È passato molto tempo da quando è successo. Anni, forse. Le persone coinvolte hanno continuato a vivere come hanno potuto; alcune ci sono riuscite, altre non del tutto. E poi, a un certo punto — un’intervista, una campagna elettorale, un processo di riabilitazione pubblica in corso — il politico appare davanti alle telecamere con aria contrita e voce pacata: “Se qualcuno si è sentito offeso dalle mie parole o dalle mie decisioni, gli chiedo scusa”. Quel “se” non è innocente. «Se qualcuno si è sentito»: vale a dire, forse nessuno avrebbe dovuto sentirsi così; forse il problema non sta in ciò che ho fatto, ma in come l’hai percepito. Le scuse trasferiscono la responsabilità a chi si è sentito offeso. Tu hai sofferto, io non ho causato quella sofferenza. E il danno — concreto, documentato, con nomi e cognomi — rimane sospeso nell’aria senza che nessuno se ne sia assunto la responsabilità. Questo non è chiedere perdono. Non raggiunge nemmeno la soglia di ciò che il perdono richiede: riconoscere di aver fatto del male a una persona concreta, non a chi eventualmente sia stato troppo sensibile.
Scuse vuote
Questa scena la dice lunga sul clima morale in cui viviamo. Non avevamo mai avuto un radar così sensibile per individuare offese, esclusioni, mancanze di rispetto… Il lingua Il danno è ovunque. Sappiamo identificare molto bene ciò che ci ferisce e, in mezzo a questa sensibilità esacerbata, è diventato più difficile parlare di colpa con un minimo di chiarezza, poiché tutti si sentono feriti, ma quasi nessuno sembra disposto ad ammettere di aver ferito. Tutto offende, ma quasi nulla viene riconosciuto come oggettivamente offensivo. Ecco perché abbondano così tanto le scuse vuote: non nascono dalla consapevolezza di aver fatto del male, ma dalla necessità di spegnere un incendio che minaccia la propria reputazione.
Il problema è che, senza questa consapevolezza, non c’è nemmeno un vero perdono. Affinché il perdono esista, deve esserci qualcosa da perdonare. Bisogna poter dire, senza eufemismi, che qui c’è stata un’ingiustizia, una slealtà, una crudeltà, un’umiliazione, una menzogna. Il perdono non inizia minimizzando la colpa, ma nominandola. Ecco perché irritano così tanto quelle formule pubbliche fatte di condizionali e vaghezze. Chiedono di voltare pagina senza aver letto quella precedente.
L'arroganza del colpevole
Soffermiamoci un attimo sull’altro lato della scena, non su chi ha subito l’offesa, ma su chi chiede perdono. Anche in questo caso c’è una confusione molto attuale. Si è diffusa l’idea che chiedere scusa equivalga, in qualche modo, a chiudere la vicenda. “Ho già chiesto scusa, cos’altro volete? Ho già fatto la mia parte; ora tocca a te assolvermi, restituirmi la serenità”. Ma riconoscere veramente il danno causato non dà il diritto di essere perdonati entro il termine che si ritiene ragionevole. Se ho fatto del male, posso ammetterlo e rimediare per quanto possibile, ma non posso controllare la reazione dell’altro. Non posso esigere che l’altro smetta di sentirsi ferito affinché io mi senta moralmente al sicuro.
Qualcosa di simile accade anche con le istituzioni. Anche queste possono riconoscere con umiltà il danno causato; ciò che non possono fare è trasformare tale ammissione in un pretesto per esigere un risarcimento. E se l’opinione pubblica non ripristina immediatamente la fiducia, non c’è nemmeno il diritto di presentarsi come vittima. Aver chiesto dispiacere non trasforma ogni critica successiva in un’ingiustizia. C’è una forma piuttosto riconoscibile di arroganza nel colpevole che, dopo aver ammesso la propria colpa, inizia a lamentarsi perché il danno continua ad avere conseguenze. Lo infastidisce il fatto che non gli si creda subito, che la fiducia impieghi del tempo a ricostruirsi. Si presenta come vittima di un'eccessiva durezza, quando in realtà ciò che lo infastidisce è constatare che delle scuse non cancellano automaticamente gli effetti di ciò che ha fatto. Il pentimento sincero ha qualcosa di umiliante perché costringe a riconoscere la propria colpa e ad aspettare. Ad accettare che l’altro forse non sia ancora in grado di perdonare.
Il perdono cristiano: un atto della volontà
Il cristianesimo non ha mai confuso il perdono con un’amnesia morale. Perdonare non significa negare la gravità di quanto accaduto, rinunciare alla giustizia né riporre immediatamente fiducia in chi ha tradito tale fiducia. C. S. Lewis ha osservato che tutti pensiamo che il perdono sia un’idea eccellente… finché non abbiamo qualcosa da perdonare. È allora che scopriamo che il problema non sta nel capire cosa significhi perdonare, ma nel volerlo fare. Ciò che il perdono implica è la decisione concreta di rifiutarsi di vivere imprigionati nel rancore, alimentando il desiderio di vendetta.
Tendiamo a concepire il perdono in chiave sentimentale, come se solo chi non prova più rabbia o dolore potesse dire “ti perdono”. Ma il perdono cristiano si gioca innanzitutto sul piano della volontà. Si può continuare a provare dolore e, nonostante ciò, perdonare. Si può continuare a ricordare con tristezza ciò che è accaduto e, tuttavia, rinunciare a rispondere al male con il male. Può essere necessario tempo, prudenza, persino distanza, e allo stesso tempo aver già compiuto quel passo interiore grazie al quale si smette di desiderare il male dell’altro.
San Josemaría Lo ha espresso con la sua consueta mancanza di sentimentalismo: “Sforzati, se necessario, di perdonare sempre chi ti offende, fin dal primo istante”. La frase è significativa proprio per quel “se necessario”. Non idealizza il cuore umano né presume che il perdono sgorga spontaneamente non appena si è compresa la teoria. Parte dal presupposto che ci saranno momenti in cui bisognerà strapparlo via dall’orgoglio, dalla memoria ferita. Forse bisognerà perdonare prima ancora di sentirne il desiderio.
Scuola della libertà interiore
In un altro passaggio, san Josemaría riassumeva la risposta cristiana di fronte all’offesa in una sequenza molto semplice: pregare, tacere, comprendere, perdonare. Non è una ricetta magica né un consiglio per anime deboli. È una piccola scuola di libertà interiore. Pregare, perché quando si è feriti non si vede con chiarezza. Tacere, perché le prime risposte sono spesso le peggiori. Comprendere, non nel senso di giustificare il male, ma di resistere alla facile caricatura dell’altro. E perdonare, il che non significa dire che non è successo nulla, ma decidere che il male subito non determinerà il mio comportamento.
Il perdono come grazia e dono immeritato
Tuttavia, il cristiano sa che non basta proponersi di perdonare. Ci sono ferite che non si rimarginano solo perché si è presa una decisione ragionevole. Ci sono tradimenti che sembravano superati e che riaffiorano anni dopo con la stessa forza di un tempo. In questi casi, l’idea moderna secondo cui tutto si risolve con la forza di volontà comincia a vacillare. Si può desiderare sinceramente di perdonare e scoprire, con una certa vergogna, di non esserne capaci. È allora che emerge una delle realtà più profonde del cristianesimo: il perdono non è solo un dovere morale, ma anche una grazia che va chiesta. Non si tratta solo di un precetto, ma di un dono. Il Padre Nostro lo dice con una naturalezza che quasi ci impedisce di cogliere il significato di ciò che sta dicendo: “Rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori”.
Chiediamo perdono e, allo stesso tempo, chiediamo di poter perdonare. È una supplica impegnativa perché ci coinvolge in prima persona; ma è anche una confessione di impotenza: non sempre ce la facciamo da soli. Ci sono momenti in cui l’unica cosa onesta che si possa dire davanti a Dio è: «Voglio perdonare, ma non ci riesco; dammi ciò che mi chiedi». Il cristiano deve perdonare? Sì; il Vangelo non lascia molto spazio al dubbio. Ma il comandamento non nasce dal diritto del colpevole, bensì dalla misericordia ricevuta. Il cristiano perdona perché sa che egli stesso vive di un perdono immeritato. Per questo il perdono non è in balia dei sentimenti né dipende dal fatto che un giorno il dolore o la rabbia scompaiano.
La necessità del perdono
Questo non vale solo per la vita privata. Una società in cui tutti sono pronti a sentirsi offesi e nessuno è disposto a riconoscere la propria colpa, a chiedere perdono con umiltà o a concederlo, finisce per diventare soffocante. Ogni errore si trasforma in uno stigma, ogni parola infelice in una condanna senza fine. Si parla molto di convivenza, di rispetto, di inclusione. Ma una comunità umana non si regge solo su norme e protocolli. Si regge anche sulla capacità di dire “ho sbagliato” senza scusanti, e di rispondere “ti perdono” senza banalizzare il male, ma senza rimanerne incatenati. Forse è per questo che il perdono non può mai ridursi a una formula corretta né a delle scuse ben formulate. Richiede verità per chiamare il male con il suo nome, e libertà affinché quel male non determini per sempre il rapporto con l’altro.





