Oggi la nostra galleria quaresimale ci porta in una tomba, in un cimitero. Siamo a Betania, il villaggio di Maria, Marta e Lazzaro, così vicino a Gerusalemme, poco distante. È qui, sulla soglia tra la vita e la morte, che si svolge il Vangelo della risurrezione di Lazzaro (Gv 11,1-45).
L'umanità di Cristo è evidente in questi versetti. Vediamo un Dio che sente, che piange, che consola, che accompagna. Vediamo l'amicizia con Lazzaro e con le sue sorelle, Marta e Maria.
Nel mezzo di questa scena drammatica avviene una rivelazione decisiva. Gesù dice a Marta: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se fosse morto, vivrà.»(Gv 11,11). Questa stessa promessa è ripresa nella prima lettura dal profeta Ezechiele, «Io stesso aprirò le vostre tombe e vi farò uscire da esse».» (Ezechiele 37:12). Dio si rivela come colui che fa emergere la vita da ciò che sembra irrimediabilmente morto, che restituisce la speranza dove rimangono solo ossa secche. Ci viene chiaramente presentato il tema della restaurazione della vita, della vittoria della vita sulla morte. Abbiamo, per così dire, un'anticipazione del mistero pasquale nelle letture di oggi.
Davanti alla tomba di Lazzaro troviamo un luogo destinato ai morti, ma alla presenza di Cristo diventa un luogo di vita. Un luogo di lacrime si trasforma in un luogo di consolazione. Inoltre, Gesù ci mostra che la risurrezione che annuncia è una possibilità reale e non solo un'idea o una promessa futura. La conversione, quindi, non è semplicemente un miglioramento morale, ma un ritorno alla vita. L'essenza della conversione è ritrovare se stessi in Cristo.
Una volta Gesù disse ai suoi apostoli che la loro missione avrebbe compreso: «Guarire i malati, risuscitare i morti».» (Mt 10,8). Questa missione non è riservata solo agli apostoli, ma è affidata a ogni cristiano. Quando Cristo ha dato questa istruzione, non intendeva solo resuscitare i corpi morti, ma riportare in vita i cuori oppressi dalla colpa, dal dolore o dal vizio; dare vita a coloro che sono spiritualmente morti; riportare Cristo nei cuori delle persone. La parabola del figliol prodigo lo illustra in modo eloquente.
Durante la Quaresima siamo chiamati a partecipare a quest'opera di risurrezione dei morti. Siamo invitati ad aiutare coloro che ci circondano a riscoprire la vita in Cristo e a permettere a Cristo di far risorgere ciò che è morto in noi. Il peccato e il vizio soffocano lentamente il cuore, ma la conversione restituisce la vita. Forse i nostri cuori, o quelli delle persone a noi vicine, sono stati sepolti per quattro giorni, quattro settimane o addirittura quattro mesi. Come Lazzaro, possono sembrare sigillati dietro una pietra, ma Gesù sa come rimuovere le pietre. Non è respinto dall'odore della morte. Si avvicina con il cuore di un amico che ama, che sente, che piange, ed è proprio questo amore a smuovere la pietra. In questo tempo di Quaresima, anche noi siamo chiamati a partecipare a questa forza dell'amore: attraverso un sorriso, una parola di perdono, la disponibilità ad ascoltare, la pazienza di accompagnare qualcuno nel dolore o nella difficoltà.
Spesso ricordiamo che seppellire i morti è un'opera di misericordia. Oggi la liturgia ci ricorda un altro compito altrettanto urgente, quello di risuscitare i morti, soprattutto quelli spirituali, mentre ci prepariamo a celebrare la Pasqua.



