Libri

J. Aurell: «Ogni epoca ha proiettato le proprie ossessioni sull’Opus Dei»

Secondo Jaume Aurell, l’immagine pubblica dell’Opera si fonda su tre grandi narrazioni che si sono sviluppate nel corso della sua storia.

Javier García Herrería-9 luglio 2026-Tempo di lettura: 6 minuti
Aurell

Alla vigilia del suo centenario, l’Opus Dei continua a essere oggetto di una percezione distorta da parte dell’opinione pubblica. Quali sono le ragioni di questa percezione? È forse il frutto di una “leggenda nera” alimentata dall’esterno? Cogliendo l’occasione di questo centenario, lo storico Jaume Aurell è coautore di Storia dell'Opus Dei. Cento anni di vita attraverso la sua storiografia, un'analisi che mira a far luce su diverse questioni da un punto di vista storico.

Abbiamo parlato con Aurell per risalire alle origini storiche di questi pregiudizi e capire perché, a distanza di un secolo, l’istituzione continui ad affrontare la sfida di spiegare la propria identità e la propria storia alla società.

A quasi tutti i membri dell’Opus Dei è stato chiesto, almeno una volta, perché l’immagine dell’istituzione sia così diversa dalla realtà che si percepisce quando si conosce una persona dell’Opera. Perché succede questo?

–Perché l’immagine pubblica dell’Opus Dei non si è costruita osservando ciò che l’istituzione è realmente, ma proiettando su di essa le paure e le ossessioni di ogni epoca. Ho studiato questo fenomeno ricorrendo alla teoria dei metaracconti: si tratta di narrazioni che fungono da specchio, in cui ogni generazione vede riflesso ciò che la ossessiona, proiettandolo sull’organizzazione.

Cosa intendi esattamente quando dici che quelle narrazioni sono «presentiste»?

–Il fatto che giudichiamo il passato con i criteri del presente, invece di comprenderlo nel suo contesto specifico. È un fenomeno che osserviamo in molti altri ambiti: oggi si censurano autori come Shakespeare, Mark Twain o Agatha Christie perché contengono espressioni o stereotipi che ora consideriamo offensivi, ma che ai loro tempi rientravano nelle convenzioni sociali. Con l’Opus Dei è accaduto qualcosa di simile, ma nel corso di cento anni e con tre versioni diverse e persino contraddittorie tra loro.

Parliamo di quei racconti. Qual è stato il primo?

–Quella dell’Opus Dei come eresia religiosa, tra il 1940 e il 1957. Ed ecco la cosa curiosa: non nacque tra gli anticlericali, ma all’interno della Chiesa stessa. Alcuni padri gesuiti, come Ángel Carrillo de Albornoz o Manuel María Vergés, legati alle Congregazioni mariane, iniziarono a definire la dottrina dell’istituzione come un’eresia pericolosa, che andava sradicata prima che si consolidasse.

Perché una Chiesa così gerarchica vedeva una minaccia in qualcosa di così semplice come vivere la fede nel lavoro quotidiano?

–Perché nella Chiesa preconciliare i laici erano fedeli di seconda categoria. Il fatto che dei giovani comuni, in giacca e cravatta, senza abito né alcun distintivo, affermassero di poter raggiungere la santità nel loro lavoro quotidiano, risultava strano e persino sospetto. Furono definiti «illuministi» e accusati di sottrarre vocazioni religiose.

E quasi contemporaneamente sorsero i primi sospetti di natura politica, con la Falange coinvolta.

–Esatto. La Falange, che voleva mantenere la propria posizione di partito unico, vide nell’Opus Dei una minaccia. Nel 1941 fu persino presentata una denuncia formale dinanzi al Tribunale Speciale per la Repressione della Massoneria e del Comunismo, in cui si accusavano Escrivá e i suoi seguaci di tramare qualcosa di «giudeo-massonico». 

Ci furono altre accuse contro l’Opera prima che Escrivá si trasferisse a Roma?

–Sì, sono stati anche accusati di «assalto alle cattedre universitarie». Tra il 1940 e il 1945 in Spagna furono assegnati 179 posti di professore ordinario. Di questi, solo 23 andarono a membri dell’Opus Dei: il 6%. Lontano dalla conquista massiccia suggerita dalla leggenda.

La storia subì una svolta radicale nel 1957: cosa accadde?

–Sì, una svolta drammatica. Franco, costretto ad abbandonare l’autarchia economica falangista, coinvolse tecnici come Mariano Navarro Rubio e Alberto Ullastres, entrambi membri dell’Opus Dei, che elaborarono il Piano di Stabilizzazione del 1959 e il successivo «miracolo economico» spagnolo. I settori falangisti, risentiti per la perdita di potere, coniarono allora l’etichetta di «tecnocrati dell’Opus Dei» e li accusarono di aver preso il potere

Da eretici a potenti alleati della dittatura.

–Esatto, e quell’immagine si è diffusa in tutto il mondo grazie a riviste come The Economist o Tempo, e fu rafforzata da libri scritti da autori antifranchisti come Daniel Artigues o Jesús Ynfante, che coniò l’espressione «Santa Mafia». Ancora una volta, politica e religione si intrecciarono. Allo stesso tempo, all’interno della Chiesa, il Concilio Vaticano II politicizzò i dibattiti tra «progressisti» e «conservatori», e l’istituzione fu bollata come «integrista», quando in origine era stata considerata troppo “innovatrice”.

Ci sono state pressioni anche da parte dello stesso Vaticano?

–Sì, tra il 1967 e il 1973 personalità come Giovanni Benelli e Jean Villot fecero pressione su Escrivá affinché l’Opus Dei agisse come blocco politico allineato alla Democrazia Cristiana europea. Egli si rifiutò, difendendo la libertà politica individuale di ogni laico, e questo gli costò sei anni di allontanamento e sfiducia da parte della Curia.

Siamo giunti alla terza ondata, quella della setta e degli scandali finanziari.

–A partire dal 1980, in società sempre più secolarizzate e individualiste, valori come il celibato laico o la mortificazione cominciarono ad essere interpretati alla luce di una crescente fobia mediatica nei confronti del cattolicesimo. In questo contesto, l’Opus Dei era visto come una forza reazionaria e immobilista.

L'istituzione come Prelatura Personale nel 1982 e la beatificazione del fondatore nel 1992 hanno dato il via a un nuovo fronte di attacco, con testimonianze di ex membri critici.

E qui compare anche la parola «setta».

–Esatto, la stampa internazionale, con Il Times alla guida, abbandonò il modello del potere politico e adottò il paradigma del settarismo. In Germania e in Italia circolarono teorie sul «lavaggio del cervello» promosse da associazioni antisette, al punto da dare origine a un tentativo di inchiesta da parte del Parlamento italiano nel 1986, che alla fine non ebbe seguito perché si rivelò una calunnia priva di fondamento.

E gli scandali finanziari che gli vengono attribuiti?

–Si tratta di tre casi distinti che l’opinione pubblica ha vagamente collegato tra loro: il caso Matesa del 1969, il caso Calvi e il Banco Ambrosiano del 1982, e il caso Ruiz-Mateos del 1983. Si tratta di episodi molto diversi tra loro, ma la narrazione popolare li ha collegati come se formassero un’unica trama legata all’Opus Dei. Quando si studiano questi casi con un minimo di serietà, ci si rende conto che si tratta di casi che rispondono a contesti economici e attori politici completamente diversi. 

Allora perché hanno funzionato?

–Per un fenomeno che si verifica molto spesso nell’Opus Dei: la gente confonde l’operato professionale dei suoi membri, come se ciascuno di essi seguisse gli ordini dell’istituzione. Ovviamente questo non accade alla maggior parte dei membri, che svolgono lavori normali e privi di particolare rilevanza pubblica. Tuttavia, se una persona ricopre una posizione di alta responsabilità in politica, nel settore bancario, nella professione legale o in ambito culturale, allora le sue azioni finiscono sotto la lente del sospetto. Anche se può sembrare difficile da ammettere, in molte di queste interpretazioni permane un fondo clericale.

E tutto questo culmina con Dan Brown.

-Con Il Codice Da Vinci, nel 2003, e la sua versione cinematografica nel 2006. Qui tutti i miti accumulati nel corso di decenni si fondono in una caricatura pop, il monaco albino assassino, che ottiene un enorme successo commerciale a scapito del consolidamento della leggenda nera.

L'aspetto più sorprendente della tua analisi è che l'Opus Dei è stato accusato di cose del tutto opposte a seconda del periodo storico.

–È la prova che questi racconti sono costruzioni artificiali. Negli anni Quaranta veniva accusato di innovazione eretica per aver difeso la santità dei laici senza abiti religiosi né voti; dagli anni Sessanta ad oggi viene accusato del contrario, ovvero di essere ultraconservatore e reazionario. 

Durante la Seconda Guerra Mondiale, alcuni denunciavano Escrivá come filotedesco agli alleati, mentre altri lo denunciavano come filobritannico ai tedeschi e agli italiani, contemporaneamente. 

In Spagna gli fu attribuito il ruolo di pilastro ideologico del franchismo, quando in realtà fu perseguitato dalla stessa Falange e alcuni dei suoi figli dovettero andare in esilio per opporsi al regime. 

E dal punto di vista sociologico, è stato descritto sia come un «calvinismo cattolico» modernizzatore sia, oggi, come un baluardo oscurantista contrario all’autonomia individuale.

L'analisi del tuo testo si ferma al 2010. Perché non analizzi gli ultimi quindici anni, includendo anche tutte le recenti polemiche?

–Perché sono uno storico, non un giornalista né un analista di attualità. Il mestiere dello storico richiede distanza temporale e prospettiva: è necessario che gli archivi vengano resi accessibili, che le testimonianze vengano confrontate tra loro e che le passioni del presente si placino prima di poter giudicare con rigore. 

Scrivere di ciò che è accaduto negli ultimi anni senza questa prospettiva significherebbe ripetere lo stesso errore che denuncio nel libro: lasciarsi trascinare dalla narrazione dominante del momento – per quanto ben contestualizzata – invece di analizzare i fatti con il tempo necessario per separare il mito dalla realtà. Tra venti o trent’anni, un altro storico potrà fare con quest’ultima fase ciò che io ho cercato di fare con il secolo precedente.

Per concludere, cosa speri che il lettore tragga da questo viaggio attraverso cento anni di racconti?

–Che impari a diffidare delle etichette semplicistiche. Quando un’istituzione non rientra nelle categorie ideologiche dominanti della sua epoca, la società tende a distorcerla per poterla classificare. Comprendere questi meccanismi non è utile solo per giudicare l’Opus Dei, ma anche per leggere con maggiore spirito critico qualsiasi racconto storico che ci venga presentato come definitivo, contestualizzandolo adeguatamente. Nel testo lo illustro con l’aberrazione che comporta la suddivisione della guerra civile spagnola tra fascisti e comunisti, come molti tentano di fare oggi: ciò significa non manipolare il passato, semplificandolo, per usarlo nelle contese politiche attuali e generare una polarizzazione imprudentemente inutile.


Storia dell'Opus Dei. Cento anni di vita attraverso la sua storiografia

Autore: Federico Requena (a cura di)
Editoriale: Almuzara
Anno: 2026
Numero di pagine: 242
Per saperne di più
Newsletter La Brújula Lasciateci la vostra e-mail e riceverete ogni settimana le ultime notizie curate con un punto di vista cattolico.