FirmeÁlvaro Presno

In difesa di una parola scomoda: Jesús Sanz e la questione migratoria 

La tradizione francescana - da Bonaventura a Scoto, e negli autori più recenti - ha insistito con notevole equilibrio sul fatto che la carità non è un'energia informe, ma un amore ordinato, una ordo amoris che rispetta l'architettura del bene comune.

5 febbraio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti
problema di migrazione 

Di tutte le discipline che compongono la teologia, la morale è, a mio avviso, la più esigente. Non si eleva forse alle altezze astratte della mia amata metafisica, ma non può nemmeno permettersi di rifugiarsi in esse. È costretta a scendere nel terreno accidentato della storia e a confrontarsi con il mondo così com'è: un intreccio di complessità, luci e ombre, ingiustizie persistenti e dinamiche difficili da decifrare che gravitano intorno alla libertà umana, spesso macchiata da interessi spuri, debolezze colpevoli e resistenze eroiche. 

Laddove la speculazione cerca coerenza nell'eterno, la teologia morale deve discernere nel contingente, tra volontà fragili e decisioni auto-interessate che modellano, nel bene e nel male, il tessuto del reale. Il suo oggetto non è la proclamazione astratta del bene, ma la sua determinazione prudenziale in contesti attraversati da fattori giuridici, culturali, economici e demografici. Richiede di sostenere contemporaneamente principi universali e circostanze concrete, senza sacrificare i primi al sentimentalismo o le seconde all'astrazione. 

Per questo la tradizione non ha mai permesso che il giudizio morale si riducesse a un riflesso retorico - una citazione decontestualizzata, uno slogan con una pretesa di coscienza - ma lo ha sottoposto all'arte superiore della prudenza: quella virtù intellettuale che discerne, soppesa, ordina mezzi e fini e si assume la responsabilità degli effetti. Non è una virtù semplice - nessuna lo è -: richiede memoria del passato, intelligenza del presente, docilità nell'apprendere e circospezione nel prevedere le conseguenze. 

Di fronte a questioni complesse, l'onestà morale consiste proprio nel resistere alla tentazione degli slogan. L'autentica misericordia non si vergogna della prudenza, perché sa che la pace è un ordine giusto, e che un ordine giusto richiede discernimento, gradualità, limiti e doveri reciproci. Definire questa responsabilità come “estremismo” può essere, paradossalmente, una forma di superficialità morale: la sostituzione del giudizio con il gesto, della verità con l'applauso, del bene comune con un'estetica del buonismo che rifiuta di guardare in faccia la realtà. 

Un esempio eloquente è la questione delle migrazioni, di rinnovata centralità e dolorosa densità umana e politica. Proprio per la sua concreta vicinanza e per il carico di sofferenza che comporta, è comprensibile che il primo impulso sia quello dell'accoglienza immediata; ma la tradizione cristiana non si ferma a questo impulso, ma lo sottopone a un giudizio prudenziale. La Chiesa ha sempre parlato in una duplice chiave che non ammette scorciatoie: l'irriducibile dignità di ogni persona e la responsabilità propria di ogni autorità - in quanto tale - nei confronti dell'ordine sociale, inteso come condizione per il bene comune e non come mera strategia di breve periodo. 

La tradizione francescana - da Bonaventura a Scoto, e negli autori più recenti - ha insistito con notevole equilibrio sul fatto che la carità non è un'energia informe, ma un amore ordinato, una ordo amoris che rispetta l'architettura del bene comune. L'ordine giuridico non è un limite estrinseco alla carità, ma la sua condizione istituzionale. Senza stabilità normativa e un minimo di coesione culturale, ciò che si presenta come compassione può trasformarsi in crudeltà strutturale: la comunità si frammenta, la legge si indebolisce e i vulnerabili - insider e outsider - finiscono per pagarne il prezzo. 

È quindi difficile comprendere certe espressioni pubbliche di perplessità e di censura che, di fronte a giudizi prudenziali espressi dai pastori nell'esercizio della loro legittima responsabilità, assumono un tono di impugnazione più caratteristico del dibattito fazioso che del discernimento ecclesiale. In tempi di turbolenze discorsive, la tradizione ci ricorda che la fecondità ecclesiale non nasce dalla visibilità senza responsabilità, ma dalla coerenza virtuosa. L'obbedienza - intesa come umile inserimento in un ordine ricevuto -, il lavoro silenzioso per il bene comune, la carità effettiva tradotta in atti più che in dichiarazioni, la sobrietà che diffida del protagonismo morale sono da sempre i pilastri dell'agire cristiano.  

L'autoreÁlvaro Presno

Dottorato di ricerca in Ingegneria e Dottorato di ricerca in Matematica. È membro del gruppo di lavoro sull'intelligenza artificiale della Società degli scienziati cattolici in Spagna.

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