La scorsa settimana il Castello di Javier è stato il punto di incontro per oltre 650 giovani provenienti da 24 paesi. Giovani con disabilità e volontari di età compresa tra i 18 e i 35 anni, insieme a assistenti (assistenti volontari) hanno partecipato al 41° Campo estivo internazionale della Ordine di Malta. Dal 3 al 10 agosto si è svolto così un incontro che ogni anno crea una comunità in cui il servizio al prossimo è anche un modo per incontrare Dio.
Il luogo del campo è stato scelto, non a caso, proprio dove nacque san Francesco Saverio, uno dei grandi missionari del XVI secolo e cofondatore della Compagnia di Gesù. La sua vita dedicata all’evangelizzazione e al servizio è fonte d’ispirazione per un’edizione il cui motto è stato «Surge et ambula», «Alzati e cammina».

Una comunità, non un progetto assistenziale
L'arcivescovo di Pamplona, mons. Florencio Roselló, ha inaugurato ufficialmente il campo estivo e ha spiegato ai partecipanti il significato del motto di questa edizione.
«Questo non è uno slogan motivazionale, non è qualcosa di teorico», ha sottolineato. L’obiettivo, ha aggiunto, «non è eliminare la fragilità, ma garantire che nessuno vi rimanga intrappolato».
Il Gran Commendatore dell’Ordine ha voluto sottolineare che il Campo di Malta non deve essere inteso come un progetto assistenziale, ma come «una comunità temporanea in cui ci aiutiamo a vicenda», ha affermato. Un’esperienza che, a suo avviso, finirà per trasformare chi vi partecipa «molto più di quanto possiate immaginare».
In questi giorni, insieme al Gran Commendatore, hanno partecipato il Gran Ospedaliero, Josef D. Blotz, e il prelato dell’Ordine, monsignor Luis Manuel Cuña Ramos. Anche Papa Leone XIV ha voluto essere presente con un messaggio rivolto ai giovani. Il Pontefice ha espresso la sua vicinanza spirituale e ha auspicato che la settimana fosse «un’occasione per contemplare la bellezza di Dio, stringere amicizie e rafforzare il senso di responsabilità cristiana». Inoltre, li ha incoraggiati a rispondere con generosità alla chiamata del Signore nel servizio al prossimo e a contribuire a costruire «percorsi di autentica fratellanza e pace» nelle loro comunità.
Quest’anno hanno partecipato giovani provenienti da 24 paesi e in questi giorni si sono parlate più di 14 lingue. Per la prima volta sono rappresentati il Perù, il Messico e l’Estonia, mentre il Libano torna dopo due anni di assenza a causa del conflitto che continua nel paese. Dal 1984, l’incontro riunisce ogni estate giovani con disabilità e volontari provenienti da diverse parti del mondo. Quest’anno, inoltre, le giornate sono state caratterizzate da un ritorno alle origini dell’Ordine di Malta e alla spiritualità, con un’attenzione particolare alla vita sacramentale, alla celebrazione della Messa quotidiana e a lunghi momenti di adorazione del Santissimo, come ha sottolineato per Omnes il sacerdote Pablo Lora, cappellano dell’Ordine di Malta e uno dei venti sacerdoti che hanno accompagnato i giovani.
«Con la mente rivolta al Cielo»
Per Juan Martínez Luque, questo non è il primo campo. Ha partecipato al primo, tenutosi a Roma, «solo per aggiungerlo al curriculum». Ma quella prima esperienza lo ha segnato: «L’esperienza del primo anno è stata così positiva che ormai sono già cinque anni che ci vado», racconta.
Per lui, il campo rappresenta un’occasione per fermarsi e guardare alla propria vita con occhi diversi. Il contatto con le famiglie e con le persone con disabilità gli fa prendere coscienza dello sforzo che comporta affrontare determinate situazioni e lo porta a sentirsi «molto grato per ciò che abbiamo». Il servizio, spiega, permette di uscire dalla routine e scoprire altre realtà.
Ed è proprio in quel servizio che Juan afferma di incontrare Dio. «Assolutamente, sempre», risponde quando gli viene chiesto se scopre Dio durante il campo. Lo percepisce soprattutto nella vicinanza che c’è tra tutti i partecipanti. Juan assicura che da ogni campo si torna «con la mente rivolta al Cielo».
Pregare mentre si lavora
Anche Lucía Roca de Togores si è recata a Javier spinta da un legame personale. Sua sorella partecipa al campo e per lei era importante accompagnarla in un’esperienza che sapeva significare molto. Tra i ricordi che porta con sé c’è una conversazione con Guedal, un’ospedaliera dell’Ordine, in cui hanno parlato di come chi riceve assistenza possa finire per insegnare di più a chi presta servizio.
Dopo un anno e mezzo di preparativi, ammette che il lavoro è stato intenso. Tuttavia, proprio in mezzo a quella stanchezza scopre una dimensione spirituale: «È lì che si vede davvero come Dio opera in questo servizio che stiamo svolgendo, per quanto sia duro».
Il campo, dice, è «pieno di spiritualità, ma anche pieno di lavoro». È proprio nel mezzo di quel lavoro che Lucía afferma di incontrare Dio. Parlare con coloro che assiste è per lei «un modo per parlare con Dio».

Perché servirlo?
L’esperienza descritta dai giovani si ricollega direttamente al carisma dell’Ordine di Malta stesso. Monsignor Luis Manuel Cuña Ramos spiega che fede e servizio sono indissolubilmente legati nell’identità dell’Ordine. Il suo carisma originario si esprime nella difesa della fede e nel servizio ai poveri e ai malati, che tradizionalmente vengono definiti «signori poveri» e «signori malati».
La differenza, spiega il prelato, sta nello sguardo. «Attraverso la fede, attraverso la preghiera, il Signore ci dona la capacità di vedere in chi è malato, in chi è povero, nel pellegrino, Gesù stesso». Per questo, sottolinea, l’Ordine non si limita semplicemente alla filantropia: «Noi facciamo carità».
La preghiera e il servizio si alimentano a vicenda. Per poter riconoscere Cristo nell’altro, occorre innanzitutto l’incontro con Lui attraverso la Parola di Dio e la preghiera. E quell’incontro permette poi di «pregare mentre si lavora», come spiegava Lucia.
Per Cuña Ramos, il servizio cristiano nasce anche da un’esperienza precedente di amore ricevuto. Un giovane può iniziare a servire perché si sente chiamato, ma continua perché scopre la gioia di donarsi. «Non lo si fa per lavoro, non lo si fa per obbligo», afferma. Se fosse così, finirebbe per abbandonarlo. Alla domanda sul perché servire, la risposta ultima è una sola: «Il Signore».
Il prelato lo spiega ricorrendo a un aneddoto su una suora di Madre Teresa di Calcutta. Dopo averla vista medicare le ferite di un moribondo, un giornalista le disse che lui non l’avrebbe fatto nemmeno per un milione di dollari. La risposta della suora fu: «Neanch’io».
Ecco, spiega monsignor Cuña Ramos, il segreto: «Farlo perché ci sentiamo amati, perdonati, apprezzati e desiderati da Dio». Chi si sente amato può trasmettere agli altri lo stesso amore ricevuto.
Il futuro dell'Ordine di Malta
Il campo rappresenta anche una prospettiva per il futuro dell’Ordine di Malta. Secondo il suo prelato, questi incontri consentono ai giovani provenienti da diversi paesi di scoprire che, pur provenendo da culture diverse, condividono lo stesso carisma e lo stesso desiderio di servire il Signore nei poveri e nei malati.
«È un’esperienza di Chiesa, di cattolicità», afferma. Ed è anche un’occasione affinché chi vi partecipa scopra la propria possibile vocazione all’interno dell’Ordine stesso: «Loro sono il futuro dell’Ordine». Da questi incontri, spiega, possono nascere future vocazioni a cavalieri, dame, membri dell’Ordine o cappellani.
Ma il futuro può anche assumere un’altra forma. Con umorismo, monsignor Cuña Ramos parla di una reinterpretazione dell’acronimo del Sovrano Ordine Militare di Malta: «Sovrano Ordine Matrimoniale di Malta». Nei campi, spiega, molti giovani si conoscono perché condividono lo stesso carisma e lo stesso modo di concepire la vita, compreso il matrimonio e l’amore intesi come servizio.
Da questi incontri sono nate anche famiglie legate all’Ordine, che a loro volta possono diventare «giovani evangelizzatori e famiglie evangelizzatrici».






