Evangelizzazione

Santa Maria Maggiore: la casa di tutti

Santa Maria Maggiore è il tempio mariano più antico dell’Occidente. Il 5 agosto si celebra la ricorrenza della sua fondazione.

Gerardo Ferrara-5 agosto 2026-Tempo di lettura: 5 minuti
Santa Maria Maggiore

Il Papa all'uscita da Santa Maria Maggiore. Foto: CNS/Vatican Media

Chi vive a Roma sa quanto eccezionale sia veder cadere la neve. Sulla straordinarietà di questo evento è stata scritta una canzone meravigliosa, La nevicata del ’56. Il testo originale è di un grande cantore di Roma, Franco Califano, ma l’ha resa celebre una delle più grandi interpreti della musica italiana: Mia Martini.

Ti ricordi una volta, si sentiva soltanto il rumore del fiume la sera La fontana cantava e quell’acqua era chiara, dimmi che era così C’era sempre un gran sole e la notte era bella, com’eri tu C’era pure la luna, molto meglio di adesso, molto più di così Com’è, com’è, com’è che c’era posto pure per le favole? E zitta, zitta poi, la nevicata del ’56 Roma era tutta candida, tutta pulita e lucida Tu mi dici di sì: l’hai più vista così? Che tempi quelli! 

E, tra sogno e verità, proprio così nacque quella casa, la prima della Madre di Dio in Occidente e la casa di tutti i suoi figli, con l’idea di rendere Roma e i suoi figli tutti candidi, puliti e lucidi come solo una madre sa fare.

Secondo la tradizione, infatti, la fondazione di Santa Maria Maggiore parte da un sogno e arriva a una nevicata, già di per sé cosa rara a Roma, e per giunta nel mese di agosto, nel 358, sotto il pontificato di papa Liberio (per questo la basilica è anche detta “liberiana”). La Vergine sia apparsa in sogno simultaneamente al papa e a un patrizio romano di nome Giovanni, ordinando loro di costruire una chiesa nel luogo in cui, il giorno dopo, avrebbero trovato la neve. E il mattino del 5 agosto, sul Colle Esquilino, uno dei sette colli di Roma, la neve c’era davvero.

Il ricordo della neve di agosto sopravvive ancora oggi in una celebrazione: ogni 5 agosto, nella basilica si commemora la “Madonna della Neve”, con una pioggia di petali bianchi che cade dall’alto della cupola durante la messa, simile a quella di petali rossi al Pantheon a Pentecoste.

La fine di un mondo

Negli articoli su Guadalupe abbiamo visto come la Vergine sia letteralmente giunta in soccorso di un popolo, anzi, di due, che non avevano più speranze. Si era in un momento in cui le antiche tradizioni decadevano, l’universo, così come lo si era immaginato, cessava di esistere e non vi era più motivo di credere nel futuro.

Così era all’epoca in cui Roma stava ormai esaurendo il suo ruolo di capitale di un vastissimo impero e si accingeva a divenire poco più di un villaggio; gli antichi dei erano progressivamente abbandonati, una nuova fede, non più perseguitata, stava emergendo e nuove autorità, civili e religiose, emergevano dalle catacombe.

E sebbene gli storici discutano sull’episodio della neve e la maggior parte di essi attribuisca la fondazione effettiva a papa Sisto III piuttosto che a Liberio, è certo che si tratta di un monumento antichissimo: Sisto lo fece innalzare tra il 432 e il 440, subito dopo il Concilio di Efeso del 431, che definì Maria Theotokos, Madre di Dio, contro le tesi di Nestorio, che voleva limitare il titolo a Christotokos, Madre di Cristo. Un dogma che proclamava Maria madre di Dio e, nel Figlio, di tutti gli uomini.

Delle quattro basiliche papali di Roma, Santa Maria Maggiore è l’unica a conservare intatto il proprio impianto paleocristiano: stessa pianta, stesse navate, stessi mosaici del V secolo ancora al loro posto. E fu in qualche modo la risposta architettonica alla definizione dogmatica, oltre che la “rifondazione” di un mondo, un nuovo axis mundi basato non già sulla religione pagana, bensì su una teofania cristiana. Fu poi non solo un tempio, ma una casa per la Madre e i suoi figli, che qui l’avrebbero venerata anche come Salus populi romani.

La basilica: mosaici, icone e un po’ del Nuovo Mondo

I mosaici, caratteristica principale della basilica, sono visibili sin dall’antica facciata, parzialmente coperta da quella più recente. Entrando, poi, non si può che rimanere stupiti da quelli della navata centrale.

Furono realizzati sotto papa Sisto III, tra il 432 e il 440, e sono tra i più antichi mosaici cristiani esistenti al mondo, tra l’altro ancora al loro posto originario.

I pannelli della navata sono del V secolo e vi sono raffigurate scene veterotestamentarie: Abramo, Mosè, Giosuè, la vita di Giacobbe, tutto su fondi dorati: un vero e proprio catechismo visivo per una popolazione in gran parte illetterata.

Sull’arco trionfale si notano l’Annunciazione, l’Adorazione dei Magi, la presentazione al Tempio, la fuga in Egitto, e Maria vi appare già come regina in trono, vestita di porpora e oro, in risposta alla proclamazione del dogma di Efeso.

Sul soffitto, Pinturicchio progettò, su incarico di papa Alessandro VI Borgia alla fine del Quattrocento, un lacunare realizzato con oro donato, secondo la tradizione, dai Re Cattolici di Spagna: il primo oro giunto dall’America, portato da Colombo al suo ritorno. Ogni volta che accompagno gruppi latinoamericani a Santa Maria Maggiore, do loro il benvenuto a casa proprio sotto quell’oro che viene dal loro continente e che sta lassù, a quaranta metri d’altezza, a illuminare la casa della loro Madre.

L’abside ha un mosaico che risale al XIII secolo ed è opera di Jacopo Torriti: l’Incoronazione della Vergine.

La cripta sotto il presbiterio, chiamata Cappella del Presepe, custodisce quello che si identifica come il frammento più antico del presepe: cinque assi di legno di sicomoro, in una teca d’argento, le tavole della mangiatoia di Betlemme.

La “Salus Populi Romani”: salvezza di tutti

Nella Cappella Paolina si conserva una delle icone mariane più venerate della storia cristiana: la Salus Populi Romani, “Salvezza del popolo romano”. La tradizione la vuole dipinta da san Luca evangelista su un tavolo della casa della Vergine, portata poi a Roma da san Pietro. Gli studiosi la datano invece tra il VI e il XIII secolo. Chiunque ne sia l’autore, il fervore dei fedeli e dei papi nei suoi confronti è enorme. Papa Francesco, ad esempio, qui si raccoglieva ad ogni partenza e rientro dai viaggi apostolici e vi ha voluto essere sepolto, non lontano dalla sua icona preferita.

Vale la pena soffermarsi sul termine “romani”. Esso non indica soltanto gli abitanti di Roma, bensì tutti i battezzati nella fede della Chiesa cattolica romana, ma anche ogni uomo e ogni donna che si rivolge a Maria come madre. È la salvezza del popolo universale, di chi ha affiliazione e di chi non ce l’ha, di chi arriva in basilica con il vociare di un gruppo organizzato e di chi ci entra da solo, in silenzio, magari portando il peso di qualcosa che non riesce a dire ad alta voce.

La Salus Populi Romani è una figura che guarda verso il basso, verso chi è piccolo, chi è malato, chi è pellegrino, a Roma e nel mondo.

L'esterno barocco e la colonna di Majenzio

La facciata visibile oggi risale al XVIII secolo ed è opera di Ferdinando Fuga. La colonna che s’innalza di fronte alla facciata, invece, alta quasi quindici metri, con una statua della Vergine in cima, proviene dalla Basilica di Massenzio, nel Foro Romano, unica colonna superstite di quell’edificio. Fu trasferita qui nel 1614 da papa Paolo V. Le porte di bronzo della navata centrale provengono invece dal Foro di Nerva, portate qui nel 1574.

Sub tuum praesidium

Vale la pena concludere con la preghiera forse più antica scritta in onore di Maria, conservata su un papiro egiziano datato intorno al 250 dopo Cristo:

Sub tuum praesidium confugimus, Sancta Dei Genetrix. Nostras deprecationes ne despicias in necessitatibus, sed a periculis cunctis libera nos semper, Virgo gloriosa et benedicta

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