COMMENTO ARTISTICO
-Testo Eva Sierra, storica dell'arte.
Birkbeck College, Università di Londra
Questa immagine di Cristo è una delle rappresentazioni più diffuse di Gesù in tutto il mondo. Presenta alcune somiglianze con Cristo che benedice, di Antonello da Messina (di cui abbiamo parlato in precedenza), dipinto tre secoli prima, soprattutto per la sua semplicità compositiva e per il modo diretto con cui Cristo si rivolge allo spettatore. Su uno sfondo scuro, Gesù appare come una figura giovane, serena e compassionevole, con lo sguardo fisso su chi contempla l’opera. Batoni segue la simbolica tradizionale dei colori nella rappresentazione di Cristo: la tunica rossa allude al sangue e al martirio, mentre il mantello blu evoca l’acqua, il cielo e la divinità. Questa combinazione è stata utilizzata per secoli per esprimere contemporaneamente l’umanità e la divinità di Cristo.
La rivelazione dell’amore di Cristo
Mentre nell’opera di Messina Cristo appare mentre benedice, Batoni sceglie di rappresentare un momento profondamente devozionale: Gesù che offre il suo Sacro Cuore. Cristo regge il proprio cuore in fiamme con la mano sinistra e, con la mano destra, sulla quale si nota chiaramente la ferita del chiodo, ci indica e ci invita a seguirlo. Il cuore è raffigurato con grande dettaglio: sanguina da una ferita, è circondato da una corona di spine e sormontato da una croce, elementi che simboleggiano la sofferenza redentrice e l’amore eterno di Cristo per l’umanità.
Nel Vangelo di Giovanni si legge: “uno dei soldati gli trafisse il fianco con una lancia” (Gv 19, 34). La tradizione cristiana e i Padri della Chiesa interpretano che la lancia abbia raggiunto il cuore di Cristo. Batoni rappresenta visivamente questa interpretazione teologica. Il Sacro Cuore esprime l’amore illimitato di Gesù e ci chiama a rispondere con amore nella nostra vita quotidiana. La vocazione cristiana consiste nel conformare i nostri cuori al Cuore di Cristo: cuori pieni di misericordia, dedizione e compassione. La mano tesa di Gesù, raffigurata in scorcio verso lo spettatore, ci invita a contemplare il suo Cuore e a ricordare il sacrificio che Egli ha compiuto per amore dell’umanità.
Dalla visione mistica al modello artistico
L’opera di Batoni è strettamente legata alle visioni di Santa Margherita Maria Alacoque (1647-1690), la religiosa francese che promosse la devozione al Sacro Cuore. Ella descrisse il Cuore di Gesù come “un trono di fiamme, più splendente del sole, trasparente come il cristallo, con questa adorabile ferita”. Era circondato da una corona di spine, simbolo della sofferenza causata dal peccato, e coronato da una croce, segno del peso della Passione assunta fin dall’Incarnazione. Batoni, con grande creatività, traduce visivamente questa descrizione e, al contempo, umanizza il volto di Cristo, rendendolo vicino e accessibile.
Gesù è raffigurato di profilo a tre quarti, con lo sguardo fisso sullo spettatore. Questo sguardo intenso funge da invito a meditare sulla sua sofferenza redentrice. La luce si irradia dal suo cuore e illumina parzialmente il suo volto, mentre l’altra metà rimane in ombra. Questa dualità simboleggia lo stato dell’anima quando si allontana dall’amore e dalla grazia di Cristo.
Pompeo Batoni fu un rinomato pittore italiano, famoso per i suoi ritratti della nobiltà europea, in particolare degli inglesi che nel XVIII secolo intraprendevano il Grand Tour. Tuttavia, ricevette anche importanti commissioni religiose, e questo dipinto divenne la sua opera devozionale più influente. Il Sacro Cuore di Gesù Quella di Batoni raggiunse un’enorme popolarità e divenne l’immagine ufficiale della devozione al Sacro Cuore, plasmando la spiritualità cattolica in numerosi paesi.
Il dipinto è ancora oggi esposto sull’altare della cappella laterale nord della chiesa del Gesù a Roma, dove continua a ispirare preghiera, contemplazione e gratitudine per l’amore infinito di Cristo.

COMMENTO CATECHETICO
-Testo Antonio de la Torre, dottore in Teologia
L’Incarnazione del Figlio di Dio, come illustrato nel numero precedente di questa serie, implica che il Verbo, la seconda persona della Santissima Trinità, consustanziale al Padre nella sua natura divina, assuma una natura umana: l’Umanità di Gesù Cristo, che è così Dio perfetto e Uomo perfetto. In questo numero approfondiremo ulteriormente la comprensione e l’espressione dell’Umanità del Signore, argomento che è stato trattato brevemente nel numero precedente.
Questa Umanità trova una rappresentazione particolarmente significativa nel Sacro Cuore di Gesù Cristo, dove l’amore di un cuore umano si unisce all’Amore di una persona divina, costituendo così l’organo centrale dell’Umanità di Cristo e lo spazio in cui lo stesso Amore divino si dona a noi in un amore umano, quello del Figlio di Dio fatto uomo. Per questo la contemplazione del Cuore di Cristo, così espressivamente raffigurata da Batoni nella sua tela del Gesù, è una via sicura per approfondire la conoscenza dell’Umanità del Signore. Da qui deriva che Batoni sottolinei i tratti umani di Cristo per renderlo vicino e accessibile. A sua volta, come insegnò con particolare grazia Santa Teresa d’Avila, l’Umanità di Cristo è la via sicura e piacevole per una vera vita di preghiera, poiché è la Via che ci conduce a Dio. Per questo motivo, una comprensione errata dell’Umanità del Signore, nel corpo e nell’anima, costituisce un grave ostacolo alla vera conoscenza di Dio e al corretto sviluppo della vita spirituale. Nel corso della storia sono emersi errori che hanno oscurato, ridotto o distorto i tratti della natura umana del Figlio di Dio. Poiché questi errori, pur essendo antichi, continuano a presentarsi anche oggi, sebbene in forme diverse, è opportuno conoscerli per non cadere in essi e giungere così a una comprensione dell’umanità di Cristo che ci avvicini veramente all’identità umana del Signore e al suo Sacro Cuore.
Vero Dio e vero Uomo
Uno dei primi errori è stato quello di confondere l’umanità di Cristo con Cristo stesso, ovvero di ridurlo al mero personaggio umano di Gesù di Nazaret, un uomo comune adottato come Figlio da Dio nel suo battesimo. Questo errore, l’adopzionismo, presuppone che l’umanità di Cristo sia mero portavoce e attore di Dio, ma non sia personalmente unita a Dio stesso. Ogni volta che parliamo di Gesù di Nazaret come di un semplice uomo, o di un semplice profeta, o di un maestro umano di saggezza, si ricade così nel più antico degli errori.
Questo errore, a sua volta, ha suscitato la reazione opposta: Gesù Cristo è talmente divino che la sua natura umana, in particolare il suo corpo, è solo apparenza, non è un vero essere umano. Questo docetismo, quindi, implicherebbe che non sia possibile rappresentare, e tanto meno dipingere, Dio in Gesù Cristo, poiché il suo corpo non è reale; si potrebbe accedere a Lui solo attraverso la meditazione spirituale e astratta, come a un’idea non accessibile ai sensi. Nulla è più appropriato per rispondere a questo errore delle parole di Santa Teresa d’Avila: “Riuscivo a pensare a Cristo solo come uomo; eppure non sono mai riuscita a immaginarlo dentro di me. Per questo motivo ero così affezionata alle immagini. Sfortunati coloro che, per colpa loro, perdono questo bene! Sembra proprio che non amino il Signore, perché se lo amassero, sarebbero felici di vedere il suo ritratto” (Vita 9, 6). È proprio questa esperienza a giustificare e a conferire tanto valore a dipinti come quello di Batoni che stiamo ammirando.
Nell’arianesimo si riteneva che l’umanità di Cristo fosse reale e che fosse unita alla divinità, ma non alla divinità piena, inaccessibile ed esclusiva del Padre, bensì a una divinità di secondo ordine, che sarebbe propria del Figlio. Pertanto, l’umanità di Cristo non sarebbe una via verso Dio, ma ci lascerebbe solo alle soglie della divinità, poiché il Figlio non sarebbe Dio consustanziale al Padre, della sua stessa natura divina, come affermiamo nel Credo. Con una semplice frase, «Gesù Cristo è vero Uomo e vero Dio», la Chiesa ci immunizza contro questi tre errori, che continuano ad essere più frequenti di quanto sembri.
Una persona con due nature
Il rapporto tra la vera umanità di Gesù Cristo e la sua piena divinità non è facile da comprendere; per questo motivo, un eccesso di razionalità o di attenzione alle peculiarità culturali di ogni epoca può portare a squilibri nella sua concezione. Il nestorianesimo, ad esempio, sosteneva che l’umanità di Cristo si realizzasse in una persona umana, Gesù di Nazareth, mentre la sua natura divina risiedesse nel Figlio di Dio. Ci sarebbe quindi un rapporto del credente con la persona di Gesù e un altro con la persona del Figlio, una distorsione che può verificarsi quando a volte preghiamo Gesù come uomo e altre volte ci rivolgiamo al Figlio come Dio. D’altra parte, il monofisismo riteneva che l’umanità di Cristo, pur non essendo fittizia, risultasse come dissolta e inesistente nell’infinito della divinità del Verbo, un po’ come quando si contempla Cristo solo nella sua maestà divina, dimenticando l’umiltà e la mitezza proprie del Cuore umano del Figlio di Dio (Mt 11, 29).
Non è nemmeno facile considerare l’Umanità di Gesù come un’esistenza umana concreta e, soprattutto, completa. L’apolinismo vedeva l’Umanità del Signore come mera corporeità, poiché la sua anima, o spirito, era il Verbo divino. Se così fosse, sarebbe difficile spiegare come Gesù crescesse in una vera conoscenza umana della realtà (Lc 2, 52). D’altra parte, il monotelismo privava l’umanità di Cristo della sua volontà, poiché l’unica volontà in Lui era quella divina del Figlio di Dio. Pertanto, i suoi atti di obbedienza al Padre e di dedizione al servizio degli uomini perdono il loro valore di esempi per ogni volontà umana, poiché scaturivano da una volontà puramente divina.
Si dimentica così, come talvolta accade oggi, che Gesù Cristo ha un’anima completamente umana, con conoscenza umana e volontà umana, unite alla Saggezza e alla Volontà del Verbo nella persona del Figlio. Per questo rimane attuale la formula con cui il Concilio di Calcedonia definiva il rapporto tra le due nature, umana e divina, nell’unica persona del Figlio di Dio, come spiegato nel numero precedente.
Una formula che, in un certo senso, è presente anche nelle parole con cui il Concilio Vaticano II ci lascia questa eccellente riflessione sulla vera umanità di Cristo, sulla quale possiamo meditare affinché la nostra concezione dell’umanità di Cristo sia completa e vera: “Il Figlio di Dio ha operato con mani umane, ha pensato con intelligenza umana, ha agito con volontà umana, ha amato con cuore umano. Nato dalla Vergine Maria, è diventato veramente uno di noi, tranne che nel peccato” (Gaudium et Spes 22).
Storica dell'arte e dottoressa in Teologia





