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La Basilica di San Clemente: una «lasagna» storica e archeologica

Non parlerò di lasagne, ma di una chiesa che è, di per sé, una vera e propria “lasagna” della storia. Il Basilica di San Clemente, Il Colosseo, a pochi passi dal Colosseo, sovrappone quasi duemila anni di Roma sotto lo stesso tetto.

Gerardo Ferrara-7 marzo 2026-Tempo di lettura: 6 minuti
San Clemente

Basilica di San Clemente - interno ©Wikipedia

No, in questo articolo non parlerò di lasagne, anche se sono una delle tante prelibatezze per cui l’Italia è famosa. Scriverò invece di una basilica che, un po’ come Roma (in tanti suoi monumenti), spesso definita “lasagna archeologica”, conserva la memoria, nello stesso punto a diversi metri di profondità e strati di terreno, di periodi storici ben precisi.

Parliamo ora di San Clemente, situata a poche centinaia di metri dal Colosseo e non lontano da San Giovanni in Laterano, nell’avvallamento tra i colli Esquilino e Celio. Questa basilica è dedicata a Clemente I, quarto papa, morto intorno al 100 d.C., ma è pure legata al culto di san Cirillo, qui sepolto.

Qualche sera fa, trovandomi da quelle parti, ho approfittato per entrare in questa meravigliosa chiesa che avevo visitato più volte, sempre di giorno, per accompagnare amici che non l’avevano mai vista.

Sul far della sera il suo fascino, se possibile, era ancora maggiore! Era appena terminata la messa celebrata dai Padri domenicani e sono entrato solo per qualche minuto per godere della sua splendida atmosfera.

E ho ripensato a San Clemente come a una vera e propria lasagna romana. Ogni suo gradino, infatti, ogni metro della sua costruzione corrisponde a secoli di storia: quattro livelli sovrapposti, dal I secolo d.C. al XII, in una ventina di metri partendo dal livello stradale odierno.

La parte più antica

Lo strato più profondo e antico risale all’epoca imperiale (incendio di Nerone, 64 d.C.). Le sue strutture furono portate alla luce solo dal XIX secolo, con gli scavi iniziati da P. Joseph Mullooly, che fecero emergere le tracce di due edifici separati da un angusto vicolo (60 cm): da un lato, una struttura in blocchi di tufo e travertino che sembra corrispondere a un horreum (magazzino pubblico) forse collegato alla zecca imperiale sita in questa zona; dall’altro, un’ insula (da cui l’espressione italiana “isolato”): un condominio con diversi appartamenti attorno a un portico interno (come la cuadra in spagnolo).

Nel cortile dell’ insula, tra la fine del II e l’inizio del III secolo, i seguaci della religione mitraica costruirono un piccolo tempio, appunto un mitreo. In un articolo sulla storicità del Natale avevamo già visto come il mitraismo fosse un culto misterico di origine orientale diffusosi poi a Roma. La sua figura centrale era il dio Mitra (collegato anche con il Sol Invictus), nato miracolosamente il 25 dicembre da una roccia con già in mano un pugnale con cui, su ordine del Sole, uccide un toro (tauroctonia) per generare l'universo.

La scena dalla tauroctonia è tuttora visibile sull’altare del mitreo di San Clemente, ove è stata pure rinvenuta una statua del Buon Pastore, segno di una prossimità fisica, e forse di un iniziale sincretismo, tra il culto pagano e quello cristiano. Già nel IV secolo, tuttavia, sopra l’ insulasi cominciò a edificare la prima basilica cristiana. In quell’epoca il culto mitraico, ancora lecito, si svolgeva al piano di sotto. Fu però poi dichiarato illegale, così il mitreo fu interrato e dimenticato fino al XIX secolo.

La basilica paleocristiana

Passiamo al secondo strato a partire dal basso. Nel III secolo l’ horreum cadde in disuso e fu sepolto sotto uno strato di terra. Vi venne costruita sopra una residenza privata che, probabilmente, divenne una domus ecclesia, cioè l’abitazione di un benestante in cui si riunivano le prime comunità cristiane. È così che nacque il titulus Clementis.

I tituli come questo, nella Roma tardoantica, erano la forma più antica di parrocchia: chiese urbane ufficialmente riconosciute e affidate a un presbitero. Traevano spesso origine da domus ecclesiae trasformatesi poi in luoghi di culto formali. Erano la base della Chiesa di Roma e, oltre a celebrarvisi liturgie, vi si tenevano catechesi e assistenza ai poveri. Prendevano il nome dal fondatore o dal proprietario originario della domus e i loro “parroci” (presbiteri designati) formavano il presbiterio che collaborava con il vescovo di Roma: i cardinali, cui infatti è ancora oggi attribuito il titulus di una chiesa romana in cui sono “incardinati”. In epoca tardoantica i titulierano venticinque ma oggi sono oltre 140.

Già San Girolamo, intorno al 390, testimonia l’esistenza del titulus Clementis e della chiesa che ne custodiva la memoria. Ma è verso il 400 che l’edificio fu trasformato in una vera e propria basilica a tre navate, con colonne e un’abside che si proiettava al di sopra dell’ingresso del tempio mitraico, ormai caduto nell’oblio.

Nei secoli successivi la chiesa si arricchì di opere pregevolissime. In particolare, il suo sacerdote titolare Mercurio, divenuto poi papa Giovanni II (533–535 d.C.), vi fece realizzare la schola cantorum e un pavimento a mosaico. Tra l’VIII e il IX, invece, si aggiunsero altre colonne marmoree e diversi affreschi.

Uno è degno di speciale menzione per la storia della lingua italiana. Si trova nella navata centrale della basilica inferiore e raffigura la leggenda del prefetto Sisinnio. Furibondo per la conversione della moglie Teodora, aveva ordinato ai servi di trascinare via san Clemente, ma questi, accecati da Dio, finiscono per trascinare una colonna. Sisinnio, allora, infuriatosi ancora di più, grida loro: “Fili de le pute, traite, Gosmari, Albertel, traite. Falite dereto co lo palo, Carvoncelle!” (“Figli di puttana! Traditori! Gormar, Albertello, Carvoncello, che vi si ficchi dietro un palo!”). Ahimè, queste sono tra le prime parole mai scritte in volgare (in questo caso, davvero volgare) italiano. Sono databili tra il 1084 e l’inizio del 1100, hanno una marcata inflessione romanesca (inconfondibile!). Particolare degno di nota: i nomi propri (o soprannomi) dei servi sono di origine germanica.

La basilica medievale

Il terzo strato è medievale, edificato dopo l’incendio appiccato dalle truppe normanne di Roberto il Guiscardo nel 1084. Verso il 1100, quindi, il cardinale Anastasio ordinò che la basilica paleocristiana venisse interrata con del pietrame fino all’altezza delle colonne. Su di essa fu costruita la basilica attuale, di poco più piccola.

Entrando, si è subito colpiti dal meraviglioso mosaico sull’abside (del 1100 circa): al centro, Cristo crocifisso tra la Vergine e san Giovanni, con la croce che si trasforma in un albero della vita da cui si dipanano bellissime figure vegetali e animali. L’iscrizione recita: “La Chiesa di Cristo è come questa vite, che la Legge inaridisce e la Croce rinverdisce".

Il pavimento è cosmatesco (dalla famiglia dei Cosmati, marmorari romani attivi tra XII e XIII secolo, il cui stile inconfondibile era caratterizzato da intarsi marmorei policromi geometrici, realizzati con tessere e frammenti di marmi antichi) e i suoi marmi provengono da tutto il Mediterraneo. La schola cantorum riutilizza frammenti della basilica inferiore, compreso il monogramma di papa Giovanni II. Bellissima è anche la cappella di Santa Caterina, affrescata tra il 1428 e il 1431 da Masolino da Panicale, con scene della vita della santa.

A papa Clemente XI dobbiamo invece l’aspetto della facciata attuale, il soffitto a cassettoni e le decorazioni a stucco, ad opera, tra il 1713 e il 1719, dell’architetto Carlo Stefano Fontana.

La basilica è retta ancora oggi (lo è sin dal 1645, dopo che l’Inghilterra ebbe espulso il clero irlandese dichiarando la Chiesa cattolica fuorilegge) dai Domenicani irlandesi di San Sisto. Proprio uno di essi, P. Joseph Mullooly, condusse, nel XIX secolo, gli scavi che riportarono alla luce la basilica paleocristiana e gli edifici romani sottostanti.

Il legame con Cirillo e Metodio e l’Europa orientale

Nell'868, i santi Cirillo e Metodio arrivarono a Roma con le reliquie di San Clemente, ritrovate in Crimea. Le presentarono a Papa Adriano II, che non solo approvò la loro missione e l'uso della lingua paleoslava nella liturgia, ma consacrò anche Metodio vescovo. Come abbiamo visto, Cirillo, gravemente malato, rimase a Roma e vi morì nell'869, dove fu sepolto nella Basilica di San Clemente.

Qui, nella basilica inferiore, vi è un affresco dell’XI secolo che raffigura la traslazione delle reliquie di san Clemente, con Cirillo e Metodio, e papa Adriano al centro, a guidare la processione solenne che accompagna il corpo del santo.

La tomba originaria di Cirillo era probabilmente collocata nei pressi dell’affresco dell’Anastasis, a destra dell’altare, come descritto nella Vita di Cirillo. Nel XII secolo, però, venendo abbandonata la basilica inferiore, le sue reliquie furono spostate in quella superiore. Oggi sono collocate nella cappella apposita, del 1880, e sono meta di pellegrinaggi da parte di cristiani orientali da tutta Europa.

Abbiamo scherzosamente definito all’inizio San Clemente una lasagna storica, ma questa metafora le calza a pennello: in quanti luoghi al mondo si trovano sovrapposte così tante testimonianze storiche pagane antiche, paleocristiane, medievali e moderne, provenienze e riti diversi, storie di resilienza di fronte alle avversità e di fede che travalica le epoche?

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