Vocazioni

Andrea Bozzolo: “L'amore è ciò che siamo, non solo ciò che proviamo”.”

Il rettore dell'Università Pontificia Salesiana, Andrea Bozzolo, dice a Omnes in questa intervista che quando si parla di matrimonio ai giovani è essenziale "mostrare la bellezza dell'amore fedele, in modo che l'impegno non sia percepito come una restrizione, ma come un percorso di realizzazione".

Paloma López Campos-2 Maggio 2026-Tempo di lettura: 5 minuti
Andrea Bozzolo

Rev. Andrea Bozzolo, Rettore dell'Università Pontificia Salesiana

Andrea Bozzolo è il rettore della Università Pontificia Salesiana. Dottore in Lettere classiche e in Teologia sistematica, ha partecipato, insieme al sacerdote Fabio Rosini e il cardinale Kevin Farrel, prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, in una dichiarazione congiunta. giornata di studio su “Il sacramento del matrimonio, la fede e il mondo dell'insegnamento”.

Durante il suo intervento, padre Bozzolo ha sottolineato l'importanza di uscire da una prospettiva che presenta il sacramento della matrimonio come un semplice contratto, incoraggiando tutti ad approfondire la bellezza di questa vocazione e a condividere con i giovani storie che li aiutino a comprendere questo “cammino di realizzazione”.

Dopo la giornata di studio, il rettore dell'università ha rilasciato un'intervista a Omnes in cui parla di come presentare il sacramento del matrimonio ai giovani e del ruolo dei sacerdoti nell'accompagnare coloro che seguono questo percorso.

Come può la Chiesa proporre il matrimonio come «decisivo» a giovani che vedono la verifica empirica, la convivenza prima del matrimonio, come l'unico passo ragionevole prima dell'impegno?

- La Chiesa può rispondere a questa domanda interpretando ciò che la convivenza esprime: il desiderio di mettere alla prova l'amore. La chiave è mostrare che l'amore diventa definitivo non attraverso una prova prolungata, ma attraverso una promessa basata su una verità più grande della coppia stessa.

Il matrimonio è definitivo perché riconosce che l'amore non si fonda su se stesso. Senza questo orizzonte, la convivenza rischia di rimanere un esperimento temporaneo. Il compito è quello di rivelare che il sacramento non è un passo definitivo dopo la certezza, ma l'atto che rende veramente possibile un amore duraturo.

Come riabilitare l'idea che l'amore abbia una struttura ontologica e non sia solo un contratto emotivo privato?

- È necessario mostrare che l'amore non è solo ciò che si prova, ma ciò che rivela il senso dell'esistenza. Amando un'altra persona, non si provano solo emozioni, ma si incontra una chiamata a donarsi e a ricevere di nuovo se stessi. Ciò indica una struttura ontologica: l'amore riguarda ciò che siamo, non solo ciò che proviamo. Recuperare questo richiede un linguaggio che colleghi esperienza e verità, mostrando che l'amore implica sempre una promessa, un destino e un modo di vivere che non può essere ridotto a un accordo privato.

Come possiamo spiegare a una coppia di innamorati che amare Dio «sopra ogni cosa» è proprio ciò che proteggerà il loro amore reciproco dal fallimento?

- Amare Dio al di sopra di ogni altra cosa non toglie nulla alla amore Lo libera da aspettative impossibili. Quando l'amato diventa l'assoluto, l'amore crolla sotto il peso di ciò che nessun essere umano può dare.

Riconoscere Dio come fonte ultima e pienezza dell'amore permette di accogliere ogni coniuge come un dono, non di possederlo come garanzia di felicità. In questo modo, la fede protegge l'amore dall'illusione e dal risentimento, radicandolo in una promessa che trascende entrambi i coniugi e li sostiene.

Nella sua analisi della Genesi, lei dice che l'uomo scopre il suo «io» solo di fronte al «tu» della donna. In che misura questa visione aiuta a combattere la «psicologizzazione degli affetti» che racchiude l'individuo nel suo benessere psichico?

- Questa prospettiva mostra che il sé non è costruito internamente, ma emerge attraverso l'incontro. L'io emerge in relazione a un tu che non può essere ridotto ai propri bisogni o alle proprie proiezioni.

Questo sfida la psicologizzazione delle emozioni, che limita l'amore al benessere soggettivo. L'amore diventa invece un evento relazionale che porta la persona oltre se stessa.

L'identità si scopre, non si produce, e questo apre una strada in cui le emozioni sono integrate in un orizzonte più ampio di significato e responsabilità.

Come proporre la visione cristiana del matrimonio senza che la Chiesa sembri cercare di «colonizzare» o appropriarsi dell'esperienza umana universale dell'amore?

- Il punto di partenza è l'universalità dell'amore umano, riconoscendolo come qualcosa che ha già un senso e punta oltre se stesso. La Chiesa non impone un'interpretazione esterna, ma rivela ciò che è implicito nell'esperienza: la sua apertura a un'origine e a un destino superiori. In questo senso, la visione cristiana non colonizza l'amore, ma lo serve, aiutandolo a riconoscere la sua piena verità. Il sacramento non è un'aggiunta, ma il riconoscimento esplicito di una presenza che è già all'opera nella relazione.

Come può la pastorale aiutare i coniugi a vedere la morte non come la fine del loro amore, ma come l'orizzonte in cui la loro alleanza trova il suo significato ultimo?

- La pastorale può aiutare le coppie a capire che l'amore porta in sé una promessa che trascende la morte. L'esperienza di amare solleva già la domanda se questo bene sia destinato a durare o a svanire. La fede risponde che questa promessa non è un'illusione, ma trova la sua pienezza in Dio.

L'accompagnamento aiuta le coppie a interpretare il loro amore all'interno di questo orizzonte, in modo che la morte non sia percepita come la sua negazione, ma come il passaggio in cui la sua verità più profonda - la comunione fondata in Dio - raggiunge la sua pienezza.

Lei dice che «l'amore non è semplicemente un sentimento», ma una pienezza dell'essere. In una cultura che idolatra l'emozione del momento, quali strumenti pedagogici propone per educare la volontà senza cadere in un rigido legalismo?

- L'educazione dovrebbe concentrarsi sulla formazione del desiderio, non sulla sua repressione. Ciò significa aiutare i giovani a riconoscere che la vera libertà non è la moltiplicazione delle esperienze, ma la capacità di scegliere un bene che duri nel tempo.

Storie, testimonianze e riflessioni condivise su esperienze vissute sono più efficaci di regole astratte. La volontà cresce quando è attratta da uno stile di vita significativo.

Per evitare il legalismo è necessario mostrare la bellezza dell'amore fedele, in modo che l'impegno non sia percepito come una restrizione, ma come un percorso di realizzazione.

Egli osserva che la teologia si è concentrata quasi esclusivamente sul «momento del consenso giuridico» nel matrimonio. Se spostiamo l'attenzione sul «percorso affettivo» che precede e segue, come si ridefinisce il ruolo del sacerdote, che dovrebbe cessare di essere un «officiante di un contratto» e diventare un «partner di discernimento» in una storia che è già abitata da Dio?

- Se il percorso emotivo e relazionale viene preso sul serio, il ruolo del sacerdote si amplia. Egli non è più principalmente l'officiante di un atto giuridico, ma una guida che aiuta a discernere la presenza di Dio, che è già all'opera nella storia della coppia. Questo non sminuisce l'importanza del consenso, ma lo colloca all'interno di un processo di fede più ampio.

Il sacerdote accompagna, interpreta e sostiene un percorso, aiutando la coppia a riconoscere che il loro amore è chiamato a diventare una risposta consapevole e duratura all'iniziativa di Dio.

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