma creano un’architettura sulla quale l’IA “cresce”». Per questo motivo, esse comportano «un peso etico e spirituale significativo, poiché ogni scelta progettuale esprime una visione dell’umanità ed è necessario «verificare che ciò che viene coltivato sia realmente un bene»».

Guai ai promotori delle ideologie emerse dopo la rivoluzione digitale, come il transumanesimo o il postumanesimo, «che suggeriscono che ogni persona debba guadagnarsi o giustificare il proprio valore, al punto da attribuire maggiore valore a chi è più efficiente e produttivo», perché «in una simile prospettiva, la persona finisce per essere ridotta a un mezzo per ottenere risultati, a una risorsa da utilizzare e sfruttare, e non viene riconosciuta come fine a se stessa»!

Guai ai governanti degli Stati ai quali spetta, nel mezzo di questa crisi globale causata dai proprietari dell’IA, «garantire la coesione, l’unità e una giusta organizzazione della società civile, (…) cercando l’equilibrio tra i beni particolari e quelli collettivi, senza lasciare indietro i più deboli», perché «quando la politica rinuncia a una visione a lungo termine e si riduce a calcoli di breve periodo o a polarizzazioni sterili, i discorsi sul bene comune perdono credibilità e, al contempo, crescono le disuguaglianze e le fratture sociali»!

Guai ai signori della guerra che affidano decisioni letali a sistemi artificiali, perché «non esiste alcun algoritmo in grado di rendere la guerra moralmente accettabile»! Infatti, «la decisione di ricorrere alla forza letale non può essere delegata a processi opachi o automatizzati, ma deve rimanere sotto un controllo umano effettivo, consapevole e responsabile».

Grazie, Santo Padre, per *Magnifica Humanitas*, per averci segnalato ogni «ay» dell’AI. Dobbiamo fare in modo che arrivino dove devono arrivare.

L'autoreAntonio Moreno

Giornalista. Laurea in Scienze della Comunicazione e laurea in Scienze Religiose. Lavora nella Delegazione diocesana dei media di Malaga. I suoi numerosi "thread" su Twitter sulla fede e sulla vita quotidiana sono molto popolari.

Evangelizzazione

J. Ratzinger: «La follia dell’egoismo umano nasconde la follia dell’amore di Dio»

Nel febbraio del 1967 fu pubblicato un articolo di Joseph Ratzinger sul tema "Il cattolicesimo dopo il Concilio" sulla rivista *Palabra*. Lo pubblichiamo in occasione del 60° anniversario di *Omnes*.

J. Ratzinger-1° luglio 2026-Tempo di lettura: 14 minuti

“Il cattolicesimo dopo il Consiglio«: ecco un tema che, a prima vista, comporta una certa imprecisione inerente al concetto stesso di «cattolicesimo». In questo concetto, la nozione teologica della Chiesa e della sua cattolicità è legata a elementi politici e sociologici, in modo tale che la realtà cristiana vi appare sotto un segno molto caratteristico della nostra epoca: le parole che terminano in «-ismo» esprimono il modo attuale di realizzare la fusione e di stabilire le relazioni tra la realtà ideale e quella sociologica. Questa fusione è oggi comunemente denominata «ideologia», il più delle volte in senso peggiorativo. Così, la parola «cattolicesimo» significa che la Chiesa, in quanto forma comunitaria della fede, viene intesa come un fenomeno ideologico, fenomeno che risulta più familiare allo spirito contemporaneo. In altri termini: nella misura in cui questa parola è utilizzata dai cattolici per designare se stessi — e ciò vale anche per i protestanti, poiché su questo punto non vi è quasi alcuna differenza tra le confessioni — si comprende fino a che punto, senza rendersene conto, i cattolici si definiscano con categorie ideologiche del pensiero moderno.

In questo senso si potrebbe dire che il termine «cattolicesimo», nella sua forma attuale, riflette la fusione tra Chiesa e società e, di conseguenza, tra la Chiesa e le concezioni e gli stili di vita del nostro tempo; il che dà continuità, sotto un altro aspetto, alla confusione con il temporale, così come esisteva nell’impero cristiano del Medioevo e che ora viene criticata così spesso. Se partiamo da questo punto di vista, il problema consisterà nel chiedersi in che modo questa fusione tra Chiesa e mondo, espressa nel termine «cattolicesimo», si presenti come realtà positiva dopo il Concilio, e se il Concilio l’abbia esaminata in modo critico o positivo. Questa questione sarebbe importante e istruttiva, e corrisponderebbe inoltre a un aspetto rilevante della problematica conciliare, poiché il Concilio si è interessato a questi problemi nella Dichiarazione sulla libertà religiosa, nella riflessione fondamentale della Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo e anche, sebbene in modo inizialmente più esitante, nel Decreto sui mezzi di comunicazione sociale. Il concetto di «cattolicesimo» in senso stretto è stato oggetto delle sue preoccupazioni.

Malcontento nella Chiesa

La questione consiste nel capire quali siano state le conseguenze del Concilio per i cattolici e quale sia la situazione spirituale della Chiesa dopo il Concilio e in conseguenza di esso.

Diciamolo senza giri di parole: regna un certo malessere, un senso di disillusione e persino di delusione, come spesso accade dopo quei momenti di gioia ed entusiasmo in cui sembra che il mondo sia improvvisamente cambiato e in cui, nel mezzo della monotonia della vita quotidiana, brilla per un istante la speranza di qualcosa di nuovo e completamente diverso che ci strapperà alle fastidiose abitudini, per poi renderci conto, in modo ancora più doloroso, che il solito è il nostro destino e che il quotidiano rimane il quotidiano. Per un attimo il mondo, stupito, aveva prestato un orecchio attento al Concilio, verso il quale aveva rivolto la sua cordiale simpatia. Ma da tempo è tornato alle sue faccende. La Chiesa, in fin dei conti, ha continuato a essere la Chiesa, e la fede è diventata più difficile, perché è rimasta più esposta e meno protetta. Il fatto è questo: sia perché nell’entusiasmo del 1962 risuonava un’aspirazione segreta — il soprannaturale e l’eterno, così velati, avrebbero potuto essere compresi meglio, essere più vicini, meno nascosti dietro la barriera di migliaia di prescrizioni e meno occultati dal peso di un passato che grava su ciò che ci viene presentato come rivelato da Dio —, oppure perché alcuni si siano sentiti confermati in un secolarismo e spinti da ciò ad aspettarsi la secolarizzazione della Chiesa.

Inoltre, i fedeli sono meno uniti di un tempo. Per alcuni il Concilio ha fatto troppo poco, si è fermato a metà strada su tutto, non è altro che un insieme di soluzioni di compromesso piene di precauzioni, una vittoria della prudenza diplomatica di fronte alla tempesta dello Spirito Santo che non desidera sintesi complicate, ma la semplicità del Vangelo. Per altri, il Concilio è uno scandalo: la Chiesa si è arresa allo spirito nefasto di un’epoca che non conosce più le cose di Dio perché si è ostinatamente chiusa alle cose della terra. Contemplano con costernazione come vacilli ciò che per loro era il più sacro. Disorientati, si allontanano da un rinnovamento in cui vedono un cristianesimo sminuito, una dissoluzione laddove sarebbe stato necessario un rafforzamento della fede, della speranza e della carità.

Conversione o perversione?

Con scetticismo e apprensione paragonano questa riforma — piena di concessioni e di attacchi all’immensa gravità e al carattere assoluto del servizio a Cristo — alle riforme attuate in passato, ad esempio quella legata al nome della grande Santa Teresa. Prima della sua conversione viveva in un convento all’avanguardia, dove già da tempo le rigide e antiquate regole della clausura venivano interpretate con spirito aperto e moderno e dove si ricevevano visite di ogni genere. Viveva in un convento moderno in cui l’ascetismo della vecchia regola era stato da tempo sostituito da uno stile di vita «più ragionevole», che rispondeva meglio allo spirito degli uomini dell’inizio dell’età moderna. Si trovava in un chiostro moderno, aperto al mondo e che si sforzava di intrattenere rapporti amichevoli ovunque. Ma un giorno fu travolta interiormente dalla vicinanza di Cristo; il Vangelo si ergeva davanti alla sua anima con tutta la sua inesorabile realtà, spogliato di tutte le frasi che lo mascherano; sentì che tutto questo modo di vita moderno era un’intollerabile fuga di fronte alla grandezza della vera missione e della necessaria conversione; si alzò e «si convertì», cioè: mise da parte l«»aggiornamento» per intraprendere un rinnovamento che non era una concessione, ma un’esigenza di donarsi alla spoliazione escatologica per Cristo, un’esigenza di lasciarsi espropriare completamente da Gesù Crocifisso e di appartenere totalmente all’intero Corpo di Cristo.

I fedeli di cui parliamo si chiedono: il Concilio non ha forse intrapreso la strada opposta? Non sta forse voltando le spalle alla conversione per dirigersi verso la perversione della Chiesa? Nessuna di queste domande può essere semplicemente ignorata. Il grande compito del periodo postconciliare consisterà nell’avere la forza sufficiente per affrontarle spiritualmente e rispondere ad esse. Naturalmente, questo lavoro potrà essere portato a termine solo con l’aiuto dello Spirito Santo. In questo senso, la portata delle questioni sollevate dal nostro tema va oltre le possibili risposte sul piano teorico. Ora possiamo solo soffermarci con maggiore attenzione su alcuni aspetti del malessere che abbiamo constatato come caratteristica della Chiesa dopo il Concilio e, allo stesso tempo, precisare i compiti che il momento attuale ci impone.

La Chiesa e il mondo

Un aspetto del nuovo spirito del Concilio ha urtato la sensibilità di alcuni, al punto da accendere gli animi; si tratta del tentativo di ridefinire i rapporti della Chiesa con il mondo e, di conseguenza, quelli del cristiano con il mondo.

Mario von Galli presenta, nella sua importante opera sul Concilio, apparsa di recente e nota a tutti, un’immagine estremamente suggestiva che mostra la cattedrale di San Patrizio, a New York, isolata come un isolotto del passato in mezzo a giganteschi grattacieli. Questa immagine sembra il simbolo della situazione della Chiesa nel mondo odierno. In altre epoche le chiese conferivano ai centri abitati il loro aspetto caratteristico; gli alti campanili si ergevano al di sopra della vita quotidiana quasi a indicare l’eternità. Oggi l’uomo erige monumenti alla propria grandezza: grattacieli moderni che con la loro altezza schiacciano i campanili delle chiese e impediscono di vedere il cielo. O meglio, quel cielo viene presentato come dominio dell’uomo: un mondo che l’uomo deve esplorare e che cerca di mettere al proprio servizio. La cattedrale neogotica, in mezzo a giganti d’acciaio dallo stile architettonico moderno, sembra anch’essa testimoniare in modo schiacciante che il cristianesimo è qualcosa di superato che non riesce più a trovare la propria espressione nel mondo attuale, al quale, del resto, non ha più nulla da dire.

Già prima del Concilio i movimenti giovanili avevano manifestato il desiderio di porre fine all’immagine di un cristianesimo visto come una forza del passato. I cristiani erano ormai stanchi di essere considerati, in quanto tali, persone arretrate e estranee al mondo, e di essere oggetto di scherno da parte di quest’ultimo. Ed era stata presa la decisione di vivere il cristianesimo in sintonia con questo secolo e di immergerlo nel mondo del nostro tempo. Coloro che erano animati da questa volontà dovevano, naturalmente, provare una sensazione di disagio di fronte alle Encicliche pontificie, che erano sempre redatte nello stile della curia, con il linguaggio dell’antichità decadente e con le varianti aggiunte dalla corte bizantina, il Medioevo o l’epoca barocca, così come di fronte a una liturgia e a pontificali il cui stile evocava la corte bizantina, il Medioevo o il barocco, che riflettevano un fasto ormai in disuso e apparivano come un museo vivente della cultura e del culto attraverso i secoli, non come espressione di un culto pensato per l’uomo di oggi; e anche di fronte a una teologia cattolica che sembrava legata alle forme del Medioevo e che non diceva nulla all’uomo moderno. E così via.

Chi non si sarà rallegrato nel vedere che il Concilio si schierava dalla parte di coloro che volevano liberare l’orizzonte, aprire le finestre per scrollarsi di dosso la polvere del passato e far entrare una ventata di aria fresca? In seguito, quando il Concilio, con la Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, si è dedicato a definire un nuovo atteggiamento dei cristiani e della Chiesa nei confronti del mondo, si è potuto constatare che non si trattava semplicemente di mettere da parte forme obsolete; si è visto che la questione era posta in termini fondamentali e che si trattava di un dibattito più profondo di quello che si sarebbe potuto porre tra i tradizionalisti e i difensori della modernità.

Incarnazione della Chiesa

Sul piano teologico si può affermare che lo sviluppo si è articolato in due fasi che si intrecciano tra loro senza aver raggiunto la piena maturità e che, inoltre, si presentano nelle forme più disparate, nonché sotto segni diversi, cosicché non è possibile separarle se non in modo schematico. La prima fase potrebbe essere definita come quella dell’incarnazione. Nell’incarnazione si riscopre un aspetto centrale del cristianesimo e se ne fa il punto di partenza di tutta la costruzione teologica. Il concetto di incarnazione definisce innanzitutto il rapporto del cristiano con Dio, il senso del suo atteggiamento verso Dio. Dio si è fatto carne e ciò significa che è uscito da sé stesso, che è disceso ed è entrato nella carne di questo mondo. Dio non vive nel mondo delle idee pure; non è come il mondo platonico delle idee, separato da un abisso dal mondo e dalla materia, che sarebbero solo un’ombra della realtà; Egli si è fatto carne. Lo si incontra nella misura in cui ci si inserisce in quel movimento che consiste nel discendere, nel volgere lo sguardo verso il mondo, poiché è lì che si incontra il Dio che si umilia e discende.

Il Dio dei cristiani, il Dio fatto Uomo, non è un Dio dell’altro mondo, ma proprio un Dio di questo nostro mondo. Il Regno dei cieli annunciato da Cristo è, in verità, un’azione di Dio che riguarda questo mondo e non un luogo situato al di là di esso. Così la fede cristiana non ha nulla a che vedere con l’impassibilità degli stoici né con il loro disprezzo rassegnato verso il mondo. Il Cristo che ha pianto sulla tomba di Lazzaro, che ha conosciuto l’angoscia nel Giardino degli Ulivi; il Cristo che si è indignato contro i mercanti di oggetti di devozione insediati nel cortile del tempio e che, alle nozze di Cana, ha condiviso la gioia degli invitati, non rientra nell’ideale stoico di una spiritualità impassibile. Egli ha messo tutta la passione dell’uomo veramente umano al servizio del divino, al servizio di quel Dio geloso e irascibile, ma che è sempre un Dio d’amore.

Questa presa di coscienza ha portato a un cristianesimo umano, vitale, aperto al mondo, in una parola, a ciò che è stato definito un cristianesimo incarnato: un cristianesimo che non si esaurisce nelle mortificazioni, dalla fuga dal mondo e dall’attesa dell’aldilà, ma che si apre con simpatia al mondo e si inserisce nella vita di oggi, gioisce di tutto ciò che è bello, nobile e grande, e vi scopre l’impronta dei valori cristiani che devono incarnarsi nuovamente e realizzarsi come una responsabilità della nostra epoca. Si vedono apparire slogan come «integrare», «battezzare»: il pensiero moderno deve essere battezzato, così come San Tommaso battezzò Aristotele. Oggi occorre fare qualcosa di simile a ciò che fece il Medioevo, utilizzando in chiave cristiana le energie del mondo di allora.

La croce di Cristo

Ma è proprio su questo punto che si concentra la critica, e questo ci porta alla seconda fase, che potremmo definire «escatologica». Infatti, nel frattempo, la teologia ha preso coscienza del fatto che l’idea dell’incarnazione non occupa nella Scrittura quella posizione assoluta che stava per conquistare nella spiritualità cattolica. Nel Nuovo Testamento la fede cristiana inizia piuttosto dalla fede nella risurrezione; la riflessione teologica interviene immediatamente solo per approfondire il significato degli eventi precedenti, poi riflette sulla parola del Gesù storico (i sinottici) e, infine, sull’idea dell’incarnazione (San Giovanni). Così essa appare solo al termine dell’evoluzione del Nuovo Testamento come fondamento del tema centrale della risurrezione, che è inseparabile dal tema della croce. Contrariamente a quanto affermava l’ottimismo dell’idea di incarnazione, nel Nuovo Testamento il tema della croce ha una chiara priorità su quello dell’incarnazione; anzi, nella Scrittura il tema dell’incarnazione è già di per sé una teologia della croce, poiché l’incarnazione significa già che Dio dona se stesso; è, quindi, il primo passo, il passo decisivo, che conduce alla croce.

Ma questo elemento correttivo, che si oppone in tal modo alla simpatia per il mondo così come scaturisce da una pura teologia dell’incarnazione, non avrebbe potuto esercitare rapidamente una vasta influenza se non vi si fosse aggiunta un’altra nuova considerazione. A poco a poco cominciò a chiedersi se l’idea del cristianesimo incarnato, vale a dire di una fede e di una Chiesa impegnate nelle cose terrene, non avrebbe portato, in definitiva, a una restaurazione del Medioevo, in cui l’intreccio tra sacerdozio e impero rappresentava un grado superiore di incarnazione del cristianesimo, ma che, proprio a causa di tale intreccio, ci appare oggi estremamente sospetto e criticabile. E giungiamo così progressivamente alle nozioni di «integrazione» e di «battesimo» del mondo; l’idea del mondo «mondano» diventa di moda: il compito dei cristiani non era più quello di cristianizzare il mondo, ma piuttosto di liberarlo dal suo carattere «mondano», di riconoscere il mondo come mondo, di lasciarlo tale e di rispettarlo.

A ciò si ricollega una nuova visione della storia emersa nel discorso pronunciato da Papa Giovanni XXIII in occasione dell’apertura del Concilio. Fino ad allora il Medioevo era comunemente considerato l’epoca cristiana ideale, in cui la Chiesa e il mondo interagivano in modo perfetto, vista come l’obiettivo verso cui tendere; al contrario, i tempi moderni venivano rappresentati come una grande defezione paragonabile a quella del figliol prodigo, che prende la sua parte di eredità e abbandona la casa paterna per poi (come durante la seconda guerra mondiale) invidiare il cibo dei maiali; in questo paragone emerge anche la speranza di un prossimo ritorno.

L'autonomia del mondo

Ed è proprio in quel momento che la tendenza moderna all’autonomia del mondo profano (che, del resto, affonda le sue radici anche nel Medioevo) è stata considerata come la fine della trasformazione cristiana del mondo. Per questo lo sguardo cristiano si è rivolto al futuro invece di perdersi nella nostalgia del Medioevo. È forse in Giovanni XXIII che si trova la critica più aspra al romanticismo del Medioevo, a quella tendenza a guardare indietro, a temere che le cose vadano sempre peggiorando; tendenza che non vede né i gravi pericoli della confusione tra Chiesa e mondo, né le nuove possibilità di libertà per la fede che nascono da questo nuovo orientamento. Tutto ciò conduce, nel Papa del Concilio, a una teologia della speranza che a volte potrebbe apparire come un ingenuo ottimismo. “…Un’aurora splendente si leva sulla Chiesa e i primi raggi del sole nascente riempiono già i nostri cuori di dolcezza», disse in una di quelle formulazioni sorprendenti di quel discorso memorabile che ha segnato in modo decisivo lo spirito del Concilio. In Giovanni XXIII si trattava in verità di un ottimismo che nasceva dalla fede, ma che era facile confondere con l’ottimismo del progresso, tanto caro al nostro tempo. Anche in questo caso era necessaria una discussione per chiarire bene le cose.

Nel Concilio, questa discussione non è andata davvero fino in fondo alla questione, soprattutto perché le divergenze teologiche di cui si tratta qui erano quasi completamente avvolte in un’opposizione teologicamente superficiale, ma molto efficace nella pratica: l’opposizione tra la tradizione della Curia e la teologia moderna, che ha praticamente impedito a quest’ultima di sollevare i propri problemi e interrogativi. Sebbene le formulazioni del Concilio, che chiariscono davvero molti punti e consentono di andare avanti, siano prudenti, il Concilio non è stato altro che un’eco molto concreta di quell’opposizione tra i due fronti. Nel Concilio si distinguevano solo la tendenza della Curia e quella progressista, e questa opposizione era identificata con i termini di cristianesimo ostile al mondo e di cristianesimo aperto al mondo (sebbene in realtà la Curia comprenda molto bene le questioni di questo mondo e sebbene la sua concezione politica del cristianesimo faccia parte delle critiche che le vengono mosse in altri ambiti). Questa semplificazione è stata una delle cause principali di confusione; spesso ha portato a fraintendere il Concilio, ma, allo stesso tempo, indica una missione fruttuosa: lottare con energia per la spiritualità cristiana nel mondo di oggi.

Lo scandalo della croce

Non rientra nell’ambito di questa esposizione, che si propone di trattare della situazione della Chiesa dopo il Concilio, approfondire i problemi che si pongono a questo proposito. Tuttavia, possiamo comunque affermare che se per la Chiesa aprirsi al mondo significasse allontanarsi dalla croce, ciò non la condurrebbe a un rinnovamento, bensì alla sua fine.

Quando la Chiesa si rivolge al mondo, ciò non può significare che sopprima lo scandalo della croce, ma solo che lo renda nuovamente accessibile in tutta la sua nudità, eliminando gli scandali secondari che sono stati introdotti per nasconderlo e con i quali, purtroppo, la follia dell’egoismo umano ricopre la follia dell’amore di Dio, creando un falso scandalo che si nasconde abusivamente dietro lo scandalo del Maestro. In altri termini, la fede cristiana è uno scandalo per l’uomo di ogni tempo: che il Dio eterno si preoccupi di noi uomini e ci conosca, che Colui che è inaccessibile si sia reso accessibile nell’uomo Gesù, che Colui che è immortale abbia sofferto sulla croce, che la risurrezione e la vita eterna ci siano promesse a noi mortali: credere a tutto questo è una pretesa irritante per l’uomo moderno.

Lo scandalo dei cristiani

Il Concilio non ha potuto né ha voluto sopprimere questo scandalo cristiano. Ma, dobbiamo aggiungere, questo scandalo primordiale, che non può essere soppresso senza sopprimere al contempo il cristianesimo stesso, è stato spesso mascherato nel corso della storia dallo scandalo secondario di coloro che predicavano la fede, scandalo che non è in alcun modo essenziale al cristianesimo, ma che si lascia volontariamente confondere con lo scandalo primordiale e ama assumere atteggiamenti da martire quando in realtà non si è vittima se non della propria meschinità e della propria ostinazione. Si ha uno scandalo secondario, completo e colpevole, quando con il pretesto di difendere i diritti di Dio non si difende altro che una determinata situazione sociale e le posizioni di potere che in essa sono state conquistate. C’è scandalo secondario, completo e colpevole, quando con il pretesto di proteggere l’intangibilità della fede non si difende altro che la propria nostalgia del passato; quando si difende, non la fede stessa – che esisteva prima di quel passato e delle sue forme – ma le forme che essa ha assunto in passato nel legittimo intento di rispondere alle esigenze dei tempi, forme oggi superate e che in alcun modo non possono pretendere di essere eterne.

C'è poi un altro scandalo secondario, a tutti gli effetti e colpevole, quando, con il pretesto di garantire l'integrità della verità, si attribuisce un carattere di eternità a posizioni dottrinali che si sono imposte in un'epoca determinata, ma che già da tempo necessitavano di essere riviste e riconsiderate alla luce delle esigenze proprie di ciò che è originale e autentico.

Ripercorrendo la storia della Chiesa si potrebbero trovare molti scandali secondari di questo tipo. Non tutti i coraggiosi e risoluti «nom possumus» sono stati una sofferenza patita per i confini inalterabili della verità; ci sono molte cose in questo ambito che non erano altro che ostinazione nella propria volontà, resistenza alla chiamata di quel Dio che fa cadere dalle mani ciò che è stato preso senza la sua volontà. Ma il rischio sta nel fatto che questi scandali secondari vengano incessantemente identificati con lo scandalo primordiale e impediscano di giungere a esso, poiché le pretese dei suoi messaggeri lo nascondono. 

Lo ribadiamo: no, il Concilio non ha potuto né ha voluto scartare lo scandalo della croce; ha voluto renderlo, con estrema chiarezza, più visibile e accessibile, cercando di separarlo dagli scandali secondari. Questo è il vero significato dell«»aggiornamento» del cristianesimo. Sì allo scandalo di Dio, sì allo scandalo di un amore che va così lontano da sembrare impossibile. No allo scandalo dei cristiani, scandalo che vuole farsi passare per lo scandalo di Dio stesso e dietro al quale gli uomini si trincerano con la propria volontà. Il Concilio, quindi, non ha voluto una fede cristiana ridimensionata, ma una fede più semplice nel senso profondo del termine, senza toglierle nulla della sua autentica difficoltà, l’unica in grado di condurre l’uomo alla sua autentica grandezza.

È incredibilmente semplice, ma, allo stesso tempo, incredibilmente difficile per un uomo amare veramente. Può essere estremamente complicato risolvere un determinato problema matematico o tecnico, ma ciò non è difficile nello stesso senso in cui lo è rispondere all’esigenza assoluta di un grande amore. Ora, la fede appartiene all’ordine dell’amore. Se, a volte, a causa di tutte le cose effimere che vi si sono aggiunte, essa ha potuto sembrare complicata come un’equazione impenetrabile, il Concilio si è sforzato di restituirle la sua vera semplicità: la semplicità di un grande amore che è al tempo stesso la cosa più facile e la più difficile, poiché ciò che esige è né più né meno che il nostro stesso essere.

L'autoreJ. Ratzinger

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Vaticano

Obolo di San Pietro: donazioni per 58 milioni a favore di 252 progetti in 74 paesi

Le donazioni al Fondo dell’Obolo di San Pietro, destinate a sostenere la missione del Papa e le iniziative caritative nel mondo, hanno raggiunto nel 2025 quasi 58 milioni di euro, una cifra simile a quella del 2024. Gli Stati Uniti sono in testa alle entrate dell’Obolo (26 %), mentre l’Africa rappresenta la principale destinazione finanziaria (39%) dei progetti.

Francisco Otamendi-1° luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Il fondo che raccoglie donazioni a favore del Pontefice, al fine di sostenere la sua missione in tutto il mondo e le sue iniziative caritative, ha raggiunto lo scorso anno i 57,6 milioni di euro, una cifra molto simile ai 58 milioni del 2024, secondo il Rapporto annuale del San Pietro 2025 orb 2025.

Le spese si sono attestate a 59,8 milioni di euro, il che comporta un risultato negativo di 2,2 milioni di euro, dovuto agli effetti delle fluttuazioni dei tassi di cambio e non a uno squilibrio strutturale.

Il relazione sull'Óbolo 2025 accanta alla firma di Papa Leone XIV una sua frase: “Aiutateci anche voi, (…) gli uni gli altri, a gettare ponti, attraverso il dialogo e l’incontro, unendoci tutti per essere un unico popolo che viva sempre in pace”.

In fondo, come recita il suo sito web, l’Obolo di San Pietro è “un gesto di comunione, un gesto d’amore e di fiducia verso il Santo Padre”.

Sostegno alla missione apostolica del Papa: il 10 % del totale

Con i proventi della colletta, che si svolge il 29 giugno, in occasione della festa di San Pietro e San Paolo, il Papa persegue due grandi obiettivi: il sostegno alla missione apostolica e ai progetti di assistenza diretta: rispettivamente 41,2 milioni di euro e 13,3 milioni di euro lo scorso anno.

Il contributo dell’Obolo di San Pietro, pari a 41,2 milioni di euro, alla missione universale del Santo Padre, nell’ambito di una spesa totale della Santa Sede di 404,5 milioni di euro, ha rappresentato circa il 10 % del totale. 

Origine delle donazioni

Tipo di donatoreMilioni di €%
Diocesi34,763,6
Donatori privati5,410,0
Fondazioni13,023,8
Istituti religiosi1,42,6
Totale54,5100

Fonte: Relazione annuale 2025. Obolo di San Pietro. Santa Sede.

La maggior parte di queste entrate è destinata al sostegno delle Chiese locali in difficoltà, all’evangelizzazione, alla diffusione del messaggio del Papa e al mantenimento della rete mondiale delle nunziature apostoliche.

Principali paesi donatori

PaeseMilioni di €%
Stati Uniti14,226,1
Italia3,15,7
Brasile2,13,9
Corea del Sud1,52,8
Germania1,42,6
Francia1,32,4
Spagna1,22,1
Messico1,01,9
Regno Unito1,01,8
Irlanda0,81,4
Altri paesi12,522,9
Totale40,173,6

Fonte: Relazione annuale 2025. Obolo di San Pietro. Santa Sede.

Gli Stati Uniti (26,1 %), l'Italia e il Brasile sono i paesi che contribuiscono maggiormente alle risorse, seguiti dalla Repubblica di Corea, dalla Germania, dalla Francia e dalla Spagna. 

Sostegno diretto a 252 progetti 

L’assistenza diretta alle comunità e alle persone più bisognose, con 13,3 milioni di euro, è stata erogata attraverso 252 progetti in 74 paesi, principalmente in Africa e in Asia. Ma anche in Europa, dove sono state concesse borse di studio presso università pontificie a sacerdoti, seminaristi e religiosi provenienti dall’Africa, dall’America Latina e dall’Asia.

Nel corso del 2025, il Fondo dell’Obolo ha erogato 54,5 milioni di euro, pari all’importo ricevuto a titolo di donazioni, poiché dei 57,6 milioni di euro ricevuti, 3,1 milioni corrispondevano a proventi finanziari e altre voci.

Tre grandi ambiti 

I 252 progetti finanziati nel 2025 sono stati ripartiti in tre grandi ambiti di intervento:

– Espansione della presenza evangelizzatrice, attraverso la costruzione di chiese, conventi e centri pastorali (5,4 milioni di euro; 41%).

– Progetti sociali, incentrati principalmente sull’istruzione, sugli aiuti umanitari e sullo sviluppo delle comunità locali (4,6 milioni; 35%). 

– Sostegno alle Chiese locali in difficoltà, attraverso interventi di assistenza e rafforzamento istituzionale (3,3 milioni; 24%).

L'Africa ha registrato il maggior volume di finanziamenti, seguita dall'Asia, dall'Europa, dall'America e dall'Oceania.

Progetti sociali, Gaza, Haiti, popolazione ucraina

I progetti sociali comprendono programmi di formazione e sostegno, oltre ad aiuti materiali alle comunità locali, ha riportato l'agenzia vaticana. 

Ad esempio, aiuti a Gaza, aule per le ragazze dalit ad Ambikapur, in India, o una scuola secondaria a Bentiu, nel Sud del Sudan. Ci sono anche progetti rivolti a comunità con esigenze particolari, come una foresteria per sacerdoti a Pathein, in Myanmar; la ristrutturazione della casa parrocchiale della Chiesa di San Girolamo a Gonaïves, ad Haiti; e il Seminario Maggiore di Sant’Agostino a Kabwe, in Zambia.

Il 25 giugno, Papa Leone XIV, tramite il Dicastero per il servizio della Carità, ovvero la Limosneria Apostolica, inviò un primo aiuto a Venezuela  per un importo di 100.000 euro, a seguito dei contatti avuti con il nunzio nel Paese, monsignor Alberto Ortega, e con l’arcivescovo di Caracas. È molto probabile che l’Obolo di San Pietro abbia potuto dare il proprio contributo.

Distribuzione geografica dei progetti

ContinenteNumero di progetti%Milioni di €%
Africa7329,05,239
Asia4116,33,022
Europa*10140,02,620
America3614,32,418
Oceania10,40,11
Totale25210013,3100

* Comprende borse di studio presso università pontificie e aiuti umanitari destinati all’Ucraina. Fonte: Relazione annuale 2025. Obolo di San Pietro. Santa Sede

Il Rapporto annuale 2025 mette in evidenza, ancora una volta, la stabilità dell’Obolo di San Pietro come strumento di solidarietà della Chiesa universale al servizio del Successore di Pietro.

L'autoreFrancisco Otamendi

Gli insegnamenti del Papa

Imparare ad andare avanti e a crescere insieme

Durante il suo viaggio in Spagna, Leone XIV ha invitato a superare le polarizzazioni attraverso il dialogo e l’umiltà, per progredire e crescere insieme. Nel corso dei suoi incontri, ha difeso con fermezza la dignità umana e la tutela dei più vulnerabili.

Ramiro Pellitero-1° luglio 2026-Tempo di lettura: 7 minuti

“Alzate lo sguardo!” (Gv 4, 35). Leone XIV ha spiegato il motto del suo viaggio in Spagna da “le grandi cattedrali e gli stadi ultramoderni”, negli incontri con i giovani, i migranti e i detenuti, con tutti coloro che hanno voluto ascoltarlo.

Di cosa si trattava? Il Papa ce lo ha insegnato in questi giorni con gesti e parole. Come un’eco, ci ha lasciato lui stesso questa sintesi: “Impariamo da Gesù a guardare il prossimo, le persone, il mondo ‘con gli occhi di Dio’, cioè con amore, rispetto e compassione” (Udienza generale, 17 giugno 2026).

Ai cristiani ha chiesto di collaborare alla costruzione della città di Dio (il suo Regno, che cresce in modo nascosto nel corso della storia) “dal cuore delle città” degli uomini. A tutti noi, in quanto cittadini, ha indicato una via sicura che rappresenta al tempo stesso una sfida: “imparare ad andare avanti insieme agli altri, a crescere insieme”.

Madrid: una famiglia che impara l'arte della polifonia

Leone XIV rivela all’Europa, grazie alla sua grande tradizione di mediazione tra lingue, religioni e saperi, di unione tra l’azione storica e la lucidità della ragione morale, la vocazione di “comprendere la complessità e studiarla” con uno sguardo rivolto al futuro. Un compito che implica superare le polarizzazioni attraverso il discernimento, “imparare ad andare avanti insieme all’altro, a crescere insieme” (Discorso di benvenuto alle autorità al Palazzo Reale, 6 giugno 2026).

In tale contesto, il contributo della Spagna si articola facendo riferimento ai santi che hanno coltivato una “mistica ad occhi aperti” alla realtà (san Giovanni della Croce, santa Teresa d’Avila, san Ignazio di Loyola).

Anche oggi, afferma il Papa, l’eternità può permeare la vita quotidiana, unendo tradizione e progresso, ricerca della verità e dialogo, santità e impegno sociale incentrato sulla carità.

Una scintilla di nuova umanità

Quella prima sera, rivolgendosi ai giovani nella piazza di Lima (cfr. Discorso alla veglia di preghiera, 6 giugno 2026), ha chiesto loro di essere “scintilla di una nuova umanità” e cambiare il corso della storia per amore. Li ha incoraggiati a non avere paura della vocazione sacerdotale, della vita religiosa, della vocazione matrimoniale o di altri servizi ecclesiali; a cercare sempre la verità e a rifiutare altre strade: “Dio è la verità! Se ti allontana da Dio, non è la verità!»”.Ha indicato loro le vie della preghiera, dell’accompagnamento spirituale, dell’adorazione eucaristica e del fervore nel trasmettere il fuoco dell’amore di Dio.

Affidò loro la missione di essere umani, “uomini e donne in carne e ossa. Non apparenze, ma volti affidabili”. E anche “missionari del Vangelo di fronte alle povertà materiali e spirituali del nostro tempo".

Il giorno seguente, durante la Messa del Corpus Domini, in piazza di Cibeles, ha spiegato il significato della processione con la teca: “La processione ci dice che Egli non rimane rinchiuso nel tempio, ma esce per venirci incontro. Gesù cammina per le strade, attraversa le piazze, visita i nostri quartieri, abita i luoghi della nostra vita quotidiana. (…) Il Cristo che passa per le strade nella teca è lo stesso che si identifica con i poveri, gli afflitti, coloro che sono soli e abbandonati.” (Omelia, 7 giugno 2026).

Nuovi fili per tessere nuove reti

Nel pomeriggio ha incontrato il mondo della cultura e dell’arte, dell’economia e dello sport (cfr. Discorso alla Movistar Arena, 7-VI-2026). Ha sottolineato la necessità di custodire e servire “l’anima” di tutto ciò che la società genera. Vale a dire, il desiderio di bene, di bellezza e di verità che alberga nel cuore umano. Ha quindi invitato a “essere nuovi fili per tessere nuove reti che armonizzino tutti gli ambiti della vita, per tessere una società rinnovata in cui il tempo si impregni di eternità".

All’inizio della settimana, e per la prima volta nella storia della Spagna, un Papa ha parlato davanti al Parlamento (cfr. Discorso al Congresso dei Deputati, 7-VI-2026). In un discorso accolto da lunghi applausi, si è presentato come servitore della persona umana e difensore della sua dignità. Ha fatto riferimento all’eredità della Scuola di Salamanca e a Francisco de Vitoria nel contesto della fondazione dei diritti umani a livello internazionale. 

Ha affermato che una società giusta si misura in base alla sua capacità di proteggere la vita nei momenti di maggiore fragilità, “dal suo concepimento fino al suo naturale tramonto”. Ha avvertito che la legge perde il suo significato se diventa merce o se ignora coloro che non hanno la forza di farsi sentire. Ha difeso la famiglia e la sua libertà di scegliere il tipo di educazione dei figli. Ha sottolineato come la questione migratoria metta oggi alla prova la coscienza delle nazioni e il fondamento etico dell’ordine internazionale. Di fronte alla “profonda crisi spirituale e culturale” che attraversa il mondo, ha elogiato l’impegno per la pace. Ha invocato la libertà di pensiero, di coscienza e di religione (che non deve essere esclusa dalla vita pubblica), compreso il rispetto del segreto sacramentale della confessione.

"Che Spagna! – propose – continui ad essere una terra di incontro, di cultura, di solidarietà e di speranza. E che la sua vita pubblica sappia unire sempre la fermezza delle convinzioni alla nobiltà del dialogo e alla grandezza del servizio".

Artigiani dal cuore delle città

Passando all’ambito ecclesiale, martedì Leone XIV ha incontrato i vescovi (cfr. Discorso presso la sede della Conferenza Episcopale, 8-VI-2026). Ha parlato loro dell’ascolto, del discernimento e del servizio, attraverso l’annuncio del Vangelo e la vita sacramentale, anche in mezzo alle difficoltà, poiché “La notte è tempo di salvezza”. Ha chiesto loro di essere artefici di unità e di prestare particolare attenzione alla pastorale vocazionale e alla formazione sacerdotale

Poi è arrivata la partita allo stadio Santiago Bernabéu, definita dal Papa come una “gol fantastico della Chiesa di Madrid” (Discorso, 8 giugno 2026). In quell’occasione ha presentato la Chiesa come una “una famiglia che impara l’arte della polifonia”, dove l’unità non è uniformità, ma un’armonia che valorizza la diversità dei carismi e le relazioni tra “persone in carne e ossa”.

Nella costruzione condivisa della città, ciò che siamo e facciamo come cristiani deve arrivare, per dirla con le parole di Papa Francesco, “là dove nascono le nuove narrazioni e i nuovi paradigmi”, ovvero nei “nuclei più profondi dell’anima delle città” (Evangelii gaudium 74).

All'IFEMA, prima di partire per Barcellona, ha elogiato i volontari, per aver rappresentato la “lievito della gratuità” (Discorso dell'8 giugno 2026).

Barcellona: cuori indifesi e bellezza in divenire

Giunto a Barcellona, il suo messaggio è stato reso pubblico durante la preghiera dell’ora media nella cattedrale di Santa Croce e Santa Eulalia (cfr. Omelia dell’8 giugno 2026), con un appello all’unità ecclesiale e alla fratellanza, all’armonia al di là di ogni polarizzazione, cercando di essere “costruttori di unità”.

La sera ha accompagnato i giovani in una veglia di preghiera e ha intrattenuto con loro un dialogo seguito da un’omelia (cfr. Omelia allo stadio Lluís Companys, 9 giugno 2026). In essa si è ispirato alla figura di Nicodemo, ”pellegrino nella notte” della condizione umana e del cammino di fede. “Anche noi siamo chiamati a non giudicare le ‘notti’; né quelle della nostra vita, né quelle della Chiesa, né quelle della società che ci circonda”. Dobbiamo metterci in cammino, dialogare con Dio e tra di noi, alla ricerca della verità che ci guida verso l’unità, nel rispetto della diversità. E così sperimenteremo “Una presenza che benedice, un amore gratuito che ci aiuterà a passare dalla notte alla luce”.

Mercoledì il Papa ha visitato il carcere Brians 1 (cfr. Saluto, 10 giugno 2026). In quell’occasione ha proclamato la dignità di ogni essere umano per il semplice fatto che “di essere stato voluto, creato e amato da Dio" (Magnifica humanitas, 52). Ai detenuti disse che “il passato non condanna il futuro”, perché possiamo sempre ricominciare, crescere, cambiare e, soprattutto, riconciliarci e perdonare: “Dio ti ama così come sei, ma ti immagina ancora migliore!".

In occasione della recita del rosario a Montserrat, Leone XIV ha chiesto “un cuore riconciliato” e disarmato anche nelle parole e nei comportamenti, affinché l’odio lasci il posto alla speranza e alla pace. Sulla stessa linea si è espresso durante l’incontro, tenutosi lo stesso giorno 10, con le organizzazioni diocesane di carità e assistenza nella chiesa di Sant Agustí.

Pietre vive e luminose

La tappa catalana – che, attraverso diversi percorsi, ha seguito la via della bellezza come strumento di evangelizzazione – si è conclusa con il gran finale della Messa nella Basilica della Sagrada Familia. 

"Tutti noi siamo le pietre vive di quest’opera, che ha in Cristo il fondamento e il culmine, il principio e la fine”. Anche in quest’opera d’arte che è la nostra vita, non si tratta di un’opera incompiuta, ma di un tempio in costruzione, il che implica l’impegno a collaborare al capolavoro dello Spirito Santo nel progetto di Dio. 

Tutto ciò richiede coerenza: “Non possiamo credere in Gesù e promuovere la guerra. Non possiamo credere in Gesù e uccidere un innocente prima ancora che nasca. Non possiamo credere in Gesù e abbandonare chi soffre, chi piange, chi fugge dalla miseria”. Ed è necessario passare attraverso la passione del Signore, perché “la croce è il segno luminoso del suo amore". 

Isole Canarie: nessun essere umano è un'isola

Il momento culminante del viaggio, per il suo significato profetico, è stata la visita alle Isole Canarie. Durante l’incontro con i rappresentanti della comunità ecclesiale, ha chiesto loro di essere “architetti saggi” nella costruzione della civiltà dell’amore (cfr. Magnifica humanitas, 236), abbracciando la croce di Cristo e coltivando una spiritualità eucaristica. Questa trova nella solidarietà cristiana la sua manifestazione più eminente (cfr. Omelia a Las Palmas de Gran Canaria, 11 giugno 2026). 

Allo stadio di Gran Canaria ha spiegato che “Amare è innato nell'uomo; anzi, è una condizione necessaria per la pienezza della sua stessa esistenza"e che"È necessario scendere dai piedistalli dell’arroganza che divide, per ritrovarci nell’umiltà che ci unisce” (Omelia, 11 giugno 2026). Siamo tutti migranti, pellegrini che non devono dimenticare le proprie radici (Saluto al centro “Las Raíces”, Tenerife, 12 giugno 2026). Tutti siamo chiamati ad accogliere e ad aprirci agli altri, a condividere e a partecipare (cfr. Discorso in Plaza del Cristo a La Laguna, 12-VI-2026).

Al centro delle rotte migratorie, il successore di Pietro è stato categorico nell’affermare che “nessun essere umano è un'isola” e che il segreto del cuore risiede nella chiamata all’incontro (cfr. Omelia a Santa Cruz de Tenerife, 12 giugno 2026). Di fronte al dramma delle cayucos, il successore di Pietro ha denunciato con severità coloro che “speculano sulla disperazione” e trasformano la sofferenza altrui in un business, avvertendoli che dovranno rispondere davanti alla giustizia. Ai migranti ha assicurato: “La tua vita non è da buttare via, la tua dignità non si è dissolta nelle acque” (Discorso a La Laguna, 12 giugno 2026).

Nel congedarsi al porto di Santa Cruz de Tenerife, e riferendosi al cuore di Cristo, che è il cuore del Vangelo, ha chiesto di aprirsi a tutti “questo mare d'amore”. Ripeté lo slogan “Alzate lo sguardo!” proprio verso il Crocifisso, che è fonte di perdono, di riconciliazione e di pace.

Qualche giorno dopo, una volta tornato a Roma, il Papa ha dichiarato che alle Canarie aveva trovato “una chiave di lettura generale”. E la formula così: “Siamo chiamati a rileggere il Vangelo nel mondo di oggi, scambiandoci i doni delle nostre rispettive culture e, in particolare, i frutti che in esse produce la fecondità del messaggio di Cristo".

In altre parole: “Siamo chiamati a essere testimoni di Cristo condividendo la nostra fede e la nostra cultura con gli altri. Siamo invitati a un dialogo tra le persone e i popoli, in spirito di fratellanza. Questo cammino non è facile, richiede buona volontà e l’aiuto di Dio, ma è la via che ci conduce alla civiltà dell’amorer” (Udienza generale, 17 giugno 2026).

Vaticano

Alessandra Smerilli, nuova prefetta del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale

Suor Alessandra Smerilli sostituirà il cardinale Michael Czerny alla guida del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale e diventa così la terza donna a ricoprire la carica di prefetto nella Curia Romana.

Redazione Omnes-30 giugno 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Papa Leone XIV ha nominato la suora salesiana suor Alessandra Smerilli Prefetta del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. Finora segretaria dell’organismo, assumerà l’incarico il prossimo 1° settembre 2026, diventando così responsabile di uno dei dicasteri più importanti della Santa Sede.

Sostituirà quindi nella carica il cardinale Michael Czerny, prefetto del dicastero dall’aprile 2022 e, ad interim, dal 1° gennaio dello stesso anno.

All’interno dello stesso organismo, il cardinale Fabio Baggio, C.S., finora sottosegretario, è stato nominato pro-prefetto con un incarico speciale per il Centro di Alta Formazione «Laudato si’», mentre monsignor Jozef Barlaš, anch’egli sottosegretario, sarà il nuovo segretario del dicastero. Entrambi assumeranno le loro funzioni il 1° settembre.

Terza donna a ricoprire la carica di prefetto nella Curia Romana

Si tratta della seconda nomina di una donna a una carica di alto livello da parte di Papa Leone XIV, dopo quella di María Montserrat Alvarado a prefetta del Dicastero per la Comunicazione. Si tratta inoltre della terza donna a ricoprire la carica di prefetta nella Curia, dopo che Papa Francesco ha nominato Suor Simona Brambilla prefetta del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica a partire dal 6 gennaio 2025.

Altre nomine

Il Pontefice ha inoltre nominato monsignor Marco Mellino segretario del Dicastero per i Testi Legislativi, carica che ricoprirà dopo aver ricoperto il ruolo di segretario aggiunto dello stesso organismo.

Presso il Dicastero per il Servizio della Carità, Leone XIV ha nominato nuovo segretario monsignor Lucio Adrián Ruiz, che finora ricopriva la carica di segretario del Dicastero per la Comunicazione. Ha inoltre nominato sottosegretario il dottor Massimo Ralli, funzionario dello stesso dicastero. Entrambi assumeranno i nuovi incarichi il prossimo 1° settembre.

D’altra parte, il Papa ha rinnovato la composizione della Sezione per la Prima Evangelizzazione e le Nuove Chiese Particolari del Dicastero per l’Evangelizzazione con la nomina di nuovi membri e consultori provenienti dai cinque continenti. Tra i nuovi membri figurano i cardinali Thomas Aquino Manyo Maeda, Fridolin Ambongo Besungu, Jean-Marc Aveline e Frank Leo, oltre a numerosi arcivescovi, vescovi e responsabili di istituzioni missionarie provenienti dall’Asia, dall’Africa, dall’Europa e dall’America. Sono stati inoltre nominati diversi consulenti specializzati nel campo della missione e dell’evangelizzazione.

Sul piano diplomatico, Leone XIV ha accettato le dimissioni di monsignor Charles Daniel Balvo dalla carica di nunzio apostolico in Australia, presentate in seguito al raggiungimento del limite di età previsto per il servizio diplomatico della Santa Sede.

Infine, il Santo Padre ha nominato monsignor Charles Phillip Richard Moth, arcivescovo metropolitano di Westminster, amministratore apostolico in piena autorità e su richiesta della Santa Sede della diocesi di Northampton, in Inghilterra.

Vaticano

Papa Leone XIV approva il nuovo Statuto dell’Autorità di vigilanza e informazione finanziaria della Santa Sede

Con un chirografo firmato il 25 giugno, il Pontefice riformula la struttura dell’ASIF per adeguarla alle più recenti norme della Curia romana. Il documento sottolinea che la trasparenza e la responsabilità finanziaria sono pilastri indispensabili al servizio del bene comune.

Paloma López Campos-30 giugno 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Papa Leone XIV ha approvato, tramite un chirografo datato 25 giugno 2026, il nuovo Statuto dell’Autorità di Vigilanza e Informazione Finanziaria (ASIF). Tale istituzione, collegata alla Santa Sede, esercita le competenze di regolamentazione e vigilanza in materia di prevenzione del riciclaggio di denaro, del finanziamento del terrorismo e della proliferazione delle armi di distruzione di massa, nonché di intelligence finanziaria e di vigilanza prudenziale sugli enti con attività finanziaria.

L'aggiornamento dei propri statuti ha come obiettivo fondamentale quello di allineare il funzionamento dell'organismo alle recenti riforme legislative e del personale del Vaticano.

Adeguamento alle nuove normative

Il Santo Padre ha motivato l’aggiornamento statutario dell’ASIF con la necessità di adeguare le sue disposizioni interne alle linee guida stabilite nel nuovo Regolamento del personale della Curia romana del 23 novembre 2025. Inoltre, si mira a integrare i requisiti del quadro giuridico più recente dello Stato del Vaticano.

Nelle disposizioni del documento pontificio viene messa in risalto la dimensione etica della gestione delle risorse, sottolineando che “la trasparenza, l’integrità e la responsabilità nell’ambito delle attività economiche e finanziarie costituiscono elementi imprescindibili della buona amministrazione e del servizio al bene comune”.

Nuova struttura organizzativa

In conformità alle norme stabilite nel nuovo Statuto, l’ASIF sarà ora guidata da un direttore che sarà nominato direttamente dal Pontefice con la formula temporanea “ad quinquennium” (per un periodo di cinque anni). Per garantire l’efficacia e il corretto svolgimento delle sue funzioni operative, tale direttore sarà affiancato da un vicedirettore.

A livello tecnico e operativo, l’attività quotidiana e specializzata dell’istituzione sarà strutturalmente articolata attorno a tre uffici distinti:

  1. Ufficio di vigilanza antiriciclaggio.
  2. Ufficio di informazione finanziaria.
  3. Ufficio di vigilanza prudenziale.

Entrata in vigore immediata

Per quanto riguarda i termini per la sua applicazione pratica, il documento stabilisce in modo inequivocabile che il nuovo Statuto dell’ASIF entrerà ufficialmente in vigore il giorno stesso della sua pubblicazione sulle pagine del quotidiano istituzionale del Vaticano, “L’Osservatore Romano”.

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Spagna

Caritas lancia l'allarme: in Spagna 686.000 persone trascorrono intere giornate senza mangiare

Il 57% delle persone assistite dalla Caritas nel 2025 erano migranti, molti dei quali in situazione amministrativa irregolare.

Javier García Herrería-30 giugno 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Il Rapporto confederale della Caritas, presentato martedì a Madrid, descrive un anno caratterizzato dalla frammentazione sociale derivante da due decenni di crisi economiche, sanitarie, belliche e politiche, che hanno lasciato un numero crescente di persone in difficoltà nel soddisfare i propri bisogni più elementari.

Il presidente dell’istituzione, Manuel Bretón, e la segretaria generale, María González Dyne, hanno presentato, nel corso di una conferenza stampa tenutasi presso la sede dell’ente, i risultati del lavoro svolto nel corso del 2025 dalla rete delle 70 Caritas diocesane distribuite su tutto il territorio nazionale.

Un investimento da record

Nel corso dello scorso anno, la Caritas ha destinato 529,9 milioni di euro — l’8,11% in più rispetto all’esercizio precedente — alle sue diverse risorse e ai suoi progetti, sia in Spagna che nell’ambito di azioni di cooperazione internazionale in paesi terzi. Questo impegno economico ha permesso di aiutare 2.132.112 persone: 1.098.476 in Spagna e 1.033.636 attraverso la cooperazione internazionale.

L'alimentazione: un campanello d'allarme

Il lavoro quotidiano dell’organizzazione mette in luce il divario tra crescita economica e benessere sociale, aggravato dalle difficoltà di accesso all’alloggio e dall’aumento del costo della vita. Nel corso del 2025, le oltre 4.923 Caritas parrocchiali hanno soddisfatto i bisogni alimentari di oltre 615.000 persone attraverso il Programma di Accoglienza e Assistenza, una cifra che rappresenta il 56% di tutte le persone assistite dalla rete in Spagna.

I dati riflettono la portata del problema: circa 2,8 milioni di persone si trovano in una situazione di insicurezza alimentare, mentre altre 686.000 (l'1,4%) arrivano a trascorrere intere giornate senza mangiare per mancanza di risorse.

Sia l’alloggio che l’alimentazione, le due voci a cui le famiglie destinano la maggior parte del proprio reddito, sono inoltre quelle che stanno registrando il maggiore aumento dei prezzi. Nell’ultimo anno, l’acquisto di un’abitazione è aumentato del 13% in Spagna, mentre l’affitto del 4%. L’inflazione dei generi alimentari di prima necessità non dà tregua ai bilanci familiari, con aumenti del 16% per i legumi, del 15% per gli ortaggi, del 14% per le uova e del 10% per il pesce.

Aumento del numero di migranti assistiti

Il 57% delle persone assistite dalla Caritas nel 2025 erano migranti, molti dei quali in situazione amministrativa irregolare. Le iniziative legate alla mobilità umana hanno registrato un forte aumento del numero di partecipanti, con un incremento del 35,8%, passando dalle 34.767 persone assistite nel 2024 alle 47.226 nel 2025.

Oltre all’accompagnamento diretto, l’organizzazione ha intensificato la propria attività di advocacy. Il lavoro in rete ha contribuito a sostenere l’iter parlamentare dell’Iniziativa Legislativa Popolare (ILP), che ha portato all’emanazione di un decreto reale per la regolarizzazione straordinaria dei migranti.

In ambito economico, Caritas si è affermata nell’ultimo decennio come uno dei principali promotori dell’economia sociale, con modelli imprenditoriali che coniugano la redditività con la tutela dell’ambiente e il benessere sociale. Tra queste iniziative spiccano Moda Re, punto di riferimento nel riciclaggio tessile, e Maná, progetto pionieristico nel riutilizzo alimentare.

Aumenta vertiginosamente la richiesta di assistenza legale

Altri programmi che hanno registrato un notevole aumento del numero di persone assistite sono stati quelli dedicati alla famiglia, all’infanzia e alla gioventù (63.742 persone), alle persone senza fissa dimora (44.475) e ai servizi legali (28.766). Tra questi tre, spicca in particolare l’incremento di quasi il 58% nell’assistenza legale.

Nel corso del 2025, la Caritas ha continuato ad assistere le vittime della DANA dell’ottobre 2024, che ha colpito Valencia, Letur (Albacete), Mira (Cuenca), Malaga e Jerez.

Le donazioni da privati aumentano del 25%

L'importante impegno economico di Cáritas dello scorso anno è stato possibile grazie al sostegno di migliaia di soci, donatori, aziende e collaboratori privati, i cui contributi hanno superato i 378 milioni di euro, con un aumento del 10% rispetto all'anno precedente. La segretaria generale ha sottolineato in particolare l’impegno dei donatori e dei soci privati, i cui contributi sono aumentati di oltre il 25%, e ha ringraziato per la loro collaborazione «nell’impegno di costruire un mondo più giusto».

A questo finanziamento privato si aggiunge l’impegno delle diverse amministrazioni pubbliche, che hanno contribuito ai programmi di Cáritas con un totale di 151,8 milioni di euro. Complessivamente, il bilancio delle entrate dell’organizzazione è composto per il 71% da fonti private e per il 29% da fondi pubblici.

Infine, la Relazione riporta anche il dato relativo alle persone che sono alla base di tutta questa attività: 67.966 volontari e 6.071 dipendenti costituiscono il fondamento dell’opera confederale della Caritas in tutta la Spagna.

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Mondo

I cattolici dei Paesi nordici possono essere massoni? La Conferenza Episcopale Nordica risponde

La Conferenza Episcopale Nordica chiude il dibattito pastorale sulla massoneria, dopo aver consultato il Dicastero per la Dottrina della Fede, e stabilisce diverse linee guida pastorali.

Teresa Aguado Peña-30 giugno 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

La Conferenza Episcopale Nordica ha pubblicato una lettera indirizzata ai parroci di Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia, nella quale chiarisce in modo categorico che i fedeli cattolici non possono appartenere alla Massoneria.

La lettera fa seguito ad anni di dibattito pastorale nella regione sul fatto che alcune logge massoniche locali potessero essere considerate compatibili con la fede cattolica: «Alla luce delle differenze che talvolta si percepiscono tra le diverse correnti della massoneria, nei nostri paesi si è affermata l’opinione secondo cui la massoneria nordica si distingue a tal punto che l’appartenenza ad essa potrebbe essere consentita ai fedeli cattolici».

Una risposta chiara

Secondo i vescovi, a seguito delle consultazioni con il Dicastero per la Dottrina della Fede, la risposta è stata “chiarissima”: non esistono eccezioni regionali né dispense particolari che consentano l’adesione dei cattolici alla massoneria.

I vescovi sottolineano che le norme universali della Chiesa trovano piena applicazione nei Paesi nordici. Si ribadisce così la validità della dichiarazione del 1983 sulle associazioni massoniche e di una nota dottrinale più recente del 2023, che mantiene il divieto di affiliazione.

Il testo sottolinea che la posizione della Chiesa non si basa su un giudizio sulle persone, bensì sulla considerazione che i principi della massoneria sono incompatibili con la fede cattolica.

Cosa devono fare i parroci

La Conferenza Episcopale stabilisce diverse linee guida pastorali:

  • Si deve incoraggiare ogni cattolico che sia al tempo stesso massone o membro di una loggia massonica ad abbandonare tale appartenenza.
  • Ogni cattolico che sia al tempo stesso massone o membro di una loggia massonica deve astenersi dal ricevere la Santa Comunione e gli è vietato ricevere gli altri sacramenti.
  • Ogni massone o membro di una loggia massonica che richieda il battesimo nella Chiesa cattolica, o che desideri entrare in piena comunione con la Chiesa cattolica in qualità di cristiano validamente battezzato, deve porre fine a tale appartenenza prima del battesimo o dell’ammissione alla piena comunione.
  • Nessuna parrocchia, nessun istituto di vita consacrata o società di vita apostolica, nessuna organizzazione o istituzione cattolica delle nostre Chiese locali deve stipulare accordi di collaborazione con massoni o logge massoniche, né utilizzare beni appartenenti a logge massoniche.

I vescovi sottolineano che tali misure devono essere applicate con “prudenza pastorale e accompagnamento”, evidenziando la necessità di aiutare i fedeli coinvolti in questi processi di distacco.

«La chiamata del nostro Signore Gesù Cristo: «Seguitemi» (Mt 4, 19), presuppone la disponibilità a lasciarsi alle spalle altri attaccamenti che ostacolano il cammino di un discepolato incondizionato. Questo è sempre stato, e continuerà sempre ad essere, un criterio di autenticità cristiana. Aiutiamoci a vicenda, con la parola e con l’esempio, per essere all’altezza di questo criterio, confidando nella grazia di Dio», conclude la lettera, firmata da Erik Varden, presidente della Conferenza Episcopale Nordica, e dai vescovi dei paesi sopra citati.

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Vaticano

Leone XIV scrive alla Fraternità Sacerdotale San Pio X: «Con il cuore afflitto sento il dovere di chiedervi di rinunciare al vostro proposito»

Papa Leone ha inviato una lettera alla Fraternità San Pio X, tendendo un ponte verso il dialogo e implorando che desistano dall'atto scismatico di questa istituzione.

Maria José Atienza-30 giugno 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Il Il Pontefice ha inviato una lettera a Davide Pagliarani, Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, nella quale, «con il cuore afflitto, ma ancora pieno di speranza», chiede ai vescovi, ai sacerdoti, ai seminaristi e ai fedeli legati a questa Fraternità di riconsiderare l«»atto scismatico» che tale istituzione compirebbe con le consacrazioni episcopali senza mandato pontificio annunciate dalla Fraternità.

Il Papa sottolinea in questa lettera, datata nella solennità degli apostoli Pietro e Paolo, che «la Chiesa riconosce l’attaccamento alla vita liturgica, l’impegno nella formazione sacerdotale, lo zelo apostolico e il desiderio di fedeltà alla Tradizione che caratterizzano molte persone e comunità legate a tale Fraternità».

Un riconoscimento e un apprezzamento che «hanno ispirato l’atteggiamento di attenzione e benevolenza che i miei predecessori vi hanno costantemente dimostrato».

Un percorso di dialogo e comprensione

Il Papa, che sin dall’inizio del suo pontificato ha sottolineato il valore e l’importanza dell’unità della Chiesa, tenendo conto della diversità dei suoi carismi, in questa missiva esorta con forza i membri della Fraternità a riconsiderare questa «sfida» lanciata a Roma, tenendo conto «del bene spirituale dei fedeli, poiché l’atto scismatico che commettereste li priverebbe della ricezione lecita e, in alcuni casi, persino valida, dei sacramenti che essi amano e cercano per la loro santificazione».

Leone XIV «con il cuore afflitto, ma ancora pieno di speranza, sento il dovere di chiedervi di rinunciare al vostro proposito», ha compiuto questo ultimo gesto di avvicinamento appena poche ore prima che il cisma si consumasse.

Il Papa ha manifestato la disponibilità della Chiesa a «intraprendere un percorso di dialogo e comprensione che lo Spirito Santo possa rendere possibile e fecondo», con l’obiettivo di evitare un atto che comporterebbe, oltre alla ferita ecclesiale, un passo indietro nei colloqui e nell’unione con Roma di questa istituzione.

Una storia complessa: la FSSPX e la Santa Sede

I rapporti tra la Fraternità Sacerdotale di San Pio X e la Santa Sede sono stati caratterizzati da una certa complessità praticamente sin dai loro esordi.

Nata all’interno della Chiesa cattolica, fondata da Marcel Lefebvre, la Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) è stata eretta canonicamente nel 1970 nella diocesi di Friburgo.

Poco tempo dopo, il suo fondatore manifestò il proprio dissenso nei confronti di alcuni punti chiave del Concilio Vaticano II, non solo in materia di liturgia, ma anche in altri ambiti quali la concezione della libertà religiosa e dell’ecumenismo o la collegialità come forma di governo nella Chiesa.

Nel 1975, la Santa Sede revocò l’approvazione della Fraternità (che era stata concessa in via temporanea per sei anni) e ordinò a Lefebvre di chiudere il seminario della Fraternità. Lefebvre non solo non chiuse il seminario, ma ordinò addirittura, senza autorizzazione, a un gruppo di sacerdoti, il che comportò una sospensione «a divinis» di Marcel Lefebvre.

Il rapporto con Giovanni Paolo II

Durante il pontificato di Giovanni Paolo II, i rapporti altalenanti con la Fraternità continuarono. Nel 1984, la Congregazione per il Culto Divino pubblicò Quattro anni fa grazie alla quale è stata consentita la celebrazione della Messa secondo il rito tridentino, purché «risulti senza ambiguità che tali sacerdoti e fedeli non siano in combutta con coloro che mettono in dubbio la legittimità e la correttezza dottrinale del Messale Romano promulgato dal Romano Pontefice Paolo VI nel 1970” (ovvero, accettino la legittimità della Messa Novus Ordo) e sempre con l’approvazione del vescovo diocesano.

Lefébvre criticò questa direttiva, anche se, negli anni successivi, ebbe diversi incontri e contatti con la Santa Sede.

Infatti, nel 1988, i colloqui sembravano essere giunti a un punto di intesa, ma, a sorpresa, un giorno prima della firma che avrebbe comportato il ritorno della Fraternità nella Chiesa, il suo fondatore fece marcia indietro e aumentò la tensione annunciando l’ordinazione episcopale, senza mandato apostolico, di quattro dei suoi seguaci.

Marcel Lefebvre morì nel 1991 senza aver manifestato la propria adesione alla Santa Sede, nonostante i tentativi di San Giovanni Paolo II.

La commissione Ecclesia Dei

Nello stesso anno, il 1988, la Santa Sede istituì la Commissione pontificia Ecclesia Dei, “con il compito di collaborare con i vescovi, con i dicasteri della Curia Romana e con gli ambienti interessati, al fine di favorire la piena comunione ecclesiale dei sacerdoti, dei seminaristi, delle comunità e dei religiosi e delle religiose che finora erano legati in vari modi alla Fraternità fondata dall’arcivescovo Lefebvre e che desiderano rimanere uniti al Successore di Pietro nella Chiesa cattolica”.

Grazie a questa figura, diversi gruppi lefebvriani sono entrati in comunione con la Chiesa cattolica, come la Fraternità Sacerdotale di San Pietro, l’Istituto del Buon Pastore o l’Unione Sacerdotale San Giovanni Maria Vianney.

Benedetto XVI, nel 2009, lha revocato la scomunica a questi quattro vescovi della Fraternità con l’auspicio di «consolidare i rapporti reciproci di fiducia, nonché intensificare e rendere stabili i rapporti della Fraternità San Pio X con la Sede Apostolica». Il Papa, che fino al 1988 aveva guidato i colloqui infruttuosi con il fondatore, incoraggiava con questo passo «la piena comunione di tutta la Fraternità San Pio X con la Chiesa».

In un una lettera chiarificatrice indirizzata ai vescovi, in cui si spiega questa decisione, Benedetto XVI ricordava inoltre che «la scomunica riguarda le persone, non le istituzioni. Un’ordinazione episcopale senza il mandato pontificio comporta il pericolo di un scisma, perché mette in discussione l’unità del collegio episcopale con il Papa». Inoltre, il Papa spiegava che finché «la Fraternità non avrà una posizione canonica nella Chiesa, nemmeno i suoi ministri eserciteranno ministeri legittimi nella Chiesa». 

Sebbene nel corso degli anni si siano registrati diversi tentativi di avvicinamento, l’atteggiamento negativo della FSSPX nei confronti del riconoscimento del Catechismo della Chiesa Cattolica, del Magistero del Concilio Vaticano II e della legittimità della Messa Novus Ordo è rimasto immutato nel corso di questi anni.

Stallo e aumento delle tensioni

Durante il pontificato di Francesco, il Papa ha riconosciuto la validità di alcuni sacramenti amministrati dai sacerdoti della Fraternità (come le confessioni e i matrimoni), per il bene delle anime dei fedeli. Tuttavia, non si è registrato alcun progresso, anzi, si è assistito a un regresso nell’accettazione del Concilio Vaticano II da parte della FSSPX.

Nel 2019, la commissione Ecclesia Dei è stata assorbita dal Dicastero per la Dottrina della Fede, per cui il cardinale Víctor Manuel Fernández ha assunto la guida dei colloqui con il gruppo tradizionalista.

L'ultimo disaccordo e il pericolo di scisma

Gli ultimi anni sono stati particolarmente turbolenti per quanto riguarda i rapporti della Fraternità Sacerdotale San Pio X

Il 12 febbraio 2026, dopo un incontro con il Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, il prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, mons. Víctor Manuel Fernández, ha proposto «un processo di dialogo specificamente teologico, con una metodologia ben definita, su temi che non sono stati ancora sufficientemente precisati, quali: la differenza tra l’atto di fede e il ‘rispetto religioso della mente e della volontà’, o i diversi gradi di adesione richiesti dai vari testi del Concilio Ecumenico Vaticano II e la loro interpretazione».

Il prefetto chiedeva inoltre alla Fraternità di sospendere le ordinazioni episcopali annunciate il 2 febbraio scorso, poiché ciò «comporterebbe una rottura decisiva della comunione ecclesiale (scisma) con gravi conseguenze per la Fraternità nel suo insieme».

Pagliarani rispose negativamente, sostenendo «che non possiamo raggiungere un accordo sulla dottrina» e continuava a considerare illecita l’ordinazione episcopale. Il Prefetto per la Dottrina della Fede ricordò, con un laconico comunicato del 13 maggio 2026, secondo cui la consumazione di questa ordinazione illecita «costituirà un «atto scismatico»» (Giovanni Paolo II, Ecclesia Dei, n. 3) e «l’adesione formale al scisma costituisce una grave offesa a Dio e comporta la scomunica»

Una situazione che si è protratta fino ad oggi, quando il Papa ha teso, «in extremis», la mano per evitare una situazione che avrebbe comportato la rottura di fatto della comunione ecclesiale.

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Autori invitatiMaría Paz Montero

Le scuse che non chiedono perdono

Una società in cui tutti sono pronti a sentirsi offesi e nessuno è disposto a riconoscere le proprie colpe, a chiedere perdono con umiltà o a concederlo, finisce per diventare insopportabile. Ogni errore si trasforma in uno stigma, ogni parola infelice in una condanna senza fine.

30 giugno 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

È passato molto tempo da quando è successo. Anni, forse. Le persone coinvolte hanno continuato a vivere come hanno potuto; alcune ci sono riuscite, altre non del tutto. E poi, a un certo punto — un’intervista, una campagna elettorale, un processo di riabilitazione pubblica in corso — il politico appare davanti alle telecamere con aria contrita e voce pacata: “Se qualcuno si è sentito offeso dalle mie parole o dalle mie decisioni, gli chiedo scusa”. Quel “se” non è innocente. «Se qualcuno si è sentito»: vale a dire, forse nessuno avrebbe dovuto sentirsi così; forse il problema non sta in ciò che ho fatto, ma in come l’hai percepito. Le scuse trasferiscono la responsabilità a chi si è sentito offeso. Tu hai sofferto, io non ho causato quella sofferenza. E il danno — concreto, documentato, con nomi e cognomi — rimane sospeso nell’aria senza che nessuno se ne sia assunto la responsabilità. Questo non è chiedere perdono. Non raggiunge nemmeno la soglia di ciò che il perdono richiede: riconoscere di aver fatto del male a una persona concreta, non a chi eventualmente sia stato troppo sensibile.

Scuse vuote

Questa scena la dice lunga sul clima morale in cui viviamo. Non avevamo mai avuto un radar così sensibile per individuare offese, esclusioni, mancanze di rispetto… Il lingua Il danno è ovunque. Sappiamo identificare molto bene ciò che ci ferisce e, in mezzo a questa sensibilità esacerbata, è diventato più difficile parlare di colpa con un minimo di chiarezza, poiché tutti si sentono feriti, ma quasi nessuno sembra disposto ad ammettere di aver ferito. Tutto offende, ma quasi nulla viene riconosciuto come oggettivamente offensivo. Ecco perché abbondano così tanto le scuse vuote: non nascono dalla consapevolezza di aver fatto del male, ma dalla necessità di spegnere un incendio che minaccia la propria reputazione.

Il problema è che, senza questa consapevolezza, non c’è nemmeno un vero perdono. Affinché il perdono esista, deve esserci qualcosa da perdonare. Bisogna poter dire, senza eufemismi, che qui c’è stata un’ingiustizia, una slealtà, una crudeltà, un’umiliazione, una menzogna. Il perdono non inizia minimizzando la colpa, ma nominandola. Ecco perché irritano così tanto quelle formule pubbliche fatte di condizionali e vaghezze. Chiedono di voltare pagina senza aver letto quella precedente.

L'arroganza del colpevole

Soffermiamoci un attimo sull’altro lato della scena, non su chi ha subito l’offesa, ma su chi chiede perdono. Anche in questo caso c’è una confusione molto attuale. Si è diffusa l’idea che chiedere scusa equivalga, in qualche modo, a chiudere la vicenda. “Ho già chiesto scusa, cos’altro volete? Ho già fatto la mia parte; ora tocca a te assolvermi, restituirmi la serenità”. Ma riconoscere veramente il danno causato non dà il diritto di essere perdonati entro il termine che si ritiene ragionevole. Se ho fatto del male, posso ammetterlo e rimediare per quanto possibile, ma non posso controllare la reazione dell’altro. Non posso esigere che l’altro smetta di sentirsi ferito affinché io mi senta moralmente al sicuro.

Qualcosa di simile accade anche con le istituzioni. Anche queste possono riconoscere con umiltà il danno causato; ciò che non possono fare è trasformare tale ammissione in un pretesto per esigere un risarcimento. E se l’opinione pubblica non ripristina immediatamente la fiducia, non c’è nemmeno il diritto di presentarsi come vittima. Aver chiesto dispiacere non trasforma ogni critica successiva in un’ingiustizia. C’è una forma piuttosto riconoscibile di arroganza nel colpevole che, dopo aver ammesso la propria colpa, inizia a lamentarsi perché il danno continua ad avere conseguenze. Lo infastidisce il fatto che non gli si creda subito, che la fiducia impieghi del tempo a ricostruirsi. Si presenta come vittima di un'eccessiva durezza, quando in realtà ciò che lo infastidisce è constatare che delle scuse non cancellano automaticamente gli effetti di ciò che ha fatto. Il pentimento sincero ha qualcosa di umiliante perché costringe a riconoscere la propria colpa e ad aspettare. Ad accettare che l’altro forse non sia ancora in grado di perdonare.

Il perdono cristiano: un atto della volontà

Il cristianesimo non ha mai confuso il perdono con un’amnesia morale. Perdonare non significa negare la gravità di quanto accaduto, rinunciare alla giustizia né riporre immediatamente fiducia in chi ha tradito tale fiducia. C. S. Lewis ha osservato che tutti pensiamo che il perdono sia un’idea eccellente… finché non abbiamo qualcosa da perdonare. È allora che scopriamo che il problema non sta nel capire cosa significhi perdonare, ma nel volerlo fare. Ciò che il perdono implica è la decisione concreta di rifiutarsi di vivere imprigionati nel rancore, alimentando il desiderio di vendetta.

Tendiamo a concepire il perdono in chiave sentimentale, come se solo chi non prova più rabbia o dolore potesse dire “ti perdono”. Ma il perdono cristiano si gioca innanzitutto sul piano della volontà. Si può continuare a provare dolore e, nonostante ciò, perdonare. Si può continuare a ricordare con tristezza ciò che è accaduto e, tuttavia, rinunciare a rispondere al male con il male. Può essere necessario tempo, prudenza, persino distanza, e allo stesso tempo aver già compiuto quel passo interiore grazie al quale si smette di desiderare il male dell’altro.

San Josemaría Lo ha espresso con la sua consueta mancanza di sentimentalismo: “Sforzati, se necessario, di perdonare sempre chi ti offende, fin dal primo istante”. La frase è significativa proprio per quel “se necessario”. Non idealizza il cuore umano né presume che il perdono sgorga spontaneamente non appena si è compresa la teoria. Parte dal presupposto che ci saranno momenti in cui bisognerà strapparlo via dall’orgoglio, dalla memoria ferita. Forse bisognerà perdonare prima ancora di sentirne il desiderio.

Scuola della libertà interiore

In un altro passaggio, san Josemaría riassumeva la risposta cristiana di fronte all’offesa in una sequenza molto semplice: pregare, tacere, comprendere, perdonare. Non è una ricetta magica né un consiglio per anime deboli. È una piccola scuola di libertà interiore. Pregare, perché quando si è feriti non si vede con chiarezza. Tacere, perché le prime risposte sono spesso le peggiori. Comprendere, non nel senso di giustificare il male, ma di resistere alla facile caricatura dell’altro. E perdonare, il che non significa dire che non è successo nulla, ma decidere che il male subito non determinerà il mio comportamento.

Il perdono come grazia e dono immeritato

Tuttavia, il cristiano sa che non basta proponersi di perdonare. Ci sono ferite che non si rimarginano solo perché si è presa una decisione ragionevole. Ci sono tradimenti che sembravano superati e che riaffiorano anni dopo con la stessa forza di un tempo. In questi casi, l’idea moderna secondo cui tutto si risolve con la forza di volontà comincia a vacillare. Si può desiderare sinceramente di perdonare e scoprire, con una certa vergogna, di non esserne capaci. È allora che emerge una delle realtà più profonde del cristianesimo: il perdono non è solo un dovere morale, ma anche una grazia che va chiesta. Non si tratta solo di un precetto, ma di un dono. Il Padre Nostro lo dice con una naturalezza che quasi ci impedisce di cogliere il significato di ciò che sta dicendo: “Rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori”.

Chiediamo perdono e, allo stesso tempo, chiediamo di poter perdonare. È una supplica impegnativa perché ci coinvolge in prima persona; ma è anche una confessione di impotenza: non sempre ce la facciamo da soli. Ci sono momenti in cui l’unica cosa onesta che si possa dire davanti a Dio è: «Voglio perdonare, ma non ci riesco; dammi ciò che mi chiedi». Il cristiano deve perdonare? Sì; il Vangelo non lascia molto spazio al dubbio. Ma il comandamento non nasce dal diritto del colpevole, bensì dalla misericordia ricevuta. Il cristiano perdona perché sa che egli stesso vive di un perdono immeritato. Per questo il perdono non è in balia dei sentimenti né dipende dal fatto che un giorno il dolore o la rabbia scompaiano.

La necessità del perdono

Questo non vale solo per la vita privata. Una società in cui tutti sono pronti a sentirsi offesi e nessuno è disposto a riconoscere la propria colpa, a chiedere perdono con umiltà o a concederlo, finisce per diventare soffocante. Ogni errore si trasforma in uno stigma, ogni parola infelice in una condanna senza fine. Si parla molto di convivenza, di rispetto, di inclusione. Ma una comunità umana non si regge solo su norme e protocolli. Si regge anche sulla capacità di dire “ho sbagliato” senza scusanti, e di rispondere “ti perdono” senza banalizzare il male, ma senza rimanerne incatenati. Forse è per questo che il perdono non può mai ridursi a una formula corretta né a delle scuse ben formulate. Richiede verità per chiamare il male con il suo nome, e libertà affinché quel male non determini per sempre il rapporto con l’altro.

L'autoreMaría Paz Montero

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Vaticano

Leone XIV: la presenza cristiana non è dominio, ma servizio e unità

«La testimonianza di san Pietro e san Paolo ha contribuito in modo decisivo a garantire che la presenza cristiana nella storia non sia orientata al dominio, ma al servizio, all’unità e alla riconciliazione», ha affermato Papa Leone XIV durante l’Angelus di questa solenne festività.

Redazione Omnes-29 giugno 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Un’ora dopo la conclusione della Santa Messa in occasione della solennità dei Santi Pietro e Paolo, Papa Leone XIV ha presieduto la recita dell’Angelus in Piazza San Pietro e ha parlato nuovamente di unità e di comunione, ispirandosi a questi “pilastri della Chiesa”.

«Questa festa ricorda il legame originario che unisce la Chiesa di Roma a tutte le altre Chiese del mondo in comunione di fede e carità», ha esordito il Santo Padre.

“Ci introduce nella missione di Pietro e Paolo, ovvero nella missione di Gesù stesso. Dio ripone la sua fiducia in noi, peccatori da Lui perdonati, imperfetti, affinché la sua grazia risplenda nelle nostre vite e si manifesti la sua potenza che trasforma il male in bene”.

Grazie al sangue che hanno versato, il Vangelo ha messo radici a Roma

La testimonianza di questi due apostoli è quasi un sigillo del Nuovo Testamento, ha sottolineato nel Angelus.

Infatti, “il sangue che hanno versato in questa città rivela la grandezza dell’amore di Dio che il Signore Gesù ci ha donato. Sì, è attraverso la sua parola e il suo martirio che il Vangelo di Cristo, per così dire, ha messo radici a Roma”.

Anche oggi, il Signore, che è morto e risorto per amore, si rende presente nei suoi testimoni, raggiungendo i centri e le periferie, le capitali e le regioni più remote attraverso le voci, i volti e le coraggiose decisioni di coloro che hanno risposto al suo invito: «Seguitemi!», ha proseguito il Pontefice.

La presenza cristiana nella storia

I patroni della Chiesa di Roma, san Pietro e san Paolo, hanno vissuto “l’angoscia della comunione, l’hanno conosciuta, l’hanno servita e l’hanno proclamata come sacramento della vita divina”. 

“La sua testimonianza ha contribuito in modo decisivo a garantire che la presenza cristiana nella storia non sia orientata al dominio, ma al servizio, all’unità e alla riconciliazione”.

“Evitare ciò che logora o danneggia la comunione”

Al termine, prima della recita dell’Angelus, il Santo Padre ha pregato affinché “il Signore ci conceda, per intercessione di San Pietro e San Paolo, di apprezzare sempre di più la cattolicità della Chiesa, di riconoscerne il valore al servizio dell’incontro fraterno tra individui e popoli, di evitare ciò che logora o danneggia la comunione, di perseverare nel cammino ecumenico e in un dialogo attento e franco con tutti”.

Davanti a migliaia di fedeli e pellegrini, ha chiesto che Maria, Regina degli Apostoli, protegga sempre il Popolo di Dio, a Roma e in tutto il mondo.

Dopo aver recitato la preghiera mariana, il Papa si è rivolto in particolare ai romani.

Al popolo di Roma e a coloro che vivono nella città

In occasione della festa dei nostri santi patroni, porgo i miei migliori auguri al popolo di Roma e a tutti coloro che vivono in questa città, ha affermato.

“Rivolgo un pensiero, accompagnato dalla preghiera, in particolare ai malati, a chi vive in solitudine e ai detenuti. Ringrazio i parroci e tutti i sacerdoti, le suore e i religiosi che operano a Roma, perché con la loro presenza e il loro servizio quotidiano mantengono vivo il loro grande cuore cristiano”.

Leone XIV ha inoltre dato il benvenuto “a due confraternite: la Confraternita spagnola di Nostra Signora del Carmen del Camino di Zamora e la Confraternita degli Agonizzanti di Artena”.

Infine, ha rivolto un saluto “alle persone senza fissa dimora che oggi si trovano in Piazza San Pietro a distribuire «L’Osservatore di strada», supplemento de “L’Osservatore Romano”. Grazie e i miei migliori auguri a chi sostiene questo giornale!”.

L'autoreRedazione Omnes

Vaticano

Il Papa lancia un forte appello all'unità durante la cerimonia di imposizione dei pali a San Pietro e San Paolo

Nella solennità dei Santi Pietro e Paolo, in occasione della quale ha conferito il palio a 35 nuovi arcivescovi, Papa Leone XIV ci ha invitato a guardare a questi due santi, “pilastri della Chiesa”, per capire come possiamo essere come loro, “apostoli e artefici dell’unità”.

Francisco Otamendi-29 giugno 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

“Oggi, in un’unica solennità, commemoriamo i santi Pietro e Paolo, patroni della città e della diocesi di Roma: scelti da Gesù, l’uno come pastore del suo gregge e l’altro come apostolo delle genti. In loro veneriamo due pilastri della Chiesa”, ha esordito il Santo Padre, nella omelia della Messa della festa di San Pietro e San Paolo.

Alla presenza dei cardinali che si sono recati al Concistoro, e per quanto riguarda i nuovi arcivescovi, il Santo Padre ha posto l’accento sulle chiavi con cui si rappresenta San Pietro, nonché sulla parola e sulla croce, simboli di San Paolo.

Il simbolo delle chiavi

“La fedele e paziente attenzione all’unità trova una chiara espressione nel simbolo delle chiavi, con cui spesso la identifichiamo (cfr. Mt ”16,19)», ha affermato il Successore di Pietro.  

Una chiave non serve a sfondare le porte, ma ad aprirle e chiuderle, cercando al loro interno le manopole giuste e accompagnandone i movimenti, per sbloccare i meccanismi, far scorrere i perni e far ruotare liberamente le ante sui cardini, unendo gli spazi e trasformando tante stanze isolate in un'unica casa accogliente, ha descritto.

“La comunione non si costruisce irrigidendosi nelle proprie posizioni”

Allo stesso modo, “la comunione, nella Chiesa, non si costruisce irrigidendosi nelle proprie posizioni, ma cercando, nei cuori di tutti, i punti di incontro nella Verità, alla cui unica luce tutti diventano strumenti di crescita per gli altri”.

“Artigiani dell’unità”

«L’esempio di Pietro è anche un invito affinché ogni cristiano diventi artefice dell’unità, ponendo Dio al centro della propria esistenza e avvicinandosi ai fratelli, attento alle loro vicissitudini e ai loro bisogni», ha sottolineato citando Papa Francesco, per vivere con loro nella carità e così “portare avanti l’annuncio del Vangelo” (cfr. 2 Tm 4,17).

“Il libro e la spada, strettamente legati tra loro”

«Questo è anche l’insegnamento di Paolo, l’altro grande apostolo che oggi celebriamo, instancabile annunciatore della Buona Novella», ha proseguito il Pontefice.

Anche lui ha i suoi simboli distintivi: il libro e la spada, strettamente legati tra loro. L’autore della Lettera agli Ebrei lo spiega bene quando scrive che «la parola di Dio è viva ed efficace, più affilata di una spada a doppio taglio», capace di penetrare «fino al punto in cui si separano l’anima e lo spirito» e di discernere «i desideri e le intenzioni del cuore» (Hb 4,12).

Come possiamo essere come loro

Cari fratelli, oggi è importante soffermarci su questi due santi — Pietro e Paolo — per comprendere come anche noi, come loro, possiamo essere apostoli e artefici dell’unità, generosi servitori della verità nella carità, ha affermato il Papa.

I palio: l’impegno a portare sulle spalle i fratelli e le sorelle

A conclusione della cerimonia, Leone XIV ha proceduto al rito dell’imposizione dei pali agli arcivescovi metropolitani nominati nell’ultimo anno, in questa occasione 35.

Il Successore di Pietro ha affermato che “questa fascia di lana bianca ornata di croci esprime l’impegno di ogni pastore — ma anche di ogni cristiano — a portare sulle proprie spalle i fratelli e le sorelle che gli sono stati affidati, come autentici agnelli del gregge del Signore». 

E di dedicare per loro energie, tempo, impegno e persino la vita, affinché il Vangelo giunga a tutti e il mondo intero trovi in esso armonia e concordia (cfr. Cost. past. Gaudium et spes, 38)”.

Citazione di Benedetto XVI

Preghiamo i santi Pietro e Paolo, ha concluso il Papa, “affinché ci sostengano nel cammino della comunione, seguendo le orme del Salvatore. È il cammino che Egli ci ha indicato, quello per cui ha pregato il Padre durante l’Ultima Cena (cfr. Jn 17,21-23), la meta che ci ha insegnato ad auspicare con fiduciosa speranza (cfr. Benedetto XVI, Omelia durante la Messa con l'imposizione del pallio ai nuovi metropoliti, 29 giugno 2012).

I nuovi arcivescovi che hanno ricevuto il pallio

Tra i nuovi arcivescovi ai quali il Papa ha conferito il palio figurano due cardinali polacchi, Rys e Krajewski, rispettivamente arcivescovi di Cracovia e di Łódź. 

Numerosi arcivescovi brasiliani, tra cui quello di Aparecida, diversi statunitensi, come quello di New York, Ronald Hicks, alcuni europei come quelli di Vienna, Westminster o Praga (questa volta nessun arcivescovo spagnolo), quelli di Piura (Perù), Bucaramanga (Colombia) o Morelia (Messico), e quelli di Calcutta e Madurai (India) o Lahore (Pakistan), tra gli altri.

L'autoreFrancisco Otamendi

Vaticano

I cardinali concludono con il Papa il Concistoro straordinario

Oltre ad aver fatto progressi sui temi all’ordine del giorno di questi giorni, durante il Concistoro straordinario convocato da Papa Leone XIV i cardinali hanno avuto modo di conoscersi tra loro, cosa che hanno definito un risultato positivo e un’opportunità per la Chiesa.

OSV / Omnes-29 giugno 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

Il 27 giugno i cardinali di tutto il mondo hanno concluso un concistoro straordinario della durata di due giorni, affermando che l'iniziativa del Papa Leone XIV La decisione di convocare il Collegio cardinalizio due volte in sei mesi ha già ottenuto un chiaro successo: ha aiutato i cardinali a conoscersi meglio tra loro.

“Per anni e anni, i cardinali non si conoscevano tra loro”, ha dichiarato il cardinale Jean-Paul Vesco, arcivescovo di Algeri (Algeria), a OSV News il 27 giugno. “È un’ottima iniziativa del Papa e molto utile sia per lui che per l’unità della Chiesa”.

Il formato dell'incontro tenutosi il 26 e il 27 giugno ha riunito i cardinali in tavole rotonde, consentendo loro di conoscere i punti di vista dei loro confratelli cardinali provenienti da tutti i continenti.

“Ora, anche se non posso dire di conoscere tutti i cardinali, ora ci scambiamo sorrisi, parliamo, chiacchieriamo”, ha detto il cardinale Vesco. “E questo è molto importante. Credo che sia molto importante per lo stesso Papa”.

“Stiamo iniziando a conoscerci. È proprio quello che vuole lui. Vuole che ci conosciamo… Credo che stia funzionando”, ha aggiunto il cardinale.

Cercare insieme la volontà di Dio

Nel suo discorso di chiusura, Papa Leone ha affermato di auspicare che i cardinali continuino a riunirsi ogni anno, e ha aggiunto: “L’importante non è aumentare il numero degli incontri, ma imparare a vivere incontri in cui, ascoltandoci l’un l’altro, impariamo insieme ad ascoltare il Signore”. Ha annunciato che renderà nota la data del prossimo concistoro nel corso di quest’anno.

“In questi giorni abbiamo cercato insieme la volontà del Signore, convinti che Cristo continui ad agire nella sua Chiesa: è Lui che ci precede, ci riunisce, ci parla attraverso i nostri fratelli e le nostre sorelle e ci guida nella nostra missione. Tutto proviene da Lui e tutto ritorna a Lui”, ha dichiarato ai cardinali il 27 giugno.

“Vedere cardinali provenienti da Chiese, culture e contesti così diversi ascoltarsi a vicenda e cercare insieme ciò che meglio serve al Vangelo è stato per me fonte di consolazione e speranza”, ha aggiunto il Papa.

Papa Leone ha sottolineato i temi affrontati nel corso delle due giornate: la guerra, la povertà, i giovani, la famiglia, la sinodalità, la dottrina sociale della Chiesa e la sua recente enciclica “Magnifica Humanitas”— e affidò ai cardinali il compito di mettere in pratica gli insegnamenti del sinodo.

“La sinodalità non è una serie di incontri, né un metodo di lavoro. È uno stile spirituale. Nasce dall’incontro, cresce attraverso l’ascolto e matura grazie al discernimento. La vera questione non è quante conversazioni saremo in grado di organizzare, ma quale qualità evangelica avranno i nostri incontri”, ha affermato.

Il ritorno del consiglio comunale straordinario

Prima dell’elezione di Papa Leone XIV, l’ultimo concistoro straordinario dei cardinali si era tenuto nel febbraio 2014, ben un decennio prima che il cardinale Vesco ricevesse la berretta. Per lui, così come per molti dei cardinali nominati da Papa Francesco provenienti da oltre 60 paesi diversi, l’esperienza del concistoro straordinario con Papa Leone XIV è una novità.

San Giovanni Paolo II ha celebrato sei concistori straordinari durante il suo pontificato; Papa Francesco ne ha celebrato uno all’inizio del suo pontificato, mentre Benedetto XVI non ne ha convocato alcuno, sebbene abbia riunito i cardinali per tenere discussioni a porte chiuse nel corso di diversi concistori ordinari.

Papa Leone ne ha già tenute due — a gennaio e a giugno di quest’anno — in cui ha combinato tavole rotonde di dibattito, simili a quelle utilizzate durante il Sinodo sulla sinodalità, con una struttura tradizionale di forum aperto, e ha dato a ciascun cardinale l’opportunità di parlare direttamente con lui.

Il cardinale Vesco ha colto l’occasione per riflettere sulla recente visita apostolica del Papa in Algeria. “Stamattina gli ho detto quanto abbia commosso il popolo musulmano”, ha dichiarato il 27 giugno. “Una donna mi ha raccontato che, quando ha visto il Papa lasciare l’Algeria, ha avuto la sensazione che se ne andasse un amico”.

Il cardinale Gerhard Ludwig Müller, ex prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha dichiarato ai giornalisti all’ingresso della Sala Paolo VI il 26 giugno che i dibattiti avevano riguardato la situazione attuale della Chiesa, e ha aggiunto che “questo non riguarda solo il Collegio cardinalizio, ma la missione della Chiesa in generale”.

I cardinali discutono della “guerra giusta” e delle crisi mondiali

Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, ha sottolineato che durante il concistoro i cardinali hanno discusso delle numerose crisi in tutto il mondo e che una sessione è stata dedicata al capitolo della recente enciclica di Papa Leone, “Magnifica Humanitas”, dedicata all’intelligenza artificiale e alla guerra.

Quando è stato chiesto loro se i cardinali avessero parlato della guerra a Gaza, il cardinale Pizzaballa ha risposto ai giornalisti: “Abbiamo parlato di tutto”, all’uscita dalla Sala Paolo VI durante la pausa pranzo. “Ma non si tratta solo di Gaza. Ci sono molte crisi in tutto il mondo. Abbiamo parlato un po” di tutto».

Il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, si è rivolto a lungo ai cardinali in merito al modo in cui Papa Leone affronta il tema della “guerra giusta” nell’enciclica. Il cardinale ha fatto specifico riferimento ai conflitti a Gaza e nel sud del Libano, affermando che l’entità delle vittime civili, il numero sproporzionato di bambini uccisi e la distruzione generalizzata delle abitazioni equivalevano a una “distruzione totale”. Il cardinale Fernández ha inoltre criticato espressamente sia la Russia che gli Stati Uniti per aver invocato giustificazioni di legittima difesa a sostegno del proprio coinvolgimento nei conflitti in Medio Oriente.

“Ciò che l’enciclica aggiunge ora rispetto agli insegnamenti del Catechismo sulla guerra giusta è che non solo l’applicazione, ma anche il concetto stesso di legittima difesa deve essere definito con maggiore chiarezza affinché possa essere compreso nel suo senso più stretto”, ha affermato il cardinale Fernández. “Pertanto, lo stesso concetto di guerra giusta deve essere rivisto e perfezionato, per evitare che i criteri classici di una guerra giusta risultino inutili e inefficaci nel mondo odierno”.

Durante entrambe le giornate, i cardinali hanno pregato insieme per le vittime dei terremoti verificatisi in Venezuela all’inizio della settimana. Papa Leone ha esordito nel suo discorso di chiusura esprimendo la propria solidarietà. «Assicuriamo le nostre preghiere alle vittime, alle loro famiglie e a tutti coloro che subiscono le conseguenze di questa tragedia», ha affermato, chiedendo che la solidarietà della comunità internazionale nei confronti del Venezuela non venga meno.

Dibattiti di sabato sulla sinodalità

La sessione mattutina del secondo giorno, presentata dal cardinale Stephen Brislin, arcivescovo di Johannesburg, si è basata sulla “Magnifica Humanitas” per inquadrare un dibattito su quelle che egli ha definito “le opere di costruzione del nostro tempo”. Il cardinale Brislin ha spiegato ai cardinali che l’enciclica era un appello “a riscoprire e valorizzare la sinodalità come forma specifica di costruire insieme come Chiesa”.

Secondo una sintesi dell’Ufficio Stampa della Santa Sede, la maggior parte dei gruppi si è concentrata sulle “profonde fratture del nostro tempo, tra popoli, nazioni, all’interno delle società e nel seno delle famiglie stesse”, e su come tali fratture causino una sofferenza particolare tra i più poveri, i più deboli e i giovani. I cardinali hanno inoltre sollevato la questione dell’intelligenza artificiale, avvertendo che essa rafforza la necessità di garantire che gli esseri umani non vengano ridotti a “cifre e statistiche”.

La sessione conclusiva del concistoro, tenutasi sabato pomeriggio, si è concentrata sul processo triennale di attuazione del Sinodo dei Vescovi sulla sinodalità — un processo approvato da Papa Francesco appena dieci giorni prima della sua scomparsa, avvenuta a marzo, e successivamente confermato da Papa Leone. Il piano prevede valutazioni dei progressi compiuti a livello diocesano, nazionale e continentale a partire dal 2027, che culmineranno in un’assemblea in Vaticano nell’ottobre dello stesso anno.

Il cardinale Mario Grech, segretario generale del Sinodo dei Vescovi, ha aperto la sessione definendo la sinodalità come “una risorsa missionaria”.

“Aiuta la Chiesa ad ascoltare con maggiore attenzione le domande dell’umanità, a riconoscere i segni dei tempi, a valorizzare i doni di tutti e a discernere insieme i passi da compiere”, ha affermato il cardinale Grech. “In questo modo, la fase di attuazione diventa una nuova tappa nell’accoglienza del Concilio Vaticano II e nel rinnovamento missionario della Chiesa nel contesto delle realtà concrete della vita ecclesiale”.

Il cardinale Joseph Tobin, arcivescovo di Newark, ha presieduto la sessione conclusiva, al termine della quale i cardinali hanno pronunciato brevi interventi personali prima che il Papa tenesse il suo discorso di chiusura.

In vista della riunione di ottobre dedicata alla famiglia

Papa Leone ha inoltre accennato a un incontro previsto per ottobre con i presidenti delle conferenze episcopali e i responsabili delle Chiese orientali per discutere di matrimonio e famiglia, aggiungendo che “parteciperanno anche alcune famiglie per condividere le loro esperienze” e che spera che “tutti i partecipanti si preparino ascoltando con attenzione e portando il contributo delle esperienze delle famiglie delle proprie Chiese”.

“Questo Concistoro è stato un momento molto prezioso, ma non deve rimanere un evento isolato”, ha affermato Papa Leone. “In tutta la Chiesa, vogliamo promuovere spazi in cui il Popolo di Dio possa ascoltarsi a vicenda, pregare, discernere e camminare insieme. Questa è l’essenza stessa del processo di attuazione del Sinodo”.

“Questo sarà anche lo spirito del prossimo incontro dedicato all‘’Amoris laetitia” e di molte altre iniziative che il Signore ci chiederà di intraprendere», ha aggiunto.

Al termine di due giorni di dibattiti, Papa Leone si è riunito con i cardinali per cenare insieme nella Sala Paolo VI. I cardinali sono inoltre invitati ad accompagnare il Papa alla Messa del 29 giugno, in occasione della festa dei santi Pietro e Paolo, durante la quale gli arcivescovi appena nominati — tra cui quattro provenienti dagli Stati Uniti — riceveranno il pallio.


Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta in inglese su OSV News. È riprodotto qui con autorizzazione. È possibile accedere all'articolo originale QUI.

L'autoreOSV / Omnes

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