Ecologia integrale

Il boom dell'esternalizzazione della gravidanza

La maternità surrogata sta diventando sempre più comune, soprattutto grazie a celebrità, politici e personaggi pubblici con un elevato potere d’acquisto, che spesso la descrivono apertamente come un percorso di emancipazione e trasformazione verso la genitorialità.

Bryan Lawrence Gonsalves-17 agosto 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

La maternità surrogata è un accordo in base al quale una donna porta avanti la gravidanza e dà alla luce un bambino per conto di un’altra persona o di una coppia, che diventano i genitori legali del minore. La Chiesa cattolica si è opposta sistematicamente a questa pratica; il Papa Francesco si è espresso contro di essa e Papa Leone XIV ha ribadito tali preoccupazioni a gennaio, seguito dall’intervento della Santa Sede alle Nazioni Unite a marzo. A giugno, anche diversi governi hanno espresso le loro preoccupazioni riguardo alla maternità surrogata dinanzi al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite.

Nonostante questi avvertimenti, la maternità surrogata sta diventando sempre più una pratica comune, soprattutto grazie a celebrità, politici e personaggi pubblici con un elevato potere d’acquisto, che spesso la descrivono apertamente come un percorso di emancipazione e trasformazione verso la genitorialità.

Ancora più sconcertante è il fatto che la maternità surrogata sia ormai un settore multimiliardario in cui persone con notevoli risorse finanziarie possono pagare delle donne, spesso provenienti da contesti più modesti, affinché portino a termine la gravidanza dei propri figli. Ciò solleva interrogativi non solo sulla moralità della maternità surrogata in sé, ma anche sulla ricchezza, sul potere, sulla dignità delle donne, sulla mercificazione dei bambini e sul tipo di società che stiamo costruendo attorno alla maternità.

Nessuno può conoscere le circostanze che stanno alla base di ogni decisione di ricorrere alla subrogazione. Possono entrare in gioco l’infertilità, complicazioni mediche o altre circostanze profondamente dolorose. Ma man mano che questa pratica va oltre i casi eccezionali e diventa sempre più comune, c’è una domanda che merita maggiore attenzione: cosa succede quando i ricchi possono affidare gli oneri fisici della gravidanza a donne con minori possibilità economiche?

Quando la gravidanza diventa una merce

Hollywood è stata per anni una delle vetrine più in vista della maternità surrogata. Una rapida ricerca rivelerà innumerevoli esempi di attori, modelle e altre figure pubbliche che hanno accolto i propri figli grazie a questa pratica. Quella che un tempo era generalmente considerata una soluzione eccezionale in caso di gravi condizioni mediche, si presenta sempre più spesso come una normale opzione riproduttiva. Non se ne discute più esclusivamente nel contesto dell’infertilità.

Inoltre, la popolarità della cosiddetta “maternità surrogata sociale” rende questo cambiamento particolarmente evidente. In questi casi, si ricorre alla maternità surrogata per motivi professionali, sociali o estetici. Alla base di tutto ciò c’è la percezione che la gravidanza non si concili bene con una carriera professionale, sia perché si non desiderano i cambiamenti fisici associati alla gestazione, sia perché prendersi una pausa dal lavoro potrebbe significare perdere opportunità.

Qualunque siano le circostanze individuali, l’ascesa della maternità surrogata rischia di considerare le realtà fisiche della gravidanza come ostacoli da superare con il denaro e la tecnologia, anziché come realtà alle quali la società dovrebbe adattarsi, sostenendo e prendendosi cura delle donne incinte. Ciò riflette anche un problema più profondo della nostra cultura moderna, che spesso misura il valore di una persona in base alla sua produttività. In questo modo, la gravidanza viene considerata improduttiva, poiché richiede tempo, energia e sacrificio, e la maternità può alterare temporaneamente le prospettive lavorative e finanziarie di una donna.

Quello a cui stiamo assistendo è un sistema in cui le famiglie benestanti hanno sempre più spesso la possibilità di far ricadere su qualcun altro i costi e gli oneri fisici della gravidanza. La maternità surrogata viene spesso presentata come un progresso e come espressione di autonomia riproduttiva. Il linguaggio della libera scelta risulta allettante, ma può nascondere una realtà più cruda: la libertà di una parte può dipendere dalla vulnerabilità economica di un’altra.

Il paradosso fondamentale della surrogazione

Con la maternità surrogata, gli oneri della gravidanza non scompaiono, ma vengono trasferiti. La gravidanza non diventa meno impegnativa solo perché un’altra persona è disposta a portarla a termine. I rischi fisici, i controlli medici, il dolore e le possibili complicazioni vengono semplicemente assunti dal corpo di un’altra donna.

Lo squilibrio di potere diventa ancora più preoccupante quando gli accordi contrattuali stabiliscono cosa una madre gestante possa mangiare, bere o fare durante la gravidanza, oppure quando i futuri genitori esigono l’interruzione della gravidanza perché al bambino è stata diagnosticata una disabilità o una patologia. Qualunque siano le circostanze di ogni singolo caso, queste eventualità evidenziano la facilità con cui la gravidanza può diventare oggetto delle clausole di un contratto.

Per questo motivo non si può ignorare la dimensione della disuguaglianza sociale ed economica legata alla maternità surrogata. La questione non è se le persone che ricorrono alla maternità surrogata desiderino sinceramente avere figli. Indubbiamente, molte lo desiderano. La questione è perché siano così sistematicamente le donne con minori risorse economiche a sopportare il carico fisico, mentre chi dispone di maggiori capacità finanziarie può affidare ad altre la gravidanza.

Così come le guerre sono un fenomeno antico e mandano i giovani a combattere e a morire, la surrogazione è il modo in cui i ricchi si distanziano dagli oneri fisici della gravidanza, scaricandoli su chi proviene da contesti più modesti.

Quando ciò accade, gli abusi subiti dalle madri gestanti vengono ignorati e scompaiono dal dibattito pubblico. Mentre l’attenzione si concentra naturalmente sui futuri genitori e sul loro desiderio di formare una famiglia, la donna che porta realmente il bambino nel proprio grembo diventa quasi invisibile, ridotta al mero mezzo attraverso il quale viene soddisfatto quel desiderio. Il suo corpo rischia di trasformarsi, di fatto, in un’infrastruttura al servizio della famiglia di qualcun altro.

La guerra in Ucraina ha messo in luce questa dinamica in modo particolarmente evidente. Quando la Russia ha invaso il Paese, i media internazionali hanno riportato la notizia di genitori intenzionali che non potevano andare a prendere i bambini nati tramite maternità surrogata perché questi ultimi erano rimasti in Ucraina. Il linguaggio utilizzato era spesso di un carattere mercantile sconcertante, che inquadrava la crisi dal punto di vista dei genitori che non potevano riavere i bambini che avevano commissionato, mentre le donne che li avevano portati in grembo ricevevano molta meno attenzione. Ciò ha rivelato con quanta facilità la madre gestante possa scomparire completamente dalla narrazione.

La politica della dinamica riproduttiva

Il settore della maternità surrogata si nutre di un flusso costante di donne povere e vulnerabili che, a causa delle difficili condizioni economiche, decidono di diventare madri surrogate. In sostanza, questo sistema trasforma i corpi delle donne in un mercato, e vediamo come ciò avvenga in tutto il mondo in paesi come l’India, la Thailandia, il Nepal e, negli ultimi anni, la Nigeria e la Georgia.

È possibile che stiamo assistendo alla nascita di una nuova classe riproduttiva, in cui chi possiede una ricchezza sufficiente può sottrarsi alle esigenze fisiche della gravidanza, mentre le donne con minori possibilità economiche se ne fanno carico. In California, un accordo di maternità surrogata può facilmente superare i 150.000 dollari, una volta inclusi i trattamenti di fertilità, l’assistenza medica, gli onorari legali, le agenzie e il compenso. Non si tratta di una spesa di consumo ordinaria. È un settore accessibile principalmente a persone con un notevole potere d’acquisto.

Per gran parte della storia dell’umanità, la gravidanza è stata una delle poche realtà biologiche in grado di superare le barriere di classe. Le donne vivevano livelli di assistenza sanitaria e condizioni di vita molto diversi, ma la gravidanza in sé non poteva essere semplicemente trasferita a un’altra persona. Con la maternità surrogata, questa realtà cambia.

Questo cambiamento è particolarmente significativo nella nostra cultura moderna, che esercita un’enorme pressione sul corpo delle donne. Hollywood e gran parte dell’industria dell’intrattenimento in generale premiano la giovinezza, la magrezza, la bellezza e la costante disponibilità professionale. La gravidanza può stravolgere tutto questo. Ecco perché i ricchi possono permettersi un accordo in cui il corpo di un’altra donna si fa carico dei costi fisici della riproduzione, mentre il sistema economico che rende difficile conciliare la gravidanza con il lavoro rimane praticamente immutato.

Questo è capitalismo tossico, una mancanza di moralità etica e un disprezzo per i valori umani innati, che nel loro insieme si fanno strada fino al grembo materno stesso.

Costruire una cultura della vita

Dovremmo invece impegnarci a promuovere una cultura della vita che dia davvero priorità alla famiglia. In una società che valorizzi sinceramente la maternità, la gravidanza non dovrebbe essere vista come un peso o un ostacolo professionale che le donne debbano cercare di evitare. Ciò implica servizi di assistenza all’infanzia accessibili, condizioni di lavoro sicure e una protezione sociale significativa per le famiglie.

Il desiderio di avere un figlio è profondamente umano e l’infertilità può causare una profonda sofferenza. Ma un desiderio nobile non rende moralmente giusto qualsiasi mezzo utilizzato per soddisfarlo. Anziché costruire una società in cui i ricchi possano affidare la gravidanza a donne più povere, dovremmo costruirne una in cui la maternità sia sostenuta, protetta e valorizzata.

La visione cattolica parte da un principio semplice: né la madre né il bambino esistono per soddisfare i desideri di un’altra persona. Entrambi possiedono una dignità intrinseca conferita da Dio. La questione, quindi, non è solo se la tecnologia ci consenta di affidare la gravidanza a terzi, ma se questo sia il tipo di società che dovremmo voler costruire.

L'autoreBryan Lawrence Gonsalves

Giornalista e saggista nato negli Emirati Arabi Uniti e residente in Lituania. Collabora con Omnes, EWTN News e CNA Deutsch.

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