Quando Martin Scorsese era bambino, aiutava durante la Messa padre Francis Principe, una figura importante nella sua vita. Dopo la benedizione, il piccolo Martin si chiedeva: “Perché la vita può continuare come prima dopo ciò che è appena accaduto? Perché il Corpo e il Sangue di Cristo non hanno commosso il mondo?”.
Lo racconta in una conversazione con Antonio Spadaro, sacerdote e saggista, in Dialoghi sulla fede (ESPASA, 2015). Si parla molto della filmografia dell’autore di “Ragazzo selvaggio” (1980); forse in modo più approfondito di “Silenzio” (2016), “Killers of the Flower Moon” (2023) e, di tanto in tanto, di “L’ultima tentazione di Cristo” (1988). Scorsese dedica alcune righe ai fratelli Dardenne perché “realizzano film di suspense spirituale” su persone che “non sembrano né buone né cattive, sono semplicemente persone”; e regala al sacerdote – mesi prima che lo stesso Papa Leone XIV lo raccomandasse a tutti – una copia de “La pratica della presenza di Dio”, di fratello Lorenzo: “Quando ero piccolo mi chiedevo: ‘A cosa serve pregare? Cosa significa pregare per qualcosa? Perché si fa tra le quattro mura di una chiesa?’ Fratel Lorenzo dava le risposte. Tutta la sua vita è preghiera”.
C’è un aspetto che interessa a Spadaro, come a chiunque si interessi alle storie, ed è il tema della libertà: la profondità delle storie dipenderà dal modo in cui si concepisce la libertà dal punto di vista antropologico. La conversazione verte sulla scrittrice Marilynne Robinson, finché il sacerdote chiede senza giri di parole: “Credi nella predestinazione di un personaggio?‘ ’Ovviamente, in quanto autori di opere di finzione, sappiamo cosa faranno i nostri personaggi. Ma quando si tratta di trovare il modo di raccontare le storie, è importante tenere presente il mistero dell’umanità. Perché fanno ‘quello’ invece che ‘l’altro’? La libertà umana ha senza dubbio un ruolo importante nei miei film; altrimenti, non parleremmo di redenzione. Quando padre Principe ci diceva ”non dovete vivere così’, in realtà ci stava dicendo che c’era un altro percorso spirituale che non solo ci avrebbe portato via dal quartiere, ma ci avrebbe aperto i cuori e le menti. Ci insegnava che avevamo la libertà di scegliere».





