La Chiesa cattolica in Tanzania è, come spiega Godfrey Mgusi Makoro, seminarista tanzaniano che sta attualmente completando la sua formazione presso il Seminario Internazionale Bidasoa di Pamplona, «una Chiesa giovane che risale ad almeno un secolo fa, quando ebbe luogo la sua evangelizzazione, la seconda evangelizzazione, avvenuta alla fine del XIX secolo, negli anni »60 del XIX secolo«. Furono i Padri Bianchi, i Padri dello Spirito Santo e i Missionari d’Africa a seminare quella fede che oggi, grazie ai »loro sforzi e alla loro dedizione profondamente radicata nell’amore di Dio, in Cristo con il suo Vangelo e nella Chiesa», è diventata una realtà che conta milioni di fedeli.
Oggi almeno il 35% della popolazione tanzaniana è cattolica ed è distribuita in 37 diocesi, di cui 7 sono arcidiocesi. Una Chiesa numerosa e vivace, ma che —come ogni Chiesa giovane— presenta luci e ombre.
Il compito fondamentale: condurre le anime a Dio
Per Makoro, la missione della Chiesa in Tanzania non si esaurisce nelle sue opere sociali, per quanto importanti esse siano. «La Chiesa, in quanto popolo di Dio, ha come compito principale quello di condurre le anime a Dio», scrive. Ma mette in guardia da una tentazione che considera fondamentale: «C’è una profonda crisi nell’identità cristiana dei cristiani. E dico profonda perché riguarda la radice stessa dell’essere cristiani». Tale crisi consiste, secondo le sue parole, nel confondere la fede con uno scambio: «Innanzitutto, ciò che si cerca nella Chiesa non sono dei ‘favori di Dio’ in cambio delle nostre azioni pie, ma la Santità, la vita divina, il vivere con Dio».
Suor Lizmendy, religiosa peruviana della congregazione delle Custodi del Regno del Cuore di Gesù, che da poco più di un anno opera nella diocesi di Bunda, sull’isola di Ukerewe, concorda sul fatto che il compito principale della Chiesa sia «mantenere viva la fede e la formazione». Riconosce che «c’è un forte impegno pastorale da parte dei missionari e dei sacerdoti», anche se le condizioni non sempre lo facilitano: «Ci sono pochi missionari, pochi sacerdoti, le distanze sono piuttosto notevoli, la popolazione è numerosa e, nonostante tutto, si cerca di essere presenti, di accompagnare continuamente». E aggiunge un’immagine che riassume bene lo spirito missionario: «A volte bisogna fare viaggi un po» lunghi, ma nonostante ciò si è presenti, perché l’importante per ogni comunità è vedere e sentire la presenza dei sacerdoti e delle suore che stanno con loro».
Istruzione e sanità: l'eredità dei missionari
Fin dai primi tempi dell’evangelizzazione, la Chiesa in Tanzania ha compreso che annunciare il Vangelo significa anche prendersi cura del corpo e della mente. Makoro lo riassume con una formula che si è ripetuta in ogni missione: «Fin dai tempi dei missionari, la Chiesa in Tanzania si è concentrata su questi due aspetti: ovunque vivessero i missionari, lì c’era una parrocchia, una scuola e un ospedale». Lo constata lui stesso nella propria parrocchia, quella di Nostra Signora della Buona Speranza di Kagunguli, che vanta ormai 132 anni di storia e che, quando il Paese ottenne l’indipendenza, vide il governo assumere la gestione di gran parte delle sue scuole e dei suoi centri sanitari, anche se non di tutti: «Attualmente sono di proprietà del governo, ad eccezione della scuola secondaria che è stata restituita alla Chiesa».
Nonostante queste cessioni, la rete educativa cattolica rimane comunque vastissima. Secondo i dati di Makoro, la Chiesa conta oggi «quasi duemila scuole, sia primarie che secondarie», cinque università cattoliche — tra cui la Saint Augustine University of Tanzania (SAUT), la Catholic University of Health and Allied Sciences (CUHAS) di Bugando-Mwanza, la Ruaha Catholic University (RUCU), la Mwenge Catholic University (MWECAU) e il Jordan University College — e circa un centinaio di istituti di formazione di livello diploma in settori quali la sanità e l’istruzione. «Ciò dimostra che, sin dall’indipendenza, la maggior parte della popolazione ha ricevuto la propria istruzione nelle scuole cattoliche», conclude il seminarista.
Anche in ambito sanitario la presenza cattolica è molto estesa. «Ogni diocesi della Tanzania ha almeno un ospedale, e alcune ne hanno più di cinque», spiega Makoro, che cita il Bugando Hospital come punto di riferimento nazionale. Complessivamente, la Chiesa dispone di «94 centri sanitari e 338 dispensari», oltre a numerosi orfanotrofi e centri per le persone più emarginate, gestiti per lo più da suore.
Suor Lizmendy conferma questa vocazione assistenziale sulla base della sua esperienza concreta a Bunda: «In questa zona della Tanzania, la diocesi gestisce numerose scuole, dispensari e opere sociali grazie alla presenza dei missionari». E aggiunge un dettaglio che rivela fino a che punto la scuola colmi le carenze familiari di base: «Nelle scuole vengono offerti la colazione e il pranzo ai bambini, il che favorisce un migliore apprendimento e uno sviluppo nutrizionale». Sottolinea inoltre l’attenzione specifica rivolta a una categoria particolarmente vulnerabile nella regione: «Ci sono case di accoglienza, soprattutto per questa comunità di albini che in questa zona è piuttosto numerosa».
La povertà, la sfida che sta alla base di tutte le altre
Se c’è un filo conduttore tra le due testimonianze, è la povertà. Makoro la indica come la radice di molti altri mali: «Attualmente la maggior parte dei cittadini vive in condizioni di povertà, poiché le cause principali sono l’egoismo e la corruzione». Punta inoltre il dito contro la disoccupazione giovanile con una statistica eloquente: «Su dieci laureati, tre trovano lavoro, uno può avere un’occupazione autonoma, quindi i restanti sei rimangono senza lavoro».
Suor Lizmendy, dal campo, offre una testimonianza ancora più cruda della povertà quotidiana sull’isola di Ukerewe: «C’è un tasso di povertà altissimo tra le famiglie che non dispongono dei beni di prima necessità per sopravvivere giorno per giorno. Per fare un esempio, molte di loro non hanno nemmeno un euro al giorno, il che comporta che si mangi solo una o due volte al giorno». Questa precarietà, spiega, ha effetti a catena: «Ciò comporta anche problemi di malnutrizione e di apprendimento nei bambini». E per quanto riguarda l’istruzione, la scarsità di risorse spinge molte famiglie a interrompere gli studi dei propri figli appena terminata la scuola primaria, il che «porta molte ragazze, in particolare, a formare una famiglia in giovane età e ad avere figli in giovane età».
Riguardo al proprio stile di vita come missionaria, la suora confessa con semplicità: «Viviamo con lo stretto necessario, perché, sebbene non ci manchi nulla, non abbiamo nemmeno nulla in eccesso. E così impari a vivere in mezzo a loro con quella fede così bella, così crescente e così gioiosa».

Un popolo pacifico in tempi di tensione sociale
Makoro sottolinea un aspetto dell’identità tanzaniana che desidera mettere in evidenza a fronte degli stereotipi sull’Africa: la convivenza pacifica tra le sue oltre 120 tribù. «Grazie a Dio, in Tanzania abbiamo più di 120 tribù, ma non c’è tribalismo; in Tanzania chiunque può vivere dove vuole senza alcun problema». E aggiunge, con un tocco personale: «A dire il vero, non ricordo episodi di violenza tra i cittadini in Tanzania. Sono cresciuto in Tanzania, ma non ho mai sentito parlare di guerre tra noi cittadini. I tanzaniani sono un popolo pacifico al punto che questa caratteristica è diventata parte della nostra identità».
Le tensioni che invece riconosce sono di altro tipo: le proteste dei cittadini contro il potere politico. «La violenza a cui abbiamo assistito di recente è quella dei cittadini contro il governo, soprattutto quando si ribellano contro la corruzione, l’ingiustizia e i vari problemi che la gente sta affrontando», spiega, inquadrando il fenomeno in una prospettiva spirituale: «è una manifestazione della sete di giustizia e di cambiamento, come ha affermato Papa Leone XIV nella sua recente visita apostolica in alcuni paesi dell’Africa».
Le vocazioni: frutto della famiglia, della comunità e della liturgia
Una delle caratteristiche più sorprendenti della Chiesa tanzaniana, agli occhi di un europeo, è l’abbondanza di vocazioni sacerdotali e religiose. Makoro offre tre chiavi di lettura per comprenderlo. La prima è la fede vissuta in comunità: «le vocazioni nascono in una comunità cristiana e sono per essa». La seconda è la famiglia, «come la Chiesa in casa», che trasmette il valore della vocazione fin dall’infanzia. Lo stesso seminarista condivide un ricordo affettuoso di sua madre: «Ricordo che quando ero bambino mia madre mi sculacciava se non pregavo a casa, specialmente la preghiera del pomeriggio e della sera, e mi costringeva a recitare la preghiera per le vocazioni, anche se la recitavo piangendo; oggi però sono un seminarista che sta completando la propria formazione presso il seminario internazionale Bidasoa a Pamplona. Che mia madre riposi in pace». La terza chiave, che attribuisce a un suo professore, è una liturgia curata con attenzione, «perché la vocazione richiede che i chiamati incontrino Colui che chiama».
Suor Lizmendy offre una lettura complementare, più incentrata sulla fede vissuta «a fior di pelle»: «Credo che molti giovani scelgano la vita religiosa e il sacerdozio grazie alla fede tangibile presente in ciascuna delle loro famiglie». E aggiunge una motivazione quasi missionaria nei candidati stessi: «Porterò un po» più di Dio alla mia famiglia, alla mia comunità; farò da tramite; diventerò sacerdote o suora perché voglio continuare a mantenere viva la fede in queste famiglie, in questa comunità».
Piccole comunità cristiane e gruppi di fede
Makoro descrive in dettaglio un elemento caratteristico del cattolicesimo tanzaniano: le piccole comunità cristiane, gruppi composti da cinque a dieci famiglie organizzate attorno a un santo patrono, che si riuniscono settimanalmente per leggere la Parola e condividere la vita di fede. A suo avviso, questa struttura «può rappresentare un valido rimedio all’individualismo che continua a rappresentare una minaccia in Europa».
Accanto a queste, esistono comunità di devozione popolare — il Rosario Vivo, il Sacro Cuore di Gesù, Santa Rita da Cascia, Regnum Christi — con pratiche di pietà molto concrete, come la recita quotidiana del rosario o le veglie mensili di adorazione. Makoro, cresciuta nella comunità del Sacro Cuore di Gesù, sostiene che questo tipo di esperienza religiosa intensa fin dall’infanzia faciliti il discernimento vocazionale: «Immagina un ragazzo di quindici anni che, dall’età di 10 anni fino ai 20, trascorre tutta la notte in preghiera: per lui è facile discernere la vocazione sacerdotale, o quella religiosa per le ragazze».
A ciò si aggiungono i grandi movimenti apostolici organizzati per età e sesso, dotati di una struttura nazionale, di un’uniforme e di uno statuto proprio: l’Unione degli Uomini Cattolici della Tanzania (UWAKA), l’Unione delle Donne Cattoliche della Tanzania (WAWATA), i Giovani Lavoratori Cattolici (VIWAWA), gli studenti cattolici delle scuole secondarie (TYCS) e universitari (TMCS), e la Congregazione dei Santi Bambini di Gesù per i più piccoli.

La famiglia, primo luogo della fede, e le minacce che la riguardano
Sia il seminarista che la suora concordano sul fatto che la famiglia continui a essere il primo luogo di trasmissione della fede. Makoro descrive una scena quotidiana: «Mangiano insieme a casa e la sera è molto comune pregare prima di andare a dormire. È lì che i bambini imparano a parlare con Dio, pregando con i propri genitori a casa». La partecipazione alla messa domenicale è praticamente obbligatoria in molte famiglie, al punto che «chi salta la messa, poi deve renderne conto».
Suor Lizmendy precisa che si tratta di una fede più vissuta che dottrinale: «Sebbene non si trasmetta una fede molto dottrinale, si trasmette una fede di testimonianza, una fede di tutti i giorni». Cita come esempio la portata delle celebrazioni sacramentali: «In Tanzania, in un’unica cerimonia vengono confermati 250 giovani o ricevono la comunione 300 bambini».
Ma Makoro non nasconde che l’istituzione familiare sta attraversando una crisi sempre più grave: «La famiglia in Tanzania è attualmente in pericolo. Ormai è diventato comune avere un figlio che non conosce il padre o la madre o che non vive con i genitori». Sottolinea inoltre un cambiamento di mentalità tra le giovani donne, che «considerano il non sposarsi come una forma di liberazione», e menziona l’omosessualità come una realtà che «socialmente continua a essere vista come un male» nel Paese.
Donne: povertà, maternità precoce e mancanza di opportunità
La condizione delle donne emerge in entrambe le testimonianze come una delle ferite più profonde della società tanzaniana. Makoro elenca diversi aspetti: la povertà materiale aggravata dal cambiamento climatico e dalla mancanza di lavoro; la responsabilità quasi esclusiva della cura dei figli, specialmente quando il marito muore o abbandona la famiglia; i matrimoni e le gravidanze adolescenziali, che stroncano i progetti di vita di molte giovani; il rischio, sebbene non frequente, di abusi sessuali; e la tentazione di rivolgersi ad altre religioni o alla superstizione «con l’idea di cercare miracoli e risolvere i propri problemi».
Suor Lizmendy lo conferma sulla base della sua esperienza diretta a Bunda: «Per quanto riguarda le donne e le ragazze, hanno davvero pochissime opportunità accademiche e lavorative. Molte di loro, a causa della mancanza di risorse, abbandonano la scuola in età molto precoce per dedicarsi alla famiglia o al lavoro nei campi, dove devono affrontare una vita molto dura». La Chiesa cerca di rispondere con formazione e accompagnamento, anche se la suora è onesta riguardo ai propri limiti: «Da parte della Chiesa cerchiamo di organizzare alcuni laboratori e di fornire accompagnamento per migliorare la loro situazione, ma i bisogni sono enormi e le nostre risorse molto limitate».
Makoro aggiunge un dato che sfuma questo quadro: nonostante le difficoltà, «se si va in Tanzania, si scoprirà che in molte istituzioni ecclesiastiche il numero delle donne che occupano posti di lavoro è superiore a quello degli uomini».
Convivenza interreligiosa e contributo sociale della Chiesa
Per quanto riguarda il rapporto con l’Islam, Makoro descrive un clima di «convivenza piuttosto pacifica» tra musulmani e cristiani, pur riconoscendo una certa complessità istituzionale dovuta all’assenza di un’autorità musulmana unificata: «al punto che, tra di loro, alcuni concordano con alcune affermazioni della Chiesa e altri no. Ma nella vita quotidiana tra la gente c’è molta pace».
In sintesi, il seminarista riassume così il contributo della Chiesa al suo Paese: «Come cittadino, posso dire che la Chiesa in Tanzania è la voce di chi non ha voce. La Chiesa è una delle poche istituzioni che ha contribuito e continua a contribuire allo sviluppo del Paese attraverso l’istruzione sin dalla sua fondazione».
Lo sguardo di una missionaria straniera: dalla paura iniziale alla gioia contagiosa
La testimonianza di suor Lizmendy offre il punto di vista di chi arriva dall’esterno e deve imparare, quasi da zero, a inserirsi in una cultura diversa. Confessa senza mezzi termini lo smarrimento dei suoi primi giorni: «Il fatto di non parlare la lingua mi faceva venire voglia di scappare. ‘Cosa ci faccio qui se non riesco a parlare, se non riesco a comunicare con le persone, se non capisco e non mi capiscono?’». Ammette che «si sentiva un po» inutile in Tanzania».
È riuscita a superare quel momento, racconta, grazie alla preghiera, alla lettura spirituale e all’accompagnamento, oltre che a una frase del nunzio apostolico che è diventata la sua bussola: «L’evangelizzazione non si fa solo con le parole, ma con l’amore». Oggi, a più di un anno di distanza, il suo bilancio è gioioso: «Sono molto felice, anche se capisco pochissimo lo swahili… questo non mi impedisce di vedere la gioia sui volti di chi mi circonda». E aggiunge una riflessione che illumina il senso ultimo della sua presenza lì: «Essere in Tanzania per me è qualcosa, un dono, è qualcosa di grande, è un dono di Dio che mi ha permesso di vivere e di condividere».
Alla domanda sulla differenza tra la fede tanzaniana e quella europea, offre una delle chiavi di lettura più illuminanti di tutto il servizio: «Un tanzaniano ti esprime ciò che prova, ti trasmette gioia, emozione, comunica ciò che ha dentro. Quella fede così grande, quell’amore per Dio, ti contagia. Credo che in Europa tutto questo venga vissuto in modo un po» più intimo«. E conclude con un invito: »Forse potremmo imparare dall’atteggiamento dei tanzaniani nel modo in cui esprimono e vivono la fede: dimostrano di essere cattolici e lo fanno con gioia, nonostante tutte le difficoltà e le privazioni che devono affrontare».
Dall’incontro di queste due testimonianze — quella di un giovane tanzaniano che si sta preparando al sacerdozio e quella di una missionaria peruviana che ha fatto della Tanzania la sua casa — emerge il ritratto di una Chiesa giovane, vigorosa nelle sue vocazioni e nella sua fede, ma che cammina al fianco di un popolo martoriato dalla povertà, dalla disoccupazione giovanile e dalle disuguaglianze di cui soffrono soprattutto le donne. Una Chiesa che, come sintetizza Makoro, continua a ritenere che la propria missione non separi l’annuncio del Vangelo dalla cura della scuola, dell’ospedale e della famiglia; e che, come testimonia suor Lizmendy, trova nella semplice gioia dei suoi fedeli una delle lezioni più profonde che la Tanzania possa offrire a un’Europa più silenziosa nel suo modo di vivere la fede.





