- Courtney Mares / Notizie OSV
La Corte d'appello vaticana ha dichiarato l'annullamento parziale del processo per il caso di alto profilo caso di cattiva gestione finanziaria che coinvolge il cardinale Angelo Becciu e altri imputati, denunciando errori procedurali da parte dell'accusa nel processo vaticano che, nel 2023, aveva portato alla condanna del cardinale a una pena detentiva per vari reati di appropriazione indebita.
In una sentenza di 16 pagine emessa il 17 marzo, la Corte d'Appello, presieduta dall'arcivescovo Alejandro Arellano Cedillo, ha stabilito che i procuratori vaticani hanno commesso errori procedurali che hanno violato il diritto degli imputati a una giusta difesa.
Parti del procedimento originario sono nulle
Senza annullare completamente il processo, la corte ha stabilito che alcune parti del processo originale non erano valide e dovevano essere riesaminate, comprese le dichiarazioni dei testimoni e la valutazione di prove specifiche. La prossima udienza è prevista per il 22 giugno.
Il tribunale ha precisato che la sentenza di “nullità relativa” non annulla completamente gli effetti legali della sentenza originaria del dicembre 2023, con la quale il cardinale Becciu era stato condannato a cinque anni e mezzo di carcere, all'interdizione permanente dai pubblici uffici e a una multa di oltre 8.000 dollari.
Accordo immobiliare a Londra
Il caso ruota attorno all'investimento della Santa Sede di circa 350 milioni di euro (quasi 404 milioni di dollari) in un progetto immobiliare di lusso a Londra tra il 2014 e il 2018. I pubblici ministeri hanno sostenuto che diversi intermediari e funzionari vaticani hanno intascato decine di milioni di euro in commissioni e compensi impropri durante l'acquisizione.
Il “processo del secolo” del Vaticano, durato quasi due anni e mezzo e 86 sedute, ha giudicato il cardinale Becciu e altri otto imputati colpevoli di frode e abuso di potere, e il tribunale ha ordinato alla Santa Sede di pagare decine di milioni di euro di risarcimento. Tutti gli imputati si sono dichiarati non colpevoli e hanno presentato appello.
Si ordina alla procura di rendere pubblico l'intero fascicolo del caso.
Tra le disposizioni più importanti della sentenza del 17 marzo, il tribunale ha ordinato all'Ufficio del Promotore di Giustizia - l'equivalente vaticano della Procura della Repubblica - guidato da Alessandro Diddi, di depositare nella segreteria del tribunale, entro il 30 aprile, il fascicolo completo e non censurato di tutti gli atti dell'inchiesta.
Gli avvocati della difesa avevano sostenuto di aver ricevuto solo una parte del materiale, con documenti chiave censurati. Tra i contenuti omessi, si legge nella sentenza, vi erano messaggi di chat riguardanti il testimone monsignor Alberto Perlasca, ex direttore dell'ufficio amministrativo della Segreteria di Stato.
L'accusa aveva sostenuto che le cancellazioni erano necessarie per proteggere le indagini parallele, ma la corte d'appello ha dato ragione alla difesa, ritenendo che le omissioni costituissero una violazione procedurale fondamentale.
Le parti avranno tempo fino al 15 giugno per esaminare tutta la documentazione e preparare le rispettive argomentazioni.
I decreti papali al centro delle polemiche
La sentenza ha anche affrontato una controversia separata ma collegata a quattro rescritti papali - o decreti esecutivi - emessi dal defunto Papa Francesco che hanno ampliato in modo significativo i poteri investigativi dell'Ufficio del Promotore di Giustizia durante le indagini. Gli avvocati della difesa hanno sostenuto che i rescritti non sono stati emessi in modo tempestivo e sono stati comunicati alla difesa solo poco prima dell'inizio del processo originale, privando gli imputati di informazioni cruciali durante la fase investigativa.
La corte d'appello ha ritenuto che uno dei rescritti avesse, in pratica, carattere legislativo e che il fatto che Papa Francesco non lo avesse reso pubblico lo avesse reso inefficace.
Questo risultato ha importanti implicazioni per il nuovo processo, in quanto mette in discussione una serie di azioni intraprese dalla Procura sotto l'autorità di questi decreti papali, tra cui la detenzione nel 2020 dell'agente Gianluigi Torzi, che è stato trattenuto per dieci giorni in strutture vaticane e interrogato senza accusa e senza controllo giudiziario.
Nuovo Papa, nuovo appello alla credibilità giudiziaria
La sentenza è arrivata pochi giorni dopo che Papa Leone XIV ha inaugurato l'anno giudiziario della Città del Vaticano con un discorso in cui ha fatto riferimento all'importanza del “rispetto del giusto processo, dell'imparzialità del giudice, dell'effettività del diritto di difesa e della ragionevole durata dei procedimenti” al fine di preservare l'autorità e la stabilità istituzionale.
“Amore e verità sono inseparabili: solo amando conosciamo la verità, e l'amore per la verità ci porta a scoprire la carità nella sua pienezza”, ha detto il Papa. “Per questo la giustizia, se esercitata con equilibrio e fedeltà alla verità, diventa uno dei più solidi fattori di unità all'interno della comunità”.
Questa notizia è stata pubblicata per la prima volta in inglese su OSV News. È possibile leggere il testo originale QUI.



