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Dom Matteo Ferrari: “La solitudine non è isolamento, ma un cammino verso una comunione più profonda”.”

Intervista a Dom Matteo Ferrari, Priore Generale della Congregazione Camaldolese, sull'attualità della vita monastica e sulle sfide spirituali del nostro tempo.

Giovanni Tridente-12 marzo 2026-Tempo di lettura: 7 minuti

C'è un dato di fatto che attraversa il nostro tempo e che non può essere trascurato: da un lato, ritmi sempre più frenetici, polarizzazioni che induriscono il dibattito pubblico - anche ecclesiale - e un ambiente digitale che riduce lo spazio per l'interiorità; dall'altro, una ricerca di senso che riappare con forza, a volte fuori dai canali abituali della Chiesa, ma non per questo meno profonda. In questo contesto, la proposta monastica non suona come una nostalgia del passato, ma piuttosto come una provocazione pienamente contemporanea. Parole “antiche” come silenzio, comunione, sobrietà, fraternità, vita in comune rimettono l'essenziale al centro della vita cristiana.

Dom Matteo Ferrari, Priore Generale della Congregazione Camaldolese, è nato nel 1974 a Parma ed è monaco a Camaldoli dal 2001 e sacerdote dal 2010. Stimato biblista e liturgista, autore di numerose pubblicazioni, è stato responsabile delle liturgie durante le due sessioni (2023 e 2024) della XVI Assemblea generale del Sinodo dei vescovi sulla sinodalità.

In questa intervista per Omnes riflette sull'attualità della vita monastica, sul valore del silenzio in una società satura di stimoli, sulla sfida della polarizzazione, sulla credibilità del Vangelo e sulla ricerca spirituale di molti uomini e donne di oggi.

Matteo Ferrari, lei è Priore Generale della Congregazione Camaldolese, che comunità spirituale è e qual è la sua origine storica nella Chiesa?  

-La Congregazione Camaldolese è un ramo della famiglia benedettina e nasce dall'intuizione di un monaco ravennate, San Romualdo, che, alla ricerca di un'esperienza spirituale più semplice e sobria, trovò nella vita eremitica la strada per la sua ricerca interiore. Romualdo, la cui vita è narrata da San Pietro Damiano, morì nel 1027; il prossimo anno, quindi, celebreremo il millenario della morte del nostro fondatore, ma anche della dedicazione della prima chiesa del Sacro Eremo di Camaldoli.

Se volessi riassumere la spiritualità camaldolese in due parole, suggerirei: solitudine e comunione. Due poli fondamentali della vita monastica, che a Camaldoli assumono una forma visibile nell'esperienza della Eremo, e la vita solitaria, e nella Monastero/Cenobio, la vita comune. Tuttavia, nel solco della tradizione benedettina, anche la vita dell'Eremo di Camaldoli non è una scelta di isolamento o di vita totalmente solitaria, ma c'è sempre una certa dimensione comunitaria, soprattutto nella condivisione della preghiera liturgica.

In linea con lo stile del monaco camaldolese, cosa significa, in concreto, tenere insieme silenzio e fraternità?  

-Tenere insieme silenzio/solitudine e fraternità è un dialogo estremamente fruttuoso, ma anche una grande sfida. Eremo e monastero non vivono “vite parallele”, ma è come se si educassero a vicenda. L'Eremo dice al Monastero che non c'è vera comunione se non si vive la solitudine feconda dell'incontro con Dio e con se stessi, che non si può vivere con gli altri se non si sa stare da soli davanti a se stessi e a Dio; il Monastero dice all'Eremo che la solitudine non è isolamento e non è fine a se stessa, ma serve per una comunione più profonda con Dio e con gli altri. Un cristiano non può mai vivere la sua esperienza di fede al di fuori della comunità, anche se vive la forma più radicale di solitudine come isolamento.

Secondo lei, la vita monastica ha ancora qualcosa da dire alla Chiesa e al mondo di oggi?  

-Credo che la vita monastica sia una vocazione fondamentale per la Chiesa di oggi. Almeno per la Chiesa d'Occidente. Il mondo, infatti, conosce esperienze di fede molto diverse e feconde. L'intuizione di Romualdo non era la ricerca della solitudine fine a se stessa, ma, in fondo, la ricerca di una maggiore sobrietà. Credo che oggi questa sia una parola fondamentale per vivere il Vangelo. La vita monastica è la vocazione nella Chiesa che ricorda costantemente a tutti di andare all'essenziale della Parola di Dio, della preghiera, della fraternità.

“Se volessi riassumere la spiritualità camaldolese in due parole, proporrei: solitudine e comunione. Due poli fondamentali della vita monastica”.

Matteo FerrariPriore generale della Congregazione Camaldolese

Cosa può offrire la spiritualità camaldolese a coloro che non sono monaci ma desiderano cercare Dio nella vita quotidiana?  

-Molti laici e sacerdoti vengono nelle nostre comunità soprattutto alla ricerca di un “ritmo” diverso. Quando iniziano a pregare con noi, sono tutti inizialmente colpiti da un fatto puramente esteriore ma significativo: la lentezza. Un ritmo che ci permette di interiorizzare, di fermarci a riflettere, di discernere davanti alla Parola, di vivere la gratuità del tempo. Questo, credo, è un altro dono della vita monastica: la gratuità. Il monaco, in un certo senso, “perde tempo”. Credo che oggi questo sia un messaggio fondamentale, perché la gratuità è un segno pasquale. Anche la vita di Gesù è stata un tempo donato gratuitamente. La vita monastica, con i suoi ritmi, il suo tempo “sprecato” nella preghiera e nella liturgia, è un segno pasquale che ricorda a tutti che nella vita le cose che contano davvero non sono quelle che nascono nel tempo della “produzione”, ma nello spazio della gratuità.

Quali ferite e quali domande portano più spesso con sé coloro che vengono nei monasteri in cerca di ascolto e di pace?  

-Le domande e le ricerche di coloro che vengono nelle nostre comunità sono molto diverse. Il monastero è uno spazio aperto a tutti, senza domande, senza condizioni. Le persone cercano silenzio, ascolto, ritmi di vita diversi. Spesso le persone cercano “consolazione” in momenti particolari della loro vita; cercano il nutrimento spirituale nell'incontro con la Parola di Dio nella lectio divina e nella liturgia. C'è un grande bisogno di spiritualità, a volte inespresso, ma presente nel cuore degli uomini e delle donne che vengono nei nostri eremi e monasteri. Penso che offrire questa ospitalità sia fondamentale nella Chiesa di oggi. In fondo, il monachesimo, nella pratica dell'ospitalità, così importante nella Regola di San Benedetto, è un luogo privilegiato dove troviamo un volto ospitale della Chiesa, che è una continuità dello stesso ministero del Signore Gesù.

In diversi Paesi sembra emergere un nuovo bisogno spirituale, una ricerca che non sempre passa attraverso la Chiesa. Come interpretare questo dinamismo e come accompagnarlo adeguatamente?  

-Questa ricerca attraversa la vita delle nostre comunità e le forme della nostra accoglienza. Credo che questo fatto debba interpellare tutte le nostre comunità cristiane. Nell'episodio delle nozze di Cana, Maria si rende conto che non c'è più vino e che bisogna avere il coraggio di ascoltare le parole del Figlio perché l'acqua diventi il vino buono di Dio, perché la festa continui. Forse tutte le comunità cristiane dovrebbero interrogarsi sulla “mancanza di vino” e ascoltare le parole della Madre: “Fai tutto quello che ti dice”. Allora, se avremo il coraggio di versare la povera acqua che abbiamo, potremo renderci conto di poter offrire quel vino capace di soddisfare la ricerca spirituale degli uomini e delle donne del nostro tempo.

Un'altra caratteristica delle società contemporanee è la forte polarizzazione in molti contesti, compreso quello ecclesiale. Come possiamo evitare che le differenze si trasformino in scontro?

-Credo che la presenza di due poli nelle nostre comunità possa essere un piccolo esempio di come le polarità possano essere vissute come una ricchezza per tutti e non come un elemento di divisione. La vera fraternità nasce dalla valorizzazione delle differenze: solo tante pietre preziose diverse possono fare un bel gioiello. Ma questo richiede la cura della vita interiore e della spiritualità. Senza una vita spirituale, senza la preghiera e senza l'ascolto della Parola di Dio, non impareremo mai a integrare le differenze in un dialogo fruttuoso. E tutto questo non è facile e la sfida della vita comune ce lo dice chiaramente.

“La solitudine non è isolamento e non è fine a se stessa, ma serve per una più profonda comunione con Dio e con gli altri”.

Matteo FerrariPriore generale della Congregazione Camaldolese

Accanto all'indifferenza religiosa, in alcuni contesti si registra anche un crescente rifiuto o sospetto nei confronti della fede cristiana. Cosa dice questa situazione ai cristiani?  

-Penso che sia una chiamata a “vivere bene”, a cercare quella coerenza di vita che è fondamentale e allo stesso tempo molto difficile. Ma in fondo questa è sempre stata la prova della presenza dei discepoli di Gesù nel mondo. Il Nuovo Testamento lo testimonia. Pensiamo alla Prima Lettera di Pietro: “Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, essendo sempre pronti a rispondere a chiunque vi chieda conto della speranza che è in voi. Ma fate questo con dolcezza e rispetto, con coscienza retta, affinché, quando sarete calunniati, siano svergognati coloro che calunniano la vostra buona condotta in Cristo”.” (1 Pietro 3, 16).

Quali atteggiamenti rendono il Vangelo più credibile per chi osserva la Chiesa dall'esterno?  

-Penso che la vita fraterna sia oggi fondamentale: come si vive in comunità? Le persone che vengono nei nostri monasteri, soprattutto i più giovani, sono molto attente alle dinamiche relazionali, al clima fraterno che percepiscono. A volte anche noi siamo sorpresi da ciò che la gente nota. Spesso ci sentiamo carenti, vediamo soprattutto i nostri difetti e le nostre ferite, ma le persone che vengono da noi spesso percepiscono una positività che nemmeno noi vediamo. La vita fraterna, la comunione, è un fattore fondamentale per testimoniare il Vangelo oggi. Poi credo anche che la preghiera, il tempo dedicato a Dio, all'ascolto della sua Parola, sia un aspetto della vita cristiana che gli altri vedono e da cui si capisce l'autenticità di ciò che viviamo.

Quando si ha a che fare con giovani in cerca di accompagnamento spirituale, quali sono le domande che emergono più spesso e quali rischiano di ostacolare il loro cammino di fede?   

-I giovani cercano innanzitutto un ascolto. Nelle nostre comunità cristiane, dove si fa molto, spesso manca il tempo per l'accoglienza e l'ascolto. I giovani cercano anche qualcuno che li aiuti a scendere nel loro mondo interiore, a conoscere se stessi. È qui che inizia la ricerca della spiritualità e dell'incontro con Dio e la sua Parola. Spesso abbiamo troppa paura di offrire ai giovani percorsi seri di accompagnamento spirituale, di preghiera, di relazione con la Parola di Dio. 

“La vera fraternità nasce dalla valorizzazione delle differenze: solo tante pietre preziose diverse possono fare un bel gioiello”.

Matteo FerrariPriore generale della Congregazione Camaldolese

Avete scritto una lettera alla Comunità Camaldolese per avviare una riflessione sull'uso dei social network, smartphone Qual è secondo lei il punto chiave del rapporto tra vita spirituale e tecnologia?  

-Credo, anche se non sono un esperto in questo campo, che sia un nodo che non possiamo evitare. C'è un grande protagonista dimenticato della vita, che si chiama “silenzio”. Oggi non siamo più capaci di silenzio e di social network, smartphone e il mondo digitale hanno a che fare con questo. Soprattutto per un monaco, ma direi per tutti, se manca il silenzio, scompare una componente fondamentale della vita che permette l'incontro con gli altri, con se stessi e con Dio. Riflettere sull'uso dei social network, smartphone e i media digitali ci porta a riflettere sulla nostra capacità di silenzio, che è anche un prerequisito per la libertà.

Infine, un consiglio: quali passi concreti si possono fare per recuperare il silenzio, l'ascolto e lo spazio per Dio nella vita quotidiana?  

-È una “lotta” e come ogni lotta richiede impegno, formazione e tempo. Soprattutto suggerisco di lasciarsi aiutare: avere qualcuno con cui confrontarsi è essenziale ed è un atto “ecclesiale”. Il cammino spirituale non è individualista, ma sempre comunitario. La vita spirituale non si impara dai libri o da altri strumenti, ma si trasmette da una persona viva all'altra... è un fatto di tradizione viva. E poi partire dall'essenziale: dal rapporto con la Parola di Dio, che è “potente” e ha il potere di rinnovare e far fiorire la nostra vita.

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