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Cronologia
1755 Storia generale della natura e teoria del cielo.
1770. Professore di logica e metafisica all'Università di Königsberg.
1781: Critica della ragion pura
1788: Critica della ragion pratica
Nasce, vive e muore a Königsberg (1724-1804). Educato in un evangelismo pietista che non abbandonò mai, e più tardi nel razionalismo di Leibniz e Wolff, nel 1755 spiega la formazione del sistema solare in una nebulosa e descrive la Via Lattea come una galassia, nozione alla quale dà il nome. La lettura, intorno al 1770, dell'attacco di Hume alla causalità lo porta a salvarla come apriorismo mentale nel suo Critica della Ragione Pura e a salvaguardare la realtà di Dio e la libertà umana nella loro Critica della Ragione Pratica.
A) Mostra: “Mi sono risvegliato dal sonno dogmatico”
Leggendo Hume, Kant si risvegliò dal suo torpore dogmatico. L'attacco di David Hume alla causalità e alle altre categorie preannunciava conseguenze disastrose per la metafisica e per le scienze sperimentali che studiano le cause dei fenomeni. Rendendosi conto che, senza causalità, è impossibile conoscere, Immanuel vide la luce che lo avrebbe tirato fuori dal suo abbattimento intellettuale.
La rivoluzione copernicana in filosofia
Non sarà forse che la causalità e le altre categorie non sono altro che le condizioni di possibilità della nostra conoscenza, la nostra stessa facoltà di conoscere, sia nella conoscenza sensoriale – la formazione delle nostre intuizioni-, come nella formazione intellettuale di concetti-, così come nella ragione, dove formiamo le nostre idee?
Per rispondere, intraprende il suo studio sui giudizi, al fine di scoprire come questi siano possibili nella meccanica, formulata appena un secolo prima da Isaac Newton, che gode di quel riconoscimento universale che non permette a nessuno di dubitare della veridicità delle sue proposizioni. La domanda successiva dovrà essere se quella stessa certezza e universalità sia possibile in metafisica (si tratta quindi di un tentativo di mimetizzazione del metodo scientifico).
Classificherà i giudizi, a seconda che traggano la loro verità dall'esperienza o le precedano, in giudizi a posteriori (il ferro si dilata con il calore) oppure giudizi a priori (1327 + 2935 = 4262, poiché so che entrambe le quantità, sommate, danno come risultato la terza, prima ancora di provare a contarle; oppure il fatto che due rette parallele a una terza sono parallele tra loro, poiché è qualcosa che so prima ancora di vederle).
E classificherà inoltre i processi in sintetici, se apportano una verità realmente nuova, oppure analitici, se la sua verità sia contenuta nei concetti che tale giudizio mette in relazione, e semplicemente emerge analizzandoli. Dire che il ferro si dilata con il calore è un giudizio sintetico poiché non si deduce da un’analisi del concetto di ferro; e lo è anche il precedente giudizio su una somma, poiché il numero che sommano non si deduce dalle definizioni degli addendi; e lo è anche il citato giudizio delle tre rette parallele, per la stessa ragione; E la considerazione che conclude entrambe le classificazioni è che, affinché vi sia vera scienza, scienza di validità universale, in essa devono esserci giudizi che siano al tempo stesso sintetici – affinché siano un progresso della conoscenza – e a priori, poiché se dipendono dalle nostre esperienze particolari non hanno validità universale.
Esiste quindi una scienza universalmente valida, come nel caso della meccanica, scoperta di recente; poi c'è giudizi sintetici a priori. E poiché in essi si trova una verità nuova, essendo essi sintetici, la domanda che sorge spontanea è: da dove traggono la loro verità tali giudizi, dal momento che non proviene né dai loro stessi termini né dall’esperienza, poiché li precedono? La risposta può essere una sola: la traggono dalla nostra stessa facoltà di conoscere. La verità di questi giudizi sintetici a priori era già in essa. Questo deve essere così sia nella conoscenza sensibile, sia in quella intellettuale, sia nella nostra ragione. Kant sa quindi già, da questa considerazione, che nella nostra sensibilità, nel nostro intelletto e nella nostra ragione devono esserci forme a priori, e l'oggetto dell'opera che egli introduce in questo modo consisterà nell'indagare ciascuna di queste nostre tre facoltà per trovare in essa le sue forme a priori.
Quello che credevamo fosse reale era solo nella nostra mente
Poiché ogni conoscenza ha origine dai sensi, Kant inizia analizzando, nel suo estetica trascendentale, la nostra capacità di avere intuizioni sensibili (αισθητικη = relativo al sensibile). Il lettore immagini il salotto di casa sua e lo spogli nella sua immaginazione, progressivamente – uno per uno – di ciascuno dei suoi mobili, poi del soffitto, delle pareti, del pavimento, e cerchi infine di spogliarlo anche del suo spazio; ah, quest'ultimo non è più possibile, il lettore non può più immaginarlo! Allora lo spazio del suo salotto non era in quella stanza ma nella sua stessa facoltà di conoscere, ecco perché non è riuscito a spogliarsi dello spazio nella sua immaginazione, perché era in essa! Lo spazio fa parte di tutte le nostre intuizioni sensibili – nessuna si dà senza un luogo – perché è in realtà una forma a priori, una pura intuizione della nostra sensibilità. Una discussione analoga può essere fatta con il tempo: percepiamo tutto in un luogo e in un tempo determinati perché spazio e tempo sono forme a priori della nostra sensibilità: sono intuizioni pure. Tutte le altre intuizioni si formano a partire dalle impressioni che ci giungono dal mondo esterno, una volta ordinate dalla nostra sensibilità secondo un determinato luogo e un prima e un dopo, così che la realtà esterna, la “cosa in sé” come la chiama Kant, la cosa spogliata di ogni spazio e tempo, rimane a noi sconosciuta, per cui egli la chiama anche Ignotum X (come, in matematica, si usa designare con x una variabile sconosciuta).
Passiamo ora alla nostra comprensione, che Kant analizza nel suo analisi trascendentale-, ovvero alla nostra capacità di classificare le intuizioni che nascono dalla nostra sensibilità fino a trasformarle in concetti: non più solo il suono di una voce, non più solo il colore della pelle e dei capelli, una forma gradevole, ma una persona, un uomo o una donna davanti a me, con cui interagisco. Anche qui si presentano forme a priori dell’intelletto, vale a dire concetti puri, detti anche categorie. La sua classificazione di tali categorie corrisponde più o meno alle categorie classiche, sostanze e accidenti, e alle loro suddivisioni, tra le quali spicca l’importantissima relazione di causalità. È qui quindi – nella nostra facoltà di formare concetti – e non nella realtà esterna, che Kant colloca il rapporto di causalità, rapporto chiave sia per l’ontologia filosofica che per il fondamento delle scienze sperimentali.
Passiamo infine alla ragione, dove formiamo le nostre idee sul mondo che ci circonda, su noi stessi e sulle nostre concezioni di Dio. Si tratta quindi del campo proprio della filosofia e, in generale, del nostro pensiero. Anche qui Kant individua forme a priori, ovvero idee pure della ragione. Si tratta di idee che costituiscono la condizione di possibilità della sua attività, poiché senza di esse non possiamo ragionare, la ragione stessa perde il suo stimolo: la prima è l’idea preconcetta che nella realtà che ci circonda debbano esserci unità e semplicità. Questa convinzione, anche se non espressa, è quella che ci porta a cercare relazioni, connessioni tra i fatti, tutto ciò che chiamiamo ragionare. È a quell’idea di ordine e unità nella realtà al di fuori di me che Kant chiama Mondo, così come gli antichi filosofi chiamavano «Cosmo» il mondo ordinato.
Anche l'unità in me di tutte le mie esperienze è un preconcetto della ragione - sono i miei sensazioni, sono i miei pensieri – ed è a quell’unità che mi riferisco ogni volta che parlo dell’Io, di me stesso. Ed è, infine, pura idea della ragione l’idea di un Dio, garante – secondo la filosofia di Cartesio, predominante nell’epoca in cui scrive – della validità di quell’unità del Mondo con me a cui chiamiamo verità, la verità della mia conoscenza di esso. Io, il Mondo, Dio - l'unità in me, l'unità al di fuori di me, e il garante dell’unità di entrambe – sono i tre temi perenni della filosofia che compaiono ora qui, nella filosofia di Immanuel Kant, come le idee pure della ragione, cioè come i presupposti che rendono possibili tutte le nostre altre idee, i presupposti che rendono possibile il nostro ragionare e lo stimolano.
La scienza e la filosofia
Ed è qui che Kant raggiunge il suo obiettivo di svelare la radice della verità nelle scienze. Perché la matematica è possibile? Perché studia le forme a priori della nostra sensibilità, lo spazio e il tempo (qui include non solo la geometria ma anche l’aritmetica, poiché l’iterazione è intuizione temporale, origine del numero). Poiché quelle forme a priori della sensibilità – lo spazio e il tempo – sono le stesse per tutti noi, dato che tutti abbiamo la stessa facoltà di conoscere sensorialmente, il loro studio ha validità universale. Questa è la ragione della validità universale della matematica.
Continuiamo: perché sono possibili le scienze sperimentali, ovvero lo studio dei fenomeni in base alle loro cause? Ancora una volta, perché studiano forme a priori dell’intelletto, poiché la causalità è una forma a priori. Dalla nostra stessa facoltà di conoscere la meccanica newtoniana ricava quindi la verità dei suoi giudizi sintetici a priori, e per questo gode di quell'invidiabile universalità, poiché, ancora una volta, le forme a priori sono le stesse per tutti noi.
E infine, è possibile conoscere – nel senso di una validità universale – la metafisica, quel nostro ragionamento sul Mondo, su noi stessi, su Dio? La risposta, in linea di principio, è affermativa, sebbene con un importantissimo ma: È possibile, sì, poiché si tratta anche di forme a priori, e quindi di forme universali, presenti nella nostra ragione. Ma subito dopo ci avverte che la metafisica può sussistere solo come un tribunale per il motivo che le impedisce di avventurarsi in ciò che Kant chiama la illusione trascendentale: presentare come realtà esterne ciò che in realtà non sono altro che idee della nostra ragione: Io, Mondo, Dio.
B) Recensione: Davide contro Golia
Ebbene, non può che essere così che un matematico critichi il più famoso dei filosofi moderni. Ma, come il giovane di Betlemme, non mi lascerò intimidire da questo gigante del pensiero poiché, in fin dei conti, Kant ha voluto solo fare con la filosofia ciò che noi facciamo con la matematica e con le scienze matematizzate, delle quali abbiamo ora una comprensione molto più matura rispetto a quella che si aveva all’epoca in cui scriveva Immanuel Kant
La palese contraddizione in Kant
Tutto ciò è stato fatto per salvare la causalità e altre categorie dal naufragio di Hume. Ma era davvero necessario, o il naufragio era solo immaginario? Kant e altri filosofi del suo tempo furono convinti dagli attacchi alla causalità di David Hume, ma oggi non risultano convincenti, poiché le sue ipotesi sono state ampiamente superate dal progresso della scienza (ma, sfortunatamente, non possiamo ora tornare indietro nel tempo, poiché l'opera di Hume ha già svolto il suo ruolo di decostruzione della filosofia): ricordiamo che Hume affermava che non si sarebbe mai potuto trovare alcun nesso necessario – cioè una relazione di causalità – tra il fatto di mangiare pane o altro cibo e quello di ritrovare le nostre forze. Questo si poteva dire e credere ai suoi tempi, ma nessuno oggi, con una minima formazione scientifica, lo sosterrebbe, poiché abbiamo compreso, fino in fondo, le reazioni chimiche con cui ciò avviene, di fatto quasi l'inverso del ciclo di Krebs della funzione clorofilliana, quello attraverso il quale l'energia solare viene catturata e immagazzinata come energia di legami chimici.
La seconda critica è classica ed è stata formulata dai suoi stessi seguaci (Friedrich Jacobi, Schopenhauer, Fichte) come una pericolosa crepa nel magnifico edificio kantiano: Se la causalità non è qualcosa di reale, qualcosa che si dà al di fuori di me, ma solo una categoria del mio stesso conoscere, come è possibile che l’ignotum X – la realtà esterna – “causi” in me certe impressioni, quelle che io ordino secondo spazio e tempo, dando così origine alla mia conoscenza? La difficoltà non si risolve con un semplice cambio di parola, omettendo l’espressione “causa impressioni” e dicendo, invece, “produce impressioni”. Infatti, è più di una crepa: l’intero edificio crolla dalle fondamenta come un gigante dai piedi d’argilla, o con piedi, peggio ancora, che sono pura rappresentazione mentale, senza corrispondenza esterna.
Ma l'edificio è magnifico e i fedeli non rinunceranno ad esso, bensì a quella realtà esterna, informe e a me estranea, che Kant ha chiamato Ignotum X, la cosa in sé. Nel prossimo articolo vedremo la soluzione di Schopenhauer in Il mondo come rappresentazione e volontà : considerare il mondo anche come rappresentazione (per poi recuperarlo – alla Kant – come volontà), in modo che non vi sia nulla di contraddittorio nel fatto che la causalità sia rappresentazione e colleghi il mondo esterno con la sua immagine sensibile in me, poiché anche il mondo è rappresentazione (vi sarebbe contraddizione se un chiodo dipinto sul muro – la causalità kantiana – sostenesse una catena reale – la realtà esterna – ma non ce n’è nel fatto che un chiodo dipinto sul muro sostenga una catena anch’essa dipinta sul muro, cioè non c’è contraddizione se causalità e mondo sono entrambi rappresentazione).
Ma la soluzione più radicale verrà data da Georg Hegel, sulla scia di Fichte: liberarsi del fastidioso Ignotum X, della realtà esterna, e trattenere solo un universo di idee: è l’idealismo o panlogismo tedesco. Allontanandosi sempre più dall’essere, alla fine si sarà persa del tutto la realtà. Panlogismo. Tutto è idea.
Al diavolo i giudizi sintetici a priori
E dopo questo colpo – preso in prestito –, Davide sfodera la spada e decapita il nemico. È risaputo che la scienza si fonda su una base sperimentale costituita da leggi quali “il ferro si dilata con il calore”, basate sull’esperienza. Quando diciamo questo, stiamo affermando che il ferro si è dilatato con il calore in tutte le esperienze che abbiamo condotto, il che è un giudizio a posteriori, e ovviamente sintetico, ma non è un giudizio sintetico a priori; e diciamo anche che ciò accadrà sempre, ma questo non è più un giudizio – qualcosa che possa essere vero o falso – bensì una previsione: qualcosa che può avverarsi o meno. Pertanto, sulla base sperimentale della scienza – l’enunciazione di leggi sperimentali – non si producono giudizi sintetici a priori.
Alla base sperimentale segue la teoria scientifica, in cui vengono formulati alcuni postulati dai quali dedurre quelle leggi che erano state scoperte sperimentalmente e molte altre ancora. Ma i postulati non sono giudizi, poiché non vengono affermati, bensì “postulati”, ovvero si “chiede” che siano ammessi per dare luogo alle deduzioni da essi. Tutto ciò che ne viene dedotto sarà quindi un giudizio analitico, poiché è dedotto da (o dall'analisi di) quella definizione dei concetti scientifici in esame che sono i postulati (l'oggetto è tutto ciò che soddisfa i postulati). Non sono, quindi, giudizi sintetici a priori. Dove sono dunque i famosi giudizi sintetici a priori della scienza, se non si trovano né nella loro base sperimentale né nello sviluppo teorico a partire dai postulati della teoria? Semplicemente, non ci sono.
Quando, nel definire le basi sperimentali, affermavamo che il ferro si dilata con il calore, stavamo semplicemente formulando un giudizio a posteriori, basato sull’esperienza. E quando lo ripetiamo nella teoria scientifica – nella teoria dello stato solido – dedotto dai principi della meccanica quantistica attraverso l’analisi della sua struttura molecolare, stiamo allora formulando un giudizio analitico poiché lo deduciamo dall’analisi della definizione del ferro: il suo numero atomico 26. Non è mai sintetico a priori. È giudizio analitico anche dire che 2+5=7, poiché si deduce dagli assiomi di Peano dell'aritmetica e dalla definizione in essa contenuta di 2, 5, 7 e della somma, e lo stesso vale per qualsiasi altra somma. Ed è un giudizio analitico che due rette parallele a una terza siano parallele tra loro, poiché si deduce dalla proposizione 30 del libro di Euclide sui postulati della geometria euclidea e dalla nozione di parallelismo ivi data (o, nella matematica attuale, dagli assiomi di Zermelo-Fraenkel più l'assioma di scelta, su cui si basa la teoria degli insiemi, cioè tutta la matematica).
Se i giudizi sintetici a priori non esistono nemmeno nella scienza, perché dovremmo pretenderli dalla metafisica? E se tali giudizi non esistono, perché dovremmo supporre, nel nostro sapere, delle forme a priori che ne giustifichino la verità?
Università Complutense di Madrid. SCS-Spagna.





