Il battello lascia il piccolo porto di Ouranoupoli.
Sono in piedi sul ponte e contemplo la costa della Calcidica.
L’acqua è azzurra e cristallina. Davanti a noi compaiono persino dei delfini che giocano verso riva, nei pressi dell’attracco del primo monastero dell’Athos; la penisola emerge come un promontorio (uno dei tre in cui si divide la penisola Calcidica, nel nord-est della Grecia).
A bordo sono tra i pochi non greci e l’unico italiano.
La traversata è silenziosa e spettacolare. Superato un capo roccioso, si ha l’impressione d’inoltrarsi in un mondo fiabesco, fatto di costruzioni, a volte imponenti, a volte discrete, che paiono emergere dalla roccia tra cale e insenature.
Ci fermiamo a ogni piccolo approdo per scaricare o caricare visitatori, provviste e persino monaci, costeggiando monasteri come Dochiariou e Xenophontos, quasi a livello del mare, e poi cenobi in posizioni spettacolari, come Simonopetra e Grigoriou, letteralmente aggrappati al fianco della montagna sopra l’Egeo.
Quello che attira di più la mia attenzione, poco prima di arrivare a Dafni, dove sbarcherò anch’io, è il grande monastero russo di San Panteleimone, complesso bianco con cupole verdi, visibile già da lontano. Poco più in là, sulla mappa cartacea (nel 2011 le usavamo ancora) vedo segnato anche l’unico monastero serbo.
Dopo un’intera settimana nel caos vivissimo di Istanbul, un viaggio in treno notturno per Salonicco, qualche ora di pullman e una notte a Ouranoupoli, dove ho ritirato il diamonitirion, il permesso speciale d’ingresso e soggiorno richiesto via fax da Roma, le tre notti nella pace del Monte Athos mi sembrano un regalo.
Sbarco a Dafni e faccio un piccolo giro nei dintorni, in attesa di prendere il pullmino che porterà i visitatori verso le rispettive destinazioni, i vari monasteri.
Che cos’è la “repubblica monastica” dell’Athos
Dal punto di vista geografico, l’Athos è la punta più orientale delle tre “dita” che si protendono nel mar Egeo dalla penisola Calcidica: una penisola con all’estremità la grande montagna chiamata appunto “Athos”, “montagna sacra”.
Politicamente, si tratta di un territorio autonomo all’interno dello Stato greco, con un proprio statuto, un’amministrazione interna e regole di accesso rigidissime: il numero di ospiti è limitato, le donne non possono sbarcare e ogni visita richiede un permesso nominativo rilasciato dall’amministrazione monastica. L’ingresso è vietato (avaton) persino agli animali di sesso femminile (tranne i gatti, utili a tenere lontani i roditori, e alcuni uccelli, tra cui le galline) fin dal 1060, per tutelare la clausura monastica: l’unica donna ammessa è, simbolicamente, la Vergine Maria.
Questo statuto particolare è frutto di una storia lunga più di un millennio. Già nel X secolo l’Impero bizantino riconosceva all’Athos uno status speciale: a monaci di diversa provenienza si affidava un territorio autonomo in cui vivere dedicandosi alla preghiera, allo studio e al lavoro manuale.
Nei secoli successivi, sotto il dominio ottomano e poi nello Stato greco moderno, questo statuto è stato più volte messo in discussione e poi confermato, fino a essere recepito anche nell’ordinamento dell’Unione Europea.

Il cuore di questa repubblica sono i venti grandi monasteri , comunità cenobitiche strutturate, dotate di chiesa principale (katholikòn), refettorio, biblioteche, spazi comuni e una propria amministrazione. Accanto a essi esistono monì e kellia: case ed eremi dipendenti da un monastero principale ma disseminati sui versanti della montagna, dove vivono pochi o addirittura un solo monaco.
Dal punto di vista liturgico, sul Monte Athos si continua a seguire il calendario giuliano (“vecchio calendario”), diverso da quello oggi in uso nella Chiesa ortodossa di Grecia, con uno scarto di tredici giorni nelle feste a data fissa. I monasteri atoniti non hanno aderito alla riforma del calendario del 1923, per loro un’innovazione non necessaria e troppo legata a esigenze statali e “occidentali”, preferendo mantenere la continuità con la tradizione pur restando in comunione con il Patriarcato di Costantinopoli e con la Chiesa di Grecia.
Megisti Lavra, il monastero delle origini
La mia prima destinazione è il monastero di Megisti Lavra, all’estremità della penisola. A Dafni salgo su un pullmino che si arrampica tra stradine e sentieri rocciosi, unico straniero.
Giunto al grande monastero, dopo la registrazione e il controllo del permesso ricevo poche parole, un po’ d’acqua e dei loukoum, poi mi viene assegnata una branda in un grande dormitorio comune, con letti allineati e poco spazio personale. Ma siamo in pochi: io e due greci. Nessuno dei due parla inglese, ma cerco di far capire che non mi sono portato un asciugamano per la doccia. Ci intendiamo scoprendo che in greco usano una parola italiana, “pezzetta”, per dire asciugamano.
Poi inizio a esplorare Megisti Lavra, il più antico e prestigioso monastero atonita, fondato alla fine del X secolo da sant’Atanasio l’Atonita.
È di fatto una cittadella fortificata, con torri, cortili interni, una grande chiesa centrale (katholikòn), diversi edifici aggiunti nei secoli. Nelle sue biblioteche e nei suoi archivi si conservano manoscritti e codici miniati. Non posso accedere a questi ambienti, ma l’igumeno di Megisti Lavra parla francese (ha studiato a Parigi) e mi spiega personalmente molti dettagli del luogo. Poi mi accompagna nel katholikòn per mostrarmi affreschi e icone stupendi. Poco dopo, però, all’inizio della preghiera comune, mi fa uscire: in quanto cattolico non mi è consentito partecipare alla liturgia ortodossa e devo fermarmi nell’andito. Lì incontro un francese che, solo durante la traversata di ritorno, mi rivelerà di essere un prete cattolico, mi rivelerà di essere un prete cattolico che, per discrezione e rispetto, ha scelto di non indossare tonaca o clergyman durante il soggiorno.
Dopo la preghiera è tempo del pasto. In refettorio ci accomodiamo al tavolo riservato agli ospiti e consumiamo un cibo frugale: verdure, pane, acqua e poco altro.
Il tempo è segnato dal suono di uno strumento di legno, il semantron, battuto ritmicamente: quando smette di risuonare, i piatti vengono portati via, anche se non si è finito di mangiare. Io, infatti, non avevo finito. Comunque, la giornata prosegue scandita da una sequenza di funzioni liturgiche che occuperanno anche buona parte della notte e del mattino.
Ci si alza ben prima dell’alba per partecipare alla lunga liturgia, in piedi, mentre i primi raggi del sole penetrano dalle porte, dalle finestre e dalle fessure, illuminando le icone. Il profumo d’incenso pervade l’atmosfera e ci si sente sospesi tra cielo e terra, proprio come questi monasteri.
Grigoriou, balcone sull’Egeo
Il giorno successivo ho raggiunto il monastero di Grigoriou, a picco sul mare.
Dal molo di sbarco si sale lungo un sentiero di pietra che costeggia la scogliera; alle spalle il mare, davanti le mura del cenobio che si aprono su un cortile stretto, circondato da edifici addossati l’uno all’altro.
Anche qui, dopo l’accoglienza con acqua e loukoum all’inizio mi viene assegnata, come a tutti, una branda in una camerata. Qui, però, a differenza che a Megisti Lavra, vi sono tantissimi giovani pellegrini (mi viene spiegato che è una sorta di ritiro).
Al pensiero di un’altra notte in camerata, un giovane monaco coglie evidentemente il mio smarrimento: mi sorride e mi invita a seguirlo. Percorriamo un piccolo sentiero all’interno delle mura e mi accompagna in foresteria, dove mi assegna una piccola camera singola, con un balcone che dà direttamente sul mare. Devo essere sembrato proprio disperato.

Ad ogni modo, ne approfitto e trascorro l’intero pomeriggio quasi senza parlare, seduto su quella terrazza improvvisata, a guardare la costa e l’azzurro dell’Egeo. Con il passare delle ore, il blu si fa più morbido, poi arancio, mentre il sole tramonta dietro questo dito roccioso della penisola Calcidica.
Per chi arriva da fuori, l’impatto con la vita del Monte Athos non è affatto semplice. Abituati a una quantità di parole, di gesti, di iniziative e di progetti, qui ci si sente quasi sopraffatti dall’uso soltanto delle parole necessarie, dei gesti necessari, dei progetti necessari. Persino le mie parole di gratitudine nei confronti del monaco che si è mostrato così gentile con me mi sono sembrate di troppo.
“Insieme per l’Athos”
Ho potuto conoscere e visitare il Monte Athos grazie all’associazione"Insieme per l’Athos", che da anni promuove la conoscenza della Montagna sacra organizzando incontri di studio, pellegrinaggi, traduzioni e momenti di confronto.
Grazie al suo fondatore e presidente sono riuscito a orientarmi tra procedure, richieste di permesso e tempi d’attesa, ottenendo l’autorizzazione per soggiornare sia a Megisti Lavra sia a Grigoriou. Lo stesso fondatore mi ha poi invitato a moderare il convegno internazionale di studi sull’Athos del 2026, che si terrà a Roma, nella basilica dei Santi XII Apostoli.
Visitare il Monte Athos mi ha avvicinato alla complessità della vita comunitaria monastica: una vita che, pur apparentemente isolata dal mondo, resta pienamente umana, con le sue diversità tra monaci e monasteri, le tensioni, i cambiamenti, gli ingressi e le uscite, i restauri, le discussioni interne.
E tuttavia, se questo intreccio di costruzioni e di vite sta in piedi da più di mille anni, ci dev’essere qualcosa che lo tiene insieme: la spiritualità, il misticismo.
Mi tornano allora in mente, per concludere, le parole di Karl Rahner: “Il cristiano del terzo millennio o sarà un mistico o non sarà”. E l’Athos, con la sua repubblica monastica, è una perla di misticismo e di pace in un mondo sempre più agitato.





