24 gennaio: festa di San Francesco di Sales, Dottore della Chiesa, ma anche patrono dei giornalisti, degli scrittori e dei professionisti della comunicazione per il suo stile basato su gentilezza, rispetto ed equilibrio: la verità comunicata senza alimentare la violenza verbale o il conflitto.
La santità nella vita quotidiana
Mi sono imbattuto in lui diversi anni fa, traducendo dal francese un’opera a cura di P. Max Huot de Longchamp, raccolta di testi salesiani sulla santità nella vita moderna, una summa in cui Francesco di Sales (e alcuni autori successivi, compresa la sua discepola Giovanna di Chantal, con cui fondò la Congregazione della Visitazione) propone una santità accessibile a tutti, in ogni stato di vita, e fondata sull’amore, l’equilibrio e la dolcezza, con una fede che non si impone ma si incarna nelle relazioni, nel lavoro e nelle responsabilità di ogni giorno.
Per lui il vero “devoto” costruisce la propria santità non basandosi su modelli artefatti e lontani, bensì sul rapporto costante (direbbe S. Giovanni della Croce: “attenzione amorosa”) con il Maestro, che invita a entrare in ogni occupazione quotidiana: le faccende di casa, la vita pubblica e amministrativa, il governo, l’agricoltura.
Il tutto con un monito costante: non voler essere al posto di qualcun altro e non voler vivere la devozione altrui. Ad esempio, alla moglie e madre consiglia di non stare sempre in chiesa a pregare come le suore, al giovane cortigiano di non nascondere la propria fede ma neppure di imporla, ecc. Importantissimo poi, oltre al concetto di “devozione”, anche quello di “perfezione”, in sostanza la maturità e lo sviluppo di chi vive la propria vita in armonia e in comunione con Dio, in ogni singolo aspetto (dal lavoro agli affetti), il che spinge anche il santo a specificare la differenza tra comandamento (per tutti) e consiglio (personale).
La vita
Nato nel 1567 in Savoia, Francesco di Sales riceve un’educazione destinata inizialmente alla carriera giuridica. Studia infatti diritto a Parigi e Padova in un’epoca di grandi tensioni culturali e teologiche: il confronto con il protestantesimo e la predestinazione, il peso del razionalismo nascente.
A Parigi attraversa una profonda crisi spirituale, segnata dall’angoscia della dannazione, da cui sarà liberato dall’esperienza dell’amore gratuito di Dio e della fiducia nella sua Provvidenza, elementi che diverranno il punto centrale della sua spiritualità.
Ordinato sacerdote nel 1593, si trova da subito a operare in un contesto difficile: l’evangelizzazione del Chiablese, sconvolto dalla Riforma.
Un'altra esperienza fondamentale è stata l'incontro con la spiritualità del San Filippo Neri. Non è certo che Francesco conoscesse Filippo, ma aveva uno stretto rapporto con Cesare Baronio, suo successore alla guida della Congregazione dell'Oratorio.
Nella spiritualità del Neri, Francesco vide confermata la sua convinzione di pastore: la fede non si trasmette con la durezza, ma con la persuasione, la pazienza e la carità (l’equilibrio salesiano).
Divenuto vescovo di Ginevra nel 1602, esercita il ministero da Annecy con uno stile pastorale sobrio, concreto, profondamente umano.
Opere ed eredità
Tra le sue opere, il Trattato dell’amor di Di, le Lettere spirituali, i Sermoni e i Colloqui spirituali e l’Introduzione alla vita devota, un testo rivoluzionario in cui Francesco di Sales afferma che la santità non è riservata a monaci e religiosi, bensì vocazione di ogni battezzato.
In tutti i suoi scritti emerge con forza l’eredità della Devotio moderna, di cui abbiamo scritto in un articolo su Filippo Neri, del quale Francesco di Sales può considerarsi il più illustre discepolo. Se il Neri aveva voluto bruciare tutti i suoi scritti alla morte, Francesco invece mette per iscritto tutta quella che è l’eredità spirituale del santo della gioia, divenendo, seppur non ufficialmente, il primo oratoriano fuori dall’Italia.
Un modello per la comunicazione
In un’epoca segnata dalla crescente polarizzazione, anche comunicativa e pure in ambito religioso, si assiste spesso all’insorgere di personaggi dalla forte presenza mediatica, i quali divengono delle sorte di influencer cristiani e si trovano sovente al centro di polemiche che solo ingenuamente possono definirsi effetto collaterale del messaggio da essi trasmesso. Anzi, le polemiche stesse (in particolare quelle inerenti ad argomenti come fede, famiglia, identità e diritti) risultano parte di una strategia mediatica (agenda setting) basata su un preciso posizionamento finalizzato a una maggiore visibilità: media e algoritmi tendono infatti a premiare messaggi netti, identitari e non concilianti.
Chi utilizza questa strategia utilizza un linguaggio volutamente provocatorio e costruisce una sorta di campo di battaglia: “noi contro loro”, ove il “noi” sarebbero i veri cristiani, “loro” i brutti e cattivi (vi rientrano persino vescovi e papa)! Non smette mai di generare polemiche, anzi, più scaltramente accende scintille attraverso cui qualcun altro poi fa polemica. In tal modo rafforza l’identità del suo gruppo di follower, fidelizza il suo pubblico e consolida una community che lo segue, lo difende e lo sostiene comprando i suoi libri, partecipando ai suoi eventi e consumando i suoi contenuti. E già che c’è riattiva pure la cosiddetta long tail editoriale, cioè riporta in primo piano testi pubblicati in passato.
Altra caratteristica di questa forma di comunicazione polarizzante è la semplificazione di temi complessi portati in contesti comunicativi generalisti o non adatti, affinché il conflitto vada a rafforzare il personal brand, e aumenti esponenzialmente la visibilità in termini di vendite editoriali e riconoscibilità.
Chi agisce o comunica in questo modo può non essere in malafede, ma di certo conosce gli effetti delle proprie parole e utilizza il conflitto per rafforzare la propria visibilità in un sistema che premia lo scontro.
È una strategia, però, che non premia nel lungo periodo, perché alla fine danneggia la credibilità di chi la impiega, che vede cristallizzato il proprio ruolo comunicativo e diviene alla fine riferimento solo di una cerchia sempre più ristretta di fedelissimi.
San Francesco di Sales, che pure visse in un’epoca tutt’altro che pacifica (guerre di religione, divisioni confessionali, confronti dottrinali) rifiutò invece sistematicamente la logica dello scontro, convinto che la verità cristiana non sia separabile dal modo in cui viene comunicata (il che emergerà poi in tutti i documenti prodotti dalla Chiesa cattolica sulla comunicazione a partire dal Concilio Vaticano II).
Patrono dei giornalisti e dei comunicatori, ricorda che il Vangelo non ha bisogno di essere urlato per essere vero, semmai ha bisogno di essere ben comunicato, il che ricorda anche le parole di Benedetto XVI sull’evangelizzazione che non è proselitismo ma attrazione (Aparecida, 2007).
E concludiamo citando San Francesco di Sales che, in una lettera del 1611, riferendosi a San Roberto Bellarmino, scrive:
Odio tutte le contese e le dispute che si fanno tra i cattolici e il cui fine è inutile. […] Ed ancor più odio quelle che hanno come unico risultato i contrasti e le divergenze, specie in quest’epoca in cui pullulano gli animi inclini alle discussioni, alla maldicenza ed alle critiche, a detrimento della carità.
Non posso neppure dire di aver apprezzato certi scritti di un santo ed eccellentissimo prelato, nei quali egli ha trattato il potere indiretto del papa sui principi; e non perché li abbia trovati buoni o cattivi, ma perché in un’epoca come questa, in cui abbiamo tanti nemici fuori, credo che non dovremmo agitare nulla all’interno del corpo della Chiesa. Questa povera chioccia, che ci tiene sotto le sue ali come fossimo i suoi pulcini, ha già abbastanza problemi a doverci difendere dal nibbio, senza che noi ci becchiamo a vicenda e la strattoniamo da una parte e dall’altra.




