In quest'opera, il professore dell'Università della Sorbona Alain Corbin compie un viaggio di grande attualità nell'intimità, affrontando in prima persona l'importanza e la storia della gioia.
È molto interessante che Corbin non si faccia scrupolo di riconoscere che la fonte migliore per la verità e la sostanza della gioia è la Sacra Scrittura e, naturalmente, il Nuovo Testamento e soprattutto le parole dirette di Maria Santissima, nel meraviglioso canto del Magnificat: un canto di gioia e di infinito ringraziamento al Creatore: “Il mio spirito trema di gioia in Dio mio Salvatore” (Lc 1,47).
La via della visione beatifica
Dopo un viaggio attraverso il Medioevo, arriva all'indimenticabile figura di Chateaubriand nella sua Genio del cristianesimo, per descrivere magnificamente l'incredibile paradiso che Dio ha preparato per noi, niente di meno che la visione beatifica (35).
Bossuet affermerà infatti che, come dice l'ingiunzione biblica, se amiamo Dio con tutto il cuore, con tutta l'intelligenza e con tutte le forze, rallegrandoci della sua gloria, la gioia non ci può essere tolta, perché è “la gioia che abbiamo dall'Essere di Dio” (40).
Qualche tempo dopo, Pascal parlerà della potenza dell'amore di Dio e della gioia del convertito: “Così l'anima si rallegra di aver trovato un bene che non può esserle tolto finché lo desidera: si annienta, adora e benedice Dio in silenzio” (42).
Liturgia e festeggiamenti comunitari
Il nostro autore richiama poi la liturgia e i tempi riservati alla gioia dalla Chiesa: “L'autorità religiosa prescrive poi vari momenti in cui i fedeli sono invitati a sperimentare la gioia nel profondo del loro essere, mentre i fedeli nel loro insieme manifestano collettivamente una grande gioia” (43). In particolare, si soffermerà a parlare delle feste personali: “dall'età moderna, la celebrazione solenne della Prima Comunione è una grande gioia, innanzitutto per il comunicante, ma anche per tutta la sua famiglia” (46).
In netto contrasto, fa poi riferimento alla gioia “satanica” e fa l'esempio dell'invidia, presente nella storia dell'uomo fin da Caino e Abele: “Chi non ha provato in qualche momento della sua vita un sentimento di gioia, più o meno cupo, per le battute d'arresto di un concorrente o di una persona che aveva suscitato invidia, o addirittura paura” (51)?.
Intrighi e ambizioni di potere
L'ottenimento del cardinalato da parte di Retz nel 1652, in franca e aperta competizione con il cardinale Mazarino, è raccontato in modo così dettagliato da far sospettare al lettore una critica pungente delle invidie e dei litigi sia nella Curia romana che alla corte francese: “questo episodio della vita del nuovo cardinale, di cui si intuisce la gioia nonostante il suo riserbo, dimostra la tenacia degli intrighi all'interno della Corte e del Vaticano, sia per impedire che per ottenere la tanto desiderata promozione” (58).
Cambiando argomento, farà riferimento a Baruch Spinoza, un autore attualmente di moda e molto ricercato, visto che ogni settimana ci sono nuove pubblicazioni che lo elogiano, pubblicano i suoi testi e li commentano. Sempre sulla scia di Hegel, che lo considerava il pensatore chiave della storia.
La prospettiva filosofica di Spinoza
Innanzitutto, ricorderà che, per Spinoza, Dio non è affetto da alcun sentimento di gioia o tristezza e quindi dovremmo eliminare dalla Scrittura ogni incostanza in questo senso, come tutti i miracoli. Perciò, per Spinoza, la Scrittura deve essere interpretata razionalmente e non letteralmente.
Porterà poi questi testi di Spinoza: “Tutti gli attributi di Dio sono eterni e Dio è la causa dell'esistenza e dell'essenza delle cose”. Inoltre, Spinoza affermerà: “L'uomo non è più l'unione di anima e corpo, ma una parte dell'universo omogeneo, una parte che ha una sua struttura singolare” (61).
Egli affermerà inoltre che l'uomo è dominato dalle passioni della gioia e della tristezza. Le definisce inoltre come segue: “La gioia è la passione con cui lo spirito raggiunge una maggiore perfezione; per tristezza, invece, intendo la passione con cui raggiunge una minore perfezione”. Pertanto, egli affermerà che è bene sforzarsi di vivere con gioia ed evitare la tristezza (61).
Logicamente, aggiungerà poco dopo che “capire è capire Dio, attraverso il quale tutto esiste, Dio che è la verità e quindi la fonte viva della gioia più alta (...). Amare Dio non implica alcuna reciprocità”. Ma Corbin precisa: “Dio, secondo Spinoza, non ama né odia nessuno. Ama se stesso” (62). Qui sta il grande errore di Spinoza, che non tiene conto della Scrittura, della Tradizione e del Magistero della Chiesa e quindi dell'esperienza vitale di milioni di cristiani che credono che “Dio è Amore” e che ce lo ha rivelato e ci ha concesso di sperimentarlo.
Concluderà riprendendo il profondo soggettivismo di Spinoza: “Quanto più grande è la gioia che ci coglie, tanto più grande è la perfezione a cui ci eleviamo e, di conseguenza, tanto più partecipiamo alla natura divina” (63).
Dal deismo alla famiglia cristiana
Quando si addentrerà nell'Illuminismo tedesco, porterà l'interessante testimonianza di Schiller con la sua ode alla gioia del 1785, “in cui parla dell'intima gioia che ci anima sotto l'egida di un Dio creatore dotato di personalità. Questo riferimento al deismo è un allontanamento radicale dal Dio di Spinoza e prende in prestito solo una parte del Dio dei cristiani” (69).
Non vogliamo concludere questo breve commento alla storia della gioia di Alain Corbin senza fare riferimento alla gioia all'interno della famiglia cristiana, cioè la famiglia di sempre, di tutta la vita, dove i figli crescono nell'amore e nella sicurezza di genitori che si impegnano per un'educazione attenta e una cultura ampia e che cercano di formare con molta tenerezza e fiducia (97).
Storia della gioia. Viaggio al cuore della nostra intimità





