Cultura

«Sogni di treni». La ricerca di un senso

La giornalista e filosofa Rocío Montuenga ha scelto questo film come uno dei più importanti dell’anno scorso. È un film meraviglioso, dal ritmo lento, ricco di dettagli, che invita a riflettere sul senso della vita e, in particolare, sulla sofferenza.

Rocío Montuenga / Jaime Nubiola-13 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Sebbene fosse stato candidato a quattro Oscar, l’acclamato film Sogni di treni Il film di Netflix non ha vinto alcun premio alla cerimonia di premiazione dello scorso 15 marzo. Tuttavia, ho chiesto alla professoressa Rocío Montuenga di condividere con noi le sue riflessioni su questo magnifico film. Ecco cosa scrive:

“Durante gli anni dell’università, nelle lezioni di Filosofia del linguaggio tenute da Jaime Nubiola, ho acquisito un’intuizione che il tempo non ha fatto altro che confermare: esistono realtà che vanno oltre ciò che è verificabile. Se dovessimo dividere il mondo tra ciò che può essere verificato e ciò che sfugge all’esperienza sensoriale, da una parte ci sarebbero la scienza, il tangibile e tutto ciò che può essere spiegato; dall’altra, l’universo dell’ineffabile. Quell’ambito di cui, come scrisse Ludwig Wittgenstein nel suo Trattato logico-filosofico, ‘Di ciò di cui non si può parlare, è meglio tacere’.

Eppure è proprio lì che risiedono alcune delle domande più decisive dell’esistenza. L’amore, la sofferenza, la bellezza, Dio, la speranza o il senso della vita difficilmente possono essere ridotti a formule o verifiche empiriche. Sono realtà che ci superano e, proprio per questo, ci costituiscono.

Domande come ‘Che senso ha la mia vita?’, ‘Esiste uno scopo in grado di dare un senso alle mie decisioni, alle mie perdite e ai miei desideri?’ o ‘Perché sono qui?’ affiorano inevitabilmente. Prima o poi, l’essere umano si trova a confrontarsi con esse, non perché si aspetti risposte definitive, ma perché vivere significa imparare a convivere con il mistero.

La fragilità della vita

Queste questioni pulsano silenziosamente nel protagonista di Sogni di treni (Sogni di treni, 2025), un uomo la cui esistenza sembra segnata dalla perdita e dalla ricerca di una coesione che dia unità alla sua storia. 

Il film, diretto da Clint Bentley e tratto dal romanzo di Denis Johnson, si muove tra il occidentale e il dramma rurale, con il ritmo lento del slow cinema. Più che un racconto di genere, è una riflessione sul mistero dell’insensatezza e sull’incessante — e radicalmente umana — ricerca di senso.

Fin dalle prime battute, Sogni di treni pone lo spettatore accanto alla voce in spento di un narratore che accompagna la storia di Robert Grainier, un operaio del West americano che, all’inizio del XX secolo, partecipa alla costruzione della ferrovia. Orfano fin da bambino, impara troppo presto che la vita può spezzarsi senza preavviso.

Sulla ferrovia, la morte ingiusta di un compagno immigrato — sfruttato e disprezzato perché non apparteneva al mondo degli uomini bianchi americani — lascia in lui un segno silenzioso difficile da cancellare. 

Il dolore si insinua allora come un interrogativo, anche sotto forma di sogni ricorrenti in cui viene assalito dalla presenza del suo amico. Da allora, Robert sembra convivere con una domanda ricorrente: perché la vita ferisce in modi così difficili da comprendere?.

Tuttavia, il film mostra anche che il senso della vita raramente si presenta come un’idea astratta o come qualcosa che organizza linearmente la biografia; piuttosto irrompe incarnato in persone concrete, negli sguardi e nei gesti. Nel caso di Robert, quel primo punto di riferimento arriva attraverso Gladys, la cui compagnia gli restituisce una forma di riconciliazione con la vita. 

L'amore, la prospettiva di una casa e l'arrivo di sua figlia portano con sé un'inaspettata sensazione di pienezza nel mezzo di un'esistenza difficile. La felicità non sta tanto nel dove, nel quando o nel come, quanto piuttosto nel con chi. 

Senso e perdita

A questo punto è inevitabile pensare alla riflessione fondamentale di Viktor Frankl in La ricerca di senso dell'uomo. Frankl sostiene che l’essere umano trovi un senso in tre modi: attraverso un’opera o un compito, attraverso l’amore e la bellezza — il ‘dono ricevuto’ — e, infine, nella sofferenza accettata. 

Il percorso di Robert sembra attraversare, quasi inconsapevolmente, questi tre percorsi: il lavoro nella costruzione della ferrovia e come boscaiolo, l’amore di Gladys e di sua figlia, e più avanti l’esperienza devastante della perdita. Lì dove sembra aprirsi un abisso di assurdità, la trama suggerisce, con una delicatezza che ricorda il cinema di Terrence Malick, che anche il dolore possa trasformarsi lentamente in un luogo sacro e ricco di significato.

Per raccontare questo percorso di un cuore spezzato — segnato dal lutto, dalla fragilità e dalla fugacità della vita — Bentley ricorre alla natura come specchio e continuità. La vita di Robert si intreccia con immagini di legno, asce, tronchi che cadono e foreste aperte dall’intervento umano. Ma anche con fiumi che scorrono, uccelli che sorvolano il paesaggio, fiori che sbocciano all’aperto, falò notturni e tramonti che tingono di calma le montagne dell’America profonda. 

La natura qui non è un semplice sfondo, ma una presenza viva che suggerisce trasformazione, ciclo e permanenza nel mutamento.

Il pianto di Robert Grainier di fronte al vuoto lasciato dalle sue perdite non lo chiude in se stesso, ma lo apre, paradossalmente, a una comprensione più profonda della vita nella sua incertezza. Anche nel mezzo della sofferenza, la sua esistenza non si riduce a ciò che ha perso, ma rimane permeata da ciò che ha ricevuto e da ciò che ha potuto offrire: il suo lavoro, la sua presenza, la sua amicizia, il suo amore silenzioso e la sua capacità di sostenere la vita degli altri con gesti discreti.

Imparare a ricevere

Forse qui si intravede un’intuizione decisiva: che non tutto il senso va costruito, ma va anche accolto. La vita non si esaurisce in ciò che facciamo o otteniamo, ma anche in ciò che riceviamo e nel modo in cui lo riceviamo. Ed è proprio in questa accoglienza — di ciò che è luminoso e di ciò che è ferito — che si apre una forma più profonda di senso.

In questo senso, spesso l’essere umano non riesce a trovare un senso alla propria vita perché la riduce a ciò che fa, a ciò che possiede o a ciò che produce. Tuttavia, l’esistenza sembra andare oltre questi limiti: non si spiega solo attraverso l’azione, ma anche attraverso la ricezione.

Gli alberi che compaiono in Sogni di treni qui fungono da metafora particolarmente eloquente. Il tronco abbattuto e quello ancora in piedi convivono nello stesso paesaggio, ricordandoci che la vita integra contemporaneamente ciò che nasce, ciò che cade e ciò che rimane. In questa convivenza di opposti si intravede una comprensione più profonda dell’esistenza: non come dominio, ma come accettazione del suo ritmo proprio.

Da questo punto di vista, la vita non si giustifica solo per ciò che ci accade o per ciò che realizziamo, ma anche per ciò che riceviamo e per ciò che siamo in grado di restituire senza calcoli, partendo dal nostro essere nel presente. In questo scambio gratuito si apre una forma più profonda di significato. E forse è proprio lì, in una serena gratitudine per ciò che è stato vissuto, che l’essere umano trova la forza per continuare ad abitare il mistero dell’esistenza”.

L'autoreRocío Montuenga / Jaime Nubiola

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