Libri

Una questione di identità

Una questione di identità propone un cristianesimo che convince grazie all'apertura, alla coerenza e alla formazione integrale nel XXI secolo.

Javier García Herrería-8 gennaio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Alfonso Aguiló è una voce autorevole nel campo dell'educazione e della riflessione cristiana. Ingegnere per formazione, educatore per vocazione e presidente della Confederazione spagnola dei centri educativi (CECE). La sua prospettiva combina una formazione umanistica con un atteggiamento aperto alla realtà in continuo cambiamento dei nostri tempi. Una questione di identità fa parte di questo sforzo di fornire risposte cristiane contemporanee alle sfide culturali, educative e spirituali del XXI secolo.

Fin dall'inizio, l'autore parte chiaramente dal presupposto che “Trasmettere la fede accettando di essere in minoranza”.” non significa rinunciare, ma proporre autenticità, coerenza e dialogo rispettoso. 

Una delle grandi conquiste del libro è la capacità di far dialogare la mentalità contemporanea - segnata dal pluralismo, dal relativismo e da un secolarismo spesso esclusivo - con una fede cristiana che non ha paura di assumere le proprie convinzioni con forza e gioia. Aguiló non presenta una fede che combatte, ma che convince. La sua non è una proposta di trincea, ma di incontro.

Il libro è strutturato in diversi blocchi tematici. Nella sezione dedicata alla Umanesimo cristiano ed educazione, Aguiló si interroga sul posto della religione nella scuola, sulla compatibilità tra identità cristiana e laicità e sulla necessità di costruire una “cultura del dialogo”. Spiccano capitoli come “Una fede che fa cultura”, “L'identità cristiana nella gestione della scuola” e “Il discorso pubblico sull'identità”.

Un'altra parte si concentra sulla Valori cristiani ed educazione del carattere. Temi come “il potere nascosto della gentilezza”, “l'esercizio dell'autorità”, “l'educazione e la frustrazione” o “la vocazione personale e la vita emotiva” mostrano l'intenzione dell'autore di formare persone complete, non solo tecnicamente preparate, ma anche emotivamente ed eticamente mature. Questa dimensione formativa, integrale e profondamente umana dell'educazione è uno dei principali contributi del libro.

Nella sezione dedicata alla dimensione spirituale, Aguiló smonta molti pregiudizi attuali: afferma che la fede non è un “codice di obblighi e divieti”, ma una relazione viva con Dio. Ci invita a parlare in modo chiaro ma senza offendere, e a non “Chiudere la bocca a chiunque, o parlare solo per chi la pensa come me o per chi è convinto”. Questo atteggiamento di apertura, oggi così necessario, trova in Aguiló una formulazione lucida e serena.

Una questione di identità

AutoreAlfonso Aguiló
Editoriale: Rialp
Numero di pagine: 267
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Vaticano

Le catechesi del Papa affronteranno il Concilio Vaticano II e l'evangelizzazione

Lo stesso giorno dell'inizio del Concistoro con i cardinali, Papa Leone XIV ha annunciato nell'udienza odierna che le catechesi affronteranno il Concilio Vaticano II e i suoi documenti. Il suo magistero costituisce oggi “la stella polare del cammino della Chiesa”, ha affermato, rifacendosi agli ultimi Papi e sottolineando l'annuncio del Vangelo del Regno di Dio da parte della Chiesa.  

Redazione Omnes-7 gennaio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Papa Leone XIV ha annunciato durante l'udienza generale di mercoledì 7 che le prossime catechesi verteranno sul Concilio Vaticano II attraverso i suoi documenti. L'annuncio è stato dato nell'Aula Paolo VI davanti a numerosi fedeli e pellegrini, nelle lingue abituali, tra cui il cinese e l'arabo.

“Dopo l’Anno Giubilare, durante il quale ci siamo soffermati sui misteri della vita di Gesù, iniziamo un nuovo ciclo di catechesi che sarà dedicato al Concilio Vaticano II e alla rilettura dei suoi Documenti. Si tratta di un’occasione preziosa per riscoprire la bellezza e l’importanza di questo evento ecclesiale”, ha sottolineato il Papa.

Il testo della lettura era un brano della Lettera agli Ebrei di San Paolo, capitolo 13, in cui l'Apostolo scrive che «Cristo è lo stesso ieri e oggi, e lo sarà per sempre». E esorta a “non lasciarsi sviare da alcun tipo di dottrina straniera”.

Sostegno a tutti gli ultimi Papi

La decisione papale si è basata su quella dei suoi predecessori nella sede di Pietro, a cominciare da San Giovanni XXIII, che convocò il Concilio, e in modo particolare su quella di San Paolo VI, che lo concluse. 

Tuttavia, la citazione iniziale di Papa Leone XIV è stata di San Giovanni Paolo II, quando alla fine del Giubileo del 2000 affermò quanto segue: “Sento più che mai il dovere di indicare il Concilio come la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel XX secolo” (Lettera apostolica Novo millennio ineunte, 57).

“Stella polare del cammino della Chiesa”

Il Santo Padre Leone XIV ha ricordato che, insieme all'anniversario del Concilio di Nicea, “nel 2025 abbiamo commemorato i sessant'anni del Concilio Vaticano II”. E “anche se il tempo che ci separa da questo evento non è molto, è anche vero che la generazione di vescovi, teologi e credenti del Vaticano II oggi non c'è più”.”

Pertanto, “sentiamo la chiamata a non spegnere la profezia e a continuare a cercare vie e modi per attuare le intuizioni” conciliari, (…) rileggendo i suoi Documenti e riflettendo sul loro contenuto. Si tratta infatti del Magistero che costituisce ancora oggi la stella polare del cammino della Chiesa”.”

Benedetto XVI: gli insegnamenti del Concilio Vaticano II, “particolarmente pertinenti”

“Come insegnava Benedetto XVI”, ha sottolineato Leone XIV durante l'udienza, “i documenti conciliari non hanno perso la loro attualità con il passare degli anni. Al contrario, i loro insegnamenti si rivelano particolarmente pertinenti di fronte alle nuove esigenze della Chiesa e dell'attuale società globalizzata” (Primo messaggio dopo la messa con i cardinali elettori, 20 aprile 2005).

Ha poi ricordato Papa Francesco: riscoprire il Concilio ci aiuta a “ridare il primato a Dio, all'essenziale”.

Cardinale Luciani (Giovanni Paolo I): “la santità più profonda e più estesa”

Il Papa ha anche notato Monsignor Albino Luciani. Il futuro Papa Giovanni Paolo I, «all'inizio del Concilio scrisse profeticamente: “Esiste come sempre la necessità di realizzare non tanto organismi o metodi o strutture, ‘quanto una santità più profonda ed estesa’. (...). È possibile che i frutti eccellenti e abbondanti di un Concilio si vedano dopo secoli e maturino superando faticosamente contrasti e situazioni avverse”.

“Aprirci al mondo”

“Il Concilio Vaticano II ha riscoperto il volto di Dio come Padre che, in Cristo, ci chiama ad essere suoi figli. Ha guardato alla Chiesa alla luce di Cristo, luce delle genti, come mistero di comunione e sacramento di unità tra Dio e il suo popolo. Ha avviato un'importante riforma liturgica ponendo al centro il mistero della salvezza e la partecipazione attiva e consapevole di tutto il Popolo di Dio”, ha ricordato Papa Leone XIV.

Allo stesso tempo, “ci ha aiutato ad aprirci al mondo e ad accogliere i cambiamenti e le sfide dell'epoca moderna nel dialogo e nella corresponsabilità. Come Chiesa che desidera aprire le braccia all'umanità, farsi eco delle speranze e delle angosce dei popoli e collaborare alla costruzione di una società più giusta e più fraterna”. 

San Paolo VI: è giunto il momento della partenza

Concludendo, il Successore di Pietro ha affermato che “ciò che san Paolo VI disse ai Padri conciliari al termine dei lavori rimane anche per noi oggi un criterio di orientamento». Egli affermò che era giunto il momento di partire. Di lasciare l'assemblea conciliare per andare incontro all'umanità e portarle la buona novella del Vangelo, nella consapevolezza di aver vissuto un tempo di grazia in cui si condensavano passato, presente e futuro (S. Paolo VI, Messaggio ai Padri conciliari, 8 dicembre 1965). 

L'autoreRedazione Omnes

Vaticano

Perché il primo concistoro straordinario di Papa Leone XIV è così importante

Papa Leone XIV ha convocato il suo primo concistoro straordinario per gennaio 2026, un incontro fondamentale con tutto il Collegio Cardinalizio che segnerà l'inizio effettivo del suo stile di governo e delle sue priorità per la Chiesa.

Bryan Lawrence Gonsalves-7 gennaio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Il Vaticano ha confermato il 20 dicembre che Papa Leone XIV convocherà un concistoro straordinario dei cardinali il 7 e l'8 gennaio 2026. Sarà la prima riunione di questo tipo del suo pontificato. Sarà anche la prima volta che tutto il Collegio Cardinalizio si riunirà dal conclave che lo ha eletto.

Questo è importante perché un concistoro straordinario non è principalmente cerimoniale. È uno dei pochi momenti, al di fuori del conclave, in cui tutti i cardinali si trovano nella stessa sala con il Papa. Nel diritto canonico, esiste per «esigenze particolari della Chiesa o questioni di particolare gravità». In pratica, è uno strumento di governo. Permette al Papa di consultare ampiamente, di prendere il polso della Chiesa mondiale e di indicare in anticipo le priorità.

Che cos'è un concistoro?

Un concistoro è una riunione formale di cardinali convocata dal Papa per assisterlo nel governo della Chiesa universale. 

Un concistoro ordinario è solitamente cerimoniale. Spesso viene utilizzato per creare nuovi cardinali o per determinati passaggi nelle canonizzazioni. Di solito vi partecipano principalmente cardinali che vivono a Roma; tuttavia, può comunque essere significativo per la sua natura. Papa Benedetto XVI, ad esempio, ha annunciato le sue dimissioni durante un concistoro nel 2013.

Un concistoro straordinario è diverso. È pensato per consultare l'intero Collegio Cardinalizio. La parola stessa rimanda all'idea di «stare insieme». Storicamente, è stato un modo importante per i papi di chiedere consiglio su dottrina, disciplina e governo della Chiesa. È esplicitamente consultivo. Il papa rimane colui che prende le decisioni, ma ascolta in modo strutturato.

L'ultimo concistoro straordinario con un impatto strategico significativo è stato quello celebrato nel febbraio 2014 sotto il pontificato di Papa Francesco, incentrato sul matrimonio e la famiglia prima del Sinodo sulla Famiglia. Questo è stato l'unico concistoro straordinario convocato dal defunto Papa.

L'importanza di questo concistoro

La riunione di gennaio 2026 sarà la prima occasione in cui la maggior parte dei cardinali si riunirà dall'elezione di Papa Leone XIV. Molti hanno avuto poche opportunità di conoscersi prima del conclave. Ciò significa che il Collegio non ha ancora familiarità con le principali priorità pontificie del Papa. Pertanto, questa riunione non riguarda solo i punti all'ordine del giorno. Riguarda anche le relazioni, la fiducia e la coerenza.

Ecco perché l'incontro ha un peso simbolico. Papa Leone XIV sta riunendo un corpo geograficamente vasto e spesso diviso dall'esperienza, dalla cultura e dalle priorità. Se riuscirà a creare una vera comunione e una forma praticabile di collaborazione, rafforzerà la sua capacità di governare e guidare la Chiesa. 

La Sala Stampa della Santa Sede ha dichiarato che le due giornate comprenderanno «momenti di comunione e di fraternità», oltre a momenti di «riflessione, scambio e preghiera». L'obiettivo dichiarato è quello di offrire «sostegno e consiglio» al Papa e di rafforzare la comunione tra il Vescovo di Roma e i cardinali.

Queste frasi possono sembrare generiche. Ma in un nuovo pontificato, indicano qualcosa di concreto: Papa Leone XIV sta tracciando la linea guida di come intende governare. Governerà attraverso una ristretta cerchia di persone fidate? O cercherà di instaurare una consultazione più ampia e una responsabilità condivisa?

L'agenda rivela l'istinto di governo del Papa

In una lettera natalizia ai cardinali firmata il 12 dicembre, festa di Nostra Signora di Guadalupe, alla quale Crux News ha avuto accesso a Roma, Papa Leone delinea quattro punti principali di discussione per la riunione di due giorni, durante la quale probabilmente saranno trattati due argomenti al giorno.

Prima di tutto, ha chiesto una nuova lettura di Evangelii Gaudium (2013). Questo documento è strettamente legato alla visione di Papa Francesco di una Chiesa missionaria. Leone XIV sembra dire che la Chiesa non può iniziare con dibattiti interni. Deve iniziare con la proclamazione del Vangelo. Se si prende questo come punto di partenza, il resto viene inquadrato come strumenti per la missione, non come fini a se stessi.

In secondo luogo, ha chiesto ai cardinali di prendere in considerazione Praedicate Evangelium (2022), la costituzione che riformò la Curia Romana. Questo è fondamentale. Molte controversie degli ultimi anni non hanno riguardato solo la teologia, ma anche l'autorità: chi decide cosa e a quale livello. Se Papa Leone XIV si concentra su questo punto, potrebbe mettere alla prova il consenso esistente per portare avanti le riforme di Papa Francesco e le modalità di attuazione delle stesse.

In terzo luogo, ha sottolineato la sinodalità come forma fondamentale di cooperazione con il Papa nelle questioni che riguardano tutta la Chiesa. Non è un segnale da sottovalutare. La sinodalità è diventata un tema determinante e un punto controverso. Inserendolo nell'agenda fin dall'inizio, Papa Leone XIV indica che vuole che il Collegio si impegni direttamente con lui, invece di trattarlo come un progetto estraneo.

Infine, ha chiesto una riflessione teologica, storica e pastorale sulla liturgia, sottolineando la necessità di preservare la sana tradizione senza smettere di essere aperti a un legittimo sviluppo, in linea con il Concilio Vaticano II. Questo tema è spesso quello in cui il conflitto all'interno della Chiesa è più visibile. Un Papa che lo affronta fin dall'inizio potrebbe cercare di allentare la tensione chiarendo i principi. Oppure potrebbe prepararsi a prendere decisioni che richiederanno il sostegno dei cardinali. In ogni caso, il fatto che lo abbia incluso suggerisce che sa che la questione non può essere elusa.

Cosa significa questo per la Chiesa

Questo concistoro sarà probabilmente la prima chiara finestra sulla mente di Papa Leone XIV. Mostrerà ciò che vuole sottolineare, ciò che considera urgente e come si aspetta che i suoi più stretti collaboratori lavorino con lui.

Può anche evidenziare limiti reali. Le questioni sono ampie. Il tempo è scarso. Questa combinazione può portare alla concentrazione o alla frustrazione. Una sessione di successo non risolverà tutto. Ma può stabilire un metodo: un ascolto onesto e una chiara definizione delle priorità con un senso di direzione condiviso.

In questo senso, il concistoro straordinario non è meramente procedurale. È il primo atto istituzionale importante di questo pontificato. È qui che Papa Leone XIV inizierà a definire come intende governare con i cardinali e che tipo di Chiesa vuole che lo aiutino a guidare.

L'autoreBryan Lawrence Gonsalves

Fondatore di "Catholicism Coffee".

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Libri

Le prove che Gesù è Dio

Era a questo che stavo pensando quando ho iniziato a leggere il libro di José Carlos González-Hurtado, che ha raccolto molte prove della divinità di Gesù Cristo che non lasceranno indifferenti coloro che non hanno mai pensato di conoscere Gesù da vicino.

José Carlos Martín de la Hoz-7 gennaio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Come afferma il vecchio adagio medievale: “Intelligo quia volo et non intelligo quia non volo”, ovvero “capisco perché voglio e non capisco perché non voglio”. Pertanto, sembra che di solito non valga la pena dedicare tempo a discutere con agnostici e atei sulla divinità di Gesù Cristo.

A tal proposito è opportuno chiarire che il lavoro di José Carlos González-Hurtado non è un'opera polemica né il risultato di discussioni con persone litigiosi o che cercano il dibattito fine a se stesso.

In realtà, non vale la pena ragionare sulla figura di Gesù e sulla portata della verità rivelata, quando la persona che abbiamo davanti non è interessata né ha la minima curiosità. È preferibile aspettare che muoia una persona cara, che si abbia una depressione, un fallimento economico o un cancro al colon. Cioè, quando ripensa al suo sistema di vita e il suo sistema di valori è in crisi, allora si può chiedergli se è interessato a conoscere Gesù Cristo e ad abbandonare in Lui i suoi bisogni materiali e spirituali, perché certamente questa è una questione che tocca essenzialmente il centro dell'anima. Vale la pena solo parlare direttamente e proporre chi era Gesù, affinché, conoscendolo, possa trattarlo e, trattandolo, possa affezionarsi a lui.

La fede e il cammino del cuore

I ragionamenti freddi possono moltiplicarsi davanti allo scettico che non vuole credere, né è interessato a credere, e che è comodamente assiso in uno stile di vita egoista. La via per arrivare a Dio è la via del cuore, semplicemente perché Dio è amore.

Era a questo che stavo pensando quando ho iniziato a leggere il libro di José Carlos González-Hurtado, che ha raccolto molte prove della divinità di Gesù Cristo che non lasceranno indifferenti coloro che non hanno mai pensato di conoscere Gesù da vicino.

È molto intelligente la tabella elaborata delle verità su Gesù che sono pienamente avallate da numerose fonti esterne alla Chiesa e conservate quasi miracolosamente (64).

Prove storiche ed esterne dell'esistenza di Gesù

Passiamo ora a un capitolo molto interessante che ha dato origine alla più tremenda insidia degli ultimi anni: “se il cristianesimo sia stato un'invenzione della primitiva comunità cristiana”. Se così fosse, come sostenevano alcuni autori all'inizio del XX secolo, allora la Chiesa potrebbe continuare la sua opera fino alla fine dei tempi semplicemente adattandola ai tempi, come pretendevano alcune correnti di pensiero al termine del Concilio Vaticano II (69).

Prima di concludere la prima parte di questo interessante lavoro, il nostro autore si soffermerà su due figure chiave. La prima è quella di Feuerbach, che nel suo libro “L'essenza del cristianesimo” ha formulato una delle critiche più importanti che siano mai state avanzate nel corso della storia: “È stato Dio a creare l'uomo o è stato l'uomo a creare Dio?”. Certamente, qui sta la questione in modo crudo: abbiamo o non abbiamo fede nell'esistenza di Dio e di un Dio che si è rivelato e che mi invita a conoscere la sua rivelazione. 

Il secondo autore chiave di questa parte finale della sezione è Nietzsche che, non soddisfatto del dubbio sollevato da Feuerbach, incoraggia la cultura occidentale a essere coerente e uccidere Dio, ovvero quel falso Dio che gli uomini avrebbero creato e che continuerebbero a venerare per inerzia e superficialità (155).

Alla ricerca di argomenti a favore dell'evidenza che Gesù è Dio, il nostro autore inizierà spiegando l'origine, il consolidamento e la diffusione della rivelazione orale di Gesù e successivamente la rivelazione scritta nel Nuovo Testamento e negli scritti dei Padri della Chiesa, il tutto custodito, conservato e trasmesso dal magistero della Chiesa fino ai giorni nostri.

La trasmissione della rivelazione nella Chiesa

Certamente, dopo venti secoli, possiamo affermare di credere nelle stesse cose dei primi cristiani, poiché lo Spirito Santo ha vegliato nel corso della storia affinché il tesoro della rivelazione non andasse perduto e, allo stesso tempo, conosciamo Gesù Cristo meglio dei primi cristiani, poiché da secoli ci trasmettiamo l'un l'altro ciò che abbiamo imparato da Lui nel nostro rapporto personale con Gesù Cristo stesso.

Pertanto, l'argomento centrale di questo lavoro è incentrato sulla figura di Gesù Cristo, alfa e omega, signore della storia e padre di questa famiglia soprannaturale e umana che è la Chiesa, sacramento universale di salvezza.

La prima cosa che fa il nostro autore è ripassare la scena dei discepoli di Emmaus, quando Gesù Cristo stesso accende i loro cuori semplicemente dimostrando come Egli stesso avesse adempiuto tutte le promesse messianiche contenute nelle Scritture (272-284).

A questo punto, vi chiederete perché la maggior parte degli ebrei non si sia convertita al cristianesimo (285). La domanda è logica e molto facile da rispondere, perché essi non hanno corrisposto alla grazia di Dio. Cioè, affinché un ebreo creda nella divinità di Gesù Cristo, è necessaria la grazia della fede e la risposta della persona (288).

La prova della divinità di Gesù

Successivamente, introdurrà l'argomento archeologico, poiché effettivamente fornirà molte prove scientifiche che parlano della divinità di Gesù Cristo riflessa nelle sepolture e soprattutto intorno ai luoghi santi in Terra Santa come la piscina probatica, e tanti altri miracoli provati, come il miracolo della resurrezione e il “sepolcro vuoto” (313).

Immediatamente, affronterà la somma dei miracoli eucaristici nel corso della storia, ad esempio quelli raccolti da San Carlo Acutis e altri che continuano a verificarsi ai nostri giorni (353). Fornirà anche gli ultimi dati relativi alle prove sul Sacro Sudario di Torino, nonostante le difficoltà del Carbonio 14 e del Carbonio 16 dopo le bombe atomiche (341), e sulla Santa Faccia di Oviedo (343).

La prova che Gesù è Dio

Autore: José Carlos Gonzalez-Hurtado
Editoriale: Rocaeditorial
Data di pubblicazione: 2025
Pagine: 363
Vangelo

Il figlio prediletto e i figli adottivi. Festa del battesimo di Cristo

Vitus Ntube commenta le letture per la festa del battesimo di Cristo dell'11 gennaio 2026.

Vitus Ntube-7 gennaio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Sembra che tutte le feste del periodo natalizio siano feste di rivelazione: dalla nascita di Cristo, all'incontro della Sacra Famiglia con i pastori e i Magi, passando per l'Epifania, e ora con il Battesimo del Signore. Oggi la Chiesa celebra la Festa del Battesimo del Signore, che segna la chiusura del tempo liturgico di Natale. Oggi fissiamo lo sguardo su Gesù, mentre si avvicina per essere battezzato da Giovanni nel fiume Giordano.

Questa festa è un prolungamento dell'Epifania: un altro momento di manifestazione, un'altra rivelazione di Cristo. L'Epifania che abbiamo celebrato recentemente ha mostrato Cristo alle nazioni e alle culture del mondo. Tuttavia, il Battesimo del Signore rivela qualcosa di ancora più profondo: la verità della sua identità come Figlio prediletto del Padre. Rivelando chi è Cristo, questa festa ci rivela anche chi siamo chiamati ad essere.

La preghiera collettiva della Messa di oggi parla di Cristo come del Figlio prediletto e di noi come figli adottivi, rinati dall'acqua e dallo Spirito Santo. Siamo figli nel Figlio. Il Battesimo di Cristo ci invita a essere come Lui: colui nel quale il Padre si compiace. Ci ricorda la nostra identità più profonda come figli di Dio. Ci ricorda che siamo amati eternamente, che le acque del Battesimo ci hanno dato una nuova nascita e che il Cielo si è aperto anche per noi. Dopo che Gesù fu battezzato, i Cieli si aprirono su di Lui. Questo segno dei Cieli aperti rivela che ora abbiamo accesso continuo al Padre; il canale di comunicazione è aperto. Papa Benedetto XVI scrive: “Su Gesù il Cielo è aperto. La sua comunione con la volontà del Padre, la “giustizia totale” che egli compie, apre il Cielo, che per sua stessa essenza è proprio il luogo in cui si compie la volontà di Dio.."

Un secondo aspetto significativo di questa festa è la proclamazione dell'identità di Gesù da parte del Padre. Questa proclamazione non interpreta ciò che Gesù fa, ma chi è: il Figlio prediletto su cui riposa il beneplacito di Dio.

Il Vangelo ci dice ciò che dichiara la voce del Cielo: “Questo è il mio Figlio prediletto, nel quale mi compiaccio”. Questo è il cuore della festa odierna, l'aspetto più importante che rivela l'essenza del Battesimo di Cristo come Rivelazione. La voce del Padre rivela la verità più profonda su Gesù e, per tensione, su noi stessi. Benedetto XVI spiega come possiamo identificarci con questa verità: “L'uomo in cui si compiace è Gesù. Lo è perché vive totalmente orientato al Padre, vive con lo sguardo fisso su di lui e in comunione di volontà con lui. Le persone della compiacenza sono quindi quelle che hanno l'atteggiamento del Figlio, persone configurate a Cristo.".

Conformarsi a Cristo: questo è il grande desiderio e la vocazione di tutti i figli adottivi di Dio. In questo, la nostra filiazione divina trova il suo significato e la sua gioia più piena.

Vaticano

Il Papa accoglie nell'Epifania “la ricerca spirituale dei nostri contemporanei”

Durante l'Epifania del Signore, vedendo passare nel 2025 innumerevoli persone attraverso la Porta Santa di San Pietro, Papa Leone XIV ha in qualche modo paragonato i pellegrini del Giubileo ai Magi che andarono ad adorare Gesù. La Chiesa deve “valorizzare e orientare verso il Dio che lo suscita” la ricchezza della “ricerca spirituale dei nostri contemporanei”.

Francisco Otamendi-6 gennaio 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Papa Leone XIV ha paragonato oggi, nella solennità dell'Epifania del Signore, il passaggio di innumerevoli uomini e donne, pellegrini di speranza, attraverso la Porta Santa del Giubileo a San Pietro, l'ultima a chiudersi proprio questa mattina, al pellegrinaggio dei Magi alla ricerca del Bambino Gesù e alla “ricerca spirituale dei nostri contemporanei, molto più ricca di quanto forse possiamo comprendere”. 

Milioni di loro hanno attraversato la soglia della Chiesa. Che cosa hanno trovato? Quali cuori, quale attenzione, quale reciprocità?, ha chiesto Papa Leone XIV nella omelia della Santa Messa dell'Epifania.

“Sì, i maghi esistono ancora. Sono persone che accettano la sfida di rischiare il proprio viaggio; che in un mondo complicato come il nostro – per molti aspetti esclusivo e pericoloso – sentono l'esigenza di mettersi in cammino, alla ricerca”, ha continuato.

La Chiesa non deve temere questo dinamismo, ma orientarlo

Subito dopo, il Pontefice ha suggerito la risposta che dobbiamo dare a questo movimento. “Il Vangelo porta la Chiesa a non temere questo dinamismo, ma a valorizzarlo e orientarlo verso il Dio che lo suscita”.

E ha aggiunto: “È un Dio che può sconcertarci, perché non possiamo afferrarlo con le nostre mani come gli idoli d'argento e d'oro, perché è vivo e vivifica, come quel Bambino che Maria teneva tra le braccia e che i magi adorarono”.

“I luoghi sacri come le cattedrali, le basiliche e i santuari, diventati meta di pellegrinaggio giubilare, devono diffondere il profumo della vita, il segno indelebile che un altro mondo è iniziato”, ha affermato.

Proprio il editoriale del numero di gennaio di Omnes, ‘L'esame’, si riferisce alla risposta a questo “nuovo movimento sociale, culturale ed ecclesiale” che si concretizza in diverse manifestazioni culturali che, nel cinema, nella musica o nei social network, hanno recuperato la ricerca di Dio o la spiritualità.

I pellegrini attraversano la Porta Santa della Basilica di San Pietro in Vaticano il 5 gennaio 2026, ultimo giorno in cui è rimasta aperta prima che Papa Leone XIV la chiudesse ufficialmente il 6 gennaio per celebrare la fine dell'Anno Santo. (Foto CNS/Lola Gomez).

Solennità dell'Epifania

La mattinata in Vaticano ha avuto la solennità delle grandi occasioni nella Basilica di San Pietro. Quasi seimila persone all'interno, più diecimila fedeli e pellegrini in piazza, dove il Papa ha recitato l'Angelus a mezzogiorno, e quattro cardinali concelebranti. Il decano del Collegio cardinalizio Giovanni Battista Re, il vice decano Leonardo Sandri, il Segretario di Stato Pietro Parolin e il prefetto emerito del Dicastero dei Vescovi Marc Ouellet.

Il Vangelo ci ha descritto la grande gioia dei Magi nel vedere la stella, ha esordito il Papa, ma anche lo scompiglio provato da Erode e da tutta Gerusalemme di fronte alla loro ricerca. “Ogni volta che si tratta delle manifestazioni di Dio, la Sacra Scrittura non nasconde questo tipo di contrasti: gioia e scompiglio, resistenza e obbedienza, paura e desiderio”. 

Oggi celebriamo l'Epifania del Signore, consapevoli che alla sua presenza nulla rimane come prima, ha proseguito il Papa. Questo è l'inizio della speranza. Dio si rivela e nulla può rimanere immutato. “Inizia qualcosa da cui dipendono il presente e il futuro, come annuncia il Profeta: ‘Alzati, risplendi, perché è giunta la tua luce e la gloria del Signore risplende su di te! (Is 60,1)’.

Papa Leone XIV celebra la messa dell'Epifania nella Basilica di San Pietro in Vaticano, il 6 gennaio 2026. (Foto OSV News/Yara Nardi, Reuters).

Il Giubileo ricorda che è possibile ricominciare da capo

I magi portano a Gerusalemme una domanda semplice ed essenziale: “Dov'è il re dei Giudei che è appena nato?”. “Quanto è importante”, ha sottolineato Leone XIV, “che chi varca la soglia della Chiesa si renda conto che il Messia è appena nato lì, si renda conto che lì si riunisce una comunità dove è sorta la speranza, che lì si sta realizzando una storia di vita”. 

“Il Giubileo è venuto a ricordarci che è possibile ricominciare, anzi, che siamo ancora agli inizi, che il Signore vuole crescere tra noi, vuole essere il Dio-con-noi”.

Alla fine, il Papa ha pregato davanti alla Madonna della Speranza, portata appositamente a San Pietro in queste settimane. Il Papa aveva appena parlato durante la Messa della “grande gioia dei Magi, che lasciano il palazzo e il tempio per andare a Betlemme; ed è allora che vedono di nuovo la stella! Per questo, cari fratelli e sorelle, è bello diventare pellegrini della speranza. Ed è bello continuare ad esserlo, insieme. La fedeltà di Dio ci sorprenderà sempre”.

Maria, Stella del mattino, ha concluso il Pontefice, camminerà sempre davanti a noi. “Nel suo Figlio contempleremo e serviremo un'umanità magnifica, trasformata non da deliranti sogni di onnipotenza, ma dal Dio che si è fatto carne per amore”.

Magi d'Oriente: “Chi dà tutto dà molto”

Nella preghiera del Angelus, Papa Leone XIV ha ricordato che la parola “epifania” significa “manifestazione” e “la nostra gioia nasce da un Mistero che non è più nascosto. La vita di Dio si è rivelata: molte volte e in modi diversi, ma con definitiva chiarezza in Gesù, così che ora sappiamo, nonostante molte tribolazioni, che possiamo avere speranza, “Dio salva”: non ha altre intenzioni, non ha altro nome. Solo ciò che libera e salva viene da Dio ed è epifania di Dio”.

Nel racconto evangelico e nei nostri presepi, i Magi offrono al Bambino Gesù doni preziosi: oro, incenso e mirra, ha proseguito il Papa. “Non sembrano cose utili per un bambino, ma esprimono un intento che ci fa riflettere molto giunti alla fine dell'Anno Giubilare. Chi dona tutto dona molto”.

“Artigianato della pace, invece dell'industria della guerra”

Il Santo Padre ha ricordato qui la povera vedova che aveva gettato nel tesoro del Tempio le sue ultime monete, tutto ciò che possedeva. “Non sappiamo cosa possedessero i magi, venuti dall'Oriente, ma il loro viaggio, il loro rischio, i loro doni ci suggeriscono che tutto, davvero tutto ciò che siamo e possediamo, reclama di essere offerto a Gesù, tesoro inestimabile”.

Che cresca il suo Regno, ha concluso il Papa, prima di impartire la Benedizione, “che si compiano in noi le sue parole, che gli estranei e gli avversari diventino fratelli e sorelle, che al posto delle disuguaglianze ci sia equità, che al posto dell'industria della guerra si affermi l'artigianato della pace. Artigiani di speranza, camminiamo verso il futuro per un'altra strada (cfr. Mt 2,12)”.

L'autoreFrancisco Otamendi

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FirmeAlberto Sánchez León

Betlemme: finestre e specchi

Betlemme è una finestra fondamentale per la vita cristiana. È un portale attraverso il quale si guarda alla Trascendenza. Betlemme è la porta, il portale che ci introduce nel mistero della vita. E quel mistero si svela in una famiglia bisognosa.

6 gennaio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

La bellezza non è solo alla portata degli artisti, ma è vero che per loro è più facile contemplarla, scoprirla, crearla... amarla. E, in un certo senso, siamo tutti un po' artisti.

Una delle chiavi per conquistare l'universo della bellezza è l'ispirazione. Per creare bellezza bisogna ispirarsi, bisogna elevarsi, bisogna salire. L'ispirazione è come affacciarsi a una finestra che ci svela qualcosa di meraviglioso. E il meraviglioso è qualcosa che non siamo noi. Quando la modernità scopre l'io, se ne innamora e allora non esce più da sé stessa. Sono ormai molti secoli che sogniamo l'io. Non ne usciamo. E perché? Perché lo spirito moderno ha confuso le finestre con gli specchi. 

La finestra rende visibile l'invisibile, e il mezzo è l'arte e il simbolo. Lo specchio riflette soltanto, non può creare, e il mezzo è l'io che diventa anche fine. Per questo chi non scopre finestre può solo cadere nel narcisismo o nell'individualismo. La finestra ci trasporta dalle cose reali a cose più reali. Lo specchio non può trasportare perché non c'è spazio, non c'è viaggio. 

Quando viaggiamo in un mondo nuovo attraverso l'ispirazione, le potenze dell'anima iniziano a lavorare in modo molto più attivo, perché l'uomo è destinato a meravigliarsi, e il meraviglioso “tocca” l'ingegno. 

Il meraviglioso ha a che fare con la verità. Se la verità è trascendente, cioè è al di fuori di me, allora lo specchio non può aspirare ad essa. Il narcisista non può essere nella verità perché è immerso nell'autoreferenzialità, vi annega, non può dispiegarsi perché non ci sono finestre per uscire da sé stesso. Lo specchio è mito, Narciso, soggettività, solipsismo, sguardo su sé stesso, puro io e solo io.

Quando si rompe con la cultura dello specchio, dello spettacolo (specchio e spettacolo hanno la stessa radice etimologica), allora nasce la capacità di stupirsi, perché non si guarda più se stessi, ma la forza dell'altro irrompe nell'io, che smette di essere io e diventa persona.

Quando ci immergiamo nella cultura della finestra, la persona è sempre capax Dei, capace di meravigliarsi di ciò che non si è, della verità degli altri e dell'Altro. E proprio per questo può relazionarsi e comportarsi come ciò che è: persona... relazione. Le finestre invitano alla relazione, lo specchio invita alla solitudine. 

Betlemme è una finestra fondamentale per la vita cristiana. È un portale attraverso il quale si guarda alla Trascendenza. Betlemme è la porta, il portale che ci introduce nel mistero della vita. E quel mistero si svela in una famiglia bisognosa. Nella finestra di Betlemme non ci sono specchi. Tutto lì è un'epifania, una finestra sulla Verità, la Bellezza e il Bene. 

L'autoreAlberto Sánchez León

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La stella di Betlemme è realmente esistita?

La stella di Betlemme era un semplice simbolo o un fenomeno reale osservato nel cielo? Basandosi sul racconto di Matteo e su antiche registrazioni astronomiche, questo articolo approfondisce una delle domande più suggestive della storia del Natale.

Alberto Barbés-6 gennaio 2026-Tempo di lettura: 9 minuti

Il 6 gennaio la Chiesa celebra l'arrivo alla stalla di Betlemme dei Magi provenienti dall'Oriente, quegli studiosi delle stelle che viaggiarono da terre lontane per visitare il Bambino Gesù. Oltre alla tradizione e ad alcune rappresentazioni successive, la fonte principale che abbiamo su questi personaggi è il Vangelo di San Matteo, scritto alcuni decenni dopo il verificarsi dei fatti:

«… alcuni Magi giunsero dall'Oriente a Gerusalemme chiedendo: –Dov'è il Re dei Giudei che è nato? Perché abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo (…). Dopo aver ascoltato il re, si misero in cammino (verso Betlemme). E allora, la stella che avevano visto in Oriente si posizionò davanti a loro, fino a fermarsi sul luogo dove si trovava il Bambino».

Mateo non ci fornisce molte informazioni su di loro. Infatti, non siamo nemmeno sicuri del loro numero. Tradizionalmente si è ritenuto che fossero tre persone, in linea con i tre doni che portarono: oro, incenso e mirra. In questo numero compaiono nella prima rappresentazione dei Magi che conosciamo, nelle catacombe di Priscilla, a Roma, datata tra il II e il III secolo. D'altra parte, la parola che Matteo usa per riferirsi a loro, μάγοι (magoi), era generalmente usato per riferirsi agli studiosi di origine persiana. Comunque sia, guardando al Vangelo, possiamo quindi dedurre che erano saggi, che venivano dall'Oriente e che si presentarono a Gerusalemme perché cercavano il re dei Giudei. Inoltre, possiamo dedurre che non cercavano un sovrano qualsiasi, ma un re annunciato dalle stelle e che, inoltre, meritava la loro adorazione: Abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo.

Come ho detto, non abbiamo molto altro da dire sui Magi, ma possiamo chiederci quale fosse la stella che li condusse al Bambino. Fu davvero un oggetto astronomico a spingere questi saggi a intraprendere il viaggio? Potrebbe trattarsi di un evento miracoloso che solo loro videro, o di un riferimento allegorico, ad esempio un angelo. Ma se possiamo supporre che si tratti di un fenomeno fisico, di cosa si trattava? 

Cosa significa «stella» nel testo biblico?

Quando si indaga sulla stella di Betlemme, si incontra una piccola difficoltà già nel testo stesso di Matteo: il termine greco utilizzato (ἀστέρα) viene generalmente tradotto con "stella", ma una traduzione più corretta sarebbe astro, e potrebbe riferirsi non a una stella, ma a qualsiasi corpo astronomico luminoso, come un pianeta o una cometa. In ogni caso, sembra chiaro che il testo di Matteo si riferisca a un fenomeno astronomico relativamente particolare: i magi non osservarono un astro qualsiasi, ma videro il suo astro (αὐτοῦ τὸν ἀστέρα). 

Quale fenomeno celeste spinse alcuni saggi orientali, probabilmente persiani, a intraprendere un lungo viaggio proprio verso Gerusalemme?  Come è noto, non siamo certi della data di nascita di Gesù Cristo, ma possiamo dire che deve essere avvenuta dopo il 6 a.C. – anno più probabile del censimento di Quirino di cui ci parla Luca – e prima del 4 a.C., anno della morte di Erode. Allora, quali fenomeni si potevano osservare nei cieli in quel periodo?

Segni nel cielo: tre fenomeni astronomici decisivi

Ebbene, in quel periodo si verificarono tre fenomeni astronomici di grande interesse. Il primo avvenne nel 7 a.C., più precisamente tra il 29 maggio e il 5 dicembre: la congiunzione di Giove e Saturno. 

È vero che una congiunzione planetaria non è qualcosa di eccezionale e non sembra che possa stupire più di tanto i nostri maghi. Ma dobbiamo tenere presente che quella del 7 a.C. non fu una congiunzione qualsiasi: presentava tre peculiarità. In primo luogo, entrambi i pianeti erano particolarmente vicini alla Terra, il che li rendeva molto più luminosi del normale. In secondo luogo, si trattò di una tripla congiunzione. A causa del movimento congiunto di Giove, Saturno e Terra, sembrava che, nel suo percorso nel cielo, Giove superasse Saturno; poi Saturno superava Giove (diciamo che “sfuggiva” da lui) e, infine, Giove finiva per vincere la battaglia. Infine, e questo è forse l'aspetto più interessante, quella tripla congiunzione si verificò proprio nella costellazione dei Pesci... E per i Persiani, la costellazione dei Pesci rappresenta Israele.

In sintesi: nell'anno 7 a.C. i magi poterono vedere nel cielo che Giove (che per i Persiani era la rappresentazione del bene) lottava e vinceva a Saturno (che rappresentava il male) e tutto questo proprio sulla costellazione che faceva riferimento a Israele... 

Il secondo fenomeno curioso che si è potuto osservare alcuni mesi dopo è stato l'occultamento di Giove dietro la Luna. Non è molto frequente, ma di tanto in tanto la Luna copre qualche pianeta. E la cosa importante è che, poiché la Luna continua il suo percorso, dopo un po« il pianeta nascosto riappare dal lato opposto: è come se la Luna »desse alla luce" quel pianeta... Sappiamo che nell'antichità, i parti I transiti dei pianeti da parte della Luna erano associati a nascite illustri, di re o persone importanti. Ebbene, nell'aprile del 6 a.C. la Luna ha dato alla luce Giove, lo stesso che alcuni mesi prima aveva annunciato la sua battaglia contro il male in Giudea... 

È logico pensare che questi due eventi, così significativi e così legati a Giuda, abbiano messo in allerta alcuni saggi che dedicavano la loro vita all'osservazione delle stelle. Per questo possiamo dire che il terzo evento a cui ci riferiamo potrebbe aver significato un vero e proprio colpo di pistola di partenza: si tratta dell'improvvisa apparizione nel firmamento di un astro sconosciuto.

Il Ch'ien-han-shu o Libro della dinastia Han è un'opera classica cinese che narra la storia della dinastia Han occidentale. Oltre a fornirci molti dati interessanti su quel periodo, quest'opera raccoglie gli eventi astronomici che ebbero luogo durante il regno dell'imperatore Ai. Ci interessa una nota piuttosto succinta: “nel secondo anno, secondo mese: una hui-hsing è emerso in Ch'ien Niu per 70 giorni”. 

Il secondo mese del secondo anno va dal 9 marzo al 6 aprile dell'anno 5 a.C., il che coincide abbastanza bene con la possibile data di nascita di Cristo. D'altra parte, sappiamo che Ch'ien Niu è una delle costellazioni del firmamento cinese, che comprende diverse stelle della costellazione del Capricorno. Infine, sappiamo che hui-hsing (letteralmente “stella scopa”) è il modo in cui gli astronomi cinesi si riferivano alle comete. 

Era una cometa?

Cosa videro esattamente gli osservatori cinesi in quel periodo? Se ci fidiamo di ciò che dicono, è chiaro che si trattava di qualcosa che apparve all'improvviso (che “emerse”) e che poi scomparve dopo poco più di due mesi. Per spiegare un fenomeno di questo tipo ci sono solo tre opzioni: l'esplosione di una supernova, la comparsa di una nova o l'arrivo di una cometa nella parte interna del Sistema Solare. Le prime due ipotesi, in linea di principio, devono essere scartate, poiché entrambe lasciano residui fisici e non si osserva nulla in quel punto dello spazio. Inoltre, come abbiamo detto, l'espressione utilizzata dai cinesi (stella scopa) non sembra lasciare spazio a dubbi. 

Tuttavia, si potrebbe obiettare che le comete non compaiono all'improvviso. Ma questo non è del tutto vero. Si tratta di oggetti relativamente piccoli e possono essere visti solo quando i raggi del Sole riscaldano il corpo della cometa provocando l'evaporazione del nucleo, che crea la sua classica “coda”. Questa scia appariscente, che è l'unica parte visibile delle comete, appare più o meno quando attraversano l'orbita di Marte. Tutte le comete sono invisibili ad occhio nudo durante la maggior parte del loro viaggio e appaiono (o emergono) improvvisamente quando si avvicinano alla Terra.

Infine, abbiamo trovato un'altra difficoltà nell'accettare che la stella del libro di Han fosse una cometa. Così come è formulata la frase, dà l'impressione che la hui-hsing è rimasta fissa nel firmamento per 70 giorni (“è emersa in Ch'ien Niu per 70 giorni”) e questo non sembra corrispondere al comportamento di una cometa, che dovrebbe muoversi, come sappiamo. Ma questo non è corretto: come è evidente, una cometa può sembrare fissa nel cielo se la sua traiettoria è diretta direttamente – o quasi – verso la Terra. Proprio questo – la comparsa di un punto fisso nel firmamento – è ciò che temono di trovare coloro che esplorano i possibili oggetti che potrebbero impattare contro il nostro amato pianeta...

In ogni caso, tutto sembra indicare che la hui-hsing del libro di Han potrebbe essere un ottimo candidato per essere la stella di Betlemme, soprattutto se combiniamo la sua apparizione con gli altri due segni: la congiunzione e il sorgere di Giove. 

Ma poteva essere una cometa l'astro che videro i Magi? Alcuni hanno obiettato che, in tal caso, il Vangelo l'avrebbe indicata come κομήτης (komḗtēs). Ma dobbiamo tenere presente che, senza dubbio, la fonte da cui Matteo attinge questo dato, sia essa orale o scritta, doveva essere in lingua ebraica. E nell'ebraico antico non esiste, per quanto ne sappiamo, alcuna parola per indicare una cometa. Inoltre, sappiamo che Origene già a metà del III secolo aveva ipotizzato che la stella di Betlemme fosse una cometa.

Si dice anche che le comete siano spesso associate a sventure o eventi nefasti, ma questo non è del tutto corretto. Un esempio recente è la cosiddetta cometa di Cesare, un astro molto luminoso che ci ha visitato nel 44 a.C., pochi giorni dopo la morte di Giulio Cesare. L'evento fu interpretato a Roma come un segno della divinizzazione dell'imperatore.

I Magi non seguirono la stella di notte

Sembra opportuno fare qui una precisazione importante. Nell'iconografia è frequente rappresentare i Magi che viaggiano di notte seguendo una stella, generalmente con una coda. Ma non sembra che questo corrisponda alla realtà. In primo luogo, perché sarebbe molto strano che i nostri saggi viaggiassero di notte: è naturale e logico viaggiare di giorno... E in secondo luogo, perché nulla nel racconto di Matteo ci induce a pensare una cosa del genere: anzi, al contrario. 

Infatti, il testo di Matteo usa due volte il tempo aoristo quando si riferisce alla visione della stella: abbiamo visto (εἴδομεν)la sua stella in Oriente. E, più avanti: la stella che hanno visto (εἶδον) in Oriente. L'uso dell'aoristo indica un fatto concluso nel passato, il che ci dice che i magi videro la stella tempo prima, quando erano in Oriente, e non durante il loro viaggio a Gerusalemme. O, almeno, non durante tutto il viaggio. Ciò corrisponde abbastanza bene alla nota dei cinesi, che indicano che la stella fu vista per 70 giorni. Sebbene gli autori siano in disaccordo, si calcola che un viaggio in carovana dalla Persia a Gerusalemme (circa 1600 km) non potesse durare meno di tre mesi. Questo, senza tenere conto dei preparativi necessari, ovviamente.

In definitiva, possiamo pensare che i magi abbiano visto in Oriente i segni che abbiamo descritto (la congiunzione e la nascita di Giove, così come l'apparizione della cometa) e abbiano deciso di intraprendere il viaggio verso Gerusalemme alla ricerca del re dei Giudei. Inoltre, questo concorda abbastanza bene con un altro dato di cui disponiamo. Quando Erode, beffato dai Magi, decide di uccidere tutti i bambini di Betlemme, indica che devono morire quelli di due anni o meno, secondo il tempo che aveva accuratamente scoperto dai Magi. Infatti, il primo avviso, la congiunzione di Giove, avvenne due anni prima di quella data. 

Da Gerusalemme a Betlemme: una stella che si ferma?

Ritengo che quanto visto finora spieghi in modo ragionevole gli eventi della prima parte del viaggio dei Magi, ovvero il viaggio verso Gerusalemme. Ma cosa possiamo dire della seconda parte, ovvero il viaggio da Gerusalemme a Betlemme? Secondo Matteo, quando si rimisero in viaggio, La stella che avevano visto in Oriente si posizionò davanti a loro, fino a fermarsi sul luogo dove si trovava il Bambino. Secondo il testo, è innegabile che la stella che videro in questa seconda fase fosse la stessa che videro in Oriente. Vale a dire: se la nostra teoria è corretta, la cometa che brillò per settanta giorni vicino alla costellazione del Capricorno, in un determinato momento apparve davanti a loro, cioè a sud di Gerusalemme. È possibile che una cometa possa fare una cosa del genere? Ebbene, a quanto pare sì...

Abbiamo già sottolineato che, se ci fidiamo delle annotazioni del libro di Han, la nostra cometa rimase settanta giorni vicino alla costellazione del Capricorno. Abbiamo già commentato che, affinché ciò fosse possibile, la cometa doveva avere una traiettoria che la avrebbe fatta passare molto vicino alla Terra. In particolare, si può dedurre che doveva trattarsi di una cometa con traiettoria parabolica e non ellittica, il che implica che si trattava di una cometa che non tornerà più. Questo, in realtà, è il caso più frequente nel nostro Sistema Solare: infatti, delle oltre quattromila comete che conosciamo, solo cinquecento hanno un'orbita ellittica. 

Mark Matney, scienziato planetario della NASA, si è interessato al calcolo della traiettoria che avrebbe dovuto seguire la hui-hsing del libro di Han e giunse a una conclusione piuttosto interessante. Nello specifico, concluse che la cometa in questione doveva essere passata molto vicino al nostro pianeta, sfiorando persino l'orbita della Luna. Una tale vicinanza avrebbe reso possibile, almeno per alcune ore, la visibilità della cometa anche alla luce del sole. Ricordiamo che normalmente i magi viaggiavano di giorno... E non solo: una cometa così vicina avrebbe potuto muoversi in modo quasi geostazionario, come molti satelliti artificiali, stabile a sud e indicando la strada verso Betlemme, e persino fermandosi per un po“ di tempo in verticale rispetto a quella città. Se i calcoli di Matney fossero corretti, tale evento – la sosta della cometa sopra Betlemme – si sarebbe verificato precisamente l”8 giugno del 5 a.C., tra le dieci e le undici e mezza del mattino. Naturalmente, gli studi di Matney non possono affermare con certezza che tale fenomeno sia avvenuto, ma chiariscono che si tratta di un evento perfettamente plausibile. L'articolo in questione ha il titolo interessante "La stella che si fermò". È consultabile qui.

In sintesi: anche se, com'è logico, non possiamo avere la certezza di cosa fosse la Stella di Betlemme, nella cometa descritta dagli autori del libro di Han troviamo un candidato interessante per essere stato il fattore astronomico scatenante del viaggio dei Magi. 

L'autoreAlberto Barbés

Fisico e sacerdote.

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Vaticano

Il Giubileo supera le previsioni: oltre 33 milioni di persone sono andate a Roma

L'Anno Santo della Speranza indetto da Papa Francesco e proseguito da Papa Leone XIV ha superato le previsioni. Roma ha accolto 33,4 milioni di pellegrini (di cui 13 milioni giovani). La classifica per paesi è guidata da quelli provenienti dall'Europa, con il 62,6% (circa 20 milioni), seguiti dal Nord e Sud America.

Francisco Otamendi-5 gennaio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Il Giubileo del 2025 convocato da Papa Francesco nel 2024, con la Toro ‘Spes non confundit’ (La speranza non delude) ha superato le previsioni sul numero di pellegrini. Più di 33 milioni di pellegrini sono giunti a Roma per ottenere il Giubileo. Le previsioni erano di 31,7 milioni di pellegrini, quindi sono state superate di oltre 1,5 milioni di persone.

Al momento della chiusura dei dati, più di due settimane fa, il dato era di 32,4 milioni. Ma con gli arrivi di fine dicembre e gennaio, la cifra è cresciuta fino a superare i 33 milioni. I dati sono stati forniti questa mattina da Monsignor Rino Fisichella, Pro-Prefetto del Dicastero per l'Evangelizzazione, Sezione per le Questioni Fondamentali dell'Evangelizzazione nel Mondo, in una conferenza stampa in Vaticano.

Insieme all'arcivescovo Fisiquella erano presenti anche Alfredo Mantovano, sottosegretario di Stato della Presidenza del Consiglio dei Ministri, e Roberto Gualtieri, sindaco di Roma e commissario straordinario del Governo. Erano presenti anche Francesco Rocca, presidente della Regione Lazio, e Lamberto Giannini, prefetto di Roma.

13 milioni di giovani

Del totale dei pellegrini, 13 milioni sono stati giovani. Il picco massimo è stato registrato a maggio, durante il conclave in cui è stato eletto Papa Leone XIV, dopo la morte di Papa Francesco, quando gli organizzatori hanno contato 3,9 milioni di pellegrini. Il numero di giornalisti accreditati è stato di 90.400.

Il 62,63%, europei

Secondo i dati forniti da Mons. Fisiquella, i pellegrini provenienti dall'Europa hanno guidato la classifica dei visitatori per ottenere il giubileo del Anno Santo del 2025, fino a raggiungere il 62,63% del totale, ovvero circa 20 milioni di persone. Seguono il Nord America (16,54%), il Sud America (9,44%), l'Asia (7,69%), l'Oceania (1,14%), l'America Centrale e i Caraibi (1,04%). E anche l'Africa (0,95%) e il Medio Oriente (0,46%).

Monsignor Fisiquella ha sottolineato che il Giubileo “è stato un anno di grazia”, caratterizzato dalla “speranza”. Sono stati 35 i grandi eventi e 5 le aperture della Porta Santa a Roma, oltre a tutte quelle che sono state aperte nelle chiese locali in tutto il mondo.

 

©Vatican Media

Chiusura domani, all'Epifania

Domani, 6 gennaio, solennità dell'Epifania del Signore, Papa Leone XIV chiuderà la Porta Santa nella Basilica di San Pietro e concluderà questo Giubileo della Speranza.

Alcuni dei principali eventi del Giubileo, ha sottolineato l'arcivescovo Fisiquella, sono stati inoltre il Giubileo dei giovani di Tor Vergata o quello del Circo Massimo, quello dei governanti, le canonizzazioni di Carlo Acutis e Pier Giorgio Frassati, ecc. Ha anche sottolineato che il Giubileo è stato una tappa significativa, ma non l'ultima. E ha fatto riferimento all'anno 2033, in cui si compiranno 2000 anni dalla Redenzione, cioè dalla Passione, Morte e Resurrezione di Gesù Cristo.

Papa Leone XIV: “evento gioioso”

Durante l'udienza generale del 31 dicembre, Papa Leone ha sottolineato tre “eventi importanti” dell'anno passato. «Alcuni gioiosi, come il pellegrinaggio di tanti fedeli in occasione dell'Anno Santo; altri dolorosi, come la scomparsa del defunto Papa Francesco e i conflitti bellici che continuano a sconvolgere il pianeta”. 

Il pellegrinaggio giubilare di milioni di cattolici in tutto il mondo nel 2025 è un richiamo al fatto che “tutta la nostra vita è un cammino, il cui destino finale trascende lo spazio e il tempo, per realizzarsi nell'incontro con Dio e nella piena ed eterna comunione con Lui”, ha affermato il Papa. 

L'autoreFrancisco Otamendi

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Vaticano

Cosa intende trattare Leone XIV nel suo primo concistoro dei cardinali

Questo incontro non riguarda solo i temi all'ordine del giorno. Riguarda anche le relazioni, la fiducia e la coerenza.

Bryan Lawrence Gonsalves-5 gennaio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Il Vaticano ha confermato il 20 dicembre che Papa Leone XIV convocherà un concistoro straordinario dei cardinali il 7 e l'8 gennaio 2026. Sarà la prima riunione di questo tipo del suo pontificato. Sarà anche la prima volta che l'intero Collegio Cardinalizio si riunirà dal conclave che lo ha eletto.

Questo è importante perché un concistoro straordinario non è principalmente cerimoniale. È uno dei pochi momenti, al di fuori di un conclave, in cui ogni cardinale si trova nella stessa stanza con il Papa. Nel diritto canonico, esiste per “esigenze particolari della Chiesa o questioni di particolare gravità”. In pratica, è uno strumento di governo. Consente al Papa di consultare ampiamente, di prendere il polso della Chiesa globale e di indicare le priorità in modo tempestivo.

Che cos'è un concistoro?

Un concistoro è una riunione formale dei cardinali convocata dal Papa per assisterlo nel governo della Chiesa universale.

Un concistoro ordinario è solitamente cerimoniale. Spesso viene utilizzato per la creazione di nuovi cardinali o per determinati passaggi nelle canonizzazioni. Di solito vi partecipano principalmente i cardinali che vivono a Roma; tuttavia, può comunque essere di natura significativa. Papa Benedetto XVI, ad esempio, ha annunciato le sue dimissioni in un concistoro nel 2013.

Un concistoro straordinario è diverso. È pensato per la consultazione con tutto il Collegio Cardinalizio. La parola stessa rimanda all'idea di “stare insieme”. Storicamente, è stato un modo importante per i papi di chiedere consiglio sulla dottrina, la disciplina e il governo della Chiesa. È esplicitamente consultivo. Il Papa rimane colui che prende le decisioni, ma ascolta in modo strutturato.

L'ultimo concistoro straordinario con un impatto strategico significativo si è tenuto nel febbraio 2014 sotto Papa Francesco, incentrato sul matrimonio e la famiglia prima del Sinodo sulla Famiglia. Questo è stato l'unico concistoro straordinario convocato dal defunto Papa.

L'importanza di questo concistoro

L'incontro di gennaio 2026 sarà la prima volta che la maggior parte dei cardinali si riunirà dall'elezione di Papa Leone XIV. Molti hanno avuto poche occasioni di conoscersi prima del conclave. Ciò significa che il Collegio non ha ancora familiarità con le principali priorità pontificie del Papa. Pertanto, questo incontro non riguarda solo i temi all'ordine del giorno. Riguarda anche le relazioni, la fiducia e la coerenza.

Ecco perché l'incontro ha un peso simbolico. Papa Leone XIV sta riunendo un corpo geograficamente vasto e spesso diviso dall'esperienza, dalla cultura e dalle priorità. Se riuscirà a creare una vera comunione e una forma praticabile di collaborazione, rafforzerà la sua capacità di governare e guidare la Chiesa.

L'Ufficio Stampa della Santa Sede ha dichiarato che i due giorni includeranno “momenti di comunione e fraternità”, nonché tempo per la “riflessione, lo scambio e la preghiera”. L'obiettivo dichiarato è quello di offrire “sostegno e consiglio” al Papa e rafforzare la comunione tra il Vescovo di Roma e i cardinali.

Queste frasi possono sembrare generiche. Ma in un nuovo pontificato, indicano qualcosa di concreto: Papa Leone XIV sta stabilendo il tono di come governerà. Governerà attraverso una ristretta cerchia interna? O cercherà di costruire una consultazione più ampia e una responsabilità condivisa?.

L'agenda evidenzia le tendenze di governo del Papa

In una lettera natalizia ai cardinali firmata il 12 dicembre, festa di Nostra Signora di Guadalupe, ottenuta da Crux News a Roma, Papa Leone descrive quattro punti principali di discussione per la riunione di due giorni, con la discussione probabilmente incentrata su due argomenti al giorno.

In primo luogo, ha chiesto una rilettura di Evangelii Gaudium (2013). Questo documento è strettamente legato alla visione di Papa Francesco di una Chiesa missionaria. Leone XIV sembra dire che la Chiesa non può iniziare con dibattiti interni. Deve iniziare con la proclamazione del Vangelo. Se fa di questo il punto di partenza, inquadra il resto come strumenti per la missione, non come fini a se stessi.

In secondo luogo, ha chiesto ai cardinali di studiare Praedicate Evangelium (2022), la costituzione che ha riformato la Curia Romana. Questo è fondamentale. Molte controversie degli ultimi anni non hanno riguardato solo la teologia, ma anche l'autorità: chi decide cosa e a quale livello. Se Papa Leone XIV si concentra su questo punto, potrebbe voler verificare quanto consenso esiste per portare avanti le riforme di Papa Francesco e come queste saranno attuate.

In terzo luogo, ha sottolineato la sinodalità come forma fondamentale di cooperazione con il Papa nelle questioni che riguardano tutta la Chiesa. Questo non è un segnale da sottovalutare. La sinodalità è diventata un tema determinante e un punto di discordia. Inserendolo nell'agenda fin dall'inizio, Papa Leone XIV indica che vuole che il Collegio si impegni direttamente in questo senso, invece di trattarlo come il progetto di qualcun altro.

Infine, ha invitato a una riflessione teologica, storica e pastorale sulla liturgia, sottolineando la necessità di preservare la sana tradizione rimanendo aperti al legittimo sviluppo, in linea con il Vaticano II. Questo tema è spesso quello in cui il conflitto ecclesiale diventa più visibile. Un Papa che lo affronta tempestivamente potrebbe cercare di abbassare i toni chiarendo i principi. Oppure potrebbe prepararsi a decisioni che richiederanno il sostegno dei cardinali. In ogni caso, il fatto che sia stato incluso suggerisce che egli sa che il problema non può essere evitato.

Cosa significa questo per la Chiesa

Questo concistoro sarà probabilmente la prima chiara finestra sulla mente di Papa Leone XIV. Mostrerà su cosa vuole porre l'accento, cosa ritiene urgente e come si aspetta che i suoi più stretti collaboratori lavorino con lui.

Può anche mettere in luce i limiti reali. Gli argomenti sono vasti. Il tempo è poco. Questa combinazione può generare sia concentrazione che frustrazione. Un concistoro di successo non risolverà tutto. Ma può stabilire un metodo: ascolto sincero e priorità chiare con un senso condiviso di direzione.

In questo senso, il concistoro straordinario non è meramente procedurale. È il primo grande atto istituzionale di questo pontificato. È qui che Papa Leone XIV inizierà a definire come intende governare con i cardinali e che tipo di Chiesa vuole che essi lo aiutino a guidare.

L'autoreBryan Lawrence Gonsalves

Fondatore di "Catholicism Coffee".

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Padre Amorós spiega il significato della visita dei Re Magi al Bambino Gesù

Il sacerdote riflette sull'Epifania come un evento che rompe con il destino, invita alla conversione personale e propone una lettura attuale dei doni d'Oriente.

Redazione Omnes-5 gennaio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Alla vigilia della festa dei Re Magi, padre Amorós ha pubblicato un nuovo video in cui spiega il profondo significato della misteriosa visita dei saggi d'Oriente al Bambino Gesù. Attraverso una riflessione teologica e culturale, il sacerdote invita a riscoprire l'Epifania al di là del folklore e delle tradizioni tipiche di questo periodo dell'anno.

Nel suo messaggio, padre Amorós pone lo spettatore di fronte a un potente paradosso storico. Mentre a Roma l'imperatore Cesare Augusto, l'uomo più potente del suo tempo, dormiva convinto di essere il centro del mondo, in una grotta di Betlemme avveniva un evento apparentemente insignificante che avrebbe finito per cambiare la storia. Alcuni Magi provenienti dall'Oriente, rappresentanti dell'élite intellettuale e scientifica del mondo antico, non viaggiarono per rendere omaggio all'imperatore, ma per prostrarsi davanti a un bambino povero.

Basandosi su una nota riflessione di G. K. Chesterton, il sacerdote spiega che quei Magi simboleggiano tutta la saggezza e la scienza antiche, che hanno dovuto “ridursi” per entrare nella semplicità di Betlemme.

Uno dei temi centrali del video è quello che definisce “la rivoluzione dell'Epifania”. Ricordando un insegnamento di Benedetto XVI, padre Amorós sottolinea che i Magi, astronomi del loro tempo, vivevano in una cultura che credeva che il destino umano fosse scritto nelle stelle. Tuttavia, il racconto evangelico ribalta questa logica: non è la stella a determinare il destino del Bambino, ma è il Bambino a guidare la stella. Per il sacerdote, questo dettaglio racchiude un messaggio particolarmente attuale: la vita dell'uomo non è soggetta a un destino cieco, ma è affidata a un Dio che lo ha creato libero.

Il video include anche un richiamo ispirato a sant'Agostino. Amorós ricorda che gli scribi di Gerusalemme conoscevano perfettamente le Scritture e sapevano indicare ai Magi dove sarebbe nato il Messia, ma loro stessi non si misero in cammino. Il santo li paragonava a pietre miliari o pali che indicano la direzione, ma rimangono immobili. “La fede non è solo sapere, è camminare”, sottolinea il sacerdote, mettendo in guardia dal pericolo di una religiosità puramente teorica.

Nella parte finale, padre Amorós attualizza il significato dei tre doni dei Magi. L'oro rappresenta oggi il distacco dal proprio ego e dalle comodità; l'incenso simboleggia il tempo dedicato alla preghiera; e la mirra, il sacrificio concreto espresso nel perdono e nella vicinanza a chi soffre. Citando san Gregorio Magno, conclude che chi incontra veramente Cristo non può tornare alla propria vita seguendo la stessa strada, ma solo trasformato.

Il sacerdote invita infine a guardare il video completo per approfondire questi misteri e ricorda un messaggio centrale dell'Epifania: Dio ama l'uomo e lo vuole felice.

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Vocazioni

L'aneddoto di Enrique Shaw che illustra perché diventerà un imprenditore santo

Non cercava eroismo né applausi. Guadagnava soldi, sì, e molti, perché doveva anche agli azionisti. Proveniva da una famiglia molto benestante e con grandi aziende. Enrique Shaw capiva che l'azienda doveva essere una comunità umana, non solo una macchina per generare profitti per gli azionisti.

Javier García Herrería-5 gennaio 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Chi parla in questa intervista non è un sacerdote né un teologo, ma un imprenditore. E non uno qualsiasi. Fernán de Elizalde, imprenditore argentino, formatosi sin dall'inizio della sua carriera nella cultura del “guadagnare soldi a tutti i costi”, è oggi l'amministratore generale della causa di canonizzazione di Enrique Shaw. È arrivato a questa situazione quasi suo malgrado. “Ero uno di quelli che pensavano che un imprenditore non potesse essere santo”, confessa senza mezzi termini. Ma Shaw gli ha cambiato prospettiva, ed è per questo che crede di poter contribuire a migliorare anche l'immagine che la Chiesa e la società hanno del mondo imprenditoriale.

Elizalde si definisce un ex “squalo degli affari”. “Bisognava guadagnare soldi. Non dico uccidere, ma quasi. Quello era l'ambiente in cui vivevo”, spiega. Per anni ha ricoperto posizioni dirigenziali in grandi aziende, fino a quando ha denunciato due frodi interne seguendo i codici etici aziendali. “Ho fatto la denuncia al capo della banda senza saperlo. E mi hanno licenziato». Quell'esperienza, paradossalmente, è stata l'inizio del suo avvicinamento alla figura di Enrique Shaw, per il quale allora non provava il minimo interesse. “Per me era un bigotto che distribuiva i soldi guadagnati da altri. Lo dicevo, e lo dicevo ad alta voce».

Non conobbe personalmente Shaw, che morì nel 1961, ma conoscere la sua vita lo costrinse a rivedere tutti i suoi pregiudizi. “Scoprii che sotto la punta dell'iceberg c'era un enorme potenziale per ottenere risultati con buoni principi etici. Mi resi conto che mi ero sbagliato nell'idea che avevo di lui». Da allora, la sua vita professionale e personale è stata segnata da una convinzione: “Si può essere un buon imprenditore, guadagnare denaro, avere redditività e allo stesso tempo essere profondamente cristiani».

Un santo scomodo: laico, militare, imprenditore

La figura di Enrique Shaw risulta scomoda per molti stereotipi. Laico, padre di una famiglia numerosa, imprenditore di successo e militare di formazione. In Argentina, ricorda Elizalde, “militare è sempre stata una parolaccia”. Eppure Shaw era un marinaio, e non uno qualsiasi: “Era il marinaio più giovane mai diplomato nella storia navale argentina” e, inoltre, un ufficiale di spicco durante i suoi anni nella Marina. Ha anche studiato alla Harvard Business School.

La Marina gli ha dato una formazione che avrebbe segnato tutta la sua vita. “Disciplina, metodo, ordine”. Portare la nave in porto prendendosi cura dell'imbarcazione e dell'equipaggio è sempre stato il suo obiettivo nelle aziende in cui ha lavorato. 

Shaw è stato per anni il principale responsabile di Rigolleau, la più importante vetreria dell'America Latina, partecipata dalla multinazionale statunitense Corning Glass (bottiglie, vetro industriale, vetro tecnico, prodotti come i famosi Pyrex; in definitiva, un'azienda strategica, con migliaia di dipendenti).

“Non voglio licenziare nessuno come prima opzione”

L'aneddoto che, secondo Elizalde, riassume al meglio l'etica imprenditoriale di Enrique Shaw risale al momento in cui la produzione dovette essere interrotta e, di conseguenza, l'azienda smise di generare reddito. Dalla sede centrale negli Stati Uniti arrivò un ordine categorico: licenziare 1.200 lavoratori.

“La risposta di Enrique fu chiara: ‘No’. Disse: ‘Possiamo resistere. Abbiamo accumulato dei profitti. Lasciatemi presentare un piano per cercare di risolvere la situazione’”. La sua proposta era concreta e rischiosa: tre mesi di tempo e l'autorizzazione a perdere fino a un determinato importo di denaro e un impegno fermo. “Se il tempo o il denaro autorizzati vengono superati, allora sì, procederò ai licenziamenti che mi chiedete, ma lo farò a modo mio”.

Si recò negli Stati Uniti per difendere un piano che intendeva proporre al suo omologo, Amory Houghton, che in seguito sarebbe diventato amministratore delegato della Corning Glass. Il piano prevedeva misure molto precise volte a sfruttare il tempo dei dipendenti in attività utili e produttive che normalmente vengono rimandate (manutenzione, riparazioni, ordinamento di archivi, lavori tecnici) per evitare licenziamenti immediati. 

La frase che Shaw ripeteva sintetizza tutta la sua filosofia: “Non voglio licenziare nessuno come prima opzione”. Non era ingenuo né debole, chiarisce Elizalde: “Se bisognava licenziare, licenziava. Ma lo faceva bene, in modo umano, positivo».

Il risultato è stato inaspettato anche per i più ottimisti. “Molto prima che fossero trascorsi i 90 giorni, l'attività commerciale si è ripresa. L'azienda ha ricominciato a vendere, a fatturare e a incassare». È stato perso solo il 50% dell'importo autorizzato. Poi è successo qualcosa di insolito. “Enrique è andato dai dirigenti e ha detto loro: ‘Ci hanno autorizzato a perderne 100. Ne abbiamo persi 50. Cosa facciamo con gli altri 50? Propongo di distribuirli come premio alla gente’”. Voleva distribuire dei soldi in perdita e la sua proposta è stata approvata.

“Muoro felice: nelle mie vene scorre sangue operaio”

Questo gesto spiega ciò che accadde in seguito. Poco prima di morire, Shaw ebbe bisogno di trasfusioni di sangue. Senza che nessuno lo chiedesse, 256 operai dell'azienda lasciarono il lavoro e si recarono all'ospedale di Buenos Aires dove era ricoverato per donare il sangue.

“C'erano file di uomini in tuta da lavoro. Il personale dell'ospedale non capiva nulla. Pensavano che fosse un sindacalista o un leader politico. Quando gli hanno detto che era l'amministratore delegato di un'azienda, non potevano crederci».

Shaw ricevette il sangue della sua gente, ma morì poco dopo. Una delle sue ultime frasi dimostrava il suo senso dell'umorismo: “Muoro felice, perché oggi nelle mie vene scorre sangue operaio”.

Per Elizalde, non esiste definizione migliore di santità laica. “Lo adoravano. Non per i suoi discorsi, ma per i suoi gesti concreti. Perché non ha mai umiliato nessuno. Perché amava la sua gente».

Enrique e sua moglie con i loro nove figli

Suffrire senza anestesia

Il cancro ha accompagnato Shaw durante cinque anni di malattia. Prendeva pochissimi antidolorifici. “Diceva: ‘Soffro e offro il mio dolore per coloro che soffrono davvero. Io ho tutto’». Molte volte, ricorda Elizalde, era piegato dal dolore durante le riunioni e nessuno se ne accorgeva. “La mancanza di antidolorifici non è stata nota a chi lo circondava fino a poco prima della sua morte».

Non cercava eroismo né applausi. “Era pienamente coerente. Faceva quello che diceva». Guadagnava soldi, sì, e molti. Proveniva da una delle famiglie imprenditoriali più importanti dell'Argentina e dell'Europa. Ma considerava l'azienda come una comunità umana, non come una macchina per fare profitti.

Un imprenditore che smonta i pregiudizi

“Il grande problema“, dice Elizalde, ”è che la gente parla senza sapere. Anch'io, parlando di Enrique, parlavo senza sapere. Noi argentini siamo soliti ”esprimere opinioni su tutto" e non sempre diciamo cose vere». 

La figura di Enrique Shaw sfata un pregiudizio molto radicato: che un imprenditore, per definizione, non possa essere santo. “Lui ha dimostrato che è possibile. Ha sempre ottenuto profitti. E quando non li otteneva, cambiava le cose per tornare ad averli. Ma mai a scapito della dignità delle persone».

Ecco perché la sua causa di beatificazione ha un valore che va oltre l'ambito religioso. “La Chiesa sta per dichiarare santo un imprenditore, un laico, un padre di famiglia numerosa, un militare. È una cosa rivoluzionaria”. Non per ideologia, ma per l'esempio concreto di una vita coerente.

Elizalde lo riassume con una convinzione nata dall'esperienza: “Se ti trovi in una situazione difficile, prega. Dio ti darà una mano. Non è magia. La strada è tracciata». E Enrique Shaw, imprenditore e cristiano, l'ha percorsa fino alla fine.

Preghiera per la devozione privata

O Dio, il tuo venerabile servitore Enrico ci ha dato un gioioso esempio di vita cristiana attraverso le sue attività quotidiane nella famiglia, nel lavoro, nell'impresa e nella società. Aiutami a seguire le sue orme con una vita profonda di unione con te e di apostolato cristiano. Degnati di glorificarlo e concedimi, per sua intercessione, la grazia che ti chiedo... Per Gesù Cristo Nostro Signore. Amen.

(Padre Nostro, Ave Maria, Gloria)

Con approvazione ecclesiastica: Arcivescovado di Buenos Aires, 14 luglio 1999.

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I Re Magi, cercatori della Verità

I maghi accettano il rischio di abbandonare ciò che conoscono per addentrarsi nell'ignoto, con tutto lo sforzo, la vulnerabilità e la speranza che ciò comporta.

5 gennaio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Il 6 gennaio, ovvero la prima domenica dell'anno, si celebra l'arrivo dei Re Magi alla grotta di Betlemme. Questi saggi provenienti dall'Oriente incarnano l'archetipo, la figura, il simbolo e il modello permanente di tutti coloro che cercano la verità ovunque essa si trovi.

La Verità eterna era entrata nella nostra storia solo da pochi giorni. Prima si era rivelata ad alcuni umili pastori, che dormivano all'aperto e che, senza sforzo né ricerca, si erano trovati inaspettatamente avvolti dalla Gloria (Lc 2, 8). Ma la solennità di oggi ci ricorda che, per la maggior parte degli uomini, l'incontro con la verità non si riceve senza altro: richiede una ricerca laboriosa, un avanzare deciso e, spesso, un lungo viaggio.

I Re Magi simboleggiano il desiderio di conoscere e il bisogno innato di raggiungere l'oggetto proprio dell'intelligenza: la verità. «Tutti gli uomini desiderano per natura conoscere» (Aristotele, Metafisica, I, 1, 980a1) e la verità sia conosciuta da tutti coloro che la cercano con rettitudine. 

San Matteo ci presenta alcuni uomini inquieti, capaci di guardare il cielo con un'apertura d'animo che permette loro di vedere oltre ciò che percepiscono i comuni mortali: «Abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo» (Mt 2, 2). Ciò che ha dato inizio al loro lungo viaggio non è stata una curiosità passeggera, ma un'esperienza condivisa che ha dato origine a un'ipotesi audace. Nel loro caso fu una stella; nel nostro può essere un evento inaspettato, una domanda interiore, una ferita, una gioia... qualsiasi cosa in grado di risvegliare il desiderio di senso.

Jordan Peterson ha descritto con precisione questa dinamica del pensiero: «Una domanda che non affronta un problema sufficientemente difficile non attirerà l'attenzione dei ricercatori... La domanda deve esistere al confine tra ordine e caos; deve contenere un mix di ciò che è veramente sconosciuto».

I maghi osano attraversare proprio quel confine. Si mettono in cammino: accettano il rischio di abbandonare ciò che conoscono per addentrarsi nell'ignoto, con tutto lo sforzo, la vulnerabilità e la speranza che ciò comporta. Ogni vera ricerca è un pellegrinaggio, e ogni pellegrinaggio è sempre doppio: esterno e interiore.

Una volta posta la domanda e intrapreso il viaggio, giungono a Gerusalemme (Mt 2, 1-4). Lì raccolgono informazioni e consultano Erode, i sommi sacerdoti e gli scribi. In questo gesto si cela una lezione decisiva: nessuna scoperta autentica prescinde dalla tradizione. La verità non si inventa, si riconosce. Solo chi si basa su ciò che altri hanno compreso prima può vedere più lontano. Ignorare l'eredità dell'umanità sarebbe assurdo quanto intraprendere un viaggio senza conoscere la mappa.

Questi personaggi non cercano ricompense né favori; al contrario, arrivano offrendo doni. Perché la verità è, di per sé, la ricompensa più grande: vale più di tutte le ricchezze simboleggiate dall'oro, più dei sacrifici evocati dalla mirra e più dell'umiltà dell'incenso, che ricorda che non siamo noi la misura delle cose, ma è la verità che ci misura e si rivela a noi.

La scena che corona il suo viaggio – il Bambino con Maria, sua Madre – si svolge nella realtà più concreta, nel contatto diretto con il reale. «La gioia intellettuale nasce quando emerge una nuova comprensione... So bene dove cercarla: in un territorio sconosciuto». Nessuna rappresentazione, per quanto elaborata, può sostituire la forza dell'incontro diretto: «Non è la stessa cosa vederlo che sentirlo raccontare».

I saggi d'Oriente, giunti nel luogo indicato, provano quella gioia profonda: l'intuizione che si conferma, la ricerca che si illumina, l'ipotesi che sfocia in un incontro. Entrare nella casa, vedere il Bambino, adorarlo... ogni gesto segna il passaggio dalla ragione inquieta allo stupore umile, dal pensiero all'adorazione. 

Il racconto termina dicendo: “Si ritirarono nel loro paese per un'altra strada” (Mt 2, 12). Chi scopre la verità non può tornare sui propri passi, ma la sua vita viene trasformata. L'Epifania celebra questi grandi inquieti, cercatori della verità che non hanno temuto di rischiare tutto per seguire una luce flebile ma vera. 

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Vaticano

“Il bene del popolo venezuelano deve prevalere”, afferma Papa Leone XIV

In questa seconda domenica dopo la Natività del Signore, Papa Leone XIV ha fatto riferimento nell'Angelus all'operazione degli Stati Uniti per catturare il presidente venezuelano Nicolás Maduro e consegnarlo alla giustizia. Il Papa ha affermato che “il bene del popolo venezuelano deve prevalere su qualsiasi altra considerazione”.

Redazione Omnes-4 gennaio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Durante la recita dell'Angelus di oggi, 4 gennaio, prima domenica dell'anno, il Papa ha rinnovato gli auguri a tutti. Per quanto riguarda l'operazione di cattura del presidente venezuelano per essere processato a New York, condotta ieri dagli Stati Uniti, Papa Leone XIV ha affermato che “il bene del popolo venezuelano deve prevalere e portare al superamento della violenza, intraprendendo vie di giustizia e di pace”.

Queste sono state le parole di Papa Leone XIV, che segue “con grande preoccupazione l'evoluzione della situazione in Venezuela”. 

“Il bene dell'amato popolo venezuelano deve prevalere su ogni altra considerazione e portare al superamento della violenza e all'intraprendere vie di giustizia e pace, garantendo la sovranità del Paese, assicurando lo Stato di diritto sancito dalla Costituzione, rispettando i diritti umani e civili di tutti e di ciascuno, e lavorando per costruire insieme un futuro sereno di collaborazione, stabilità e concordia, con particolare attenzione ai più poveri, che soffrono a causa della difficile situazione economica”.

“Per questo prego e vi invito a pregare, affidando la nostra preghiera all'intercessione della Madonna di Coromoto e dei santi José Gregorio Hernández e suor Carmen Rendiles”.

L'operazione di cattura di Nicolás Maduro

Come reso noto ieri, sabato scorso ha avuto luogo un'operazione statunitense, spiegata nel pomeriggio in conferenza stampa dal presidente Donald Trump, in cui le forze speciali degli Stati Uniti hanno arrestato e catturato il presidente venezuelano Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores, per consegnarli alla giustizia, dopo un bombardamento di installazioni militari che non ha incontrato resistenza.

Trump ha definito l'operazione “brillante” e ha dichiarato che entrambi saranno processati a New York con l'accusa di traffico di droga. Gli Stati Uniti assumeranno il controllo del Venezuela fino a quando non si verificherà una transizione politica “sicura, adeguata e giudiziosa”, ha affermato. Ha anche sottolineato che le compagnie petrolifere statunitensi avranno un ruolo chiave nell'industria del Paese.

L'offensiva ha suscitato numerose reazioni. Il vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance e il segretario di Stato Marco Rubio, intervenuto alla conferenza stampa, hanno celebrato l'operazione come un colpo al traffico di droga, mentre il chavismo ha messo in guardia dal rischio di destabilizzazione regionale. Parallelamente, si sono registrate manifestazioni di venezuelani in città di tutto il mondo. Il presidente Trump ha escluso, per il momento, la leader dell'opposizione e premio Nobel per la pace Corina Machado da un ruolo immediato, ritenendo che “non abbia sostegno” nel Paese.

Sagome di persone su un ponte mentre il fumo sale vicino al Forte Tiuna, dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno catturato il presidente venezuelano Nicolás Maduro a Caracas, Venezuela, il 3 gennaio 2026. (Foto di OSV News/Leonardo Fernández Viloria, Reuters).

Quello che ha detto il Papa il 3 dicembre

Sull'aereo di ritorno a Roma, dopo il viaggio apostolico in Turchia e Libano, alle domande dei giornalisti sulle tensioni tra Trump e il presidente venezuelano Nicolás Maduro, Papa Leone ha detto che il Vaticano è in contatto con “i vescovi e il nunzio” per cercare di trovare il modo di “calmare la situazione”, soprattutto perché a soffrire di più sono i semplici cittadini del Venezuela.

Tuttavia, Leone XIV ha aggiunto che “le voci che arrivano dagli Stati Uniti stanno cambiando”, alternando ultimatum a Maduro e occasionali ammorbidimenti della retorica. “Non so altro”, ha detto il Papa, ma è sempre meglio cercare la via del dialogo., segnalato Cindy Wooden della CNS, sul volo papale.

Vescovi del Venezuela

La Conferenza Episcopale Venezuelana ha rilasciato un messaggio in merito agli eventi verificatisi nella nazione sudamericana, condannando la violenza, invitando la popolazione alla calma e chiedendo “che le decisioni prese siano sempre prese per il bene del nostro popolo”, come riportato ieri da Vatican News.

Alla luce degli eventi verificatisi in Venezuela, il vescovado venezuelano ha espresso in un messaggio la propria vicinanza e il proprio sostegno al popolo del Paese, invitando a perseverare nella preghiera e rifiutando qualsiasi forma di violenza.

“Di fronte agli eventi che oggi sta vivendo il nostro Paese, chiediamo a Dio di concedere a tutti i venezuelani serenità, saggezza e forza. Siamo solidali con coloro che sono stati feriti e con i familiari di coloro che sono morti. Perseveriamo nella preghiera per l'unità del nostro popolo”, recita il messaggio.

I vescovi chiedono inoltre che le decisioni prese siano per il bene del popolo venezuelano: “Facciamo appello al Popolo di Dio affinché viva più intensamente la speranza e la preghiera fervente per la pace nei nostri cuori e nella società, rifiutiamo qualsiasi tipo di violenza. Che le nostre mani si aprano all'incontro e all'aiuto reciproco, e che le decisioni prese siano sempre per il bene del nostro popolo”.  

La venuta di Gesù, un doppio impegno

Durante la recita dell'Angelus, il Pontefice ha sottolineato, tra le altre, due idee. Il mistero del Natale ci ricorda che “il fondamento della nostra speranza è l'incarnazione di Dio” e “la venuta di Gesù nella debolezza della carne umana, se da un lato ravviva in noi la speranza, dall'altro ci affida un doppio impegno, uno verso Dio e l'altro verso l'essere umano”.

«Verso Dio, perché se Egli si è fatto carne, se ha scelto la nostra fragilità umana come sua dimora, allora siamo sempre chiamati a pensare a Dio a partire dalla carne di Gesù e non da una dottrina astratta».

E “nei confronti dell'essere umano, il nostro impegno deve essere altrettanto coerente. (...). Dio ci chiama a riconoscere in ogni persona la sua dignità inviolabile e ad esercitarci nell'amore reciproco gli uni verso gli altri”.

“In questo modo, l'incarnazione ci chiede anche un impegno concreto per la promozione della fraternità e della comunione, affinché la solidarietà sia il criterio delle relazioni umane; per la giustizia e la pace; per la cura dei più fragili e la difesa dei deboli. Dio si è fatto carne, quindi non c'è un culto autentico verso Dio senza la cura della carne umana”.

L'autoreRedazione Omnes

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Genitori attenti

Rafael Alvira era un uomo grato ai suoi genitori, che gli avevano insegnato a mettere amore in ogni cosa.

4 gennaio 2026-Tempo di lettura: < 1 minuto

Rafael Alvira Era professore universitario, filosofo e scrittore. Qualche mese prima di morire, mi ha concesso un'intervista di cui vorrei condividere alcune idee. Rafael Alvira era un uomo grato ai suoi genitori, che gli hanno insegnato a mettere amore in tutto ciò che faceva.  

Sereni, allegri e premurosi, si sono impegnati per renderlo felice. Una coppia che ha sempre coltivato l'amore che Dio ha dato loro e che è in procinto di essere beatificata.

Gli ho chiesto come i suoi genitori riuscissero a trasmettere quell'Amore: «Coltivandolo. Coltivazione, cultura, culto, tutto questo significa riconoscere il dono ricevuto e rispondere, prima prestando attenzione per comprenderlo, e poi lavorando per offrire a Colui che ce lo ha dato delle realtà che, qualunque esse siano, portino sempre il carico simbolico proprio dell'amore: esso si esprime sempre in modo simbolico, perché essendo razionale trascende il livello analitico».

Ero curiosa di sapere se ci fosse qualcosa che caratterizzasse in modo particolare i suoi genitori e rimasi stupita quando la sua risposta si spostò, ancora una volta, sull'attenzione: «Lo spirito attento dei miei genitori era estremamente palpabile, al punto che li ricordo mentre riposavano, come è logico, ma non li ricordo mai distratti. E poi, lo sforzo, affinché la risposta al dono fosse la migliore possibile. Il loro continuo sforzo - un lavoro sorridente e sereno - per aiutarti e renderti felice era proverbiale».

Evangelizzazione

Il potere del grande schermo: San Giovanni Paolo II e il cinema

A vent'anni dalla sua morte, San Giovanni Paolo II è ricordato per il suo sguardo sul cinema come mezzo di cultura, responsabilità ed evangelizzazione.

Alejandro Pardo-4 gennaio 2026-Tempo di lettura: 10 minuti

Quando Karol Wojtyła salì al soglio di Pietro nell'ottobre del 1978, il mondo intero constatò che si apriva una nuova era nella successione apostolica. Così come quel giovane Papa aveva sviluppato una particolare sintonia e complicità con i rappresentanti dell'arte, della cultura e della comunicazione, allo stesso modo mostrò una chiara affinità con il mondo del cinema. I suoi collaboratori più stretti lo confermano. Ad esempio, il cardinale Stanisław Dziwisz, suo segretario particolare per quarant'anni, affermava: “A Giovanni Paolo II piaceva molto il cinema e guardava i film importanti del momento”.

Da parte sua, colui che per molti anni è stato presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, l'allora arcivescovo John P. Foley, ha attestato che “il Santo Padre conosce bene il cinema e ha potuto vedere film di registi di diversi paesi”.

Infine, Joaquín Navarro-Valls, portavoce della Santa Sede durante quasi tutto il suo pontificato, precisava: “A San Giovanni Paolo II piaceva il cinema e lo sapeva apprezzare, anche se lo guardava poco. In ogni caso, gli piaceva essere al corrente delle produzioni cinematografiche e chiedeva informazioni al riguardo, specialmente sui film di contenuto storico, biografico o puramente estetico. Gli piacevano particolarmente quelle storie che esponevano un tema umano universale e proponevano una soluzione non banale. Non era immune all'estetica, ma soprattutto era attratto dal contenuto umano”.

Un pontificato da film

In un modo o nell'altro, il mondo del cinema è stato molto presente nel pontificato di San Giovanni Paolo II. Infatti, durante quegli anni si sono susseguiti incontri con attori, registi e professionisti della televisione in occasione di udienze, giubilei o proiezioni private di opere cinematografiche. Nomi come Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Monica Vitti, Dario Argento, Roberto Benignini, Andrei Tarkowski, Krzysztof Zanussi, Ettore Bernabei, Ennio Morricone, Martin Sheen o Jim Caviezel hanno sfilato nelle stanze vaticane. Lo stesso fecero i produttori della serie sulla Bibbia, con i quali il Papa si incontrò in diverse occasioni. Tra tutti questi incontri, spicca quello che ebbe, di sua iniziativa, con una nutrita rappresentanza dell'industria hollywoodiana all'Hotel Registry di Beverly Hills nel settembre 1987, durante la sua visita pastorale negli Stati Uniti, al quale parteciparono personaggi come Lew Wasserman, Jack Valenti o Charlton Heston. 

Merita una menzione speciale il rapporto di amicizia che san Giovanni Paolo II intratteneva con il suo connazionale, il regista polacco Krzysztof Zanussi, che ha diretto il primo film biografico sulla vita del nuovo pontefice: Da un paese lontano (Da un paese lontano, 1981). Il biopic di Zanussi fu il primo, ma non l'ultimo, perché, come affermava George Weigel, la stessa traiettoria vitale di Karol Wojtyła – epica e drammatica al tempo stesso – “sfiderebbe l'immaginazione del più famoso degli sceneggiatori”. Infatti, nel 1984 uscì il film televisivo americano Papa Giovanni Paolo II, diretto da Herbert Wise e interpretato da Albert Finney, e dopo la morte di Wojtyła nel 2005, altre produzioni televisive, che dimostrano l'interesse suscitato dalla sua figura.

In un altro contesto, vale la pena menzionare i congressi e le giornate di studio sulla settima arte che sono stati promossi durante i suoi anni alla guida della Chiesa, tra cui spiccano le tre edizioni del Congresso Internazionale di Studi sul Cinema, nonché la creazione di un festival cinematografico specifico denominato Terzo Millenio Film Festival, la cui prima edizione ha avuto luogo nel 1991. Infine, va aggiunto un altro festival di minore importanza, il John Paul II Inter-Faith Film Festival (JP2IFF), nato nel 2009 per commemorare il decimo anniversario della Lettera agli artisti.

Un insegnamento breve ma profondo

Tutta questa ampia presentazione serve da contesto per comprendere perché San Giovanni Paolo II abbia voluto prestare particolare attenzione al mezzo cinematografico e perché gli abbia dedicato una parte piccola, ma molto consistente, del suo magistero. In concreto, il nucleo fondamentale è costituito da poco più di una decina di discorsi in cui si riferisce al cinema e alla fiction televisiva in modo monografico e che hanno avuto luogo tra il 1978 e il 1999, cioè durante quasi tutto il suo pontificato. Alcuni di essi sono stati pronunciati in occasione di incontri con professionisti del settore; altri, in occasione di giornate o congressi sul cinema; infine, non mancano quelli dedicati alla settima arte in occasione del suo primo centenario. Di seguito offriamo una sintesi delle idee più rilevanti contenute in tutti questi discorsi.

Cinema e mistero umano

Come altre arti, anche il cinema, grazie all'efficacia evocativa ed emotiva del suo linguaggio e alla forza della rappresentazione drammatica della vita umana, contribuisce, secondo le parole di San Giovanni Paolo II, “ad acquisire una coscienza migliore e più profonda della condizione umana, dello splendore e della miseria dell'uomo”. Da qui la sua insistenza: “Il cinema è quindi uno strumento estremamente sensibile, capace di leggere nel tempo i segni che a volte possono sfuggire allo sguardo di un osservatore frettoloso. Se usato bene, può contribuire alla crescita di un vero umanesimo e, in definitiva, alla lode che dalla creazione si eleva verso il Creatore”.

È proprio nella ricchezza del mezzo cinematografico – immagini e suoni al servizio di una storia – che si realizza quella connessione con lo spettatore che gli permette di vivere indirettamente la vita degli altri in un dramma carico di significato (l'esperienza catartica a cui alludevano i greci). Così spiegava questo santo Papa: “Il cinema gode di una ricchezza di linguaggi, di una molteplicità di stili e di una varietà di forme narrative davvero grande: realismo, favola, storia, fantascienza, avventura, tragedia, commedia, cronaca, cartoni animati, documentari... Per questo offre un tesoro incomparabile di mezzi espressivi per rappresentare i diversi campi in cui si colloca l'essere umano e per interpretare la sua indispensabile vocazione al bello, all'universale e all'assoluto”. Come si può vedere, per questo Romano Pontefice il cinema, essendo un veicolo ideale per esprimere la dimensione trascendente dell'uomo, possiede una qualità performativa e salvifica singolare, propria di ogni manifestazione culturale basata su un'adeguata antropologia, caratteristica di quelle espressioni artistiche che si aprono allo spirito e mostrano l'intima relazione che esiste tra bellezza, verità e bene. Da qui aggiunge: “Di fronte ai film lo spettatore si sente spinto alla riflessione, verso aspetti di una realtà a volte sconosciuta, e il suo cuore si interroga, si riflette nelle immagini, si confronta con prospettive diverse, e non può rimanere indifferente al messaggio che l'opera cinematografica gli trasmette”.

Il cinema come educatore individuale e sociale

In diverse occasioni, Papa Wojtyła usa il termine pedagogo o agente culturale, per rafforzare l'idea che tutti gli schermi, grandi e piccoli, sono diventati strumenti che plasmano i valori che riguardano la coscienza individuale e sociale, sostituendo la famiglia, la scuola e la formazione religiosa. Così, in un'occasione ha sottolineato: “Tra i mezzi di comunicazione sociale, il cinema è senza dubbio uno strumento molto diffuso e apprezzato, e da esso provengono spesso messaggi in grado di influenzare e condizionare le scelte del pubblico – soprattutto dei più giovani – in quanto forma di comunicazione che si basa non tanto sulle parole, quanto su fatti concreti, espressi con immagini di grande impatto sugli spettatori e sul loro subconscio”, al punto che “attraverso i modelli di vita che presentano, con la suggestiva efficacia dell'immagine, delle parole e dei suoni, i mezzi di comunicazione sociale tendono a sostituire la famiglia nel ruolo di preparazione alla percezione e all'assimilazione dei valori esistenziali”. Il cinema diventa quindi specchio e modellatore della società, nonché agente di coesione sociale e di scambio culturale. In particolare, ai rappresentanti della principale macchina produttrice ed esportatrice di intrattenimento che è Hollywood, ho fatto notare in occasione di un incontro nel 1987: “Aiutate i vostri concittadini a godere del tempo libero, ad apprezzare l'arte e a beneficiare della cultura. Spesso fornite le storie che raccontano e le canzoni che cantano. Fornite loro notizie sugli avvenimenti quotidiani, una visione dell'umanità e motivi di speranza. La vostra influenza sulla società è certamente profonda. Centinaia di milioni di persone guardano i vostri film e i vostri programmi televisivi, ascoltano le vostre voci, cantano le vostre canzoni e riflettono le vostre opinioni. È un dato di fatto che anche le vostre decisioni più piccole possono avere un impatto globale”.

Responsabilità sociale dei professionisti

Non sorprende che, di fronte a un tale potere, San Giovanni Paolo II abbia richiesto una responsabilità coerente. Lo ha fatto in molte occasioni, tra cui spicca, con particolare forza, il suo discorso all'industria hollywoodiana. “La mia visita a Los Angeles sarebbe incompleta senza questo incontro, perché voi rappresentate uno dei fattori di influenza statunitense più importanti nel mondo di oggi. Lavorate in tutti i campi della comunicazione sociale e contribuite così allo sviluppo di una cultura popolare di massa. L'umanità è profondamente influenzata da ciò che fate. Le vostre attività influiscono sulla comunicazione stessa: fornendo informazioni, influenzando l'opinione pubblica, offrendo intrattenimento (...). Spesso fornite le storie che raccontano e le canzoni che cantano. Fornite loro notizie sugli eventi quotidiani, una visione dell'umanità e motivi di speranza. La vostra influenza sulla società è certamente profonda”. E aggiungeva: “Il vostro lavoro può essere una forza per un grande bene o per un grande male. Voi stessi conoscete i pericoli e le splendide opportunità che vi si aprono davanti. I prodotti della comunicazione possono essere opere di grande bellezza, che rivelano ciò che c'è di nobile ed edificante nell'umanità e promuovono ciò che è giusto, equo e vero. D'altra parte, la comunicazione può fare appello e promuovere ciò che è degradante nelle persone: il sesso disumanizzato attraverso la pornografia o attraverso un atteggiamento superficiale nei confronti del sesso e della vita umana; l'avidità, attraverso il materialismo e il consumismo o l'individualismo irresponsabile; la rabbia e la vendetta, attraverso la violenza o la giustizia propria. Tutti i mezzi di comunicazione popolare che rappresentate possono costruire o distruggere, elevare o abbassare. Avete possibilità incalcolabili per il bene e possibilità abominevoli per la distruzione. È la differenza tra la morte e la vita - la morte o la vita dello spirito. Ed è una questione di scelta”.

Tra le sfide più urgenti che questo Papa sottolinea nei suoi interventi vi sono il rispetto dello spettatore – basato sulla dignità umana –, la trasmissione di valori positivi in difesa di un vero umanesimo, la rappresentazione responsabile di temi controversi come la violenza o il sesso, la promozione di un vero bene comune, la difesa della libertà creativa e anche responsabile, e la resistenza agli interessi commerciali e ideologici. 

Si tratta, in fondo, di far sì che i professionisti del cinema e dei mezzi audiovisivi rispondano alla fiducia che la comunità ripone in loro. In questo senso, concludeva questo santo Papa: “Certamente, la vostra professione vi sottopone a un alto grado di responsabilità –davanti a Dio, davanti alla comunità e davanti alla testimonianza della storia. Eppure, a volte sembra che tutto sia lasciato nelle vostre mani. Proprio perché la vostra responsabilità è così grande e la vostra rendicontazione alla comunità non è facilmente esercitabile dal punto di vista giuridico, la società fa così tanto affidamento sulla vostra buona volontà. In un certo senso, il mondo è alla vostra mercé. Gli errori di giudizio, gli sbagli sulla convenienza e la giustizia di ciò che viene trasmesso, così come i criteri errati nell'arte possono offendere e ferire le coscienze e la dignità umana. Possono usurpare diritti fondamentali sacri. La fiducia che la comunità ripone in voi vi onora profondamente e vi sfida potentemente".

Responsabilità dello spettatore

Tuttavia, il senso di responsabilità non è limitato solo ai professionisti. Si tratta di una responsabilità condivisa che coinvolge anche coloro che fruiscono dei contenuti audiovisivi, ovvero gli spettatori. Spetta a loro sviluppare la propria capacità critica per interpretare correttamente i messaggi che ricevono attraverso il piccolo o il grande schermo, e essere così in grado di fare un uso libero e responsabile di tali contenuti audiovisivi. Allo stesso modo, sono inclusi qui i genitori e gli educatori, nel caso dei minori, e anche il ruolo dei critici cinematografici.

I principi alla base di questo dovere di formare (o formarsi) all'uso dei mezzi di comunicazione sono radicati in una visione antropologica che difende la dignità dell'uomo e il suo agire libero e responsabile. Non è un caso che San Giovanni Paolo II abbia insistito su questo punto fin dall'inizio del suo pontificato. Ad esempio, nel 1981 ricordava: “L'uomo, anche in relazione ai mass media, è chiamato ad essere ‘se stesso’: cioè libero e responsabile, ‘soggetto’ e non ‘oggetto’, ‘critico’ e non ‘passivo’ (...). Questa è la dignità che esige che l'uomo agisca secondo scelte consapevoli e libere, cioè mosso e indotto da convinzioni personali e non da un cieco impulso interno o da una mera coercizione esterna”. E più avanti continuava: “È necessario intensificare l'azione diretta alla formazione di una coscienza critica che influenzi gli atteggiamenti e i comportamenti non solo dei cattolici o dei fratelli cristiani – difensori per convinzione o per missione della libertà e della dignità della persona umana –, ma di tutti gli uomini e le donne, adulti e giovani, affinché sappiano veramente ‘vedere, giudicare e agire’ come persone libere e responsabili, anche nella produzione e nelle decisioni che riguardano i mezzi di comunicazione sociale”. 

In particolare, questo Papa ha proposto di promuovere la formazione critica nel cinema e nelle arti audiovisive, soprattutto nel caso dei bambini e degli adolescenti (i più indifesi di fronte ai messaggi trasmessi dagli schermi); la responsabilità dei genitori e degli educatori; e, infine, il ruolo dei critici cinematografici, sui quali ricade la missione di aiutare a formare la giusta coscienza critica degli spettatori.

Il cinema, veicolo di evangelizzazione

È abbastanza logico che chi comprende così profondamente la natura del mezzo cinematografico e la sua capacità di penetrare nell'animo umano, pensi ad esso quando si tratta di trasmettere i contenuti della fede. “Il cinema, con le sue molteplici potenzialità, può diventare uno strumento prezioso per l'evangelizzazione”, ha affermato in un'occasione. La Chiesa esorta i registi, i cineasti e tutti coloro che – a qualsiasi altro livello – si professano cristiani e lavorano nel complesso ed eterogeneo mondo del cinema, ad agire in modo pienamente coerente con la loro fede, prendendo coraggiosamente iniziative anche nel campo della produzione per rendere sempre più presente in quel mondo, attraverso il loro lavoro professionale, il messaggio cristiano che è per ogni uomo messaggio di salvezza“. In concreto, le storie riflesse sullo schermo possono contribuire a colmare il divario esistente tra fede e cultura. Così, invitava un gruppo di professionisti: ”Confido che le vostre produzioni cinematografiche siano un aiuto prezioso per il dialogo indispensabile che si sta sviluppando nel nostro tempo tra cultura e fede. In modo particolare, nel campo del cinema e della televisione, dove si incontrano la storia, l'arte e i linguaggi della comunicazione, il vostro lavoro di professionisti e credenti risulta particolarmente utile e necessario».

Un invito perenne

Karol Wojtyła è stato un Papa che ha dimostrato una particolare sensibilità nei confronti del cinema. Lo ha compreso profondamente in tutte le sue dimensioni: come arte, come industria e come mezzo di comunicazione. Si tratta di un caso singolare nei pontificati più recenti. Il suo magistero rimarrà fonte di ispirazione. Lo riconosceva l'allora presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, l'arcivescovo Foley: “I messaggi del Santo Padre sul cinema possono essere considerati un punto di partenza per la riflessione e ci ricordano ancora una volta quanta attenzione Giovanni Paolo II abbia prestato al grande schermo. Si tratta di un appello alla responsabilità, di un incoraggiamento a proseguire il cammino che molti hanno intrapreso, soprattutto alla luce di una considerazione indispensabile: che il cinema è parte integrante della cultura di un popolo, che rappresenta le sue aspirazioni, le sue paure, le sue speranze, e che ogni film rimane come un testamento di questa cultura, parla alle generazioni future e può riportare alla mente momenti dimenticati o mai conosciuti”. In effetti, questo breve ma profondo insegnamento continuerà a illuminare coloro che lavorano nell'industria audiovisiva, con il desiderio – nelle parole dello stesso San Giovanni Paolo II – che “l'industria cinematografica in tutto il mondo rifletta sul proprio potenziale e assuma la sua importante responsabilità”.

San Giovanni Paolo II e il cinema Verità, bene e bellezza sullo schermo

AutoreAlejandro Pardo
Editoriale: Eunsa
Data di pubblicazione: 2025
Pagine: 328
L'autoreAlejandro Pardo

Sacerdote. Dottore in Comunicazione audiovisiva e Teologia morale. Professore presso l'Istituto Core Curriculum dell'Università di Navarra.

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La Hispanidad, erede dell'Occidente

Santiago Leyra-Curiá rivendica la missione storica della Spagna e dell'Hispanidad come custodi della dignità umana e dell'eredità spirituale dell'Occidente.

3 gennaio 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Come spiega magistralmente il filosofo Julián Marías nella sua opera “España inteligible” (Spagna intelligibile), dalla metà del XVIII secolo l'umanità ha iniziato a credere in un'idea che è diventata un dogma: quella del progresso inevitabile. Turgot, Condorcet e i pensatori illuministi immaginavano che la storia avanzasse automaticamente verso un futuro sempre migliore. Ma il XX e il XXI secolo ci hanno dimostrato che non esistono automatismi nella storia. Il progresso può esistere, sì, ma anche il regresso.

E forse l'aspetto più grave di questa mentalità progressista è stato quello di averci privato dell'identità di ogni epoca, come se il presente non avesse valore in sé, ma fosse solo una preparazione per un futuro ideale. In questo orizzonte indefinito, le culture hanno smesso di essere considerate progetti con un senso proprio.

Di fronte a ciò, propongo di guardare alla nostra storia come a una vocazione. La Spagna non è mai stata un caso fortuito né un semplice accumulo di fatti. È stata, e continua ad essere, un progetto consapevole, una volontà storica che si fa strada tra le incertezze.

Fin dalle sue origini, la Spagna ha inteso la propria esistenza come una missione. Per secoli è stata islamica e orientale, ma una minoranza ha deciso di mantenerla cristiana ed europea. Quella decisione ha segnato l'inizio di un percorso che avrebbe dato forma a ciò che oggi chiamiamo Hispanidad.

Quando Carlo I arrivò in Spagna, nel 1517, erano in discussione due visioni dell'impero. Gattinara sognava una monarchia universale basata sulla conquista. Ma Pedro Ruiz de la Mota propose qualcos'altro: un impero cristiano, una universitas christiana basata sull'armonia tra i popoli e sulla difesa della giustizia. Da questa radice sarebbe nato, pochi anni dopo, uno dei contributi più grandi della nostra storia: la Scuola di Salamanca, di cui quest'anno celebriamo il 5° centenario della nascita. Questa Scuola avrebbe avuto sicuramente una sua continuità in illustri figure dell'Università gemella di Coimbra, come Luis de Molina, Francisco Suárez o l'ingiustamente dimenticato Juan de Santo Tomás.

Francisco de Vitoria, Domingo de Soto, Francisco Suárez, Luis de Molina... tutti loro furono pionieri nell'affermare che l'uomo ha una dignità inalienabile per il semplice fatto di essere una persona. Le loro riflessioni sui diritti naturali, sulla legge giusta e sull'uguaglianza di tutti davanti a Dio diedero origine a ciò che oggi chiamiamo diritti umani e diritto internazionale. Molto prima dell'Illuminismo, nelle nostre università si discuteva già se fosse lecito dominare altri popoli o spogliarli dei loro beni. E da quei dibattiti nacquero leggi concrete: quelle di Burgos, quelle di Valladolid e le Nuove Leggi del 1542, che abolirono il sistema delle encomiendas.

È giusto ricordare che il germe dei diritti umani è nato proprio lì: a Salamanca, nel cuore della Hispanidad.

Dalla Leggenda Nera alla crisi d'identità

Tuttavia, quell'impegno fu distorto. I nemici della Spagna diffusero un'immagine falsa: la cosiddetta Leggenda Nera. In essa, la Spagna veniva presentata come intollerante, fanatica e retrograda, nascondendo la sua difesa dei diritti e della dignità umana. Questa manipolazione non solo ebbe successo all'estero, ma finì per penetrare anche all'interno. A partire dal XVII secolo molti spagnoli cominciarono a guardarsi con gli occhi degli stranieri, mettendo in dubbio la propria identità.

La storia successiva fu, in gran parte, conseguenza di quella frattura. La perdita del Portogallo nel 1640 segnò l'inizio del declino. L'Illuminismo europeo, con figure come Montesquieu o Voltaire, riprese i pregiudizi contro la Spagna, presentandola come simbolo dell'irrazionalità. Allo stesso tempo, i nostri illuministi - Jovellanos, Moratín, Isla - che erano riformisti, moderati e profondamente cattolici, furono ingiustamente identificati con gli eccessi della Rivoluzione francese. Questa confusione frenò le riforme e alimentò un clima di sfiducia e divisione.

Poi arrivò l'invasione napoleonica del 1808 e con essa una guerra civile tra due Spagne: quella tradizionale e quella liberale. Quando Ferdinando VII restaurò l'assolutismo, la rottura fu definitiva. Le colonie americane, influenzate da quel conflitto, si emanciparono rinnegando la loro eredità spagnola. I creoli, discendenti degli spagnoli, cercarono di fondare nuove nazioni negando tre secoli di storia comune. Iniziò così la crisi dell'Hispanidad, le cui conseguenze continuiamo a vivere su entrambe le sponde dell'Atlantico.

Durante il XIX secolo, la religione passò dall'essere una fede condivisa a diventare una trincea ideologica: clericalismo contro anticlericalismo. Successivamente, i disastri del 1898 e del 1936 —la perdita degli ultimi territori e la guerra civile— accentuarono il disorientamento. La Spagna si isolò e impiegò decenni per ricostruirsi. La transizione democratica del 1978 restituì la libertà, ma non riuscì a liberare completamente la mentalità ereditata dalla Leggenda Nera. Continuiamo a guardare alla nostra storia con complessi, senza riconoscere pienamente ciò che abbiamo dato al mondo.

L'attuale missione dell'Hispanidad: rinnovare l'Occidente

Eppure, l'Occidente – quell'Occidente che oggi sembra dubitare di sé stesso – è impensabile senza il contributo della cultura ispanica. L'Occidente si regge su tre pilastri: la ragione greca, che ci ha insegnato a interpretare la realtà; il diritto romano, che ci ha dato il concetto di giustizia e di autorità legittima; e la visione giudaico-cristiana, che ci ha rivelato che ogni essere umano è figlio di Dio e fratello di tutti gli uomini. La Spagna, e con essa l'Hispanidad, è stato il punto in cui queste tre radici si sono incontrate. Da questa unione è nata una civiltà capace di diffondere nel mondo un'idea rivoluzionaria: quella dell'uomo come persona.

In un momento in cui l'Europa cominciava a scivolare verso il materialismo e la negazione dello spirito, la Spagna insisteva sul fatto che l'essere umano non è una cosa, né un meccanismo biologico, ma un essere libero, responsabile e chiamato alla trascendenza. Per questo motivo molti pensatori contemporanei – come Charles Taylor, John Finnis, Alasdair MacIntyre o Byung-Chul Han – riconoscono, direttamente o indirettamente, l'influenza dell'eredità ispanica nella loro riflessione sulla dignità e sui diritti umani.

L'Hispanidad, più che un concetto politico, è una comunità culturale, linguistica e spirituale. È la consapevolezza di condividere una storia, una lingua, un modo di vedere il mondo. È la sensazione di sentirsi a casa in qualsiasi paese ispano-americano. E quella comunità ha ancora molto da dire al mondo attuale, che sta vivendo una profonda crisi morale e di senso.

Recuperare i valori dell'Hispanidad — la ragione, il diritto, la visione cristiana della persona — è, a mio avviso, un compito urgente. Perché se vogliamo che la nostra civiltà sopravviva, dobbiamo tornare a credere nell'uomo come essere dignitoso, libero e responsabile, creato per amore.

È stata proprio la fede cristiana che, nel corso di duemila anni, ha dato a milioni di persone una visione del mondo in cui trovano posto la verità, la bellezza e la giustizia. Ed è stata la Spagna, attraverso la sua opera in America e in Asia, a diffondere questa visione in tutto il pianeta. Con degli errori, sì, ma anche con una grandezza che ha cambiato la storia dell'umanità.

La Spagna ha sempre inteso la vita come una missione. Non è stata utilitaristica, né ha subordinato l'uomo allo Stato. Ha vissuto l'esistenza come un'avventura e ha provato simpatia per i vinti. La sua letteratura, a partire da Cervantes, è testimonianza di questo sguardo profondamente umano e compassionevole.

Se prolunghiamo questo spirito e lo adattiamo ai nostri tempi – liberi da pregiudizi, ideologie e complessi ereditati –, potremo offrire al mondo un autentico rinnovamento del progetto ispanico, un'ispanità che torni ad essere l'erede vivente dell'Occidente e la difensore dei diritti umani. E speriamo che il Portogallo faccia qualcosa di simile nel mondo lusitano. 

Menéndez Pelayo diceva che “la fede cattolica è il substrato, l'essenza e la parte più importante della nostra filosofia, della nostra letteratura e della nostra arte”. Aggiungerei: anche della nostra visione dell'uomo. Per questo motivo, l'Hispanidad che è stata e quella che potrebbe tornare a essere coincidono nell'essenziale: entrambe nascono dal riconoscimento della dignità della persona.

Il nostro compito, in questo periodo di confusione, non è altro che quello di continuare senza complessi la missione storica dell'Hispanidad. Preservare il meglio della nostra civiltà e, con umiltà, offrirlo al mondo. Perché solo dalla fedeltà a ciò che siamo potremo guardare al futuro con speranza.

Evangelizzazione

Bonhoeffer, Bartolomeo I e Carlo III, tre alleati cristiani del Papa

Nel suo impegno ecumenico per l'unità dei cristiani, Papa Leone XIV ha avuto lo scorso anno diversi alleati tra i cristiani non cattolici. Tra questi, il teologo e pastore luterano Dietrich Bonhoeffer, vittima del nazismo, il Patriarca ecumenico Bartolomeo I o il re Carlo III d'Inghilterra.

Francisco Otamendi-3 gennaio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Fin dai primi mesi del suo pontificato, Papa Leone XIV ha impresso al suo magistero un chiaro orientamento ecumenico (unità dei cristiani), come si riflette nel suo motto papale tratto da Sant'Agostino, ‘In Illo Uno Unum’ (In Colui che è l'Unico siamo Uno), sebbene si riferisca a diversi aspetti, come ha sviluppato il Pontefice.

Non esistono elenchi ufficiali di teologi cristiani non cattolici citati da Leone XIV in qualità di Papa della Chiesa cattolica. Tuttavia, sono stati menzionati alcuni nomi, come Dietrich Bonhoeffer (1906-1945), teologo luterano e pastore tedesco, figura di spicco della resistenza contro il nazismo e vittima dei nazisti all'età di 39 anni. Naturalmente, il Patriarca Ecumenico Bartolomeo I, con cui si è incontrato più volte a Istanbul, e il re Carlo III d'Inghilterra, leader della Chiesa anglicana, tra gli altri.

Dietrich Bonhoeffer

Nel messaggio di auguri natalizi alla Curia Romana del 22 dicembre, alla fine del discorso, il Papa ha citato il teologo luterano Dietrich Bonhoeffer. Ecco il riferimento completo: “Eminenze, Eccellenze, cari fratelli e sorelle, il Signore discende dal cielo e si abbassa verso di noi.

Come scriveva Bonhoeffer, meditando sul mistero del Natale, ‘Dio non si vergogna della bassezza dell'uomo, entra in lui [...]. Dio ama ciò che è perduto, ciò che nessuno considera, l'insignificante, l'emarginato, il debole e lo sconfortato’ (cfr. D. Bonhoeffer, Riconoscere Dio al centro della vita, Brescia 2004, 12). Che il Signore ci doni la sua stessa condiscendenza, la sua stessa compassione, il suo amore, affinché ogni giorno possiamo essere suoi discepoli e testimoni”, ha detto il Successore di Pietro.

Il riferimento non sembrava casuale. Leone XIV evocava la figura di Bonhoeffer come esempio di una fede cristiana che non si ritira nella sfera privata, ma assume precise responsabilità.

Voce della resistenza cristiana

Dietrich Bonhoeffer nacque nel 1906 a Breslavia e si formò come teologo luterano in un ambiente intellettuale molto esigente. Fin da giovane si distinse per la sua profonda conoscenza della Bibbia e per il suo interesse per la vita concreta della Chiesa. Per lui la teologia non era solo un esercizio accademico, ma una riflessione al servizio della comunità cristiana e della sua testimonianza nel mondo.

Durante l'ascesa del nazismo, Bonhoeffer divenne una delle voci più chiare della resistenza cristiana. Partecipò attivamente all'opposizione contro lo strumentalizzazione della fede da parte del regime. Sosteneva che seguire Cristo implicasse assumersi dei rischi e impegnarsi per la verità, anche quando ciò comportava gravi conseguenze personali.

Fede coerente, testimone

I suoi scritti, in particolare Il costo del discepolato e le sue lettere dalla prigione, sviluppano l'idea di una ‘grazia costosa’, una fede che richiede coerenza e responsabilità. Giustiziato nel 1945, Bonhoeffer è oggi riconosciuto come testimone cristiano da cattolici, protestanti e ortodossi, anche per i suoi scritti dalla prigione.

Il messaggio che Papa Leone XIV voleva trasmettere citando il pastore luterano può essere interpretato in vari modi. Uno di questi potrebbe essere che l'ecumenismo si costruisce anche riconoscendo la santità e la profondità spirituale al di là dei confini confessionali.

Patriarca Bartolomeo I

Questa stessa visione è emersa chiaramente durante il viaggio apostolico del Papa in Turchia e Libano. A Istanbul, Leone XIV ha incontrato il Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I. Nel suo discorso, il Papa ha ricordato che cattolici e ortodossi condividono le stesse radici apostoliche e una responsabilità comune di fronte alle sfide attuali. Ha inoltre sottolineato che l'unità non si impone, ma matura nella pazienza del dialogo e nella carità.

Il Patriarca Bartolomeo I, dal canto suo, ha insistito sulla necessità di una testimonianza cristiana comune di fronte alla crisi ecologica e sociale. Noto per il suo impegno nella cura dell'ambiente, ha sottolineato che la difesa del creato è uno spazio privilegiato di collaborazione ecumenica. Entrambi i leader hanno convenuto che la preghiera e l'azione congiunta sono inseparabili dal dialogo teologico.

Guardate qui una sintesi di due o tre idee espresse da Papa Leone XIV durante la visita, e anche alcune del Patriarca ortodosso Bartolomeo I, con cui ha impartito una benedizione finale.

León XIV: “Superare lo scandalo delle divisioni”

“Siamo tutti invitati a superare lo scandalo delle divisioni che purtroppo ancora esistono e ad alimentare il desiderio di unità per cui il Signore Gesù ha pregato e ha dato la sua vita”, ha detto il Papa . “Più ci riconciliamo, più noi cristiani potremo dare una testimonianza credibile del Vangelo di Gesù Cristo, che è un annuncio di speranza per tutti”.

Bartolomeo I: “percorrere la strada” dell'unità cristiana 

Il patriarca Bartolomeo ha detto ai leader che con “il fervore della fede di Nicea che arde nei nostri cuori”, devono “percorrere la corsa” dell'unità cristiana in adempimento alla preghiera di Gesù per l'unità dei suoi discepoli. “Amiamoci gli uni gli altri affinché con un solo cuore possiamo confessare: Padre, Figlio e Spirito Santo, Trinità consustanziale e indivisibile. Amen!”.

“La commemorazione di Nicea è una testimonianza della profonda unità di tutti i cristiani nella fede”, ha scritto in Notizie dal Vaticano il cardinale Kurt Koch, prefetto del Dicastero per la Promozione dell'Unità dei Cristiani.

Carlo III d'Inghilterra

Prima di questo viaggio, Papa Leone XIV aveva già fatto un altro viaggio gesto ecumenico significativo, pregando a Roma con il re d'Inghilterra Carlo III, massima autorità della Chiesa anglicana. Il incontro storico, sobrio ma carico di simbolismo, ha posto l'accento sulla riconciliazione storica e sulla missione comune dei cristiani in società sempre più secolarizzate.

La dimensione ecumenica del pontificato è stata espressa anche nella preghiera celebrata nella Basilica di San Paolo fuori le Mura insieme a un rappresentante anglicano, l'arcivescovo di York Stephen Cottrell, il più anziano prelato della Chiesa d'Inghilterra.

Sullo sfondo, San John Henry Newman

L'inno iniziale, composto da sant'Ambrogio di Milano, dottore della Chiesa, è stato interpretato in una traduzione inglese di san John Henry Newman, anglicano per metà della sua vita e cattolico per l'altra metà. Newman, figura del XIX secolo, è stato proclamato Dottore della Chiesa il 1° novembre da papa Leone XIV. Alla sua canonizzazione, il 13 ottobre 2019 in Piazza San Pietro, era presente lo stesso re Carlo.

Davanti alla tomba dell'apostolo Paolo, il Papa ha ricordato che l'unità della Chiesa era una preoccupazione centrale del cristianesimo primitivo e continua ad essere oggi un appello urgente.

L'autoreFrancisco Otamendi

Evangelizzazione

José María Sánchez de Lamadrid: “Essere chiamati ci ricorda che siamo amati, chiamati a trasmettere quella fiamma d'amore”.”

Il prossimo 12 gennaio, il cuore di Madrid avrà Cristo vivo al suo centro: con un'adorazione del Santissimo Sacramento che vedrà la partecipazione di una grande folla e che si inserisce nel quadro di Chiamate, un'esperienza che promette di trasformare l'evangelizzazione contemporanea e che è stata promossa dalla parrocchia di Santo Domingo de la Calzada (Algete) e da Alpha España, con il sostegno della diocesi di Alcalá de Henares.

Maria José Atienza-3 gennaio 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Testimonianze, musica, famiglie e un'adorazione del Santissimo Sacramento alla quale si prevede parteciperanno migliaia di persone. Sebbene questo tipo di eventi sia relativamente comune in paesi come gli Stati Uniti, dove SEEK Si è affermato come uno degli appuntamenti più importanti dell'evangelizzazione cattolica, cosa insolita in Spagna. 

Il 12 gennaio 2026, il Movistar Arena, nel centro di Madrid, ospita Chiamate, “una giornata di lode, preghiera, musica, testimonianze e comunione, per preparare il cammino verso il 2033, data in cui si commemoreranno i 2000 anni della Passione, Morte e Resurrezione del Signore”.”

Omnes ha potuto parlare con uno degli organizzatori, José María Sánchez de Lamadrid, parroco di Santo Domingo de la Calzada di Algete, che ha raccontato le origini e il significato di un incontro storico. 

Per arrivare a Llamados, l'evento che vuole riunire migliaia di persone a Madrid per adorare Cristo e rafforzare la fede, c'è stato un percorso precedente. Qual è stato?

–Il principio di queste cose è sempre il Signore. Lui ci ispira e noi facciamo il possibile per rispondere. Nel nostro caso, nel 2013 abbiamo avviato un processo di rinnovamento nella parrocchia di Santo Domingo de la Calzada e dell'Inmaculada di Algete. Lo abbiamo fatto utilizzando Alpha come motore di questo rinnovamento. Avevamo iniziato nel 2011 con questo metodo e già nel 2013 era ben consolidato. Nel suo programma, Alfa prevede una sessione di guarigione, che è, in fondo, il metodo di Gesù: Gesù annuncia il Vangelo, non in teoria, ma lo manifesta con i fatti. Come ricorda a Giovanni Battista quando gli chiede se è il Messia: “Gli zoppi camminano, i ciechi vedono, i poveri sono evangelizzati”. Il metodo di Gesù inizia con la parola, con l'annuncio esplicito del messaggio: i suoi discorsi, le sue parole; e poi le sue azioni. Parole e opere.

Il 2013 era anche l'Anno della Fede indetto dal Papa Benedetto XVI. In occasione del Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione, abbiamo organizzato una settimana di evangelizzazione che ha coinciso con l'elezione di Papa Francesco. 

È stato durante quella settimana di evangelizzazione che abbiamo riflettuto su come rispondere alla sofferenza umana degli anziani, delle persone sole... È nato così un primo esperimento: l'Adorazione del Santissimo Sacramento in cui vengono presentate le sofferenze delle persone. A partire dall'ottobre 2013 abbiamo iniziato a farlo ogni primo lunedì del mese. Da allora questa preghiera di misericordia ha continuato ad evolversi. Il Signore ci ha ispirato e noi l'abbiamo perfezionata, affinata, modificata e ogni volta vengono sempre più persone. Inoltre, durante la pandemia, il numero di partecipanti è aumentato vertiginosamente. canale Youtube e oggi abbiamo un'adorazione alla quale partecipano circa 800 persone presenti fisicamente e ci sono circa 1500 connessioni dalla Spagna e da altre parti del mondo. 3000 persone che pregano il Signore.

L'anno scorso, di fronte al Anno giubilare della speranza, Ci siamo chiesti: perché non facciamo una grande preghiera di misericordia? Volevamo fare qualcosa di grande per chiudere il Giubileo del 2025 e iniziare il cammino verso il 2033, il 2000° anniversario della morte e risurrezione del Signore, la Pentecoste e l'inizio della Chiesa. Un evento che, probabilmente, come dicono in tanti, sarà l'evento del secolo e molte realtà nella Chiesa stanno concentrando lì il loro lavoro.

Chi potremo vedere in Llamados e perché avete pensato proprio a loro? 

–Il regista Juan Manuel Cotelo e Olatz Elola, creatrice di Blessings saranno i maestri di cerimonia, i presentatori. Per quanto riguarda la parte musicale, avremo Hillsong España, considerata una delle band di musica cristiana più famose e influenti al mondo, e ci saranno anche Quique Mira e María Lorenzo, Casilda Finat e René ZZ come ospiti. E vengono senza percepire nulla. Con loro avremo una sorta di panel di esperienze, per poter trarre spunti.

E, naturalmente, Nicky Gumbel, l'iniziatore di Alfa. Ascoltare Gumbel è fantastico. È un uomo di grande fede e, sebbene non sia cattolico, l'anno scorso ha concluso la Leadership Conference chiedendo una preghiera per il conclave. C'è un grande senso di unità. 

In Spagna abbiamo forse un'esperienza di ecumenismo più limitata. Ho molti amici di diverse confessioni cristiane e sono persone di una fede incredibile. In fondo, ciò che ci unisce è molto più di ciò che ci separa e possiamo fare molte cose insieme; soprattutto in questa fase del primo annuncio, come ricorda Rainiero Cantalamessa e come ha ricordato anche il Papa Leone XIV nel suo recente viaggio in Turchia, 

Nicky Gumbel non viene a parlare di Alpha, viene a parlare di evangelizzazione, affinché il mondo conosca Gesù. Vuole raggiungere 100 milioni di persone attraverso Alpha e sta dedicando gli ultimi anni della sua vita a questo sogno. È una di quelle persone visionarie che sognano in grande. 

Per quanto riguarda l'adorazione del Santissimo Sacramento, credo che, a parte il GMG, in Spagna non abbiamo mai avuto un'adorazione così partecipata. E anche questo vogliamo offrire. Che sia un'occasione per pregare tutti insieme. Che ci aiuti a vedere che non siamo soli, che ci sono molte più persone di tutte le età, bambini, giovani, adulti, ecc., perché l'evento ha questa prospettiva familiare. Inoltre avremo il supporto musicale del gruppo di musica cattolica Salve.

Come si arriva a una “follia” come quella di scegliere come sede la Movistar Arena?

–Noi seguiamo molto Alpha e Nicky Gumbel parla sempre di fare un regalo speciale a Dio nel 2033. È così che è nata Chiamate: volevamo un luogo grande, affinché potessero venire anche coloro che non hanno la possibilità di partecipare regolarmente alla Preghiera della Misericordia, e abbiamo pensato di offrire qualcosa in più. Abbiamo parlato con Mons. Antonio Prieto, vescovo di Alcalá de Henares, e con i responsabili di Alfa Spagna. 

La prima parte di Chiamate è molto ispirata alla Conferenza della leadership che Alpha organizza a maggio. Da qui la combinazione di musica e testimonianze. 

La seconda parte è la preghiera di misericordia, pura e semplice, come facciamo qui ogni mese: mettere il Signore al centro, pregare e chiedere che ci guarisca. 

Volevamo un luogo dove chiunque volesse venire potesse entrare. Da qui la scelta del Movistar Arena, che è un luogo emblematico, nel cuore di Madrid, e anche un luogo dove si genera cultura. Papa Benedetto XVI parlava di quei cortili dei gentili. Allora, perché non mettere il Signore in quei luoghi dove ci sono eventi, dove c'è musica?

Se c'è qualcosa che sta ringiovanendo il volto della Chiesa è l'adorazione del Santissimo, la musica e il rapporto personale con Cristo. In questo senso, Llamados apporta qualcosa di nuovo? Come rendere efficace il seme affettivo?    

–Credo che non si tratti di calpestare nessuno, ma al contrario di aggiungere. Infatti, grazie a Dio, ci sono molti eventi con prospettive diverse, dalla musica, come i concerti di Hakuna, o altri eventi cattolici e vogliamo partecipare.

C'è un'idea che ci ispira molto, ovvero che il Signore, nella sua vita pubblica, operava a diversi livelli, e anche la trasmissione della fede avviene a diversi livelli. Da piccoli gruppi, uno a uno, Gesù - Nicodemo, Gesù - la Samaritana; piccoli gruppi, Pietro - Giacomo - Giovanni, i 12 Apostoli, i 72, e poi ci sono le folle. Il Signore utilizza tutti questi modelli o modi per trasmettere la fede. Questo incontro rientra in uno di quei grandi eventi, potremmo dire, o delle “folle” di cui parla il Vangelo.

Poi c'è la quotidianità e quello che si cerca sempre è che questo tipo di incontri non rimangano solo un'esaltazione emotiva, ma generino idee, progetti.

Che ciascuno dei partecipanti rifletta su come prepararsi al 2000° anniversario della morte e resurrezione del Signore. È qui che entrano in gioco la mente e le idee. Che possiamo ripartire con le batterie ricaricate affinché ciascuno, nel proprio ambiente, nella propria realtà, nella propria parrocchia, nella propria famiglia, nella propria scuola, nella propria università, ovunque si trovi, possa portare avanti questa fiamma. 

Non è né qualcosa di meramente razionalista, che sarebbe solo la testa, né è qualcosa di meramente sentimentalista o emotivo del cuore, né è qualcosa di meramente volontaristico, ma è mettere il Signore al centro, ascoltando la testimonianza di altre persone che stanno facendo molto bene e che possono darci indicazioni di fronte alle difficoltà della vita che tutti abbiamo, su come portare avanti quella fiamma della fede. Da qui deriva il nome di Chiamate, è un gioco di parole perché siamo amati e siamo chiamati a trasmettere quella fiamma d'amore. 

Vangelo

Non più a proprio agio. Solennità dell'Epifania

Vitus Ntube ci commenta le letture della solennità dell'Epifania corrispondente al 6 gennaio 2026.

Vitus Ntube-3 gennaio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Il titolo di questa omelia suonerà familiare a molti nigeriani, evocando il romanzo Non più a proprio agio, del rinomato autore Chinua Achebe. Un'altra delle sue opere, Tutto sta crollando, è ancora più conosciuta in tutto il mondo. L'espressione “non più a proprio agio” coglie qualcosa di essenziale della festa che celebriamo oggi.

Oggi la Chiesa celebra la manifestazione di Dio alle nazioni: l'Epifania del Signore. I Magi rappresentano i popoli del mondo e, per molti versi, la grande maggioranza dei cristiani di oggi. Attratti dalla luce di Cristo, tutti i popoli e tutte le nazioni sono invitati a dirigersi verso di Lui. L'Epifania è una festa di manifestazione, di rivelazione. Ma una volta che la rivelazione ha avuto luogo, cosa succede dopo?

Il Cristo che si è mostrato alle nazioni ha trasformato le nazioni. Contemplando la storia dell'umanità e delle culture, vediamo come l'incontro con Cristo le abbia rimodellate dall'interno. L'Epifania, quindi, non riguarda solo la rivelazione, ma anche l'incontro: un incontro che trasforma.

I Magi incarnano il vero invito natalizio pronunciato per primi dai pastori: “Andiamo a Betlemme”. Questo cammino verso Betlemme è l'atteggiamento proprio della fede natalizia, e i Magi lo continuano. A pochi giorni dal Natale, la celebrazione odierna ci ricorda la necessità di mantenere questo atteggiamento: rimanere sempre in cammino, sulla strada che conduce a Cristo.

Prima abbiamo visto i pastori intraprendere questo cammino. Le letture di oggi rivelano che tipo di persone intraprendono realmente il viaggio. Erode, insieme ai sommi sacerdoti e agli scribi, non va. I Magi, invece, sì. Coloro che stavano bene sono rimasti dove erano; coloro che erano disposti a lasciarsi alle spalle il comfort e la sicurezza si sono messi in cammino. L'Epifania ci insegna ad essere persone che si muovono, disposte ad andare dove si trova Cristo.

"Quando Gesù nacque a Betlemme di Giudea al tempo del re Erode, alcuni magi dall'Oriente giunsero a Gerusalemme chiedendo: «Dov'è il re dei Giudei che è nato?».".

Nel poema Il viaggio dei Magi di T. S. Eliot, il poeta racconta in modo fantasioso il pellegrinaggio dei Magi e la loro successiva riflessione su come l'incontro con il Bambino Gesù li abbia trasformati. Tornarono nella loro terra “non più a loro agio”. L'incontro con Cristo ha richiesto un cambiamento; non potevano continuare con lo stesso atteggiamento personale o culturale di prima. Alcuni incontri con Cristo ci turbano nel modo migliore possibile: ci impediscono di rimanere come eravamo, ci lasciano «non più a nostro agio» con noi stessi.

«Questo: ci hanno portato così lontano per una Nascita o per una Morte? C'è stata una Nascita, ne avevamo le prove e non avevamo alcun dubbio. Avevo visto nascere e morire, ma pensavo che fossero cose diverse: questa nascita ci ha sottoposti a un'agonia dura e amara, come la morte, la nostra morte. Siamo tornati ai nostri luoghi, questi regni, ma non siamo più in pace qui, sotto l'antica legge. Con un popolo straniero aggrappato ai propri dei.
Quanto mi piacerebbe un'altra morte
".

Oggi è un buon giorno per chiederci quale sia la nostra risposta all'incontro con Cristo. Ci sentiamo ancora a nostro agio con la “vecchia dispensazione”? Siamo contenti di tornare indietro per la stessa strada da cui siamo venuti, o siamo disposti a intraprendere “un'altra strada”?

"E avendo ricevuto in sogno un oracolo, affinché non tornassero da Erode, si ritirarono nella loro terra per un'altra strada.” (Mt 2, 12).

Libri

Ideali o illusioni? Il senso della vita in discussione nell'opera di Juan Antonio Estrada

Attraverso un percorso storico che va dalla filosofia greca all'immanentismo moderno, l'autore analizza se il cristianesimo sia ancora oggi un progetto di grandezza in grado di offrire emancipazione, senso e salvezza all'uomo contemporaneo.

José Carlos Martín de la Hoz-2 gennaio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Il gesuita Juan Antonio Estrada (Madrid 1945), professore di filosofia all'Università di Granada, ha pubblicato presso Trotta una magnifica raccolta di articoli già pubblicati sul senso della vita che vale la pena recensire, anche se brevemente.

Frutto delle sue numerose ricerche, Estrada ci ricorda quel memorabile testo di Benedetto XVI in cui sottolineava che la Chiesa nascente entrò in dialogo con la filosofia greca alla ricerca di un dialogo tra fede e ragione.

Il risultato di questo dialogo sarà la cosiddetta filosofia realista che ha sostenuto l'umanesimo cristiano fino alla rivoluzione del maggio 1968, passando attraverso il rinnovamento introdotto da Francisco de Vitoria e dalla Scuola di Salamanca.

Il cristianesimo sarebbe un ideale perché aprirebbe la strada all'identificazione con Cristo seguendo i passi necessari di un ideale o di ogni progetto di grandezza: “ci sono tre valori fondamentali per qualsiasi progetto: senso, emancipazione e salvezza” (14).

Certamente l'evangelizzazione di Gesù “accentua la necessità della conversione personale e individualizza il concetto di salvezza” (60), a cui potremmo aggiungere che ciò avviene in un clima di totale libertà.

Subito dopo, Estrada trarrà una prima conclusione: “il centro della religione non è più il culto, ma il comportamento e il rapporto con gli altri, radicalizzando il precedente messaggio dei profeti ebrei” (61). 

Certamente, la scena evangelica della distruzione del tempio ci parlerà del nuovo altare del cuore di ogni cristiano che offre con la sua vita quotidiana un sacrificio di immenso valore, tanto quanto il suo amore, e sempre unito all'unico e vero sacrificio della Nuova Legge, che è la Messa. San Josemaría parlava di non ridurre il cristianesimo all'andare in chiesa: “Il cristianesimo nasce attorno a una persona, non a una dottrina o a un'ideologia; offre uno stile di vita diverso. Il riferimento ultimo non è il sistema religioso, ma la sequela personale di Gesù” (62).

Per gran parte della storia, il decalogo rivelato a Mosè ha occupato una parte importante dell'insegnamento morale della Chiesa dal Medioevo ai giorni nostri, quando il nuovo catechismo ha proposto una morale di santità per tutti i cristiani (65).

Subito dopo, Estrada ricorderà che “Il tempo dell'uomo, la storia, mostra l'impotenza umana nel trionfare sul male. Il successo delle rivoluzioni si trasforma presto in nuove forme di oppressione da parte dei vincitori. Bisogna riporre le speranze nella lotta permanente contro il male e nell'azione di Dio, che ispira coloro che seguono Gesù” (69). 

Effettivamente, ciò che accade al nostro autore è simile a quanto accadde a Juan Azor, autore della “ratio institutionis” dei gesuiti nel XVI secolo, che influenzò la redazione del catechismo dei parroci o di San Pio V, quando giunse il momento di proporre la santità come modello per la morale dei cristiani, di fronte all'urgente necessità di riformare la Chiesa e il popolo cristiano, e li chiamò semplicemente alla salvezza.

Ancora una volta, Estrada pone al centro della nuova morale e della nuova evangelizzazione il mistero della risurrezione del Signore quando afferma: “La novità nell'annuncio di Cristo risorto è il riferimento fondamentale alla sua storia e al suo modo di vivere. Porre l'accento sulla risurrezione emarginando la vita di Gesù porterebbe alla svalutazione del Gesù terreno” (70).

Per il cristianesimo fu una grande opportunità unica svilupparsi nell'ambito dell'Impero romano, assumerne le leggi, la burocrazia e l'amministrazione, perché era una società ben organizzata. Il prezzo da pagare fu l'allontanamento del giudaismo dalle sue origini (75). 

È interessante che Estrada abbia commesso l'errore di ammettere una distanza tra il clero e i monaci rispetto al popolo cristiano e una differenza tra le diverse classi sociali nel cristianesimo. Sicuramente ciò è dovuto all'influenza della visione marxista della sua giovinezza (76).

Le diverse scuole teologiche che sorgeranno nella Chiesa con la nascita delle università, a seconda dell'accento posto sull'equilibrio tra fede e ragione da parte di San Tommaso, sull'impegno a sottolineare la volontà in Giovanni Duns Scoto e San Bonaventura o sul potenziamento del nominalismo con Guglielmo di Ockham e il suo disprezzo per la ragione (79).

Lutero ha dato luogo a una dolorosa trasformazione del cristianesimo, privandolo della mediazione della Vergine e dei santi, dei sacramenti per intervenire con la grazia, del magistero per avere luce nella comprensione (81).

Infine, il nostro autore farà riferimento alla riforma cattolica che ebbe luogo in Spagna con la riforma promossa dai Re Cattolici e da Cisneros e proseguita da Francisco de Vitoria e dalla scuola di Salamanca, che celebreremo nel 1526 (86).

Successivamente affronterà l'Illuminismo, il cui punto di partenza va individuato in Cartesio (1596-1650) e nel suo Discorso sul metodo, quando ha inizio l'immanentismo filosofico che durerà fino a Kant (1724-1804).

Successivamente, riassumerà: “Il sistema kantiano ha influenzato la filosofia, l'etica e la religione. Ma Hegel (1770-1831) è il continuatore, riformatore e sistematizzatore della razionalità globale. Il suo sistema domina tutto il XIX secolo e funge da riferimento per Feuerbach, Marx, Kierkegaard, Schopenhauer e Nietzsche” (111).

Ideali o illusioni? Emancipazione, senso e salvezza

Autore: Juan Antonio Estrada
Editoriale: Trotta
Numero di pagine: 204
Anno: 2025

Ci stiamo ripagando

L'Occidente dimentica le sue radici cristiane e mette a rischio la protezione dei più vulnerabili di fronte a pratiche come l'aborto tardivo e l'eutanasia infantile.

2 gennaio 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

Parte dell'Europa e del Canada non hanno un progetto per il futuro. Nessuno sa più a cosa servano culturalmente.

La maggior parte delle culture glorifica i guerrieri e i re, non coloro che stanno alla base. Ma il cristianesimo ha adottato un atteggiamento opposto nei confronti dello status sociale e ha posto l'umiltà al centro della sua teologia. La celebrazione del Natale lo rende ancora più evidente. «Dio ha scelto ciò che è debole nel mondo per svergognare i potenti» (1 Corinzi 1:27) è un'affermazione sconcertante e allarmante per chi proviene da una cultura estranea al cristianesimo.

Perché Cristo si è reso così umile e debole da permettere che fosse disprezzato e punito fin dal momento della sua nascita? Perché ha sofferto la violenza degli uomini, esseri piccoli, deboli e mortali? Perché non ha respinto con forza la loro iniquità? Perché non ha rivelato la sua maestà, almeno quando lo hanno catturato per ucciderlo?

Questa esaltazione cristiana della debolezza e dell'umiltà è qualcosa di molto confuso e incomprensibile per qualsiasi agnostico, ateo o pagano.

L'umanesimo cristiano e la protezione dei più vulnerabili

L'innovazione morale del cristianesimo consisteva nel riconsiderare la piccolezza e l'umiltà e metterle al centro del patto sociale, indipendentemente dalla razza, dal sesso, dalla classe o dal luogo di nascita. Con il cristianesimo, l'abuso dei potenti sui deboli divenne moralmente inaccettabile.

Quando una società accetta questa enfasi cristiana sulla debolezza come una priorità fondamentale, ne derivano molte conclusioni morali.

La valutazione cristiana della debolezza offre evidenti benefici al sesso debole, che per la prima volta ha potuto esigere la continenza sessuale e il rispetto degli uomini. Il femminismo affonda le sue radici nel cristianesimo.

Secondo la morale cristiana, la schiavitù diventa inaccettabile, così come lo stupro dei più deboli. Sottolineare la vulnerabilità delle donne, dei bambini, dei poveri, degli schiavi e dei disabili significa difendere la necessità di proteggerli. Si può quindi parlare di «diritti umani» o di «umanesimo».

Tuttavia, questo sistema morale è ben lungi dall'essere universale. Quanto erano comuni, nell'antichità, i principi fondamentali dell'umanesimo cristiano: che gli esseri umani, indipendentemente dal sesso, dal luogo di origine, dalla razza o dalla classe sociale, hanno lo stesso valore? Non è difficile rispondere che non erano affatto comuni.

L'umanesimo secolare è semplicemente cristianesimo.

La ripagranizzazione e le sfide etiche contemporanee

Questo è il problema dei governi che pretendono di prescindere dall'umanesimo cristiano, impegnati a tagliare il ramo su cui sono seduti. Le stesse idee cristiane che conferiscono loro forza morale comportano altre implicazioni. Ad esempio, sebbene il femminismo si basi sull'uguaglianza di tutti gli esseri umani, nonostante le donne siano vulnerabili perché più deboli e più piccole degli uomini, esiste un altro gruppo di esseri umani che è ancora più debole. Che ci piaccia o no, non possiamo mettere la protezione dei più vulnerabili al centro del nostro sistema etico senza giungere alla conclusione che i bambini non ancora nati o i neonati non devono essere uccisi.

È evidente che all'essere umano risulti difficile rispettare quei principi morali che gli causano enormi problemi pratici, data la pratica piuttosto diffusa nella storia sia dell'aborto che dell'infanticidio. Il cristianesimo ha stabilito che, nonostante questi problemi pratici, la protezione dei più deboli è la morale corretta. Anche se non è facile essere un buon cristiano.

La regolamentazione dell'aborto è al centro della guerra culturale contemporanea perché rappresenta l'avanguardia della scristianizzazione. Quando i difensori della vita da un lato e i difensori del diritto di scelta delle donne dall'altro si scontrano sui dettagli della politica abortista, in realtà ciò che discutono è se la nostra società debba rimanere cristiana. La maggior parte di coloro che si considerano favorevoli alla scelta delle donne non hanno riflettuto veramente su cosa significherebbe abbandonare completamente il cristianesimo, cioè abbandonare completamente la storicamente strana insistenza dei cristiani sul fatto che «Dio ha scelto i deboli del mondo per svergognare i potenti».

Ma ci sono alcuni sostenitori della ripaganizzazione che sono disposti a essere radicalmente coerenti e che mostrano una forza spaventosa.

Peter Singer e la logica estrema dell'utilitarismo secolare

Uno di questi è Peter Singer, professore di Bioetica all'Università di Princeton, proveniente da una famiglia ebrea di origine austriaca (come la mia). È considerato da molti uno dei filosofi viventi più influenti al mondo. È specializzato in etica applicata da una prospettiva utilitaristica e secolare ed è un grande promotore della ripaganizzazione dell'Occidente.

Singer ritiene che sarebbe stato meglio dare ai nostri genitori la possibilità di ucciderci quando eravamo ancora neonati se avessimo mostrato qualche grave problema, in modo da soddisfare le ragionevoli preferenze dei genitori per un tipo di figlio piuttosto che un altro.

Peter Singer è uno dei pochi filosofi che osa scrivere che dovremmo essere disposti a seguire la logica dell'aborto fino alle sue estreme conseguenze, per concludere che non esiste una distinzione morale significativa tra l'aborto e l'infanticidio, e che l'uccisione di alcuni neonati dovrebbe essere consentita dalla legge.

“I neonati umani non hanno consapevolezza della propria esistenza nel tempo”, spiega. “Pertanto, uccidere un neonato non equivale mai a uccidere una persona, ovvero un essere che desidera continuare a vivere”. Singer può fare tali affermazioni perché, da buon ateo, rifiuta l'idea che ci sia qualcosa di speciale – di sacro – negli esseri umani, indipendentemente dalla loro età o dalle loro capacità cognitive. Egli sostiene che i diritti di qualsiasi essere vivente devono essere valutati in base alle sue capacità individuali, non alla sua appartenenza alla specie umana. Si tratta di un argomento anticristiano di una coerenza schiacciante, ma terribile.

Ciò pone un problema pratico quando si tratta di stabilire una distinzione giuridica tra l'uccisione lecita e quella illecita di un bambino. È il problema che ogni legislazione sull'aborto deve affrontare. Se non si stabilisce il limite al momento del concepimento, allora bisogna cercare un altro momento durante la gestazione o lo sviluppo. Perché non spingersi un po' oltre, chiede Singer, fino a dopo la nascita, fino al termine del periodo in cui il bambino non è ancora consapevole della propria esistenza nel tempo?

«L'uomo non ha nulla di particolare. È solo una parte di questo mondo», diceva Heinrich Himmler, braccio destro di Hitler e principale artefice dell'Olocausto nazista. Ma non è necessario ricorrere al nazismo per mettere in guardia dai rischi della scristianizzazione.

Un mondo che accettasse l'infanticidio in modo generalizzato probabilmente assomiglierebbe più alla Roma precristiana. La «prima rivoluzione sessuale» è emersa nella società schiavista romana, in cui gli uomini godevano di un accesso sessuale illimitato ai corpi dei loro inferiori sociali, inclusi schiavi, donne e bambini. I bambini uccisi erano considerati una conseguenza accettabile del “bisogno” sessuale maschile (o femminile).

Aborto, infanticidio e la perdita della morale cristiana in Occidente

Al contrario, il cristianesimo ha adattato la morale alla natura profonda delle cose, anche nel sesso. Ha insegnato che, oltre al fatto che la ragion d'essere del sesso nella biosfera è quella di generare variazione, individualità, dotazioni genetiche diverse e uniche, il sesso nell'uomo è anche e fondamentalmente una forma di unione e comprensione reciproca dei genitori per la cura e l'educazione adeguate della prole, che dipende da loro per anni. Per questo motivo, separare il sesso dalla procreazione o dalla sua missione di unione è diventato contrario alla morale cristiana. E naturalmente lo sono anche lo stupro, la pedofilia, l'aborto o l'infanticidio.

Un mondo che accettasse in modo generalizzato l'infanticidio assomiglierebbe anche all'attuale Olanda, Belgio o Canada.

I Paesi Bassi sono l'unico paese che dispone di un quadro normativo esplicito per l'eutanasia neonatale attiva, che consente di porre fine alla vita dei neonati con gravi problemi di salute.

Il Belgio consente l'eutanasia ai minori di qualsiasi età. Per i bambini di età inferiore a 1 anno non esiste un protocollo esplicito come nei Paesi Bassi, ma i neonatologi e i sondaggi (89% dei medici fiamminghi nel 2020) hanno sostenuto la discussione sulla legalizzazione dell'infanticidio nei casi gravi.

Il programma canadese di assistenza medica alla morte (MAID) offre il suicidio assistito non solo ai malati terminali, ma attualmente si fa pressione sulle persone con disabilità e malattie mentali, e anche su quelle semplicemente con scarse risorse economiche, affinché utilizzino questo «servizio». «L'ultima volontà è sacra», sostengono in Canada. A quanto pare, il progressismo moderno si preoccupa del sacro, ma non se è cristiano.

La legalizzazione dell'infanticidio è stata discussa con sorprendente calma dal governo canadese. Nel 2022, Louis Roy, dell'Ordine dei Medici del Quebec, ha dichiarato davanti alla Commissione Mista Speciale che i genitori dovrebbero poter organizzare la morte dei propri figli durante il primo anno di vita quando “ritengono” che questi soffrano di «sindromi gravi».

Il Canada, i Paesi Bassi e il Belgio continuano a scivolare lungo il pendio scivoloso dell'aborto e dell'eutanasia. Se l'infanticidio si generalizzerà – dopo i Paesi Bassi, il Canada e il Belgio, e poi, inevitabilmente, in tutto l'Occidente scristianizzato – sapremo con certezza che il cristianesimo si è ritirato nelle catacombe.

Per duemila anni i cristiani hanno tenuto a bada la giungla creando la morale occidentale, una radura nella foresta con vista sul cielo. Se non rimane nessuno a prendersi cura del giardino, la giungla riprenderà il sopravvento.

Adattamento libero dell'articolo: https://firstthings.com/we-are-repaganizing/

L'autoreJoseph Gefaell

Analista. Scienza, economia e religione. Cinque figli. Banchiere d'investimento. Profilo su X: @ChGefaell.

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L'esame

Il 2026 inizia con una rinnovata “svolta cattolica”, invitandoci a un esame personale sulla nostra fede e su come viviamo l'impegno cristiano nella società.

2 gennaio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Questo nuovo movimento sociale, culturale ed ecclesiale, che alcuni hanno voluto chiamare “svolta cattolica”, è appena iniziato, e già c'è chi lo ha ucciso, seppellito e gli ha celebrato il funerale. Se pensiamo che Cristo ha trascorso metà della sua vita parlando di mietiture e semine (con tutto ciò che questo comporta in termini di attesa e pazienza), è divertente che la nostra società Clicca e ritira vuole che il cambiamento avvenga subito, ora, senza attese... forse per passare a un altro schermo il prima possibile.

Il 2026 inizia, e questo è innegabile, spinto da una certa corrente di ottimismo all'interno della Chiesa, prodotta dalla constatazione che, più nonostante noi che grazie a noi, c'è una parte della società che il nichilismo postmoderno non riesce più a ingannare e che, in un modo o nell'altro, rivolge lo sguardo alla fede; o almeno a un'antropologia di base cristiana, custode della Bellezza “sempre antica e sempre nuova”.

Non sono più solo le diverse manifestazioni culturali che, nel cinema, nella musica o nei social network, hanno recuperato la ricerca di Dio, o la spiritualità, come “argomento da trattare”. Anche in gran parte del lavoro pastorale si trova di fronte alla sfida di rispondere, in modo maturo e consapevole, alle domande di migliaia di persone che cercano e vogliono trovare nella Chiesa “cose chiare”: impegno concreto, modi di vivere che si allontanino dalla faciloneria buonista del "tutto va bene" e preoccupazione per gli altri che vada oltre gli slogan.

La palla che noi cattolici abbiamo sul nostro tetto è di cuoio, non di gommapiuma, e quando ti colpisce, a volte, fa male. Trasmettere il deposito della fede significa rispondere alle domande che Leone XIV raccoglie nella sua impressionante lettera apostolica. In Unitate fidei sul Credo niceno-costantinopolitano: 

"Che cosa significa Dio per me e come do testimonianza della mia fede in Lui? È davvero l'unico e solo Dio il Signore della vita, o ci sono idoli più importanti di Dio e dei suoi comandamenti? Dio è per me il Dio vivente, vicino in ogni situazione, il Padre al quale mi rivolgo con fiducia filiale? È il Creatore al quale devo tutto ciò che sono e che ho, le cui tracce posso trovare in ogni creatura? Sono disposto a condividere i beni della terra, che appartengono a tutti, in modo giusto ed equo? Come tratto il creato, che è opera delle sue mani?”. Rispondere a queste domande richiede, da parte di ciascuno, un vero esame personale e uno stile di vita che, non so se farà parte della “svolta cattolica” culturale, ma sicuramente cambierà le nostre vite.

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Vaticano

Leone XIV: «Il cuore di Gesù batte per ogni uomo e ogni donna”

Dopo aver celebrato la Messa di Maria Madre di Dio nella basilica, ha impartito la benedizione ai fedeli riuniti nella piazza dalla finestra dell'appartamento pontificio.

Redazione Omnes-1 gennaio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Papa Leone XIV ha inaugurato il nuovo anno con un messaggio incentrato sulla pace, la speranza e il rinnovamento interiore, in cui ha invitato i fedeli a iniziare il 2026 come un autentico “periodo di pace e amicizia tra tutti i popoli”.

“Cari fratelli e sorelle, buon anno nuovo!”, ha esordito il Pontefice, inquadrando il suo messaggio nel passare del tempo e nella responsabilità di viverlo con significato. Ha avvertito che, senza un sincero desiderio di bene, “non avrebbe senso voltare le pagine del calendario e riempire le nostre agende”, e ha sottolineato che il nuovo anno acquista significato solo quando è orientato al bene comune e alla riconciliazione.

Ultimi giorni del Giubileo

Nella sua riflessione, Leone XIV ha fatto riferimento al Giubileo che sta volgendo al termine, dal quale, ha affermato, la Chiesa ha imparato “come coltivare la speranza di un mondo nuovo”. Una speranza che non è astratta, ma concreta: “convertendo il cuore a Dio, per poter trasformare i torti in perdono, il dolore in consolazione e i propositi di virtù in opere buone”. In questo modo, ha aggiunto, Dio abita la storia e la salva dall'oblio, donando al mondo il Redentore.

Il Papa ha incentrato il suo messaggio sulla figura di Gesù Cristo, “il Figlio Unigenito che diventa nostro fratello” e che illumina “le coscienze di buona volontà” per costruire il futuro “come una casa accogliente per ogni uomo e ogni donna che nascono”. In continuità con il tempo natalizio, ha rivolto lo sguardo a Maria, “la prima a sentire palpitare il cuore di Cristo”, ed ha evocato il mistero del Verbo incarnato, annunciato “come battito di grazia” nel silenzio del suo grembo verginale.

Un cuore che batte

In un passaggio dal tono marcatamente spirituale, Leone XIV ha ricordato che Dio, facendosi uomo, ci fa conoscere il proprio cuore, e che “il cuore di Gesù batte per ogni uomo e ogni donna”: per coloro che lo accolgono, come i pastori, e anche per coloro che lo rifiutano, come Erode. “Il suo cuore non è indifferente – ha affermato –: batte per i giusti, affinché perseverino nella loro dedizione; e per gli ingiusti, affinché cambino vita e trovino la pace”.

Il Pontefice ha invitato a soffermarsi ad adorare il mistero dell'Incarnazione, che “risplende in Maria Santissima e si riflette in ogni neonato”, rivelando l'immagine divina impressa nell'essere umano. Da questa contemplazione, ha invitato a una preghiera corale per la pace nella Giornata del 1° gennaio: “soprattutto tra le nazioni insanguinate dai conflitti e dalla miseria, ma anche nelle nostre case, nelle famiglie ferite dalla violenza e dal dolore”.

Ha concluso il suo messaggio affidando a Maria, Madre di Dio e Madre della Chiesa, la supplica per un mondo riconciliato, con la certezza che “Cristo, nostra speranza, è il sole di giustizia che non tramonta mai”. Il Papa Leone XIV ha poi impartito la benedizione, estendendo il suo augurio di pace e speranza alla città di Roma e al mondo intero.

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Evangelizzazione

Come è nata Aiuto alla Chiesa che Soffre? Intervista al suo fondatore

Nel dicembre 1987 è stata pubblicata sulla rivista Palabra (n. 270) un'intervista a p. Werenfried van Straaten, fondatore di Aiuto alla Chiesa che Soffre. Pubblichiamo l'intervista in occasione del 60° anniversario di Omnes.

José Miguel Pero-Sanz Elorz-1 gennaio 2026-Tempo di lettura: 7 minuti

Nel Natale del 1947, a sua insaputa, il premostratense fiammingo padre Werenfried van Straaten - allora segretario dell'abate di Tongerlo (Belgio) - diede vita a quello che dal 1969 in poi si sarebbe chiamato Aiuto alla Chiesa che soffre.

Nei quarant'anni trascorsi da allora, l'ACN - Pio Sodalizio dal 1964 e Associazione Pubblica Universale di Diritto Pontificio dal 1982 - ha distribuito più di 1,5 miliardi di dollari USA in luoghi dove la Chiesa è perseguitata o in difficoltà: la Chiesa «delle catacombe» nei Paesi a regime comunista ha la precedenza; ma nel 1959 ha iniziato i suoi aiuti in Asia, e poco dopo in America Latina e Africa.

Circa 600.000 donatori forniscono attualmente circa 50 milioni di dollari all'anno per la costruzione di chiese, l'acquisto di bibbie e libri religiosi, il sostentamento e la motorizzazione dei sacerdoti bisognosi, l'aiuto alle comunità contemplative, l'assistenza nei campi profughi, ecc.

L'anima di tutto questo è sempre P. Werenfried, Padre Bacon come viene chiamato in Germania, che compirà 75 anni il 17 gennaio. In occasione di entrambi gli anniversari, ha concesso a PALABRA un'intervista in cui spiega la genesi, la vita, il presente e le prospettive della sua iniziativa.

Qualcuno ha detto che p. Werenfried è «una forza della natura»: corporatura atletica, che combatte la tendenza all'obesità; capelli irsuti, fronte alta, sopracciglia aggrottate, occhi vivaci e un sorriso a metà tra il malizioso e il bonario. Risponde con precisione, come chi è abituato a porsi un obiettivo e a camminare dritto - senza deviare per sentieri collaterali - verso di esso.

Perché si dice che l'ACN è nato in una data precisa: il 25 dicembre 1947?

-Infatti, proprio in quel mese di dicembre, in occasione della Natività, scrissi un articolo sul giornalino pubblicato dalla nostra Abbazia, intitolato «Non c'è posto nella locanda», in cui chiedevo aiuto per i tedeschi sconfitti e chiedevo anche la riconciliazione con il nemico sconfitto. La risposta a quell'appello superò ogni aspettativa, e così iniziò un'avventura di carità e amore che è arrivata fino ai giorni nostri e ha attraversato i cinque continenti.

In Germania lo chiamano «Padre Bacon». Qual è il motivo di questo soprannome?

-In una delle mie prediche per aiutare i rifugiati della diaspora tedesca a sopravvivere, chiesi a ciascuna delle famiglie che mi ascoltavano di sacrificare una fetta di pancetta dalla propria scorta e di portarla in parrocchia, dove sarei passato il sabato successivo per raccogliere le donazioni. Era appena nata l'Operazione Bacon. Migliaia di tonnellate di pancetta si riversarono nell'Abbazia e da lì partirono per la Germania. Questo mi valse il soprannome di «Padre Bacon».

Pensava fin dall'inizio che la sua iniziativa sarebbe diventata ciò che è oggi?

-In nessun momento. In quel dicembre 1947 feci un semplice appello ai cristiani ad amare il prossimo, che ho mantenuto fino ad oggi. Se questo ha portato allo sviluppo della nostra Opera oggi, lo dobbiamo a Dio, perché è solo Lui che suscita nei cuori dei nostri benefattori l'amore per la Chiesa bisognosa.

PRIMI PASSI

Quale sostegno ha trovato nelle prime fasi del suo lavoro?

-Il primo e il più importante è stato padre Stalmans, allora superiore dell'abbazia di Tongerlo, da cui provengo. La gerarchia locale e, naturalmente, il sostegno e l'appoggio dei Santi Padri fino al nostro Giovanni Paolo Il.

Quali sono stati i passi successivi?

-Dopo l'inizio degli aiuti ai rifugiati, le azioni si susseguirono gradualmente: adozione di sacerdoti, motorizzazione, cappelle mobili, costruzione di chiese nella diaspora tedesca, fino al 1952, quando fu lanciato Aiuto alla Chiesa che Soffre.

Un capitolo importante delle vostre attività è stato, e presumo continuerà ad essere, quello dei Paesi dell'Europa orientale: che tipo di operazioni state conducendo lì?

-Gli aiuti ai Paesi dell'Europa orientale sono destinati principalmente alla costruzione e al restauro di chiese, all'aiuto ai seminaristi, alle suore, alla pubblicazione di libri religiosi e di preghiera, al mantenimento dei sacerdoti (soprattutto quelli anziani), ecc.

Ha avuto rapporti con il cardinale Wojtyla?

-Naturalmente. È stato testimone degli aiuti che la nostra Opera ha inviato alla Chiesa in Polonia. In particolare nella diocesi di Cracovia, da cui proviene, abbiamo sostenuto il finanziamento della costruzione della chiesa di Nowa Huta.

NUOVI ORIZZONTI

Mi risulta che in seguito abbiate ampliato l'orizzonte del vostro sostegno: in quali direzioni?

-Su espressa richiesta di Papa Giovanni XXIII, dopo il Concilio Vaticano II, di cui sono stato consultore, abbiamo iniziato la nostra assistenza alla Chiesa minacciata e bisognosa nei Paesi del Terzo Mondo.

Come si può capire che un monaco premonstratense sia diventato uno dei grandi «manager» dell'Occidente?

-Non si può capire senza fede. Io sono semplicemente uno strumento di Dio, che si serve di me perché l'amore fraterno tra i cristiani non scompaia.

Non è anche il fondatore di alcune suore?

-Nel 1966, insieme a Madre Hadewych, una suora belga dell'Ordine del Santo Sepolcro, abbiamo fondato l'Istituto delle Figlie della Risurrezione a Bukavu (Zaire). In 21 anni di esistenza, l'Istituto conta già più di 100 suore professe e un gran numero di novizie e postulanti.Come sacerdoti e religiosi, lo scopo della nostra attività pastorale è quello di formare santi, uomini e donne, che vivano veramente per Dio e per il prossimo seguendo alla lettera i due grandi comandamenti.

«NAZIONI UNITE DELLA CARITÀ».»

Che tipo di persone li aiutano?

-L'équipe dei miei collaboratori nei 13 segretariati dell'Opera, così come i 600.000 benefattori che abbiamo in tutto il mondo, è composta da persone di tutti i ceti sociali: sacerdoti, religiosi, laici, umili e potenti, tutti formiamo una grande famiglia che è arrivata a chiamarsi «Nazioni Unite della Carità».

Vorrebbe illustrare il suo lavoro con un caso specifico, con un aneddoto illustrativo?

-Credo che potrei elencare diecimila esempi. Ogni anno riceviamo 8.000 richieste di aiuto e ne aiutiamo circa 6.000. Alcune richieste non rientrano nel nostro ambito di aiuto pastorale e dobbiamo indirizzarle ad altre organizzazioni. Alcune richieste non rientrano nel nostro campo di aiuto pastorale e dobbiamo indirizzarle ad altre organizzazioni. Lei chiede esempi concreti. Prendiamo la costruzione di una chiesa. Recentemente è venuto un vescovo dall'America Latina e ci ha chiesto aiuto per una grande cattedrale in onore della Madre di Dio. Ci ho pensato e gli ho detto che sarebbe stato meglio costruire una chiesa modesta e con i soldi risparmiati costruire un centro catechistico. Così la Madre di Dio sarebbe stata molto più felice. Così ha fatto, e gli abbiamo dato un sussidio, che altrimenti gli avremmo certamente rifiutato. Un vescovo in India mi ha scritto che se voleva costruire una porcilaia, alcuni enti cattolici gli avrebbero finanziato un vero palazzo. Ma se voleva denaro per un edificio per il Signore, poteva solo rivolgersi ad «Aiuto alla Chiesa che Soffre».

TEMPI DIFFICILI

E non avete incontrato difficoltà?

-Le difficoltà sono sempre state più che sufficienti. Nel frattempo, ho scoperto che era più facile superare gli avversari fuori dalla Chiesa che all'interno di essa.

Soprattutto dopo il Concilio Vaticano II, lei è sembrato un personaggio fastidioso per alcuni. Cosa avevano contro di lei?

-Dopo il Concilio Vaticano II la nostra Opera è stata un ostacolo, soprattutto per la diplomazia vaticana e per altre forze della Chiesa, che hanno frainteso l«»aggiornamento" del Santo Padre, come se fosse possibile scendere a compromessi con i regimi atei. Volevano eliminare la nostra Opera e ci sono quasi riusciti.

Come è andata a finire?

-I cardinali e i vescovi della Chiesa perseguitata hanno preso una forte posizione dalla nostra parte e sono intervenuti a nostro favore presso il Santo Padre. Papa Paolo VI ne discusse a lungo con me e confermò la necessità del nostro lavoro. Ha dato alla nostra Opera lo status ufficiale di «Pium Sodalitium» e l'ha posta sotto la sua personale protezione.

ORGANIZZAZIONE

Dal punto di vista giuridico, che tipo di personalità ha l'ACN?

-Dal punto di vista canonico, dal 1984 siamo un Ente Pubblico e Universale, istituito dalla Santa Sede, subordinato sia alle norme canoniche sia ai nostri Statuti approvati dalla Santa Sede. Secondo il diritto civile, siamo un'organizzazione di pubblica utilità, che mette i suoi mezzi a disposizione, direttamente ed esclusivamente, di scopi caritatevoli.

Come è organizzato?

-L'A.I.N. è composta da 13 segreterie nazionali che fanno capo alla sede centrale di Königstein (Germania Federale). Oltre al Dipartimento Informazioni Internazionali, esiste anche il Comitato per l'assegnazione dei progetti e delle sovvenzioni, responsabile dell'esame di tutte le richieste in arrivo, e il Dipartimento Finanze, che emette gli ordini di pagamento per le richieste accettate.

Qual è stato il vostro ultimo bilancio annuale e qual è la sua ripartizione percentuale per settore?

-Nel 1986 sono stati raccolti 41.473.189 dollari, distribuiti in percentuale come segue: Chiesa perseguitata 39,4 %; Chiesa minacciata 54,7 % e rifugiati 5,9 %.

Con alcune organizzazioni caritatevoli, le persone hanno dubbi sulla destinazione delle loro elemosine e sospettano che, in qualche misura, possano finanziare guerriglie o iniziative pastorali di dubbia correttezza dottrinale. Sospettano che, in qualche misura, possano finanziare guerriglie o iniziative pastorali di dubbia correttezza dottrinale. Che tipo di precauzioni adotta l'AlN per garantire ai suoi benefattori che non accadrà nulla del genere?

-Per essere presa in considerazione, la petizione deve essere accompagnata dall'approvazione ufficiale del vescovo della diocesi di provenienza o del superiore religioso da cui il firmatario dipende. Anche gli aiuti vengono inviati nello stesso modo.LAVORIAMO SENZA SOSTA

Ora siete solo l'Assistente Spirituale. Cosa significa?

-Sì, nel 1981 ho lasciato la carica di Moderatore Generale dell'Opera e mi sono limitato a quella di Assistente Spirituale. Questo è il mio compito nell'Opera, essere il pastore di quelle centinaia di migliaia di persone che non sono solo una possibilità per noi di aiutare gli altri, ma che cercano anche ispirazione per le proprie preoccupazioni spirituali. L'Assistente spirituale ha, secondo gli Statuti, il compito di vigilare sulla fedeltà dell'organizzazione alla dottrina della Chiesa e sul fatto che l'attività comune dell'Opera serva gli obiettivi precedentemente stabiliti. Alla fine del 1988, all'età di 75 anni, penso di lasciare anche questa carica in altre mani. Come fondatore dell'Opera, ho il diritto, secondo gli statuti, di partecipare a tutte le assemblee, di prendere la parola in qualsiasi momento e, se necessario, di appellarmi alle decisioni. Tale ricorso può essere impugnato solo dal Consiglio Generale, e solo con una maggioranza di due terzi. Questo garantisce che l'Opera, almeno finché vive, continui a lavorare nello spirito del Fondatore.

Le dispiacerebbe descriverci una giornata di lavoro?

-Una normale giornata lavorativa si svolge così: mi alzo alle 6 del mattino, celebro la Santa Messa, faccio colazione e alle 8 sono in ufficio. Lì lavoro fino alle 10 all'edizione spagnola del «Bollettino» per Natale. Alle 10 arriva un giornalista per un'intervista sull'Anniversario. Questo dura fino alle 11. Poi arriva un vescovo dall'Asia e successivamente una suora dal Perù. Alle 12 inizio a rispondere alle lettere dei benefattori fino alle 13 (ne faccio una decina); poi pranzo alla scrivania, devo perdere peso, vado a letto per mezz'ora e poi continuo con le lettere. Più tardi discuto un film sull'Opera con i miei collaboratori, informo i propagandisti francesi sulle nuove linee spirituali nella sala conferenze, parlo al telefono con innumerevoli persone, la sera ceno con un sacerdote polacco. Lavoro in ufficio fino alle 23 circa per un sermone a Maria. Raramente vado a letto prima di mezzanotte.

A gennaio compirete 75 anni, come fate a garantire la continuità della vostra azienda in futuro?

-Finché vivrò e conserverò la mia integrità fisica e spirituale, manterrò l'autorità conferitami dagli Statuti, e in seguito, se Dio vorrà la nostra Opera, farà in modo di avere dei buoni collaboratori, e io, da parte mia, lo aiuterò nella ricerca.

L'autoreJosé Miguel Pero-Sanz Elorz

Ecclesiastico, giornalista e scrittore di Bilbao (1939), dottore in filosofia e sacerdote dell'Opus Dei.

Risorse

Ecco la serva del Signore

Nel silenzio di Nazareth, una giovane pronuncia una risposta che continua a interpellarci ancora oggi. Lungi dall'annullare la libertà, la sua dedizione apre una strada di pienezza, fiducia e vita nuova.

Rafael Sanz Carrera-1 gennaio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Ogni Avvento la liturgia ci conduce in un luogo preciso: Nazareth. Una casa semplice. Una giovane sconosciuta. E una parola che, pronunciata in quel silenzio, risuona oggi con una forza che mette a disagio: «Ecco la serva del Signore» (Lc 1,38).

È sorprendente che, in un'epoca che rivendica la libertà e la dignità personale, un'espressione così breve susciti in molte donne, specialmente giovani, un disagio viscerale. La parola «schiava» evoca immagini di oppressione e perdita di dignità, e sembra difficile conciliarla con la figura di Maria, modello di libertà, forza e pienezza umana.

Tuttavia, l'Avvento non rifugge dalle domande difficili: le illumina. 

1. Cosa significa realmente doulē?

Il Vangelo di Luca è stato scritto in greco, e la parola usata da Maria è doulē, femminile di doulos. Nel mondo civile del I secolo poteva designare giuridicamente uno schiavo, ma nella Bibbia questa parola assume un significato luminoso e sorprendente.

La Septuaginta chiama «servi del Signore» a Mosè, a Davide e ai profeti, non per sminuirli, ma per indicare che essi appartengono in modo unico a Dio. San Paolo porta questo titolo con orgoglio apostolico e lo ripete 17 volte nelle sue lettere come una confessione di identità. La stessa Maria, nel suo Magnificat, ripete «ha guardato l'umiltà della sua schiava», rivelando che questa parola non la sminuisce, ma la definisce spiritualmente.

Nella Scrittura, doulē non esprime servitù opprimente, ma appartenenza amorevole, disponibilità radicale e una dedizione che libera. È il grande paradosso cristiano: chi si dona a Dio non perde la propria libertà, ma la vede elevata alla sua massima espressione. L'Avvento inizia qui: nella certezza che la volontà di Dio non schiaccia, ma feconda.

2. Ancilla Domininella tradizione

Nel corso dei secoli, Ancilla Domini è diventata una delle espressioni più care alla spiritualità cristiana, specialmente alle donne che in essa non hanno trovato un'eco di oppressione, ma un nome proprio. Questa frase descriveva per loro un modo concreto di stare davanti a Dio: aperte, disponibili, capaci di accogliere la grazia con una pienezza che non annulla, ma trasforma.

Santa Caterina da Siena firmava le sue lettere come «serva e schiava dei servi di Dio», e nelle sue parole non c'era traccia di rassegnazione, ma la gioia di sapersi totalmente appartenente a Cristo. Santa Teresa di Calcutta parlava di sé stessa come di «una matita nelle mani di Dio», immagine semplice e potente di una vita che si lascia scrivere dall'Amore. Per secoli, migliaia di religiose hanno ricamato Ancilla Domini nelle sue abitudini, rendendo evidente che la sua identità consisteva nell'essere uno spazio disponibile dove la grazia potesse agire.

Perché questa espressione, così sconcertante per alcuni oggi, ha affascinato così tante donne cristiane? Perché in essa hanno scoperto qualcosa di profondamente femminile: la capacità di donarsi senza perdersi, di dare se stesse senza dissolversi, di aprire spazio affinché l'altro viva senza rinunciare alla propria dignità. La donna, quando ama, non si restringe: si allarga. Non si annulla: diventa feconda. Non scompare: fiorisce. In questa capacità di accogliere e dare vita – sia fisicamente che spiritualmente – Ancilla Domini acquisì un significato luminoso: rivelare una libertà che nasce proprio dalla dedizione.

Maria incarna perfettamente questo mistero. Il suo «sia fatto» racchiude la maturità spirituale di chi comprende che donarsi non significa spogliarsi, ma permettere a Dio di essere Dio. In lei, Ancilla Domini non è un gesto di inferiorità, ma una dichiarazione di identità: Maria appartiene interamente a Dio, e per questo Dio può andare incontro al mondo attraverso di lei.

3. Un malessere contemporaneo... e un'opportunità

Non è strano che, in una cultura profondamente ferita dalla violenza contro le donne, dalla tratta, dagli abusi di autorità – anche all'interno della Chiesa –, la parola «schiava» provochi rifiuto. Questa sensibilità non è nemica della fede; è un grido che chiede di essere ascoltato con rispetto e accolto con pazienza, perché nasce da ferite reali.

La fede non cerca di eludere quel dolore, ma di affrontarlo alla radice. Comprendere la doulē di Maria esige, innanzitutto, di deplorare e rifiutare con fermezza le strutture che opprimono e privano della dignità. Se il Vangelo non è capace di indignarsi di fronte all'ingiustizia, perde la sua forza liberatrice. Solo accogliendo la legittimità di questo rifiuto storico possiamo avvicinarci alla purezza del ‘sì’ di Nazareth, che non ha nulla a che vedere con la coercizione o la sottomissione.

Proprio per questo l'Avvento ci spinge ad entrare senza timore nel testo, per scoprirne il cuore. Quando Maria pronuncia «Ecco la schiava del Signore», non viene assorbita né annullata. Nessuno la costringe. Nessuno la condiziona. Nessuno la spinge. La sua parola nasce da una libertà così pura che può scaturire solo dall'amore. Ed è questa libertà che permette l'Incarnazione: la sua disponibilità apre nella storia uno spazio in cui Dio può farsi uomo.

La «schiavitù» di Maria non è una sottomissione, ma una maternità: un sì così profondo da diventare dimora della Vita. Dio non la nasconde, ma la rivela. Non la sminuisce, ma la ingrandisce. Non si serve di lei, ma la esalta con la più grande dignità mai concessa a una creatura umana. Il suo «sia fatto» non la distrugge, ma la realizza pienamente.

Questo malessere contemporaneo, lungi dal costringerci ad addolcire il Vangelo, può diventare un'occasione preziosa. Invece di cambiare il testo, possiamo aiutare a scoprire il suo vero significato, mostrando che il linguaggio biblico non parla secondo categorie oppressive che oggi ripudiamo, ma secondo una logica d'amore che libera e trasforma. 

La schiava libera

Nel suo viaggio affrettato verso la montagna di Giuda, Maria ci svela il segreto: la sua «schiavitù» è la forma più pura di libertà. È il tono di un cuore che ha scoperto che la vera grandezza non consiste nell'affermarsi, ma nell'aprirsi; non nel possedere, ma nel donarsi; non nel controllare, ma nel lasciare che Dio compia la sua opera.

Dire oggi Ancilla Domini è abbracciare una libertà più profonda di quella che ci promette il mondo: la libertà di chi non ha più bisogno di proteggersi da Dio perché ha imparato che in Lui non c'è minaccia, ma casa. 

Chi pronuncia queste parole con sincerità non si sminuisce: si ingrandisce. Non scompare: si rivela. Non perde nulla: riceve tutto. E nel segreto di quel «sia fatto» si accende sempre la stessa scintilla creatrice: la possibilità di una vita nuova, l'irruzione divina che trasforma il quotidiano, l'inizio silenzioso dell'Incarnazione.

Dio guardò l'umiltà della sua schiava... e il mondo vide un nuovo giorno. Buon Avvento a tutte! ancillae Dominidi oggi. Che il suo «sia fatto» —pronunciato forse nella discrezione di una preghiera o nell'impeto di una decisione difficile— continui ad aprire porte attraverso le quali la luce possa entrare nel mondo.

L'autoreRafael Sanz Carrera

Dottore in Diritto Canonico

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Gli insegnamenti del Papa

Artigiani dell'unità e della pace. Leone XIV in Turchia e Libano

Leone XIV portò in Turchia e in Libano un appello all'unità e alla pace, invitando i cristiani a superare le polarizzazioni, a riscoprire la centralità di Cristo e a diventare autentici artigiani di pace.

Ramiro Pellitero-1 gennaio 2026-Tempo di lettura: 7 minuti

Il primo viaggio di Leone XIV fuori dall'Italia aveva due motti: Un Signore, una fede, un battesimo (Turchia, 27-30/XI) e Beati gli artigiani della pace (Libano, 30 novembre-2 dicembre).

In entrambi i luoghi, vale la pena chiedersi il cosa e il come del suo messaggio ponderato e unificante, ma anche incisivo, rivolto non solo ai cristiani, ma a tutta la popolazione e al cuore di ciascuno, senza ignorare i problemi.

Il Papa ha sottolineato ad Ankara: “L'occasione stessa di questo viaggio, il 1700° anniversario del Concilio di Nicea, ci parla di incontro e dialogo, così come il fatto che i primi otto concili ecumenici si siano tenuti nelle terre dell'attuale Turchia”.

A Beirut, ha proposto “testimoniare la verità imperitura che cristiani, musulmani, drusi e molti altri possono vivere insieme e costruire un paese unito dal rispetto e dal dialogo".

“Solo insieme siamo noi stessi”

Al suo arrivo in Turchia (dove i cristiani rappresentano solo lo 0,3% della popolazione), Leone XIV incontrò le autorità nel palazzo presidenziale di Ankara (cfr. Discorso, 27-XI-2025). Ha sottolineato che una società è viva se è pluralistica, se supera le polarizzazioni che oggi minacciano e frammentano le comunità umane. 

Per questo è necessario superare la “logica falsa” che sottolinea le distinzioni tra religioni e comunità di credenti e scegliere invece la “cultura dell’incontro” tra le diverse sensibilità dell’identità turca. Perché, altrimenti, ci uniremmo alla “globalizzazione dell’indifferenza”, a cui Papa Francesco si è opposto dal cuore del Mediterraneo.

Per questo motivo, e poiché siamo tutti figli di Dio, la compassione e la solidarietà devono essere considerate criteri di sviluppo. Tutti noi formiamo la “famiglia umana”, come un ponte (immagine ricorrente in questi giorni, per via dei ponti che uniscono l'Europa e l'Asia attraverso la Turchia) che unisce i nostri destini e le nostre esperienze.

"Tuttavia – ha avvertito il vescovo di Roma –, Non è da una cultura individualista, né dal disprezzo del matrimonio e della fertilità, che le persone possono ottenere maggiori opportunità di vita e felicità.". 

Si tratta di un inganno delle economie consumistiche; perché, ha aggiunto con particolare riferimento alla vita familiare e al contributo delle donne, “solo insieme diventiamo veramente noi stessi. Solo nell'amore si approfondisce la nostra interiorità e si rafforza la nostra identità. Chi disprezza i legami fondamentali e non impara a sopportarne anche i limiti e le fragilità, diventa più facilmente intollerante e incapace di interagire con un mondo complesso.". 

La “piccolezza” e il cristocentrismo della fede

Il giorno seguente si è tenuto l'incontro di preghiera con il clero, i consacrati e gli operatori pastorali (cfr. Discorso nella Cattedrale dello Spirito Santo, Istanbul, 28-XI-2025).

Da Ur dei Caldei, Abramo si diresse verso il sud della Turchia (l'attuale Jaran) e partì per la Terra Promessa. Nelle terre dell'attuale Turchia vivevano comunità cristiane ai tempi degli apostoli e dei Padri della Chiesa. Oggi la comunità cattolica è piccola, ma Dio ha scelto la via e la logica della piccolezza.

“Per questo vi incoraggio a coltivare un atteggiamento spirituale di fiduciosa speranza, fondato sulla fede e sull'unione con Dio.”. Segni di questo cammino, già intrapreso, sono la pastorale con i giovani, il dialogo ecumenico e interreligioso, la trasmissione della fede alla popolazione locale e il servizio pastorale ai migranti e ai rifugiati.

In occasione del 1700° anniversario del primo Concilio di Nicea, Leone XIV lanciò tre sfide. La prima era: “accogliere l'essenza della fede e dell'essere cristiani. Cioè, “ricercare sempre, anche all'interno delle diverse percezioni, spiritualità e culture, l'unità e l'essenzialità della fede cristiana attorno alla centralità di Cristo e alla Tradizione della Chiesa". 

Secondo, riscoprire in Cristo il volto di Dio Padre, senza cadere nella tentazione dell'arianesimo che riduce Cristo alla sua figura umana. Infine, la mediazione della fede e lo sviluppo della dottrina. Grazie al Concilio di Nicea I e al Concilio di Costantinopoli I, la fede si approfondì e si giunse al Simbolo (Credo) che oggi recitiamo durante le celebrazioni domenicali. 

Quest'ultimo aspetto – ha osservato il Papa – ci insegna la lezione che “È sempre necessario mediare la fede cristiana nei linguaggi e nelle categorie del contesto in cui viviamo.”, distinguendo “il nucleo della fede dalle formule e dalle forme storiche che lo esprimono, che sono sempre parziali e provvisorie”. Come ha spiegato Newman, si tratta del “sviluppo interno di un organismo vivente, che mette in luce e spiega meglio il nucleo fondamentale della fede". 

Unità dei cristiani, fratellanza universale, testimonianza dei cattolici

Lo stesso 28 novembre, il Papa ha presieduto un incontro ecumenico di preghiera nei pressi degli scavi archeologici dell'antica basilica di San Neofito a Íznik. Ha insistito sulla tentazione dell'arianesimo: “il rischio di ridurre Gesù Cristo a una sorta di leader carismatico o superuomo, una distorsione che alla fine porta alla tristezza e alla confusione". "Ma –argomentò– Se Dio non si è fatto uomo, come possono i mortali partecipare alla sua vita immortale? Questo era in gioco a Nicea ed è in gioco oggi: la fede nel Dio che, in Gesù Cristo, si è fatto come noi per farci arrivare a ‘partecipare alla natura divina’.’ (cfr. 2 Pietro 1, 4)”, come sottolinearono sant'Ireneo e sant'Atanasio.

Infatti, il giorno successivo incontrò Bartolomeo I, patriarca ecumenico di Costantinopoli, e insieme firmarono una dichiarazione congiunta, riconoscendo nel Credo di Nicea la fede che ci unisce, 60 anni dopo la dichiarazione simile, firmata da Paolo VI e Atenagora. 

Sabato 29 novembre si è celebrata la Messa della prima domenica di Avvento a Istanbul. Durante la celebrazione (cfr. Omelia alla Volkswagen Arena, 29-XI-2025), il successore di Pietro illustrò due “immagini” di il nostro essere Chiesa, suggerite dalla liturgia del giorno: il “monte elevato sulla cima delle montagne” (cfr. Is 2, 2) e “un mondo in cui regna la pace” (cfr. Is 2, 4). Ha proposto la testimonianza della santità (attraverso la vigilanza su noi stessi e la coltivazione e la vita della fede mediante la preghiera, i sacramenti e la carità) come fonte per promuovere l'unità nella comunità cattolica, nelle relazioni ecumeniche e nell'incontro con i fratelli di altre religioni. 

In linea con questo, il giorno seguente (cfr. Discorso al termine della divina liturgia, 30-XI-2025), nella chiesa patriarcale di San Giorgio (Istanbul) e davanti ai vescovi del Patriarcato Ecumenico, Leone XIV propose di rinnovare gli sforzi per costruire la pace, combattere la crisi ecologica e utilizzare in modo responsabile le nuove tecnologie della comunicazione. 

L'ancora e i cedri, la moneta e la rosa

In Libano Papa Prevost fu accolto da grandi folle. Nel suo incontro con le autorità (cfr. Discorso a Beirut, 30-XI-2025), ha elogiato la resilienza di quel popolo e lo ha incoraggiato a continuare costruire la pace. Ha indicato tre mezzi: “la lingua della speranza” – di fronte all'atteggiamento pessimista e al senso di impotenza, all'instabilità e ai conflitti –, la “cultura della riconciliazione” e il contributo di tutti (in particolare dei giovani e delle donne) dalle culture locali.

Il giorno seguente ha incontrato i vescovi, i sacerdoti, i consacrati, le consacrate e gli operatori pastorali nel santuario di Nostra Signora del Libano, a Harissa (cfr. Discorso, 1-XII-2025). Li ha incoraggiati a creare, senza ingenuità, un clima di fiducia nella forza rigeneratrice del perdono e della misericordia. 

Anche in questo caso ha utilizzato diverse immagini. Quella del “ancora” (che figurava nel logo del suo viaggio, tratto dalle catechesi di Francesco), che ci assicura l'unione con il Cielo; le radici forti e profonde dei “cedri”; la “moneta siriana”, trovata da un sacerdote nella borsa delle elemosine insieme alle monete libanesi, perché “Il donarci reciprocamente ci arricchisce tutti e ci avvicina a Dio.”; la “Rosa d'Oro” (dono papale al santuario), che simboleggia il profumo di Cristo che diffonde la vita cristiana, tra le difficoltà e le ferite.

Ricordando la sua preghiera davanti alla tomba di San Charbel (1-XII-2025), Leone XIV esclamò: “Quanta linfa della vostra storia può sostenere il difficile cammino verso il futuro!" (Cerimonia di addio, 2-XII-2025).

Lo stesso giorno ha utilizzato l'immagine dei cedri vigorosi –simbolo di unità, fecondità e speranza – nel incontro con i giovani (cfr. Discorso a Bekerké, 1-XII-2025): “Sapete bene che la forza del cedro sta nelle radici, che normalmente hanno la stessa estensione dei rami. Il numero e la forza dei rami corrispondono al numero e alla forza delle radici.”. Per questo li ha incoraggiati a unirsi al “Il lavoro umile, nascosto e onesto di tanti benefattori”, dell'intero albero in tutta la sua bellezza.

Les confió que, para construir la paz, “Il vero principio della nuova vita è la speranza che viene dall'alto: è Cristo!”; che “Non si ama veramente se si ama con una data di scadenza, finché dura un sentimento.”, poiché “un amore con una data di scadenza è un amore mediocre”. Il vescovo di Roma ha aggiunto: “Le relazioni solide e feconde si costruiscono insieme, sulla fiducia reciproca, su quel ‘per sempre’ che pulsa in ogni vocazione alla vita familiare e alla consacrazione religiosa.”. E concluse indicando i mezzi: la forza di Cristo, l'esempio dei santi, il ricorso alla preghiera e la devozione alla Vergine (il rosario).

Costruttori di pace, riconoscenti e impegnati

Durante l'incontro ecumenico e interreligioso a Beirut (cfr. Discorso nella piazza dei martiri, 1-XII-2025), Leone XIV ha sottolineato, con le parole di Benedetto XVI, che il dialogo con le altre religioni “si basa innanzitutto sui fondamenti teologici che interpellano la fede” (E. A. Ecclesia in Medio Oriente, 19). In particolare, in linea con la dichiarazione Nostra Aetate del Concilio Vaticano II, ha insistito su “il nucleo stesso del dialogo interreligioso: la scoperta della presenza di Dio al di là di ogni confine e l'invito a cercarlo insieme con riverenza e umiltà".

Insieme ai cedri, “l'olivo” (venerato dal cristianesimo, dall'ebraismo e dall'islam) è caratteristico del Libano. Simboleggia “la resistenza e la speranza, riflettendo il fermo impegno necessario per promuovere la coesistenza pacifica”. Il suo olio è balsamo per le ferite (ci ricorda la compassione di Dio) e nutrimento della luce (che dobbiamo dare attraverso la fede, la carità e l'umiltà). 

"In un mondo sempre più interconnesso –ha concluso il Papa–, voi siete chiamati ad essere costruttori di pace: ad affrontare l'intolleranza, a superare la violenza e a bandire l'esclusione; illuminando la via verso la giustizia e la concordia per tutti, attraverso la testimonianza della vostra fede.". 

Come conclusione di questi giorni intensi, durante la Messa nel Lungomare di Beirut (cfr. Omelia, 2-XII-205), il successore di Pietro ha invitato a coltivare atteggiamenti di lode e gratitudine. Contemplando ancora una volta la bellezza del Libano – oggi oscurata dalle tentazioni del disincanto e della desolazione, dall'incertezza e dal disorientamento di fronte a tante difficoltà – ha sottolineato le piccole luci che brillano nella notte, come germogli di vita e speranza, che invitano alla gratitudine e all'impegno.  

Gesù loda il Padre “perché rivela la sua grandezza proprio ai piccoli e agli umili, a coloro che non attirano l'attenzione, che sembrano contare poco o nulla, che non hanno voce".

"Allo stesso tempo –avvertì Leone XIV– questa gratitudine non deve rimanere un conforto intimo e illusorio. Deve portarci alla trasformazione del cuore, alla conversione della vita, a considerare che è proprio nella luce della fede, nella promessa della speranza e nella gioia della carità che Dio ha pensato la nostra vita. E per questo siamo tutti chiamati a coltivare questi germogli, a non scoraggiarci, a non cedere alla logica della violenza né all'idolatria del denaro, a non rassegnarci al male che si diffonde.".

Vaticano

Il Papa indica i tre momenti più importanti del 2025

Prima del conto finale per il nuovo anno, i cristiani dovrebbero prendersi un momento per ricordare tutte le benedizioni di Dio dell'anno passato e riflettere onestamente su come hanno risposto a tali grazie, ha affermato Papa Leone XIV.

OSV / Omnes-31 dicembre 2025-Tempo di lettura: 2 minuti

Di Cindy Wooden, OSV

Prima del conto alla rovescia per il nuovo anno, i cristiani dovrebbero prendersi un momento per ricordare tutte le benedizioni di Dio dell'anno passato e riflettere onestamente su come hanno risposto a tali grazie, ha affermato Papa Leone XIV.

La vigilia di Capodanno è un momento per ricordare il grande amore di Dio e «chiedere perdono per tutte le volte che non abbiamo saputo custodire le sue ispirazioni e investire nel miglior modo possibile i talenti che ci ha affidato», ha detto il Papa il 31 dicembre durante l'udienza generale settimanale.

Migliaia di visitatori e pellegrini, ben coperti dal freddo mattino invernale, si sono riuniti in Piazza San Pietro per l'ultima udienza del 2025.

Gli obiettivi del 2025

Papa Leone ha sottolineato tre “eventi importanti” dell'anno scorso: “alcuni gioiosi, come il pellegrinaggio di tanti fedeli in occasione dell'Anno Santo; altri dolorosi, come la scomparsa del defunto Papa Francesco e i conflitti bellici che continuano a sconvolgere il pianeta”.

Prima di dare il benvenuto al nuovo anno, ha detto, «la Chiesa ci invita a mettere tutto nelle mani del Signore, affidandoci alla sua provvidenza e chiedendogli di rinnovare, in noi e intorno a noi, nei prossimi giorni, le meraviglie della sua grazia e della sua misericordia».

Il pellegrinaggio giubilare di milioni di cattolici in tutto il mondo nel 2025 è un richiamo al fatto che «tutta la nostra vita è un cammino, il cui destino finale trascende lo spazio e il tempo, per realizzarsi nell'incontro con Dio e nella piena ed eterna comunione con Lui», ha affermato il Papa.

E passando attraverso una delle Porte Sante durante il Giubileo, chiedendo perdono, disse: «Esprimi il nostro ‘  ‘A Dio, che con il suo perdono ci invita a varcare la soglia di una vita nuova, animata dalla grazia, modellata sul Vangelo, infiammata dall'amore» per il prossimo.

Attraversare la Porta Santa, ha detto, «è il nostro ‘sì‘ a una vita vissuta con impegno nel presente e orientata verso l’eternità».

L'amore di Dio

Papa Leone ha concluso il suo discorso citando quello di San Paolo VI durante l'udienza generale alla fine dell'Anno Santo del 1975: «Dio è Amore! Questa è la rivelazione ineffabile con cui il Giubileo, attraverso il suo insegnamento, la sua indulgenza, il suo perdono e, infine, la sua pace, piena di lacrime e gioia, ha voluto riempire il nostro spirito oggi e le nostre vite domani. Dio è Amore! Dio mi ama! Dio mi aspettava e io l'ho trovato! Dio è misericordia! Dio è perdono! Dio è salvezza! Dio, sì, Dio è vita!».

Papa Leone XIV pregò affinché la certezza dell'amore eterno e della misericordia di Dio ci accompagnasse «nel passaggio dall'anno vecchio al nuovo, e poi sempre, nella nostra vita».

L'autoreOSV / Omnes

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12 mesi, 12 apostoli, 12 richieste

Un nuovo anno si apre davanti a noi con domande e incertezze. Con fede, lo affrontiamo con speranza, chiedendo dodici grazie dalla mano dei dodici apostoli.

31 dicembre 2025-Tempo di lettura: 3 minuti

Il 2026 è alle porte, con 12 mesi davanti a noi pieni di incertezze. Cosa ci riserverà il nuovo anno? La fede ci invita a vivere con speranza e a chiedere grazie con la preghiera di supplica. Oggi vi invito a chiedere insieme a me 12 grazie per mano dei 12 apostoli.

Gennaio

Cominciamo con il primo nella gerarchia, Pietro. Il mese in cui celebreremo, come ogni anno, la Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani, sarà una buona occasione per pregare per Papa Leone XIV, suo successore. Nelle sue mani c'è il timone di una Chiesa con molte ferite interne e che deve essere testimone di amore e unità in un mondo ancora più polarizzato. Con l'intensità e l'insistenza di Pietro, chiediamo la grazia della comunione affinché il mondo creda. 

Febbraio

Continuiamo con Andrea, il primo discepolo a dire sì alla chiamata del Signore. Fu lui, infatti, a presentare Gesù a suo fratello Pietro, ed è quindi un esempio di spirito missionario. In questo mese in cui si celebra la festa della Presentazione del Signore, giornata della Vita Consacrata, chiediamo che molti possano continuare a rispondere alla chiamata vocazionale e che Lui aiuti ciascuno di noi a continuare a presentarlo a coloro che ancora non lo conoscono.

Marzo

Con Matteo, il pubblicano che ha lasciato da parte la sua vita precedente per seguire Gesù, entreremo nella Quaresima, tempo di conversione, di cambiamento di vita. Chiediamo la grazia di smettere di guardare noi stessi per guardare coloro che vivono ai margini della strada e vicino a noi: i poveri, i malati, i carcerati, coloro che vivono soli, i giovani senza speranza...  

Aprile

Con Giovanni, il discepolo prediletto di Gesù, l'unico dei dodici che rimase ai piedi della croce e il primo di loro ad arrivare al sepolcro vuoto, entreremo nel triduo pasquale per contemplare la Passione, la Morte e la Resurrezione di Gesù. Di fronte all'odio, alla guerra e alla violenza, preghiamo per la pace e per poter essere portatori della gioia del Vangelo.

Maggio

Seguendo le orme dell'apostolo più discreto e meno protagonista nei racconti evangelici, Giacomo il Minore, arriveremo al mese di Maria, l'umile ragazza di Nazareth che accettò il piano di Dio nella sua vita dando alla luce il Salvatore. La nostra preghiera di questo mese è per le famiglie, affinché, come la Sacra Famiglia di Nazareth, continuino ad essere un luogo privilegiato di accoglienza e protezione della vita nella semplicità. 

Giugno

Quando Giuda Taddeo chiese a Gesù, durante l'Ultima Cena: «Signore, perché ti sei rivelato a noi e non al mondo?», ci stava lasciando un insegnamento per questo mese in cui celebreremo il Corpus Domini. Chiediamo il dono di poterlo vedere nel mistero dell'Eucaristia per poter continuare ad adempiere al comandamento di amarci come Lui ci ha amati.

Luglio

In questo mese, insieme a Santiago il Maggiore, e giocando con il suo soprannome, possiamo ricordare in modo particolare gli anziani, poiché in questi giorni celebreremo la Giornata Mondiale dei Nonni. Che, se siamo anziani, possiamo vivere con serenità il compimento degli anni, consapevoli della nostra vulnerabilità e del nostro bisogno di aiuto; e che, se non lo siamo ancora, sappiamo accompagnare e onorare coloro che ci hanno preceduto.

Agosto

Nel mese tradizionalmente dedicato alle vacanze, la figura dell'apostolo Simone «il Zelota» ci spinge a non addormentarci, a vivere il Vangelo in modo radicale. Preghiamo affinché il Popolo di Dio: laici, religiosi e religiose, sacerdoti e vescovi non perdano lo zelo apostolico perché il mondo ha sete di Dio, come dice il salmo, «come terra arida, inaridita, senza acqua».

Settembre

Con l'apostolo Filippo, che si preoccupava di come sfamare tanta gente prima che Gesù moltiplicasse i pani e i pesci, ricordiamo i migranti e i rifugiati, la cui giornata si celebra in questo mese. Che Dio moltiplichi i nostri doni affinché possiamo accoglierli con generosità, proteggerli, promuoverli e integrarli.

Ottobre

Nel mese delle Missioni, con la testimonianza di Tommaso apostolo, possiamo chiedere a Dio di poterlo vedere, nonostante la nostra incredulità, per poter proclamare come lui: «Mio Signore e mio Dio!» e portare così molti, con la nostra testimonianza, alla luce della fede.

Novembre

Seguendo Bartolomeo o Natanaele, di cui Gesù disse: «Ecco un vero israelita, in cui non c'è inganno», entreremo nel tempo penitenziale dell'Avvento. Preghiamo per la Chiesa affinché sia una comunità di fedeli «in cui non c'è inganno», capace di riconoscere i propri errori e chiedere perdono quando sbaglia, per non essere scandalo davanti al mondo.

Dicembre

E con Giuda Iscariota, il traditore, arriveremo di nuovo al Natale per riconoscere il nostro bisogno di redenzione. Abbiamo bisogno che Dio rinasca ancora e ancora nei nostri cuori. Il povero Giuda non poté fare altro che disperarsi. Chiediamo al Signore la virtù della Speranza per rendere grazie, guardando indietro all'anno che sta finendo, e per affrontare il nuovo anno con entusiasmo perché Lui sarà con noi, come disse ai suoi apostoli, «tutti i giorni, fino alla fine dei tempi».

L'autoreAntonio Moreno

Giornalista. Laurea in Scienze della Comunicazione e laurea in Scienze Religiose. Lavora nella Delegazione diocesana dei media di Malaga. I suoi numerosi "thread" su Twitter sulla fede e sulla vita quotidiana sono molto popolari.

Attualità

Le notizie più lette su Omnes nel 2025

Il 2025 è stato un anno di crescita per Omnes e vogliamo dare il benvenuto al 2026 ricordando le migliori notizie dell'anno che sta volgendo al termine.

Redazione Omnes-31 dicembre 2025-Tempo di lettura: < 1 minuto

Nel corso di quest'anno, Omnes vi ha portato quotidianamente notizie da una prospettiva cattolica. Ecco una selezione delle principali notizie pubblicate sul nostro sito negli ultimi dodici mesi.

Mariano Fazio sulla sua amicizia con Francisco

Ignacio Belzunce e la sua eredità di buon umore e dedizione

La fede di Whitney Houston

Intervista al prelato dell'Opus Dei, in occasione del centenario dell'ordinazione sacerdotale di san Josemaría Escrivá.

Jacques Philippe parla di speranza in tempi in cui tutto sembra andare contro i cristiani

Come fare una buona visita al Santissimo

Proposte del filosofo Byung-Chul Han sulla società attuale e la preghiera

La confessione in tempi di efficienza

Il Papa parla ai giovani durante il Giubileo

FirmeValle Rodríguez Castilla

Perché nel XXI secolo l'apertura alla vita è al centro della speranza

L'apertura alla vita parla il linguaggio della speranza. Senza di essa non possono essere sostenute la vicinanza, la cura, l'accoglienza, la responsabilità.

31 dicembre 2025-Tempo di lettura: 4 minuti

Il Giubileo della Speranza giunge al termine. In questi giorni sono state chiuse le Porte Sante di Santa Maria Maggiore, San Giovanni in Laterano e San Paolo fuori le Mura, e con esse quelle di tanti altri templi giubilari sparsi in tutto il mondo. Infine, il prossimo 6 gennaio, solennità dell'Epifania del Signore, la chiusura della Porta Santa della Basilica di San Pietro, in Vaticano, segnerà la chiusura definitiva di questo Giubileo ordinario.

Nel corso di questo Anno Santo, è opportuno chiederci: che ne è stato della nostra speranza? Ha davvero riempito i nostri cuori?

Il defunto Papa Francesco, nel proclamare questo anno di grazia con la bolla Spes non confundit (La speranza non delude), il 9 maggio 2024, ci ha regalato il suo desiderio più profondo: un desiderio di speranza per tutti, perché – come lui stesso ricordava – «tutti sperano». Così iniziava il suo messaggio: «Francesco, Vescovo di Roma, Servo dei Servi di Dio, a tutti coloro che leggono questa lettera, la speranza riempia il loro cuore».

Nella stessa bolla, come una vera e propria tabella di marcia, è stata tracciata la logica della speranza a partire dalle sue due dimensioni: la grazia e il segno. Il passaggio dall'una all'altra impedisce che la speranza diventi statica, spenta o rassegnata, contingente. È una speranza sempre viva. È questa speranza viva che riempie veramente il cuore.

Non basta avere speranza, bisogna anche dimostrarlo.

L'amore di Dio è la fonte di ogni speranza. La speranza è, prima di tutto, grazia. Lo ricordava Papa Leone XVI nella IX Giornata Mondiale dei Poveri, il 16 novembre 2025: «La speranza cristiana non delude perché è fondata sull'amore di Dio riversato nei nostri cuori dallo Spirito Santo».

Ma la speranza cristiana non deve essere vissuta solo interiormente: deve anche diventare visibile. La vera speranza richiede segni che la incarnino e la esprimano. «Raggiungere la speranza che ci dà la grazia di Dio» è necessario, ma non sufficiente; è necessario riscoprirla nei segni dei tempi. Così affermava Francesco in Spes non confundit: «I segni dei tempi, che racchiudono il desiderio del cuore umano bisognoso della presenza salvifica di Dio, devono essere trasformati in segni di speranza» (SNC, 7).

I nostri segni di speranza

Quali sono questi segni dei tempi che oggi chiedono di essere trasformati in segni di speranza? Sono questi: la pace; il desiderio dei giovani di generare nuovi figli e figlie; la vicinanza ai detenuti; la cura dei malati; l'accompagnamento e l'incoraggiamento dei giovani; l'accoglienza responsabile dei migranti; l'integrazione degli esiliati, degli sfollati e dei rifugiati; il riconoscimento del valore degli anziani; e, infine, la memoria viva dei poveri (SNC, 7).

Questo è, potremmo dire, il rosario della speranza. I suoi segni:  pace, apertura alla vita, prigionieri, pazienti, giovani, migranti e rifugiati, anziani e povero sono le nostre speranze: le stesse che il cuore di Cristo sulla terra (chiunque egli sia), e con lui quello di tutta la Chiesa, ripete e ripete, prega e offre... fino a dare la vita? Fino a darla.

La buona speranza, il segno più urgente

Questi segni non sono isolati: formano una vera e propria cordata. L'uno conduce all'altro. In testa, aprendo la strada della speranza, c'è la pace: una pace la cui esigenza, ha detto il Papa, «interpella tutti noi» (SNC, 7): «tutti»: tutti i popoli e ogni persona. La pace come origine, come ambiente di ogni azione e di ogni intimità, come destino vitale.

E, dopo questa esigenza universale, ne emerge un'altra particolarmente urgente: l'apertura alla vita. «È urgente che, oltre all'impegno legislativo degli Stati, vi sia un sostegno convinto da parte delle comunità di fede e della società civile, perché il desiderio dei giovani di generare nuovi figli e figlie, frutto della fecondità del loro amore, dà una prospettiva di futuro a tutta la società ed è motivo di speranza: perché dipende dalla speranza e produce speranza», ci ha esortato Papa Francesco in questa lettera.

L'apertura alla vita parla il linguaggio della speranza. Senza di essa non può quasi nemmeno pronunciarsi: prossimità, accompagnamento, stimolo, cura, benvenuto, riconoscimento… Dobbiamo tornare a scommettere sulla vita come memoria e come promessa, recuperare l'alternanza tra speranza e buona speranza.

Il XXI secolo, il secolo della speranza

Il XXI secolo, in questo senso, è il secolo della speranza. La sua questione più fondamentale è una questione di speranza: trasmettere o non trasmettere la vita.

Il filosofo francese Rémi Brague, nel suo libro Gli ancori nel cielo —ripreso anche da José Granados in La speranza, dal futuro al frutto— sostiene che, così come per altri motivi il XIX secolo è stato il secolo della carità e il XX quello della fede, il nostro è il secolo della speranza.

Lo è perché la domanda decisiva del nostro tempo ruota attorno alla fecondità dell'essere: generare o non generare. Oggi scegliamo se trasmettere la vita o meno. Questa crisi non nasce semplicemente da un cambiamento nello stile di vita, ma soprattutto da una trasformazione più profonda: l'essere e il bene non sono più percepiti come inseparabili. Ai nostri giorni, la nascita di un essere umano non è più vista come un bene in sé, ma dipende da determinate condizioni.

Varcare la soglia della speranza

La Porta Santa viene chiusa. Ma tutti noi siamo chiamati ad attraversare la soglia della speranza per rimanere al suo interno.

In questi ultimi giorni del Giubileo, quando i nostri sguardi sono rivolti verso una culla dove un Bambino dona speranza, trasformare il segno delle culle vuote in un segno di speranza può essere un buon finale, il finale migliore, uno che non delude.

Affinché ciò avvenga, che la speranza si incarni; che i corpi siano luoghi di speranza; che le speranze siano quelle di ogni giorno; che, anche con la Porta Santa chiusa, tutti noi varchiamo la sua soglia. Che siamo dentro la speranza, pienamente in essa. Che tutti noi siamo speranza e riusciamo a manifestarla. Che la speranza riempia i nostri cuori... E che desideriamo cantarla.

L'autoreValle Rodríguez Castilla

Abilitata alla professione di farmacista. Esperta in educazione affettivo-sessuale, genere e teologia del corpo.

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Vaticano

Perché i cristiani recitano il Te Deum il 31 dicembre

Il 'Il Te Deum è uno degli inni più antichi della tradizione cristiana, che il Papa, ora Leone XIV, canterà solennemente e pubblicamente a San Pietro il 31 dicembre, in segno di ringraziamento. Il suo nome deriva dalle prime parole: Te Deum laudamus (A te, Dio, ti lodiamo). Fin dai primi secoli, la Chiesa lo ha recitato in segno di lode e gratitudine a Dio.

Francisco Otamendi-31 dicembre 2025-Tempo di lettura: 5 minuti

A differenza di altre preghiere più brevi o personali, il Te Deum ha un carattere pubblico e corale. È l'intera Chiesa, rappresentata dal Papa, che alza la voce per riconoscere la grandezza di Dio, professare la fede cristiana e rendere grazie per la sua provvidente azione nel tempo, specialmente nei momenti decisivi della sua vita liturgica e storica.

Origini e genesi storica

Il ‘Te Deum’ risale alla fine del IV secolo o all'inizio del V. Per molto tempo la sua composizione è stata attribuita a Sant'Ambrogio e Sant'Agostino, e si è persino diffusa la voce che fosse stato improvvisato durante il battesimo di Sant'Agostino a Milano. 

Studi storici e filologici moderni considerano l'inno frutto della liturgia primitiva e citano il vescovo balcanico Niceta di Remesiana (414), vescovo nella regione dei Balcani, anche se ciò non è dimostrato, e anche sant'Ambrogio di Milano, grande compositore di inni latini.

Anzianità

La struttura del ‘Te Deum’ rivela chiaramente la sua antichità: combina formule di lode biblica, confessioni di fede trinitarie e cristologiche e suppliche finali tratte dal linguaggio dei salmi. È, in un certo senso, una sintesi orante della fede della Chiesa antica. 

Fin da subito, il ‘Te Deum’ fu incorporato nella Liturgia delle Ore, in particolare nell'Ufficio delle Letture della domenica e delle solennità al di fuori dei periodi penitenziali. Da lì divenne anche un canto per grandi occasioni straordinarie.

Contenuto teologico e spirituale

L'inno può essere suddiviso in tre grandi parti.

La prima è una lode universale: tutta la creazione – angeli, cieli, apostoli, martiri e la Chiesa diffusa sulla terra – glorifica Dio Padre, riconoscendo la sua santità e la sua maestà.

La seconda parte è una professione di fede in Cristo, vero Dio e vero uomo, che ha assunto la nostra carne, ha vinto la morte e regna glorioso alla destra del Padre. Questo nucleo cristologico collega il ‘Te Deum’ ai grandi simboli della fede.

La terza parte assume il tono di una supplica fiduciosa: la Chiesa chiede di essere protetta, guidata e salvata, basandosi non sui propri meriti, ma sulla misericordia divina. Per questo motivo, il ‘Te Deum’ non è solo un canto di ringraziamento per il passato, ma anche una preghiera di speranza per il futuro.

Il Giudizio Universale, di Michelangelo, Parete dell'altare della Cappella Sistina, Vaticano (Wikimedia commons).

Il ‘Te Deum’ nell'ultimo giorno dell'anno

L'usanza di cantare o recitare il ‘Te Deum’ il 31 dicembre è radicata nella tradizione cattolica. In quel giorno, la Chiesa si ferma a contemplare l'anno che volge al termine e, prima di fare qualsiasi bilancio umano, eleva un ringraziamento a Dio.

Non si tratta di ignorare le difficoltà, i fallimenti o le sofferenze vissute, ma di riconoscere che Dio è rimasto fedele in ogni momento. Il ‘Te Deum’ permette di guardare al tempo trascorso con uno sguardo di fede: tutto è stato sotto la Provvidenza divina. Per questo, anche negli anni segnati dalla crisi, la Chiesa non rinuncia a rendere grazie. 

Santi e ringraziamenti

Alcuni santi che, oltre a Sant'Ambrogio, hanno dato particolare rilevanza al ringraziamento sono, tra gli altri, Sant'Agostino, per il quale rendere grazie a Dio è un atteggiamento centrale della vita cristiana, non solo un atto liturgico, e scrisse che la gratitudine è inseparabile dalla fede. San Tommaso d'Aquino, autore della preghiera ‘Ti rendo grazie, Signore santo, Padre onnipotente, Dio eterno, perché a me, peccatore, ...’. 

Anche Sant'Alfonso Maria de‘ Liguori, San Bonaventura, Sant'Ignazio di Loyola, che utilizzò e diffuse il motto ’Anima di Cristo, santificami“... O Santa Teresa di Gesù, che invitava a ”non perdere così buona compagnia", riferendosi a Cristo presente nell'anima.

San Giovanni della Croce, che insegnava a rendere grazie a Dio nella notte e nell'aridità spirituale. Santa Teresa di Lisieux, che viveva il ringraziamento con fiducia filiale e semplicità. O san Josemaría, che aggiungeva l'etiam ignotis (per ciò che non conosciamo) nei ringraziamenti a Dio Padre Onnipotente, Eterno e Misericordioso.

Qui occorre citare il grande Apostolo delle genti, san Paolo, in un certo senso il grande teologo del ringraziamento nel Nuovo Testamento. E san Francesco d'Assisi, il cui ‘Cantico delle creature’ è un grande ringraziamento cosmico, come è stato scritto, e per il quale la gratitudine è la risposta naturale del cuore umile.

In altre occasioni solenni

Nel corso della storia, il ‘Te Deum’ è stato riservato a momenti di particolare importanza, come l'elezione di un nuovo Papa e l'inizio del suo pontificato; grandi celebrazioni giubilari; canonizzazioni ed eventi ecclesiali di particolare rilevanza, o la conclusione di concili, sinodi o assemblee significative.

Nei paesi di tradizione cristiana è stato cantato anche in contesti civili: alla fine delle guerre, dopo la firma della pace o in occasione di eventi decisivi nella vita di una nazione. In tutti i casi, il significato è lo stesso: riconoscere pubblicamente l'azione di Dio nella storia.

Il ‘Te Deum’ e il Papa, 31 dicembre 

Il Successore di Pietro, come Pastore della Chiesa universale, recita il ‘Te Deum’ a nome di tutto il Popolo di Dio. Tradizionalmente lo fa ogni 31 dicembre a Roma, sottolineando che la Chiesa non si basa su strategie umane, ma sulla lode e sulla fiducia in Dio.

È possibile consultare qui il Libretto della celebrazione del ‘Te Deum’ (pag. 33 e segg.), in ringraziamento per l'anno trascorso, che sarà presieduto dal Santo Padre Leone XIV il 31 dicembre, alla vigilia della solennità di Maria Santissima, Madre di Dio.

Te Deum laudamus – Testo latino

Te Deum laudamus: te Dominum confitemur.
Te aeternum Patrem omnis terra veneratur.
Tibi omnes angeli, tibi caeli et universae potestates,
tibi cherubim et seraphim incessabili voce proclamant:
Sanctus, Sanctus, Sanctus Dominus Deus Sabaoth.
Pleni sunt caeli et terra maiestatis gloriae tuae.
Te gloriosus Apostolorum chorus,
te Prophetarum laudabilis numerus,
te Martyrum candidatus laudat exercitus.
Te per orbem terrarum sancta confitetur Ecclesia,
Padre di immensa maestà;
venerandum tuum verum et unicum Filium;
Sanctum quoque Paraclitum Spiritum.
Tu Rex gloriae, Christe.
Tu Patris sempiternus è Filius.
Tu, ad liberandum suscepturus hominem,
non horruisti Virginis uterum.
Tu, devicto mortis aculeo,
aperuisti credentibus regna caelorum.
Tu ad dexteram Dei sedes, in gloria Patris.
Iudex crederis esse venturus.
Te ergo quaesumus, tuis famulis subveni,
quos pretioso sanguine redemisti.
Aeterna fac cum sanctis tuis in gloria numerari.
Salvum fac populum tuum, Domine, et benedic hereditati tuae.
Et rege eos, et extolle illos usque in aeternum.
Per singulos dies benedicimus te.
Et laudamus nomen tuum in saeculum, et in saeculum saeculi.
Dignare, Domine, die isto sine peccato nos custodire.
Miserere nostri, Domine, miserere nostri.
Fiat misericordia tua, Domine, super nos,
quemadmodum speravimus in te.
In te, Domine, speravi: non confundar in aeternum.

Potete consultare qui il Testo in spagnolo.

L'autoreFrancisco Otamendi

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Mondo

L'anno volge al termine e il Vaticano denuncia che 17 operatori pastorali sono stati uccisi

L'Agenzia Fides denuncia la persistente violenza contro la Chiesa, sottolineando che nel 2025 sono stati uccisi 17 operatori pastorali, con l'Africa in testa a questa tragica lista.

Redazione Omnes-30 dicembre 2025-Tempo di lettura: 2 minuti

Il sacrificio di coloro che dedicano la propria vita al servizio del prossimo continua a costare un prezzo altissimo in termini di sangue versato. Secondo gli ultimi dati raccolti dall'Agenzia Fides, il numero di missionari e operatori pastorali uccisi in modo violento ha registrato un aumento allarmante negli ultimi decenni, raggiungendo un totale di 1.362 vittime documentate dal 1980 ad oggi.

Un bilancio storico in crescita

La ripartizione per periodi rivela un'evoluzione preoccupante della violenza globale contro il personale ecclesiastico:

  • 1980-1989: Sono stati registrati 115 missionari morti in modo violento, anche se Fides avverte che la cifra è «indubbiamente sottostimata» poiché si basa solo sui casi segnalati.
  • 1990-2000: Il dato è salito alle stelle fino a raggiungere 604 uccisi, quasi sei volte superiore al record precedente.
  • 2001-2025: Da inizio secolo, l'elenco ammonta a 643 agenti pastorali (aggiungendo i 17 decessi dell'ultimo anno), consolidando una media di violenza persistente nelle zone di missione.

Il drastico aumento degli anni '90 è stato in gran parte dovuto agli orrori commessi nell'Africa centrale. Solo nel 1994, il genocidio in Ruanda ha causato la morte di almeno 248 vittime ecclesiastiche: 3 vescovi, 103 sacerdoti, 47 religiosi non sacerdoti, 65 religiose e 30 membri di istituti di vita consacrata.

Radiografia della violenza nel 2025

Nel corso del 2025, 17 missionari e missionarie (sacerdoti, religiose, seminaristi e laici) hanno perso la vita in modo violento. L'Africa e l'America continuano ad alternarsi come regioni a più alto rischio:

  • Africa (10 uccisi): È il continente più colpito con 6 sacerdoti, 2 seminaristi e 2 catechisti deceduti. Le morti si sono concentrate in Nigeria (5), Burkina Faso (2), Sierra Leone (1), Kenya (1) e Sudan (1).
  • America (4 assassinati): Sono state registrate le morti di due suore ad Haiti, di un sacerdote in Messico e di un sacerdote di origine indiana in Stati Uniti.
  • Asia (2 uccisi): Un laico e un sacerdote sono stati uccisi rispettivamente in Myanmar e nelle Filippine.
  • Europa (1 ucciso): Un sacerdote ha perso la vita in Polonia.

Lungi dal ritirarsi dalle periferie, questi dati riflettono una Chiesa che mantiene il proprio impegno nelle zone più pericolose, dove il lavoro pastorale si trasforma, troppo spesso, in una testimonianza finale di dedizione e martirio.

Vaticano

Analisi dei quattro film preferiti di Leone XIV

Papa Leone XIV mette in evidenza quattro classici del cinema che celebrano la dignità umana, proponendo l'amore, il sacrificio familiare e la responsabilità verso il prossimo come vie definitive per trovare un senso alla vita.

Bryan Lawrence Gonsalves-30 dicembre 2025-Tempo di lettura: 5 minuti

Recentemente, quando è stato chiesto a Papa Leone XIV quali fossero i suoi quattro film preferiti, ha risposto in modo piuttosto diretto che erano «La vita è meravigliosa» (1946), «Tutti insieme appassionatamente» (1965), «Gente comune» (1980) e «La vita è bella» (1997).

Per contestualizzare, questa domanda gli è stata posta il 15 novembre, durante un evento organizzato dal Dicastero per la Cultura e l'Educazione del Vaticano, in stretta collaborazione con il Dicastero per la Comunicazione e i Musei Vaticani.

Nel loro insieme, i quattro film rivelano un interessante legame morale. Ciascuno di essi è incentrato sulla resilienza umana e sull'affermazione della vita di fronte alla sofferenza profonda. I loro protagonisti si trovano in momenti di crisi emotiva, sociale o esistenziale, o affrontano la disperazione, la guerra, il senso di colpa, l'oppressione, e sono costretti a riscoprire il senso della vita quando sono stati privati della stabilità e della certezza.

Ciascuno di questi film esplora anche come l'amore e la responsabilità verso gli altri, basati sull'integrità morale, siano diventati la formula per ridare senso alla vita. In questo modo, promuove una risoluzione che celebra la dignità della vita. Invece di scegliere la disperazione o il suicidio, i personaggi di questi film mostrano come sia possibile sopportare la sofferenza e persino trasformarla attraverso la famiglia, le relazioni con gli altri, i sacrifici e la speranza.

Quanto è bello vivere!

Nel film «La vita è meravigliosa», George Bailey, interpretato dall'attore James Steward, pensa di porre fine alla sua vita e si appresta a gettarsi in un fiume gelido durante il periodo natalizio. Il motivo? Anni di sacrifici personali senza nulla in cambio e con la sua forza morale esaurita a causa di un mondo governato dal denaro. Senza alcuna colpa, Bailey rischia di perdere la casa, la ricchezza, la reputazione e di essere considerato un padre fallito, tutto perché il suo socio in affari ha accidentalmente smarrito i fondi dell'azienda, necessari per mantenere la sua banca. Un angelo di nome Clarence, che assume forma umana, viene inviato da Bailey per mostrargli come sarebbe il mondo se lui non fosse mai nato. Vedendo che i suoi genitori, sua moglie e la comunità locale che aveva sostenuto per decenni starebbero peggio se lui non fosse mai esistito, decide di continuare a vivere.

In sostanza, il film tratta della vera forza e del potere dell'empatia nel contesto della fratellanza sociale. Il suo messaggio centrale, «Nessun uomo che ha degli amici è un fallito», rimane una frase commovente e un forte richiamo all'importanza dell'amicizia e del sostegno della comunità nei momenti di difficoltà personale o economica.

Sorrisi e lacrime

Quando si guarda «Tutti insieme appassionatamente», la maggior parte del pubblico lo considera principalmente una storia sui valori familiari sullo sfondo degli inizi della seconda guerra mondiale. Tuttavia, sotto la sua superficie familiare si nasconde una forma silenziosa di resistenza sociale e morale, incarnata soprattutto da Maria, interpretata dall'attrice Julie Andrews. Non è solo una governante giocosa e dallo spirito libero che ama cantare, ma una donna che sceglie deliberatamente la gioia come atto di ribellione durante il cupo periodo dell'Anschluss austriaco, quando la Germania nazista assorbe il paese.

I numeri musicali del film diventano espressioni della libertà umana e dell'integrità emotiva, radicate nel calore e nella stabilità della vita familiare, suggerendo che, anche in tempi di paura e oscurità politica, cantare insieme in armonia con i propri cari può mantenere viva la speranza e indicare una vita che vale la pena preservare.

Gente comune

In «Ordinary People», la silenziosa angoscia della vita suburbana americana diventa lo scenario di una profonda meditazione sulla sofferenza, il senso di colpa e il bisogno umano di misericordia. Il film segue Conrad Jarrett, interpretato dall'attore Timothy Hutton, oppresso dal trauma di essere sopravvissuto a un incidente in barca in cui è morto suo fratello maggiore e dalla freddezza emotiva che lo accompagna a casa.

In definitiva, è un film sulla necessità della verità e della riconciliazione. La guarigione inizia solo quando si nomina e si condivide la sofferenza e, alla fine del film, il pubblico capisce che, nella maggior parte dei casi, la redenzione non è drammatica né trionfale, ma fragile e reale.

Nel caso del film, il padre di Conrad impara ad amare suo figlio incondizionatamente, mentre Conrad impara ad accettare la sua sopravvivenza come un dono piuttosto che come un senso di colpa con cui deve fare i conti. Ricordando agli spettatori che la grazia spesso agisce in silenzio, con il tempo e quando rispondiamo positivamente alla verità.

La vita è bella

«La vita è bella» è ambientato nel contesto dell'orrore dell'Olocausto, visto attraverso il prisma radicale dell'amore paterno e del sacrificio personale. Guido Orefice, interpretato dall'attore Roberto Benigni, è un padre ebreo che affronta un ambiente di sistematica disumanizzazione non con la negazione, ma con un deliberato atto di immaginazione morale. Trasforma il campo di concentramento in un «gioco» per liberare il suo bambino dal terrore e dalla disperazione.

Il film risuona profondamente con la teologia della sofferenza redentrice: Guido accetta liberamente la sofferenza, non per sfuggire al male, ma per proteggere gli innocenti dal suo peso. Il suo umorismo, come in «Tutti insieme appassionatamente», è una forma di resistenza radicata nell'amore.

La forza del film risiede nel suo silenzioso martirio. L'atto finale di Guido non è la sopravvivenza, ma la totale dedizione di sé, che riflette la concezione cristiana secondo cui l'amore si dimostra non solo con le parole, ma con il sacrificio. Il film afferma che, anche nelle circostanze più empia, la dignità umana può essere preservata attraverso l'amore e che la speranza, quando si basa sulla dedizione di sé, può diventare un mezzo di salvezza per gli altri.

Nel complesso, la selezione di film di papa Leone XIV costituisce una sorta di silenzioso programma morale per l'era moderna. Nessuna di queste opere nega la realtà della sofferenza, né offre una via di fuga attraverso il potere, la ricchezza o l'ideologia.

Al contrario, essi insistono sul fatto che il senso si recupera attraverso le relazioni, la responsabilità e la dedizione di sé, attraverso la fedeltà agli altri quando le circostanze rendono tale fedeltà costosa. Che si tratti di George Bailey che riscopre il suo valore attraverso la comunità, Maria che resiste alla tirannia attraverso la gioia, Conrad che impara che la vera verità e l'amore richiedono di affrontare il dolore, o Guido che trasforma l'orrore in un atto di sacrificio paterno, ogni film afferma che la dignità umana si preserva non attraverso il controllo, ma attraverso l'amore.

Da questo punto di vista, le scelte di Papa Leone XIV riflettono una visione pastorale profondamente in sintonia con un mondo segnato dall'isolamento, dalla disperazione e dall'esaurimento morale. Suggeriscono che, in un'epoca tentata dal cinismo e dalla frammentazione, la risposta più radicale rimane la stessa di sempre: scegliere la vita, sopportare i pesi degli altri e confidare che anche gli atti d'amore più discreti possano redimere un mondo ferito.

L'autoreBryan Lawrence Gonsalves

Fondatore di "Catholicism Coffee".

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Natale in loop

In un mondo che più che mai esige il progresso a tutti i costi, il progresso per il progresso, la febbrile economizzazione del tempo, c'è qualcosa di profondamente necessario nel fermarsi solo per tornare indietro.

30 dicembre 2025-Tempo di lettura: 3 minuti

Stranger Things segnerà il Natale del 2025 con la prima dei suoi ultimi episodi, in una mossa commerciale molto intelligente per trasformare il fenomeno che è già parte della «mappa emotiva» di un'intera generazione. Non è difficile immaginare che, tra qualche anno, molti la rivedranno ogni dicembre non tanto per la trama quanto per il ricordo preciso di quel Natale in cui l'hanno scoperta per la prima volta. Così, la serie finirà per funzionare quasi come un'ancora: non verrà rivisitata. Stranger Things, si tornerà a «quel Natale».

A noi che siamo nati in Spagna negli anni Ottanta è successa una cosa simile, anche se senza un algoritmo che lo anticipasse. Anche noi abbiamo un piccolo canone natalizio che non risponde a criteri estetici né a gerarchie cinematografiche, ma solo a un puro sedimentarsi di affetti. Il nostro arcipelago sentimentale natalizio, potremmo chiamarlo così, film visti più e più volte, quasi sempre negli stessi giorni, che hanno finito per confondersi con il calendario liturgico dell'anno.

In cima alla mia lista — personale e soggettiva, ovviamente — andrebbe messo A Charlie Brown Christmas (1965), che un certo canale a pagamento trasmetteva puntualmente ogni anno a dicembre, con quell'albero gracile che ogni anno ci infondeva una buona dose di dolce tristezza e ci insegnava che il Natale poteva essere malinconico senza smettere di essere vero.

Dopo Il Natale di Topolino (1983), primo approccio di molti a Dickens, con fantasmi che facevano più ridere che paura e il cui apertura, Se lo si ascolta dopo tanto tempo, provocherà una fitta di nostalgia a chiunque lo abbia ascoltato da bambino. Subito dopo arriveranno gli squilibri: Gremlins (1984), che ha messo luci natalizie sul caos di quelle creature viscide che uscivano dai regali; e Home Alone nelle sue due parti (1990-1992), autentici rituali domestici in cui le risate si ripetevano esattamente allo stesso modo ogni anno, senza alcun segno di usura se non quello della vecchia videocassetta VHS su cui lo guardavamo.

Anche Tim Burton si è intrufolato in quel Natale, forse non tanto come regista quanto come costruttore di immaginari, infiltrando la sua estetica da fiaba contorta nel nostro dicembre domestico. Edward Mani di forbice (1990), con quella neve artificiale e quella tenerezza ferita; e The Nightmare Before Christmas (1993), gotiche e festive allo stesso tempo, sono entrate a far parte dei nostri ricordi natalizi con la stessa naturalezza dei canti natalizi o delle decorazioni.

In quello stesso ecosistema sono entrati Il Natale dei Muppet (1992), un improbabile mix di umorismo, tenerezza e redenzione, e Il principe d'Egitto (1998), che pur non essendo strettamente natalizio, era comunque profondamente solenne, biblico e grandioso, abbastanza da adattarsi a quei giorni in cui sembrava che tutto dovesse essere importante. Chiudendo il mio personale canone, Wallace & Gromit: una giornata fantastica (1989), un must natalizio che si è insinuato nella nostra immaginazione con umorismo molto britannico e un'atmosfera tranquilla da dopocena.

Poi sarebbero arrivati Harry Potter, Il Signore degli Anelli, Avatar e altre saghe monumentali. Ci piacciono, certo, ma non ci coinvolgono più allo stesso modo. Quei film sarebbero diventati il territorio della generazione successiva, quella cresciuta a pane e maratone cinematografiche e prime speciali. Per noi, il canone era già chiuso.

E non c'è una conclusione chiara a tutto questo. Non può esserci. Come concludere una rubrica che non ha voluto essere altro che un'immagine congelata di giorni ormai passati? Tornare ogni Natale a quei film non apre alcun futuro né promette alcun rinnovamento.

È, in fondo, un tuffo deliberato e compiacente nella pozza del passato. Qualcosa di sterile, improduttivo, ripetitivo. Una totale perdita di tempo. E forse, proprio per questo, così umano.

Perché in un mondo che esige più che mai il progresso a tutti i costi, il progresso per il progresso, la febbrile economizzazione del tempo, c'è qualcosa di profondamente necessario nel fermarsi solo per tornare indietro. Senza imparare nulla di nuovo. Senza aggiornamenti culturali di alcun tipo. Senza crescere. Solo per il gusto, quasi infantile, di tornare.

L'autoreJuan Cerezo

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Vaticano

Il ‘Robin Hood’ del Papa: il lavoro di Konrad Krajewski, l'elemosiniere di Leone XIV

Giuseppe con le scarpe nuove o centinaia di ucraini in attesa a Zaporizhia (Ucraina), alle 5 del mattino, di un po‘ di cibo. Suor Renata Jurczak, o i senzatetto nelle cliniche gratuite sotto il colonnato di San Pietro. Sono testimoni del lavoro dell'Elemosineria Apostolica, con il 'Robin Hood" del Papa (card. Krajewski), già dieci missioni in Ucraina.

Francisco Otamendi-30 dicembre 2025-Tempo di lettura: 6 minuti

L'ultimo aiuto del Papa attraverso l'Elemosineria Apostolica, e quello che alcuni chiamano popolarmente il Robin Hood del Papa, il cardinale Konrad Krajewski, è stato, prima di Natale, un sostegno finanziario a diversi paesi. E la domenica della Sacra Famiglia, tre camion carichi di aiuti umanitari forniti dall'azienda coreana Samyang Foods, destinati alle famiglie ucraine che vivono in zone devastate dalla guerra, “dove non c'è elettricità, acqua né riscaldamento”. 

La storia di Giuseppe è stata raccontata dallo stesso cardinale polacco Krajewski. In occasione della Giornata Mondiale dei Poveri, un senzatetto di Roma ha ricevuto un paio di scarpe nuove dal Dicastero per il Servizio della Carità (la sua denominazione attuale). Il gesto non è stato solo un dono materiale, ma un simbolo di dignità ritrovata per chi vive per strada.

Inoltre, il 16 novembre si è tenuto un pranzo per circa milletrecento persone in condizioni di povertà, esclusione sociale, disoccupazione, migrazione o senza fissa dimora, invitate da Papa Leone XIV.

Papa Leone XIV accoglie gli ospiti e benedice il pranzo in occasione del Giubileo dei Poveri, il 16 novembre 2025, nell'Aula delle Udienze del Vaticano. In primo piano, il cardinale Konrad Krajewski, prefetto del Dicastero per il Servizio della Carità. (Foto CNS/Vatican Media).

L'atmosfera era ricca di fraternità e musica napoletana, e i commensali hanno gustato un menu semplice ma dignitoso, composto da lasagne alle verdure, filetti impanati con patate e un dessert, servito dai volontari della Famiglia Vincenziana e da altri collaboratori, in un gesto di accoglienza. León XIV ha sottolineato nel suo discorso che questo gesto era “molto desiderato dal suo amato predecessore, Papa Francesco”, esprimendo uno spirito di gratitudine e fratellanza. 

Un'altra clinica a San Pedro, quella di San Martino, per l'assistenza medica

Ma la carità del Papa e della Chiesa non si limita ai pranzi o alle cene di Natale. Quella domenica 16 novembre, il Santo Padre Leone XIV inaugurò un nuovo centro medico sotto il Colonnato di San Pietro per assistere i più bisognosi. Si tratta della nuova clinica San Martino, creata in collaborazione con la Direzione Sanità e Igiene della Segreteria di Stato per gli Affari Economici della Città del Vaticano.

Dieci anni dopo l'apertura della Clinica Madre de la Misericordia, il centro dell'Ufficio della Carità Apostolica che offre assistenza medica gratuita ogni giorno a chi vive in condizioni di povertà, emarginazione o bisogno, è stato inaugurato questo nuovo spazio. L'obiettivo? Migliorare il servizio e ampliare la gamma di servizi sanitari forniti quotidianamente.

Duemila prestazioni sanitarie al mese

Ora, secondo fonti vaticane, i due ambulatori insieme forniscono più di 2.000 visite mediche gratuite al mese, grazie al lavoro di circa 120 volontari (medici, infermieri e tecnici).

Circa 10.000 persone povere e bisognose di circa 139 nazionalità diverse hanno usufruito di questi servizi. Oltre alle visite mediche generali e specialistiche, questi centri offrono gratuitamente cure odontoiatriche, analisi del sangue e radiologiche, protesi dentarie rimovibili, occhiali e apparecchi acustici e medicinali gratuiti. 

Servizi per persone senza fissa dimora

D'altra parte, vengono forniti servizi alle persone senza fissa dimora. L'ambulatorio Madre della Misericordia, insieme alle docce e ai barbieri, è un punto di riferimento per chi vive per strada nei dintorni di Piazza San Pietro. Oltre all'assistenza sotto il colonnato, ci sono unità mediche mobili e servizi che visitano le zone periferiche di Roma per fornire assistenza medica ad altri settori vulnerabili. 

“Il volto di Gesù”

Si tratta di luoghi dove le persone vengono accolte e assistite, restituendo così la dignità a coloro che bussano alla porta dell'Elemosineria. Sono persone bisognose “in cui non vediamo un senzatetto, una persona povera, ma il volto di Gesù”, ha sottolineato il cardinale Krajewski, Elemosiniere di Sua Santità.

Il cardinale Krajewski nella panetteria dove i Fratelli Albertini (nella foto) preparano il pane per la popolazione bisognosa, a Zaporizhia, nell'Ucraina orientale, l'8 aprile 2025 (OSV News/per gentile concessione del vescovo Jan Sobilo).

Le code della fame: gratitudine in Ucraina

In una recente missione del Card. Krajewski in Ucraina, anche trasportando ambulanze, la gente ringraziava stringendo la mano o annuendo per mostrare l'importanza dell'aiuto durante la guerra.

Monsignor Vasyl Tuchapets, vescovo greco-cattolico di Kharkiv, ha espresso pubblicamente la sua gratitudine a Papa Leone XIV e, per estensione, all'Elemosineria Apostolica per i pacchi alimentari consegnati con il messaggio “Dono di Papa Leone XIV al popolo di Kharkiv”. 

Il vescovo ha sottolineato che queste scatole di generi alimentari possono sostenere una persona o una coppia per settimane, rappresentando un aiuto concreto per le famiglie che hanno perso tutto a causa della guerra.

Suor Renata Jurczak: “gridare di gioia”

D'altra parte, suor Renata Jurczak, che gestisce una casa per madri single a Kharkiv, ha affermato che ricevere telefonate che annunciavano aiuti finanziari o forniture “la faceva urlare di gioia”. Ciò significava risorse per cibo, generatori e lezioni per bambini che altrimenti non avrebbero avuto accesso ad attività educative o ricreative.

 Lei e altre religiose hanno espresso quanto sia importante sentire “la vicinanza del Papa” attraverso questo aiuto diretto, ha raccontato in America Rivista nel gennaio 2023.

Kharkiv, accoglienza per madri single e rifugiati, normalità per i bambini

Suor Jurczak e altre tre suore orionine di Kharkiv ospitano nella loro casa 25 persone, per lo più madri single, ma anche rifugiati, famiglie che hanno perso tutto nell'Ucraina orientale a causa dell'invasione russa. 

“Siamo molto grate al Santo Padre; questo gesto farà davvero la differenza”, ha affermato. Suor Jurczak ha aggiunto che utilizzerà il denaro donato dal Papa principalmente per l'acquisto di gasolio. “I generatori elettrici funzionano a gasolio e li usiamo costantemente. I bambini seguono le lezioni online; quando manca l'elettricità, non possono andare a scuola”, ha spiegato. I generatori servono anche per cucinare.  

Il denaro del Vaticano, aggiunge, offre un po' di normalità ai bambini del quartiere, ma anche agli insegnanti che restano a casa perché non possono svolgere il loro lavoro abituale. Insegnano karate, musica e inglese ai bambini, e ora potremo pagarli per il loro lavoro, ha detto suor Jurczak.

Altri paesi e aiuti internazionali

Sebbene l'Ucraina sia stata uno dei focolai più visibili nel 2025, la Limosnería Apostólica ha inviato aiuti anche ad altre regioni colpite da emergenze (guerre, crisi umanitarie e povertà), seguendo gli appelli del Papa a non abbandonare i più vulnerabili in tutto il mondo.

Ad esempio, negli anni precedenti abbiamo inviato furgoni, ambulanze e supporto a paesi come Siria, Libano e diverse zone dell'Africa e dell'Asia, un servizio che continua ancora oggi. 

Il cardinale prefetto Krajewski, durante una conferenza stampa in Vaticano il 9 ottobre 2025 per presentare «Dilexi Te» («Ti ho amato»), Esortazione apostolica di Papa Leone XIV. (Foto CNS/Pablo Esparza).

Da dove provengono i fondi

La questione ora, per concludere, è chiedersi da dove provengono i fondi per soddisfare queste esigenze. Qual è il budget annuale dell'Elemosineria Apostolica diretta dal Prefetto Krajewski?

A differenza di un dipartimento statale di un paese, la Limosnería Apostólica non riceve uno stanziamento di bilancio chiuso. In pratica, secondo fonti vaticane e l'agenzia ufficiale, il suo finanziamento proviene da queste voci:

– Donazioni specifiche che arrivano all'Oblato di San Pietro con l'intento di aiutare i poveri. L'Oblato di San Pietro è una tradizionale raccolta fondi mondiale effettuata dai cattolici di tutto il mondo per offrire sostegno diretto al Papa nella sua missione pastorale e caritatevole.

– Fondi che il Papa decide di destinare alla carità attraverso l'Oblato o altre entrate speciali.

– Contributi straordinari in caso di emergenze (conflitti, calamità naturali, crisi umanitarie).

Pertanto, la sua capacità di aiuto dipende dai fondi specifici stanziati dal Papa ogni anno e dalle donazioni ricevute. 

Rapporto 2024 sull'Oblato di San Pietro

Secondo fonti vaticane, le donazioni raccolte nel 2024 sono state pari a 58 milioni di euro, sei milioni in più rispetto al 2023. Sono stati destinati 13,3 milioni di euro a 239 progetti sociali e di assistenza in 66 paesi di tutti i continenti. Per ulteriori informazioni, consultare qui.

Il rapporto annuale del Vaticano sottolinea che il Papa, attraverso la Curia Romana, ha donato altri 37,3 milioni di euro in opere di beneficenza (6,2 milioni dei quali provenienti dall'Oblato), che sommati ai 13,3 milioni destinati direttamente a progetti di assistenza, raggiungono un totale di 50,6 milioni investiti in beneficenza.

L'autoreFrancisco Otamendi

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SOS reverendi

Il Sagrario è il miglior psichiatra?

La salute spirituale appartiene a Dio e quella mentale al medico. Sebbene la vita spirituale possa favorire la salute, sostituire i professionisti con Gesù Cristo può manifestare ignoranza, mancanza di formazione spirituale o un orientamento spirituale patologico.

Carlos Chiclana-30 dicembre 2025-Tempo di lettura: 3 minuti

A volte mi dicono che il miglior psichiatra è il Sagrario. Al che io rispondo: sì, e anche il miglior ginecologo e il miglior traumatologo. A loro non fa ridere, ma a Dio sì, che è il miglior umorista.

Ma cosa si nasconde dietro questo riferimento a Gesù come psichiatra? Forse il fatto che ci si rivolge agli psichiatri per risolvere questioni che non riguardano tanto la salute mentale quanto quella spirituale, per affrontare problemi della vita che non sono di natura medica; o che si chiede loro di eliminare una sofferenza che è necessario affrontare come esseri umani completi in fase di sviluppo. La scienza afferma che una vera vita spirituale, indipendentemente dalla religione, favorisce una migliore salute mentale grazie alle conseguenze dell'accettazione, dell'abbandono, della connessione con se stessi, della trascendenza verso la natura e le persone, e della capacità di comprensione e compassione.

Alcuni continuano a spiegarmi perché Gesù Cristo è il miglior psichiatra, mentre io immagino Gesù Cristo che dice “a Cesare quel che è di Cesare” e che non è venuto per risolvere questioni ereditarie o altri affari umani. 

Dio può compiere miracoli e guarire qualsiasi malattia, ma normalmente ci incoraggia ad andare dal medico, a mettere in atto i mezzi a nostra disposizione, a prestare attenzione alla sua presenza ordinaria nelle mani degli altri e a non chiedere ciò che spetta a noi risolvere, curare o attendere. Non sembra che l'adolescente Gesù risolvesse le difficoltà del lavoro artigianale di Giuseppe. 

Considerare Gesù responsabile della mia salute sarebbe come ritenere che il miglior servizio di corriere sia l'angelo custode, perché portava le lettere a Santa Gemma, o che il miglior cannone antiaereo sia Padre Pio, perché apparve nell'aria ad alcuni piloti di bombardieri e li allontanò dal suo paese. A Dio ciò che è di Dio, al medico ciò che è del medico, e che ognuno si gratti con le proprie unghie.

Un malato mentale può essere amato da Dio e amare Dio? Alcuni rimangono molto sorpresi quando racconto loro che esistono santi canonizzati che avevano problemi di salute mentale: san Luigi Martin, padre di Teresa, trascorse tre anni in un manicomio; san Camillo de Lellis era ludopatico; san Josemaría soffriva di insonnia; Josefina Bakhita aveva sintomi di stress post-traumatico a causa degli abusi subiti; santa Maria Egiziaca era dipendente dal sesso e san Óscar Romero soffriva di disturbo ossessivo-compulsivo. Insomma, persone normali come te e me, che amavano Dio e avevano bisogno di un medico.

Il rapporto con Dio può favorire la salute mentale? Ci sono quattro aspetti che potrebbero facilitare il rapporto personale con Dio e generare salute mentale:

1.- Tu sei buono. Dio ti ama perché sì, perché sei. Sei prediletto, amato prima, e non devi fare nulla di speciale perché Dio ti ami. Lui lo fa già, anche se non glielo chiedi. Egli ti invita alla festa dell'Amore e tu, se vuoi, ti unisci e ti diverti. Questo è molto potente per l'autostima, per il modo in cui ti relazioni con gli altri e sviluppi il tuo stile di attaccamento, e per la sicurezza in te stesso: come puoi non essere sereno, sicuro e ottimista se un Dio intero è innamorato di te! Sei una persona degna, valida, unica, autentica. 

2.- Hai energia, e quell'energia è positiva. L'essere umano si sviluppa, potenzia le proprie capacità, è in grado di avere idee, inventare, creare arte, trasformare la materia. Crescete, moltiplicatevi e governate la terra! Hai ereditato tutto questo potere da Dio, approfittane, non restare fermo, sviluppa i tuoi talenti. Imparare tutto questo in una catechesi incoraggerà a non avere paura del progresso, della propria forza, della propria libertà, a essere consapevoli che si può dirigere la propria vita. Certo, che le tue azioni ti personalizzino, ti autenticizzino e potenzino la tua identità, lontano dalla cultura del successo e del confronto.

3.- Hai dei limiti, quindi prenditi cura di te stesso. Dio ti ama e ama i tuoi progetti, ma allo stesso tempo ti ricorda che non sei Dio e che quindi è necessario che ti prenda cura di te stesso, che riposi, che modifichi le tue aspettative, che ponga dei limiti, che ti chieda cosa è bene per te, che non tutto ti conviene. 

4.- Hai bisogno di essere trasformato. Come la Trinità, anche l'uomo è relazionale: grazie alle relazioni interpersonali la tua identità si sviluppa maggiormente. Non si tratta più del fatto che la tua libertà finisca dove inizia la mia, ma piuttosto che la mia libertà si migliori, si arricchisca e si potenzi grazie all'incontro con la tua, nel contatto quotidiano con tante persone. Non è solo Dio che mi trasforma, ma la presenza di Dio in ciascuna delle persone con cui interagisco mi interpella a rendermi presente e a mettere in pratica l'amore per gli altri come per me stesso, con il paradosso che donandomi possiedo di più.

Ci sono molti psichiatri, ma Salvador è unico. 

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Papa Leone XIV presiede la recita dell'Angelus

26 dicembre 2025 in Piazza San Pietro in Vaticano. Papa Leone XIV ha presieduto l'angelus dopo Natale.

Redazione Omnes-29 dicembre 2025-Tempo di lettura: < 1 minuto

A cosa servono le mie preghiere di fronte alla leucemia? Una storia di Torreciudad

La leucemia ha condotto Fernando lungo un percorso di dolore, amicizia e fede provata, vissuto con naturalezza e sostenuto dalla sua devozione alla Vergine di Torreciudad.

29 dicembre 2025-Tempo di lettura: 4 minuti

Nessuno si alza dal letto sapendo che quel giorno cambierà la propria vita, o che sarà l'ultimo e che si avrà un infarto mortale a 50 anni, senza alcuna precedente patologia cardiaca, come è successo a Mons. José Antonio Álvarez Sánchez, vescovo ausiliare di Madrid, alcuni mesi fa. O che perderai le gambe a 26 anni in un incidente stradale, mentre scarichi un furgone, come è successo in quel periodo a una lavoratrice in via Antonio López. O che morirai, insieme ad altre tre persone, nel crollo di un edificio in via Las Hileras, sempre poco dopo l'inizio di questo corso.

Sono fatti che ti sorprendono e ti sconvolgono, perché la vita è pura novità e di fronte a questo non si può fare nulla o quasi. O meglio, quello che possiamo fare è accettare e confidare nell'incomprensibile volontà di Dio. Queste disgrazie madrilene, e tutte in generale, ci rivelano la nostra fragilità, contingenza ed esposizione. Anche se ingenuamente viviamo, in molti casi, come se questo non ci riguardasse e come se la nostra fine non dovesse mai arrivare. Cioè, come se non ci riguardasse affatto e fossimo al di sopra della vita.  

Ma non sempre la morte ti coglie di sorpresa, ci sono casi in cui la vita ti porta a percorrere un sentiero stretto, tortuoso e in salita, che ti avvicina alla tua fine. Come se Dio volesse che ti preparassi con più cura e attenzione al viaggio verso l'aldilà. È il caso di un altro madrileno, Fernando, un pittore freelance, che non è più tra noi.

Fernando e la corsa contro la leucemia

Quasi tutte le domeniche, Fernando correva un “otto alle otto” (8 km alle 8 di sera) a Moratalaz con i suoi amici e poi rimaneva al “post” per raccontarsi la settimana con un'acqua frizzante, una 0,0 o una birra in mano. Inoltre, partecipava spesso a gare popolari come la San Silvestre, la mezza maratona o “Madrid corre por Madrid», con quel gruppo di amici corridori. Fino a quando, nel 2023, la leucemia bussò alla sua porta.

Lo shock fu molto meno duro per lui che per gli altri, poiché ebbe la possibilità di iniziare presto questa nuova corsa, lungo il “sentiero della sua guarigione», grazie al suo atteggiamento ottimista nei confronti della vita, accompagnato dagli stessi amici di ogni domenica, oltre a molti altri amici e familiari. Fu un periodo di grande unione e speranza, e lui e la sua famiglia furono molto seguiti e sostenuti.

Nell'ottobre del 2024 i “corridori» gli portarono una statuetta della Vergine di Torreciudad, acquistata dopo alcuni giorni di ritiro spirituale in una casa vicino al santuario, che rimase sul comodino del suo letto per tutta la durata della sua degenza in ospedale e alla quale si affidò. Questo lo portò ad aumentare la sua fede e la sua fiducia in Dio e nella Vergine, come diceva in una testimonianza: “Pensavo di essere in paradiso, con la Vergine al mio capezzale, i miei amici che pregavano per me e mia moglie e i miei figli al mio fianco che mi davano il loro affetto”. 

Finché non è arrivata la prima crisi di dolore, e in quella fase acuta Fernando pensava: ”Ci sono state molte notti buie in cui il dolore era insopportabile e la fede veniva messa alla prova. Dov'è Dio adesso? Perché la Madonna che è sul mio comodino non mi aiuta? A cosa servono le mie preghiere se solo il fentanil e la morfina mi danno sollievo, cioè solo la scienza ti aiuta e le preghiere no?”, come ha raccontato in seguito ai suoi amici.

“Tuttavia, l'ospedale aveva un'arma segreta”, secondo Fernando... La visita quotidiana del cappellano dell'ospedale con la comunione, che lui stesso aveva richiesto, e le consuete conversazioni con questo sacerdote così vicino a lui, lo portarono a raggiungere una grande pace: “Mi dicevo: guarda che fortuna che il Signore venga a trovarmi in ospedale proprio come i miei familiari o amici”.

Speranza insieme alla Vergine di Torreciudad

La sua devozione alla Vergine lo aiutò anche nei momenti difficili...: “L'ansia e il pessimismo cominciavano a farsi strada... Ci furono giorni in cui non sapevo o non volevo trasmettere un'immagine di gioia e pace a chi mi circondava. Ci furono giorni in cui risposi male a chi mi stava vicino. Ma in quel momento del mio soggiorno, quando la sera rimanevo solo perché mia moglie tornava a casa, rimanevo con la Vergine al mio capezzale e approfittavo di quei momenti per chiacchierare un po” con lei. Devo confessare che, in alcuni momenti, mi arrabbiavo e chiamavo immediatamente mia moglie per chiederle scusa per le mie parole offensive e tutto si sistemava"...

Con il tempo Fernando migliorò e nel gennaio 2025 poté lasciare l'ospedale. I suoi familiari e amici erano felici e speranzosi quando, dopo un secondo trapianto di midollo osseo, i risultati dei test di controllo diedero esito negativo alla presenza di cellule cancerogene. Ma fu solo un miraggio lungo il percorso. Dopo alcuni mesi di miglioramento, le cellule maligne ricominciarono ad apparire, portandolo a una fase in cui gli comparvero tumori multipli, sparsi in tutto il corpo, che furono combattuti con la radioterapia. Fino a quando, a luglio, dopo aver contratto il Covid, la leucemia si aggravò e i medici persero il controllo della malattia.

Il 31 luglio è stato ricoverato al pronto soccorso dell'ospedale Marañón e, dopo alcuni esami, è stato confermato che non esistevano terapie in grado di curarlo né farmaci per frenare la malattia; restavano solo le cure palliative, come la sedazione, non l'eutanasia, che gli sono state somministrate negli ultimi momenti. È deceduto il 13 agosto. 

Fernando, da libero professionista e imprenditore qual era, si è costruito da solo come persona. Questo lo ha reso forte e resistente alle difficoltà. E gli ha insegnato ad apprezzare ciò che era veramente importante nella sua vita: Dio, la sua famiglia e i suoi amici. Ramón, un suo grande amico, sottolinea la normalità con cui parlava delle sue terapie e delle sue visite mediche, come se fossero normali attività della vita quotidiana che non lo riguardavano, proprio nei momenti più delicati, come raccontava il suo amico: “Quest'ultimo aspetto è molto difficile da trovare in un moribondo che sa di avere poco tempo a disposizione». Fernando continua a essere presente tra i suoi cari, la moglie, la famiglia e gli amici, soprattutto perché era un modello di coerenza nella sua vita quotidiana, minimizzava la sua malattia e viveva con molta naturalezza ciò che per altri sarebbe stato un dramma. La conversazione continua con lui.

L'autoreÁlvaro Gil Ruiz

Professore e collaboratore regolare di Vozpópuli.

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La religione è obsoleta?

Alla luce dell'analisi sociologica di Christian Smith, questo articolo mette in discussione la presunta decadenza del cristianesimo e ne difende la permanente validità come relazione personale con Dio.

José Carlos Martín de la Hoz-29 dicembre 2025-Tempo di lettura: 4 minuti

Christian Smith (1960), professore di Sociologia religiosa all'Università di Notre Dame, Indiana, Stati Uniti, è specializzato nella trasmissione della fede alle nuove generazioni e nell'influenza della fede cristiana sulle relazioni sociali.

In questo lavoro quantificherà in modo esaustivo la sociologia della religione per fornirci dati precisi che ci consentano di condividere o contraddire le sue interessanti conclusioni (29). 

La prima conclusione di questo lavoro, derivata dall'esposizione, dalle tabelle e dalle analisi e dagli autori di riferimento, sarebbe che i sociologi della religione negli Stati Uniti sono più vicini alla realtà rispetto ai sociologi religiosi spagnoli che, come abbiamo avuto modo di esporre in altre occasioni, sono molto influenzati dalle ideologie politiche della transizione spagnola e dell'attualità.

Il realismo critico di questo professore di Sociologia dell'Università di Notre Dame negli Stati Uniti non è perfetto, né coincide al 100% con la realtà, semplicemente perché solo Dio ha una visione completa della realtà, poiché scruta l'interno delle coscienze e conosce i nostri pensieri più profondi e la verità delle nostre intenzioni. Ma certamente la visione realistica e la scarsa ideologia con cui affronta i problemi la rendono più vera e soprattutto capace di fornire linee guida per il ricongiungimento con Dio a livello personale e familiare (41).

Il cristianesimo non è obsoleto: la fede come relazione personale

Certamente il cristianesimo non è obsoleto né lo sarà mai, perché, anche se l'uomo di oggi può essere meno credente o praticante o possedere una formazione dottrinale e liturgica più debole rispetto al passato, avrà sempre il potere obbediente di essere trovato e amato da Gesù Cristo nostro Salvatore, come affermava san Paolo a Timoteo: “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (1 Tim 2, 3-4).

D'altra parte, esiste e esisterà sempre un ponte infallibile attraverso il quale Gesù Cristo si connette con ciascuno degli uomini e delle donne che ha creato e ai quali ha infuso un'anima immortale. Questo ponte, percorribile in ogni momento, consiste nel fatto che siamo “immagine e somiglianza di Dio” (Gen 1,36). Pertanto, attraverso la comprensione e il cuore, Gesù Cristo transita ogni giorno e ci invita a una relazione personale con Lui, al paradiso in terra e al paradiso in cielo, come si può osservare nella nostra vita personale.

L'antropologia cristiana

Ora che stiamo celebrando il V Centenario dell'inizio della Scuola di Salamanca, dato che nel 1526 iniziò l'insegnamento di Francisco de Vitoria OP, nella Facoltà di Teologia dell'Università di Salamanca, dobbiamo soffermarci su come il maestro salmantino sviluppò il concetto di dignità della persona umana e, in particolare, il concetto fondamentale di libertà attraverso le sue lezioni, i suoi giudizi e le sue riflessioni. 

Ciò che è obsoleto, quindi, è un concetto di uomo e di antropologia che può essere stato interessante in altri momenti della storia e che ha facilitato la convivenza e la costruzione dell'ordine sociale, ma che deve lasciare il posto a modelli antropologici più adeguati al pensiero del nostro tempo.

Proprio per Victoria l'uomo è essenzialmente relazione, così come lo è Dio nella sua vita intima: tre relazioni sussistenti: la relazione sussistente Paternità, la relazione sussistente Filiazione e la relazione sussistente Amore. Da qui deriva che l'uomo, immagine e somiglianza di Dio, è anche essenzialmente relazione con Dio e con gli altri. 

Infatti, l'uomo matura nella relazione più importante, quella dell'amore. Non dimentichiamo che “Dio è amore” (1 Gv 4,8) e quindi ciò che facciamo è dare amore nelle nostre relazioni come frutto dell'amore ricevuto nella relazione con Dio.

Secolarizzazione, formazione e futuro della fede

Torniamo ora all'analisi del professor Christian Smith per annotare alcune delle sue interessanti osservazioni sull'importanza di promuovere questo concetto antropologico che abbiamo appena commentato. 

Infatti, il nostro autore torna più volte sul modo di pregare e sulle cose di cui giovani e anziani parlano con Dio nelle loro preghiere. Logicamente, partendo dalla tradizione spagnola del secolo d'oro della mistica castigliana e dalla cosiddetta chiamata universale alla santità di tutti i cristiani del Concilio Vaticano II (Costituzione “Lumen Gentium” n.11), egli proporrà un cristianesimo rinnovato in un rapporto personale e reale dei cristiani con Dio. Pertanto, se c'è una relazione personale, il cristianesimo è vivo, altrimenti è morto e rapidamente scomparso dall'orizzonte vitale (49).

Certamente, Christian Smith ci dirà che il livello intellettuale e formativo dei credenti è aumentato enormemente nel corso del XX e XXI secolo; certamente, nella civiltà occidentale la formazione che possiamo impartire ai cristiani è molto più elevata e profonda che in altri periodi della storia e, in questo senso, si presume che nei prossimi anni la formazione dottrinale impartita dai sacerdoti e dagli agenti pastorali risulterà più attraente e profonda di quella attuale e ciò si ripercuoterà sull'attrattiva di Gesù Cristo: poiché per amare Gesù Cristo è necessario conoscerlo meglio. (99).

È interessante il modo in cui sono intitolati i capitoli del libro: “Gli anni ”90, l'inizio della fine», in cui si parla della rivoluzione tecnologica, di Internet, come acceleratore del divorzio tra neoliberismo e cattolicesimo (137).  Certamente, in Europa il processo di secolarizzazione era iniziato già da tempo e ciò che ha dimostrato è che il cristianesimo, essendo una relazione personale, non può limitarsi a un insieme di idee o a un pacchetto di credenze.

Concludiamo con la domanda posta da Gesù stesso: “Quando verrà il Figlio dell'uomo, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18, 8). Certamente, se nella vita liturgica e sacramentale gli uomini troveranno sempre l'inizio o il nutrimento per la vita di conoscenza e amore di Gesù Cristo e l'esperienza comunitaria della fede, ciò romperà anche il forte individualismo del nostro tempo.

Perché la religione è diventata obsoleta

Autore: Christian Smith
Editoriale: OUP USA
Anno di pubblicazione: 2025
Pagine: 440
Evangelizzazione

Marie de Saint-Exupéry: molto più che la madre dell'autore de ‘Il piccolo principe’

Gli anni 2024 e 2025 hanno commemorato l'aviatore e scrittore francese Antoine de Saint-Exupéry. Biografie autorevoli e altri testi mettono in risalto la figura di sua madre, Marie Boyer de Fonscolombe (1875-1972), Marie de Saint-Exupéry, donna cristiana resiliente che ha visto morire tre figli, piena di fede e dedita agli altri.

Francisco Otamendi-29 dicembre 2025-Tempo di lettura: 5 minuti

Olivier d'Agay, nipote di Antoine de Saint-Exupéry, scomparso nel 1944 mentre pilotava un aereo alleato durante la Seconda Guerra Mondiale, ha dichiarato in un'intervista nel giugno di quest'anno che suo zio avrebbe provato un sentimento agrodolce. 

Da un lato, gioia, nel constatare il successo del suo Piccolo Principe dell'asteroide B-612. Dall'altro, tristezza, “perché l'umanità non ha fatto progressi” (La Crónica de hoy). 

Non sappiamo se la madre dello scrittore e pilota, Marie Boyer de Fonscolombe, fosse triste. Ma è certo che Marie fosse molto più che la madre dell'aviatore, come suggeriscono i suoi biografi, che sottolineano la sua resilienza e la sua profonda fede.

Forza di fronte alla morte dei propri figli

Perché Marie de Saint-Exupéry affrontò con forza la morte del marito Jean, scomparso improvvisamente nel 1904, e di tre dei suoi cinque figli (Francois a 15 anni, per febbre reumatica (1917); Marie-Madeleine, nel 1926, per tubercolosi; e il poeta pilota, Antoine, nel 1944).

Perdite che hanno segnato profondamente la sua vita, ma alle quali è sopravvissuto con fede perseverante e intensa dedizione agli altri fino alla sua morte, avvenuta nel 1972. 

Ideali, cultura e fede

Marie Boyer de Fonscolombe Era nato in una famiglia dell'antica nobiltà francese profondamente segnata da ideali, cultura e fede, che influenzarono fortemente la sua formazione e i suoi valori. Ricevette parte della sua educazione dalle Suore del Sacro Cuore di Lione.

Le biografie di Stacy Schiff e Persane-Nastorg, citate alla fine, e i lavori sulla famiglia raccolti da Olivier d'Agay, mostrano che Marie educò i propri figli, in particolare Antoine, in un clima insolito per l'epoca: un mix di rigore morale e grande libertà interiore.

Rimasta vedova molto giovane, a 28 anni, con cinque figli a carico, non optò per un'educazione rigida e autoritaria. Al contrario, incoraggiò l'immaginazione, la sensibilità artistica e la riflessione personale.

Fedeltà alla chiamata

A suo figlio Antoine trasmise una convinzione costante: la vita ha senso solo quando è vissuta come una vocazione, non come una comodità. Questo consiglio non era formulato come teoria, ma come esempio. Marie insisteva sull'importanza della fedeltà alla propria coscienza, anche quando ciò comportava rischi o incomprensioni. Questo atteggiamento è alla base del senso del dovere che Antoine ha dimostrato come aviatore e scrittore, e che attraversa opere come ‘Terra degli uomini’.

Le biografie sottolineano che Marie non scoraggiò mai le decisioni difficili di suo figlio, nemmeno la sua pericolosa vocazione di pilota, anche se le causavano paura. Il suo consiglio costante non era “evita il pericolo”, ma “sii fedele a ciò che sei chiamato a fare”.

A questo punto, Schiff sottolinea che Antoine ha trovato nella madre una figura di sostegno incondizionato, capace di sostenere senza possedere e di guidare senza dominare.

Una vita di fede discreta, profonda e piena di speranza

Una delle caratteristiche più sorprendenti di Marie de Saint-Exupéry è la discrezione della sua fede. Non era una donna incline ai discorsi religiosi né alla protagonismo spirituale. Tuttavia, tutte le biografie concordano sul fatto che la sua vita fosse sostenuta da una fede cristiana salda, ereditata dalla sua famiglia e assunta in modo personale e maturo.

Questa fede si manifestò soprattutto nella sua speranza, messa alla prova da circostanze estreme. Marie sopravvisse al marito e a tre dei suoi figli, come abbiamo visto, affrontando la scomparsa di Antoine con il suo aereo, in Corsica, durante la seconda guerra mondiale.

Invece di chiudersi nell'amarezza, la sua risposta fu una fiducia persistente in Dio e nel senso ultimo della vita, anche quando quel senso non era visibile.

La biografia Marie de Saint-Exupéry, l'étoile du Petit Prince descrive la sua spiritualità come una fede attraversata dal dolore. Non si tratta di una religiosità ingenua, ma di una speranza elaborata, silenziosa, sostenuta dalla preghiera e dalla convinzione che la morte non abbia l'ultima parola. Questa certezza è stata determinante per il suo equilibrio interiore e per la sua capacità di continuare a dedicarsi agli altri.

Nella visione che trasmesso Per Antoine, la fede non appare come un sistema chiuso di risposte, ma come un orientamento verso la luce, anche nel cuore della notte. Questo atteggiamento aiuta a comprendere ‘Il piccolo principe’, dove la speranza non si impone, ma si propone come una ricerca.

Servizio agli altri nelle guerre mondiali

Se c'è un punto su cui tutte le fonti concordano chiaramente è che Marie ha vissuto la sua fede servendo gli altri. La sua spiritualità era eminentemente pratica.

Durante la prima guerra mondiale si formò e lavorò come infermiera, assistendo i soldati feriti negli ospedali militari. Fu un impegno costante, impegnativo e fisicamente duro.

Dopo la guerra, e in particolare dopo la morte della figlia Marie-Madeleine, intensificò il suo impegno a favore degli altri. Collaborò con istituzioni di assistenza, con la Croce Rossa e con iniziative locali di aiuto ai malati e alle persone vulnerabili. Durante la Seconda Guerra Mondiale, ormai anziana, tornò a dedicarsi alla cura e al sostegno dei civili colpiti dal conflitto.

Le biografie sottolineano che questo servizio non era una fuga dalla sofferenza personale, ma una risposta consapevole ad essa. Marie sembrava convinta che il dolore potesse trasformarsi solo quando condiviso e orientato al bene degli altri.

Questa logica ha profondamente segnato Antoine, che nei suoi scritti insiste sulla fratellanza, la responsabilità e il valore del sacrificio per qualcosa che ci trascende.

Di seguito sono riportate alcune frasi di Marie de Saint-Exupéry, con formulazioni tratte da fonti familiari. 

“La fede non consiste nel non avere notti, ma nel camminare verso la luce”

In una lettera indirizzata a uno dei suoi figli, Marie esprimeva la sua fede non come una certezza facile, ma come una ricerca perseverante, in termini che le biografie riassumono così: “La fede non consiste nel non avere notti, ma nel camminare verso la luce anche quando non la si vede”. L'idea è ripresa nelle biografie.

“Non abbiamo perso coloro che amiamo; ci hanno preceduto”.

In una sintesi molto vicina al testo originale, anch'essa tratta da fonti familiari, dopo la morte di alcuni dei suoi figli, Marie scrisse parole che esprimono la sua speranza cristiana: “Non abbiamo perso coloro che amiamo; essi ci hanno preceduto”. E questa speranza la portò a dedicarsi ancora di più al servizio degli altri.

Su Dio e l'interiorità

Secondo le testimonianze dei familiari raccolte da Olivier d'Agay, Marie insisteva con Antoine sul fatto che il rapporto con Dio non viene imposto dall'esterno, ma si scopre nel profondo dell'anima. Ogni essere umano porta in sé qualcosa che lo supera; è lì che Dio aspetta, diceva. Antoine dirà ne ‘Il piccolo principe’: “L'essenziale è invisibile agli occhi”.

Queste idee sono tratte da biografie come ‘Marie de Saint-Exupéry, l'étoile du Petit Prince’ di Michèle Persane-Nastorg, Éditions du Triomphe, Parigi, 2023; quella del già citato Olivier d'Agay, quella di Stacy Schiff, ‘Saint-Exupéry: A Biography”, che offre un approfondito contesto familiare, e articoli letterari o meno in formato digitale (Aleteia) o su riviste accademiche in particolare.

L'autoreFrancisco Otamendi

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Vangelo

Prendersi cura del Cristo che portiamo dentro. Solennità di Santa Maria, madre di Dio

Vitus Ntube ci commenta le letture della solennità di Santa Maria corrispondente al 1° gennaio 2026.

Vitus Ntube-29 dicembre 2025-Tempo di lettura: 3 minuti

Dopo aver cantato ieri il Te Deum In segno di ringraziamento a Dio, e trovandoci alla fine dell'Ottava di Natale e all'inizio di un nuovo anno civile, la Chiesa ci propone la festa di Maria, Madre di Dio. Non è un caso. Ci invita ad approfondire ciò a cui si riferisce San Paolo quando parla della “pienezza dei tempi”: “Quando giunse la pienezza dei tempi, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna". (Galati 4, 4)

La Chiesa non si concentra solo sulla maternità fisica di Maria, ma soprattutto sulla sua disposizione spirituale. Ricordiamo quella donna che alzò la voce dicendo: “Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato”. Ella lodò il concepimento e l'allattamento di Gesù. Nostro Signore riportò la sua attenzione sulla vera beatitudine che deriva dal custodire la Parola di Dio nella nostra vita: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica.” (cfr. Lc 11, 28). Maria è beata non solo perché ha concepito Cristo nel suo corpo, ma perché ha accolto la Parola di Dio nel suo cuore. Eppure questa supremazia spirituale non sminuisce la bellezza e la verità della sua maternità fisica.

In un giorno come questo, vale la pena riflettere su cosa significhi realmente la maternità fisica di Maria. Se prendiamo sul serio l'umanità di Gesù, allora dobbiamo prendere con altrettanta serietà la maternità di Maria. Gesù “cresceva in sapienza, statura e grazia” (Lc 2, 52). Fu allattato da sua madre. Ogni madre conosce la gioia particolare e la tenerezza che accompagnano l'atto di prendersi cura. La maternità di Maria e la filiazione di Cristo sono profondamente reali. Lei gli ha dato il proprio corpo e il proprio sangue, ma anche il proprio tempo, la propria attenzione, le proprie notti insonni. Prendersi cura è un lavoro lento, paziente, impegnativo... e profondamente gratificante.

Celebrare la festa di Maria, Madre di Dio, significa celebrare le gioie della maternità. Mi piace immaginare, in modo letterario, una corrispondenza tra Maria e sua cugina Elisabetta, qualcosa di simile a Memorie di due giovani mogli di Honoré de Balzac, in cui due amiche, Louise e Renée, condividono le loro esperienze. Ad un certo punto, Renée racconta alla sua amica Louise la sua esperienza di maternità. Scrive: “Partorire non è niente; allattare è partorire ogni momento. […] Nulla si può vedere o sentire nel concepimento, nemmeno nella gravidanza, ma allattare, mia cara Louise, è una felicità che non finisce mai. Si vede in cosa si trasforma il latte: diventa carne, fiorisce sulla punta di quelle dita così dolci, simili a fiori e così delicate; cresce nelle unghie sottili e trasparenti, si dispiega nei capelli, si agita e si dimena nei piedi. […] Oh, Louise, allattare è una trasformazione che si vede ora dopo ora, abbagliante alla vista! Non è con le orecchie ma con il cuore che ascolti il pianto del bambino; comprendi il sorriso nei suoi occhi o nelle sue labbra o nei suoi piedini irrequieti come se Dio avesse scritto per te lettere di fuoco nell'aria.".

Non è assurdo pensare che l'esperienza di Renée, così ben espressa, non sia stata meno significativa per Maria. Queste erano alcune delle cose che Maria custodiva nel suo cuore e su cui meditava (cfr. Lc 2, 19).

Le gioie di Maria nel prendersi cura e accompagnare Cristo fino alla sua piena maturità possono essere anche le nostre all'inizio del nuovo anno. Ecco, quindi, il nostro primo proposito per l'anno: prenderci cura del Cristo che portiamo dentro di noi.

Vaticano

Le famiglie che soffrono a causa delle guerre, nel cuore del Papa

Nella domenica della Sacra Famiglia, l'ultima del 2025, il Papa ha pregato durante l'Angelus per le famiglie che soffrono a causa della guerra, per i bambini, gli anziani e le persone più fragili, e anche per la pace. “Affidiamoci insieme all'intercessione della Sacra Famiglia di Nazareth”, ha invitato.  

Redazione Omnes-28 dicembre 2025-Tempo di lettura: 3 minuti

Nel Angelus dell'ultima domenica dell'anno, festa della Sacra Famiglia, il Pontefice ha esortato a “alla luce del Natale del Signore, continuare a pregare per la pace. Oggi, in particolare, preghiamo per le famiglie che soffrono a causa della guerra”, e ha incoraggiato ad affidarci “all'intercessione della Sacra Famiglia di Nazareth”.

Una prova per Gesù, Maria e Giuseppe

All'inizio, Papa Leone XIV ha fatto riferimento all'episodio evangelico della “fuga in Egitto” e della strage degli innocenti. “Oggi celebriamo la Festa della Sacra Famiglia e la liturgia ci propone il racconto della “fuga in Egitto” (cfr. Mt 2,13-15.19-23)”, ha affermato. 

“È un momento di prova per Gesù, Maria e Giuseppe. Sul quadro splendente del Natale si proietta, quasi all'improvviso, l'ombra inquietante di una minaccia mortale, che ha origine nella vita tormentata di Erode, un uomo crudele e sanguinario, temuto per la sua crudeltà, ma proprio per questo profondamente solo e ossessionato dalla paura di essere detronizzato”. 

Presepe nella cattedrale di San Patrizio a New York il 25 dicembre 2024. (Foto di OSV News/Gregory A. Shemitz).

Morte dei bambini dell'età di Gesù

“Quando viene a sapere dai magi che è nato il ‘re dei Giudei’ (cfr. Mt 2,2), sentendosi minacciato nel suo potere, decreta la morte di tutti i bambini dell'età di Gesù”. 

Nel suo regno, ha sottolineato il Papa, “Dio sta compiendo il miracolo più grande della storia, in cui si realizzano tutte le antiche promesse di salvezza, ma lui non è in grado di vederlo, accecato dalla paura di perdere il trono, le sue ricchezze, i suoi privilegi”.

Questa “durezza di cuore mette ancora più in risalto il valore della presenza e della missione della Sacra Famiglia che, nel mondo dispotico e avido rappresentato dal tiranno, è il nido e la culla dell'unica risposta possibile di salvezza: quella di Dio che, con totale gratuità, si dona agli uomini senza riserve e senza pretese”. 

“Il mondo ha sempre i suoi ‘Erode’”

Purtroppo, ha riflettuto il Papa, “il mondo ha sempre i suoi ‘Erode’, i suoi miti del successo a tutti i costi, del potere senza scrupoli, del benessere vuoto e superficiale, e spesso ne subisce le conseguenze con la solitudine, la disperazione, le divisioni e i conflitti”. 

Non lasciamo che “questi miraggi soffochino la fiamma dell'amore nelle famiglie cristiane“, ha esortato. ”Al contrario, proteggiamo in esse i valori del Vangelo: la preghiera, la frequenza ai sacramenti – specialmente la confessione e la comunione –, gli affetti sani, il dialogo sincero, la fedeltà, il realismo semplice e bello delle parole e dei gesti buoni di ogni giorno“. 

Elogio di San Giuseppe, obbediente alla voce del Signore

Anche il Papa ha lodato San Giuseppe. “Il gesto di Giuseppe che, obbediente alla voce del Signore, porta in salvo la moglie e il bambino, si manifesta qui in tutto il suo significato redentore. Infatti, in Egitto cresce la fiamma dell'amore domestico a cui il Signore ha affidato la sua presenza nel mondo e prende vigore per portare la luce al mondo intero”.

Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, cammina in processione la vigilia di Natale davanti alla Basilica della Natività a Betlemme, in Cisgiordania, il 24 dicembre 2025. (Foto di OSV News/Ammar Awad, Reuters).

“Una carezza del Papa”

Il cardinale elemosiniere Konrad Krajewski ha raccontato in questi giorni di “una piccola carezza” di Leone XIV.

Il dettaglio si è concretizzato in aiuti finanziari a diverse parti del mondo, per sostenere famiglie che, come quella di Gesù, “percorrono il doloroso cammino dell'esilio in cerca di rifugio”. Tre camion con aiuti umanitari sono arrivati nelle zone più colpite dai bombardamenti in Ucraina. Così, conclude il cardinale Krajewski, Leone XIV “non solo prega per la pace, ma desidera essere presente alle famiglie che soffrono”, sottolinea l'agenzia vaticana.

L'autoreRedazione Omnes

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Cultura

Fernando Delapuente, ingegnere e artista, ha riflesso la gioia di vivere 

L'Ordine dei Medici di Madrid offre una retrospettiva sul prolifico pittore che ha saputo trasmettere nei suoi quadri la gioia di vivere.

Redazione Omnes-28 dicembre 2025-Tempo di lettura: 3 minuti

Fernando Delapuente Rodríguez-Quijano (Santander, 1909 – Madrid, 1975) dipinse 1.246 quadri, numerandoli tutti. Una combinazione perfetta di ingegnere e artista: meticoloso e organizzato, ma allo stesso tempo assolutamente libero nella sua creatività. L'Illustre Ordine dei Medici di Madrid ospita una mostra, organizzata dalla Fondazione Methos, che riunisce 70 di questi pezzi in una retrospettiva sull'evoluzione pittorica di “un tipo molto originale”. 

Così lo spiega il curatore della mostra, Andrés Barbé. Delapuente era il quarto di sei fratelli; iniziò a studiare giurisprudenza seguendo le indicazioni dei suoi genitori, “ma durò solo un trimestre”. Si iscrisse a ingegneria industriale e, quando era al secondo anno, a belle arti. “Nulla di politicamente impegnato”, visse la guerra in una prigione segreta e poi rifugiato nell'ambasciata di Cuba. ”Divenne professore di disegno nella scuola, ma ciò che gli piaceva era dipingere” e rinunciò alla cattedra. Fondò una società di ingegneria e architettura e, tra gli altri lavori, progettò il campus dell'Università di Navarra, gli fu commissionato Torreciudad... Ma la pittura era sempre lì.

La mostra è organizzata in sei aree che rivelano l'evoluzione della sua pittura. Una prima fase, più accademica, fino a quando negli anni “50 viaggia in Italia, cambiando completamente il suo percorso. A Ravenna, vedendo il sole dell'alba riflettersi sui mosaici di una basilica, ha, secondo quanto raccontava lui stesso, avuto una ”conversione al colore e sono diventato fauv [del fauvismo]“. In quel ”fai quello che ti pare“ di questo tipo di stili, Delapuente usa il colore sì, ma lo fa, a differenza di altri pittori, con un disegno molto definito. Passa dagli ocra e dai toni terrosi a fissarsi su Van Gogh, Matisse, ”le persone che usano il colore". 

Ecco perché la seconda parte è dedicata all'Italia e la terza a Parigi, con tonalità più grigie, perché la luce di Roma non è quella della Città dell'Amore, e Delapuente dipingeva ciò che vedeva. In questa sezione è esposto uno dei suoi pochi quadri con persone, poiché l'artista rinunciò quasi completamente al figurativo per dipingere città, terre o mari. Infatti, nonostante avesse ottenuto ottimi voti in anatomia, quando include una persona in una scena lo fa in modo quasi infantile, senza lavorarci quasi per niente. Questo “fauvismo urbano” è ciò che porta il curatore a definire Delapuente un “uomo innovativo”. 

“Ciò che gli importava”, sostiene Barbé, “era la struttura urbana, anche se qui fa quello che vuole”, spostando gli edifici o mettendo insieme quelli che nella città reale sono distanti. "Oppure dipinge edifici che non esistono più". 

Amore per Madrid

La prova di questo amore dell'artista per la città è l'ultima parte della mostra - dopo i paesaggi marini e le scene di campagna - dedicata alla città di Madrid. Si potrebbe definire, spiega il curatore, il pittore di Madrid. “Ma la Madrid idealizzata che gli piaceva”. “La mia Madrid”, diceva l'artista, in cui non c'erano così tante persone e così tante auto come negli ultimi anni della sua vita. 

Barbé ha individuato più di 120 quadri che dipinse della capitale. In quella Madrid che tanto amava, Fernando Delapuente morì all'età di 66 anni per una malattia cardiaca che lo affliggeva da sempre e che non gli aveva mai impedito di vivere una vita appassionata, intensa ed entusiasta.

“Era un uomo estremamente normale. Molto socievole. Molto pulito; non era il tipico artista trasandato. Affabile. Aveva soprannaturalizzato la sua vita; era membro dell'Opus Dei e proponeva una pittura gentile, positiva, piacevole e decorativa, che sta molto bene. Aveva carattere. Era un uomo di amici; ne aveva moltissimi. Viveva la gioia di vivere, e questo si riflette nei suoi quadri. Era ordinato, sistematico e molto laborioso”.

Una mostra molto curata

Questa mostra, composta interamente da prestiti di privati, è stata preparata per oltre un anno. Sono stati portati pezzi da Pamplona, Bilbao, Granada, Almería, Valencia e, soprattutto, Madrid. Il curatore spiega che Delapuente dipingeva spesso lo stesso soggetto. Cioè opere uguali (ognuna con le sue sfumature), che poi vendeva. Marinas ne ha molte, riconosce il curatore, e di mari diversi con i loro diversi colori. “Alla fine della sua vita diventa molto simile a Turner”, spiega Barbé. È qualcosa che si può apprezzare nel suo olio su tela. Mare mosso con gabbiano, del 1975, lo stesso anno della sua morte.

Dove vederla

La mostra è un omaggio a Delapuente nel 50° anniversario della sua scomparsa. Si tratta di un tributo in uno spazio pulito e chiaro come la sala espositiva dell'Ordine dei Medici, situata nel cuore della pittura madrilena (Santa Isabel, 51). 

Sarà possibile visitarla fino al 17 gennaio 2026, dal lunedì al venerdì, dalle 10 alle 21, e il sabato dalle 10 alle 14. L'ingresso è libero e gratuito.

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Stati Uniti

Tammy Peterson: “Non avrei mai immaginato la profondità dei cambiamenti che la mia conversione avrebbe portato nella mia vita”

Tammy Peterson è una figura pubblica che ha influenzato migliaia di persone, non solo perché è la moglie del famoso intellettuale e psicologo Jordan Peterson, ma anche per la sua profonda storia di fede.

Javier García Herrería-28 dicembre 2025-Tempo di lettura: 7 minuti

Il percorso di Tammy Peterson verso la conversione al cattolicesimo è nato dall'oscurità della malattia e della disperazione. Dopo aver ricevuto la diagnosi di una forma rara e aggressiva di cancro, Tammy ha affrontato mesi di dolore, interventi chirurgici e una lunga convalescenza. È stato durante questo periodo di estrema fragilità che, su consiglio di un'amica, ha iniziato a recitare il rosario.

Quella che era iniziata come una ricerca di conforto si è trasformata in un incontro spirituale culminato con il suo battesimo e la sua piena adesione alla Chiesa cattolica. La sua storia è un commovente esempio di come la fede possa fiorire anche nelle circostanze più difficili.

Com'era il rapporto con i suoi genitori?

—Mio padre era un imprenditore ed era sempre molto impegnato. Aveva una mente molto aperta e mi ha trasmesso molto coraggio e forza per provare cose sconosciute o che apparentemente erano fuori dalla mia portata. Grazie a lui ho ereditato una mentalità aperta e ne sono davvero grato al Signore.

Anche mia madre era dalla mia parte, ma non si fidava completamente di mio padre. Anni dopo ho capito il motivo: probabilmente lei stessa aveva subito abusi da parte del proprio padre, morto molto giovane. Era un uomo depresso ed era evidente che non stava bene. Ho sempre notato che mia madre diffidava, in una certa misura, di mio padre, e questo è stato difficile per me durante la crescita. Mio padre aveva degli amici che rimanevano in ufficio dopo il lavoro per bere insieme, e mia madre era sempre sospettosa di ciò che poteva accadere lì. Molte persone affrontano problemi come questi, e non è facile integrarli nella propria vita. Tuttavia, mio padre era una persona fantastica e mi sento molto fortunata ad averlo avuto.

Mia madre ha avuto una demenza precoce. Ha iniziato ad ammalarsi a 50 anni e quando ne aveva 70 è morta. All'epoca lei e mio padre vivevano a Vancouver, mentre io ero a Toronto. Viaggiavo per aiutarli: cercavo un assistente, pulivo, organizzavo le loro medicine e mi assicuravo che entrambi mangiassero bene. Fortunatamente, noi quattro fratelli ci aiutavamo a vicenda. Eravamo tutti lì per sostenere mio padre, che si è preso cura di mia madre fino alla fine. 

Ad un certo punto, i farmaci hanno reso mia madre nuovamente paranoica. Ha ricominciato a sospettare di mio padre e io ho provato di nuovo la stessa sensazione che avevo provato durante l'adolescenza, quando anche lei diffidava ingiustamente di lui. In un certo senso, è stata una grazia di Dio che mi ha permesso di vedere chiaramente che quella paranoia proveniva da mia madre, non da mio padre. E l'ho ringraziata interiormente, perché mi ha mostrato qualcosa di importante.

Alla fine hanno cambiato la terapia farmacologica di mia madre e lei è tornata stabile. I due sono rimasti insieme fino alla sua morte. È stato solo un episodio breve, ma significativo, perché mi ha insegnato qualcosa di essenziale e mi ha permesso di avvicinarmi molto a mio padre negli ultimi vent'anni della sua vita, che si è conclusa a 93 anni, appena un paio di anni fa.

Ora lo vedo come una grazia di Dio: riceviamo ciò che dobbiamo imparare proprio quando ne abbiamo bisogno. 

Come descriverebbe la sua vita spirituale durante la giovinezza e prima di ritrovare la fede?

—Sono cresciuta in un ambiente protestante. Quando ero piccola, entrambe le mie nonne erano membri attivi della fede protestante. Mia nonna paterna suonava il pianoforte in chiesa. E mia nonna materna cantava nel coro. Entrambe sono state grandi modelli per me. 

Da piccola, la domenica andavo alla scuola della chiesa, ma non ricordo che i miei genitori fossero presenti. Avevo tre fratelli maggiori, che mi sembra di ricordare venissero anche loro. A parte la partecipazione alle funzioni domenicali, a casa non pregavamo più, nemmeno per benedire la cena o per le preghiere prima di andare a letto.

Durante l'estate partecipavamo alle attività di una chiesa avventista. Da bambina ho anche partecipato ad alcuni campi estivi organizzati da diverse confessioni religiose, cosa che ai miei genitori non importava affatto. 

Da adolescente ero una ragazza molto curiosa. Vivevamo in un posto molto isolato e io sfruttavo qualsiasi scusa, per quanto insignificante, per non andare in chiesa. Quando lasciai casa e iniziai l'università, frequentai la chiesa durante il primo anno. Ma all'inizio dell'anno successivo, il ministro iniziò con lo stesso sermone dell'anno precedente e io lo presi come pretesto per smettere di frequentarla. 

È curioso quante scuse possa trovare una persona quando in realtà sta cercando dei modi per evitare qualcosa.

Ricordo quei tempi e tutte quelle piccole scuse che usavo senza capire perché in realtà non volevo andare in chiesa, né perché potesse essere benefico per me farlo, indipendentemente dal momento, da chi fosse presente o da dove si trovasse la chiesa. Niente di tutto ciò era essenziale.

Come è la sua vita ora che è tornato alla fede?

—L'unica cosa veramente importante che ho imparato è che vado lì, mi siedo, metto i piedi per terra e ringrazio Dio di essere viva, di avere un altro giorno per fare ciò che Lui vuole che io faccia. Questo è ciò che ho imparato. L'ho capito quando avevo sei anni e da allora ho vissuto in questo modo.

Come è cambiata la mia vita? È interessante. Un giorno, mentre io e mio marito Jordan parlavamo dei cambiamenti che avevo vissuto dal mio ritorno alla fede, abbiamo scritto una lista delle virtù che sono emerse in me dalla mia conversione. Abbiamo raggiunto un totale di trenta virtù che ho ricevuto da quel momento. 

(Tammy cerca un foglio e inizia a leggerlo.). 

Ne ripasserò alcune: sono più simile a una bambina, più divertente, meno cinica, meno volubile, meno preoccupata dal controllo e dal potere; più paziente e gentile; più concentrata sul benessere degli altri; più ospitale, più obbediente, più presente, più bella, più calorosa; più perspicace, più elegante, più serena, più resiliente, più compassionevole; più socialmente adeguata; una madre migliore; più facile da trattare; più disposta ad ascoltare e conversare; più precisa con le parole; penso in modo più approfondito; sono più creativa; più facile lavorare con me; una leader migliore; più attraente; più sicura del mio coraggio, più coraggiosa con sicurezza e più riflessiva.

Questi sono molti dei modi in cui la mia vita è cambiata dalla mia conversione. È davvero straordinario. Non avrei mai immaginato la profondità dei cambiamenti che sarebbero avvenuti nella mia vita...

Ha avuto un tumore, in che modo la fede l'ha aiutata a superarlo?

—Non so se sarei riuscito a superare la mia esperienza con il cancro senza l'aiuto di Dio. È stata davvero un'esperienza incredibile. Ho lasciato tutto nelle mani di Dio e ho imparato qualcosa di fondamentale: non dobbiamo preoccuparci dei pensieri che non vogliamo avere. Prima lasciavo che la mia mente vagasse senza controllo, ma ora capisco che posso scegliere a cosa pensare. Se un pensiero non è appropriato, semplicemente lotto per farlo svanire. È un insegnamento che mi ha aiutato a comprendere la natura superficiale di certi pensieri e come lasciarli andare.

Prima della mia conversione, sono cresciuta come protestante, ma mia nonna è passata dall'essere cattolica a protestante. Quando ero bambina ed entravo in una chiesa, mi chiedevo dove fosse la Vergine Maria, perché non era evidente lì, e questo mi confondeva. Più tardi, durante la mia conversione, ho avuto un'esperienza profonda: un nonno messicano della Nuova Zelanda mi ha aiutato a ricollegarmi alla mia fede cattolica. Ha pregato in spagnolo con me e mi ha detto che mia nonna era con me. Questo mi ha fatto sentire di aver riparato una separazione storica nella nostra famiglia e mi ha permesso di vedere la fede cattolica come qualcosa che era sempre stata presente, anche se non l'avevo compreso appieno da piccola.

Durante la mia malattia, Queenie, una cara amica cattolica, mi ha insegnato a recitare il Rosario. Imparare e recitare il Rosario mi ha avvicinato gradualmente a Gesù come mio salvatore. Oggi continuo a recitarlo ogni mattina; mi aiuta a rimanere sulla via di Dio e non sulla mia. La bellezza della Chiesa cattolica – i sacerdoti, le icone, gli ornamenti – mi ha anche insegnato a essere più umile, perché la bellezza ci ricorda la grandezza e l'umiltà di Dio e ci aiuta a fermarci e a concentrarci su di Lui.

Quali altre cose ti hanno sorpreso del cattolicesimo?

—La confessione è stata per me un'esperienza profonda di perdono. Tempo fa ho imparato le tecniche Al-Anon e il Dodici passi, un programma di principi spirituali e azioni pratiche sviluppato originariamente dagli Alcolisti Anonimi. Così ho imparato a conoscermi meglio e a condividere i miei errori, ma il cattolicesimo mi ha permesso di approfondire ulteriormente, liberandomi nella Confessione dai pesi del passato che non riuscivo a perdonare da sola. L'Eucaristia, dal canto suo, è una pratica concreta che ci insegna a ricevere la grazia di Dio, anche nei giorni più difficili. Praticare la preghiera e la comunione ci prepara ad accettare la grazia quando ne abbiamo davvero bisogno.

La nostra società è diventata sempre più divisiva e superficiale, a volte incapace di cogliere le sfumature. La Chiesa, invece, ci insegna ad essere umili, attenti e aperti. La preghiera e l'ascolto della volontà di Dio ci guidano ad agire in modo corretto e amorevole, anche in mezzo alla confusione e alla divisione che vediamo intorno a noi. La pratica quotidiana, anche se semplice, ci permette di avvicinarci a Dio e di vivere secondo la Sua volontà. Anche piccoli gesti - sedersi a guardare fuori dalla finestra, respirare consapevolmente, ringraziare per la luce e la vita che Dio ci dona - sono modi per coltivare la spiritualità e l'umiltà nella nostra vita quotidiana.

Anche l'educazione riflette questo principio. Osservare mia nipote di tre anni mi ha insegnato l'importanza di guidare senza imporre, di sostenere e correggere senza diventare oppressori. Il rispetto e la pazienza nelle relazioni sono estensioni della pratica spirituale che la Chiesa ci insegna. Questo vale non solo per la famiglia, ma anche per la società in generale, specialmente in tempi di polarizzazione e divisione. 

Ora ho un podcast per diffondere queste idee. Parlo principalmente con giovani donne, aiutandole a trovare la loro strada, a conciliare la fede con la loro vita, a comprendere l'importanza della famiglia e della maternità e a orientarsi nella narrativa femminista moderna con coscienza cristiana. Cerco di insegnare loro che possono aspirare a una vita piena e significativa senza rinunciare alla loro fede o alla loro vocazione più profonda.

Che ruolo ha avuto suo marito nella sua conversione?

—Mio marito ha avuto un'influenza fondamentale sulla mia fede e sulla mia conversione. Grazie al suo esempio, alla sua dedizione e al suo sostegno durante i miei anni più difficili, ho imparato ad ascoltare, osservare e affidarmi a Dio in ogni decisione e sfida. Il suo sostegno è stato fondamentale durante la diagnosi e il trattamento e mi ha insegnato il valore dell'amore pratico e paziente nella vita quotidiana.

Tutta questa esperienza – il cancro, la conversione, la famiglia, l'educazione dei figli, il servizio agli altri attraverso il podcast – mi ha insegnato che vivere la fede non è solo un atto di preghiera, ma un impegno quotidiano a fare la cosa giusta, a guidare gli altri con amore e a cercare la grazia di Dio in ogni momento. Si tratta di piccoli passi quotidiani, di atti consapevoli, di umiltà e gratitudine. E soprattutto, di riconoscere che Dio ci accompagna in ogni passo, guidandoci e rafforzando la nostra vita, anche nelle prove più profonde.

Argomenti

Santa Teresa, Rigoberta Bandini e un Dio che è famiglia(r)

La realtà familiare della Trinità si manifesta nella casa, nella vita quotidiana, nella liturgia, nel lavoro.

Beatriz Gallástegui Baamonde-27 dicembre 2025-Tempo di lettura: 9 minuti

Una delle rappresentazioni più famose della Trinità è l'icona di Rublev. Sebbene non sia un'icona narrativa, ma contemplativa, vorrei soffermarmi su due dettagli: Dio è famiglia, è Padre, Figlio e Spirito Santo, rappresentati in tre persone dai volti giovanili che sembrano intrattenersi in un dialogo sereno. Queste tre persone condividono un tavolo. C'è qualcosa di più familiare che condividere un tavolo? Dio è famiglia e Dio è familiare.

“Tre persone e un amato / tra tutti e tre c'era […] / un solo amore tre hanno / che la sua essenza diceva: / che più amore c'era / più amore si faceva” (San Giovanni della Croce). Dio è unico, ma non solitario. Questa è l'essenza di Dio: una famiglia che non smette mai di amarsi. La Trinità è un amore costante che trabocca. È per questo traboccare di amore trinitario che crea la terra e l'uomo. 

Continuando con la metafora della tavola, Dio famiglia trabocca d'amore e dimora tra noi e in noi. “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare tra noi”, dice San Giovanni nel suo Vangelo. Più avanti: “Se qualcuno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”.

Il luogo per eccellenza della famiglia di Dio è il cuore dell'uomo, come riflette magnificamente il Catechismo. Nel nostro cuore la Trinità, la famiglia di Dio, ha stabilito la sua dimora, ed è lì che il cielo e la terra si uniscono. Dio trabocca nel mio cuore. L'immagine dell'icona di Rublev si sta realizzando nel mio cuore.

La dimora della Trinità nel cuore

La presenza della Trinità nel mio cuore è qualcosa di così universale che non solo viene espressa magnificamente da Sant'Agostino di Ippona o Santa Teresa quando parlano delle dimore, ma viene anche intuita e cantata da Rigoberta Bandini nella sua canzone “Too many drugs”. Afferma che sta sempre “cercando di capire cose che hanno a che fare con l'essere” e conclude che “alla fine tutto sta nel guardare, che dentro di me ho un palazzo reale, pieno di stanze dove pattinare”. 

Se impariamo a guardare, dentro il nostro cuore ci troviamo nella Dimora della Trinità, nella dimora dove abita il Re Trino e, con la sua grazia, abbiamo un palazzo pieno di stanze dove pattinare.

E una volta che Dio è nel mio cuore, l'amore traboccante cessa? No. Questa unione amorosa nel nostro cuore trabocca e si riversa, perché la Trinità continua a traboccare. E questo cuore, il tuo e il mio, abitato dalla Trinità, dove manifesta l'esuberanza del suo amore? Nelle mille piccole gioie che ha la casa (parafrasando Silvio Rodríguez e la sua canzone “A dónde van”). Se Dio è famiglia, continuerà a traboccare e a lasciare la sua impronta nella familiarità. 

Il Signore va in giro con il broncio

Oggi sono tornato a casa dal lavoro come al solito, con lo zaino del computer, la borsa della palestra e il contenitore per il pranzo sotto il braccio. Dopo aver salutato la mia coinquilina, abbiamo deciso di cenare insieme. Un yatekomo e un'insalata con pane integrale era il menu esposto su un tavolo bianco dell'Ikea, con una tovaglietta di sparto comprata al negozio cinese. Abbiamo parlato della giornata, dei progetti futuri, di alcune preoccupazioni profonde e poi siamo andati a letto.

Io, che ho in mente l'abitazione della Trinità, il suo traboccare e la sua espressione nella mia realtà, rimango a pensare che “il Signore cammina tra i pentole”, osservo il tavolo di Rublev e poi guardo il mio tavolo dell'Ikea e penso al fascino della casa. Cosa direbbe ora la Santa riguardo allo yachtkomo? Il Signore continua ad abitare tra i piatti pronti, gli orari interminabili, le agende infinite e i tavoli prefabbricati? Senza dubbio voglio pensare di sì, e cercherò di spiegarlo.

La Trinità, dopo aver creato il mondo e l'uomo (abbiamo convenuto che lo abbia fatto per traboccante amore familiare), ci fornisce alcune chiavi per partecipare a questa corrente d'amore. La Genesi ci dice che Dio mise l'uomo nel giardino dell'Eden “per lavorarlo, coltivarlo e custodirlo”.

Una parentesi: uno sguardo più ampio sul concetto di lavoro

Apriamo una parentesi importante. Dobbiamo liberarci dell'idea di lavoro che ci viene in mente, ovvero ciò per cui vengo pagato o dove vengo sfruttato, ciò che il mio CV dice che so fare... e incoraggio il lettore ad avere una visione molto più ampia del concetto di lavoro. Forse qui calza a pennello la definizione di lavoro che abbiamo imparato durante le lezioni di fisica al liceo: il lavoro è tutto ciò che esercita una forza e produce uno spostamento o una trasformazione.

Quindi, lavarsi i denti, rifare il letto, alzare la mano per salutare qualcuno per strada, mettersi i calzini, prendere in braccio il bambino, lasciare che il nonno si appoggi a me, giocare a paddle, mangiare, scrivere una poesia, organizzare le idee nella mia testa... tutto è lavoro e come tale dobbiamo considerarlo. Chiudo la parentesi.

Una conversazione divina

Dio famiglia (r) ci dice nella Genesi di prenderci cura e coltivare la terra, di renderla familiare, ci consegna il mondo affinché lo addomestichiamo, lo trasformiamo in casa nostra. Questa è una chiave importante. Il Dio famiglia (r), dell'icona di Rublev, sta avvenendo nel mio cuore e mi chiede di fare lo stesso nella mia realtà concreta e quotidiana.

Possiamo immaginare (puristi astenersi) Dio Padre che chiacchiera amorevolmente con il Figlio e lo Spirito Santo durante quel lungo dopocena, essendo un Padre che ama le sorprese, dicendo al Figlio: “Hai visto quella zuppa che ha preparato Maria? Mi sta adorando con quella, da qui ha un profumo spettacolare. Hai notato il pianto di Javier? Quello sì che è piangere con gusto, mi dà gloria con le sue lacrime. E il disastro di relazione che ha presentato Teresa? Ma si è impegnata... anche i disastri possono adorarmi. E che mi dici di quanto bene ha pulito la polvere oggi Victoria? L'hai visto, Gesù? È stata ispirazione dello Spirito Santo... che birichino”.

Dio Padre è il Dio delle sorprese, che ogni giorno ci dona il mondo affinché lo custodiamo e lo coltiviamo e gli riserviamo una grande sorpresa, ovvero il culto. È seduto a quel tavolo, in attesa di vedere come, con i suoi frutti trasformati dal nostro lavoro (in senso lato, non solo professionale), lo veneriamo e adempiamo al suo incarico: custodire e coltivare il Giardino dell'Eden.

Da casa a casa: dalla tavola alla tavola

Un altro elemento fondamentale che il nostro Dio famiglia ci dona attraverso suo Figlio, che ha molto a che fare con la famiglia, è la Santa Messa. “Riuniti attorno alla tua tavola” è un canto che tutti conosciamo. Nella Santa Messa siamo tutti riuniti, come la famiglia di Dio, attorno a una tavola dove c'è posto per tutti, come nelle migliori famiglie. 

Sul tavolo abbiamo pane e vino. Vorrei soffermarmi su questo punto. Se Dio non fosse un Dio delle sorprese, avrebbe istituito la Santa Messa con grano e uva, frutti suoi che la terra produce (anche se non senza il nostro lavoro), ma ha voluto rendere ancora più evidente il suo essere un Dio delle sorprese che vuole aver bisogno della nostra trasformazione, del nostro lavoro per venire ad abitarlo. Con i rischi che questo comporta: che il pane sia difettoso, che il vino possa essere acido e un lungo eccetera.

Dio non vuole la mia perfezione, ma il mio amore, il mio culto con ciò che ho, il mio impegno per amore e la mia dedizione. Egli verrà e lo abiterà, ma soprattutto si trasformerà in pane e vino su una tavola per nutrirmi. C'è qualcosa di più familiare che nutrire la propria famiglia con pane e vino?

Durante la Messa

Il nostro Dio familiare ci dà la chiave nella Santa Messa. La Trinità familiare trabocca dal tuo cuore nella realtà che tocchi. E tu tocchi la realtà perché hai “visto tutto” nella Santa Messa. Cosa possiamo vedere nella Santa Messa?

1. La Santa Messa si svolge in uno spazio sacro, generalmente in una chiesa. Lì c'è la Trinità che si riversa su di noi e noi la veneriamo attraverso una decorazione concreta, un'illuminazione, un ingresso di luce, alcune sculture o immagini, una disposizione, una pulizia... e quando finisce la Santa Messa sentiamo tutti il “Andate in pace”, andate via da qui e raccontate ciò che avete visto.

In latino è più preciso, si dice “Ite Misa est”, andate nel mondo a raccontare ciò che avete visto, a fare lo stesso, a diffondere la famiglia (familiare). Dio mi dice: la mia presenza trinitaria si rende visibile attraverso di te. E uno arriva a casa o al lavoro e può pensare allora alla disposizione delle cose, alla loro armonia, se c'è luce, se c'è pulizia... Ho imparato che l'armonia dello spazio in cui vivo mi porta ad adorare Dio, a rendere lo spazio qualcosa di familiare. Sei un po' come Re Mida, tutto ciò che tocchi, ciò che fai per amore, Dio lo abita.

2. Nella Santa Messa esistono abiti specifici, le vesti del sacerdote, dell'altare, dell'ambone, alcuni teli specifici che hanno una loro ragion d'essere, la loro cura per la Trinità. Ci sono colori specifici per le festività, vesti di migliore qualità per le solennità, ci sono dettagli che rendono la Casa.

Siamo carnali, proprio come Dio, che in Cristo si è fatto carne. La carne ha bisogno di essere vestita, riscaldata, possiede il tatto, è capace di accarezzare. È quindi opportuno seguire l'indicazione quando si esce, “Ite Misa est”, andate e raccontate ciò che avete visto, vestitevi di armonia, rendetevi belli, accogliete l'indigenza dell'uomo come io ho accolto voi, accarezzate, curate le ferite, vestite chi non ha vestiti, cucite un bottone, stirate una camicia, piegate le lenzuola, mettete una tovaglia, anche se di plastica, celebrate con rituali di festa perché arriva l'amico, il figlio, il fratello.

3. Nella Santa Messa c'è un cibo concreto, pane e vino. Ho già sottolineato in precedenza il fatto che si tratta di un prodotto lavorato dall'uomo e non di grano e uva. Ma il cibo della Santa Messa è speciale, è il bacio di Dio che nutre la famiglia. La prima cosa che riceviamo alla nascita è il bacio-cibo di nostra madre. Cerchiamo immediatamente di succhiare il latte dal seno della nostra benedetta madre.

Lo canta ancora Rigoberta in quella canzone provocatoria (non tanto quanto una Vergine umana che allatta un Dio) e profonda: “Tu che hai stretto forte il tuo corpo alla mia testa, con voglia di piangere, ma con forza... non so perché le nostre tette facciano tanta paura, senza di esse non ci sarebbe umanità né bellezza”. Qui l'atto di baciare e mangiare si fondono in uno solo, proprio come nella Comunione. 

E dopo aver ascoltato l“”Ite Misa est“? Baciatevi, perché ”tutti i baci che diamo, tutti hanno il sapore di Te», come dice Siloé. Tutti hanno il sapore della Comunione, hanno lì la loro origine. Mostrate affetto e, se il bacio è affetto, in casa quel bacio è mediato dalla cultura culinaria. Questa cultura culinaria ha molto a che fare con i riti domestici, attività che permettono di intravedere lo scopo della famiglia e di sentirne l'unità.

4. Gli orari della Santa Messa sono precisi, C'è un momento di silenzio, un altro di ascolto, un altro di preghiera comune, un altro di avvicinarsi alla tavola... Cosa ci insegna tutto questo? A coltivare il tempo. Passare dal tempo al rito: questo concetto è espresso molto bene in un capitolo de Il piccolo principe, quando la Volpe dice al Piccolo Principe: “Sarebbe meglio che tu venissi sempre alla stessa ora. Se verrai, per esempio, alle quattro del pomeriggio, comincerò ad essere felice già dalle tre. Ma se verrai a un'ora qualsiasi, non saprò mai quando preparare il mio cuore... I riti sono necessari”.

Il tempo può e deve essere addomesticato, curato, coltivato, reso casa, focolare domestico. I ritmi cosmici (il giorno, la notte, le stagioni) si armonizzano con quelli corporei (crescere, mangiare, dormire) e si aggiunge il tempo interno della casa. “Ite Misa est”, uscite, raccontate e addomesticate ciò che avete vissuto, pensate all'importanza dei momenti in famiglia, dell'aperitivo della domenica dove sempre, del caffè in ufficio alle 12, delle feste, del tempo domestico, addomesticato, familiare, di ciascuno in particolare. Solo addomesticando il tempo, lo avremo. Perché il contrario della fretta non è la lentezza, ma avere tempo.

Avere tempo è la condizione che rende possibile la cura, lo studio, la fantasia e la creazione. Mentre la frenesia e la saturazione ci indeboliscono, avere tempo e margine di manovra fa parte della salute dei ritmi giusti.

La casa, una performance che mette in gioco l'amore 

La casa è una vera e propria performance che mette in gioco l'amore e i nostri talenti per l'incontro con l'Amato. Con le mille meraviglie della casa e della famiglia arriviamo alla contemplazione della Casa per eccellenza, che è la Trinità. È il nostro modo di

partecipare dal Figlio alla tavola dell'icona di Rublev. E solo chi inizia quaggiù a riconoscere questa Bellezza, riconoscerà la Bellezza del Cielo, che sazia senza saziare, dove saremo finalmente avvolti dall'amore trinitario, seduti insieme alla tavola.

L'amore come attenzione

Infine, credo che ci sia una caratteristica che bisogna coltivare affinché tutto questo abbia senso. L'amore come attenzione. Simone Weil descrive questo concetto. Parla dell'amore e di come esso richieda di “mettere radici” nell'altro e nella realtà, e per questo è fondamentale l'attenzione. Solo chi è capace di attenzione è capace di uno sguardo amorevole ed è capace di vedere oltre. 

Con uno sguardo attento e amorevole, la realtà diventa bella, troviamo in ogni cosa un barlume di Bellezza, anche nel mezzo delle sofferenze più grandi. L'attenzione amorevole ci fa volare, ci fa vedere che le cose non sono più “perché devono essere così”, ma intravedo il torrente amorevole della Trinità e voglio unirmi ad esso. L'attenzione ai dettagli non è più una sorta di mania o disturbo ossessivo compulsivo, ma nasce dall'amore e dall'accoglienza della realtà.

È proprio questa attenzione che fa sì che il discepolo prediletto sia l'unico a riconoscere il Signore risorto. San Giovanni dice: “Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: ”È il Signore!"».

Attenzione che appare nella Resurrezione

Quella stessa attenzione che appare nella Resurrezione: “Allora entrò anche l'altro discepolo, quello che era arrivato per primo al sepolcro; vide e credette”. Che cosa vide e credette? Che cosa diavolo dovette vedere nel sepolcro per credere in quel modo?

Un sacerdote mi ha dato una spiegazione: grazie allo sguardo attento del discepolo prediletto, vide il sudario piegato. Sappiamo che gli ebrei conoscevano molto bene il rituale della Pasqua, con i suoi calici e i suoi salmi recitati di tanto in tanto. Sappiamo anche che Gesù lasciò intatto l'ultimo calice, che beve sulla croce poco prima della sua morte. Sappiamo anche che, a seconda di come pieghi il tovagliolo, indichi se tornerai o se ti sei già ritirato dal banchetto.

Giovanni vide il sudario piegato, segno che un commensale stava per tornare al banchetto. Gesù lasciò incompiuta la cena del Giovedì Santo, che terminò con la sua Resurrezione. Questo lo vede uno sguardo attento. C'è molta trascendenza e fascino nel piegare un tovagliolo, e quei bei incanti che ha la casa potremo vederli solo coltivando lo sguardo.

L'attenzione, al suo massimo grado, è la stessa cosa della preghiera, è contemplazione. Per questo, coltivando uno sguardo attento e amorevole, potremo dire con San Giovanni della Croce che “la mia anima si è dedicata, e tutto il mio patrimonio è al suo servizio; non custodisco più il bestiame, né ho altro mestiere, poiché il mio unico esercizio è amare”.

L'autoreBeatriz Gallástegui Baamonde

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Cultura

Passione per Rilke

Sebbene nessuno metta in dubbio l'importanza dell'opera di Rainer Maria Rilke, la sua personalità è stata altrettanto determinante nell'interesse che suscita il suo universo poetico.

Carmelo Guillén-27 dicembre 2025-Tempo di lettura: 4 minuti

Sebbene nessuno metta in dubbio l'importanza dell'opera di Rainer Maria Rilke, la sua personalità è stata altrettanto determinante nell'interesse suscitato dal suo universo poetico. In esso confluiscono esperienze che hanno alimentato la sua biografia e la sua sensibilità creativa: il complesso rapporto con la madre, l'influenza di diverse donne, la reinvenzione della sua identità - dal cambio di nome all'invenzione di una nobiltà fittizia - e il suo costante vagabondaggio per l'Europa. Nato a Praga, scelse il tedesco come lingua letteraria e, occasionalmente, il francese. 

Al di là di queste circostanze, la sua scrittura si basa su una convinzione essenziale: “Il creatore deve essere un mondo a sé stante e trovare tutto in sé stesso e nella natura a cui si è legato.”, come ha espresso nella prima delle sue Lettere a un giovane poeta, dove riassume il suo ideale di vita interiore e la sua etica dell'arte: silenzio, pazienza e fedeltà a se stessi. Nella terza di queste lettere si legge: “Entra dentro di te. Cerca il motivo che ti spinge a scrivere (...) moriresti se ti fosse negato di scrivere?”. Non si tratta di scrivere per essere letti, ma per essere.

Una spiritualità senza dogmi

Partendo da questa premessa, la sua poesia cerca di trasformare l'esistenza in sostanza spirituale: trasformare ciò che è stato vissuto — l'amore, la morte, la solitudine — in rivelazione. Da qui deriva la sua condizione di poeta metafisico, punto di riferimento per chi osa guardare dentro di sé.
Sebbene non fosse un autore cattolico in senso stretto, la sua opera conserva un'impronta cristiana reinterpretata. Come osservò Gonzalo Torrente Ballester: “Il pensiero rilkiano, pur non essendo cattolico, presuppone il cattolicesimo. Lo presuppone storicamente, come realizzazione culturale (...). È un cristianesimo senza Cristo.”. In Rilke, Dio non è una presenza esterna, ma una creazione dell'anima; una realtà interiore che nasce dall'esperienza umana e si eleva attraverso la parola poetica.

A cui Torrente Ballester aggiunge: “La poesia di Rilke, la sua prosa, le sue lettere, fanno spesso riferimento a Dio; ma Dio, per Rilke, è qualcosa che l'uomo va creando. Invertendo i termini biblici, secondo Rilke l'uomo crea Dio a sua immagine e somiglianza. Questo pensiero non è esclusivo di Rilke. (...) Lo troviamo in Scheler, in Unamuno, in Antonio Machado. Di un Dio così, Cristo non può essere il Verbo.".

Questo contesto è fondamentale per comprendere la sua spiritualità, che eredita simboli cristiani, ma riformulati dall'interno, spogliandoli dei dogmi. Il divino non è una presenza esterna, ma una costruzione dell'anima, una realtà che scaturisce dall'esperienza umana e si eleva attraverso la parola poetica.

Elegie duinesi

Uno dei momenti salienti della sua opera è costituito dalle Elegie duinesi (1923), scritte nell'arco di oltre un decennio e nate, secondo lo stesso autore, da un'esperienza visionaria di fronte al mare Adriatico. In esse, la figura dell'angelo funge da simbolo centrale: non l'angelo biblico, ma un essere di intensità insopportabile, immagine dell'assoluto, che terrorizza l'io poetico per la sua perfezione. Nella prima elegia si legge: “... Ogni angelo è terribile. / E così mi trattengo, soffocando il richiamo / di un oscuro singhiozzo, Ahimè! A chi / possiamo / rivolgerci allora? Non agli angeli, né agli esseri umani...".

Questa tensione tra il desiderio di trascendenza e l'impossibilità di sostenerne lo splendore riassume il suo dramma spirituale: il desiderio dell'eterno di fronte alla fragilità umana. La sua poesia abita così quel confine tra la terra e ciò che la travolge. Non offre certezze, ma suggerisce rivelazioni. Invece di consolazione, propone una radicale accettazione del mistero, poiché “il bello non è altro che l'inizio del terribile".

Esistere nel canto

Un altro esempio significativo è quello dei Sonetti a Orfeo (1923), composti in pochi giorni in omaggio a una giovane defunta. Il ciclo celebra il potere trasformatore del canto, incarnato da Orfeo, capace di domare la morte con la sua lira. Nel sonetto II, Rilke scrive: “Il canto è esistenza. Per il dio, cosa facile. / Ma noi, quando siamo?”. Qui si condensa un'idea chiave: cantare —creare, raccontare il mondo— non è un atto estetico, ma ontologico. Per il dio, esistere non costa nulla; per l'uomo, vivere e cantare sono compiti quasi eroici. La poesia, intesa in questo modo, non è un ornamento: è resistenza e dedizione.

A ciò si aggiunge quella che potremmo definire una poetica dell'istante: l'idea che l'effimero racchiuda l'eterno, se si sa guardare. In una lettera scritta nel 1921, Rilke annota: “Bisogna amare l'effimero. In esso si nasconde l'eterno.”. Questo atteggiamento nei confronti del tempo lo allontana sia dal nichilismo che dalla speranza trascendente. Per Rilke, la redenzione sta nel vivere pienamente, nel trasformare ogni esperienza in consapevolezza e ogni consapevolezza in parola.

La pantera

Forse nessuna delle sue poesie sintetizza meglio di La pantera quella tensione tra la prigionia del visibile e il desiderio dell'invisibile. L'animale, rinchiuso dietro le sbarre del suo sguardo, gira in tondo, estraneo al mondo esterno, ma con una forza latente che ancora vibra: “Solo a volte si alza il sipario delle sue palpebre / muto. Un'immagine viaggia verso l'interno, / percorre la calma tesa dei suoi arti / e, quando cade nel suo cuore, si fonde e svanisce.”. Come la pantera, anche il poeta vive in una gabbia: quella del linguaggio, quella della sua epoca, quella del suo corpo. Ma da quello spazio, come ci insegna Rilke, può elevarsi – anche se solo per qualche istante – verso l'eterno. 

La pantera

In Le Jardín des Plaintes. Parigi)

Il suo sguardo si è stancato di osservare così tanto

quelle sbarre davanti a sé, in una sfilata incessante,

che nient'altro potesse più entrarvi.

Le sembra che ci siano solo migliaia di sbarre

e che dietro di loro non esiste alcun mondo.

Nel frattempo, continua ad avanzare disegnando

con i suoi passi cerchi stretti,

il movimento delle sue zampe agili e delicate

mostra una danza rotonda

intorno a un centro in cui rimane vigile

una volontà imponente.

Solo a volte si alza il sipario delle sue palpebre

muto. Un'immagine viaggia verso l'interno, 

percorre la calma in tensione dei suoi membri

e, quando cade nel suo cuore, si scioglie e svanisce. 

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Vaticano

Enrique Shaw: il Vaticano conferma che si può essere imprenditori santi

Il 18 di questo mese il Vaticano ha confermato che Papa Leone XIV ha approvato un miracolo attribuito all'intercessione di un laico argentino, l'ormai venerabile Enrique Ernesto Shaw, aprendo la strada alla sua beatificazione.

OSV / Omnes-26 dicembre 2025-Tempo di lettura: 5 minuti

Nel Vangelo di Matteo, Gesù dice ai suoi discepoli che “è più facile che un cammello passi attraverso la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”. Queste parole hanno risuonato per secoli come monito e sfida, non perché la salvezza sia impossibile per i ricchi, ma perché è impegnativa. Il 18 dicembre, il Vaticano ha confermato che un laico argentino, Enrique Shaw, ha raccolto questa sfida.

E annunciò che Papa Leone XIV aveva approvato un miracolo attribuito all'intercessione del venerabile Enrique Ernesto Shaw, aprendo così la strada alla sua beatificazione.

Shaw, marito e padre di nove figli

Shaw, morto nel 1962 all'età di 41 anni, non era né un sacerdote né un religioso. Era marito, padre di nove figli, ufficiale di marina e imprenditore, e morì in una situazione di solvibilità economica, o ricchezza. Tuttavia, la sua vita, vissuta con un'insolita coerenza tra fede e azione, lo ha reso uno dei prossimi aspiranti alla gloria in Argentina.

Nato nel 1921 all'Hotel Ritz di Parigi da una famiglia argentina, Shaw crebbe in un ambiente privilegiato, ma scelse una strada segnata dalla disciplina, dal servizio e dalla preghiera. Trascorse gran parte della sua infanzia in Argentina, ma visse un anno negli Stati Uniti con il padre e il fratello dopo la morte della madre, quando aveva 4 anni. Fu lì che Shaw ricevette il sacramento della cresima. 

Sebbene suo padre fosse un cattolico non praticante, mantenne la promessa fatta alla moglie morente di crescere i figli nella fede.

Altre caratteristiche biografiche

Shaw rimane il più giovane diplomato della scuola navale argentina, dove entrò all'età di 14 anni. Quando si ritirò a 24 anni, aveva raggiunto il grado di tenente.

Shaw tornò negli Stati Uniti diverse volte, ma un viaggio decisivo fu quello del 1945, quando la Marina argentina lo inviò a studiare meteorologia. Arrivò a New York il 2 settembre 1945, il giorno della fine della Seconda guerra mondiale, con un atteggiamento già cambiato. 

Il legame tra economia, impresa e Vangelo

Durante il viaggio, Shaw ha conversato più volte con Monsignor Reynold Hillenbrand, sacerdote di Chicago noto per la formazione di leader cattolici attraverso l'impegno sociale e la pastorale del lavoro.

Monsignor Hillenbrand convinse Shaw che non sarebbe mai stato “solo un altro lavoratore”, ma che avrebbe potuto fare la differenza come uomo d'affari.

Sotto la guida di Hillenbrand, Shaw lasciò la Marina e è entrato nel mondo imprenditoriale, convinto che la vita economica non fosse separata dal Vangelo, ma che fosse uno dei suoi ambiti più impegnativi. Questo legame attirò l'attenzione di Papa Leone XIV, che si trovava a Chicago. 

Leone XIV: è possibile essere imprenditori e santi

In un messaggio alla XXXI Conferenza Industriale Argentina, il Papa ha scritto che la vita di Shaw dimostra che è possibile essere allo stesso tempo imprenditori e santi, che l'efficienza economica e la fedeltà al Vangelo non si escludono a vicenda e che la carità può penetrare anche nelle strutture industriali e finanziarie.

Studia ad Harvard e dirige Rigolleau

Shaw fondò l'Associazione Cristiana dei Dirigenti d'Azienda dell'Argentina. Ispirato dalla formazione ricevuta alla Harvard Business School, dove studiò su invito nonostante non avesse presentato domanda di ammissione, contribuì anche alla fondazione dell'Università Pontificia del suo Paese.

Allo stesso tempo, assunse la direzione generale dell'azienda familiare di sua moglie, Cristalería Rigolleau, ebbe nove figli, diresse la sezione maschile dell'Azione Cattolica in Argentina e contribuì a fondare l'ufficio locale della Caritas. Alla Rigolleau, Shaw istituì un fondo pensione e un sistema sanitario per i 3.400 dipendenti dell'azienda, fornendo assistenza medica, sostegno finanziario in caso di malattia e prestiti per eventi importanti della vita.

Più di 260 lavoratori hanno donato il sangue per lui.

Tutto questo accadde prima che Shaw morisse di cancro all'età di 41 anni, dopo sei anni di lotta. Circa 260 lavoratori donarono il sangue per aiutare l'uomo che conosceva i loro nomi, chiedeva spesso delle loro famiglie e portava con sé un piccolo taccuino per annotare le loro necessità.

Poco prima di morire, Shaw li ringraziò: “Posso dirvi che ora quasi tutto il sangue che scorre nelle mie vene è sangue di lavoratori. Per questo mi identifico più che mai con voi, che ho sempre amato e considerato non solo semplici esecutori testamentari, ma anche dirigenti”.

Azienda: comunità di persone, dignità umana

Shaw concepiva il mondo imprenditoriale non come una macchina per fare profitti, ma come una comunità di persone. Convinto che il lavoro dovesse essere al servizio della dignità umana, promosse rapporti di lavoro basati sul dialogo, la giustizia e il rispetto, anche nel mezzo degli intensi conflitti sociali e politici dell'Argentina degli anni '50.

Le sue convinzioni lo portarono a prendere decisioni concrete. Shaw promosse il concetto di salario familiare in Argentina, uno sforzo pionieristico per garantire che i salari riflettessero non solo la produttività, ma anche le reali esigenze di sostentamento delle famiglie. Per Shaw, i salari non potevano mai essere cifre astratte, ma dovevano consentire una vita dignitosa.

Arrestato per appartenenza all'Azione Cattolica

La sua fedeltà pubblica alla fede ebbe un prezzo. Nel 1955, durante la severa persecuzione religiosa seguita all'incendio delle chiese e allo scontro tra lo Stato – guidato dal presidente Juan Domingo Perón – e la Chiesa, Shaw fu arrestato due volte per la sua partecipazione all'Azione Cattolica. Sopportò l'opposizione con serenità, senza mai separare la sua pietà personale dalla sua responsabilità pubblica.

Con il sostegno del suo connazionale argentino, Papa Francesco, la causa di Shaw avanzò lentamente ma con fermezza. Tuttavia, ciò che alla fine aprì definitivamente la porta fu una guarigione che la medicina non riusciva a spiegare.

La causa: guarigione inspiegabile di un bambino

Il 21 giugno 2015, un bambino di 5 anni ha subito una grave lesione cerebrale dopo essere stato calciato da un cavallo vicino a Suipacha, nella periferia di Buenos Aires. I medici hanno avvertito la famiglia che le sue condizioni erano così gravi che un intervento chirurgico poteva non essere consigliabile. Di fronte a una prognosi scoraggiante, i genitori hanno affidato il figlio all'intercessione di Shaw.

Il bambino sopravvisse e oggi, ormai adolescente, conduce una vita normale senza conseguenze. La Chiesa riconobbe formalmente la guarigione come miracolosa e pubblicò il decreto il 18 dicembre, con l'approvazione di papa Leone XIV.

Fernán de Elizalde, amministratore della causa, ha raccontato a Infobae che nel momento critico il padre del bambino ha pregato: “Scambio la tua santità per la salute di mio figlio”.

Vocazione dei laici

L'approvazione segna un momento significativo non solo per l'Argentina, ma anche per una chiesa globale sempre più incentrata sulla vocazione del laicato. La vita di Shaw offre una risposta concreta a una delle tensioni persistenti del cristianesimo: come vivere la ricchezza, il potere e la responsabilità senza perdere l'anima.

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– Inés San Martín è vicepresidente del Marketing e delle Comunicazioni delle Opere Missionarie Pontificie degli Stati Uniti. Scrive per OSV News da Rosario, Argentina. 

Queste informazioni sono state pubblicate originariamente su OSV News in inglese e sono disponibili per la consultazione. qui.

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L'autoreOSV / Omnes

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Vaticano

Leone XIV: «Non lasciamoci sopraffare dall'indifferenza verso chi soffre, perché Dio non è indifferente alle nostre miserie».»

Il Papa sottolinea nella Messa di Natale e nella benedizione "urbi et orbi" il fascino esercitato dal Bambino Gesù. spinge alla dedizione verso gli altri. 

Javier García Herrería-25 dicembre 2025-Tempo di lettura: 6 minuti

La mattina del 25 dicembre, all'interno della basilica di San Pietro, il Papa ha tenuto un'omelia che ha collocato la celebrazione natalizia nella sua dimensione più universale e umana, ricordando che «in tutto il mondo, il Natale è una festa di musica e canti per eccellenza», un periodo in cui la gioia si esprime come un annuncio che attraversa popoli e culture e ci allontana dall'indifferenza verso il prossimo.

Ma questa gioia, ha spiegato, non è superficiale né evasiva. Scaturisce dal dono stesso di Dio, un dono che non si impone, ma chiama e aspetta. «Il dono di Dio è affascinante, cerca accoglienza e spinge alla dedizione», ha affermato, sottolineando che la sua forza risiede proprio nella sua vulnerabilità. È un dono che «ci sorprende perché ci espone al rifiuto» e che «ci attrae perché ci strappa dall'indifferenza». In questa tensione — tra attrazione e rischio — si gioca l'autenticità della fede cristiana.

Divina filiazione

Il Papa ha poi approfondito uno dei concetti centrali della sua omelia: la filiazione divina non come concetto astratto, ma come capacità concreta di vivere in modo diverso. «Diventare figli di Dio è un vero potere», ha affermato, pur avvertendo che tale potere viene soffocato quando il cuore si chiude. Questo dono, ha detto, «rimane sepolto finché restiamo indifferenti al pianto dei bambini e alla fragilità degli anziani, al silenzio impotente delle vittime e alla malinconia rassegnata di chi fa il male senza volerlo».

L'indifferenza, più che il peccato visibile, è presentata come il grande nemico del Vangelo.

Aiutare il prossimo

In questo contesto, il Papa ha evocato alcune parole dell«»amato Papa Francesco«, citate espressamente per richiamare nuovamente alla »gioia del Vangelo«. Ha ricordato come Francesco avvertisse che »a volte siamo tentati di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore«. Di fronte a questa tentazione, risuonava forte il richiamo diretto di Gesù: »Gesù vuole che tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri». La fede, ha insistito, non si vive dall'asepsi, ma dal contatto.

Questo contatto diventa ancora più urgente perché, come ha ricordato il Pontefice, l'Incarnazione ha cambiato per sempre il linguaggio di Dio. «Poiché il Verbo si è fatto carne, ora è la carne che parla, che grida il desiderio divino di incontrarci». E quella carne oggi ha nomi e volti concreti. «Il Verbo ha piantato la sua fragile tenda tra noi», ha detto, invitando a guardare alle realtà più dolorose del presente.

Vedere la fragilità altrui

Ha fatto riferimento diretto alla situazione in Terra Santa: «E come non pensare alle tende di Gaza, esposte da settimane alla pioggia, al vento e al freddo, e a quelle di tanti altri sfollati e rifugiati in ogni continente, o ai rifugi improvvisati di migliaia di senzatetto nelle nostre città?». La fragilità, ha sottolineato, non è un'idea, ma una condizione reale: «fragile è la carne delle popolazioni indifese, provate da tante guerre in corso o finite che lasciano macerie e ferite aperte».

In uno dei passaggi più intensi dell'omelia, il Papa ha collegato questo sguardo compassionevole alla nascita della vera pace. «Quando la fragilità degli altri ci tocca il cuore, quando il dolore altrui fa a pezzi le nostre solide certezze, allora inizia la pace». Non una pace costruita su equilibri di potere, ma «la pace di Dio», che «nasce da un singhiozzo accolto, da un pianto ascoltato». È una pace che «nasce tra le rovine che gridano una nuova solidarietà» e che si nutre di «sogni e visioni che, come profezie, ribaltano il corso della storia».

Benedizione urbi et orbi

Dalla loggia centrale della facciata della Basilica di San Pietro, il Papa ha impartito la benedizione. urbi et orbi di Natale con un messaggio incentrato sulla pace intesa non come un equilibrio imposto, ma come un compito che nasce dalla conversione personale.

Davanti ai fedeli riuniti nella piazza e ai milioni di persone che hanno seguito l'evento in tutto il mondo, il Pontefice ha affermato con chiarezza: «Sorelle e fratelli, questa è la via della pace: la responsabilità». Ha sottolineato che il vero cambiamento inizia quando ogni persona abbandona la logica dell'accusa e si assume la propria parte di colpa. Se ciascuno, ha detto, «invece di accusare gli altri, riconoscesse prima di tutto le proprie colpe e chiedesse perdono a Dio», e se allo stesso tempo sapesse «mettersi al posto di chi soffre» ed essere «solidale con i più deboli e oppressi», allora, ha affermato con convinzione, «il mondo cambierebbe».

Gesù Cristo, pace del mondo

Il Papa ha radicato questo appello nel cuore del mistero cristiano, ricordando che la pace ha un volto e un nome. «Gesù Cristo è la nostra pace», ha proclamato, spiegando che lo è «innanzitutto perché ci libera dal peccato» e perché «ci indica la strada da seguire per superare i conflitti, tutti i conflitti, da quelli interpersonali a quelli internazionali».

Ha insistito sul fatto che non può esserci una pace autentica senza una previa liberazione interiore, poiché «senza un cuore libero dal peccato, un cuore perdonato, non si può essere uomini e donne pacifici e costruttori di pace». Per questo ha ricordato che «Gesù è nato a Betlemme ed è morto sulla croce: per liberarci dal peccato». In questa prospettiva, ha affermato con forza che «Egli è il Salvatore» e che, sostenuti dalla sua grazia, «ognuno di noi può e deve fare la propria parte per rifiutare l'odio, la violenza e lo scontro, e praticare il dialogo, la pace e la riconciliazione».

Una panoramica di alcuni luoghi

Il giorno di Natale, il Pontefice ha voluto rivolgere una parola di vicinanza alle comunità cristiane che vivono in contesti di particolare sofferenza. «Desidero inviare un saluto affettuoso e paterno a tutti i cristiani che vivono in Medio Oriente«, ha affermato, ricordando il recente incontro con loro durante il suo primo viaggio apostolico. Da questa vicinanza pastorale, ha rivolto una supplica concreta al Signore, dicendo: «A Lui imploriamo giustizia, pace e stabilità per il Libano, Palestina, Israele e Siria".

La benedizione è stata estesa anche al continente europeo, affidato esplicitamente al «Principe della Pace». Il Papa ha chiesto che l'Europa conservi «uno spirito comunitario e collaborativo», che sia «fedele alle sue radici cristiane e alla sua storia» e che rimanga «solidale e accogliente con chi è nel bisogno». In questo contesto, ha invitato a pregare «in modo particolare per il popolo ucraino afflitto, affinché cessi il fragore delle armi», una richiesta sobria che ha risuonato con forza nel silenzio della piazza.

La preghiera del Papa ha poi abbracciato tutte le vittime dei conflitti armati nel mondo, affidandole «al Bambino di Betlemme». Ha implorato «pace e conforto per le vittime di tutte le guerre in corso nel mondo, specialmente quelle dimenticate», e per coloro che soffrono «a causa dell'ingiustizia, dell'instabilità politica, della persecuzione religiosa e del terrorismo». Con particolare attenzione, ha ricordato «in modo speciale i fratelli e le sorelle di Sudan, Sud Sudan, Mali, Burkina Faso e Repubblica Democratica del Congo«, dando un volto a tragedie spesso ignorate.

Nel quadro di «questi ultimi giorni del Giubileo della Speranza», il Papa ha invitato a pregare «per il caro popolo di Haiti«, chiedendo che «cessi nel Paese ogni forma di violenza» e che la nazione possa avanzare «sulla via della pace e della riconciliazione». Il suo sguardo si è rivolto anche a America Latina, chiedendo che «il Bambino Gesù ispiri coloro che hanno responsabilità politiche» affinché, di fronte alle sfide attuali, «si dia spazio al dialogo per il bene comune e non alle esclusioni ideologiche e partitiche».

Anche l'Asia ha occupato un posto di rilievo nella benedizione. Il Pontefice ha chiesto al Principe della Pace di «illuminare Myanmar con la luce di un futuro di riconciliazione», che «restituisca speranza alle giovani generazioni» e che «guidi tutto il popolo birmano sulle vie della pace», accompagnando coloro che vivono «senza casa, senza sicurezza e senza fiducia nel domani».

Allo stesso modo, ha implorato che «venga ripristinata l'antica amicizia tra Thailandia e Cambogia» e che le parti coinvolte continuino a impegnarsi «per la riconciliazione e la pace». La sua preghiera si è estesa anche «ai popoli del Asia meridionale e Oceania«, duramente colpiti da «recenti e devastanti catastrofi naturali» che hanno gravemente colpito intere popolazioni.

Chiusura dell'anno giubilare

Nella parte finale del suo messaggio, il Papa ha lanciato un monito diretto alle coscienze, invitando a non cedere a uno dei grandi mali del nostro tempo: «Non lasciamoci vincere dall'indifferenza verso chi soffre, perché Dio non è indifferente alle nostre miserie».

E, ricordando che «tra pochi giorni terminerà l'Anno Giubilare», ha offerto una parola di speranza che trascende la chiusura delle celebrazioni: «Le Porte Sante si chiuderanno, ma Cristo, nostra speranza, rimane sempre con noi». Con un'immagine di grande forza spirituale, ha concluso affermando che «Egli è la Porta sempre aperta, che ci introduce nella vita divina».

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Leone XIV impartendo la benedizione «Urbi et orbi»

Dal balcone centrale della Basilica di San Pietro, il 25 dicembre 2025.

Redazione Omnes-25 dicembre 2025-Tempo di lettura: < 1 minuto