Un dibattito interessante: i laici possono essere direttori spirituali?

Forse il dibattito non verte sul fatto che i laici possano guidare le anime, ma sul chiarire cosa intendiamo per direzione spirituale.

30 gennaio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Un video recente pubblicato da La rete delle reti ha messo sul tavolo, con serenità e buona dottrina, un tema delicato e di grande attualità: l'abuso spirituale nel contesto della direzione spirituale. Tre sacerdoti di riconosciuta buona dottrina e grandi evangelizzatori nelle reti sociali - Pachi Bronchalo, Jesús Silva e Antonio María Doménech - partecipano alla conversazione, offrendo criteri preziosi e necessari. Vale la pena ascoltarli con attenzione. 

Sono tre sacerdoti che stimo molto, seguo le loro pubblicazioni e ho avuto modo di salutarli in alcune occasioni, cioè non ho nessuna voglia di aprire polemiche polarizzanti così tipiche dei nostri tempi, anche in ambito ecclesiale. Tuttavia, voglio sollevare alcune questioni che mi vengono in mente dopo aver visto il video.

Tra i suoi numerosi e interessanti contributi, spicca un'idea fondamentale: la vera guida spirituale non annulla la libertà della persona guidata. Chi accompagna non “comanda”, non decide per l'altro, né si sostituisce alla sua coscienza. Offre la sua opinione, aiuta a discernere, illumina il cammino, ma lascia sempre la persona davanti a Dio. Per questo motivo - sottolineano - sarebbe forse più appropriato parlare di accompagnamento quello di indirizzo in senso forte. In tempi di turbolenze e ferite reali, insistere su questo punto non è solo opportuno, ma essenziale.

Un dibattito interessante

Tuttavia, l'interesse del video non si limita a questi saggi avvertimenti. Al contrario, apre un dibattito fondamentale che merita di essere considerato con calma. I tre relatori sostengono che la direzione spirituale propriamente detta, in senso stretto, appartiene ai sacerdoti, in quanto particolarmente qualificati per “dirigere le anime”. E qui sorge la domanda - scomoda, ma inevitabile -: è davvero così?

Perché l'esperienza viva della Chiesa sembra dire qualcosa di più sfumato. Oggi esistono numerose istituzioni, movimenti e realtà ecclesiali in cui laici accompagnano spiritualmente altri laici, e lo fanno con frutto, serietà e fedeltà alla fede. Dobbiamo affermare che questa non è direzione spirituale? E se non lo è, come la chiamiamo? Accompagnamento, guida spirituale, ascolto credente? Il problema non è solo terminologico, ma richiede una spiegazione teologica, ecclesiologica e pastorale.

L'esempio paradigmatico delle suore

La difficoltà aumenta se guardiamo alla storia. Per secoli, innumerevoli suore hanno esercitato un'autentica direzione spirituale su altre suore, e non di rado anche su sacerdoti e vescovi. Basti pensare a figure come Teresa di Gesù o Caterina da Siena: diremmo che questa non era direzione spirituale, che mancava di una dimensione essenziale perché non proveniva da un ministro ordinato?

La storia della Chiesa sostiene questa visione di accompagnamento spirituale non strettamente legata all'ordine sacerdotale, trovando nelle donne consacrate le sue maggiori esponenti. Già nel IV e V secolo, le cosiddette «Amma» o Madri del Deserto, come l'Amma Synclética, erano ricercate per il loro acuto discernimento per dare una «parola di vita» a coloro che entravano nel deserto. 

Un'altra figura chiave fu Santa Teodora di Alessandria, consultata da molti monaci per la sua capacità di spiegare la differenza tra tentazione e peccato.

Il ruolo essenziale dei sacerdoti

Vale la pena ricordare qui un punto teologico fondamentale: il sacramento dell'Ordine conferisce una grazia specifica per compiere alcuni atti - celebrare l'Eucaristia, assolvere i peccati, amministrare i sacramenti - ma non conferisce automaticamente una grazia esclusiva per il discernimento spirituale degli altri. La capacità di accompagnare le anime nasce anche dall'esperienza di Dio, dalla prudenza, dalla conoscenza della vita interiore e dal dono del consiglio, che lo Spirito Santo concede a chi vuole.

Tutto ciò non sminuisce il ruolo insostituibile del sacerdote nella vita spirituale, soprattutto quando la direzione si intreccia con la confessione sacramentale. Ma forse ci invita a perfezionare il nostro linguaggio e le nostre categorie. Infatti, se riserviamo il nome di “direzione spirituale” solo a ciò che fanno i sacerdoti, corriamo il rischio di delegittimare - anche se non è questa l'intenzione - un lavoro immenso, silenzioso e fruttuoso che va avanti nella Chiesa da secoli.

La testimonianza di Giovanni Paolo II

In contrasto con le opinioni che limitano l'accompagnamento dell'anima all'istituzione clericale, lo stesso Giovanni Paolo II ha offerto nel suo libro Dono e mistero una testimonianza eccezionale sul laico Jan Tyranowski, un umile sarto di Cracovia. Il Pontefice non solo lo descrisse come “un uomo di una spiritualità particolarmente profonda”, ma riconobbe che da lui “ho imparato i metodi elementari di autoformazione” che avrebbero segnato la sua vita. 

Lungi dall'essere un semplice organizzatore di gruppi, Tyranowski esercitò una vera e propria direzione spirituale che si rivelò decisiva, poiché il futuro Papa ammise che la sua vocazione sacerdotale prese forza “anche grazie alla suddetta influenza” di questo lavoratore manuale, che lo introdusse alla mistica di San Giovanni della Croce.

Cosa accompagna le anime

Forse il dibattito non è su chi può o non può dirigere le anime, ma sul chiarire cosa intendiamo per direzione spirituale, quali limiti ha e come evitare che diventi controllo, dipendenza o abuso. E, soprattutto, riconoscere che il vero direttore delle anime non è altro che lo Spirito Santo. Tutti gli altri, ordinati o meno, sono - quando lo fanno bene - semplici servitori e mediatori.

Perché, alla fine, la domanda è ancora lì, che esige una risposta: se non chiamiamo direzione spirituale ciò che i sacerdoti non fanno, che nome le diamo? E ciò che non ha un buon nome difficilmente è ben curato.

L'autoreJavier García Herrería

Editore di Omnes. In precedenza, ha collaborato con diversi media e ha insegnato filosofia a livello di Bachillerato per 18 anni.

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Evangelizzazione

Fra Augusto Ramírez: un moderno martire del sigillo sacramentale

La causa del suo martirio riconosce chiaramente questo elemento centrale: Fra Augusto è stato ucciso in odium fidei, per aver rifiutato di tradire il sigillo sacramentale,

Fernando Armas-30 gennaio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Negli ultimi anni, il sigillo sacramentale della confessione è stato messo sempre più in discussione in alcuni sistemi giuridici occidentali. In Paesi come il Regno Unito, l'Australia e gli Stati Uniti, sono state promosse iniziative legislative che cercano di imporre obblighi di denuncia ai ministri ordinati, anche quando le informazioni sono state ottenute nel contesto del sacramento della penitenza. Queste proposte sono spesso giustificate dalla necessità di prevenire e perseguire crimini gravi, ma introducono una tensione senza precedenti tra il potere civile e una pratica religiosa considerata essenziale nella Chiesa.

In questo contesto di pressione normativa e di dibattito pubblico, una notizia recente è particolarmente significativa perché si riferisce a una testimonianza estrema di fedeltà al segreto sacramentale. Il 22 gennaio 2026, Papa Leone XIV ha approvato il decreto di riconoscimento del martirio di Fray Augusto Ramírez Monasterio, sacerdote francescano guatemalteco ucciso nel 1983 nel contesto del conflitto armato interno che ha tragicamente segnato la storia del Paese.

Una storia di coraggio

I fatti risalgono al giugno 1983, quando, a seguito di un'offerta governativa di amnistia ai guerriglieri, un uomo noto come Fidel Coroy decise di avvalersi di questa possibilità. Prima di iniziare le procedure civili, si confessò da Fray Augusto nella chiesa di San Francisco El Grande ad Antigua Guatemala, parrocchia di cui il frate era responsabile dal 1978. Dopo la confessione, motivata da un elementare criterio pastorale, Fray Augusto ha cercato di aiutarlo a regolarizzare la sua situazione davanti alle autorità, accompagnandolo in questo processo.

Entrambi sono stati detenuti in un distaccamento militare. Coroy è stato separato dal sacerdote e sottoposto a percosse e maltrattamenti da parte delle milizie governative. Fray Augusto, da parte sua, è stato trattenuto per diverse ore sotto custodia, con intimidazioni e abusi psicologici, prima di essere rilasciato.

Da quel momento in poi, la situazione di Fray Augusto divenne sempre più precaria: continuò a esercitare il suo ministero sotto la costante pressione dei militari e ricevette persino minacce di morte. Il punto di svolta della persecuzione: Fray Augusto doveva rivelare il contenuto della confessione dell'ex guerrigliero Fidel Coroy. Il suo fermo rifiuto culminò con il rapimento, la tortura e l'assassinio nel novembre 1983.

La causa del suo martirio riconosce chiaramente questo elemento centrale: Fra Augusto è stato ucciso in odium fidei, per aver rifiutato di tradire il segreto sacramentale, anche a costo della propria vita. Il riconoscimento del martirio di Fray Augusto Ramirez Monasterio ci ricorda ancora una volta la sacralità della confessione al di là degli obblighi civili.

Libri

Povero come Cristo, ricco di gioia: San Francesco d'Assisi

L'anno giubilare di San Francesco, nel 2026, ci invita a riscoprire la povertà evangelica, l'identificazione con Cristo e la gioia profonda che deriva da una vita vissuta nella pace.

José Carlos Martín de la Hoz-30 gennaio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Qualche giorno fa abbiamo ricevuto la piacevole notizia che il Santo Padre Leone XIV ha indetto per l'anno 2026 un Anno Giubilare dedicato a San Francesco, che durerà dal 10 gennaio 2026 al 10 gennaio 2027. Speriamo che alla fine di questo periodo ci faccia dono di un'enciclica o di un documento apostolico sugli insegnamenti del santo di Assisi tanto caro a tutto il popolo cristiano. 

Povertà francescana

Con questo anno dedicato a San Francesco, il Santo Padre vuole semplicemente commemorare l'ottavo centenario della morte del “...".“Poverello”Il "santo", come chiamano in Italia uno dei loro santi più venerati e amati, è visitato ad Assisi dove sono custodite le sue spoglie e ora anche quelle di Carlo Acutis.

Il decreto pubblicato il 16 gennaio dalla Penitenzieria Apostolica richiama l'auspicio del Santo Padre, espresso con parole molto concise ma precise, che “ogni fedele cristiano, sull'esempio del Santo di Assisi, possa diventare un modello di santità di vita e un costante testimone di pace”.

Infine, il decreto ricorda che per ottenere l'indulgenza plenaria è sufficiente visitare qualsiasi luogo legato a San Francesco o alla famiglia francescana. Infine, il decreto ricorda le condizioni generali da osservare per ottenere l'indulgenza “con le consuete condizioni (confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre), applicabili anche nella forma del suffragio per le anime del Purgatorio”.

Proprio nell'opera di Giogio Agamben, a cui faremo riferimento in seguito, verrà trattato in modo esaustivo il rapporto tra la primitiva regola francescana e il diritto, e in queste pagine scopriremo il concetto alto di povertà per San Francesco e per i grandi autori della spiritualità cristiana. Proprio nel XXI secolo, con le grandi disuguaglianze tra Nord e Sud e all'interno degli stessi Paesi occidentali, è molto importante applicare gli insegnamenti della povertà alla vita dei cristiani di ogni genere e condizione in questo anno giubilare dedicato a San Francesco d'Assisi.

Identificazione con Cristo

Il nostro autore, Giogio Agamben, affronterà in molti modi diversi il concetto di “Massima Povertà”, poiché il totale distacco dai beni terreni è una delle caratteristiche più essenziali di San Francesco. Questa “massima povertà” ha molto a che fare con la vita di Gesù narrata in modo del tutto naturale nei Vangeli e nel Nuovo Testamento.

Il distacco e, allo stesso tempo, la libertà nell'uso dei beni materiali, così necessari per poter vivere e sviluppare l'intensa attività della vita nascosta e pubblica di Gesù, segneranno la povertà dei primi cristiani.

Signora Povertà, “Signora del cuore”, la chiamava San Francesco, e con queste parole, prese in tutta la loro dignità e categoria, affronta una questione tanto delicata, perché, come spiegherà Giorgio Agamben, dopo la morte di San Francesco molti dotti teologi e canonisti si imbrigliarono in accese discussioni sulla regola e sulla legge, sull'uso e sulla proprietà dei beni materiali (119).

Quelle grandi diatribe, viste ora con la prospettiva del tempo, possono sembrarci discussioni bizantine o dibattiti scolastici senza il massimo interesse. Ma la lettura di quei quoadlibetales appassionati ci parla della santità radicale della vita cristiana (162). 

Certamente, si tratta di una questione di cuore: “Ubi thesaurus cor” (Mt 6,21) “Dov'è il tuo tesoro, là sarà il tuo cuore”. In questo senso, la soluzione è stata data da San Francesco stesso quando ha affermato che amare e imitare Gesù Cristo è la regola fondamentale del cristiano, la regola di vita di chiunque voglia amare e imitare Gesù Cristo è identificarsi pienamente con Lui (152).

La gioia e la pace come essenza del carisma francescano

Subito dobbiamo ricordare che, come diceva spesso il venerabile cardinale Carlos Amigo Vallejo, arcivescovo di Siviglia, francescano fin dai tempi dell'Università di Valladolid, l'essenza dei francescani non era la povertà ma la gioia. In effetti, la cosa più importante che impareremo da questo anno giubilare di San Francesco è la sua profonda gioia, il suo buon umore e il suo ottimismo, frutti di un immenso amore per Dio e per le anime.

Ricorderò sempre l'aneddoto che fra Carlos Amigo Vallejo mi raccontò in una delle nostre lunghe conversazioni. Mi riferì che in una delle prime riunioni dei francescani fuori Peruggia, sul prato, c'erano circa trecento persone venute da tutti i luoghi in cui si erano stabiliti. Erano in silenzio e in preghiera quando San Francesco si alzò ed esclamò: “Abbiamo fatto grandi promesse a Dio”. Dopo un po“ si alzò di nuovo: ”Ancora più grandi sono le promesse che Dio ci ha fatto“. Infine parlò di nuovo per la terza e ultima volta, prima di benedirli e salutarli tutti: ”Siamo fedeli alle nostre promesse, ed Egli sarà fedele alle sue!.

Si dice sempre che la gioia è il risultato, la conseguenza dell'avere la pace nel cuore, il frutto del vivere la preghiera, il Padre nostro, che Gesù ci ha insegnato: “Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra”. Se proviamo a pensare a ciò che Gesù e gli altri potrebbero avere bisogno di noi e siamo pronti a darglielo, scopriremo che la prima cosa di cui gli altri hanno bisogno è un sorriso (173).

Proprio così, la prima cosa che fece il Santo Padre Leone XIV quando fu eletto dal balcone di Piazza San Pietro fu quella di ricordarci: ”La pace sia con voi” e di chiederci di essere costruttori di unità e di pace.

È significativo che questo sia l'obiettivo di questo nuovo Anno Giubilare che segue il Giubileo della Speranza. Ricordiamo le parole di Leone XIV quando proclamò l'anno di San Francesco: “affinché ogni fedele cristiano, sull'esempio del Santo di Assisi, diventi modello di santità di vita e costante testimone di pace”.

La gioia è la conseguenza del sapere che siamo figli amati di Dio, come ha sottolineato tante volte san Josemaría da quando ha scoperto la fiducia in Dio Padre in uno dei momenti della sua più grande vita mistica, in un tram vicino a via Atocha a Madrid.

Povertà molto elevata. Regole e stile di vita monastici.

AutoreGiorgio Agamben
EditorialeAdriana Hidalgo editore
Pagine: 219
Anno: Buenos Aires, 2018
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America Latina

Il Cile è sulla buona strada per vietare la maternità surrogata

La Commissione Famiglia della Camera dei Deputati ha approvato all'unanimità una proposta di legge che proibisce e punisce la maternità surrogata in Cile, considerando la pratica contraria alla dignità della donna e del bambino e una forma di mercificazione della gestazione.

Pablo Aguilera-30 gennaio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

La Commissione per la Famiglia della Camera dei Deputati ha approvato in generale, all'unanimità (nove voti a favore da tutto lo spettro politico), la proposta di legge che proibisce e punisce la maternità surrogata in Cile.

La proposta indica come motivo per vietare la maternità surrogata in Cile il fatto che sia contraria alla dignità delle donne e dei bambini, oltre a essere vista come una forma di mercificazione della gestazione.

In questo senso, la proposta propone di stabilire la piena nullità dei contratti di maternità surrogata e di prevedere che la filiazione materna sia determinata dal parto.

Misure legali

Il disegno di legge criminalizza anche l'intermediazione, la promozione, l'organizzazione e la commercializzazione della maternità surrogata, compreso il coinvolgimento di operatori sanitari e la condotta che sfrutta la vulnerabilità delle donne. Questi reati potrebbero essere puniti con pene detentive e pecuniarie.

Inoltre, l'iniziativa propone anche di incorporare misure preventive nei settori della salute e dell'adozione. Ad esempio, vietando il trasferimento di ovuli a scopo riproduttivo o l'adozione da parte di individui o coppie che sono stati coinvolti in accordi di maternità surrogata.

La Camera dei Deputati dovrà votare la legge nei mesi successivi e, se approvata, passerà al Senato per l'esame e la votazione.

Contesto internazionale

Il «Gruppo di esperti di Casablanca per l'abolizione universale della maternità surrogata” accoglie con favore il voto unanime e trasversale con cui la Commissione per la Famiglia della Camera dei Deputati cilena ha approvato, in generale, questa proposta di legge. Sottolineano che questo voto ha riunito deputati di sinistra, centro e destra, e segna un passo decisivo nel processo legislativo e riconosce chiaramente la necessità di vietare questa pratica.

Vale la pena ricordare le parole di Papa Leone XIV al Corpo Diplomatico il 9 gennaio 2026: “la pratica della maternità surrogata esiste. Trasformando la gestazione in un servizio negoziabile, essa viola la dignità sia del bambino, che viene ridotto a un “prodotto”, sia della madre, sfruttando il suo corpo e il processo generativo e alterando l'originaria vocazione relazionale della famiglia”.

In America Latina, la maternità surrogata non è legalmente regolamentata nella maggior parte dei Paesi. Solo due Stati messicani, Tabasco e Sinaloa, la regolamentano nei loro codici civili. Altri due Paesi, Brasile e Uruguay, la consentono in modo molto limitato. Due Stati messicani, San Luis Potosí e Querétaro, sono invece gli unici territori dell'America Latina in cui è esplicitamente vietato. 

Vaticano

Il Papa sottolinea l'urgenza di trasmettere la fede con Cristo al centro

Il Papa riceve gli operatori del Dicastero per la Dottrina della Fede e sottolinea il loro servizio alla Chiesa.

Redazione Omnes-29 gennaio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Il Papa ha ricevuto in udienza gli operatori del Dicastero per la Dottrina della Fede, ai quali ha rivolto parole di apprezzamento per il lavoro che svolgono al servizio della Chiesa universale. Durante l'incontro, il Pontefice ha sottolineato “il prezioso servizio che essi svolgono al fine di - come dice la Costituzione Praedicate Evangelium- assistere il Romano Pontefice e i vescovi nell'annuncio del Vangelo in tutto il mondo, promuovendo e salvaguardando l'integrità della dottrina cattolica sulla fede e sulla morale, sulla base del deposito della fede e cercando una comprensione sempre più profonda delle nuove questioni‘ (n. 69)’.

Ultimi documenti del dicastero

Nel suo discorso, il Papa ha passato in rassegna i principali documenti pubblicati dal dicastero nel 2024 e 2025. Tuttavia, non ha menzionato il documento Fiducia Supplicans, pubblicato il 18 dicembre 2023, che ha suscitato un ampio dibattito nella Chiesa.

Tra i testi citati, la Nota Gestis verbisque, sulla validità dei sacramenti (2 febbraio 2024); la Dichiarazione sulla validità dei sacramenti (2 febbraio 2024); la Dichiarazione Dignitas infinita, sulla Dignità Umana (2 aprile 2024); la Linee guida per il discernimento di sospetti fenomeni soprannaturali (17 maggio 2024); la Nota La Regina della Pace (19 settembre 2024); la Nota Antiqua et nova (28 gennaio 2025), dedicato al rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza umana; la Nota dottrinale Mater Populi fidelis, sui titoli mariani (4 novembre 2025); e, infine, la Nota dottrinale Uno costoso. Elogio della monogamia, sul valore del Matrimonio come unione esclusiva tra un uomo e una donna (25 novembre 2025).

La trasmissione della fede

Nell'attuale contesto di cambiamento dei tempi, il Santo Padre ha accolto con favore il fatto che la riunione plenaria dei membri del Dicastero abbia riflettuto sul tema della trasmissione della fede, che ha descritto come una “questione di grande urgenza nel nostro tempo”.

Secondo Leone XIV, non si può “ignorare che c'è stata una rottura generazionale nella trasmissione della fede cristiana, soprattutto tra le nuove generazioni che non percepiscono più il Vangelo come risorsa fondamentale per la loro esistenza”.

Seguendo il magistero di Papa Francesco, il Pontefice ha ricordato che “vogliamo essere una Chiesa che non guarda solo a se stessa, che è missionaria, che guarda oltre, agli altri; una Chiesa che annuncia il Vangelo attraverso la forza di attrazione. Non è la Chiesa che attrae, ma Cristo”.

Il protagonismo esclusivo di Cristo

Papa Leone XIV ricordava che la Chiesa non deve proclamare se stessa, ma Cristo, fonte di ogni vera attrazione missionaria.

Nel suo discorso ha messo in guardia dal protagonismo personale e ha sottolineato che ogni battezzato deve mantenere l'identità di «semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore», lasciando alla carità di Cristo il compito di agire attraverso la mediazione ecclesiale.

La gestione dei casi di abuso

Prima di concludere l'incontro, il Papa ha fatto riferimento a un'altra delle principali responsabilità del Dicastero per la Dottrina della Fede: la gestione dei casi di abuso provenienti da tutto il mondo. In questo contesto, ha sottolineato il suo ruolo di sostegno ai vescovi e ai superiori generali, evidenziando che “si tratta di un ambito molto delicato in cui è essenziale che le esigenze di giustizia, verità e carità siano sempre rispettate”.

Vaticano

Il cardinale Woelki lascia il percorso sinodale tedesco

Il cardinale Rainer Maria Woelki, arcivescovo di Colonia, ha annunciato di aver deciso di porre fine alla sua partecipazione al Cammino sinodale tedesco e non parteciperà alla sesta assemblea del processo, che inizierà il 29 gennaio.

OSV / Omnes-29 gennaio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Il cardinale Rainer Maria Woelki di Colonia ha detto addio al Cammino sinodale tedesco e che non parteciperà alla prossima sesta assemblea, che inizierà il 29 gennaio.

«Per me il cammino sinodale è finito», ha dichiarato in un'intervista alla radio della Chiesa tedesca Domradio. Originariamente erano state concordate cinque sessioni, «e io vi ho preso parte», ha detto.

Il cardinale Woelki ha sostenuto che il chiarimento teologico del progetto, lanciato nel 2019, è urgentemente necessario, aggiungendo: «Sono veramente convinto che tutti coloro che sono coinvolti, compresi quelli del Cammino sinodale, vogliono in ultima analisi ciò che è meglio per la Chiesa».

Tuttavia, ha osservato che le opinioni divergono sul modo in cui raggiungere questo obiettivo.

Origine del cammino sinodale tedesco

Il Cammino sinodale tedesco è stato lanciato come processo di riforma in risposta a un rapporto del 2018 noto come studio di Mannheim, Heidelberg e Gießen, o MHG, che ha documentato diffusi abusi sessuali da parte del clero in Germania tra il 1946 e il 2014. I risultati hanno suscitato l'indignazione dell'opinione pubblica e hanno fatto pressione sui vescovi tedeschi affinché affrontassero le carenze sistemiche all'interno della Chiesa. Originariamente previsto come iniziativa biennale, il Cammino sinodale è stato prolungato a causa della pandemia COVID-19 e si è infine concluso nel 2023.

Il suo obiettivo dichiarato era quello di esaminare questioni come l'esercizio del potere nella Chiesa, la moralità sessuale, la vita sacerdotale e il ruolo delle donne, nel contesto della crisi degli abusi.

Tuttavia, il processo è diventato rapidamente oggetto di controversie, non da ultimo per le richieste di rivedere gli insegnamenti tradizionali della Chiesa sull'omosessualità, l'ordinazione delle donne e il celibato sacerdotale.

I vescovi di tutto il mondo hanno avvertito che il cammino sinodale rischiava di separare i cattolici tedeschi dalla Chiesa universale, sostenendo che si basava troppo su ideologie sociologiche e politiche piuttosto che sulla Scrittura e sulla tradizione.

Nel 2022, il Vaticano ha dichiarato formalmente che il Cammino sinodale non aveva l'autorità di cambiare la dottrina o la governance, una mossa che i leader della Chiesa tedesca hanno criticato pubblicamente. Lo stesso Papa Francesco ha espresso profonda preoccupazione e ha avvertito che il processo era guidato dalle élite e dall'ideologia, piuttosto che dallo Spirito Santo, commenti che hanno ulteriormente aggravato le tensioni tra Roma e i vescovi tedeschi.

L'opinione di Woelki

Il cardinale Woelki ha detto a Domradio di avere l'impressione che «da un certo punto in poi, il cammino sinodale in Germania sia diventato principalmente l'attuazione di certe posizioni politico-ecclesiastiche» e che non tutto possa essere discusso senza idee preconcette. «Per fare un esempio volutamente esagerato: non possiamo votare se Gesù è risorto dai morti», ha detto il prelato di Colonia.

Il defunto Papa Francesco, così come il suo successore Papa Leone XIV, «ha ripetutamente sottolineato che la sinodalità è un processo spirituale, uno strumento di evangelizzazione». Secondo questa interpretazione, la sinodalità senza evangelizzazione è «semplicemente inconcepibile», ha detto il cardinale Woelki a Domradio.

Pertanto, l'Assemblea sinodale «non ha il compito di valutare ciò che un vescovo locale o una particolare diocesi ha attuato a partire dalle decisioni del Cammino sinodale».

Per il cardinale, sinodalità significa «ascoltare attentamente gli uni gli altri; ognuno può contribuire con la sua prospettiva. E soprattutto: ascoltare insieme ciò che lo Spirito Santo ci dice, deliberare e discernere insieme».

Valori comuni

Tuttavia, la decisione finale spetta a «colui che è stato investito dell'ufficio», ha sottolineato l'arcivescovo di Colonia. Nella Chiesa cattolica, il vescovo ha «il potere di decisione finale nella sua diocesi, un potere conferitogli da Cristo stesso».

«Ho promesso di proteggere la fede della Chiesa e di percorrere il cammino della mia diocesi in unità con il Papa. Intendo continuare a mantenere questa promessa», ha detto il cardinale, aggiungendo che allo stesso tempo trova «difficile accettare l'idea di far parte di un organismo in cui 27 vescovi diocesani, 27 membri del Comitato centrale dei cattolici tedeschi (ZdK) e altri 27 membri ancora da eleggere deliberano e decidono insieme». E questo, in definitiva, è il senso del Cammino sinodale, «anche se si cerca di esprimerlo in modo diverso», ha detto.

Il cardinale Woelki ha descritto l'attuale polarizzazione all'interno della Conferenza episcopale tedesca come un peso, affermando: «Le tensioni mi preoccupano perché non voglio suggerire che qualcuno non voglia il meglio». Ha inoltre sottolineato l'importanza di mantenere il dialogo.

Parlando della situazione politica mondiale, il cardinale ha detto: «Dove il potere è sinonimo di ragione, la società e la morale vengono brutalizzate. La dignità umana è violata e i diritti personali sono ignorati. Questo porta a una società disumanizzata».

Il cardinale Woelki ha concluso l'intervista sottolineando la necessità di ristabilire un insieme di valori comuni: «Dialogo invece di violenza, affidabilità, protezione dei vulnerabili, solidarietà e giustizia».

L'autoreOSV / Omnes

Tutti credono in Dio quando l'aereo traballa

Pochi minuti di turbolenza su un aereo sono bastati a ricordare a molti di noi che non abbiamo il controllo di tutto e che c'è sempre qualcosa di più grande di noi.

29 gennaio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Domenica scorsa ho vissuto una terribile turbolenza su un aereo di ritorno a Madrid. Molti passeggeri urlavano e molti altri, come me, pregavano in silenzio. Quando siamo atterrati sani e salvi, ci sono state risate nervose e commenti di sollievo. Una passeggera ha detto alla sua compagna: “Ho anche pregato un Padre Nostro e non lo facevo da secoli”.”. Fu allora che mi ricordai della famosa canzone di Leiva in cui recita la frase: “Tutti credono in Dio quando l'aereo si muove”.”. Mai prima d'ora un verso mi ha fatto sentire così identificato.

La scena è rivelatrice. In pochi minuti, persone che forse non avevano detto una preghiera per anni, non avevano pensato a Dio o addirittura lo avevano apertamente negato, si sono rivolte a Lui con una naturalezza quasi istintiva. Come se, nel profondo, ci fosse una certezza nascosta che viene a galla solo quando scompare l'illusione del controllo. Finché tutto va bene, finché pensiamo di avere la vita sotto controllo, Dio sembra dispensabile. Ma quando la terra - o l'aria - si muove, qualcosa nell'essere umano cerca rifugio nell'eterno.

Si può passare l'intera giornata a godere di ciò che Dio ci dà - la vita, la salute, l'amore, la bellezza, persino la routine - e vivere completamente ignari di Colui che ha creato e sostiene tutto questo. Consumiamo i doni come se fossero diritti acquisiti, senza fermarci a pensare alla loro origine. Eppure è proprio quando arrivano le turbolenze che decidiamo di rivolgerci a qualcosa di più grande di noi. Non al denaro, non al successo, non all'autosufficienza, ma a Dio.

Anche Israele si ricordò di Dio

Questo comportamento non è nuovo. Si era già visto tra il popolo d'Israele. Quando arrivarono nella Terra Promessa, dopo essere stati liberati dalla schiavitù, si sentirono a loro agio, dimenticarono Dio e iniziarono ad adorare divinità che non erano Dio. Ma quando arrivarono la carestia, la guerra o l'esilio, gridarono al vero Dio. Nel bisogno riconobbero ciò che nell'abbondanza avevano ignorato. La storia si ripete, secolo dopo secolo, persona dopo persona.

È curioso - e allo stesso tempo molto umano - come nei momenti peggiori ci rivolgiamo all'unico che, in fondo, sappiamo che può aiutarci. Forse perché la vicinanza della morte ci rende onesti. Ci ricorda che non siamo invincibili, che non controlliamo tutto e che la nostra vita è appesa a un filo molto più fragile di quanto ci piaccia ammettere. In quei momenti, le maschere cadono e appare la domanda essenziale: cosa c'è oltre me?

Imparare a morire, imparare a vivere

La morte, o la minaccia di morte, ha questo potere. Ci costringe a guardare al Cielo, anche chi trascorre la propria vita ignorandolo. Come disse Sant'Agostino, “Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”.”. Forse è per questo che, quando l'aereo ci scuote, il cuore ricorda ciò che la mente aveva voluto dimenticare.

Forse la turbolenza non è lì solo per spaventarci, ma per ricordarci che non siamo soli, che c'è Qualcuno più grande di noi, anche quando ce ne ricordiamo solo in mezzo alla paura.

Forse è per questo che la frase di Montaigne ha così tanto senso: “Imparare a morire è imparare a vivere”. La turbolenza ci mette di fronte all'essenziale. In quel momento, le false certezze scompaiono e rimane solo la nuda verità: non controlliamo tutto. Imparare a morire non significa desiderare la fine, ma accettare la nostra fragilità e, da lì, vivere con maggiore consapevolezza. 

Chi ha guardato in faccia la possibilità della morte impara a essere più grato, a vivere con meno orgoglio e a non dimenticare Dio così facilmente quando tutto va di nuovo bene. Perché se ci ricordiamo di Lui solo quando l'aereo si muove, forse non abbiamo ancora imparato a vivere.

Spagna

Chiavi cristiane nel movimento cooperativo di Mondragon

Fondato a Mondragón nel 1951, il movimento cooperativo promosso da José María Arizmendiarrieta è diventato un punto di riferimento a livello mondiale, dimostrando che una società basata sulla proprietà condivisa, sulla solidarietà e sul primato dell'individuo può essere competitiva, crescere e trasformare la società.

Agustín González Enciso-29 gennaio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Il movimento cooperativo nato a Mondragón nel 1951 ha dato vita a tre gruppi aziendali (Mondragón Corporation, Ulma Group e Orona Group) che riuniscono circa 300 aziende e impiegano circa 80.000 persone in 40 Paesi. Una storia di successo che è entrata nei libri di storia. gestione. In origine e nella sostanza, si tratta di una cooperativa basata sulla proprietà e sulla gestione comune: i lavoratori sono soci di capitale e ciascuno ha un voto in assemblea. (Anche se l'espansione ha successivamente richiesto alcune modifiche).

Come si è arrivati a questo punto? Una spiegazione è l'ammirazione e lo stupore di coloro che hanno seguito Arizmendiarrieta per primi, le cui testimonianze sono registrate in video e scritti. Tutti erano entusiasti delle sue idee, della sua spinta e del suo esempio. I protagonisti delle prime cooperative di Mondragón fecero proprie queste idee e si lanciarono nell'avventura. Secondo le loro testimonianze, essere proprietari e lavoratori allo stesso tempo, unire capitale e lavoro nella stessa persona, condividere questa situazione in modo solidale, era tremendamente attraente per quei giovani che vedevano la possibilità di realizzare preoccupazioni sociali che loro stessi avevano. 

Quelli degli inizi con José María, e quelli che sono venuti dopo di lui, dicono che l'Arizmendiarrieta, o la dottrina cooperativa, ha cambiato la loro vita. Era una grande soddisfazione essere creatori, fare qualcosa di sconosciuto, capace di dare nuova vita; era l'attrazione della solidarietà e del lavoro innovativo. Hanno visto queste idee come rivoluzionarie e hanno intravisto il loro potenziale di trasformazione dell'impresa e della società. Queste idee aprivano più possibilità rispetto al lavoro convenzionale. Percepivano un altro mondo, un campo diverso e inesistente che poteva diventare realtà. Erano entusiasti di una rivoluzione pacifica, senza ideologia politica, che avrebbe potuto fare molto bene. Don José María sapeva vedere il futuro e trasmettere illusione e speranza.

Vorrei sottolineare tre aspetti della sensazione di questo modello cooperativo: sforzo, conoscenza e influenza sociale. Era necessario fare uno sforzo, correre dei rischi. La costruzione delle cooperative ha richiesto duro lavoro e sacrifici. Ci sono state innumerevoli ore di lavoro per creare imprese non facili all'inizio, affrontando allo stesso tempo i problemi familiari e la dedizione delle donne che, all'inizio, hanno dovuto rinunciare al lavoro fuori casa per incoraggiare e aiutare i mariti a creare le cooperative. È stato necessario vivere nella speranza di successo, agire con virtù personali (operosità, generosità, sobrietà, pazienza, magnanimità). Questo è il modo di essere cooperativisti. Affinché ci siano cooperative, devono prima esserci dei cooperatori. In cambio, l'uguaglianza di tutti i membri facilitava la compagnia e il coinvolgimento comune nel successo delle loro imprese, facendo straordinari o svolgendo lavori che non erano di loro competenza; la solidarietà si estendeva anche alla vita quotidiana.

Era anche necessario conoscere, acquisire conoscenze. Le cooperative avrebbero avuto successo se fossero state competitive, se avessero fabbricato prodotti innovativi, il che richiedeva una formazione. Arizmendiarrieta aveva già dato importanza alla formazione umana e tecnica degli apprendisti, ma era necessario continuare a studiare e specializzarsi. Non solo per essere buoni tecnici, ma anche persone migliori. Avevano bisogno di saperne di più e di essere consapevoli di essere imperfetti ma perfettibili, capaci di trasformare se stessi e il loro ambiente. 

Da qui i benefici sociali del loro lavoro. Dietro l'immediato (fare la cooperativa), l'ideale cooperativo contiene elementi attraenti che derivano dai principi della Dottrina sociale della Chiesa (destinazione universale dei beni, la persona al centro, non il profitto; un lavoro che permette di sviluppare le capacità delle persone, un'economia al servizio dell'essere umano...). Di fronte al dilemma della comunità individuale, la comunità prevale. Ciò significa praticare l'austerità nell'azienda stessa, fare buon uso delle risorse finanziarie, non sperperare o fare spese superflue. Tutto ciò va a vantaggio dei lavoratori stessi e della comunità, poiché la loro attività può essere estesa ad attività di solidarietà, come le cooperative di abitazione o di consumo, oltre a diffondere una mentalità responsabile. La redditività delle cooperative raggiunge un maggior numero di persone perché il valore generato viene condiviso.

Questa visione umanista, radicata nel cristianesimo, riduce le aspettative di crescita? La risposta è il successo delle imprese e dei gruppi cooperativi esistenti. Se ben fatta, la solidarietà è redditizia come qualsiasi altra impresa ben gestita. Oggi è possibile comprendere il primato dell'individuo, il bene comune e la solidarietà, valori storici dell'Occidente, anche se è difficile trovare qualcuno che li incarni. Ma ci sono segnali di speranza perché le cooperative esistono ancora e possono contribuire a rinnovare la mentalità economica generale.

L'autoreAgustín González Enciso

Università di Navarra. Collaboratore di Arizmendiarrieta Kristau Fundazioa.

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Evangelizzazione

Le voci di Giovanna d'Arco: dallo stereotipo all'archetipo

Non sembra che Giovanna d'Arco abbia combattuto corpo a corpo o ucciso qualcuno. Ella rivendica la misericordia per i rivali inglesi sopravvissuti, dà loro i sacramenti ed esige la virtù dai soldati del suo stesso esercito.

Enrique Aubá-29 gennaio 2026-Tempo di lettura: 10 minuti

Giovanna d'Arco (1412-1431), una figura storica affascinante e complessa. La ragazza che sentiva le voci; la giovane donna che guidò l'esercito francese in nome di Dio per cambiare il corso della Guerra dei Cento Anni; la ragazza che preferiva vestirsi con abiti maschili; la donna che morì sul rogo accusata di stregoneria ed eresia; colei che, secoli dopo, sarebbe stata proclamata modello di santità dalla stessa Chiesa che l'aveva condannata. Una donna determinata, spirituale e mistica; una leader militare carismatica, emblema e portabandiera; poliedrica, controversa e in gran parte sconosciuta. Oggetto di molteplici stereotipi: la pazza, l'eroina, la strega, la femminista, la santa. Archetipo della donna libera e della libertà di coscienza.

Icona sfidante e senza tempo. Fedele a se stessa, alle sue voci, alla sua coscienza, a Dio. Coerente e coraggiosa, forte e innamorata, con un senso dell'umorismo acuto e ironico. Faceva quello che capiva che Dio le chiedeva e, allo stesso tempo, quello che si sentiva di fare. Esistenzialmente obbediente e libera.

Per comprendere la complessità di Giovanna d'Arco in tutta la sua profondità, è necessario collocarla in termini storici e liberarsi dai pregiudizi della prospettiva odierna. La prima cosa da fare è ricordare alcuni fatti essenziali. Giovanna d'Arco visse dal 1412 al 1431. Morì sul rogo all'età di diciannove anni, dopo aver guidato - a soli diciassette anni - l'esercito francese dalla parte degli Armagnac. 

Nel 1429 ebbe un ruolo decisivo nella liberazione di Orleans e nell'incoronazione a Reims del legittimo erede al trono, il futuro Carlo VII di Francia, che rappresentò una svolta strategica fondamentale nella Guerra dei Cent'anni. Ma perché Giovanna entrò in guerra, perché finì per morire sul rogo e che ne è delle voci che avrebbe ascoltato? Per rispondere a queste domande è essenziale esaminare il contesto politico, bellico ed ecclesiastico dell'epoca.

La Guerra dei Cento Anni

La Guerra dei Cento Anni, che durò dal 1337 al 1453, fu principalmente un confronto tra Inghilterra e Francia, ma fu anche segnata da una profonda guerra interna. Aveva molti antefatti: motivi territoriali, tensioni dinastiche e conflitti per i diritti di successione. In breve, l'Inghilterra si impadronì dei territori francesi, mentre in Francia infuriava una guerra civile.

Siamo particolarmente interessati ai decenni precedenti a Giovanna d'Arco. Carlo VI di Francia era incapace di intendere e di volere: soffriva di una psicosi grave e non caratterizzata, in particolare della convinzione - il delirio - che il suo corpo fosse fatto di vetro. La rivalità tra i duchi di Borgogna e Orléans sfocia in una guerra civile aperta. In questo contesto, Enrico V d'Inghilterra ottenne una schiacciante vittoria nella battaglia di Azincourt (1415). 

La situazione fu complicata dall'alleanza anglo-burgundese seguita all'assassinio del duca Giovanni di Borgogna nel 1419. Una parte della Francia, sotto l'influenza borgognona, firmò il Trattato di Troyes con Enrico V nel 1420, diseredando il delfino Carlo, figlio di Carlo VI, che aveva l'appoggio della fazione armagnacca (Orléans).

È qui che entra in gioco Giovanna d'Arco. Nel 1429 guidò la liberazione di Orléans e accompagnò il delfino Carlo alla sua incoronazione a Reims, delegittimando il Trattato di Troyes e ribaltando in modo decisivo la guerra. Giovanna fu imprigionata nel 1430 e giustiziata sul rogo nel 1431. Anni dopo, nel 1435, il Trattato di Arras sciolse l'alleanza anglo-burghese e permise la riunificazione della Francia. La guerra si risolse a favore del regno francese, che espulse gli inglesi dal continente e pose fine al conflitto nel 1453.

Giovanna d'Arco fu determinante in questa svolta della guerra, e non lo fece semplicemente «in nome di Dio», ma «per ordine di Dio».

La Chiesa, i Papi e lo Scisma d'Occidente

Per capire Giovanna dobbiamo anche comprendere la situazione della Chiesa e, in particolare, del papato. Nel XV secolo, tutta la cristianità europea era cattolica; non erano ancora avvenuti né la separazione luterana (1517) né lo scisma anglicano (Enrico VIII, 1538). La guerra tra Francia e Inghilterra fu quindi un conflitto tra regni cristiani cattolici, non una guerra di religione come quelle che si sarebbero succedute in Europa nei secoli XVI e XVII.

Anche se si trattava di combattimenti tra aderenti allo stesso credo, Dio si schierò, nessuno ne dubitava. Gli inglesi interpretarono Dio come se si fosse schierato dalla parte dell'Inghilterra con la clamorosa vittoria di Enrico V ad Azincourt, mentre Giovanna d'Arco intese Dio come se si fosse schierato dalla parte della Francia quando sentì che la chiamava in guerra per liberare Orléans, unificare la Francia e difenderla dall'Inghilterra. 

Questo fu, infatti, il motivo per cui Giovanna fu giustiziata sul rogo: la Chiesa della zona inglese riteneva che le voci di Giovanna non potessero provenire dal cielo e, di conseguenza, solo dal maligno. A guerra conclusa, la Chiesa riesaminò il processo, riconobbe l'oltraggio e la liberò dall'accusa di eresia. Secoli dopo, all'inizio del XX secolo, fu beatificata e canonizzata.

È interessante anche in relazione al papato. La Chiesa si trovava nel bel mezzo del cosiddetto Scisma d'Occidente - siamo ancora all'interno del cattolicesimo - noto anche come Scisma di Avignone. Si svolse tra il 1378 e il 1417, cioè in concomitanza con la Guerra dei Cento Anni e prima dell'entrata in azione di Giovanna d'Arco. Durante questi decenni ci furono due papi, uno a Roma e uno ad Avignone. Ci furono addirittura tre papi poco prima della nascita di Giovanna: nel 1409 era stato convocato il Concilio di Pisa per risolvere il conflitto tra Roma e Avignone, ma nessuno dei due papi si presentò. Di conseguenza, entrambi furono deposti e ne fu eletto un terzo.

Qualche dettaglio sulla complessità della situazione: c'era un papa a Roma - il primo era Urbano - e un altro ad Avignone - il primo era Clemente. Il papa di Avignone si trasferì a un certo punto a Peniscola, noto come papa Luna. Il terzo in disaccordo, a seguito del Concilio di Pisa, fu Alessandro V, che si stabilì a Bologna; il suo pontificato durò meno di un anno e gli succedette Giovanni XXIII. Da parte sua, Gregorio XII (di Roma) convocò il Concilio di Costanza nel 1414 e rassegnò le dimissioni dal papato; i terzi papi furono annullati e a Roma fu eletto Martino V, mentre Papa Luna (Benedetto XIII) continuò a Peñíscola fino alla sua morte, avvenuta nel 1423, all'età di 94 anni.

Questa crisi del papato ebbe ripercussioni dirette sulla guerra tra Inghilterra e Francia: l'Inghilterra sosteneva principalmente il papa di Roma, mentre la Francia sosteneva il papa di Avignone.

Una nota: lo scisma d'Occidente - con papi a Roma e ad Avignone - non va confuso con il precedente periodo del papato ad Avignone, quando c'era un solo papa spostato per motivi di sicurezza, e che si concluse con il ritorno a Roma, anche grazie a Santa Caterina da Siena.

Quando Giovanna d'Arco nacque, nel 1412, lo scisma era agli ultimi anni, con tre papi; e quando lei entrò in azione nel 1429, rimaneva solo il pontefice di Roma, anche se il ricordo di più di un secolo di papi e antipapi ad Avignone era ancora molto presente. Di conseguenza, in Francia si parlava poco di Roma mentre si affrontavano gli inglesi, che avevano sostenuto il papa romano durante tutta la guerra.

Voci, psicopatologia e misticismo

Torniamo a un'altra delle domande iniziali: che ne è delle voci che Giovanna d'Arco sentiva: pazza, strega o santa? Potrebbe sembrare che l'unica questione rilevante sia se Giovanna fosse psicologicamente malata o equilibrata e, dal punto di vista della fede, se quelle voci fossero il risultato di un disturbo o veramente provenienti da Dio. Tuttavia, il problema è più complesso. 

In primo luogo, perché una persona può essere mentalmente sana e comunque “sentire voci” che non sono di origine divina. In secondo luogo, perché all'interno di una visione del mondo credente le voci non si riducono a una semplice scelta tra Dio o patologia: la tradizione cristiana ha sempre contemplato la possibilità di esperienze interiori che non provengono da Dio, ma hanno un'origine malvagia. Erano proprio queste le categorie interpretative dominanti nel XV secolo, e sono le coordinate da cui partire per comprendere Giovanna d'Arco.

Voci. La percezione è un fenomeno complesso, intimamente legato all'immaginazione e al pensiero. Non percepiamo la realtà direttamente: l'udito, come la vista, è un processo mediato da vie nervose e da meccanismi di filtraggio e selezione influenzati dallo stato emotivo, dai desideri, dalla memoria e dall'esperienza. Oltre a percepire, immaginiamo. L'immaginazione genera anche immagini e voci, sia in sogno che in veglia, ed è condizionata anche dalla nostra storia interiore.

D'altra parte, esistono diversi tipi di pensiero, o il pensiero può assumere forme diverse. Alcuni pensano in modo astratto, altri attraverso le immagini; alcuni pensano “parlando”, e in alcuni il pensiero può assumere la forma di voci. Anche i desideri e le paure possono assumere la forma di immagini e parole interiori. Tutto questo fa parte del normale funzionamento della mente umana.

La coscienza - l'interiorità, il “cuore”, l'esperienza riflessiva dei propri desideri, impulsi e intuizioni - è uno spazio sorprendente. Ci sentiamo padroni dei nostri pensieri e desideri, eppure essi ci superano. 

Tendiamo a intendere l'agency - la paternità delle nostre azioni - come qualcosa di strettamente interno, ma forse può anche avere un'origine esterna. E se Dio volesse rendersi presente... non sarebbe logico che lo facesse attraverso i nostri processi psicologici e cognitivi? Non è forse ragionevole pensare che lo faccia attraverso un pensiero, un impulso di coscienza o una voce interiore? E la stessa esperienza potrebbe essere vissuta come una voce proveniente dall'esterno o come qualcosa di così intimo da confondersi con la propria volontà.

L'esperienza di sentire le voci deve essere letta in termini individuali, storici e culturali. In alcuni contesti - e il Medioevo è uno di questi - queste esperienze erano più normalizzate e inserite in quadri di credenze condivise. Inoltre, nel XV secolo, la questione principale era quella di discernere se le voci provenissero dal cielo o dall'inferno; c'era quindi solo da scegliere se intendere Giovanna come una mistica o come una donna demoniaca.

Tutto ciò mette in discussione i nostri abituali riferimenti alla normalità e alla follia. Da un lato, non possiamo giudicare le esperienze medievali con categorie moderne; dall'altro, non possiamo rinunciare a verificare criticamente se le categorie oggi in vigore ci aiutino davvero a comprendere la realtà in profondità o se, al contrario, la impoveriscano e la semplifichino. La suggestionabilità - che oggi sappiamo essere maggiore in certe popolazioni e in certe epoche - aveva all'epoca una forza particolare. Ma la suggestionabilità non invalida l'esperienza né la spiega da sola.

Il confine tra psicologia e spiritualità, lungi dall'essere netto, è complesso e richiede un attento discernimento. Non si tratta di distinguere tra bianco e nero, ma di riconoscere i grigi e i piani che si sovrappongono. Per comprendere le voci di Giovanna d'Arco occorre quindi evitare il riduzionismo e assumere che l'interazione tra esperienza psichica, coscienza personale ed esperienza religiosa sia necessariamente articolata.

Giovanna e la guerra

La genuina semplicità di Giovanna d'Arco contrasta con l'orrore della guerra in cui si impegna e che conduce. Spinge l'esercito al combattimento e a morti terribili, ma non sembra combattere corpo a corpo o uccidere nessuno. Rivendica la misericordia per gli inglesi sopravvissuti, dà loro i sacramenti e chiede la virtù per il suo stesso esercito. Senza questa apparente contraddizione, Giovanna d'Arco non può essere compresa.

Giovanna va in guerra mano nella mano con le sue voci, gli angeli e i santi. Impugna un'arma per il suo valore simbolico, una spada con l'iscrizione “Ieshus Maria”. Ma quasi sempre portava uno stendardo bianco e oro, con un'immagine di Cristo con due angeli, e un campo di gigli o fleur-de-lis, simbolo emblematico della Francia. Anche se non usava la forza, non mancava di coraggio: ispirava speranza e suscitava ardore. 

Non si può dire che fosse una grande stratega: attaccava, attaccava, avanzava molto in un breve periodo di tempo, e commetteva errori militari o si lasciava consigliare male. Ma, in poco tempo, ha fatto ciò che non era stato fatto e che sicuramente non sarebbe stato fatto. Fiducia e fede, determinazione e coraggio.

È un po' ironico che, secoli dopo, il britannico Winston Churchill - militare e statista, audace e temerario - abbia lodato Giovanna d'Arco e abbia confessato la sua ammirazione per lei, probabilmente per il suo coraggio. 

In certi momenti delle guerre - o per certi tipi di guerra - alcuni profili di personalità sono decisivi, con slancio e leadership, come Churchill o Patton. O Giovanna d'Arco, con il suo impulso a lanciarsi ancora e ancora, anche se sapeva - perché le voci glielo dicevano - che sarebbe stata ferita.

Giovanna d'Arco è vissuta e morta in un contesto di guerra. In altri tempi, la guerra era la norma; oggi, purtroppo, non si può dire che sia un'eccezione. In ogni caso, la vita contiene sempre una dimensione di combattimento: l'energia è necessaria per mantenere o ripristinare l'ordine ed evitare il caos. 

Questo accade sia nei sistemi biologici che nel dinamismo psicologico e nelle relazioni sociali. La ricerca del bene implica la lotta contro le tenebre. Anche per questo la Giovanna guerriera sarà sempre una figura immortale, così come la Giovanna guerriera è una figura immortale. Iliade, archetipo della guerra.

Il coraggio di Giovanna in guerra è senza dubbio legato alla sua fedeltà alle voci e alla sua coscienza, che la sosterrà anche di fronte alla prova e alla morte.

Vetrata di Giovanna d'Arco nella chiesa dell'Immacolata Concezione a Westhampton Beach, N.Y. (foto OSV News/Gregory A. Shemitz).

Processo, martirio ed eredità spirituale

Giovanna d'Arco può essere considerata senza dubbio una martire. Muore per la sua coscienza e per la verità, fedele a se stessa fino alla fine, fedele a Dio. Subisce un processo ingiusto, un interrogatorio assurdo e manipolato, come accadde a Gesù Cristo e, un secolo dopo, a Tommaso Moro, sempre in Inghilterra. Benedetto XVI sottolinea il parallelo tra Giovanna e Gesù Cristo: «Dopo gli anni di vita nascosta e di maturazione interiore, seguono i due anni brevi ma intensi della sua vita pubblica: un anno di azione e un anno di passione».

Jeanne è una donna di profonda preghiera, che dialoga con Dio con fiducia e sicurezza. Dio le parlava e lei comunicava con Lui: intimamente, ma anche attraverso voci - di santi e dell'arcangelo Michele, come lei stessa spiegava - percependole come aiuto e presenza di Dio. Si nutriva della grazia divina attraverso i sacramenti, soprattutto la confessione e l'Eucaristia. E li desiderava ardentemente.

Al processo, hanno cercato di manipolarla, di approfittare della sua devozione e della sua pietà sacramentale. Si è vestita da uomo perché lo voleva, per senso pratico - militare - e per proteggersi da possibili aggressioni sessuali, anche se ha spiegato che le voci glielo avevano suggerito. In breve, lo faceva perché ne aveva voglia. Naturalmente, era disposta a vestirsi da donna se le fosse stato permesso di ascoltare la messa e ricevere la comunione: prima di tutto. Ma tutto faceva parte dell'inganno.

Attraverso giorni di pressioni e inganni, in uno stato di esaurimento e confusione, cercano di far firmare a Giovanna una ritrattazione dell'eresia di cui è accusata, e ci riescono - in questo modo. Mark Twain racconta nel suo schizzo: «Il crimine era compiuto. Aveva firmato... cosa? Lei non lo sapeva, ma gli altri sì. Aveva firmato una confessione di stregoneria, di avere a che fare con i diavoli, di spergiuro, di bestemmia contro Dio e gli angeli; di essere crudele e sanguinaria, di promuovere la sedizione, di essere malvagia, serva di Satana, e di accettare di vestirsi da donna...».

Non appena riacquista la lucidità, ritratta la sua ritrattazione, pur sapendo cosa significa: la morte sul rogo. E, paradosso della storia - segno di misericordia e di incoerenza - gli viene concesso di ricevere i sacramenti prima di morire: confessione e comunione. Muore dicendo davanti a un crocifisso: «Gesù, Gesù, Gesù».

La voce di Juana oggi

Giovanna d'Arco è stata una trasgressore del suo tempo, ha rotto gli schemi e oggi rompe anche con “l'atteso”, sfidando i nostri modelli esplicativi. Giovanna d'Arco ha sentito delle voci, Giovanna d'Arco è una voce, Giovanna d'Arco è molte voci. La sua voce risuona nella diversità e nella libertà, nella fedeltà alla sua coscienza, nella fede profonda e nell'amore. La sua voce è coraggio e leadership; la sua voce è profondità spirituale e relazione con Dio; la sua voce è martirio e coerenza fino alla fine; la sua voce è senza tempo: è ancora attuale.

L'autoreEnrique Aubá

Psichiatra. Clinica dell'Università di Navarra

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Conoscete la dimensione psicologica del sacramento della Riconciliazione?

La dimensione psicologica della confessione evidenzia che il sacramento tocca non solo la salute spirituale, ma anche quella emotiva del penitente. Inoltre, la ricerca in psicologia mostra come le relazioni di fiducia, come quella con il confessore, siano una delle fonti più potenti di trasformazione interiore.  

Francisco Otamendi-29 gennaio 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Il sacramento della confessione non ha solo una profonda dimensione spirituale, ma è anche intrecciato con aspetti psicologici che influenzano il modo in cui si vive e si sperimenta il perdono di Dio e il perdono di se stessi o degli altri. 

La comprensione di queste dinamiche può ampliare la prospettiva del confessore e dell'altra persona, osserva il ‘...".‘Guida pratica per i confessori’un progetto internazionale della Fondazione John Templeton. Uno dei team di ricerca integra diversi psicologi, filosofi e teologi delle università di Navarra, Pontificia Comillas, San Dámaso e CEU-Abat Oliba. Alcune delle loro conclusioni in ambito psicologico sono riassunte qui.

Entrambi gli aspetti si riflettono nello studio, che ha previsto interviste a venticinque sacerdoti di diversi Paesi con una vasta esperienza pastorale, sono l'impatto della confessione e dell'accompagnamento spirituale sulla salute psicologica e il legame umano come fonte di trasformazione.

Un ponte anche per il perdono

Il perdono ricevuto in confessione può diventare un ponte verso il perdono di sé, dicono gli esperti della guida. Sentirsi benvenuti e perdonato da Cristo nella persona del sacerdote aiuta a interiorizzare la misericordia divina, generando un'apertura che facilita il perdono personale e, a sua volta, il perdono verso gli altri.

Reciprocamente, imparare a perdonare se stessi può rendere più facile per una persona avvicinarsi al sacramento con maggiore apertura e fiducia.

Salute psicologica

D'altra parte, “un accompagnamento spirituale prolungato può avere un effetto profondo sulla salute psicologica della persona accompagnata, anche al di là della singola esperienza di confessione”, si legge nella guida.

La relazione sostenuta e la continuità dell'accompagnamento generano “un senso stabile di essere profondamente accettati e amati, che può favorire la sicurezza emotiva e l'apertura personale”.

L'ascolto attento e l'apertura totale del consulente permettono alla persona di esplorare i propri attaccamenti, le ferite e i modelli comportamentali, aggiunge lo studio, “promuovendo la conoscenza di sé, la riconciliazione interiore e uno sviluppo più equilibrato della vita emotiva e spirituale”.

Evitare i rischi: paternalismo, eccessiva dipendenza emotiva

Tuttavia, è essenziale curare la relazione per evitare rischi come il paternalismo, in cui l'accompagnatore impone i propri criteri o si sente frustrato quando la persona prende decisioni diverse da quelle suggerite.

“Nell'accompagnamento spirituale c'è un rapporto più forte di fiducia, di leadership. Quindi, a volte può esserci un paternalismo da parte di chi accompagna, che non è capace di lasciar scegliere l'altro, e si arrabbia e si frustra quando l'altro sbaglia. In altre parole, tutto l'aspetto della relazione che si instaura è molto delicato, di fiducia, di accompagnamento, di lasciarti libero e di non essere paternalista”.

È quanto affermano gli esperti nella guida. In questa linea, i confessori sottolineano l'importanza di “evitare ogni eccessiva dipendenza affettiva, sia da parte del penitente o dell'accompagnato, sia da parte del sacerdote, facendo sempre in modo che sia rispettata la libertà del primo e che l'accompagnamento favorisca la sua autonomia e maturità”.

Relazioni di fiducia e di trasformazione

Nel rapporto gli psicologi sottolineano il potere del “legame umano come fonte di trasformazione”. Gli esseri umani guariscono nella relazione, dicono. “Le nostre ferite più profonde - l'abbandono, il rifiuto, l'umiliazione, il disonore - non guariscono nella solitudine, ma nell'incontro con un altro che ci accoglie”. 

“Nella confessione è Dio stesso che guarisce con la sua grazia, perché è amore e misericordia. Ma in questo spazio è presente anche il sacerdote, il cui atteggiamento può accompagnare o abbandonare, accogliere o respingere, aprire strade o chiuderle, avvicinare o allontanare, dare fiducia o generare paura”, riconoscono.

Nel contesto del sacramento 

La “presenza e il modo di ascoltare del sacerdote”, continuano, “influenzano il modo in cui il penitente vive il perdono. L'azione sacramentale non dipende da questi fattori umani; tuttavia, essi possono favorire o ostacolare l'esperienza soggettiva del perdono”.

Secondo lo studio, “la ricerca in psicologia mostra come le relazioni di fiducia siano una delle fonti più potenti di trasformazione interiore. Nel contesto della confessione, il rapporto con il sacerdote può avere un effetto simile”.

Relazioni forti, un cuscinetto psicologico

Il rapporto cita qui lo studio dell'Università di Harvard sullo sviluppo degli adulti, la più lunga ricerca esistente sulla felicità e la salute, che ha concluso che la qualità delle nostre relazioni è più predittiva del nostro benessere rispetto al successo o ai beni materiali. 

Le relazioni forti fungono da “ammortizzatore” psicologico: riducono lo stress, rafforzano la salute emotiva e promuovono la resilienza, gli esperti di stress.

Analogamente, “nella psicoterapia, è stato dimostrato che l'alleanza terapeutica (il rapporto di fiducia e continuità tra paziente e terapeuta; Baier et al., 2020q) spiega gran parte dei miglioramenti, anche più delle tecniche specifiche utilizzate. Quando le persone si sentono ascoltate, convalidate e accompagnate, è più probabile che si aprano al cambiamento e all'integrazione delle esperienze dolorose.

Continuità, uno spazio umano 

Quando il penitente si sente accolto con pazienza e rispetto, è più probabile che provi sollievo, fiducia e apertura alla crescita. “La continuità con lo stesso confessore fornisce un quadro stabile di sicurezza”, spiegano gli esperti.

Oltre al dono del perdono di Dio, la persona trova la presenza di un fratello sacerdote che non la respinge, che la ascolta con calma, senza giudicare, e che, pur conoscendo il male che ha commesso, non la chiama “malvagia, ladra o inutile”. Al contrario, lo chiama amico. 

In questo modo, ”la confessione diventa non solo un incontro sacramentale con la grazia di Dio, ma anche uno spazio umano dove le vecchie ferite cominciano a guarire".

Gestione della dipendenza emotiva nell'accompagnamento spirituale

Come in precedenza quando si parlava di legami umani, gli psicologi mettono in guardia da un problema nell'accompagnamento spirituale. Si tratta dell'eccessiva dipendenza emotiva della persona accompagnata dall'accompagnatore.

Questo accade, spiegano, quando la persona, invece di crescere nella libertà interiore e nel suo rapporto diretto con Dio, rimane intrappolata nel bisogno di approvazione, sicurezza o direzione costante. L'accompagnamento cessa allora di essere vissuto come un processo di discernimento e di maturazione spirituale e diventa una ricerca di calma immediata di fronte all'ansia.

Segnali di pericolo

Alcuni segnali che possono allertare l'accompagnatore sono:

- ricerca costante di approvazione (“sto facendo bene, cosa penserà Dio?”),

- difficoltà a prendere decisioni senza una preventiva consultazione, anche nelle questioni quotidiane,

- ansia se l'accompagnatore non è disponibile,

- idealizzazione del compagno come unica voce autorevole,

- paura esagerata di sbagliare senza la loro guida.

Le chiavi per ridurre la dipendenza

Infine, alcuni punti chiave. L'esperienza pastorale e la psicologia dimostrano che è più probabile che ridurre la dipendenza sse l'accompagnatore agisce entro questi parametri:

- promuove l'autonomia della persona accompagnata, incoraggiandola a prendere decisioni personali alla luce della preghiera e del discernimento,

- pone più domande e consiglia meno, stimolando la riflessione piuttosto che offrendo risposte immediate,

- stabilisce limiti salutari alla frequenza delle riunioni e alla loro disponibilità,

- evitare atteggiamenti paternalistici o di controllo, ricordando sempre che egli è un mediatore e non un sostituto dell'azione di Dio,

- rafforza l'autostima e l'identità della persona accompagnata come figlio di Dio, aiutandola a confidare nell'azione dello Spirito nella propria coscienza.

L'autoreFrancisco Otamendi

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Vangelo

Umiltà e beatitudini. Quarta domenica del Tempo Ordinario (A)

Vitus Ntube commenta le letture per la festa della IV domenica del Tempo Ordinario (A) del 1° febbraio 2026.

Vitus Ntube-29 gennaio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Il Vangelo di oggi presenta quello che può essere considerato una sorta di compendio del Vangelo, o quello che Papa Francesco ha definito la “carta d'identità” del cristiano. Nelle Beatitudini troviamo il primo grande discorso che il Signore rivolge al popolo.

Colpisce la frase di apertura del Vangelo: “E quando Gesù vide la folla, salì sul monte, si mise a sedere e i suoi discepoli si avvicinarono a lui; e quando aprì la bocca, li ammaestrò dicendo”. Gesù vede le persone - probabilmente molte - e sale sul monte, sia per vederle meglio sia per prendere una posizione deliberata e autorevole. Come scrive Papa Benedetto XVI, Egli “siede sulla ‘sedia’ del monte”. Il popolo si raduna intorno a lui, apre la bocca e comincia a insegnare. Questi gesti ricordano profondamente Mosè. Gesù Cristo è il nuovo Mosè che dà la legge; ma, a differenza di Mosè, non riceve la legge: parla dalla propria autorità divina. Da quel luogo, Cristo dà la nuova legge: la legge della felicità. 

Oggi la Chiesa ci invita a concentrarci in particolare sul tema dell'umiltà. Le letture convergono tutte su questa virtù. Il breve titolo in rosso in testa alle letture di oggi coglie la disposizione con cui la Chiesa ce le propone. La prima lettura, tratta dal profeta Sofonia, parla di come Dio se ne andrà, “...".“un popolo umile e povero”. San Paolo, scrivendo ai Corinzi, ci ricorda che Dio ha scelto “...".“i deboli del mondo”. E nel Vangelo, la prima beatitudine è la chiave che apre l'intero sermone: “...".“Beati i poveri in spirito”. Anche il salmo responsoriale riecheggia la prima beatitudine. Nella solennità di Tutti i Santi viene proclamato questo stesso Vangelo, ma il titolo che gli viene dato è diverso da oggi. È la frase finale: “Rallegratevi ed esultate, perché la vostra ricompensa sarà grande in cielo”.”

"Beati i poveri in spirito”non è semplicemente la prima beatitudine. È la condizione essenziale per la vera felicità. Solo quando riconosciamo la nostra totale dipendenza da Dio possiamo essere veramente felici. Gli umili vivono in fiduciosa attesa dei doni di Dio; gli orgogliosi, pieni di sé e di preoccupazioni mondane, si chiudono alla grazia. L'orgoglio alla fine porta all'infelicità, perché isola e inganna. Umiltà - povertà di spirito - significa riconoscere che non siamo autosufficienti, che la nostra sicurezza dipende solo da Dio.

Il pieno significato delle Beatitudini si scopre solo quando si considerano entrambe le parti: l'affermazione e la ragione/promessa. Se ascoltiamo solo la prima parte - “Beati i poveri in spirito”, “Beati quelli che piangono” - "Beati i poveri in spirito", "Beati quelli che piangono" - "Beati i poveri in spirito". le parole possono sembrare incomplete o addirittura assurde. Gesù aggiunge il motivo della beatitudine: “....perché loro è il Regno dei Cieli.”. Non dobbiamo mai dimenticare la ragione/promessa. Il regno appartiene agli umili. Dio si protende verso i semplici. Agisce attraverso di loro, li sostiene e concede loro un'eredità duratura sulla terra e una gioia eterna in cielo. Le letture di oggi rivelano la bellezza e la forza dell'umiltà. Essa attira lo sguardo di Dio.

Come dice San Paolo: “gli stolti del mondo Dio ha scelto [...], e i deboli del mondo Dio ha scelto [...]. Inoltre, ha scelto gli umili del mondo, gli spregevoli, gli indegni, gli insignificanti [...].".

San Josemaría scrive: “Quanto è grande il valore dell'umiltà! -Quia respexit humilitatem...‘. Al di sopra della fede, della carità, della purezza immacolata, dice l'inno gioioso di nostra Madre nella casa di Zaccaria: ’Perché ha visto la mia umiltà, ecco, per questo tutte le generazioni mi chiameranno beata...‘.‘”.

Vaticano

Il Papa rifiuta l'antisemitismo e ricorda San Tommaso d'Aquino

Nella catechesi tenuta durante l'udienza del mercoledì, Papa Leone XIV ha incoraggiato la lotta contro ogni forma di antisemitismo, ha incoraggiato le persone a rivolgersi a San Tommaso d'Aquino per la comprensione delle Scritture e ha esortato a pregare e ad aiutare il Mozambico.  

Redazione Omnes-28 gennaio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Papa Leone XIV ha continuato a riflettere sulla Pubblico mercoledì scorso sulla Costituzione dogmatica Dei Verbum del Concilio Vaticano II. Egli ha affermato che “la Sacra Tradizione e la Sacra Scrittura sono intimamente unite e compenetrate. Poiché entrambe scaturiscono dalla stessa fonte divina, si fondono in un certo modo e tendono allo stesso fine” (DV, 9). 

La catechesi si è svolta nell'Aula Paolo VI e il Papa ha fatto riferimento al “caro popolo del Mozambico, colpito da devastanti inondazioni, e mentre prego per le vittime, esprimo la mia vicinanza agli sfollati e a tutti coloro che offrono il loro sostegno. Mentre prego per le vittime, esprimo la mia vicinanza agli sfollati e a tutti coloro che offrono loro sostegno. Il Signore vi aiuti e vi benedica.

Comprendere le Scritture

In occasione della festa liturgica di San Tommaso d'Aquino, Papa Leone XIV ha fatto riferimento all'Aquinate in diversi punti della sua catechesi, ad esempio rivolgendosi ai pellegrini di lingua francese, agli alunni di diverse scuole e agli studenti dell'Università Cattolica della Vandea.

“Che San Tommaso d'Aquino, Dottore della Chiesa, di cui oggi celebriamo la memoria, ci guidi nella comprensione delle Scritture, che egli commentava con tanta saggezza, affinché possiamo comprendere quanto Dio ci ami e desideri la nostra salvezza”, ha incoraggiato.

Poi parlò al popolo di lingua tedesca della rivelazione e della fede. “Lasciate che San Tommaso d'Aquino, di cui oggi celebriamo la memoria liturgica, le sue opere ci aiutino a comprendere sempre meglio la Rivelazione divina. Che l'esempio di questo Dottore della Chiesa incoraggi anche noi a cercare il volto di Dio, sperimentando la bellezza della fede”.

Esempio di San Tommaso d'Aquino

Prima di impartire la benedizione e dopo essersi rivolto ai pellegrini di lingua cinese, araba e polacca, il Pontefice ha fatto nuovamente riferimento a San Tommaso d'Aquino in italiano, evocando i giovani, i malati e gli sposi. 

“Oggi celebriamo la memoria liturgica di San Tommaso d'Aquino. Il suo esempio possa incoraggiare voi, cari giovani, soprattutto voi, studenti della Scuola Flavoni di Civitavecchia e dell'Istituto Tirinnanzi di Legnano-Cislago, a seguire Gesù come autentico maestro di vita e di santità”.  

“L'intercessione di questo santo Dottore della Chiesa otterrà per voi, cari ammalati, la serenità e la pace che provengono dal mistero della croce, e per voi, cari sposi novelli, la saggezza del cuore affinché possiate compiere generosamente la vostra missione nella società”, ha detto.

(Unsplash / Rachel Strong).

La Parola di Dio, “stella polare” del nostro cammino

Nella sua catechesi sulla costituzione Dei Verbum, il Successore di Pietro ha affermato che “la Parola di Dio, grazie all'azione dello Spirito Santo, si dirama nella storia attraverso la Chiesa, che custodisce, interpreta e incarna questa Parola”. 

L'apostolo Paolo esorta ripetutamente il suo discepolo e collaboratore Timoteo: “Timoteo, custodisci il deposito che ti è stato affidato”. La Costituzione dogmatica Dei Verbum fa eco a questo testo paolino quando dice: ‘La Sacra Tradizione e la Sacra Scrittura costituiscono un unico deposito della Parola di Dio affidato alla Chiesa’, interpretato dal ‘magistero vivente della Chiesa, la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo’ (n. 10). 

“Deposito della fede”

“Deposito‘ è un termine che, nella sua matrice originaria, è di natura giuridica e impone al depositario il dovere di conservare il contenuto, che in questo caso è la fede, e di trasmetterlo intatto», sottolineava Leone XIV.

Questo “deposito” è ancora oggi nelle mani della Chiesa e “tutti noi dobbiamo continuare a proteggerlo nella sua integrità, come una stella polare per il nostro viaggio attraverso la complessità della storia e dell'esistenza”.

Il Papa ha citato San Gregorio Magno, Sant'Agostino e San John Henry Newman, prima di affermare che “la Parola di Dio non è fossilizzata, ma è una realtà viva e organica che si sviluppa e cresce nella Tradizione. Quest'ultima, grazie allo Spirito Santo ( ), la comprende nella ricchezza della sua verità e la incarna nelle mutevoli coordinate della storia”.

Leone XIV: contro ogni forma di antisemitismo

In occasione della Giornata della Memoria, il Papa ha ribadito ancora una volta, come ha fatto sul suo account di rete X @Pontifex.es, la sua fedeltà alla ferma posizione della dichiarazione ‘Nostra Aetate’ contro ogni forma di antisemitismo, e il rifiuto di ogni discriminazione o molestia per motivi di lingua, nazionalità o religione. 

Una voce che si aggiunge a quella dei Papi del passato, a partire da Pio XII, che nel suo radiomessaggio natalizio del 1942 denunciò che centinaia di migliaia di persone, “solo a causa della loro nazionalità o del loro lignaggio, sono destinate a morire”, riportò Notizie dal Vaticano.

L'autoreRedazione Omnes

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America Latina

Gravi incendi boschivi distruggono villaggi nel Cile meridionale

Gli incendi boschivi che imperversano nel Cile meridionale hanno colpito migliaia di famiglie e devastato città come Lirquén, dove tragedia e solidarietà si intrecciano nel bel mezzo dell'emergenza.

Pablo Aguilera-28 gennaio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Nel mese di gennaio, 45.000 ettari di foresta sono bruciati nel Cile meridionale. Lirquén, una città portuale e industriale appartenente al comune di Penco nella regione del Biobío (Cile), ha una popolazione stimata di circa 20.000 abitanti. Il 17 e 18 gennaio ha subito un grave incendio causato dalla vicinanza di incendi boschivi. Venti persone sono morte e 4.300 case e 720 appartamenti sono stati distrutti. 

Danilo Sanhueza, comandante dei Vigili del Fuoco di Penco, racconta che hanno combattuto l'incendio per tutta la notte. All'una ha sentito alla radio che sua figlia Michele, 27 anni, anche lei vigile del fuoco, stava chiedendo aiuto perché era rimasta intrappolata dal fuoco; ha parlato con il padre per salutarlo perché non aveva via d'uscita. Ha cercato di rincuorarla dicendole di ricordare il suo addestramento per queste situazioni estreme. Il comandante non aveva modo di salvare la figlia, ma alla fine è riuscita a fuggire dall'incendio a bordo di un veicolo.

La chiesa parrocchiale di Lirquén fu completamente distrutta dall'incendio, ma la domenica successiva l'arcivescovo di Concepción celebrò la Messa fuori dalla chiesa per molti fedeli. 

Caritas Cile si è rapidamente mobilitata per aiutare le persone colpite dagli incendi, non solo a Lirquén ma anche in altre città delle regioni di Bio Bio e Ñuble colpite dagli incendi. Si è concentrata su:

Aiuti umanitariSostegno alle famiglie con cibo, acqua, articoli per la protezione personale, tra gli altri oggetti e beni di prima necessità.

2. Supporto psicosociale, emotivo e spirituale L'obiettivo è fornire un accompagnamento alle famiglie che favorisca la risignificazione del dolore umano, attivi i legami comunitari e l'articolazione con le reti di sostegno locali.

3. Fornitura di sostegno finanziario per le persone colpite di riacquistare i propri strumenti di lavoro e la capacità di generare reddito in modo autonomo.

4. Attrezzature domesticheFornitura di beni di base per la casa e di beni essenziali per consentire alle famiglie di riabitare i propri spazi con dignità.

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Evangelizzazione

Suor Marta, la suora che comunica come si vive in convento

Suor Marta, monaca benedettina e influencer, usa Instagram e TikTok per avvicinare la vita monastica e la fede ai giovani con video settimanali su preghiera, vocazione e Sacra Scrittura. Gestisce i propri contenuti e cerca di toccare i cuori al di là dei numeri.

Javier García Herrería-28 gennaio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Da un monastero benedettino di Sahagún, nel León, una giovane monaca di 28 anni ha raggiunto un risultato sorprendente: trasformare la vita monastica in un fenomeno virale. Si chiama Marta González Cambronero, anche se sui social network è conosciuta semplicemente come Suor Marta, e con il suo cellulare, una buona connessione a internet e un enorme entusiasmo per la sua vocazione, è diventata un sostegno spirituale per migliaia di persone.

Suor Marta non predica solo con l'esempio: lo fa anche con la telecamera, la sceneggiatura e il montaggio. “Ho iniziato su YouTube nel 2019 creando contenuti long-form ogni 15 giorni”.”, ricorda. I suoi primi passi digitali sono stati modesti ma costanti. Con video di riflessione e spiritualità, il suo canale attirava credenti e curiosi. Tuttavia, la vera esplosione è avvenuta anni dopo, quando ha deciso di dare una svolta alla sua strategia digitale.

Strategia ed evangelizzazione digitale

“Circa un anno fa, dopo aver seguito un corso sull'evangelizzazione digitale, ho sentito la chiamata a migrare verso contenuti short-form e piattaforme come Instagram e TikTok. L'obiettivo era chiaro: raggiungere un pubblico più giovane e ampliare la portata del messaggio.”. In questo modo, si è lasciata alle spalle la cadenza bimestrale in YouTube e si è immerso in un nuovo ritmo di produzione: “Questo cambiamento mi ha permesso di passare da un singolo video bisettimanale incentrato su un unico argomento a quattro video settimanali, ognuno dei quali affronta un tema diverso”.”.

Il cambio di formato non solo ha portato maggiore visibilità, ma anche una maggiore connessione. Oggi i suoi account hanno più di 100.000 follower e i suoi video accumulano milioni di visualizzazioni. Ma al di là dei numeri, per Suor Marta ciò che conta sono le anime: “Per me, l'aspetto più importante di questo lavoro nelle reti, e in particolare nel Instagram, Non sono solo i numeri, ma ogni cuore che si lascia toccare attraverso questo mezzo”.”.

Il suo contenuto si basa su quattro pilastri fondamentali: “vita comunitaria quotidiana, preghiera, vocazione e Bibbia”.”. Ogni settimana fa in modo che questi assi siano presenti nel suo profilo, mostrando la vita quotidiana del convento, momenti di profonda spiritualità, riflessioni vocazionali e passi biblici spiegati in un linguaggio vicino alle persone.

Nonostante il successo e la portata, gestisce da sola l'intero processo creativo: “Attualmente gestisco da solo i contenuti per Instagram, dalla sceneggiatura all'editing”.”. Questa dedizione artigianale alla comunicazione gli è valsa il rispetto di molti, sia all'interno che all'esterno della Chiesa.

Contatto diretto con i sostenitori

I messaggi che riceve, dice, sono una costante fonte di ispirazione. “Molti di loro sono pieni di gratitudine, dubbi vocazionali o ricerche spirituali, commenta. Persone che trovano nelle sue parole non solo conforto, ma anche guida, motivazione e, in alcuni casi, risposte. “Con la mia presenza sui social network, in particolare sul Instagram, Cerco di avvicinare la vita monastica ai giovani, di demistificare la figura della suora e di mostrare che siamo ancora persone reali, vicine a loro e con preoccupazioni simili alle loro”.”.

È proprio questo uno dei suoi grandi successi: rompere gli stereotipi. Invece di un abito distante e di una vita di silenzio, i suoi video mostrano una donna gioiosa, riflessiva e impegnata nella sua fede. In un'epoca in cui la fede sembra relegata al privato o all'istituzionale, Suor Marta propone una spiritualità visibile, accessibile e profonda.

“Vorrei invitarvi a considerare seriamente la vostra vocazione e a scoprire la bellezza della vita consacrata e soprattutto ad avvicinarvi alle Scritture”.”. È un invito diretto che parla più forte che mai nel mondo digitale. 

Cultura

Hilaire Belloc e il cristianesimo contemporaneo

L'elezione di Leone XIV riporta in primo piano la dottrina sociale della Chiesa. Tra Nicea e il presente, Hilaire Belloc analizza come le eresie, la cultura e l'economia abbiano segnato la civiltà occidentale e le sfide che il cristianesimo deve affrontare oggi.

Gerardo Ferrara-28 gennaio 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

L’elezione di Leone XIV a papa ha riportato in auge un argomento che lo riguarda vicino, sin dal nome che si è scelto per il suo pontificato: la dottrina sociale della Chiesa. Leone si è pure trovato a vivere un evento importante, a Nicea, in Turchia: l’anniversario del grande Concilio del 325.
E tra Nicea e Leone si colloca una figura importantissima, Hilaire Belloc: vediamo perché.

Un grande intellettuale

Hilaire Belloc (1870-1953) è stato un grande intellettuale e autore franco-britannico, celebre, insieme all’amico Gilbert Keith Chesterton, per i dibattiti su questioni legate alla fede e alla cultura cristiana. Tra i suoi saggi più famosi: Lo Stato servile (1912), L’Europa e la fede (1920).

Caratteristica del pensiero di Belloc è l’idea che la civiltà occidentale e il concetto stesso di Europa moderna nascano dalla combinazione tra i principi spirituali cristiani e il pensiero greco-romano. Pertanto, qualunque crisi il mondo occidentale (e, di conseguenza il mondo intero, dato che il pensiero occidentale si è diffuso in tutto il globo) si trovi ad affrontare, ha le sue cause e soluzioni solo all’interno di questo sistema.

La sfida del pensiero: le grandi eresie

Altra opera molto importante di Belloc è The Great Heresies (Le grandi eresie), del 1936, in cui presente cinque grandi eresie del cristianesimo che avrebbero prodotto i peggiori mali nella storia dell’umanità.

Ma cos’è un’eresia? Il termine (dal greco αἵρεσις) indica lo “scegliere”, il “separare” o il “togliere”. Eretico, quindi, non è chi professa una verità totalmente diversa da quella “ufficiale”, ma chi ne mette in discussione solo una parte. L’eresia, quindi, non distrugge l’intera struttura di una verità, ma la fa a pezzi come una torta e, togliendone una fetta, la sostituisce con un’altra che però viene da una torta diversa. Mi si perdoni il paragone culinario!

L’arianesimo

La prima delle cinque eresie è l’arianesimo, che “razionalizza” e semplifica il mistero fondamentale del cristianesimo: l’incarnazione e la divinità di Cristo.

Belloc la definisce un “attacco al mistero dei misteri”, poiché ha la pretesa di abbassarlo al livello dell’intelletto umano, che è limitato.

Il Concilio di Nicea (325), in reazione ad Ario e alle sue idee, elaborò un “simbolo”, una definizione dogmatica per cui Cristo è ὁμοούσιος (homooùsios): consustanziale con il Padre, letteralmente “della stessa sostanza”.

Il “Simbolo niceno” si contrappone pertanto al pensiero di Ario che, invece, proclamava la creazione del Figlio da parte del Padre e negava sia la divinità di Cristo che la trasmissione degli attributi divini dal Padre al Figlio e quindi al corpo mistico del Figlio, cioè la Chiesa e i suoi membri.

Il manicheismo

La seconda eresia è il manicheismo, che va contro la materia e tutto ciò che riguarda il corpo (gli albigesi ne sono un esempio). La carne è vista come qualcosa di impuro, i cui desideri devono essere sistematicamente essere repressi.

La Riforma protestante

La Riforma protestante è la terza eresia: un attacco all’unità e all’autorità della Chiesa, più che alla dottrina in sé, ma il cui effetto è anche la distruzione dell’unità del continente europeo.
Fino ad allora, infatti, l’Europa occidentale era stata Res Publica Christiana (secondo l’espressione coniata da Federico II), frutto della compenetrazione del pensiero greco-romano e della fede cristiana, un corpus unito dai seguenti fattori:

  • l’Impero come istituzione politica;
  • il diritto romano (jus) come norma comune;
  • il latino come lingua della cultura e della comunicazione sovranazionale;
  • il cristianesimo (cattolico) come religione.

Con la Riforma, invece, ogni riferimento all’universalità e alla cattolicità è rimpiazzato dal criterio della nazione e dell’etnia (cuius regio, eius religio), con conseguenze catastrofiche come il nazional-socialismo.

Il modernismo

È l’eresia più complessa e dai molti nomi: modernismo o alógos. Belloc la definisce così perché non non riconosce alcuna verità assoluta che non sia empiricamente dimostrabile e misurabile.
Nasce sempre la negazione del Mistero dei misteri, la divinità di Cristo, impossibile da definire empiricamente, ma si spinge oltre, accettando come reali o positivi solo quei concetti scientificamente provabili (da cui un altro termine: “positivismo”).
Secondo Belloc, si tratta di un attacco anche alle radici “trinitarie” dell’Occidente, e per trinitario non si intende la Trinità, bensì il legame indissolubile che per i greci esiste tra verità, bellezza e bontà. Se questo legame esiste, chi mette in discussione, ad esempio, il principio della verità danneggia anche quelli di bellezza e di bontà.

Effetti delle prime quattro eresie

Nell’analisi di Belloc, le prime quattro eresie hanno tutte fattori in comune: sono nate dentro la Chiesa cattolica; i loro eresiarchi erano cattolici battezzati; si sono quasi estinte nel giro di pochi secoli (le Chiese protestanti esistono ancora, ma, tranne quella pentecostale, sono in grande crisi). Eppure, i loro effetti persistono nel tempo, in modo sottile, all’interno del sistema di pensiero occidentale, della mentalità, delle politiche sociali ed economiche, nella visione stessa dell’uomo e delle sue relazioni sociali.

Pensiamo a certi effetti dell’arianesimo e del manicheismo in certe correnti teologiche, o ad altri più ricollegabili alla Riforma, come l’attacco costante all’autorità centrale e all’universalità della Chiesa. Come non pensare, poi, alle estreme conseguenze del calvinismo, tra cui la negazione del libero arbitrio e della responsabilità delle azioni umane davanti a Dio o il capitalismo sfrenato?

L'Islam

Come per altri (in primis Giovanni Damasceno), anche per Belloc l’islam è un’eresia cristiana, anzi, la più particolare, e nasce sulla falsariga del docetismo e dell’arianesimo, semplificando e razionalizzando al massimo (secondo criteri umani) il mistero dell’incarnazione. In tal modo, produce lo svilimento della natura umana, non più legata in alcun modo al divino. Come il calvinismo (pure successivo), invece, tende ad attribuire un carattere predeterminato da Dio alle azioni umane.

Però, se la “rivelazione” islamica nasce come eresia cristiana, si trasforma ben presto, e inspiegabilmente, in una nuova religione che dura nel tempo, una sorta di “post-eresia”.

L’islam, tra l’altro, si distingue dalle altre eresie perché non nato nel mondo cristiano, e da un fondatore non battezzato, bensì pagano, che fa proprie idee monoteiste (un misto di dottrina eterodossa ebraica e cristiana con elementi pagani già presenti in Arabia) e le diffonde. Dall’ebraismo e dal cristianesimo, l’islam trae infatti attributi divini come la natura personale, la suprema bontà, l’atemporalità, la provvidenza, il potere creativo all’origine di tutte le cose; ma pure altri concetti come l’esistenza degli spiriti e degli angeli, dei demoni ribelli a Dio con a capo Satana, dell’immortalità dell’anima e della resurrezione della carne, della punizione e del castigo dopo la morte.

La sfida della vita sociale ed economica

Belloc fu pure un grande esponente del distributismo, teoria socio-economica che si ispira ai principi dell’esperienza benedettina (ora et labora) e della dottrina sociale della Chiesa cattolica espressi prima da Papa Leone XIII (ispiratore dell’attuale Pontefice Leone XIV) nell’enciclica Rerum Novarum e poi da Pio XI nella Quadragesimo Anno.

Per il distributismo, la proprietà dei mezzi di produzione va appunto distribuita il più ampiamente possibile tra tutta la popolazione, anziché concentrata nelle mani dello Stato (socialismo) o di pochi ricchi (capitalismo).

Secondo Belloc, sia socialismo che capitalismo, prodotti delle moderne società occidentali, hanno la pretesa di liberare l’uomo ma l’hanno invece reso ancora più schiavo. Sono due modelli antitetici, ma con un elemento in comune: privano il cittadino della libertà. Il socialismo lo fa rendendolo schiavo dello Stato (da cui dipende per la sussistenza e il welfare garantito); il capitalismo asservendolo a beni materiali presentati come necessari, quando non lo sono, e che anzi, come le droghe, creano dipendenza: l’uomo ne vuole sempre di più e di fatto diventa schiavo delle grandi corporazioni private sovranazionali (basti pensare a Amazon, Tesla, Microsoft, ecc.).
Pur elaborati tra i secoli XIX e XX, tutti i temi analizzati da Belloc sono più che attuali e rappresentano alcune tra le maggiori sfide del cristianesimo contemporaneo.

Cultura

Scienziati cattolici: Francisco Hernández de Toledo

Francisco Hernández de Toledo è stato un medico, botanico e naturalista spagnolo considerato un pioniere della scienza moderna in America.

Gonzalo Colmenarejo-28 gennaio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Francisco Hernández de Toledo (1515-1587) fu un medico, botanico e naturalista spagnolo considerato un pioniere della scienza moderna in America. Nato a La Puebla de Montalbán (provincia di Toledo), studiò medicina all'Università di Alcalá de Henares, dove si formò nelle conoscenze classiche e nelle discipline mediche dell'epoca.

Hernández si distinse per il suo interesse per le piante medicinali e per l'applicazione di un approccio empirico alle sue osservazioni, che lo rese un punto di riferimento tra i medici del Rinascimento. La sua eredità più importante deriva dalla spedizione scientifica, la prima della storia, che condusse in America tra il 1570 e il 1577, dopo essere stato nominato protomedico delle Indie dal re Filippo II, di cui era medico di camera. Il suo scopo era quello di studiare la flora, la fauna e la medicina indigena della Nuova Spagna (l'attuale Messico), con l'obiettivo di incorporare queste conoscenze nel sapere spagnolo.

Durante il suo soggiorno in America, viaggiò attraverso vaste regioni della Mesoamerica, raccolse informazioni direttamente da medici e saggi indigeni e sperimentò le piante raccolte all'Hospital Real de Naturales di Città del Messico. Documentò più di 3.000 specie di piante, molte delle quali precedentemente sconosciute, e compilò descrizioni dettagliate dei loro usi medicinali, delle proprietà e dei metodi di coltivazione. Descrisse anche animali e minerali, integrando così un panorama naturale completo del continente.

La sua opera principale, “Historia Natural de la Nueva España”, è un trattato monumentale che fonde la scienza europea con le conoscenze indigene. Gran parte dei suoi originali, depositati nella Biblioteca del Escorial, sono andati perduti in un incendio, ma attualmente si sta lavorando a una ricostruzione completa del trattato a partire da copie ritrovate in diversi luoghi.

Francisco Hernández è considerato un precursore dell'etnobotanica e della medicina tropicale. Il suo approccio rispettoso nei confronti delle conoscenze indigene e il suo metodo sistematico lo pongono come una figura chiave nella storia della scienza.

Francisco Hernández era un cattolico convinto, come testimonia il suo testamento: “... credendo, come credo fermamente e veramente, nella santa fede cattolica e in tutto ciò che la Santa Madre Chiesa di Roma, governata e illuminata dallo Spirito Santo, ha e crede...”.”

Francisco Hernández de Toledo (1515-1587) è stato un medico, botanico e naturalista spagnolo considerato un pioniere della scienza moderna nelle Americhe. Nato a La Puebla de Montalbán (provincia di Toledo), studiò medicina all'Università di Alcalá de Henares, dove si formò nelle conoscenze classiche e nelle discipline mediche dell'epoca.

Hernández si distinse per il suo interesse per le piante medicinali e per l'applicazione di un approccio empirico alle sue osservazioni, che lo rese una figura di spicco tra i medici del Rinascimento. La sua eredità più importante deriva dalla spedizione scientifica, la prima della storia, che condusse nelle Americhe tra il 1570 e il 1577, dopo essere stato nominato protofisico delle Indie dal re Filippo II, di cui era medico. L'obiettivo era quello di studiare la flora, la fauna e la medicina indigene della Nuova Spagna (l'attuale Messico), con lo scopo di incorporare queste conoscenze nell'erudizione spagnola.

Durante il suo soggiorno nelle Americhe, viaggiò attraverso vaste regioni della Mesoamerica, raccolse informazioni direttamente da medici e studiosi indigeni e sperimentò le piante raccolte presso l'Ospedale Reale dei Nativi di Città del Messico. Documentò più di 3.000 specie di piante, molte delle quali precedentemente sconosciute, e compilò descrizioni dettagliate dei loro usi medicinali, delle proprietà e dei metodi di coltivazione. Descrisse anche animali e minerali, creando così una panoramica naturale completa del continente.

La sua opera principale, «Storia naturale della Nuova Spagna», è un trattato monumentale che fonde la scienza europea con le conoscenze indigene. Gran parte dell'opera originale, conservata nella Biblioteca dell'Escorial, è andata perduta in un incendio, ma è attualmente in corso una ricostruzione completa a partire da copie esistenti in diversi luoghi.

Francisco Hernández è considerato un pioniere dell'etnobotanica e della medicina tropicale. Il suo approccio rispettoso nei confronti delle conoscenze indigene e il suo metodo sistematico lo pongono come una figura chiave nella storia della scienza.

Francisco Hernández era un cattolico convinto, come attesta il suo testamento: “... credendo fermamente e sinceramente come io credo nella santa fede cattolica e in tutto ciò che la Santa Madre Chiesa di Roma, governata e illuminata dallo Spirito Santo, ha e crede...”.”

L'autoreGonzalo Colmenarejo

Dottorato di ricerca. IMDEA Food. Membro della Società degli scienziati cattolici di Spagna.

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Vaticano

Il Papa alla Rota Romana: “Servizio alla verità nella carità”.”

Nella tradizionale udienza ai presuli del Tribunale Apostolico della Rota Romana, in occasione dell'apertura dell'Anno Giudiziario, Papa Leone XIV li ha esortati a orientare l'attività giudiziaria secondo i criteri della verità e della carità. “Non si tratta di due principi contrapposti, ma di due dimensioni intrinsecamente connesse”, sottolineava.

Francisco Otamendi-27 gennaio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

“Il servizio della verità nella carità deve risplendere in tutta l'opera dei tribunali ecclesiastici”, diceva Papa Leone XIV nella sua Discorso i presuli del Tribunale Apostolico della Rota Romana, che ha ricevuto in udienza la mattina del 26 gennaio in Vaticano, in occasione dell'apertura dell'Anno Giudiziario. 

È un tema fondamentale che ha dominato i discorsi rivolti a questo Tribunale da Pio XII a Papa Francesco: il rapporto della sua attività con la verità insita nella giustizia, ha detto il Papa, che ha offerto “alcune riflessioni sulla stretta connessione tra la verità della giustizia e la virtù della carità”.

Saluto al decano del Tribunale, mons. Alejandro Arellano

Innanzitutto, il Pontefice ha ringraziato “Sua Eccellenza il Decano per le sue parole, che esprimono l'unione di tutti voi con il Successore di Pietro. E il mio ringraziamento si estende anche a tutti i tribunali della Chiesa nel mondo. Il ministero di giudice che ho avuto modo di esercitare mi permette di comprendere meglio la vostra esperienza e di apprezzare la rilevanza ecclesiale del vostro compito”.

Come è noto, il Decano del Tribunale della Rota Romana è l'arcivescovo spagnolo monsignor Alejandro Arellano Cedillo, che a fine agosto 2025 è stato nominato da Papa Leone XIV membro del Dicastero per il Clero. Inoltre, nel gennaio dello stesso anno era stato nominato da Papa Francesco membro del Dicastero per le Cause dei Santi ed è commissario pontificio plenipotenziario per Torreciudad.

Verità e carità

Nel suo discorso, riferendosi alla stretta connessione tra la verità e la virtù della carità, Papa Leone XIV ha chiarito che “non si tratta di due principi opposti, né di valori da bilanciare secondo criteri puramente pragmatici. Si tratta piuttosto di due dimensioni intrinsecamente unite, che trovano la loro più profonda armonia nel mistero stesso di Dio, che è Amore e Verità”.

“Questa correlazione richiede una costante e attenta esegesi critica, poiché nell'esercizio dell'attività giurisdizionale si verifica spesso una tensione dialettica tra le esigenze della verità oggettiva e le preoccupazioni della carità”, ha proseguito il Papa.

I rischi

A volte, “c'è il rischio che un'eccessiva identificazione con le esperienze spesso problematiche dei fedeli possa portare a una pericolosa relativizzazione della verità. Infatti, una compassione sbagliata, anche se sembra motivata dallo zelo pastorale, rischia di oscurare la necessaria dimensione della ricerca della verità propria dell'ufficio giudiziario”.”

“Questo può accadere non solo nei casi di annullamento del matrimonio -Il Pontefice ha sottolineato che ”ma anche in qualsiasi tipo di procedura, minandone il rigore e l'equità“.

“D'altra parte, a volte si può avere un'affermazione fredda e distante della verità che non tiene conto di tutto ciò che l'amore per le persone richiede, omettendo quelle preoccupazioni che il rispetto e la misericordia impongono, e che devono essere presenti in tutte le fasi di un processo.

Benedetto XVI sulla ‘Caritas in veritate’.’

Papa Benedetto XIV ha sottolineato nella sua enciclica‘Caritas in veritate’ la “necessità di coniugare la carità con la verità non solo nella direzione, indicata da san Paolo, della ‘veritas in caritate‘ ( Ef 4,15), ma anche in quella opposta e complementare della ‘caritas in veritate’. La verità deve essere cercata, trovata ed espressa nell‘’economia” della carità, ma la carità a sua volta deve essere compresa, convalidata e praticata alla luce della verità” (n. 2)", sottolineava Leone XIV.

Pertanto, “le loro azioni devono essere sempre motivate da quel vero amore per il prossimo che cerca innanzitutto la sua salvezza eterna in Cristo e nella Chiesa, il che implica l'adesione alla verità del Vangelo”. 

Tutti gli aspetti dei processi canonici potrebbero essere inquadrati nella verità nella carità, riassumeva il Successore di Pietro. 

Giudizi canonici: devono ispirare fiducia

Come già detto, il Papa ha sottolineato che “il servizio della verità nella carità deve risplendere in tutto il lavoro dei tribunali ecclesiastici. Questo deve essere apprezzato da tutta la comunità ecclesiastica, specialmente dai fedeli interessati. Coloro che chiedono un giudizio sulla loro unione matrimoniale, coloro che sono accusati di aver commesso un reato canonico, coloro che si considerano vittime di una grave ingiustizia e coloro che rivendicano un diritto”. 

Il Papa ha poi affermato che “le sentenze canoniche devono ispirare la fiducia che deriva dalla serietà professionale, dal lavoro intenso e dedicato, dalla convinta dedizione a quella che può e deve essere percepita come una vera e propria vocazione professionale”. 

Infatti, “i fedeli e l'intera comunità ecclesiale hanno diritto all'esercizio corretto e tempestivo delle funzioni processuali, poiché si tratta di un processo che riguarda le coscienze e le vite”. “Il processo non è di per sé una tensione tra interessi contrastanti, come a volte viene frainteso”, ha aggiunto il Papa, “ma uno strumento indispensabile per discernere la verità e la giustizia in un caso”. 

“Continuare a studiare e applicare il diritto canonico in modo serio”.”

Il Pontefice ha osservato nel suo discorso che “nel processo breve di nullità matrimoniale davanti al vescovo diocesano, si deve valutare attentamente la natura prima facie evidente della causa di nullità che la rende possibile. Senza dimenticare che il processo stesso, correttamente condotto, deve confermare l'esistenza della nullità o determinare la necessità di ricorrere al processo ordinario”. 

“Pertanto”, concludeva Leone XIV, “è indispensabile continuare a studiare e applicare il diritto canonico matrimoniale con serietà scientifica e fedeltà al Magistero. Questa conoscenza è indispensabile per risolvere i casi secondo i criteri stabiliti dalla legge e dalla giurisprudenza della Rota Romana, che, nella maggior parte dei casi, si limitano ad affermare le esigenze del diritto naturale”. 

Nobile ed esigente“ missione dei prelati

Infine, il Papa ha descritto la missione dei prelati del Tribunale della Rota Romana come “nobile ed esigente. Essi sono chiamati a custodire la verità con rigore, ma senza rigidità, e a esercitare la carità senza omissioni. In questo equilibrio, che è in realtà una profonda unità, deve manifestarsi la vera sapienza giuridica cristiana”. 

Affida il suo compito “all'intercessione della Madonna, Speculum Iustitiae, modello perfetto di verità nella carità”.

L'autoreFrancisco Otamendi

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Ecologia integrale

I leader pro-life statunitensi: “La nostra cultura è ancora ostile alla vita”.”

“Non dovremmo illuderci di pensare che tutto sia roseo o darci pacche sulle spalle così rapidamente”, ha detto Jennie Bradley Lichter, presidente del Fondo per l'educazione e l'advocacy della Marcia per la Vita, alla 27ª Conferenza annuale del Cardinale O'Connor sulla Vita, dopo la Marcia a Washington.

OSV / Omnes-27 gennaio 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

- Kate Scanlon, Washington, Notizie OSV

Jennie Bradley Lichter, presidente del Fondo per l'educazione e l'advocacy dell'associazione Marcia per la vita (USA), in una riflessione dopo la Marcia annuale del 23 gennaio, ha affermato che il contesto politico è “complesso” e presenta “sia sfide che opportunità” per il movimento pro-vita.

“Non dobbiamo illuderci di pensare che tutto sia roseo o darci pacche sulle spalle così rapidamente”, ha detto in un discorso programmatico al Conferenza Il cardinale O'Connor sulla vita. “In realtà, i tassi di aborto sono aumentati con l'aumento della pillola abortiva chimica e la sua facile accessibilità. La nostra cultura rimane profondamente ostile alla vita”. 

La conferenza, organizzata dagli studenti della Georgetown University, si è svolta sul tema “La missione pro-vita dopo il parto: una devozione che dura tutta la vita”. Questa conferenza del Cardinale O'Connor si è tenuta per la prima volta nel 2000 e successivamente è stata chiamata così in onore del defunto Cardinale John J. O'Connor, Arcivescovo di New York, ex alunno della Georgetown University e fondatore delle Sorelle per la Vita. 

Messaggi e posizione a favore della vita 

Nel suo discorso, pronunciato all'indomani della sua prima Marcia Nazionale per la Vita come capo dell'organizzazione, Lichter ha detto alla conferenza che il movimento pro-vita ha bisogno di conquistare sostenitori per la sua causa. 

“Non possiamo mai compromettere la nostra posizione, che si basa sulla verità della vita umana”, ha detto. “Ma come possiamo adattare il nostro approccio e il nostro messaggio in modo che i nostri concittadini americani possano ascoltarlo, comprenderlo e riceverlo?”.”

La conferenza di quest'anno, e la stessa Marcia per la Vita, si sono svolte in un contesto di crescente frustrazione da parte di alcuni esponenti del movimento pro-vita per quella che considerano l'inazione dell'amministrazione Trump su priorità politiche fondamentali, come l'inasprimento delle restrizioni all'uso dell'aborto. mifepristone, L'emendamento Hyde, una pillola comunemente ma non esclusivamente utilizzata per l'aborto precoce, e la protezione dell'emendamento Hyde, che vieta il finanziamento pubblico degli aborti elettivi.

Giovani sostenitori pro-vita espongono striscioni durante la 53a Marcia per la Vita a Washington, il 23 gennaio 2026. (Foto OSV News/Aaron Schwartz, Reuters)

Lichter: “Dinamiche politicamente complesse” negli USA

Lichter ha detto alla conferenza: “In questo momento, il nostro particolare momento americano, è pieno di opportunità e pieno di sfide per quelli di noi che hanno a cuore i diritti dei non nati e che vogliono assicurarsi che le madri abbiano il sostegno necessario per scegliere la vita.

Sebbene vi sia una “dinamica politica molto complessa” attorno all'attuale presidente e alle elezioni del 2024, Lichter ha affermato che “una conclusione davvero importante per i nostri scopi è che (l'ex vicepresidente) Kamala Harris, ovviamente, ha costruito la sua campagna attorno ai diritti dell'aborto”.

Lei, i responsabili della sua campagna elettorale e i Democratici hanno scommesso molto sul fatto che il desiderio del popolo americano di avere un aborto gratuito e su richiesta durante i nove mesi di gravidanza l'avrebbe portata in carica dopo la decisione Dobbs. E si sono sbagliati", ha detto. Non è quello che il popolo americano voleva.

Tuttavia, ha sostenuto, “il panorama culturale e politico per il movimento pro-vita è certamente impegnativo, ma queste sfide non sono un segno di ritiro”. Sono un invito ad affinare il nostro messaggio e ad essere studiosi del nostro tempo“.

L'amministrazione Trump ha “del lavoro da fare”

I leader di diverse organizzazioni pro-vita che hanno parlato con OSV News hanno detto che l'amministrazione Trump ha ancora del lavoro da fare quando si tratta della loro causa. 

Nella sua discorso Alla manifestazione della Marcia per la Vita, il Vicepresidente JD Vance ha parlato al movimento pro-vita delle sue priorità politiche a poco più di un anno dal secondo mandato del Presidente. Il presidente Donald Trump alla Casa Bianca.

“Voglio che sappiate che vi ascolto e che capisco che ci saranno inevitabilmente dei dibattiti all'interno di questo movimento”, ha continuato Vance. “Ci amiamo e avremo conversazioni aperte su come usare al meglio il nostro sistema politico per promuovere la vita, su quanto dovremmo essere prudenti nella causa del progresso della vita umana. Penso che questi siano dibattiti buoni, onesti e naturali, e francamente non sono solo buoni per tutti voi” (...) “Abbiamo fatto enormi progressi nell'ultimo anno e continueremo a farli nei prossimi anni”, ha detto. 

La dura realtà dell'aumento degli aborti

Ma i principali leader pro-vita, tra cui Marjorie Dannenfelser, presidente della Susan B. Anthony Pro-Life America, notato la protezione dell'emendamento Hyde, che proibisce il finanziamento dell'aborto da parte dei contribuenti, e il ripristino di restrizioni più severe sul mifepristone, un pillola comunemente, ma non esclusivamente, utilizzati per l'aborto precoce, come aree chiave in cui l'amministrazione Trump deve ancora agire. 

In una dichiarazione rilasciata dopo il discorso di Vance, Dannenfelser ha affermato che “la misura più chiara per capire se il movimento pro-vita sta vincendo o perdendo è il numero di aborti che si verificano ogni anno”. “Secondo le ultime statistiche, da quando c'è la Roe negli Stati Uniti ci sono almeno 1,1 milioni di aborti all'anno. Questo significa un aumento di 30 % rispetto agli 874.000 aborti registrati nel 2016”.

40 giorni per la vita: “tensione costruttiva”.”

David Bereit, direttore esecutivo della Life Leadership Conference e fondatore di 40 Days for Life, ha dichiarato a OSV News: “Sì, c'è stata una tensione, ma penso che possa essere una tensione costruttiva se ci chiama a una maggiore azione, a una maggiore voce e a una maggiore proattività.

Penso che il Presidente Trump, ovviamente, “bisogna dargliene atto, ci ha dato tre giudici della Corte Suprema che hanno portato all'annullamento della Roe. Penso che all'epoca abbia pensato: ‘Posso passare ad altre questioni’, senza rendersi conto di ciò che tutti noi stiamo capendo: che c'è ancora molto lavoro da fare”, ha detto. Quindi non era una priorità per la seconda amministrazione. E penso che il movimento pro-vita abbia riconosciuto che dobbiamo assicurarci che la gente capisca che c'è molto da fare a livello federale, statale e normativo, e spingere per assicurarci che non ce ne dimentichiamo".

Ginecologi pro-life: delusione per un'altra forma di mifepristone

Da parte sua, il dott. Christina Francis, Siamo rimasti delusi dal fatto che sia stata approvata un'altra forma di mifepristone, potenzialmente in grado di ampliare l'accesso a quel farmaco«, ha dichiarato a OSV News il direttore esecutivo dell'Associazione americana degli ostetrici e ginecologi pro-vita.

L'amministrazione Trump, ha detto, ha “un'opportunità unica in questo momento” di invertire le restrizioni allentate dall'amministrazione Biden sul farmaco, riportandole a quelle in vigore durante il primo mandato di Trump. 

Francis si è detto fiducioso che sia in corso una revisione della sicurezza del mifepristone, ma ha detto: «Siamo certamente molto scoraggiati dalla quantità di tempo che sta richiedendo». “La nostra speranza è che questo significhi che stanno conducendo un'indagine approfondita, che siamo certi dimostrerà che questi farmaci stanno danneggiando attivamente un gran numero di donne”.

“Remare nella stessa direzione”.”

In un comunicato stampa del 23 gennaio, la Casa Bianca ha definito Trump «il presidente più pro-vita della storia”. Jennie Bradley Lichter, presidente della March for Life Education and Defense Fund, ha dichiarato a OSV News: «Stiamo remando fondamentalmente nella stessa direzione dell'amministrazione, e credo sia importante ricordare che il progresso in qualsiasi movimento sociale avviene un passo alla volta.

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Kate Scanlon è una giornalista nazionale di OSV News che si occupa di Washington. È possibile seguirla all'indirizzo @kgscanlon.

Queste informazioni sono state pubblicate originariamente su OSV News in inglese e sono disponibili per la consultazione. qui.

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L'autoreOSV / Omnes

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Varden, il dolore e la tragedia di Adamuz

L'incidente ferroviario di Adamuz ci ha ricordato ancora una volta, in modo brutale, la nostra fragilità e il modo in cui affrontiamo il dolore quando irrompe nelle nostre vite.

27 gennaio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Sembra che gli sconvolgimenti sociali o le tragedie avvengano lontano... in Venezuela, in Groenlandia, in Ucraina, in Iran, nel Congo orientale... Finché non ti toccano da vicino, come le persone colpite dalla DANA o quelle colpite dal più grande incidente ferroviario dell'Alta Velocità spagnola, avvenuto domenica 18 gennaio nel pomeriggio ad Adamuz. L'incidente mortale ha provocato 45 morti e altrettanti feriti.

C'è grande indignazione per motivi logici, per il cattivo stato delle infrastrutture. E perché gli aiuti hanno richiesto più tempo del previsto in un disastro. 

Accettare la fragilità o ritirarsi nel vittimismo

Ma guardando alle ragioni ultime per cui tali eventi accadono, le note parole “Quando è il tuo turno, non togliertelo e quando non è il tuo turno, non mettertelo” hanno senso, perché il destino è inevitabile, come agisce la provvidenza.

Anche le parole del Vangelo si fanno sentire: “non sappiamo né il giorno né l'ora”. Questa situazione ci parla della condizione stessa dell'essere umano, di fronte alla quale ci sono solo due posizioni possibili. La prima è accettare la nostra vulnerabilità, i nostri limiti e la nostra fragilità per essere persone migliori. Come ci ha mostrato Fidel, che ha perso la madre nell'incidente e che in quel momento stava pregando il rosario, con la sua testimonianza, come ci ha detto Francisco Otamendi qui a Omnes.

Ma è possibile fare il contrario, rendere la ferita subita, attraverso la perdita di una persona cara o l'essere vittima, la mia identità, cioè cadere in un vittimismo infruttuoso. 

Il vero test della maturità cristiana

Intellettuale norvegese e prelato di Trondheim, Erik Varden, spiega entrambe le situazioni in modo molto chiaro. Da un lato, ci mostra qual è il “test dell'ovatta” per sapere se abbiamo imparato la lezione in situazioni come questa: “Più passa il tempo, più mi convinco che per sapere se qualcuno sta crescendo come cristiano e sta acquisendo saggezza, bisogna vedere se quella persona è capace di vivere in pace pur essendo vulnerabile”. Lo ha spiegato in un'intervista a Nuestro Tiempo nell'ottobre 2024. A questo ha aggiunto, quando gli è stato chiesto: "Che cos'è la vulnerabilità?

“Riconoscete la vostra finitudine. Riconoscete che non siete abbastanza per voi stessi. Riconoscete che potete soffrire, che gli altri possono farvi del male e che non potete proteggervi”. Come ciliegina sulla “torta”, ha aggiunto: “Devi cercare di interiorizzare questa verità, di guardarti e lasciarti guardare da quel Dio il cui volto è... la pace. Lo diciamo ogni giorno a messa: «Pace lascio con voi, pace vi do». Questa pace non è un sentimento, ma la presenza di Qualcuno, come diceva San Paolo: «Cristo è la nostra pace». Con questa pace potrò vivere la mia vulnerabilità, affrontare le mie paure e imparare a cominciare a credere nella possibilità che, forse, l'amore è reale”.

Ferite che non definiscono l'identità

Più recentemente, nel Forum Omnes, ha parlato a più di 250 persone riunite nell'Aula Magna dell'Università CEU San Pablo di Madrid per la presentazione del suo ultimo libro “Heridas que sanan» ("Ferite che guariscono", edito da Encuentro), sul pericolo del vittimismo.

Quando le ferite personali vengono esposte pubblicamente, chiedendo riconoscimento e riparazione, abbiamo un problema. Perché a volte è necessario mostrare le ferite, ma il rischio è, come ci dice la dottoressa, di trasformarle in identità: “quando diciamo ‘la mia ferita sono io’”. Perché la vostra identità non è la vostra ferita, ma le vostre caratteristiche personali e le vostre decisioni, come la coerenza della vostra vita, le vostre virtù e il vostro scopo di vita.

Possiamo imparare da Varden a mettere a posto le battute d'arresto della vita. Non è tanto quello che ci succede, che può essere letale, ma come lo interpretiamo e lo inseriamo nella nostra vita.

L'autoreÁlvaro Gil Ruiz

Professore e collaboratore regolare di Vozpópuli.

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Risorse

E se le macchine avessero un'anima? 

L'intelligenza artificiale non ci ricorda che le macchine stanno per avere un'anima. Ci ricorda, forse, che non abbiamo ancora compreso appieno cosa significhi averne una.

Álvaro Presno-27 gennaio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Quando la creatura di Frankenstein, di fronte alle pagine di Paradiso perduto, si ferma e si chiede: «Che cosa ero io?», non solo formula un dubbio intimo, ma apre una crepa metafisica che attraversa i secoli e ancora ci sfrega: la questione dell'anima. Quella fessura - appena una linea nel tessuto dell'umano - sembra oggi allargarsi sotto la spinta di nuovi modelli generativi, fino a sfumare i contorni di ciò che credevamo possibile e a costringerci a riconsiderare dove finisce la materia e inizia la coscienza. 

Indicatori di consapevolezza

Macchine che traducono, dipingono, dialogano e compongono musica. Artefatti che mimano l'empatia e ragionano con apparente facilità. Alcuni ricercatori, basandosi su framework come Teoria dell'informazione integrata (IIT) o di Giulio Tononi Teoria dello spazio di lavoro globale L'anima - l'ultima frontiera ontologica - potrebbe emergere come un semplice epifenomeno della complessità, come una sorta di nebbia che appare quando la materia è organizzata con una densità sufficiente? Può una macchina venire a reclamare il proprio? 

Va aggiunto, tuttavia, che la stessa letteratura specialistica riconosce che, sebbene teorie come quella del Teoria dell'informazione integrata o il Teoria dello spazio di lavoro globale hanno un supporto empirico nei cervelli biologici, la loro applicazione ai sistemi artificiali rimane in gran parte esplorativa e non costituisce oggi un test affidabile della coscienza. 

Barriere e limiti tecnici

Da alcuni settori della comunità scientifica, si propone di valutare la coscienza nelle macchine sulla base di queste “proprietà indicatrici”: elaborare in loop, diffondere informazioni a livello globale, monitorare i propri stati, mostrare agenzia e persino incarnare una qualche forma di corporeità. Il bilancio, per il momento, è sobrio: nessuna IA soddisfa queste condizioni in modo robusto, anche se in linea di principio non ci sono barriere tecniche che impediscano ai sistemi futuri di implementarle. 

Immaginate, però, che in un futuro prossimo un sistema artificiale riesca a soddisfare tutti questi criteri. Potrebbe integrare le informazioni a livello globale, monitorare i propri stati interni, regolare il proprio comportamento in base agli obiettivi previsti, sviluppare una narrazione coerente di sé nel tempo. Supponiamo persino che parli in prima persona con impeccabile coerenza, descriva le sue “esperienze” e difenda la sua identità con argomentazioni raffinate. Avremmo allora raggiunto la soglia ontologica? 

Funzione vs. Essere

Tutto ciò, in senso stretto, risponderebbe a una domanda funzionale: come funziona un sistema, quali processi esegue, quale architettura è alla base del suo comportamento. Ma la domanda decisiva non è solo come funziona qualcosa, ma che cos'è. Gli indicatori descrivono le attività, ma non raggiungono il fondamento del soggetto che le svolge: moltiplicare le funzioni non equivale a costituire un soggetto. Un sistema può simulare il discorso dell'interiorità, ma questo non implica che ci sia qualcuno per cui qualcosa si dà come esperienza. Il problema non è più quello del grado di complessità, ma dell'ordine della realtà.

Il problema difficile

È qui che compare quello che il filosofo australiano David Chalmers ha chiamato negli anni Novanta il “problema difficile” della coscienza: non basta spiegare come si integrano le informazioni o come si regola l'attenzione; resta da chiarire perché questa integrazione si accompagna all'esperienza, perché c'è qualcosa che si sente. Questo salto qualitativo non può essere tradotto in calcolo.

Tuttavia, sebbene l“”hard problem" sia ampiamente riconosciuto nella filosofia della mente, il suo status di limite fisico definitivo per una spiegazione naturalistica della coscienza è ancora oggetto di dibattito e non c'è consenso sulla questione. È proprio a questo limite - sia esso interpretato come un ostacolo insormontabile o come una sfida ancora aperta - che la tradizione filosofica classica, ripresa e sviluppata dal pensiero cristiano, trova il proprio spazio per la nozione di anima. 

L'anima nella tradizione cristiana

Se persino la coscienza fenomenica - quel fatto elementare che c'è «qualcosa che si sente» - non può essere ridotta senza residui alla complessità funzionale, come possiamo aspettarci che la tecnica spieghi ciò che, nell'antropologia cristiana, è molto più radicale: l'anima? Nel quadro tomistico, l'autocoscienza non è l'anima, ma solo uno dei suoi poteri, un riflesso dell'interiorità spirituale. L'anima è il principio ontologico che sostiene questa esperienza e la trascende all'infinito. Ridurla alla coscienza funzionale sarebbe come confondere la luminosità del riflesso con la fonte della luce.

Nella fede cristiana, l'anima razionale non scaturisce dalla materia o da un qualsiasi assemblaggio tecnico: è immediatamente creata da Dio, immortale e in unione - né giustapposizione né fusione indifferenziata - come forma sostanziale con il corpo umano. Qui sta l'irriducibile dignità di ogni persona, immagine di Dio e destinata all'eternità. Un'altra storia. 

Narrazione o ontologia

La tentazione, tuttavia, è forte: riconfigurare l“”anima" come metafora psicologica o narrativa. Un ciclo di identità che persiste nel tempo come una melodia riconoscibile. E sì, l'immagine è bella. Ma non risolve nulla. La narrazione non equivale all'ontologia.

La questione di fondo non è se qualcosa possa essere raccontato come un sé, ma se in quel qualcosa ci sia un soggetto che sia, in senso forte, il vero portatore di quella storia. E qui la discussione cessa di essere letteraria o psicologica ed entra inevitabilmente nel campo della metafisica. 

Sfide etiche e metafisiche

Eppure l'immaginazione speculativa non si ferma. Filosofi come Thomas Metzinger hanno persino sollevato la questione se i sistemi artificiali coscienti meriterebbero una considerazione morale, mentre pensatori come Nick Bostrom ipotizzano scenari in cui le intelligenze non biologiche superano le nostre capacità e pongono sfide etiche senza precedenti. Si parla di “anime sintetiche”, di soggettività emergenti in entità non biologiche. Si immagina un'etica per le macchine, un diritto che riconosca la loro dignità. Allo stesso tempo, il dibattito accademico sul possibile status morale dei sistemi artificiali potenzialmente coscienti è cresciuto notevolmente negli ultimi anni, fino a consolidarsi come un campo a sé stante all'interno dell'etica applicata e della filosofia della tecnologia. 

Altri riducono la questione alle condizioni minime dell'interiorità: sensori, stati interni, capacità di proiettare futuri e assegnare loro un valore. Ma la vecchia filosofia aristotelico-tomista lancia il suo monito: non basta assemblare funzioni. Senza unità sostanziale non c'è soggetto, ma solo ingranaggio. 

Lo specchio della macchina

L'intelligenza artificiale non ci ricorda che le macchine stanno per avere un'anima. Ci ricorda, forse, che non abbiamo ancora compreso appieno cosa significhi averne una. Così come Darwin nel XIX secolo ci costrinse a ripensare il rapporto tra fede ed evoluzione, oggi l'intelligenza artificiale agisce da catalizzatore: ci costringe a chiarire cosa significa essere immagine di Dio e a distinguere tra l'apparenza dell'intelligenza e la realtà della persona.

L'autoreÁlvaro Presno

Dottorato di ricerca in Ingegneria e Dottorato di ricerca in Matematica. È membro del gruppo di lavoro sull'intelligenza artificiale della Società degli scienziati cattolici in Spagna.

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7 chiavi per sperimentare meglio il perdono di Dio nella confessione

Quali aspetti aiutano a sperimentare meglio il perdono di Dio nel sacramento della Riconciliazione? Qual è la sua dimensione psicologica? Un'équipe di psicologi, filosofi e teologi l'ha studiata, nell'ambito di un progetto internazionale della Fondazione John Templeton, con esperti delle università di Navarra, Comillas, San Dámaso e CEU Abat Oliba.

Francisco Otamendi-27 gennaio 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

L'esperienza del perdono di Dio nel sacramento della Riconciliazione non dipende solo dal confessore. È anche profondamente influenzata dalle caratteristiche personali e dalla storia del penitente, nonché dalla psicologia, che finora ha prestato poca attenzione al perdono quando si riferisce a Dio. 

Lo studio qui presentato fa parte di un progetto internazionale della John Templeton Foundation, guidato da Francis Fincham (Florida State University), che cerca di comprendere la dimensione psicologica dell'esperienza del perdono divino.

Dieci gruppi di ricerca: Harvard, Baylor, Navarra, ecc.

Il progetto coordina dieci gruppi di ricerca indipendenti, decine di ricercatori provenienti da diverse università (Harvard, Baylor University e Navarra) e da diversi continenti (Sud America, Australia, Italia, Stati Uniti e Spagna). 

Una di queste dieci équipe si è concentrata sull'esperienza del perdono nei cattolici attraverso la confessione, con psicologi, filosofi e teologi come Martiño Rodríguez-González, María Calatrava e José María Pardo, che hanno guidato il progetto dall'Università di Navarra, María Pilar Martínez (Università Pontificia di Comillas), Juan de Dios Larrú (Università Ecclesiastica San Dámaso) e Joan D.A. Juanola (Università CEU-Abat Oliba). 

Venticinque sacerdoti con un'esperienza pastorale ampia e diversificata, provenienti da diversi Paesi e vicini a diverse realtà ecclesiali, sono stati intervistati nella ricerca, riporta lo studio, intitolato ‘Guida pratica per i confessori. Chiavi psicologiche e pastorali per il sacramento della riconciliazione’, di seguito denominata guida.

Schema

La sintesi generale dello studio riguarda chiavi pastorali per il confessore, chiavi o aspetti per il penitente, che ora vedremo in sintesi, peccati che chiama “situazioni difficili e delicate”, e alcuni contorni della “dimensione psicologica del sacramento”, che saranno trattati nel prossimo futuro. 

Fattori penitenziali che influenzano l'esperienza del perdono

1. Concetto di sé e identità. Immagine negativa di sé.

Alcuni penitenti hanno un'immagine negativa di sé, sottolineano gli autori, arrivando a fondersi con i propri peccati, come se questi definissero la loro identità: “Sono cattivo”. Questa visione distorta può rendere difficile aprirsi al perdono e separare la propria identità dai propri errori.

Diversi fattori contribuiscono a questa immagine negativa di sé. Tra questi possono esserci la storia personale e familiare, il non essersi confessati per lunghi periodi della propria vita, che può rafforzare l'identificazione con il peccato, rendendo difficile sperimentare la misericordia di Dio. Come si vedrà nella guida o nei consigli per i confessori, per accompagnare queste persone, la prima e più essenziale cosa è offrire un'accoglienza incondizionata. 

Ricordare che i santi sapevano di essere peccatori e che tutti noi siamo peccatori può aiutare a normalizzare l'esperienza della confessione. Inoltre, guardare più a Dio e meno al peccato aiuta a spezzare la spirale dell'egocentrismo.

Risorse utili: ‘Gli dei infranti. I sette desideri del cuore umano’, Gregory K. Popcak, un libro che esplora come i desideri umani, anche quelli più oscuri, possano essere trasformati in mezzi di santificazione. 

2. Immagine di Dio

La rappresentazione distorta di Dio è in molti casi legata alle esperienze di vita precedenti, in particolare a quelle date dalle figure di attaccamento dell'infanzia e dell'adolescenza (genitori o figure di riferimento nella famiglia d'origine), che possono essere proiettate inconsciamente sulla relazione con Dio. Il penitente si vede colpevole davanti a un giudice implacabile, il che impedisce la riconciliazione.

Tuttavia, la confessione può diventare un'esperienza liberatoria quando il penitente scopre che Dio non è principalmente un giudice, ma un Padre vicino e misericordioso, sempre pronto ad accogliere e perdonare. L'accoglienza calorosa e incondizionata del confessore gioca un ruolo decisivo in questo senso, sottolinea la guida.

3. Alcune dinamiche interne o ferite psicologiche

Alcuni tratti psicologici hanno un'influenza decisiva sul modo in cui il penitente vive la confessione. Alcuni di essi agiscono come ostacoli che rendono difficile l'accettazione della misericordia. Tra i più frequenti ci sono:

- perfezionismo e autoesigenza.

- scrupoli o tendenza all'autoflagellazione (circolo di paura e sfiducia).

- Il vittimismo riduce l'identità di una persona alla ferita subita.

- frivolezza o tratti narcisistici, che rendono difficile riconoscere i propri errori e i danni causati.

4. Circostanze di vita ed esperienze significative

I momenti di rottura, di dolore o di crisi - come la perdita di una persona cara, una grave malattia, profonde delusioni o la sensazione di “toccare il fondo” - generano una vulnerabilità che può favorire l'azione della grazia e predisporre la persona alla confessione. Anche le esperienze di amore incondizionato ricevute nel corso della vita aprono la persona al perdono.

Il desiderio di crescita spirituale o di rispondere a una vocazione agisce come una potente motivazione per accostarsi al sacramento della Riconciliazione. Anche l'ambiente e la comunità giocano un ruolo importante. La “gioia del penitente” ha un effetto contagioso.

I momenti chiave o “tempi forti” possono essere i pellegrinaggi, i ritiri, la preparazione ad alcuni sacramenti (prima comunione, matrimonio, unzione degli infermi) o i periodi liturgici come l'Avvento e la Quaresima. 

5. Formazione e spiritualità

Una spiritualità consolidata, con una pratica costante e l'esperienza della grazia, permette di avvicinarsi al sacramento con maggiore apertura e consapevolezza, dicono i sacerdoti. “Una persona con una spiritualità superficiale non è la stessa di una persona con una vita di culto, con un'esperienza di grazia nella sua vita. Questo ha un'influenza.

Inoltre, “la comprensione del significato della confessione - che cos'è un sacerdote e qual è la sua missione, eccetera - facilita un'esperienza più consapevole e significativa”. 

6. Frequenza: accompagnamento al discernimento

Avvicinarsi regolarmente al sacramento permette alla confessione di diventare un vero e proprio cammino di conversione, favorendo un rapporto più profondo con Dio. 

I sacerdoti sottolineano, secondo la guida, che non esiste una frequenza unica adatta a tutti i penitenti; ogni persona ha il proprio ritmo spirituale. Le frequenze tipiche includono la confessione settimanale, mensile o irregolare/annuale (di solito in Quaresima). 

Alcuni consigliano di regolarla ogni quindici giorni o una volta al mese, a seconda della realtà di ciascun penitente. Ritengono che l'accompagnamento del sacerdote sia fondamentale per discernere questo ritmo personale, evitando sia l'ossessione della frequenza - come può accadere nei casi di scrupolosità - sia l'imposizione di un calendario rigido.

7. Esperienze passate di confessione

La confessione dopo lunghi periodi senza accostarsi al sacramento può generare un effetto sorpresa e una gioia intensa per il perdono ricevuto. Si raccomanda di concentrarsi sulla gioia di Dio e sul ritorno del penitente alla comunione con Lui, piuttosto che sul tempo trascorso senza confessarsi.

Il ricordo di incontri severi o di confessori che incutono paura accentua il senso di colpa più che la riconciliazione. La fiducia e la sicurezza trasmesse dal sacerdote aiutano a “spianare la strada” al penitente per tornare a confessarsi, sottolineano.

L'autoreFrancisco Otamendi

Cultura

La catechesi che «nasconde» la Sagrada Família di Gaudí

Nella terza puntata della serie «Arteologia», Abel de Jesús ci guida nel cuore spirituale della Sacra Famiglia, mostrando come la croce non sia solo un simbolo, ma l'origine stessa della Chiesa.

Sonia Losada-27 gennaio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Abel de Jesús, nel suo terzo intervento al corso di Arteologia ha voluto soffermarsi sull'origine della Chiesa. «Quando i Padri della Chiesa pensano alla Chiesa di Cristo, la pensano a partire dalla croce», ha spiegato Abel. «Dal costato aperto di Cristo sgorgarono il sangue e l'acqua, i segni del Battesimo e dell'Eucaristia. È lì che nasce la Chiesa. Non come organizzazione umana, ma come corpo sostenuto dall'amore: la malta invisibile che regge il tempio la cui missione è evangelizzare e trasmettere l'atto salvifico di Cristo».

Questa comprensione originale ci aiuta a capire perché l'arte cristiana, quando è fedele alla sua vocazione, non adorna la fede, ma la rivela. Antoni Gaudí lo ha espresso magistralmente quando ha concepito la chiesa come un catechismo di pietra e luce. Nella Sagrada Família, la torre più alta non è quella di Maria o degli apostoli, ma quella di Gesù Cristo, coronata da una croce luminosa. Cristo appare così come luce vera (cfr. Gv 1,9) e come supremo mediatore tra Dio e gli uomini. Tutta l'architettura converge su questo punto: non c'è cristianesimo senza croce, né luce cristiana che non nasca da essa.

Lo scandalo della croce

Tuttavia, per l'uomo di ieri e di oggi, la croce è insopportabile. San Giovanni della Croce avvertiva che molti desiderano i beni della croce, ma pochi vogliono essere amici della croce. Nella notte oscura non sono molti quelli che accettano di vivere un mistero radicalmente incompatibile con le sicurezze umane. La croce non può essere compresa dalle ideologie o dai sistemi chiusi, ma dall'abbandono affidato al Padre e dalla consegna a tutti.

Il vero termometro del nostro vivere il Vangelo è il perdono. È sufficiente osservare come una persona tratta i suoi nemici, come reagisce alle ingiustizie o alle critiche immeritate. Questa è la cartina di tornasole. Solo il santo è in grado di accettare con mitezza le critiche ingiuste; anche quelle giuste sono spesso difficili per noi. Il perdono e la riconciliazione sono il cuore della proposta di Gesù: un dono di sé per tutti, portato dallo Spirito Santo. εἰς τέλος εἰς τέλος, fino alla fine (cfr. Gv 13,1).

Spesso cerchiamo di rendere più sopportabile il mistero della croce inventando scorciatoie: devozioni decentrate, ricerca incessante di consolazioni spirituali, pellegrinaggi interminabili alla ricerca di segni straordinari. Non è la devozione ai santi a essere messa in discussione, ma la riduzione della fede a fenomeni che attutiscono lo scandalo della croce. San Giovanni della Croce denunciava come un grande affronto a Dio la ricerca di rivelazioni particolari, come se la Rivelazione definitiva - Cristo stesso - non fosse sufficiente. Nella croce, Dio ha detto tutto.

La croce come pienezza della rivelazione

Non tutte le teologie hanno assunto questa centralità. Quando la regalità di Cristo viene interpretata in chiave terrena o politica, viene pervertita. Cristo è sì re, ma la sua corona è fatta di spine, il suo scettro una canna con cui viene percosso, la sua veste la porpora del suo sangue e il suo trono la croce. Davanti a Pilato, quando tutti gli attributi della regalità sono presenti, la natura della sua regalità è rivelata senza ambiguità. Il segreto messianico scompare: questo è il Re che Gesù è venuto a proclamare.

Per questo il Vangelo non può essere letto senza la croce. Parole come quelle di Giovanni 6 - «chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna» - possono essere comprese solo alla luce della totale donazione di Cristo. Lo stesso vale per passaggi difficili come «Non sono venuto a portare la pace, ma una spada» (Mt 10,34). Prese dalla croce, queste parole possono giustificare la violenza; lette da essa, rivelano che la fedeltà al Vangelo può provocare divisione e rifiuto, ma mai la guerra santa. La croce è la chiave ermeneutica di tutta la Scrittura.

False rassicurazioni e veri messia

Neanche i contemporanei di Gesù capirono questo mistero. Si aspettavano un salvatore politico. Farisei, Sadducei, Zeloti ed Esseni riponevano la loro fiducia in sicurezze religiose, sociali o ideologiche che la croce veniva a disfare. Gesù non rientrava in nessuna aspettativa messianica. La sua morte sull'albero - segno di maledizione secondo il Deuteronomio - non è stata solo un fallimento umano, ma un'esclusione radicale operata per amore.

Sulla croce, tutti consegnano Gesù: il Padre, Giuda, Pilato, la folla che preferisce Barabba. I discepoli fuggono, sopraffatti dalla paura e dalla disperazione. Non sanno ancora che la Pasqua sta per scoppiare.

Dal fallimento alla gloria

Il mistero del Crocifisso si risolve solo nella Risurrezione, che libera gli apostoli dal calcolo del successo o del fallimento. L'icona del discepolo di successo non è il guerrigliero, ma il martire. Non colui che occupa le prime pagine, ma colui che trasforma il mondo da cuore a cuore. Le parabole di Gesù puntano sempre sul piccolo: il granello di senape, il lievito, la luce discreta. L'evangelizzazione non nasce da programmi, ma da esperienze contagiose di prossimità.

Ecco perché la torre degli apostoli e degli evangelisti nella chiesa della Sacra Famiglia non ha una luce centralizzata ma distribuita, perché simboleggia la missione di trasmettere la luce al mondo. “Voi siete la luce del mondo” (Mt 5,14).

La Chiesa nasce così, sulla croce e nella donazione d'amore fino alla fine. Questa è la sua vera origine e la sua tradizione più profonda. Da essa scaturisce una comunità inviata nel mondo, sostenuta dallo Spirito, per annunciare a Giudei e Gentili che Gesù è il Signore e che l'amore ha l'ultima parola. Dove c'è carità e amore, c'è Dio.


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L'autoreSonia Losada

Giornalista e poeta.

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Vaticano

Sulla tomba di San Paolo, il Papa esorta la missione ad annunciare Cristo

Papa Leone XIV all'Angelus di questa mattina presso le spoglie di San Paolo Apostolo ha incoraggiato “la missione di tutti i cristiani oggi, di annunciare Cristo e di proclamare il Vangelo”. E ha detto che gli attacchi all'Ucraina, che lasciano intere popolazioni esposte al freddo invernale, “allontanano una pace giusta e duratura”.

Redazione Omnes-26 gennaio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Nella terza domenica del Tempo Ordinario, la Domenica della Parola, istituita da Papa Francesco sette anni fa, il Pontefice ha ricordato “accanto alle spoglie dell'Apostolo delle Genti, che la sua missione è anche la missione di tutti i cristiani di oggi: annunciare Cristo e invitare tutti a confidare in Lui”.

Nella celebrazione dei Vespri sulla conversione dell'apostolo Paolo, ultimo giorno della Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani, il Pontefice ha voluto fare un appello alla missione evangelizzatrice della Chiesa. E lo ha fatto facendo riferimento al Concilio Vaticano II e alle sue stesse parole all'inizio del Pontificato, nel maggio 2025.

Vaticano II: “annunciare il Vangelo ad ogni creatura”.”

All'inizio della Costituzione sulla Chiesa, il Concilio Vaticano II “ha dichiarato il suo ardente desiderio di proclamare il Vangelo ad ogni creatura (cfr.  Mc  16,15). E quindi “illuminare tutti gli uomini con la luce di Cristo che risplende sul volto della Chiesa» (Costituzione dogmatica sulla Chiesa nella vita della Chiesa). Lumen Gentium, 1)”. 

“È compito comune di tutti i cristiani dire al mondo, con umiltà e gioia: “Guardate a Cristo, avvicinatevi a lui, accogliete la sua parola illuminante e consolante!”.Omelia della Messa per l'inaugurazione del Pontificato , 18 maggio 2025).

All'Angelus, con l'esempio di Gesù

Queste parole sono molto simili a quelle che egli ha usato nella Angelus in Piazza San Pietro al mattino, incoraggiando i romani e i pellegrini ad annunciare il Vangelo e a “non rimanere chiusi in se stessi”. Ha portato l'esempio di Gesù stesso.

“L'evangelista ci dice che Gesù iniziò la sua predicazione ”quando seppe che Giovanni era stato arrestato”. Ciò avviene, dunque, in un momento che non sembra ideale: il Battista è stato appena arrestato e i capi del popolo sono quindi restii ad accogliere la notizia del Messia. 

“Superare resistenze interne o circostanze sfavorevoli”.”

È un momento che suggerirebbe cautela, ha riflettuto il Papa, “ma proprio in questa situazione oscura Gesù inizia a portare la luce della buona notizia: ‘Il regno dei cieli è vicino’.

“Anche nella nostra vita personale ed ecclesiale, a volte a causa di resistenze interne o di circostanze che consideriamo sfavorevoli, pensiamo che non sia il momento giusto per annunciare il Vangelo, per prendere una decisione, una scelta, per cambiare una situazione. 

Tuttavia, Leone XIV ha affermato che “il rischio è quello di rimanere bloccati nell'indecisione o imprigionati da un'eccessiva prudenza”. Invece il Vangelo ci invita a correre il rischio della fiducia. Dio opera in ogni momento, e ogni momento è buono per il Signore, anche se ci sentiamo impreparati o la situazione non sembra ideale".

Preghiera per l'unità dei cristiani: impegno per la missione

Tornando all'omelia della Messa serale, il Papa ha ricordato che “la Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani ci chiama ogni anno a rinnovare il nostro comune impegno per questa grande missione. Consapevoli che le divisioni tra noi, pur non impedendo alla luce di Cristo di brillare, oscurano tuttavia il volto che dovrebbe rifletterla nel mondo”.

Una spinta verso la piena unità

Come di consueto, i riferimenti a l'unità Le parole di Papa Leone sono state costanti. “Nel brano della Lettera agli Efesini, scelto come tema per la Settimana di preghiera di quest'anno, sentiamo ripetutamente la parola “uno”: un solo corpo, un solo Spirito, una sola speranza, un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio (cfr.  Ef  4,4-6)”.

“Cari fratelli e sorelle, come non essere profondamente commossi da queste parole ispirate, come non bruciare i nostri cuori per il loro impatto?”, ha chiesto il Papa. 

E la loro risposta è stata: “Sì, ‘condividiamo la stessa fede nell'unico Dio, Padre di tutti gli uomini; confessiamo insieme l'unico Signore e vero Figlio di Dio, Gesù Cristo, e l'unico Spirito Santo, che ci ispira e ci spinge alla piena unità e alla comune testimonianza del Vangelo’" (Lettera Apostolica In unitate fidei, Siamo uno, lo siamo già, riconosciamolo, sperimentiamolo, manifestiamolo!.

2033, 2000° anniversario della Passione, Morte e Resurrezione del Signore Gesù.

Nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, il Santo Padre Leone XIV ha ricordato che “il mio amato predecessore, Papa Francesco, ha osservato che il cammino sinodale della Chiesa cattolica “è e deve essere ecumenico, così come il cammino ecumenico è sinodale”.

Ciò si è riflesso nelle due Assemblee del Sinodo dei Vescovi del 2023 e del 2024. E “mentre guardiamo al 2000° anniversario della Passione, Morte e Risurrezione del Signore Gesù nel 2033, impegniamoci a sviluppare ulteriormente le pratiche sinodali ecumeniche e a comunicare l'uno all'altro chi siamo, cosa facciamo e cosa insegniamo (cfr. Per una Chiesa sinodale, 137-138).

Grazie al cardinale Koch e ai leader delle chiese cristiane

Concludendo, il Papa ha “salutato cordialmente il cardinale Kurt Koch, i membri, i consulenti e il personale del Dicastero per la Promozione dell'Unità dei Cristiani, così come i partecipanti ai dialoghi teologici e alle altre iniziative promosse dal Dicastero”. 

In particolare, ha salutato la presenza a questa liturgia di “numerosi leader e rappresentanti delle varie Chiese e Comunioni cristiane del mondo, in particolare il Metropolita Polykarpos, in rappresentanza del Patriarcato Ecumenico, l'Arcivescovo Khajag Barsamian, in rappresentanza della Chiesa Apostolica Armena, e il Vescovo Anthony Ball, in rappresentanza della Comunione Anglicana”. 

La coraggiosa testimonianza del popolo armeno

Con profonda gratitudine, il Santo Padre ha ricordato “la coraggiosa testimonianza cristiana del popolo armeno nel corso della storia, una storia in cui il martirio è stato una costante”. La tradizione testimonia il ruolo dell'Armenia come prima nazione cristiana, con il battesimo del re Tiridate nel 301 da parte di San Gregorio Illuminatore, ha detto il Papa.

“A conclusione di questa Settimana di preghiera, ricordiamo il santo cattolico San Nerses Shnorhali, ‘il Misericordioso”, che lavorò per l'unità della Chiesa nel XII secolo. Egli era in anticipo sui tempi nel comprendere che la ricerca dell'unità è un compito di tutti i fedeli e richiede la guarigione della memoria. 

San Nerses può anche insegnarci l'atteggiamento che dobbiamo adottare nel nostro cammino ecumenico, come ci ha ricordato il mio venerato predecessore, San Giovanni Paolo II”, ha detto il Papa: “I cristiani devono avere la profonda convinzione interiore che l'unità è essenziale non per un vantaggio strategico o politico, ma per predicare il Vangelo‘ (Omelia alla celebrazione ecumenica, Yerevan, 26 settembre 2001)”.

L'autoreRedazione Omnes

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Vaticano

Cosa propone il Papa di fronte ai rischi dell'IA?

Il Messaggio del Papa sull'IA (intelligenza artificiale) per la 60ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali potrebbe essere liquidato in tre paragrafi. Ma data la sua portata, sarebbe una frode. Vedi il testo completo, riassunto in 12 idee. Non essere in grado di distinguere i fatti dalla finzione è uno. Un altro è che siamo tutti influenzati.

Francisco Otamendi-26 gennaio 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Papa Leone XIV ha espresso un allarme globale sul fenomeno dell'AI (intelligenza artificiale) e propone un'alleanza di fronte al suo potere simulatorio. L'obiettivo non è fermare l'innovazione digitale, ma guidarla come alleati, in difesa della dignità umana e della verità.

L'appello è stato lanciato nel Messaggio del Papa per la 60ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, resa pubblica in occasione della festa di San Francesco di Sales il 24 gennaio. “Il volto e la voce sono sacri. Ci sono stati donati da Dio, che ci ha creati a sua immagine e somiglianza, chiamandoci alla vita con la Parola che lui stesso ci ha rivolto”, ha detto.

“Non siamo algoritmi biochimici”.”

“Custodire i volti e le voci umane significa preservare questo sigillo, questo riflesso indelebile dell'amore di Dio”, sottolinea il Santo Padre all'inizio del suo messaggio. “Non siamo una specie composta da algoritmi biochimici predefiniti. Ognuno di noi ha una vocazione insostituibile e inimitabile che scaturisce dalla vita e che si manifesta proprio nella comunicazione con gli altri”. 

Rischi e partnership

I rischi avvertiti da Leone XIV e il suo appello, e i termini dell'alleanza proposta dal Pontefice, possono essere riassunti come segue:

1.  La mancata cura della tecnologia digitale modifica i pilastri della civiltà umana.

“Simulando voci e volti umani, saggezza e conoscenza, coscienza e responsabilità, empatia e amicizia”, dice il Papa, “i sistemi noti come intelligenza artificiale non solo interferiscono con gli ecosistemi dell'informazione, ma invadono anche il livello più profondo della comunicazione, quello della relazione tra le persone.

2. La sfida non è tecnologica ma antropologica. 

Proteggere i volti e le voci significa, in ultima analisi, proteggere noi stessi. Abbracciare con coraggio, determinazione e discernimento le opportunità offerte dalla tecnologia digitale e dalla intelligenza artificiale non significa nascondere a noi stessi i punti critici, le opacità, i rischi, spiega il Papa.

3. Gli algoritmi progettati per massimizzare il coinvolgimento nei social network premiano le emozioni rapide.

E allo stesso tempo, aggiunge il Papa, penalizzano “le espressioni umane che hanno bisogno di tempo, come lo sforzo di comprensione e la riflessione”. Racchiudendo gruppi di persone in bolle di facile consenso e facile indignazione, questi algoritmi indeboliscono la capacità di ascolto e di pensiero critico e aumentano la polarizzazione sociale.

A questo si è aggiunto “un affidamento ingenuamente acritico sull'intelligenza artificiale come ‘amico’ onnisciente, dispensatore di tutte le informazioni, archiviatore di tutta la memoria, “oracolo” di tutti i consigli”.

4. I sistemi di intelligenza artificiale stanno prendendo sempre più il controllo della produzione di testi, musica e video. 

Gran parte dell'industria creativa umana “rischia così di essere smantellata e sostituita dall'etichetta “Powered by AI”, trasformando le persone in semplici consumatori passivi di pensieri non pensati, di prodotti anonimi, senza autore, senza amore”.

I capolavori del genio umano nei campi della musica, dell'arte e della letteratura sono ridotti a una mera palestra per le macchine, diagnostica il Papa.

5. Creazione di realtà parallele e nessuna distinzione tra realtà e finzione.

“Il potere della simulazione è tale che l'intelligenza artificiale può anche ingannarci fabbricando “realtà” parallele, appropriandosi dei nostri volti e delle nostre voci (...). È sempre più difficile distinguere la realtà dalla finzione”, si legge nel messaggio papale. 

A sua volta, Leone XIV aggiunge “il problema della mancanza di precisione. I sistemi che spacciano la probabilità statistica per conoscenza ci offrono in realtà, nel migliore dei casi, delle approssimazioni alla verità, che a volte sono vere e proprie ‘allucinazioni’”.

6. Mancanza di verifica delle fonti e crisi del giornalismo sul campo.

Questi due fattori, che richiedono “una continua raccolta di informazioni e una verifica sul luogo degli eventi, possono fornire un terreno ancora più fertile per la disinformazione, portando a un crescente senso di sfiducia, confusione e insicurezza”.”

Poiché i modelli di intelligenza artificiale sono modellati dalla visione del mondo di coloro che li costruiscono, ciò solleva “una grande preoccupazione per il controllo oligopolistico di sistemi algoritmici e di intelligenza artificiale in grado di guidare sottilmente il comportamento e persino di riscrivere la storia umana - compresa la storia della Chiesa - spesso senza che ce ne rendiamo conto”, aggiunge il Pontefice.

7. Cosa possiamo o saremo in grado di fare. Partnership con l'innovazione digitale

Leone XIV riflette su ciò che possiamo o potremo fare, crescendo in umanità e conoscenza, con un uso saggio di strumenti così potenti al nostro servizio. Non possiamo infatti “seppellire i talenti che abbiamo ricevuto per crescere come persone in relazione con Dio e con gli altri. Significa nascondere il nostro volto e far tacere la nostra voce”.

“La sfida che ci attende non è quello di fermare l'innovazione digitale ma quello di guidarla, e nella consapevolezza del suo carattere ambivalente”, propone il Papa.

Corrisponde “a ciascuno di noi”.” di alzare la voce in difesa della persona umana, in modo che “questi strumenti possono davvero essere integrati da noi come alleati”.”.

Una simile partnership è possibile, ma deve basarsi, a loro avviso, su tre pilastri: ‘responsabilità, cooperazione ed educazione’.

8. Responsabilità. A seconda delle funzioni, ciò può tradursi in “onestà, trasparenza, coraggio, visione, dovere di condividere la conoscenza, diritto di essere informati”. Ma, in generale, Nessuno può sottrarsi alle proprie responsabilità per il futuro che stiamo costruendo.

Per coloro che si trovano in l'apice delle piattaforme online, Ciò significa garantire che le proprie strategie aziendali non siano guidate dall'unico criterio del massimo profitto, ma anche da una visione del futuro che tenga conto del bene comune.

9. Creatori e programmatori di modelli di IA e legislatori nazionali: rispetto della dignità umana.

Si chiede loro di “essere trasparenti e socialmente responsabili per quanto riguarda i principi di pianificazione e i sistemi di moderazione che sono alla base dei loro algoritmi e dei modelli progettati per incoraggiare il consenso informato degli utenti”.

La stessa responsabilità è richiesta anche ai “legislatori nazionali e agli organismi normativi sovranazionali, che sono responsabili del controllo del rispetto della dignità umana”. 

10. Agenzie di stampa e media: definizione delle priorità

Agenzie e media non può permettere che gli algoritmi orientati a vincere la battaglia per qualche secondo in più di attenzione a tutti i costi prevalgano su fedeltà ai propri valori professionali, orientati alla ricerca della verità. 

I contenuti generati o manipolati dall'IA devono essere chiaramente contrassegnati e distinti da quelli creati dall'uomo, afferma l'Associazione. Il Papa

L'informazione è un bene pubblico. Un servizio pubblico costruttivo e significativo non si basa sull'opacità, ma sulla trasparenza delle fonti, sull'inclusione delle parti interessate e su un alto livello di qualità", aggiunge.

11. Tutti chiamati a collaborare, creare meccanismi di protezione. 

“Tutte le parti interessate - dall'industria tecnologica ai responsabili politici, dalle imprese creative al mondo accademico, dagli artisti ai giornalisti e agli educatori - devono essere coinvolte nella costruzione e nell'applicazione di una cittadinanza digitale consapevole e responsabile”, esorta Leon XIV.

12. Educazione, riflessione critica, alfabetizzazione digitale

L'obiettivo è quello di “accrescere le nostre personali capacità di riflessione critica; di valutare la credibilità delle fonti e i possibili interessi che stanno dietro alla selezione delle informazioni che ci arrivano; di comprendere i meccanismi psicologici che si attivano in risposta ad esse; di consentire alle nostre famiglie, comunità e associazioni di sviluppare criteri pratici per una cultura della comunicazione più sani e responsabili”.

È importante, riflette Papa Leone XIV, “educare e istruirsi a usare l'IA in modo intenzionale e, in questo contesto, prendersi cura della propria immagine (foto e audio), del proprio volto e della propria voce, per evitare che vengano utilizzati nella creazione di contenuti e comportamenti dannosi come le truffe digitali e il cyber-bullismo", deepfakes che violano la privacy e l'intimità delle persone senza il loro consenso”. 

In breve, “la rivoluzione digitale richiede anche una alfabetizzazione digitale (insieme a un background umanistico e culturale) per capire come gli algoritmi plasmino la nostra percezione della realtà, Come funziona il pregiudizio dell'intelligenza artificiale”continua il Papa.

Conclusione

Alla fine del Messaggio, Leone XIV afferma che “occorre criconoscere il dono della comunicazione come la verità più profonda dell'uomo, verso la quale dovrebbe orientarsi anche tutta l'innovazione tecnologica”.

L'autoreFrancisco Otamendi

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Evangelizzazione

12 linee guida per l'accompagnamento spirituale

L'accompagnamento spirituale promuove il discernimento e la maturità della fede attraverso una relazione sincera tra chi guida e chi cerca di crescere. È una pratica che rafforza la libertà interiore, favorisce la fiducia e aiuta a integrare la vita personale con l'azione dello Spirito.

José Miguel Granados-26 gennaio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

L'accompagnamento spirituale è un percorso di crescita personale e comunitaria che cerca di condurre il credente verso una relazione più intima con Dio. In questo compito, la Chiesa ci invita a guidare e a farci guidare con libertà, prudenza e amore. Queste dodici citazioni bibliche offrono spunti significativi.

1) “Un uomo saggio ascolta i consigli” (Prov 12:15).

Lasciarsi aiutare e consigliare da buone guide e insegnanti per tutta la vita, in una relazione di fiducia dalla prospettiva della fede.

Sia il consulente che la persona assistita devono coltivare con attenzione la libertà Il cristianesimo - senza cadere negli estremi dannosi dell'infantilismo fino alla coercizione o alla pigra omissione del dovere - per raggiungere la necessaria e attiva responsabilità e il maturità santificazione personale.

“La nostra coscienza è stata plasmata dalle persone della nostra vita: quelle che sono state gentili con noi, quelle che ci hanno ascoltato con amore, quelle che ci hanno aiutato”.” (Leone XIV, Veglia del Giubileo dei giovani. 2/8/2025). 

2) “Entrate per la porta stretta” (Mt 7,13).

Impegnarsi in un compito proprio formazione completa e permanente, sia della ragione credente che del cuore e della morale, per diventare cristiani di buon giudizio e di retta coscienza.

Evitare, invece, di essere governati dalla dolorosa legge della comfort e di minimo sforzo, che porta alla tiepidezza e alla pietosa mediocrità, e porta ad adattarsi tristemente alla mentalità mondano.

“La pienezza della nostra esistenza non dipende da ciò che accumuliamo o che possediamo, ma piuttosto da ciò che sappiamo accogliere e condividere con gioia”.” (Leone XIV, Omelia al Giubileo dei giovani. 3/8/2025).

3) “Il retto fa la giustizia” (Prov 20:7).

Coltivare interiormente con calma la virtù umane o morale, come: prudenza, giustizia, fortezza, temperanza, castità, sincerità, operosità, ordine, cordialità, gentilezza, comprensione, rispetto, serenità, buon umore, ecc.

In questo modo, cerca di raggiungere l'unità e il coerenza tra fede e opere, la forza di volontà e un'affettività intensa ed equilibrata, senza attaccamenti inopportuni, vengono riordinate e rafforzate.

“Possiamo citare la lealtà, la sincerità, la magnanimità, l'apertura mentale e di cuore, la capacità di gioire con chi gioisce e di soffrire con chi soffre; e ancora l'autocontrollo, la dolcezza, la pazienza, la discrezione, una grande propensione all'ascolto e al dialogo, la disponibilità al servizio”.” (Leone XIV, Discorso al Giubileo dei Vescovi. 25/6/2025).

4) “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato” (Gv 15,12).

Crescendo nel carità fraterna imparare a donare se stessi agli altri attraverso la dono di sé stesso giorno.

Implorare il Signore per la grazia di un sguardo di misericordia verso gli altri e verso se stessi.

“Fratelli, sorelle, questa è l'ora dell'amore! Insieme, come un unico popolo, tutti fratelli e sorelle, camminiamo per incontrare Dio e amarci gli uni gli altri”.” (Leone XIV, Messa di inaugurazione del suo pontificato. 18/5/2025).

5) “Chi mangia me vivrà per causa mia” (Gv 6,57).

Prendete l'abitudine di andare regolarmente al fonti di grazia -soprattutto i sacramenti dell'Eucaristia e della Riconciliazione- per crescere nelle virtù teologali e ricevere i doni soprannaturali.

Chiedete al Signore di vivere sempre in stato di grazia santificare.

“Restiamo uniti a Lui, restiamo nella sua amicizia, sempre, coltivandola con la preghiera, l'adorazione, la comunione eucaristica, la confessione frequente, la carità generosa”.” (Leone XIV, Omelia al Giubileo dei giovani. 3/8/2025).

6) “Signore, insegnaci a pregare” (Lc 11,1).

Cercate nella preghiera la grazia di una vera intimità e cura filiale con il Signore.

Vivere le devozioni cristiane in modo coerente con il proprio stato di vita: Liturgia delle Ore, Santo Rosario, Via Crucis, ecc.

“L'incontro con Gesù corrisponde alle speranze più profonde del nostro cuore, perché Gesù è l'Amore di Dio fatto uomo”.” (Leone XIV, Veglia del Giubileo dei giovani. 2/8/2025).

7) “Obbedite sempre alle vostre guide, perché si rivelano per il vostro bene” (Eb 13,17).

Seguire sempre docilmente il Magistero della Chiesa sulla fede e sulla morale, in accordo con l'insegnamento sicuro della Tradizione cattolica, senza giustificazioni o inganni, evitando di false interpretazioni accomodante.

Rispettare e obbedire nel rispetto delle direttive dell'autorità ecclesiastica.

“La prudenza pastorale permette al vescovo di guidare la comunità diocesana valorizzando le sue tradizioni e promuovendo nuovi percorsi e nuove iniziative”.” (Leone XIV, Discorso al giubileo dei vescovi. 25/6/2025).

8) “Ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo e chi in un altro” (1 Cor 7,7).

Il distacco dalla propria spiritualità, secondo il vocazione e di perseverare con determinazione nella ricerca del fedeltà alla propria chiamata, senza cedere allo scoraggiamento di fronte alle difficoltà.

Evitare l'isolamento individualistico, partecipare nel miglior modo possibile alla vita della comunità. Comunità cristiana, L'attitudine ad apprendere e a mettere a disposizione i propri talenti con spirito di iniziativa.

“Apriti al mondo che ti fa paura! Apriti alle relazioni che ti hanno deluso! Apriti alla vita che hai rinunciato ad affrontare! Chiudersi, infatti, non è mai una soluzione”.” (Leone XIV, Pubblico generale. 30/7/2025).

9) “Lo stesso Dio della pace vi santifichi interamente” (1 Tess 5,23).

Trasmissione serenità e abbandono nella provvidenza divina e aiutare a superare i vari fardelli e le paure che possono sorgere.

Insegnare a vivere in vera umiltà, pace e gioia nell'entroterra.

“Questa è la pace di Cristo risorto, una pace disarmata e disarmante, umile e perseverante. Viene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente”.” (Leone XIV, Saluti dalla loggia centrale della Basilica di San Pietro. 8/5/2025).

10) “Colpisco il mio corpo e lo sottometto, per evitare che, avendo predicato agli altri, io stesso sia squalificato” (1 Cor 9,27).

Garantire una tempestiva sforzo ascetico motivato, abnegato e gioioso, coniugando l'intensa domanda con la tranquillità, l'impegno a crescere cristianamente senza indulgere in scrupoli morbosi.

Imitare la testimonianza del santi, che hanno seguito Cristo nel cammino della croce con la loro eroica generosità.

“La grazia non elimina la nostra libertà, ma la risveglia”.” (Leone XIV, Audizione generale. 6/8/2025).

11) “Ben fatto, servo buono e fedele; perché sei stato fedele in una cosa piccola, ti darò un incarico importante; entra nella gioia del tuo padrone” (Mt 25,21-23).

Sognare alti ideali e vitale, a beneficio della comunità cristiana e civile.

Concretizzare seriamente il proprio impegni Cristiano e sociale.

“Aspirate a grandi cose, alla santità, ovunque siate. Non accontentatevi di meno. Allora vedrete la luce del Vangelo crescere ogni giorno, in voi stessi e intorno a voi”.” (Leone XIV Omelia al Giubileo dei giovani. 3/8/2025).

12) “Cristo ha amato la sua Chiesa” (Ef 5,25).

Amare il Chiesa Madre senza criticarla con acrimonia o separarsi da essa a causa delle miserie di alcuni dei suoi membri.

Promuovere il zelo evangelistico, intraprendendo con coraggio e tenacia azioni apostoliche, in accordo con la propria missione ecclesiale, e promuovendo e curando il futuro con entusiasmo, attenzione e speranza. vocazioni.

“Quanto il mondo ha bisogno di missionari del Vangelo che siano testimoni di giustizia e di pace! Quanto il futuro ha bisogno di uomini e donne che siano testimoni di speranza!”.” (Leone XIV, Veglia del Giubileo dei giovani. 2/8/2025). 

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Libri

La vera opzione benedettina

Si tratta di un vero e proprio trattato di vita spirituale, contemplazione e santità, come nel XVI secolo si chiamavano i trattati di “ascesi e mistica”, che aiutavano i membri del clero regolare e secolare a nutrire la propria vita spirituale e a illuminare il popolo cristiano nella sua missione di illuminare il mondo dall'interno.

José Carlos Martín de la Hoz-26 gennaio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Qualche anno fa è stata tradotta in spagnolo e diffusa tra i cristiani spagnoli l'opera di un noto autore americano intitolata “l'opzione benedettina” che, dopo un'analisi della situazione dei credenti negli Stati Uniti, raccomandava l“”opzione benedettina", cioè di agire come nel Medioevo, quando la vita delle comunità cristiane era organizzata attorno ai monasteri benedettini sparsi per il mondo.

In Spagna, questa opzione di rinchiudersi nella verità cristiana, che facilita l'autoreferenzialità e la segregazione da altre famiglie, culture e mentalità, non ha avuto successo. È necessario che le famiglie cristiane si mescolino con altre famiglie pagane e le stimolino ed evangelizzino. Chiudersi in un piccolo mondo ci snatura, perché dobbiamo essere lievito nella massa.

Il cardinale di Rabat, Clemente López, ha commentato che quando Papa Francesco li visitò nel 2019, l'ultimo giorno, prima di salire sull'aereo che lo avrebbe riportato a Roma, gli disse che non importava se i cristiani in Marocco fossero tanti o pochi, se avessero molta o nessuna influenza; l'importante era che il “sale non diventasse insipido”.

Apertura

In Spagna ci sono ancora abbastanza radici cristiane per poter creare con i nostri amici e vicini una cultura e una civiltà piena di valori cristiani e umani con cui sviluppare la nostra patria con valori senza bisogno di incapsularci.

Questa è l'essenza del libro pubblicato da “Sal Terrae”, frutto di tre anni di conversazioni tra il giornalista olandese Hugo Vanheeswiijck “e l'abate Peeters (Simpelveld, 1968) dell'Abbazia di Nostra Signora di Koningshoeven a Tiburg nei Paesi Bassi e, dall“11 febbraio 2022, abate generale dell'Ordine Cistercense della Stretta Osservanza (OCSO) chiamato anche religioso ”trappista": 150 abbazie in tutto il mondo sono cadute nel suo cuore" (20).

In effetti, in queste conversazioni, l'abate Peeters presenterà una proposta di vita cristiana che sarebbe la vita trappista, in tutta la sua profondità, in modo da vedere come questa illustre istituzione rimanga fedele, nel cuore, alla regola di San Benedetto del IV secolo e, allo stesso tempo, si adatti perfettamente alla mentalità di un monaco del XXI secolo. Infatti, lo stesso Bernardis Peeters ha scelto come motto nel 2005, quando è diventato abate dell'Abbazia di Koningshoeven, queste parole: “Cerca Dio e vivi” (16, 134).

Un carisma da cui imparare

Indubbiamente, e questo è il segreto di questo libro, la sapienza che Dio Spirito Santo dona a questi religiosi non solo li avvolge in un'insondabile ricchezza dello Spirito che li conduce a una vita piena di grazia, ma dalla loro santità di vita tutta la Chiesa universale si arricchisce della comunione dei santi e dei frutti della santità e delle idee cristiane che varcheranno i muri e raggiungeranno gli angoli più remoti della terra.

Si tratta, infatti, di un vero e proprio trattato di vita spirituale, contemplazione e santità, come nel XVI secolo si chiamavano i trattati di “ascesi e mistica”, che aiutavano i membri del clero regolare e secolare a nutrire la propria vita spirituale e a illuminare il popolo cristiano nella sua missione di illuminare il mondo dall'interno.

Dio nella vita quotidiana

Forse la prima conclusione di quest'opera è la sua brevità. Si tratta di trasmettere la saggezza di un abate al mondo contemporaneo, e idee come la saggezza sono più intense che estese e non richiedono molti discorsi, ma un riverbero personale nella propria contemplazione personale.

Il compito rimane opera dello Spirito Santo e continua a richiedere, come hanno chiarito il Concilio di Trento e quelli successivi fino al Vaticano II, la cooperazione della libertà: la santità e la contemplazione sono il frutto della congiunzione tra la grazia di Dio e la libertà personale di ogni cristiano. Come spiega l'autore di questo libro: “coinvolgere Dio nella vita concreta di ogni giorno” (16). 

Anche la carità è importante: “Quando Cristo parla di rinnegare me stesso, non dice affatto che devo abbandonarmi. Tuttavia, devo rinunciare a me stesso per appartenere a una comunità, per donarmi alla comunità, per essere presente per gli altri” (91). 

Fiducia

La seconda conclusione di questo lavoro è il clima di fiducia in cui noi cristiani dobbiamo trattare gli altri per attivare la comunione dei santi. Nella Chiesa, come risulta dal Nuovo Testamento, tutto si basa sulla fiducia. Siamo una famiglia universale unita al Papa e ai nostri vescovi e sacerdoti che si muovono verso lo stesso obiettivo: vivere con Gesù in terra e in cielo in un clima familiare di fiducia reciproca: “La preghiera autentica è radicata nel silenzio e nella semplicità; ma si rivolge a tutta la creazione e quindi sottolinea la solidarietà” (106).

La fiducia è quella che Dio ripone in noi donandoci la sua grazia nelle circostanze ordinarie. Così il nostro abate dirà: “una scuola d'amore è uno stile di vita che trasforma l'essere umano attraverso la combinazione di preghiera (cuore), lettura (intelletto) e lavoro (corpo). Insegna come amare e perché amare” (111).

Subito si parlerà di preghiera personale, di liturgia, di vita familiare, di vita comunitaria, di Chiesa universale, di conoscersi, di amarsi e di rispettare i rispettivi modi di pensare. Unità e varietà. È molto interessante che i monaci incontrino nella loro preghiera le stesse difficoltà dei comuni cristiani per strada: “Spesso la gente non smette di correre. Anche noi monaci lo facciamo. È importante fermare il turbine dentro di noi. Dobbiamo stare in silenzio alla presenza di Dio” (121).

L'obiettivo è lo stesso per tutti i cristiani di ogni tipo e condizione: l'intimità con Gesù Cristo e la vita di carità con il prossimo. La parola santità è usata più volte come amicizia con Gesù Cristo e desiderio di conoscerlo e amarlo. La parola lotta, in quest'opera, significa innamoramento e illusione di amare di più e meglio: “Gesù che vive in me prega anche in me. Devo solo unirmi a questa preghiera. Mi è stato chiaro cosa intende Paolo quando dice che è lo Spirito a pregare in noi, che è lui a dire ‘Abba, Padre’” (125).

Bernardus Peeters. La saggezza di un abate

AutoreHugo Vanheeswijck
Editoriale: SalTerrae
Numero di pagine: 134
Anno: 2026
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Libri

Storie che guariscono

Vicente Trelles pubblica "Historias que curan", in cui compaiono pazienti e volontari dell'Ospedale Clínico San Carlos di Madrid.

Vicente Trelles-25 gennaio 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

Da quando ho lasciato l'ospedale pochi giorni dopo essere nato tra le braccia di mia madre, ho cercato il più possibile di evitare di rientrare in uno di essi. Non sempre ci sono riuscita. Dal 2019 vado ogni sabato mattina che posso, liberamente e con le mie gambe, all'Hospital Clínico San Carlos, detto “Elclínico”, tutti insieme. 

El Clínico, che durante la battaglia della Città Universitaria nella Guerra Civile fu l'apice del cuneo di penetrazione delle truppe nazionaliste nella Madrid repubblicana, diventa per qualche ora un apice di solidarietà che trascende schieramenti e ideologie. Lo stesso Ospedale che fu teatro di sanguinosi scontri fratricidi - la sua posizione in cima alla città universitaria era strategica per gli attaccanti e i difensori - il sabato è lo scenario di un volontariato molto umano, molto fraterno e, quindi, molto cristiano, anche se a volte gli stessi volontari non ne sono consapevoli. 

A quel tempo, D. Hilario, un sacerdote mio amico, era il cappellano della Facoltà di Giurisprudenza della Complutense e del Centro Universitario Castilla che dirigevo. Cominciò a recarsi all'Ospedale il sabato per aiutare il cappellano di turno a distribuire la comunione ai malati che la richiedevano. Un gruppo di studenti universitari del gruppo cattolico della Facoltà iniziò ad accompagnarlo e, mesi dopo, anche persone di Castilla si unirono al servizio di accompagnamento che la cappellania dell'ospedale offriva ai pazienti. 

Il contenuto del volontariato è molto semplice. Si tratta di prendersi cura di queste persone, ascoltarle, interessarsi a ciò che stanno passando, confortarle, incoraggiarle. È sorprendente quanto possa essere denso e intenso un rapporto umano in così poco tempo, quanto possa far bene un sorriso, un volto diverso, un piccolo gesto di servizio. 

Col tempo si è formato un gruppo whatsapp con quasi 600 partecipanti, la maggior parte dei quali studenti universitari o giovani professionisti. Ogni sabato dell'anno, compresi i giorni festivi, un gruppo partecipa a questa attività. Da 3 membri in agosto a 30 nei sabati del corso. 

Non è questo il momento di fare disquisizioni teoriche sulla differenza tra solidarietà e carità cristiana, né di discutere i limiti dello Stato sociale. Jorge Bustos, nel suo libro CASI, lo fa molto meglio di quanto potrei fare io. Ciò che è chiaro è che Gesù, nella descrizione del Giudizio Universale nel Vangelo di Matteo, che Papa Francesco ci ha ripetutamente incoraggiato a considerare, dice “venite, benedetti del Padre mio, perché ero nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi”. Dovrebbero essere, secondo le parole del Papa, la carta d'identità del cristiano. Non invano, ovunque si sia diffuso il cristianesimo, sono sorti ospedali, ricoveri, lebbrosari, manicomi, centri per disabili, ecc. In generale, istituzioni in cui, molte volte, chi è stato scartato dalla società è stato trattato come se fosse Gesù Cristo stesso. O almeno, questa è stata l'intenzione.

Le motivazioni dei volontari sono molto diverse: puramente spirituali o cristiane in alcuni casi, filantropiche o umanitarie in altri. In ogni caso, mi piace pensare che siamo parte di quella “rivoluzione degli affetti” a cui il Papa ha fatto appello e che, nel nostro caso, inizia il sabato alle 11 alla porta G, accanto al Pronto Soccorso. 

Ho appena pubblicato Storie che guariscono, Le storie e le testimonianze di cappellani, volontari e infermieri. Non sono psicothriller. Non ci sono effetti speciali. Sono storie tanto reali quanto semplici, che cerco di interpretare da un punto di vista cristiano. A volte combino più storie nello stesso giorno per evitare di ripetermi. 

Spero che la lettura di queste pagine possa incoraggiare molti ad essere rivoluzionari dell'affetto. Questa è la mia unica intenzione. Il tempo e il gruppo whatsapp “Volontari Clinici” mi diranno se ci sono riuscito.


Per gentile concessione dell'autore e dell'editore offriamo un capitolo con uno dei racconti.

UN MISTICO ERITREO 

Martha è la prima persona di origine eritrea che conosco. 

L'Etiopia la occupò nel 1952. Dieci anni dopo la dichiarò propria provincia e gli eritrei risposero con una guerra durata 30 anni, la più lunga del continente africano. Mentre Haile Selassie regnava in Etiopia, il governo statunitense lo aiutò a combattere gli eritrei, e quando Mengistu prese il potere fu sollevato dai russi. 

Martha è nata ad Asmara, la capitale. Non ci sono mai stato, ma mi fido di Kapuncinski quando è in Ebano, una colorata cronaca dell'Africa, la descrive come «bellissima, con un'architettura italiana e mediterranea, e un magnifico clima di eterna primavera, caldo e soleggiato». Per salvarsi dal napalm usato dall'esercito etiope, i compatrioti di Martha costruirono rifugi, corridoi e nascondigli sottoterra. Nel loro stato sotterraneo avevano scuole e ospedali, tribunali, laboratori e armerie. 

Gli Stati Uniti si riscattano, almeno in parte, accogliendo la famiglia di Martha come rifugiata politica quando lei aveva 18 anni. Oggi, a 50 anni, lavora come assistente sociale a Dayton, in Ohio, dove il clima non è eternamente primaverile, ma dove non viene nemmeno sganciato il napalm. Ogni cosa ha i suoi pro e i suoi contro. 

Nell'agosto 2024 si è recato in Spagna in vacanza con la famiglia. Poco dopo il suo arrivo iniziò a sentirsi male. Pensavano che si trattasse della stanchezza del viaggio, del jet lag o di un cambiamento nella sua dieta. Si è recato al pronto soccorso ed è stato ricoverato. Gli fu diagnosticato un melanoma metastatico. Una delle sue sorelle rimase a Madrid e il resto della spedizione, composta da altri fratelli e una cognata, tornò a casa. 

Immagino Martha che cammina in quei tunnel sotterranei del suo paese. A una curva della strada sbaglia, il GPS impazzisce, la mappa si attorciglia su se stessa. Finisce trascinata dalla forza del destino, delle difficoltà, del dolore, verso un altro tunnel, quello che i miliziani hanno scavato sotto il Clínic per far saltare l'ala occupata dai ribelli, e finisce nella stanza dove si trova ora, chiedendosi come sia potuta finire lì. 

Quando siamo entrati, un'infermiera, che non parla né inglese né eritreo, stava cercando di sapere da quanto tempo era stata ricoverata. 

-Due mesi", dice Martha con una voce che sembra una brezza del tramonto. 

È seduta su una poltrona azzurro cielo, con due cuscini dietro la schiena e un asciugamano sulle ginocchia. Una fasciatura copre parte del braccio sinistro e sul polso destro porta una striscia di carta bianca con il suo nome e il numero del paziente. È forse la prima paziente eritrea a mettere piede nella Clinica e le è stata conferita un'onorificenza. 

Martha ha il fisico di un maratoneta. Sembra che da un momento all'altro possa partire di corsa, liberandosi dalla vestaglia blu che la avvolge, e raggiungere la Casa de Campo, per unirsi a uno dei gruppi di atleti che a quest'ora del giorno si allenano sulle piste. Tuttavia, la sua recente attività fisica si limita a una breve passeggiata del giorno prima, sostenuta da un volontario. 

Martha sorride. Nel farlo, i suoi denti bianchi e perfetti risaltano sulla sua carnagione nera. Se il sorriso avesse effetti terapeutici, sarebbe già guarita da tempo e sarebbe tornata a Dayton per passeggiare nel MetroPark Hills & Dales, a 45 minuti da casa sua. 

Martha è evangelica. 

-Non ho paura della morte. L'amore di Gesù è più forte della morte. Se muoio, vado con Lui, altrimenti Lui è ancora con me", dice sorridendo. 

María e Miguel, una psicologa di Madrid e uno studente cileno dell'ADE che mi accompagnano per la prima volta questo sabato, mi guardano e sbattono le palpebre. 

Se San Giustino fosse venuto con noi quella mattina a fare volontariato - cosa complicata visto che è morto martire nel 168, molto lontano dal Cerro del Pimiento dove ci troviamo - avrebbe riconosciuto in quelle parole qualcosa di più dei semi della Parola di cui parlava. Stavamo guardando i frutti maturi della Parola, della seconda persona della Santissima Trinità, nell'anima di una donna non cattolica. 

Martha sorride di nuovo e aggiunge: 

-Ecco l'agnello di Dio... 

Faccio un po' fatica a capire l'inglese dell'Ohio parlato da un eritreo, ma riconosco la frase: Questo è l'Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. 

-Marta, noi cattolici ripetiamo questa frase ogni volta che andiamo a Messa. Sei quasi cattolica", le dico. 

-Il sangue di Cristo ci purifica, ci purifica", continua, sorridendo di nuovo. 

Stiamo assistendo alle rivelazioni di una mistica, forse la prima mistica eritrea - per giunta di Asmara - nella storia del cristianesimo, che all'età di 18 anni si è stabilita a Dayton, in fuga dalla guerra che stava devastando il suo Paese. 

Nel suo corpo fragile e spezzato è l'incarnazione della fede e della fiducia in Dio. 

Bussano alla porta ed entra la sua impronunciabile sorella. Si assomigliano molto, anche se lei ha più capelli e non è così magra. 

-I volontari sono la nostra famiglia spagnola. Siete così gentili! Vi siamo molto grati. 

È quasi l'una e il custode arriva con il cibo per le due sorelle. Un profumo di mele cotte riempie la stanza. Promettiamo di tornare la settimana prossima. Forse gli chiederò il braccialetto e lo terrò come cimelio prima che lasci l'ospedale e torni al suo villaggio. 

Mi ci sono volute tre settimane per tornare. Al banco del check-in ho incontrato la stessa infermiera che non parlava né inglese né eritreo, nemmeno uno dei due, anche se con un accento dell'altro. 

-Marta è stata dimessa dall'ospedale giovedì. Sta tornando a casa. Ma non illudetevi, tornerà a fare quello che deve fare...", dice mentre maneggia una busta di plasma e si aggiusta la montatura degli occhiali sul naso. 

Marta non potrà correre la maratona, né camminare di nuovo tra le querce bianche e rosse del parco che tanto ama, ma è l'atleta di Dio. Come disse San Paolo di se stesso, ha combattuto la nobile battaglia, ha raggiunto la meta - è sul punto, almeno, di raggiungere quella definitiva, davanti alla quale tutte le altre sono solo parziali, ambulanti - ha mantenuto la fede.

Storie che guariscono

AutoreVicente Trelles
Numero di pagine: 90
Editoriale: Almuzara
Anno: 2026
L'autoreVicente Trelles

Avvocato e scrittore

Mondo

Che ne è stato della casa di Sant'Anna e San Gioacchino?

Sebbene la casa non sia una delle mete più comuni dei pellegrinaggi in Terra Santa, il flusso di visitatori è in aumento. Sacerdoti e fedeli trovano qui un luogo adatto alla celebrazione dell'Eucaristia e del sacramento della confessione.

Javier García Herrería-25 gennaio 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Nel cuore dell'antica città di Sepphoris, a pochi chilometri da Nazareth, la tradizione cristiana colloca da secoli la casa di San Gioacchino e Sant'Anna, genitori della Vergine Maria. Sebbene non esistano prove archeologiche conclusive che consentano di identificare con certezza la dimora originaria, la forza della tradizione - documentata almeno dal VI secolo - ha plasmato la storia e l'assetto del sito. 

Già in epoca bizantina, tra il IV e il V secolo, sarebbe esistita una chiesa che commemorava questo luogo particolare, indicando una venerazione molto precoce legata alle origini di Maria.

Alla luce di questa tradizione, si può comprendere meglio l'attuale assetto delle imponenti rovine della basilica crociata. Al centro dell'abside si trova una grande roccia, simile a una fondazione, ora esposta all'aperto, che attira immediatamente l'attenzione del visitatore. La sua posizione centrale non è casuale: tutto lascia pensare che sia stata progettata per segnare e custodire le reliquie di quella che si credeva essere la casa di Sant'Anna. 

La Basilica dei Crociati 

Nell'XI secolo, durante il periodo crociato, fu costruita un'imponente basilica dedicata a Sant'Anna. Le sue dimensioni sono impressionanti per l'epoca, soprattutto perché non era direttamente dedicata a Cristo o alla Vergine, ma alla madre di Maria, sottolineando l'importanza tradizionalmente attribuita a questo sito. Con il passare del tempo, la chiesa fu distrutta e cadde in rovina, fino a essere utilizzata come stalla.

Alla fine del XIX secolo, la Custodia Francescana di Terra Santa acquistò la proprietà con l'obiettivo di salvarla, seguendo una delle sue missioni storiche più caratteristiche: il recupero e la custodia dei luoghi sacri. 

Le fotografie dei primi anni del XX secolo mostrano un edificio privo di tetto, con pareti fatiscenti e un ambiente completamente trascurato. 

I francescani ricostruirono le mura, ripararono il tetto e mantennero la presenza di frati che venivano a intermittenza, anche se non si stabilì mai una comunità stabile, a causa della priorità pastorale dei santuari vicini come Nazareth e Cana. Nel 1973, per mancanza di personale, il luogo fu nuovamente chiuso per quasi tre decenni.

L'arrivo dell'Istituto del Verbo Incarnato

L'8 maggio 2006 ha segnato una svolta con la fondazione a Sepphoris di una comunità di monaci contemplativi dell'Istituto del Verbo Incarnato (IVE). Con il permesso della Custodia di Terra Santa, proprietaria del sito, i monaci hanno assunto la missione di custodire questo luogo unico. 

All'epoca, dopo trent'anni di abbandono, lo stato del sito era molto trascurato: vegetazione incolta, un'ottantina di ulivi non potati, fauna selvatica e resti coperti dal sottobosco fino a formare veri e propri cumuli.

Rovine attraversate nel 1875

Per anni, i primi monaci si dedicarono quasi esclusivamente al disboscamento e alla bonifica del terreno. Ci vollero circa otto mesi per separare gli ulivi dall'erba. Quella fase fondativa fu dura e silenziosa, ma decisiva. Gradualmente, l'ala sinistra della vecchia basilica fu adattata a cappella, fu installato un tabernacolo e la missione iniziò sul serio. “In una missione, quando si installa un tabernacolo, tutto ha inizio”, dice padre Jason, superiore cileno della comunità che attualmente si occupa del luogo. A maggio saranno vent'anni che la presenza eucaristica è tornata a Sepphoris.

Questo recupero materiale e spirituale del luogo è stato sostenuto anche dall'iniziativa di un sacerdote che, dopo aver visitato Sepphoris e conosciuto la storia del santuario, ha promosso una colletta tra i suoi parrocchiani per abbellirlo. Grazie a questo aiuto, è stata realizzata la scultura di Sant'Anna con la Vergine neonata, che oggi presidia il lato destro della facciata del monastero. 

Vita monastica in un ambiente non cristiano

Oggi la comunità è composta da tre monaci IVE, gli unici cristiani nelle immediate vicinanze. Il monastero si trova in una zona prevalentemente ebraica, il che rende la loro presenza una testimonianza discreta ma eloquente. La sua vita ruota attorno alla preghiera, al silenzio e al lavoro, con un'ora al giorno di conversazione comunitaria e il resto del tempo dedicato al raccoglimento, tranne quando arrivano i pellegrini o quando ci sono incontri con i vicini locali, con i quali si creano amicizie.

Sebbene la Casa di Sant'Anna non sia una delle mete più comuni dei pellegrinaggi rapidi in Terra Santa, il flusso di visitatori è in aumento. Sacerdoti e fedeli trovano qui un luogo adatto per la celebrazione dell'Eucaristia e del sacramento della confessione, a cui assistono i sacerdoti della comunità. 

La vita del luogo batte oggi nel raccoglimento dei suoi monaci, che si riuniscono ogni giorno in preghiera davanti al Santissimo Sacramento. Dalla piccola cappella a sinistra della facciata del santuario, la loro lode prolunga una tradizione che dà nuova vita al luogo dove la fede contempla le origini della Vergine Maria.

Aiuto di Sant'Anna

La vita quotidiana in questo luogo santo è segnata anche da piccole storie che i monaci interpretano come segni della provvidenza. Uno di loro ricorda in particolare la vigilia della festa di Sant'Anna, il 26 luglio 2021, celebrata ogni anno con una Messa solenne al tramonto, nonostante le temperature in quel periodo dell'anno superino i 40 gradi. Quell'anno, a causa del covido, era solo e senza volontari a stendere un grande telone per coprire l'esterno della basilica, indispensabile per proteggere i fedeli dal caldo intenso dell'estate galileiana. 

Dopo vari tentativi falliti di ottenere aiuto, affidò la situazione all'intercessione di Sant'Anna. L'unica cosa che poté fare fu quella di posizionare il telone in un punto in cima all'abside della vecchia chiesa, ma non riuscì a stenderlo sugli altri punti di appoggio.

All'avvicinarsi del momento della celebrazione, un forte vento iniziò a soffiare inaspettatamente, tanto che il telone fu sollevato più volte, mentre il monaco approfittava di ogni folata per fissare i punti di sostegno uno ad uno. Per lui, l'esperienza è stata vissuta come un intervento provvidenziale: un modo semplice e silenzioso in cui, fino all'ultimo momento, Sant'Anna “si è presa cura della propria festa”.


Se si desidera aiutare finanziariamente ai monaci, potete farlo con paypal qui.

Per entrare in contatto con i monaci e il luogo:

  • Whats App: +972542268705 (solo messaggi)
  • E-mail: mon.seforis@ive.org

Web: lacasadesantaana.vozcatolica.com

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Cultura

Graham Greene, in occasione del centenario della sua conversione (1926)

All'età di 22 anni, il celebre scrittore inglese Graham Greene si convertì al cattolicesimo, attratto in particolare dalla religiosità della prima moglie, anch'essa convertita. Per tutta la vita ha dovuto fare i conti con l'etichetta di “scrittore cattolico”: “Molte volte sono stato costretto a dichiarare che non sono uno scrittore cattolico, ma uno scrittore che è anche cattolico. Cento anni dopo, vale ancora la pena di prestare attenzione.

Jaime Nubiola-25 gennaio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Nella mia giovinezza, cioè negli anni Sessanta, Graham Greene (1904-1991) era una delle stelle del firmamento letterario europeo. Non solo aveva scritto venticinque romanzi, ma era stato anche, per esempio, lo sceneggiatore del grande film di Carol Reed Il terzo uomo (1949), considerato un capolavoro della storia del cinema. 

Inoltre, Greene aveva scritto numerosi romanzi brevi, opere teatrali e perfino opere per il pubblico dei bambini. Ha lavorato inizialmente come giornalista per Il Times, Ben presto si dedica alla letteratura, mentre viaggia per il mondo in varie missioni come spia al servizio dell'MI6 britannico.

La sua vita personale è sempre stata disordinata, come molti dei personaggi dei suoi romanzi. Qualche anno fa ho riletto quello che mi sembra il suo romanzo migliore: Potere e gloria (1940). L'avevo letto e recensito in gioventù, ma rileggendolo ora sono rimasto ancora più colpito dalla storia di questo prete rinnegato che dà la vita per gli altri nel mezzo della rivolta messicana dei Cristeros.  

Come ha scritto Charles Moeller, “Dal punto di vista della fede, è il più grande libro di Greene”.” (Letteratura del XX secolo e cristianesimo, I, 370). 

“Scrittore cattolico”

Greene ha scritto due libri autobiografici, entrambi degni di essere letti da chi ha un debole per la scrittura: Un tipo di vita (Una specie di vita, 1971) y Vie di fuga (Modi di Scape, 1980), in cui letteratura e vita si intrecciano abbondantemente. Forse l'aneddoto culminante della sua vita di “scrittore cattolico” - che viene raccontato in entrambi i libri - è stato quello della condanna di Potere e gloria nel 1950 e la conversazione avuta anni dopo con Papa Paolo VI al riguardo: “I metodi di censura sono sempre stranamente incoerenti. Negli anni Cinquanta sono stato convocato nella Cattedrale di Westminster dal cardinale Griffin, e lì mi è stato detto che il mio romanzo Potere e gloria, pubblicato qualche anno prima, era stato condannato dal Sant'Uffizio e che il cardinale Pizzardo pretendeva dei cambiamenti che, naturalmente e spero gentilmente, rifiutai di apportare. [...] Il colloquio si concluse bruscamente ed egli mi diede come commiato una copia di una pastorale che era stata letta nelle chiese della sua diocesi e che condannava implicitamente la mia opera. Più tardi, quando Papa Paolo VI mi disse che tra i romanzi che aveva letto c'erano i miei Potere e gloria, Risposi che il Sant'Uffizio aveva condannato il libro. Allora, molto più liberale del cardinale Pizzardo, mi rispose: ‘Alcune parti del suo libro sconvolgeranno sempre alcuni cattolici, ma non si preoccupi di questo’. Un consiglio che non mi fu difficile seguire”.” (Un tipo di vita, p. 70).

Un tipo di vita

Nello stesso libro, dopo aver descritto la sua conversione nel 1926 (pp. 141-146), dice che negli anni Cinquanta ha rinunciato alla pratica sacramentale, ma che si vedeva come un membro della Legione Straniera della Chiesa che combatteva a suo favore, anche se non si sentiva completamente identificato con essa: “In seguito possiamo indurirci alle formule della confessione e diventare scettici nei confronti di noi stessi: forse cerchiamo di mantenere solo a metà le promesse che abbiamo fatto, finché i continui fallimenti e le circostanze della nostra vita privata rendono impossibile fare altre promesse; e molti di noi abbandonano la confessione e la comunione per arruolarsi nella Legione straniera della Chiesa e combattere per una città di cui non siamo più pienamente cittadini”.” (pp. 145-146). 

È noto che negli ultimi anni Greene ricevette nuovamente i sacramenti dal sacerdote galiziano Leopoldo Durán, con il quale aveva sviluppato una profonda amicizia e con il quale compì numerosi viaggi in Spagna tra il 1976 e il 1989, che avrebbero dato origine al libro di Greene Monsignor Chisciotte 1982.

Prospettiva professionale

Quando Graham Greene in Un tipo di vita raccontando il suo battesimo nel 1926, dopo molteplici conversazioni con padre Trollope, un sacerdote redentorista - che era stato attore in gioventù - con cui aveva stretto amicizia, sembra suggerire che la sua conversione fosse dovuta al desiderio di accontentare la sua fidanzata cattolica. Tuttavia, alla fine del capitolo aggiunge un paragrafo che fa riflettere: 

“Ricordo chiaramente la natura della mia emozione quando uscii dalla cattedrale [dopo il battesimo]: non c'era gioia in me, ma solo una cupa apprensione. Avevo fatto quel passo in vista del mio futuro matrimonio, ma ora il terreno cedeva davanti ai miei piedi e avevo paura della direzione in cui la marea mi avrebbe portato: e se avessi scoperto in me [...] il desiderio di diventare sacerdote? A quel tempo non sembrava impossibile. Solo ora, più di quarant'anni dopo, posso sorridere dell'irrealtà delle mie paure e allo stesso tempo provarne una triste nostalgia, perché ho perso più di quanto ho guadagnato quando la paura è diventata irrimediabilmente parte del passato”.” (p. 146). La profondità della sua confessione e il modo magnifico in cui la descrive sono impressionanti: in Greene, letteratura e vita sono intimamente intrecciate. Forse è per questo che vale la pena continuare a leggerlo.

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Mondo

La Marcia per la Vita a Washington riflette i dibattiti con i politici

Il 23 gennaio il vicepresidente JD Vance ha dichiarato ai partecipanti alla 53ª Marcia per la Vita di Washington che il presidente Trump è un suo “alleato” alla Casa Bianca. Tuttavia, il movimento pro-vita è preoccupato per le priorità politiche del Presidente nel suo secondo mandato alla Casa Bianca.

OSV / Omnes-24 gennaio 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

- Kate Scanlon, Washington, Notizie OSV

Il Vicepresidente Vance ha detto alle decine di migliaia di partecipanti alla manifestazione di venerdì scorso. 53 Marcia per la vita a Washington che il presidente Donald Trump è un loro “alleato”. Ma i leader pro-vita hanno criticato i recenti commenti del Presidente Trump ai Repubblicani della Camera, e il movimento pro-vita è preoccupato per le priorità politiche a poco più di un anno dal secondo mandato di Trump alla Casa Bianca.

Nelle sue osservazioni, Vance ha menzionato il recente annuncio che lui e sua moglie, Usha Vance, sono in attesa del loro quarto figlio.

“Alcuni di voi ricorderanno che, nelle mie osservazioni dell'anno scorso, vi ho detto che una delle mie più grandi aspirazioni per l'America era quella di avere più famiglie e più bambini”, ha detto Vance. “Quindi, che il verbale dimostri che avete un Vicepresidente che dà l'esempio”.

L'elefante nella stanza”, “ci saranno dibattiti”, "l'elefante nella stanza", "ci saranno dibattiti".”

Nelle sue osservazioni ai manifestanti della marcia, Vance ha riconosciuto “l'elefante nella stanza”, che ha definito “la paura” che “non siano stati fatti abbastanza progressi, che non sia stato fatto abbastanza nell'arena politica, che non ci stiamo muovendo abbastanza velocemente, che la nostra politica non abbia risposto alla richiesta di vita che questa incriminazione rappresenta e che tutti noi, credo, portiamo nel cuore”.”

“Voglio che sappiate che vi ascolto e che capisco che ci saranno inevitabilmente dei dibattiti all'interno di questo movimento”, ha continuato Vance. 

“Ci amiamo e avremo conversazioni aperte su come utilizzare al meglio il nostro sistema politico per promuovere la vita, sulla prudenza che dobbiamo avere nel far progredire la vita umana. Penso che questi dibattiti siano buoni, onesti e naturali e, francamente, non sono solo un bene per tutti voi. Aiutano le persone come me a mantenere l'onestà, e questo è importante.

Giovani sostenitori pro-vita espongono striscioni durante la 53a Marcia per la Vita a Washington, il 23 gennaio 2026. (Foto OSV News/Aaron Schwartz, Reuters).

Leader pro-vita

I commenti di Vance e di Trump, che ha parlato alla manifestazione in videomessaggio, sono arrivati mentre alcuni leader pro-vita hanno criticato i recenti commenti di Trump ai repubblicani della Camera, che hanno detto loro di essere “flessibili” sull'emendamento Hyde, che vieta il finanziamento pubblico per gli aborti elettivi, o nei negoziati sui sussidi per l'assistenza sanitaria, con il disappunto dei gruppi pro-vita che da tempo sostengono questa politica.

I leader pro-life si sono opposti anche alla decisione di settembre della Food and Drug Administration (FDA), parte del Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani (HHS), di approvare la versione generica del farmaco. mifepristone Evita Solutions, una pillola comunemente, ma non esclusivamente, utilizzata per l'aborto precoce. 

“Mifepristone”

L'approvazione del farmaco è arrivata nonostante le precedenti indicazioni dei funzionari della FDA e dell'HHS secondo cui il mifepristone sarebbe stato sottoposto a una revisione della sicurezza. Sul suo sito web, Evita Solutions descrive il mifepristone come “un modo efficace e sicuro per interrompere una gravidanza precoce”. Si tratta inoltre della seconda approvazione di una pillola abortiva generica da parte dell'amministrazione Trump, avvenuta nel 2019.

Ma Vance ha detto alla folla: “Avete un alleato alla Casa Bianca”.

“È per questo che parla della causa pro-vita ed è per questo che lo facciamo in questa amministrazione, ed è per questo che tre anni fa non possiamo dimenticare che i suoi giudici della Corte Suprema hanno emesso la decisione più importante della mia vita”, ha detto Vance in riferimento alla decisione della Corte Suprema del 2022 nella causa Dobbs contro Jackson Women's Health Organization, che ha ribaltato i precedenti della Corte sull'aborto, tra cui Roe contro Wade.

Una donna assiste alla 53a Marcia per la Vita a Washington il 23 gennaio 2026. (Foto di OSV News/Aaron Schwartz, Reuters).

“Ripulire le politiche sbagliate sul tema della vita”.”

Vance ha dichiarato: “La nostra amministrazione ha lavorato molto duramente per guidare questo sforzo e raccogliere i pezzi, per ripulire i detriti di cinque decenni di politiche sbagliate sulla questione della vita”, citando azioni tra cui una maggiore protezione della coscienza per gli operatori sanitari e “politiche che rendono possibile la vita familiare”, come i “conti Trump”, conti di risparmio sostenuti dal governo per i bambini nell'ambito del One Big Beautiful Bill.

Durante il discorso di Vance, alcuni partecipanti hanno scandito: “Vietate la pillola abortiva! Diversi gruppi nazionali pro-vita hanno chiesto all'amministrazione Trump-Vance di riportare le misure dell'amministrazione Biden sul mifepristone ai regolamenti in vigore durante la precedente amministrazione Trump-Pence.

Ciò che Vance ha sostenuto

Durante la sua candidatura al Senato degli Stati Uniti nel 2022, Vance, cattolico, ha dichiarato di essere a favore di un divieto federale di aborto dopo le 15 settimane di gestazione, una misura che potrebbe riguardare quasi 6 % di aborti negli Stati Uniti. 

Tuttavia, nei giorni precedenti la sua elezione a vicepresidente repubblicano, Vance ha moderato la sua posizione sull'aborto, allineandosi alla posizione dichiarata da Trump, secondo cui la politica sull'aborto dovrebbe essere lasciata agli Stati. Vance ha anche confermato che Trump, come presidente, si opporrebbe a un divieto federale sull'aborto se il Congresso approvasse una legge del genere.

“Pragmatico”

In un'intervista rilasciata alla NBC News nel 2024, Vance ha definito l'approccio di Trump all'aborto “pragmatico” e ha affermato di sostenere l'accessibilità del mifepristone. Sebbene il mifepristone possa essere utilizzato nei protocolli di cura dell'aborto precoce, Vance non ha qualificato la sua dichiarazione.

Quasi 9 aborti su 10 avvengono durante il primo trimestre e più di 6 aborti su 10 sono effettuati con una combinazione di mifepristone e misoprostolo.

Ma nelle sue osservazioni preregistrate dalla Casa Bianca, Trump ha detto che con la decisione di Dobbs il movimento pro-vita “ha ottenuto la più grande vittoria della sua storia”.

“Voglio ringraziare ognuno di voi che è presente in questa giornata invernale, una bella giornata, ma pur sempre invernale, per difendere i non nati”, ha detto Trump.

Vittorie pro-vita

Dopo il video di Trump, Jennie Bradley Lichter, presidente della March for Life Education and Defense Fund, ha dichiarato durante il comizio: “Grazie al nostro presidente per tutte le vittorie pro-vita che ha ottenuto nei suoi primi cinque anni di mandato. Non vediamo l'ora di ottenerne molte altre negli anni a venire”.

Il presidente della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti Mike Johnson durante il suo intervento alla 53a Marcia per la Vita a Washington il 23 gennaio 2026. (Foto di OSV News/Aaron Schwartz, Reuters).

Il presidente della Camera Mike Johnson, R-Louisiana, ha dichiarato che si tratta di un momento storico per il movimento pro-vita “per avere la Casa Bianca, il Senato e la Camera dei Rappresentanti che lavorano insieme per raggiungere vittorie significative e storiche a favore della vita”.

“Misuriamo il nostro successo in base al numero di vite che salviamo e a quelle che miglioriamo e risolleviamo, in base al buon senso, alla vita e alla conferma delle politiche”, ha detto Johnson.

Un partecipante tiene un cartello pro-vita durante la 52a Marcia per la Vita a Washington, il 24 gennaio 2025. (Foto di OSV News/Bob Roller).

Più aborti, nonostante tutto 

Tuttavia, numerosi studi dimostrano che, dopo la decisione Dobbs, il tasso di abortività negli Stati Uniti è aumentato anziché diminuire, nonostante i divieti di alcuni Stati. Secondo Guttmacher, una società di ricerca che monitora i dati dell'industria dell'aborto, gli aborti raggiungeranno 1,04 milioni nel 2024, rispetto agli 874.000 del 2016, l'ultimo anno di calo costante prima che il numero aumentasse nuovamente.

La Marcia per la Vita, che si autodefinisce la più grande manifestazione annuale per i diritti umani, si tiene in occasione dell'anniversario della decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti del 1973 Roe contro Wade, che ha legalizzato l'aborto a livello nazionale. Quest'anno segna la quarta marcia da quando l'Alta Corte ha rovesciato la Roe e i precedenti legati all'aborto nella decisione del 2022 Dobbs contro Jackson Women's Health Organization.

Papa Leone: tutela del diritto alla vita, fondamento del diritto alla vita

Leone XVI ha inviato un Messaggio ai partecipanti alla Marcia per la Vita 2026. Ha espresso il suo sentito ringraziamento e ha assicurato “la sua vicinanza spirituale per questa eloquente testimonianza pubblica”, che afferma che “la tutela del diritto alla vita costituisce il fondamento indispensabile di tutti gli altri diritti umani” (Discorso ai membri del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 9 gennaio 2026).

Infatti, “una società è sana e veramente progressista solo quando salvaguarda la santità della vita umana e lavora attivamente per promuoverla” (ibidem). A questo proposito, vi incoraggio, soprattutto i giovani, a continuare a impegnarvi per garantire il rispetto della vita in tutte le fasi attraverso sforzi adeguati a tutti i livelli della società, compreso il dialogo con i leader civili e politici. 

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Kate Scanlon è una giornalista nazionale di OSV News che si occupa di Washington. Seguitela su @kgscanlon.

Queste informazioni sono state pubblicate originariamente su OSV News in inglese e sono disponibili per la consultazione. qui.

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L'autoreOSV / Omnes

Evangelizzazione

San Francesco di Sales: un modello per tutti i comunicatori

Il 24 gennaio è la festa di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti e dei comunicatori, esempio di santità quotidiana e di uno stile di comunicazione basato sulla verità, la gentilezza e il rispetto, lontano dalla polemica e dallo scontro.

Gerardo Ferrara-24 gennaio 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

24 gennaio: festa di San Francesco di Sales, Dottore della Chiesa, ma anche patrono dei giornalisti, degli scrittori e dei professionisti della comunicazione per il suo stile basato su gentilezza, rispetto ed equilibrio: la verità comunicata senza alimentare la violenza verbale o il conflitto.

La santità nella vita quotidiana

Mi sono imbattuto in lui diversi anni fa, traducendo dal francese un’opera a cura di P. Max Huot de Longchamp, raccolta di testi salesiani sulla santità nella vita moderna, una summa in cui Francesco di Sales (e alcuni autori successivi, compresa la sua discepola Giovanna di Chantal, con cui fondò la Congregazione della Visitazione) propone una santità accessibile a tutti, in ogni stato di vita, e fondata sull’amore, l’equilibrio e la dolcezza, con una fede che non si impone ma si incarna nelle relazioni, nel lavoro e nelle responsabilità di ogni giorno.

Per lui il vero “devoto” costruisce la propria santità non basandosi su modelli artefatti e lontani, bensì sul rapporto costante (direbbe S. Giovanni della Croce: “attenzione amorosa”) con il Maestro, che invita a entrare in ogni occupazione quotidiana: le faccende di casa, la vita pubblica e amministrativa, il governo, l’agricoltura.

Il tutto con un monito costante: non voler essere al posto di qualcun altro e non voler vivere la devozione altrui. Ad esempio, alla moglie e madre consiglia di non stare sempre in chiesa a pregare come le suore, al giovane cortigiano di non nascondere la propria fede ma neppure di imporla, ecc. Importantissimo poi, oltre al concetto di “devozione”, anche quello di “perfezione”, in sostanza la maturità e lo sviluppo di chi vive la propria vita in armonia e in comunione con Dio, in ogni singolo aspetto (dal lavoro agli affetti), il che spinge anche il santo a specificare la differenza tra comandamento (per tutti) e consiglio (personale).

La vita

Nato nel 1567 in Savoia, Francesco di Sales riceve un’educazione destinata inizialmente alla carriera giuridica. Studia infatti diritto a Parigi e Padova in un’epoca di grandi tensioni culturali e teologiche: il confronto con il protestantesimo e la predestinazione, il peso del razionalismo nascente.

A Parigi attraversa una profonda crisi spirituale, segnata dall’angoscia della dannazione, da cui sarà liberato dall’esperienza dell’amore gratuito di Dio e della fiducia nella sua Provvidenza, elementi che diverranno il punto centrale della sua spiritualità.

Ordinato sacerdote nel 1593, si trova da subito a operare in un contesto difficile: l’evangelizzazione del Chiablese, sconvolto dalla Riforma.

Un'altra esperienza fondamentale è stata l'incontro con la spiritualità del San Filippo Neri. Non è certo che Francesco conoscesse Filippo, ma aveva uno stretto rapporto con Cesare Baronio, suo successore alla guida della Congregazione dell'Oratorio.

Nella spiritualità del Neri, Francesco vide confermata la sua convinzione di pastore: la fede non si trasmette con la durezza, ma con la persuasione, la pazienza e la carità (l’equilibrio salesiano).

Divenuto vescovo di Ginevra nel 1602, esercita il ministero da Annecy con uno stile pastorale sobrio, concreto, profondamente umano.

Opere ed eredità

Tra le sue opere, il Trattato dell’amor di Di, le Lettere spirituali, i Sermoni e i Colloqui spirituali e l’Introduzione alla vita devota, un testo rivoluzionario in cui Francesco di Sales afferma che la santità non è riservata a monaci e religiosi, bensì vocazione di ogni battezzato.

In tutti i suoi scritti emerge con forza l’eredità della Devotio moderna, di cui abbiamo scritto in un articolo su Filippo Neri, del quale Francesco di Sales può considerarsi il più illustre discepolo. Se il Neri aveva voluto bruciare tutti i suoi scritti alla morte, Francesco invece mette per iscritto tutta quella che è l’eredità spirituale del santo della gioia, divenendo, seppur non ufficialmente, il primo oratoriano fuori dall’Italia.

Un modello per la comunicazione

In un’epoca segnata dalla crescente polarizzazione, anche comunicativa e pure in ambito religioso, si assiste spesso all’insorgere di personaggi dalla forte presenza mediatica, i quali divengono delle sorte di influencer cristiani e si trovano sovente al centro di polemiche che solo ingenuamente possono definirsi effetto collaterale del messaggio da essi trasmesso. Anzi, le polemiche stesse (in particolare quelle inerenti ad argomenti come fede, famiglia, identità e diritti) risultano parte di una strategia mediatica (agenda setting) basata su un preciso posizionamento finalizzato a una maggiore visibilità: media e algoritmi tendono infatti a premiare messaggi netti, identitari e non concilianti.

Chi utilizza questa strategia utilizza un linguaggio volutamente provocatorio e costruisce una sorta di campo di battaglia: “noi contro loro”, ove il “noi” sarebbero i veri cristiani, “loro” i brutti e cattivi (vi rientrano persino vescovi e papa)! Non smette mai di generare polemiche, anzi, più scaltramente accende scintille attraverso cui qualcun altro poi fa polemica. In tal modo rafforza l’identità del suo gruppo di follower, fidelizza il suo pubblico e consolida una community che lo segue, lo difende e lo sostiene comprando i suoi libri, partecipando ai suoi eventi e consumando i suoi contenuti. E già che c’è riattiva pure la cosiddetta long tail editoriale, cioè riporta in primo piano testi pubblicati in passato.

Altra caratteristica di questa forma di comunicazione polarizzante è la semplificazione di temi complessi portati in contesti comunicativi generalisti o non adatti, affinché il conflitto vada a rafforzare il personal brand, e aumenti esponenzialmente la visibilità in termini di vendite editoriali e riconoscibilità.

Chi agisce o comunica in questo modo può non essere in malafede, ma di certo conosce gli effetti delle proprie parole e utilizza il conflitto per rafforzare la propria visibilità in un sistema che premia lo scontro.
È una strategia, però, che non premia nel lungo periodo, perché alla fine danneggia la credibilità di chi la impiega, che vede cristallizzato il proprio ruolo comunicativo e diviene alla fine riferimento solo di una cerchia sempre più ristretta di fedelissimi.

San Francesco di Sales, che pure visse in un’epoca tutt’altro che pacifica (guerre di religione, divisioni confessionali, confronti dottrinali) rifiutò invece sistematicamente la logica dello scontro, convinto che la verità cristiana non sia separabile dal modo in cui viene comunicata (il che emergerà poi in tutti i documenti prodotti dalla Chiesa cattolica sulla comunicazione a partire dal Concilio Vaticano II).

Patrono dei giornalisti e dei comunicatori, ricorda che il Vangelo non ha bisogno di essere urlato per essere vero, semmai ha bisogno di essere ben comunicato, il che ricorda anche le parole di Benedetto XVI sull’evangelizzazione che non è proselitismo ma attrazione (Aparecida, 2007).

E concludiamo citando San Francesco di Sales che, in una lettera del 1611, riferendosi a San Roberto Bellarmino, scrive:

Odio tutte le contese e le dispute che si fanno tra i cattolici e il cui fine è inutile. […] Ed ancor più odio quelle che hanno come unico risultato i contrasti e le divergenze, specie in quest’epoca in cui pullulano gli animi inclini alle discussioni, alla maldicenza ed alle critiche, a detrimento della carità.

Non posso neppure dire di aver apprezzato certi scritti di un santo ed eccellentissimo prelato, nei quali egli ha trattato il potere indiretto del papa sui principi; e non perché li abbia trovati buoni o cattivi, ma perché in un’epoca come questa, in cui abbiamo tanti nemici fuori, credo che non dovremmo agitare nulla all’interno del corpo della Chiesa. Questa povera chioccia, che ci tiene sotto le sue ali come fossimo i suoi pulcini, ha già abbastanza problemi a doverci difendere dal nibbio, senza che noi ci becchiamo a vicenda e la strattoniamo da una parte e dall’altra.

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Cinema

Naufragio morale, non solo naufragio marittimo

Pablo Úrbez-24 gennaio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Gennaio 1993. Piotr Binter, capitano di una nave, viene convocato nelle prime ore del mattino perché il soccorso marittimo ha appena ricevuto una richiesta di soccorso: il traghetto polacco Heweliusz sta affondando nel Mar Baltico e lui conosce molto bene il suo capitano. Il naufragio causerà più di 50 morti e influenzerà la vita di Witold, un sopravvissuto che ha difficoltà a vivere di nuovo con la sua famiglia, ma anche la moglie e la figlia del capitano del traghetto e lo stesso Piotr, a cui viene chiesto di partecipare a un tribunale per giudicare l'accaduto. Sebbene diverse voci attribuiscano la colpa del naufragio alle cattive condizioni del traghetto, la compagnia di navigazione incolpa il capitano e la sua possibile ubriachezza, rifiutando di assumersi la responsabilità finanziaria dell'incidente.

Questa miniserie in cinque episodi adatta un fatto realmente accaduto in Polonia nel 1993. Oltre alla sfortuna delle circa 50 persone morte in una tempesta, la compagnia di navigazione e le autorità politiche e militari si rifiutarono di fare luce sulla vicenda. Di conseguenza, le famiglie dei deceduti hanno intrapreso una battaglia legale lunga anni per ottenere giustizia.

La serie alterna diversi punti nel tempo per fornire un quadro il più possibile completo di ciò che è accaduto: il contesto del naufragio, il modo in cui l'equipaggio e i servizi di soccorso hanno vissuto il naufragio e il successivo conflitto legale e sociale. Intreccia in modo intelligente le rispettive etichette informative sull'epoca e sul luogo, senza risultare invadente. Per quanto riguarda la storia del naufragio, la produzione non risparmia risorse nel mostrare la tempesta, il rovesciamento della barca e le onde. D'altra parte, si tratta di un racconto veramente duro, che mostra a volte lo stato dei cadaveri o delle membra mutilate, anche se con eleganza e senza eccessi.

L'ampia gamma di personaggi offre una visione globale dell'intera vicenda. Sono personaggi quotidiani e plausibili, sia i sopravvissuti che coloro che hanno perso un familiare, tutti confrontati con una rete politico-economica accecata dai propri interessi, dove le reminiscenze del passato comunista sono evidenti nella caratterizzazione di alcuni dei cattivi.

L'autorePablo Úrbez

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Suggerimenti per aiutare i sacerdoti ad ascoltare meglio le confessioni

Un team di psicologi, filosofi e teologi ha lanciato una ‘Guida pratica per i confessori’, con chiavi pastorali e psicologiche per una migliore confessione. È un progetto della Fondazione John Templeton, con esperti delle università di Navarra, Comillas, San Dámaso e CEU Abat Oliba.

Francisco Otamendi-23 gennaio 2026-Tempo di lettura: 7 minuti

Il modo in cui il sacerdote ascolta la confessione ha una profonda influenza sul penitente. Al di là della dimensione sacramentale oggettiva (il sacramento agisce ‘ex opere operato’, cioè è efficace per l'azione stessa di Cristo), “il modo in cui il sacerdote accoglie, ascolta e accompagna il penitente può aprire o chiudere il cuore del fedele all'esperienza del perdono di Dio”, si legge nello studio, intitolato ‘Guida pratica per i confessori’, disponibile gratuitamente online.

Sembra quindi importante offrire alcune chiavi pastorali e psicologiche - riassunte in queste 9, ma potrebbero essere meno o più - che possono aiutare il confessore a facilitare l'incontro con il penitente che desidera il perdono di Dio nel sacramento della Riconciliazione.

Dieci gruppi di ricerca con interviste a sacerdoti

Il lavoro di ricerca si inserisce nel quadro di un progetto di progetto Il progetto è un progetto internazionale della John Templeton Foundation, guidato da Francis Fincham (Florida State University), e cerca di comprendere la dimensione psicologica dell'esperienza del perdono divino.

Il progetto coordina dieci gruppi di ricerca indipendenti, decine di ricercatori provenienti da diverse università (Harvard, Baylor University, Navarra) e da diversi continenti (Sud America, Australia, Italia, Stati Uniti e Spagna). 

Una di queste dieci équipe si è concentrata sull'esperienza del perdono nei cattolici attraverso la confessione, con psicologi, filosofi e teologi come Martiño Rodríguez-González, María Calatrava e José María Pardo, che hanno guidato lo studio dall'Università di Navarra, María Pilar Martínez (Università Pontificia di Comillas), Juan de Dios Larrú (Università Ecclesiastica San Dámaso) e Joan D.A. Juanola (Università CEU-Abat Oliba). 

Nella ricerca sono stati intervistati venticinque sacerdoti con un'esperienza pastorale ampia e diversificata, provenienti da diversi Paesi e vicini a diverse realtà ecclesiali. 

Sono riassunti di seguito alcune di queste chiavi psicologiche e pastorali del confessore per facilitare l'esperienza di Dio nel Sacramento della Riconciliazione.

1. Esperienza del confessore come penitente

Il sacerdote non si presenta nel confessionale solo come sacerdote (ministro di Dio), ma anche come uomo. La sua esperienza di debolezza e di riconciliazione influenza il modo in cui accompagna gli altri. Molti confessori concordano sul fatto che confessarsi da soli li aiuta a essere migliori ministri della misericordia.

Secondo i sacerdoti, sottolinea la guida, confessarsi regolarmente permette di scoprire quali atteggiamenti aiutano veramente il penitente e quali possono ostacolare l'esperienza della misericordia. Scoprono il valore di un'accoglienza incondizionata, di un atteggiamento positivo e incoraggiante e di un modo che permetta di presentarsi davanti a Dio senza la necessità di nascondere il male commesso. 

Alcuni intervistati sostengono che sia la confessione frequente che l'accompagnamento spirituale contribuiscono a rafforzare la propria vocazione sacerdotale.

2. Spazio sacro, custode dell'anonimato

Il sacramento della Riconciliazione richiede al confessore la chiara consapevolezza di trovarsi in uno spazio sacro. Molti sacerdoti descrivono questo atteggiamento interiore con l'immagine biblica: “Togliti i calzari, la terra su cui cammini è santa”. 

Uno degli aspetti essenziali di questo rispetto è il mantenimento dell'anonimato, aggiungono gli esperti. Quando la confessione avviene nel confessionale dietro la grata, il confessore non deve cercare di identificare il penitente e, se lo riconosce a voce, deve evitare di fare riferimenti all'identificazione. 

Nelle parole di un intervistato: “Quando la persona si confessa attraverso il confessionale, non aiuta a sentirsi riconosciuta. Il confessionale di solito garantisce l'anonimato, ed è importante che venga rispettato.

A questo proposito, alcuni confessori raccomandano di favorire la confessione dietro la rete in generale, e soprattutto se il penitente è preoccupato per la privacy.

3. Segreto sacramentale

Anche la garanzia del segreto sacramentale si trova in questa sezione. La fiducia che il confessore manterrà il silenzio assoluto è una condizione indispensabile perché molte persone osino confessare i propri peccati, soprattutto quando il sacerdote è una persona vicina. Rispettare questo aspetto è di per sé un modo per facilitare l'apertura e l'esperienza del perdono“, spiega la guida.

Sebbene lo studio non ne parli, negli ultimi anni alcuni parlamenti o Stati hanno approvato leggi che impongono ai sacerdoti di violare il segreto della confessione nei casi di abusi su minori. 

Tuttavia, il Penitenziario Apostolico La Santa Sede ha sostenuto che “il segreto inviolabile della Confessione deriva direttamente dalla legge divina rivelata ed è radicato nella natura stessa del Sacramento, al punto da non ammettere alcuna eccezione nell'ambito ecclesiastico e tanto meno in quello civile”.

4. Disponibilità e tempo

Oltre a un profondo apprezzamento del ministero, un altro aspetto decisivo per favorire l'esperienza del perdono è la disponibilità del confessore e il tempo che dedica al penitente. L'esperienza del perdono nella confessione, sottolinea lo studio, è migliorata quando il sacerdote è veramente accessibile e disponibile.

La prima espressione di questo atteggiamento è l'osservanza degli orari di confessione. Secondo i sacerdoti intervistati, questo trasmette fiducia e incoraggia le persone ad avvicinarsi al sacramento. 

“Io dico sempre: luce verde, efficacia provata. Un sacerdote che è sempre presente con una piccola luce verde, dà sicurezza alle persone. E ho visto molte volte che molte persone iniziano ad andare a confessarsi con te ancora più spesso perché sanno che sei sempre lì.

D'altra parte, il penitente ha bisogno di percepire che il sacerdote lo ascolta con piena attenzione, senza distrazioni o fretta. Come ha detto un intervistato: “Posso avere fretta, ma la sopporto. Sono lì e, senza farmi notare, non guardo l'orologio”. Il penitente deve sentire: sono qui per te, ti ascolto con tutta la mia attenzione".”

5. Accoglienza calorosa 

La disponibilità e il tempo del confessore preparano il terreno per un'accoglienza calda e incondizionata. Infatti, quando il penitente si sente accolto con vicinanza e rispetto, può aprire il suo cuore con fiducia ed essere pronto a sperimentare il perdono di Dio, dicono gli intervistati.

“Questo atteggiamento di accoglienza inizia ancor prima di entrare nel confessionale”, sottolineano. Il sacerdote che è vicino, amichevole, sorridente e disponibile fuori dal confessionale risveglia già nel penitente una fiducia iniziale che facilita l'apertura al momento della confessione“.

In particolare, una parola gentile, un gesto di cordialità o un saluto attento all'inizio della confessione possono creare un clima di serenità che dispone positivamente il penitente. 

6. Ascolto attento e attivo

Queste risorse aiutano a collocare l'incontro alla presenza di Dio e a trasmettere che è Cristo stesso che accoglie e perdona, aggiunge la guida.

Favorire un clima di accoglienza implica soprattutto un “ascolto attento e attivo”. Ascoltare più che fare domande, parlare quanto basta ed evitare distrazioni sono atteggiamenti che fanno sentire il penitente riconosciuto nella sua sincerità. 

Alcuni confessori sottolineano che il contatto visivo può essere utile per generare vicinanza, mentre altri ritengono che la griglia protegga l'intimità e renda più facile per il penitente aprirsi; discernere quale sia più appropriato dipenderà dalla situazione.

Un senso dell'umorismo per alleggerire l'atmosfera o un riferimento alla gioia di Dio quando perdona possono essere risorse eccellenti. Atteggiamenti di freddezza, rigidità, eccessiva distanza o domande inutili “possono far sì che il penitente viva la confessione come un interrogatorio invece che come un incontro di grazia”, avvertono.

Appunti di psicologia

Gli esperti psicologi, nell'ambito di “Trasmettere l'accoglienza attraverso l'ascolto empatico”, evidenziano i seguenti consigli: “Ascoltare senza interrompere, Convalidare l'esperienza, Parafrasare, Evitare di etichettare e colpevolizzare”, concetti che vengono sviluppati nella guida.

7. Serenità del confessore 

La serenità del confessore “è fondamentale perché il penitente possa confessarsi con fiducia”. Non basta apparire tranquilli: “si tratta di trasmettere una pace interiore che aiuti la persona a sentirsi sicura e accompagnata”. Il tono di voce, i gesti e l'atteggiamento hanno un impatto sulla serenità della confessione.

Per poter offrire questa serenità, gli intervistati indicano che “il confessore deve fare affidamento sulla sua vita di preghiera”. Molti sacerdoti sottolineano l'importanza di invocare lo Spirito Santo prima e durante la confessione, chiedendo la luce per sapere come guidare ogni persona: “Dammi la luce, Signore, perché io sappia come aiutare questa persona”. 

Questo atteggiamento di preghiera aiuta a mantenere la calma e a ricordare che è Cristo che opera nel sacramento. Ricordare la misericordia di Dio - “Non c'è nulla che tu possa presentare a Dio che Egli non possa perdonare” - può calmare l'ansia e facilitare l'apertura di una persona.

8. Concentrarsi su Dio e sulla sua misericordia

“La trasmissione della misericordia di Dio al penitente costituisce l'essenza stessa del sacramento della riconciliazione. Il confessore ha un ruolo decisivo nel mostrare che Dio accoglie il penitente con amore incondizionato, permettendo alla persona di sperimentare il perdono senza sentirsi giudicata o colpevole in modo paralizzante.

Per raggiungere questo obiettivo, secondo i sacerdoti consultati, è utile “concentrarsi su Dio e sulla sua misericordia piuttosto che sui peccati del penitente”. Può essere utile utilizzare esempi tratti dalle Scritture, come gli incontri di Gesù con i peccatori, che mostrano la sovrabbondanza dell'amore divino. 

È importante sottolineare anche l'attualizzazione dell'amicizia con Cristo dopo la confessione: Dio lo perdona e lo accetta così com'è. 

La proposta di piccole penitenze può rafforzare questa esperienza di misericordia, evitando che la persona si senta scoraggiata o sopraffatta, osserva la guida.

Trasmettere la misericordia non significa relativizzare il peccato o minimizzarne la gravità. La misericordia è vissuta come una forza che accoglie, rafforza e incoraggia il penitente, aiutandolo a riconoscere il perdono di Dio e a riconciliarsi pienamente con se stesso, spiega la guida.

9. Spiegazioni e consigli

In alcune situazioni, le parole del confessore possono completare l'esperienza del perdono, offrendo chiarezza e guida al penitente. Pur non essendo l'elemento centrale della confessione, le spiegazioni e i consigli possono

Sono utili soprattutto quando il penitente ha una scarsa formazione religiosa o ha bisogno di comprendere meglio la bontà e la misericordia di Dio.

L'uso di passi del Vangelo, immagini e simboli può aiutare a comunicare la misericordia di Dio in modo concreto.

Appunti di psicologia

L'osservazione fatta dall'empatia e dall'accompagnamento è quella di “invitare a riflettere senza giudicare o rimproverare”. Questo aumenta la probabilità che il penitente esprima fiducia e si assuma la responsabilità delle proprie azioni, dicono gli esperti.

Al contrario, quando la guida è formulata a partire da un giudizio o da un rimprovero, la persona tende a sentirsi attaccata o umiliata, provocando una chiusura interiore.

La psicologia dimostra che, di fronte a una critica severa, in uno stato di vulnerabilità, la reazione più comune è la difesa o la fuga. Queste reazioni non favoriscono l'apprendimento e la riconciliazione, ma rafforzano i sentimenti di vergogna e resistenza.

Riconoscere la difficoltà e aprire uno spazio di riflessione rende più facile per il penitente scoprire modi di cambiare a partire dalla propria esperienza, sviluppano gli esperti nella guida, con alcuni esempi.

L'autoreFrancisco Otamendi

Libri

J. M. Granados presenta «Il valore del corpo e della sessualità».»

Il sacerdote José Miguel Granados, professore dell'Università San Dámaso, ha presentato il suo nuovo libro il 21 gennaio. Il valore del corpo e della sessualità, nella parrocchia di Santa María Magdalena a Madrid.

Javier García Herrería-23 gennaio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Il sacerdote José Miguel Granados, dell'arcidiocesi di Madrid e professore all'Università San Dámaso, ha presentato ieri, 21 gennaio, il suo nuovo libro. Il valore del corpo e della sessualità, pubblicato da EUNSA, nella parrocchia di Santa María Magdalena a Madrid.

Il libro offre una riflessione profonda e accessibile sul corpo umano e sulla sessualità alla luce della fede cristiana, in dialogo con le grandi sfide culturali contemporanee. L'autore attinge soprattutto alla teologia del corpo di San Giovanni Paolo II, così come agli insegnamenti dei papi successivi, per sottolineare l'unità inscindibile di anima e corpo e la vocazione all'amore inteso come dono di sé, fedeltà e apertura alla vita.

Tema centrale

Durante la presentazione, Granados ha spiegato che il libro risponde a questioni decisive del nostro tempo: se il corpo sia solo un oggetto o una realtà personale, se la sessualità sia solo piacere o linguaggio d'amore, e se il corpo umano possieda un significato trascendente. Contro le visioni riduttive o utilitaristiche, ha difeso una comprensione del corpo come mistero, dono e segno dell'amore divino, con una dignità inviolabile dal concepimento alla morte naturale.

Il punto di partenza del libro è una constatazione culturale: la nostra società vive una profonda ambiguità nei confronti del corpo: siamo proprietari di un corpo che possiamo usare e ridefinire a nostro piacimento, oppure siamo persone corporee chiamate a scoprirne il significato? Granados esamina questi dilemmi - piacere o dono, oggetto o mistero, tecnica o etica - e mostra come dalla risposta dipendano non solo le decisioni personali, ma anche il corso della vita sociale.

L'opera si basa in modo particolare sulla teologia del corpo di San Giovanni Paolo II, oltre che sul magistero dei papi successivi. In questo quadro, l'autore presenta il corpo come espressione della persona e come luogo in cui si rende visibile l'amore: un linguaggio capace di comunione, dono di sé e fecondità. La sessualità non appare quindi né come un semplice impulso biologico né come una realtà sospetta, ma come una dimensione costitutiva della vocazione all'amore, inscritta nella mascolinità e nella femminilità e aperta al dono responsabile di sé.

Altri problemi

Uno degli assi più suggestivi del libro è la comprensione sacramentale del corpo. Granados sottolinea che la materialità del corpo umano è in grado di rendere trasparente l'invisibile e di rimandare al mistero divino, soprattutto alla luce dell'Incarnazione. Il fatto che il Verbo si sia fatto carne conferisce al corpo una dignità senza precedenti e ci permette di comprendere l'eros umano come una forza ferita, ma chiamata a essere curata ed elevata dal vero amore.

In questa prospettiva, l'autore affronta con chiarezza e profondità temi specifici come il pudore e la nudità, l'impegno affettivo, la procreazione responsabile, il valore del celibato, la sofferenza e la fragilità, la dignità dell'embrione, il fine vita o gli approcci dell'ideologia di genere. 

Prosa e poesia

Una delle originalità dell'opera è il dialogo con la letteratura e la poesia: ognuno dei 22 capitoli si apre con un esempio tratto da un grande romanzo e si conclude con poesie che sintetizzano il contenuto riflesso, mostrando come l'esperienza umana abbia intuito, anche dall'arte, il significato profondo del corpo e dell'amore.

Granados ha concluso la presentazione affermando che il mistero del corpo umano può essere pienamente compreso solo alla luce di Gesù Cristo, il Verbo incarnato, nel quale il desiderio di bellezza, amore e pienezza trova la sua risposta definitiva.

Evangelizzazione

La “distensione”, un segno che sta tornando in auge tra i giovani

Piccolo e discreto, il fermarsi è un segno di fede che ha attraversato secoli di storia e che oggi viene nuovamente indossato da molti giovani come espressione di fiducia e amore per il Sacro Cuore di Gesù.

Teresa Aguado Peña-23 gennaio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Tra i segni della devozione cristiana, la «distensione» occupa un posto speciale. Oggi molti giovani la usano come semplice simbolo di fiducia e amore per il Sacro Cuore di Gesù. Tuttavia, dietro questo piccolo emblema c'è una storia ricca, segnata da apparizioni, santi, epidemie e guerre.

Che cos'è la distensione?

La distensione è un piccolo emblema che si portava cucito sul petto (oggi è di moda portarlo sulla custodia del cellulare), di solito con l'immagine del Sacro Cuore di Gesù. Il suo nome deriva dall'espressione “distensione”, una supplica rivolta al male, al diavolo e a tutti i pericoli, invocando la protezione di Cristo. È un segno di amore per il Cuore di Gesù e di fiducia nella sua protezione contro le insidie del Maligno.

È conosciuto anche come “Piccolo Scapolare del Sacro Cuore”, anche se non è uno scapolare in senso stretto. Non richiede alcuna cerimonia o benedizione speciale per il suo utilizzo: è sufficiente indossarlo con fede.

L'origine della devozione: Santa Margherita Maria Alacoque

La devozione al Sacro Cuore di Gesù è nata nel XVII secolo, dalle apparizioni di Gesù Cristo a Santa Margherita Maria Alacoque, una suora della Visitazione.

Il 27 dicembre 1673, mentre pregava davanti al Santissimo Sacramento, ricevette la sua prima rivelazione. In questa esperienza mistica, il Signore gli mostrò il suo Cuore ardente di amore per l'umanità, ferito dall'ingratitudine degli uomini, e gli affidò la missione di far conoscere questa devozione.

Nelle rivelazioni successive, Gesù le mostrò il suo Cuore circondato da spine e coronato dalla croce, simbolo del suo amore sacrificale e del dolore causato dal peccato. Le espresse il suo desiderio di essere amato, di salvare le anime dal potere del male e di far piovere abbondanti grazie su coloro che avrebbero venerato il suo Cuore, specialmente portando la sua immagine nelle case o sul petto come segno di amore e protezione. Lei stessa li portava sotto l'abito e incoraggiava le sue novizie a fare lo stesso.

Nella terza rivelazione, durante la festa del Corpus Domini del 1674, Cristo le chiese pratiche concrete di riparazione: la comunione frequente, la devozione del Primo Venerdì e l'Ora Santa nella notte tra giovedì e venerdì, unendosi alla sua agonia nel Getsemani. Così la devozione al Sacro Cuore si affermò chiaramente come una via di amore, di riparazione e di fiducia totale in Cristo.

La distensione e la peste di Marsiglia

L'uso del detentore si diffuse in modo straordinario durante la peste di Marsiglia del 1720. In quel contesto, questo emblema era noto come “Salvaguardia”. Consisteva in un pezzo di stoffa bianca con ricamato il Sacro Cuore e la scritta: «O Cuore di Gesù, abisso di amore e di misericordia, in te confido».

La forma più simile all'attuale ciondolo fu promossa dalla venerabile Anne Madeleine Rémuzat che, avvertita della catastrofe che la peste avrebbe causato, promosse con le sue consorelle la fabbricazione e la distribuzione di migliaia di questi emblemi nella città e nei suoi dintorni. Poco dopo, secondo le cronache, l'epidemia cessò, rafforzando la devozione popolare al Sacro Cuore.

Il beato Bernardo de Hoyos e il “regnerò in Spagna”.”

In Spagna, il grande apostolo del Sacro Cuore fu il beato Bernardo de Hoyos (1711-1735). All'età di 21 anni, mentre copiava frammenti del libro «De cultu Sacratissimi Cordis Iesu», conobbe questa devozione che trasformò la sua vita. Egli stesso riferì di aver provato un amore profondo e la certezza di essere amato.

Come Santa Margherita, mentre pregava davanti al Santissimo Sacramento, ricevette le parole di Gesù stesso, che le affidò la missione di diffondere questa devozione in Spagna. Di fronte alle difficoltà, Cristo la consolò con una promessa che avrebbe segnato la storia spirituale del Paese: «Regnerò in Spagna, e con più venerazione che in molti altri luoghi».

“Stop Bullet”: la fede in tempo di guerra

Dalla Francia si diffuse rapidamente l'usanza di cucire il detentore sugli abiti di figli, mariti o fratelli che andavano in guerra. Essi si affidavano alla protezione del Sacro Cuore sul campo di battaglia.

Nel XIX secolo, le truppe carliste in Spagna indossavano scapolari con la scritta: «Ferma il proiettile, il Cuore di Gesù è con me», e in molti casi aggiungevano «Regnerò in Spagna» o anche una parte del Padre Nostro: «Venga il tuo Regno».

Durante le guerre civili del XIX secolo e poi nella guerra civile spagnola (1936-1939), la detenzione divenne popolare tra i requetés, i legionari e alcuni falangisti. La devozione attraversò anche l'Atlantico: i Cristeros messicani la indossarono durante la loro rivolta contro il governo di Plutarco Elías Calles, con la scritta: «Fermati, nemico malvagio, il Cuore di Gesù è con me».

Persecuzione e fedeltà

All'epoca della Rivoluzione francese, questi emblemi erano considerati simboli di fanatismo e di ostilità al regime. Anche durante il processo a Maria Antonietta, il possesso di un'immagine del Sacro Cuore con l'iscrizione: «Sacro Cuore di Gesù, abbi pietà di noi» fu usato come prova contro di lei.

Lungi dallo scomparire, la distensione si rafforzò come segno di resistenza spirituale e di fedeltà cristiana.

Indulgenza concessa da Pio IX

Nel 1872, Papa Pio IX concesse un'indulgenza di 100 giorni, una volta al giorno, a tutti i fedeli che indossavano lo scapolare e recitavano un Padre Nostro, un'Ave Maria e un Gloria. In un successivo breve, chiarì che, non trattandosi di uno scapolare in senso stretto, non richiedeva una benedizione o un'iscrizione specifica: era sufficiente portarlo al collo.

Il Papa stesso ha composto una bellissima preghiera al Sacro Cuore, invitandoci a unire i nostri cuori a quello di Cristo in adorazione, riparazione e amore:

«Aprimi il tuo Sacro Cuore, o Signore Gesù! Mostrami il suo fascino, uniscimi a Lui per sempre. Che tutti i movimenti e i battiti del mio cuore, anche nel sonno, siano una testimonianza del mio amore e ti dicano incessantemente: Sì, Signore Gesù, ti adoro; accetta il poco bene che faccio; fammi la misericordia di riparare il male che ho fatto; così che io possa lodarti nel tempo e benedirti per tutta l'eternità. Amen.

Un segno vivo oggi

Oggi la distensione rimane un segno semplice ma potente. Per molti giovani è un modo concreto di portare Cristo al centro della vita quotidiana, un modo per ricordare che il Cuore di Gesù è vicino, ama, protegge e accompagna di fronte alla tentazione del maligno.

Così, la Distensione è diventata un segno di fedeltà al Sacratissimo Cuore di Gesù Cristo: un distintivo che nobilita, una difesa nelle nostre battaglie e uno scudo che ci ricorda che questo Cuore, che ha tanto amato l'umanità, regna ancora.

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Vaticano

Giorgio Lingua, nuovo nunzio in Israele

Il Vaticano ha nominato l'arcivescovo Giorgio Lingua nuovo nunzio in Israele, con una sostituzione adeguata all'età che assicura la continuità diplomatica in un contesto particolarmente delicato.

Redazione Omnes-22 gennaio 2026-Tempo di lettura: < 1 minuto

Leone XIV ha accettato le dimissioni dell'arcivescovo Adolfo Tito Yllana per raggiunti limiti di età e ha nominato al suo posto l'arcivescovo Giorgio Lingua come Nunzio Apostolico in Israele e Delegato Apostolico a Gerusalemme e Palestina, secondo il comunicato ufficiale diffuso dal Vaticano.

Finora Giorgio Lingua è stato arcivescovo titolare di Tuscania e nunzio apostolico in Croazia. È stato anche nunzio in Iraq e Giordania e poi a Cuba, prima di assumere l'incarico in Croazia.

Cosa significa questo cambiamento?

La nomina di Lingua non cambia la posizione dottrinale né la linea diplomatica della Santa Sede nei confronti di Gerusalemme e la difesa delle comunità cristiane, anche se potrebbe avere un impatto sulla forma del dialogo e sull'efficacia dei negoziati quotidiani con i vari interlocutori.

Yllana ha trascorso anni in una posizione segnata da ricorrenti attriti su luoghi sacri, permessi e trattamento delle comunità cristiane. La sua partenza, quindi, non è un semplice avvicendamento; chiude una fase e ne apre un'altra con un profilo diverso, ma con la stessa sfida di fondo. Le sue dimissioni per età e la sua immediata nomina indicano una transizione ordinata, con la quale Roma cerca continuità ed esperienza.

Con questo cambiamento, la Santa Sede si affida a un diplomatico esperto per mantenere una rappresentanza che, nel contesto attuale, è sempre più condizionata dalle tensioni internazionali, dalle sfide alla sicurezza e dalla vita quotidiana - precaria - delle comunità cristiane di Israele.

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Spagna

Il risveglio di una generazione inizia in un'arena?

Vistalegre è stato testimone di un appello a creare spazi in cui le persone possano fermarsi, pensare e cercare la verità al di là delle differenze.

Jose Maria Navalpotro-22 gennaio 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

L'impatto dell'evento El Despertar del 17 gennaio a Vistalegre è cresciuto. Un evento originale, in cui migliaia di giovani hanno pagato per ascoltare un sacerdote e una manciata di intellettuali che raccontavano loro verità controcorrente. E per finire musica e birre. El Despertar suonava un po' come una setta, ma i seimila partecipanti - la maggior parte dei quali trentenni - nell'antica arena di Vistalegre erano convocati per un evento che voleva essere un invito a comprendere la società in modo diverso. La chiave: creare legami. Insieme a questo, altre due gambe per lo sgabello che sostiene la persona: il valore del lavoro ben fatto e l'attenzione alla trascendenza.

“Il Risveglio” è stato l'evento di massa, il lancio di “È tempo di pensare”, un'iniziativa nata durante la pandemia da una coppia di giovani, senza nessuno alle spalle, né partiti politici, né associazioni, né confessioni religiose. Hanno organizzato, chiamando gli amici, incontri online di decine di persone che facevano domande a persone che avevano qualcosa da dire. L'iniziativa è diventata un faccia a faccia il 5 gennaio 2022. Più di duecento intellettuali hanno partecipato ai suoi incontri, la thinkglaos (oltre quattrocento nel corso degli anni) in più di trenta città in Spagna, Germania e altri Paesi. “Vogliamo creare spazi in cui le persone si fermino, pensino e cerchino la verità”, ha spiegato Javier Fernández, uno dei responsabili visibili di questa iniziativa.

Profilo dei partecipanti

“C'è una voce che si sta diffondendo”, ha avvertito il presentatore di Vistalegre. “La gente vuole costruire di nuovo, unirsi, trascendere, guardare a una storia che non appartiene a nessuno perché è la storia di tutti”. Chi legge l'appello in chiave politica o religiosa si sbaglia: c'erano partecipanti di destra? E cattolici? Sì, certo, e persone di altri modi di pensare. Di destra e di sinistra, religiosi e atei, del nord e del sud. Molti sono venuti - a pagamento - senza sapere bene a cosa servissero. Erano stati invitati da un amico. Questa è la chiave dell'origine e della crescita inarrestabile di “It's Time to Think”. “Non è un evento culturale, non è una festa, è l'inizio di qualcosa che non ha nome”, hanno spiegato all'inizio dell'evento, poco prima di liberare palloncini giganti e sventolare migliaia di sciarpe gialle.

L'idea era: sappiamo già su cosa non siamo d'accordo, quindi parliamo di cosa possiamo migliorare e di cosa possiamo aiutare. Hanno evidenziato tre problemi che hanno costituito il contorno dell'incontro: la precarietà della vita, la divisione causata dalle ideologie e il fatto che i problemi reali non vengono risolti. 

Gli oratori

Undici “matador” si sono esibiti nell'arena di Vistalegre per quasi cinque ore. I migliori spadaccini del pensiero e dei social network.

Per poter parlare, prima viene il silenzio. E chi meglio di Jacques Philippe può introdurre l'argomento. Il sacerdote francese della Comunità delle Beatitudini, uno degli autori di spiritualità più letti al mondo, ha parlato dell“”importanza di riscoprire il valore del silenzio e di applicare il raccoglimento nella nostra vita“. ”Il silenzio ci mette in un atteggiamento di ricettività, di ascolto. Ci conduce alla nostra dimensione soprannaturale“. Oggi tendiamo a pianificare tutto, ma la vita non è qualcosa che si può pianificare”. “C'è la tendenza a reagire immediatamente, emotivamente. È difficile maturare una riflessione in questo modo. Ci vuole tempo, e il silenzio permette di riflettere. Senza silenzio rimaniamo sulla superficie delle cose e non andiamo in profondità”. Le migliaia di spettatori ascoltavano avidamente. Erano esattamente diciassette minuti. Proprio il tempo stabilito. 

Il secondo blocco è stato dedicato al dialogo, con tre tavole rotonde: cultura, lavoro, trascendenza. La prima, il Risveglio della cultura, con Juan Soto Ivars - che è appena entrato come editorialista a ABC-, Ana Iris Simón - l'autrice di Fiera è un editorialista di Il Paese- e Jano García. Il giornalista ha sottolineato l'idea di comunità che si sta perdendo, al di fuori dello Stato e del mercato, e ha avvertito: “non diamo valore a ciò che ci è stato dato (famiglia, patria, sesso biologico) e sembra che solo ciò che scegliamo sia importante”.

Jano García, economista e divulgatore della rete, ha evidenziato la crisi della società riferendosi a Ratzinger: “il problema è il nichilismo: il bene e il male sono uguali, tutto è uguale, sostengono”. “Le differenze possono esistere finché si ha una società basata sui valori. Ognuno nel proprio ambito può lottare per rivendicare quei valori. Questo non distrugge la convivenza”.

Juan Soto Ivars, combattivo e provocatorio, ha fatto riferimento a uno dei temi trasversali dell'intero evento: “La chiave è che possono emergere dei legami”. “A casa mia c'era un nonno di estrema destra, un altro di estrema sinistra... Litigavano... Ma sotto sotto c'era la frase di mia nonna, che abbiamo messo sul suo epitaffio: ‘Quereos mucho’”. Ana Iris ha aggiunto: “La soluzione è che la carità e l'amore devono regnare. Sembra banale ma, per esempio, è di questo che parla Podemos quando parla dell'importanza dell'assistenza.

Il mondo del lavoro

Juan Manuel de Prada, il filosofo francese Fabrice Hadjadj e il filosofo francese Fabrice Hadjadj sono stati invitati a parlare del Risveglio del lavoro. youtuber Antonini de Jiménez. Il vincitore del Premio Planeta si è espresso contro la precarietà del lavoro e l'individualismo: “Milton Friedman ha parlato di una società di robinson, e di fronte a questo dobbiamo opporre una resistenza antropologica”. In questo senso, ha reagito contro l'idea di fare a meno degli altri nella lotta per una società migliore: “Abbiamo bisogno di altre persone, e dobbiamo lavorare con loro. E se necessario, perché quelli attuali non lavorano per noi, creare nuove associazioni, sindacati, partiti politici”.

Il filosofo francese - che si è trasferito in Spagna e ha parlato in spagnolo - si è soffermato sulla necessità che il lavoro abbia un senso. “La disumanità di un lavoro non si misura dallo sforzo che richiede. Una partita di calcio richiede un grande sforzo, ma questo non la rende disumana. Ciò che dà significato è lo scopo del lavoro che si produce. Oggi questo significato visibile manca”. A questo proposito, ha parlato di quelli che ha definito “lavori di merda”, nelle grandi aziende, con produzione meccanizzata o dove si trafficano prodotti finanziari, senza che i lavoratori sappiano bene per cosa lo stanno facendo. “Non fanno un lavoro, lavorano e basta”. Ha aggiunto che alcune aziende parlano di “cultura del lavoro” e termini simili: “quello che fanno è profumare la ‘merda’ del toro, invece di corromperlo. Chi non vuole prendere il toro per le corna può solo raccogliere la merda del toro”. “Nei cavalieri medievali la loro fatica aveva un senso perché c'era una fanciulla da difendere o da salvare. Oggi sul lavoro, senza quel significato, lo sforzo non vale la pena”.

In un'arena come quella di Vistalegre, Hadjadj amava la similitudine con la corrida e parlava dei suoi compagni - e in generale di qualsiasi opinione - come se praticassero diversi tipi di corrida, ma tutti ugualmente validi: uno, una corrida di resistenza, l'altro, una corrida battagliera... Così, De Prada descrisse Hadjadj come “la nostra Morante: combatte con eleganza e profondità”.

Risveglio del significato

L'ultimo blocco è stato dedicato alla terza gamba dello sgabello che era al centro dell'evento. Si trattava del Risveglio del significato. Sarab Rey (ex Izanami), un'antropologa evangelica che gode di un indubbio successo nei network parlando del comportamento umano, ha condiviso il palco con René ZZ, youtuber famoso per i suoi contenuti sui tatuaggi... finché non si è convertito ed è ora noto per i suoi video sulla fede cattolica, e con Pedro Herrero, esperto di comunicazione e difensore della famiglia. È stato un altro dialogo in cui hanno espresso senza esitazione le loro convinzioni personali in materia religiosa. Questo è di grande attualità nel contesto attuale in cui artisti, pensatori e creatori di contenuti “escono dal guardaroba religioso” per mostrare pubblicamente la loro fede senza ambiguità.

José Ballesteros, un'altra figura delle reti sociali, ha concluso l'evento con i suoi messaggi sulla leadership e sulla motivazione. In mezzo alla musica festosa e a un'atmosfera da apoteosi, nel commiato hanno parlato brevemente il giurista Ricardo Calleja e di nuovo Pedro Herrero. Sono stati i primi a partecipare a un “evento di social networking".“pensareglao”. E hanno riassunto in due frasi tutto questo risveglio che hanno voluto iniziare a Vistalegre. “Ciò che sostiene tutto questo è l'amicizia di due amici”, ha sottolineato Calleja. “Voi ragazzi, dovete trasformare la realtà”, ha esortato Herrero. 

Il pubblico entusiasta scoppiò in un applauso. In altre circostanze avrebbero chiesto due orecchie e una coda per una performance eccezionale.

Mondo

Chiarite le notizie contrastanti sui rapimenti in Nigeria

Non è facile avere un quadro chiaro della situazione dei cristiani in Nigeria, ma alcuni aspetti cominciano a diventare più chiari.

Javier García Herrería-22 gennaio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Di Ngala Killian Chimton, Notizie OSV

Dopo che si è diffusa la notizia che decine di cristiani in Nigeria sarebbero stati vittime di rapitori, in un altro segno di persecuzione contro i seguaci di Cristo nella nazione più popolosa dell'Africa, alcuni poliziotti hanno affermato che il rapimento non è avvenuto.

Tuttavia, la sera del 20 gennaio, la polizia nigeriana ha confermato che un gruppo di fedeli è stato rapito da tre chiese in una zona remota dello Stato settentrionale di Kaduna, secondo quanto riportato dalla BBC il 21 gennaio.

Il caos delle notizie si aggiunge alla crescente insicurezza delle comunità cristiane che temono i banditi - da Boko Haram al gruppo dello Stato Islamico e ai pastori Fulani - che per lo più rimangono impuniti, dicono i sostenitori cristiani.

Secondo il presidente dell'Associazione cristiana della Nigeria, regione settentrionale, almeno 160 cristiani sarebbero stati portati via con la forza durante le funzioni religiose la mattina del 18 gennaio.

Il reverendo John Hayab ha detto che «gli aggressori sono arrivati in gran numero e hanno bloccato l'ingresso delle chiese e costretto i fedeli a uscire nella foresta».

«Il numero effettivo di persone prese era di 172, ma nove sono fuggite, quindi 163 sono con loro», ha detto.

Secondo la Reuters, il 19 gennaio un portavoce della polizia ha dichiarato che gli aggressori sono arrivati «con armi sofisticate» e hanno attaccato due chiese a Kurmin Wali.

Versioni contrarie

La polizia ha detto che la zona è una comunità forestale di difficile accesso a causa delle cattive condizioni delle strade, ma ha spiegato che la polizia è stata dispiegata nell'area per cercare di localizzare i responsabili e salvare le vittime.

Ma un'altra unità, la polizia dello Stato di Kaduna, ha inizialmente contraddetto questa dichiarazione. Il commissario di polizia, Muhammad Rabiu, ha definito false le notizie di un rapimento di massa di cristiani, affermando che la polizia non era in grado di identificare nessuna delle persone presumibilmente rapite.

Anche Dauda Madaki, presidente del governo locale di Kajuru, ha respinto le notizie come false, definendole «nessuna prova dell'attacco. Ho chiesto al capo villaggio, Mai Dan Zaria, e mi ha detto che non c'è stato alcun attacco», ha dichiarato Madaki alla BBC.

Il commissario di polizia di Kaduna ha anche sfidato «chiunque a elencare i nomi delle vittime rapite e altri dettagli».

Chiarimenti finali

Ma più di due giorni dopo l'attacco al villaggio di Kurmin Wali, la polizia ha finalmente dichiarato che una precedente dichiarazione che negava l'attacco era stata «ampiamente fraintesa», e i residenti locali hanno confermato alla BBC che il numero dei rapiti era di 177 e 11 erano riusciti a fuggire.

Afiniki Moses, i cui parenti sarebbero stati rapiti, ha confermato alla Reuters che la banda armata ha sequestrato più di 170 persone durante una funzione religiosa in due chiese, tra cui suo marito e due figli.

«Hanno rapito molte persone della comunità e mio marito era tra loro. Come potete vedere, non mi sento bene», ha detto alla Reuters.

Reclami contro il governo

«Tutti sono complici», ha dichiarato Emeka Umeagbalasi, direttore dell'agenzia non governativa di ispirazione cattolica Intersociety, accusando il governo nigeriano di vari livelli di complicità negli attacchi ai cristiani.

«Il governo nigeriano sostiene fortemente ciò che sta accadendo con i cristiani nel Paese. È un grande progetto, e lo abbiamo ripetuto più volte», ha dichiarato a OSV News.

«I cristiani vengono rapiti ogni giorno e uccisi ogni giorno in questo Paese», ha detto Umeagbalasi.

Ultimi incidenti

La storia del terrorismo contro le comunità cristiane è lunga e drammatica. A novembre, il mondo ha osservato con attenzione il rapimento di oltre 300 scolari e dei loro insegnanti dalla scuola cattolica di St Mary a Papiri.

Subito dopo il rapimento, almeno 50 bambini sono fuggiti dai loro rapitori. Il 14 dicembre, i rapitori hanno liberato un gruppo di 100, tra cui 14 studenti della scuola secondaria, un membro del personale, 80 alunni della scuola primaria e cinque bambini dell'asilo. I restanti prigionieri sono stati rilasciati il 21 dicembre.

Il 25 dicembre gli Stati Uniti hanno compiuto un attacco mortale nel nord-ovest della Nigeria. Il Presidente Donald Trump ha dichiarato che l'attacco aveva come obiettivo i terroristi dello Stato Islamico che perseguitano i cristiani in quella nazione, suscitando reazioni contrastanti da parte dei leader ecclesiastici nigeriani.

«Non è cambiato nulla da quando gli Stati Uniti hanno bombardato gli obiettivi dello Stato Islamico», ha dichiarato Umeagbalasi a OSV News.

Il business dei rapimenti

Secondo un rapporto della società di consulenza SBM Intelligence, i rapimenti in Nigeria sono diventati un'industria criminale altamente organizzata che genera enormi somme di denaro.

Nel rapporto «Economics of the Kidnapping Industry in Nigeria», l'organizzazione ha dichiarato che tra luglio 2023 e giugno 2024, almeno 7.568 persone sono state rapite in più di 1.130 incidenti.

Il gruppo di difesa Intersociety ha dichiarato che dal 2009, quando Boko Haram ha iniziato la sua campagna omicida per stabilire un califfato nel Sahel, sono stati uccisi almeno 185.000 civili nigeriani, tra cui 125.000 cristiani e 60.000 musulmani moderati.

Tuttavia, le cifre riportate nei rapporti di Intersociety sono state messe in discussione dal dipartimento di fact-checking della BBC, secondo cui la metodologia dei rapporti non è chiara e a volte contengono numeri ripetuti.

Evangelizzazione

Laura Mascaró: «Una voce mi ha detto: ‘prega e parla di me'».»

Nel bel mezzo di una malattia cronica e dell'esaurimento, la youtuber Laura Mascaró è caduta in ginocchio e ha sentito una voce che ha cambiato tutto. È passata da una spiritualità New Age alla scoperta dei sacramenti e della ricchezza della fede.

Teresa Aguado Peña-22 gennaio 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

Laura Mascaró, madre homeschooler e imprenditrice digitale dal 2008, ha scritto libri, diretto documentari, fatto da tutor a centinaia di famiglie e guidato un team di marketing multilivello. Pur essendo cresciuta in una famiglia cattolica e avendo ricevuto i sacramenti da ragazza, ha sempre vissuto lontano dalla Chiesa. Una malattia e la ricerca di risposte l'hanno portata ad ascoltare la voce del Signore.

In un'intervista a Omnes, Laura racconta come è cambiata la sua visione di Dio e della Chiesa da quando lo ha incontrato.

Che cosa ha segnato il prima e il dopo della vostra conversione?

-La svolta è stata una malattia che ho avuto tra il 2015 e il 2019, presumibilmente cronica e incurabile. I farmaci non avevano alcun effetto su di me e, anche se non mi avrebbero curato, volevo qualcosa che almeno alleviasse i sintomi. Ero praticamente costretta a letto, avevo un bambino di cui non potevo occuparmi, un figlio di 10 anni e un'attività commerciale. La mia vita era “in pausa” ed ero determinata a trovare una soluzione, indipendentemente da ciò che dicevano i medici.

Un giorno del 2019, esausta e disperata, sono caduta in ginocchio sul pavimento, piangendo, e ho chiesto a Dio: “Cosa vuoi da me? È stata la prima volta che ho pregato senza rimproveri o richieste, cosa che facciamo spesso: ci ricordiamo di Dio per chiedergli delle cose o per rimproverarlo. Ma non gli chiediamo quasi mai cosa vuole da noi.

Non ho idea di quanto tempo sia passato, se siano stati secondi o minuti, ma ho sentito una voce profonda, ferma e amorevole allo stesso tempo, molto difficile da descrivere, che diceva: “Devi pregare e devi parlare di me”. In quel momento è stato come se la mia testa si fosse divisa in due: una mi diceva che ero pazza. L'altra era certa che fosse la voce di Dio.

Quella stessa settimana ho trovato un protocollo naturale per la mia malattia. Decisi di provarlo e in quattro mesi i sintomi scomparvero, smisi i farmaci e gli esami erano perfetti. Tornai a vivere normalmente e dimenticai quasi completamente quell'esperienza con la voce di Dio.

Fino a un paio di anni dopo, quando ero molto vicino al movimento. New Age, Ho iniziato a cercare uno psicologo per fare una terapia per recuperare i miei ricordi. Ho sentito di nuovo la stessa voce. Mi disse: “Non hai bisogno di uno psicologo, hai bisogno di un sacerdote”. 24 ore dopo stavo parlando con un sacerdote che è diventato il mio padre spirituale e non sono più tornata indietro. 

Quando Dio ti parla, nulla è più come prima. Come è cambiata la tua vita da quando lo hai incontrato?

-Ora ho quella pace e quella gioia che ho visto negli altri. So che non devo fare tutto da sola, che non dipende tutto da me, ed è un grande sollievo. All'inizio mi sentivo persino irresponsabile, perché sono stata educata a pensare, a prendere decisioni e ad agire. E ora, molte volte, la mia unica azione è pregare.

Molte volte, quando ho un compito o un progetto davanti a me che mi sembra troppo grande o troppo difficile, mi chiedo: “Quali sono i miei cinque pani?” Perché io devo solo mettere i cinque pani. Il resto lo fa lui.

Dopo essersi convertito e aver preso posizione in questa “guerra spirituale” di cui parla, cosa direbbe a una persona che dice di credere in Dio e non nella Chiesa? 

-Direi loro, innanzitutto, se si considerano cristiani, anche solo lontanamente, di cercare nella Bibbia l'istituzione dei sacramenti e della Chiesa, cominciando da lì. Che leggano anche Atti 8, 30-31 (“Come faccio a capire quello che leggo se nessuno mi guida?”). 

Mi ha colpito anche un'immagine che circolava su Internet con un elenco di diverse denominazioni cristiane, con il nome del loro fondatore e l'anno e il luogo di fondazione. Solo una diceva “Gesù Cristo, anno 33, Gerusalemme”. Così ho tirato fuori quel filo.

E poi, che vadano in una chiesa, cerchino il tabernacolo (la piccola scatola con la candela rossa) e glielo chiedano direttamente. Ci sono molte buone domande da fargli: “cosa vuoi da me”, “dove mi vuoi”, “dove sei”. Lasciate che rimangano in silenzio per un po' e poi andate via e continuate la vostra vita con il cuore aperto, pronti a ricevere una risposta.

Lei parla di come non vedeva né la bontà né la bellezza nei cristiani e quindi non credeva che ci fosse una verità in loro. In un certo senso vedeva l'apparente ipocrisia del cristiano. Molti non credenti hanno la stessa percezione. Come è cambiata la sua percezione dei cristiani e della fede durante il suo processo di conversione?

-Vedo ancora molta ipocrisia, molta superiorità morale e molti atteggiamenti, perché ce ne sono. Ma ora vedo anche che siamo tutti creati e amati da Dio. Che Cristo è andato in croce anche per l'ipocrita, per quello che non mi piace, per quello che dice una cosa e ne fa un'altra, per quello che sbaglia le sue priorità. E chi sono io per etichettarli? Siamo tutti ugualmente feriti dal peccato e tutti abbiamo, fino all'ultimo secondo della nostra vita, la possibilità di accettare Cristo come salvatore.

Un mio amico monaco mi disse: non giudicare e non criticare mai, perché non conosci il cuore e le circostanze di quelle persone. Da allora ho iniziato ad aggiungere la frase “e se...” ogni volta che iniziavo a criticare. La persona che ritengo cattiva va a Messa? Invece di criticare, penso: “E se la Messa fosse l'unica cosa buona della sua vita? Sarebbe meglio non andarci! Ho imparato a vedere e a pensare alle cose in modo diverso, con più amore.

E poi ho incontrato alcuni cattolici che erano pura pace e gioia. Li vedevo e pensavo: “Voglio quello che hanno loro”.

Quando sei uscito dal “guardaroba cattolico” alcune persone ti hanno unfollowato su Instagram, come interpreti questo fatto e pensi che rifletta la cultura del mondo cattolico? svegliato o cancellazione?

-Penso che molte persone siano come me. Siamo tutti alla ricerca della verità, vogliamo capire il senso della vita, abbiamo ferite da curare... e cerchiamo ovunque, ma non in un solo posto. Nel mio caso, perché ero già stato nella Chiesa (teoricamente) e non mi aveva “aiutato” affatto. Consideriamo che ci siamo già stati e che non ci ha portato nulla di buono, quindi accettiamo e rispettiamo chi adotta una filosofia di vita orientale, sincretistica o inventata. Tutto va bene, tranne la Chiesa cattolica, che ha una pessima stampa. Certo, molte cose sono state fatte molto male. Io stesso ho frequentato una scuola cattolica dove non c'era mai una Messa all'inizio dell'anno scolastico, non c'erano momenti di preghiera, non si vedeva mai un rosario da vicino e non ci si confessava mai.

Per me, il fatto che 60 persone abbiano smesso di seguirmi in un solo giorno è stato un numero elevato. Ma è anche vero che molte altre persone mi hanno scritto per darmi il benvenuto a casa, per dirmi che avevano pregato per me o per chiedermi di raccontare la mia esperienza, perché erano sulla soglia e avevano bisogno di una spinta per entrare. So che Dio mi ha usato per dare quella spinta a molte persone e spero che continuerà a usarmi per molti anni a venire.

Lei parla di una macchia nera nel suo cuore a causa dell'incapacità di perdonare, in che modo Dio le ha reso possibile il perdono? 

-Il sacerdote con cui ho parlato il giorno dopo mi ha detto una cosa molto semplice. Ha detto: “Quando Dio ti dà la sua grazia, perdonerai senza rendertene conto”. E io, che vengo dalla New Age, dove tutto è sulle tue spalle, dove devi sempre “lavorare”, dove c'è sempre qualcosa da guarire in te, non potevo crederci.

Quando mio marito ha fatto il catecumenato per la cresima, prima che ci sposassimo, l'ho accompagnato a tutte le sessioni. Dicevamo che eravamo molto colpiti dal numero di volte in cui veniva ripetuta l'espressione “lasciati fare”. Non la capivamo.

Parlando di perdono, per esempio, il mio approccio era: qualcuno mi dica cosa devo fare. Ma non si tratta di quello che dobbiamo “fare”. Tutto ciò che dobbiamo fare è metterci nelle loro mani, dire loro “sei tu il capo”. E così è stato. Non ho “fatto” nulla. E un giorno ho visto che avevo perdonato senza rendermene conto.

C'è una cosa molto importante che a volte fatichiamo a capire: dobbiamo pregare di più e dobbiamo imparare a pregare. Va benissimo pregare per andare bene a quell'esame o per trovare una casa da comprare e poterla pagare. Ma dobbiamo pregare di più, chiedendo più fede, più umiltà e più discernimento per sapere qual è la volontà di Dio. Bisogna arrendersi, smettere di cercare di controllare tutto e dirgli “sei tu che comandi”. Ecco perché il mio canale YouTube si chiama Nelle mani dello sceneggiatore. Perché lo sceneggiatore della vostra vita non siete voi, ma Dio.

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Evangelizzazione

San Vincenzo, martire: testimone di Cristo per i giovani

San Vincenzo, diacono e martire, non è solo una figura del passato, ma una luminosa testimonianza di fedeltà, verità e amore per Cristo. La sua vita e il suo martirio, nati nella persecuzione ma sostenuti dallo Spirito, continuano a offrire oggi - soprattutto ai giovani - un esempio contemporaneo di coerenza, coraggio e dedizione.

Reynaldo Jesús-22 gennaio 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

La figura di San Vincenzo, diacono e martire di Huesca, continua ad affascinare credenti e studiosi. Infatti, la sua testimonianza, inserita nella cornice della La persecuzione di Diocleziano all'inizio del IV secolo, conserva una sorprendente attualità. Non è solo un “personaggio antico”, né “un capitolo eroico del passato”; al contrario, è un appello vivo alla fedeltà, all'amore coraggioso e alla verità che libera.

È curioso che il racconto cristiano lo presenti come un servo nelle vicinanze il suo vescovo, un araldo della fede pieno di un coraggio singolare, la cui genesi non è altro che lo Spirito stesso, la cui prova è che Vincenzo è un uomo capace di dare la vita senza rancore.

Vediamo brevemente il significato di questo santo. osceno dalla sua identità di diacono, al suo martirio, alla tradizione liturgica che lo ha venerato e, infine, ci lasceremo illuminare dal pensiero di Papa Benedetto XVI, i cui insegnamenti sulla verità, la libertà e l'amore ci permettono di riscoprirne il valore per il nostro tempo, in questa occasione, soprattutto per i giovani.

Breve contesto storico

Vincenzo visse durante la grande persecuzione dell'imperatore Diocleziano, tra il 303 e il 304. Era un periodo in cui essere cristiani comportava un rischio reale: i templi venivano distrutti, le riunioni erano proibite e le persone erano costrette a rinunciare alla loro fede per non perdere la vita. È in questo contesto che Valerio, vescovo di Saragozza, e il suo diacono Vincenzo, originario di Huesca, furono arrestati.

Il vecchio Passio Sancti Vincentii racconta che, poiché Valerio aveva difficoltà di parola, era Vincenzo che solitamente proclamava la Parola a nome del vescovo. Questa missione spiega che, davanti al governatore Daciano, fu il giovane diacono a prendere la parola per difendere la fede della comunità. Mentre Valerio veniva mandato in esilio, Vincenzo fu sottoposto a diversi tormenti in Valentia (oggi Valencia), dove alla fine ha dato la vita.

Inoltre, i testi patristici e gli inni di Prudenzio - come la Peristephanon V- sottolineano la serenità interiore del martire, la sua forza spirituale e la sua gioia in mezzo al dolore, segno della presenza dello Spirito Santo. La sua testimonianza e la sua fama si diffusero rapidamente, rendendolo una delle figure più amate della Chiesa ispanica.

Vincenzo: il martire, servitore della carità e annunciatore della parola

Parlare di San Vincenzo come diacono significa entrare nell'essenza della sua vocazione. Nella Chiesa primitiva, il diaconato due dimensioni unite inseparabili: in primo luogo, il servizio concreto alla comunità, specialmente ai poveri; in secondo luogo, l'annuncio della Parola, sempre in comunione con il vescovo. Sant'Agostino, riferendosi a Vincenzo, lo descrive come uno che ha servito Cristo “con le parole e con le opere” (Serm. 276). Questa doppia missione definisce tutta la sua vita e prepara il terreno per comprendere il suo martirio.

Vincent non era un ideologo né un agitatore; era un servitore. Il suo coraggio derivava da una profonda spiritualità e da una vita dedicata agli altri, una dedizione disinteressata, generosa, senza pensare tanto a se stesso quanto al bene che poteva fare con le sue azioni, le sue parole e, perché non dirlo, con il suo stesso martirio, che non era frutto di improvvisazione, ma la logica conseguenza di aver vissuto quotidianamente la diaconia: servizio a Dio, servizio al Vangelo, servizio al prossimo.

Ora, per la Chiesa antica, il martire è colui che partecipa alla Passione di Cristo. Tertulliano diceva che “il sangue dei martiri è il seme dei cristiani”, perché in essi il volto di Gesù risplende in modo del tutto particolare. Nel Passio, Mentre Vincenzo soffriva, si affermava che era sostenuto da “un altro”, in una chiara allusione allo Spirito Santo. Il martire non è un eroe solitario; è qualcuno portato dalla grazia.

Vincent non muore per un ideale astratto o per un'astratta testardaggine, ma per la Verità vivificante, Cristo. Quando il governatore gli propose di salvarlo se avesse rinunciato alla sua fede, egli rispose - secondo la tradizione - con serena fermezza: non poteva rinnegare ciò che dava senso alla sua esistenza. Sant'Agostino insegnava che “non è il supplizio, ma la causa che fa il martire”. In Vincenzo, la causa era Cristo stesso.

Le fonti sottolineano che Vincenzo mostrava una pace interiore che impressionava persino i suoi stessi persecutori. Questa pace è un segno dello Spirito Santo, che trasforma la paura in coraggio. Il martirio, così inteso, è un atto d'amore più che di resistenza: un abbandono libero e fiducioso.

La voce della liturgia: Vincenzo, luce della Chiesa

Fin dai primi secoli, la liturgia ha conservato la memoria di Vincenzo. Negli antichi sacramentari (Leoniano e Gregorianum) appare nella sua celebrazione. La preghiera colletta della sua festa esprime con semplicità il nucleo della sua testimonianza: “imitare la sua forza per amare ciò che ha amato e praticare ciò che ha insegnato”. Il poeta cristiano Prudencio lo chiama lumen Hispaniae, la “luce della Hispania”. Non lo fece per motivi nazionalistici, ma perché vide in lui una luce che scaturisce da Cristo.

Il suo martirio divenne un annuncio vivente del Vangelo. Questa valutazione liturgica ci mostra che Vincenzo non fu solo un difensore della fede, ma anche un modello spirituale, un punto di riferimento per le comunità e un generatore di vita cristiana.

Una lettura contemporanea della testimonianza di San Vincenzo

Gli ultimi decenni hanno messo nuovamente in luce il martirio cristiano come testimonianza di verità, amore e libertà. In questo senso, il pensiero di Benedetto XVI aiuta a illuminare la figura di San Vincenzo e a metterla in dialogo con le sfide di oggi.

In primo luogo, dal punto di vista della La verità che libera, Benedetto XVI ha insistito sul fatto che la verità non si impone, ma “ha la sua forza”. In un mondo in cui si ha paura di affermare certezze, il martire ci ricorda che la verità è un bene da amare e custodire. Vincent non si è salvato mentendo, perché sapeva che la menzogna rende schiavi. La sua libertà è nata dalla verità di Cristo.

In secondo luogo, se consideriamo l'amore come il nucleo del cristianesimo, in Deus Caritas Est, il Papa insegna che l'amore è il essenza della vita cristiana. Il martirio, lungi dall'essere un gesto di sfida, è la massima espressione di questo amore. Vincenzo non è morto per odio verso il persecutore, ma per amore di Cristo e della sua Chiesa. La sua mitezza conferma che il martirio cristiano non è violenza, ma comunione.

In terzo luogo, dobbiamo partire dal presupposto che la luce di Vincenzo e del suo martirio è in grado di illuminare anche gli errori proposti dal relativismo moderno, mostrando al di sopra di esso la Verità del Vangelo; infatti, in ripetute occasioni Papa Benedetto XVI ha denunciato la “dittatura del relativismo”, che confonde libertà senza verità. Vincent è un antidoto a questa cultura: un cristiano umile ma deciso, che non rinuncia a confessare quello in cui crede. Il suo esempio è particolarmente prezioso per i diaconi e gli agenti di evangelizzazione di oggi.

In quarto luogo, sui criteri della libertà religiosa e del potere della coscienza, nei discorsi al Bundestag e al Collège des Bernardins, Benedetto XVI ha difeso la presenza pubblica della fede. Nel caso di Vincent, dire sì a Dio e no alle esigenze del potere, Egli anticipa una visione: la coscienza è un territorio sacro che nessun governo può invadere. Il suo martirio è una difesa della libertà religiosa nella sua forma più pura.

San Vincenzo e i giovani del nostro tempo

Tra tutti i messaggi che San Vincenzo offre alla Chiesa di oggi, uno spicca in particolare: la sua vicinanza e la sua forza per i giovani. Perché? Perché è un testimone autentico di coerenza; infatti, i giovani di oggi apprezzano l'autenticità. San Vincenzo non ha vissuto una fede a metà; al contrario, la sua vita è stata un “sì” clamoroso, senza doppi standard. In un mondo in cui abbondano i discorsi vuoti, i giovani possono trovare in lui un esempio di coerenza radicale.

Tuttavia, la vita del diacono Vincenzo dimostra che la fede è un'avventura, perché la vita di Vincenzo è stata segnata dal servizio, dalla lotta interiore, dalla predicazione, dall'amicizia con il suo vescovo e, infine, dalla testimonianza. È stata un'esistenza entusiasmante. Oggi molti giovani sono alla ricerca di cause per cui vivere; Vincent ricorda loro che Cristo è la più grande avventura, e quindi la causa radicale della propria esistenza.

Vincent ci insegna anche che il coraggio nasce dalla fede, non può essere un'esperienza isolata nel campo della fede. I giovani sperimentano pressioni sociali, dubbi, confronti, paure, e Vincent insegna che la forza non è nell'autosufficienza, ma nello Spirito Santo. La sua vita proclama che la fede non indebolisce, ma libera e rafforza.

E infine, il messaggio da imprimere è che la sua vita e il suo martirio sono un modello di servizio e un segno credibile che c'è davvero qualcosa che conta e ci supera. Il diaconato di Vincenzo mostra che La grandezza cristiana sta nel servire.

Molti giovani sentono il desiderio di aiutare; la San Vincenzo incanala questa generosità in un servizio che nasce dal Vangelo, un servizio che è allo stesso tempo gioioso e un segno credibile, visibile e percepibile. Prudenzio, nel descriverlo nella Peristephanon, sottolinea la loro gioia in mezzo alla sofferenza. I giovani cercano una gioia autentica, non una gioia illusoria. In Vincent possiamo vedere che la vera gioia viene da un cuore donato a Cristo.

San Vincenzo, diacono e martire, è una figura trascendente. La sua testimonianza illumina la vita della Chiesa, ispira i diaconi, rafforza i cristiani perseguitati, risveglia la fede in coloro che dubitano e offre ai giovani un esempio di autenticità e coraggio.

Vincent appare come un testimone della verità che libera, un servitore mosso dall'amore e un uomo profondamente libero. La sua vita dimostra che seguire Cristo non è un peso, ma una realizzazione. E la sua fedeltà invita tutti - soprattutto i giovani - a vivere la fede in modo gioioso, coerente e coraggioso e continua ad essere, come diceva Prudenzio, lumen Hispaniae: una luce che non si spegne, un faro che guida e un esempio che rafforza la Chiesa in ogni tempo.

L'autoreReynaldo Jesús

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Vaticano

3 punti focali del Papa: l'umanità di Cristo, gli agnelli per i palli e la compassione

La rivelazione di Dio attraverso l'umanità di Gesù Cristo, gli agnelli in occasione di Sant'Agnese per i pallii dei nuovi arcivescovi e l'immagine del Buon Samaritano compassionevole verso i malati sono tre punti focali del cuore di Papa Leone.  

Redazione Omnes-22 gennaio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Ieri e oggi, il Papa ha presentato tre focus speciali di attenzione. Dio si rivela attraverso l'umanità di Gesù, non solo come “canale di trasmissione di verità intellettuali”. Oggi, in occasione della festa di Sant'Agnese, sono stati presentati al Papa due agnelli da benedire, la cui lana sarà utilizzata per i pallii dei nuovi arcivescovi. E la compassione per i sofferenti e i malati.

Conoscere Dio in Cristo

1.- Leone XIV continuò la sua catechesi sul Concilio Vaticano II il 21 gennaio. nel Pubblico generale settimanale. Le sue catechesi riguardavano la Costituzione dogmatica “Dei Verbum”, l'insegnamento della Chiesa sulla rivelazione divina.

Conoscendo Gesù, il Papa ha affermato che possiamo entrare in una relazione con Dio come suoi figli adottivi, rivelata attraverso l'umanità di Gesù.

Per conoscere Dio in Cristo, dobbiamo abbracciare la sua umanità integrale: la verità di Dio non si rivela pienamente quando sottrae qualcosa all'umano, così come l'integrità dell'umanità di Gesù non diminuisce la pienezza del dono divino", ha detto. È l'umanità integrale di Gesù che ci rivela la verità del Padre.

Ha proseguito dicendo che, diventando uomo, Gesù “nasce, guarisce, insegna, soffre, muore, risorge e rimane in mezzo a noi”. Pertanto, per onorare la grandezza dell'incarnazione, non basta considerare Gesù come il canale di trasmissione di verità intellettuali.

Gesù è il Verbo di Dio incarnato

Dio comunica con noi, ha detto il Papa, e allo stesso tempo Gesù è la Parola di Dio incarnata. Attraverso questa forma corporea, si rivela la verità di Dio.

“Gesù Cristo è il luogo in cui riconosciamo la verità di Dio Padre, mentre ci scopriamo conosciuti da Lui come figli nel Figlio, chiamati allo stesso destino di vita piena”, ha detto.

Carica della pecora smarrita

2.- Lana di agnello per i pallii degli arcivescovi.. Oggi, la memoria liturgica di Sant'Agnese (Agnese), due agnelli sono stati presentati al Papa per essere benedetti durante la festa.

La lana di questi agnelli sarà utilizzata per confezionare i pallii dei nuovi arcivescovi metropoliti. Evocano Gesù che porta la pecora smarrita, simboleggiando la cura e la guida dell'arcivescovo verso il suo gregge.

Il rito della benedizione dei pallii e della loro consegna agli arcivescovadi viene celebrato dal Santo Padre il 29 giugno, solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo.

“Pellegrinaggio del Rosario” al santuario di Lourdes, organizzato dall'ordine domenicano dal 1908 e celebrato dal 2 al 4 ottobre 2025. (Foto di OSV News/cortesia del santuario di Lourdes).

La compassione del samaritano

3.- 34a Giornata mondiale del malato. Sarà celebrata solennemente a Chiclayo, in Perù, l'11 febbraio 2026, dice il Papa nel suo Messaggio per la Giornata mondiale del malato. Il motto generale è ‘La compassione del samaritano: amare il dolore dell'altro’.

Il Santo Padre ha voluto riproporre “l'immagine del Buon Samaritano, sempre attuale e necessaria per riscoprire la bellezza della carità e la dimensione sociale della compassione, per focalizzare l'attenzione sui bisognosi e sui sofferenti, come i malati”.

Il messaggio del Papa è diviso in tre parti.

a) Il dono dell'incontro: la gioia di donare vicinanza e presenza

“Viviamo immersi nella cultura della rapidità, dell'immediato, della fretta, come pure dello scarto e dell'indifferenza, che ci impedisce di avvicinarci e di fermarci lungo il cammino per guardare ai bisogni e alle sofferenze che ci circondano”, ha detto il Papa.

La parabola racconta che il samaritano non “passò oltre” quando vide l'uomo ferito, ma “lo guardò con uno sguardo aperto e attento, lo sguardo di Gesù, che lo portò a una vicinanza umana e premurosa‘. Il samaritano ”si fermò, gli fece il dono della vicinanza, lo guarì con le proprie mani, gli diede del denaro di tasca propria e si prese cura di lui. Soprattutto [...] gli ha dedicato il suo tempo". 

“L'amore non è passivo, va incontro all'altro; l'essere prossimo non dipende dalla vicinanza fisica o sociale, ma dalla decisione di amare”, ha sottolineato il Santo Padre. Per questo motivo, “il cristiano si fa prossimo di coloro che soffrono, sull'esempio di Cristo, il vero Il Divino Samaritano che ha raggiunto l'umanità ferita”. 

b) La missione condivisa nell'assistenza ai malati

“Nella mia esperienza di missionario e vescovo in Perù, ho visto io stesso quante persone condividono la misericordia e la compassione nello stile del Samaritano e dell'oste. Parenti, vicini di casa, operatori sanitari e tante altre persone che si fermano, si avvicinano, curano, portano, accompagnano e offrono il loro, danno alla compassione una dimensione sociale.

“Questa esperienza, che si svolge in una rete di relazioni, va oltre il semplice impegno individuale. Così, nella Esortazione apostolicaa Dilexi te Non ho solo parlato della cura dei malati come di una “parte importante” della missione della Chiesa, ma come di un'autentica “azione ecclesiale (n. 49)”.

c) Sempre mossi dall'amore di Dio, per incontrare noi stessi e i nostri fratelli e sorelle.

“È mio vivo desiderio che nel nostro stile di vita cristiano non manchi mai questa dimensione fraterna, “samaritana”, inclusiva, coraggiosa, impegnata e solidale, che ha le sue radici più profonde nella nostra unione con Dio, nella fede in Gesù Cristo. Animati da questo amore divino, possiamo veramente donarci a tutti coloro che soffrono, specialmente ai nostri fratelli e sorelle malati, anziani e afflitti.

Eleviamo la nostra preghiera alla Beata Vergine Maria, Salute degli Infermi, invita il Papa. “Chiediamo il suo aiuto per tutti coloro che soffrono, che hanno bisogno di compassione, ascolto e consolazione, e imploriamo la sua intercessione con questa antica preghiera, recitata in famiglia per coloro che vivono nella malattia e nel dolore”:

Preghiera alla Beata Vergine Maria, Salute dei malati

Dolce Madre, non allontanarti,
non togliermi gli occhi di dosso.
Vieni con me ovunque
e non lasciarmi mai solo.
Dal momento che mi proteggete così tanto
come una vera Madre,
Che il Padre mi benedica,
il Figlio e lo Spirito Santo.

Città del Vaticano, 13 gennaio 2026

LEÓN PP. XIV

L'autoreRedazione Omnes

Vangelo

Luce per vedere e forza per volere

Vitus Ntube-22 gennaio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Il Vangelo di oggi ci offre diversi temi profondi. Vediamo nostro Signore stabilirsi nella città di Cafarnao e fondare lì la base del suo ministero pubblico. San Matteo interpreta questo trasferimento come l'adempimento della profezia di Isaia: “... il Signore verrà a Cafarnao".“Il paese di Zabulon e il paese di Neftali, sulla via del mare, al di là del Giordano, la Galilea delle genti. Il popolo che abitava nelle tenebre ha visto una grande luce; a coloro che abitavano nella terra e nelle ombre della morte è apparsa una luce.".

Con la sua sola presenza, Gesù porta la luce al popolo. Attraverso la sua predicazione, porta la luce della conversione. Questa luce ci permette di esaminare onestamente la nostra vita, di riconoscere la nostra inadeguatezza e il nostro peccato e di riscoprire il cammino che ci riporta a Lui.

Vediamo l'effetto immediato di questa luce nella scena seguente. Gesù incontra due fratelli sul mare di Galilea - Pietro e Andrea - e li chiama. Essi lo seguono senza esitare. Cafarnao, così centrale nel ministero di Cristo, era anche la terra di questi primi apostoli. Lì hanno incontrato Cristo e hanno ricevuto la loro vocazione. Hanno visto la sua luce e hanno vissuto la loro “conversione”, per così dire, scegliendo di seguirlo. Ogni vera conversione deve sempre portare alla sequela di Cristo. La prontezza con cui lasciarono le reti e il padre ci insegna che né i beni materiali né le relazioni umane devono diventare ostacoli alla conversione o alla sequela di Cristo. Per seguire il piano di Dio abbiamo bisogno della luce per vedere la strada e della forza di volerci unire alla volontà divina, come fecero Pietro e Andrea.

Pietro e Andrea avevano la loro Cafarnao; Paolo aveva la luce che lo incontrò sulla via di Damasco. La sua conversione maturò nell'incontro con Cristo e cambiò radicalmente la sua vita. Ciò che gli accadde sulla via di Damasco fu merito della luce divina. Anche ognuno di noi ha la sua “Cafarnao”: quel luogo in cui la luce di Dio irrompe inaspettatamente nelle nostre attività ordinarie. 

Oggi si conclude anche la Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani e, provvidenzialmente, questa domenica, 25 gennaio, è la festa della Conversione di San Paolo. La domanda di Paolo ai Corinzi dovrebbe interpellare anche noi: “... che cosa fate?“Cristo è diviso?”. Continuiamo a pregare con fervore per l'unità dei cristiani. “Ognuno va in giro dicendo: ”Io sono di Paolo, io sono di Apollo, io sono di Cefa, io sono di Cristo". Cristo è diviso?.

Possiamo fare nostra la preghiera che la Chiesa propone nella liturgia per la festa di San Lorenzo da Brindisi: “Signore Dio, [...] spirito di consiglio e di forza; [...] concedici di conoscere, in questo stesso spirito, le cose che dobbiamo fare e la grazia di metterle in pratica dopo averle conosciute.".

Famiglia

SPOTLIGHT COMPLETO - Pep Borrell, María Álvarez de las Asturias e Mercedes Honrubia discutono di corteggiamento, crisi e matrimonio

L'11 febbraio, l'Università CEU San Pablo di Madrid ospiterà un dialogo sul matrimonio con Pep Borrell, María Álvarez de las Asturias e Mercedes Honrubia.

Maria José Atienza-21 gennaio 2026-Tempo di lettura: < 1 minuto

La scelta della persona giusta per il matrimonio, le crisi di coppia e la maturazione delle relazioni saranno al centro del dialogo, organizzato dall'Istituto Coincidir e da Omnes, con la partecipazione del noto docente e autore di best-seller sulle relazioni coniugali, Pep Borrell così come con María Álvarez de las Asturias, fondatore del Istituto Coincidir e con una vasta esperienza nell'accompagnamento delle coppie e nella risoluzione dei conflitti familiari e di coppia. Mercedes Honrubia, consulente familiare ed esperto di mediazione. 

Insieme alla direttrice di Omnes, María José Atienza, i tre esperti affronteranno, dalle loro diverse prospettive, la realtà delle crisi di coppia e come gestirle per farne un passo verso la maturità emotiva e la solidità delle relazioni. Un tema che affronta in modo pratico e profondo, «Crisi, non rottura».», pubblicato da Palabra e oggetto di questo dialogo. 

LE ISCRIZIONI A QUESTO EVENTO SI SONO CHIUSE IL 31 GENNAIO PER ESAURIMENTO DEI POSTI DISPONIBILI.

Questo dialogo è sostenuto dal Università CEU San Pablo e si svolgerà di persona, il prossimo 11 febbraio 2026, alle ore 19:00. nel Aula Magna dell'Università CEU San Pablo (C/ Julián Romea 23. 28003, Madrid).

Spagna

Due storie da Adamuz: una nonna cristiana di Huelva e la bambina sopravvissuta

Tra le storie delle vittime della tragedia ferroviaria di Adamuz, 42 decedute finora, ce ne sono due con una chiara impronta cristiana. La defunta nonna Nati, cursillista a Huelva, morta recitando il rosario, e la bambina di 6 anni, Cristina, che è sopravvissuta, mentre sono morti i suoi genitori, un fratello e un cugino.

Francisco Otamendi-21 gennaio 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

La tragedia ferroviaria di Adamuz, come sono stati chiamati i morti e le loro famiglie, sta sconvolgendo il popolo spagnolo. Al momento si contano 42 morti e decine di feriti, molti dei quali gravi. Ci fanno ora eco due storie che stanno circolando sui social network, con un evidente sfondo cristiano. 

La nonna Nati, dei Cursillos de Cristiandad di Huelva, e Cristina, di 6 anni, sono sopravvissute ai genitori, a un fratello e a un cugino, tutti e quattro morti nell'incidente. 

Fidel racconta la storia di sua madre

La lepre è stata sollevata, almeno nel mio caso, da un post su X dell'account @Unicatolicos_es, che recita: “Fidel ha perso la madre nell'incidente di Adamuz. I suoi figli di 10 e 12 anni e suo nipote hanno ferite minori e suo fratello è in terapia intensiva. “Mia madre (al momento dell'incidente) stava recitando il rosario. Sta già gioendo con l'Amore della sua vita: Gesù di Nazareth”. 

Fidel, che si trova nei pressi dell'Ospedale Universitario Reina Sofia di Cordoba, parla con emozione di sua madre, Nati, al programma Espejo Público di Susanna Griso su Antena 3. Il video sta circolando sui social network ed è possibile vederlo qui qui.

“Mia madre aveva portato i miei figli e mio nipote a vedere il Re Leone a Madrid” (,,,,) quando ho detto a mio fratello (ricoverato in ospedale) che mia madre, purtroppo, non era più con noi, lui si è messo a piangere e mi ha detto che non sapeva come facesse a essere lì. Pensava di morire perché aveva passato un'ora e mezza tra le sbarre di ferro dopo che la carrozza aveva girato per un chilometro e mezzo, stava soffocando, la mia vita stava passando, toccava cadaveri con i piedi...”.

“Recitavo il rosario, ci siamo aggrappati alla nostra fede”.”

“Mia madre era molto religiosa, faceva parte di molti gruppi cristiani qui a Huelva, siamo cofrades, molto rocieros, siamo persone che hanno mantenuto la fede da quando mia madre me l'ha inculcata. Mia madre recitava il rosario in quel periodo. Sono sicura che mia madre ha fatto in modo che l'amore della sua vita, che è Gesù di Nazareth, facesse il miracolo, guarda, di prendere me, e lasciare i miei nipoti, lasciare mio figlio, qui....

“Fidel, mi dice mio fratello, devi raccontarlo, perché la società deve sapere che molte volte si sbaglia di grosso, e noi diamo valore a cose banali, a cose che non hanno senso, ci arrabbiamo con i nostri parenti inutilmente, e la vita se ne va da un momento all'altro...”.

E Fidel aprì completamente il suo cuore davanti agli occhi lacrimosi di Susanna Griso e degli altri ospiti, disse parole commoventi su sua madre, che stava invecchiando e a volte non gli dava un bacio, e pensò: Fidel, metti i piedi per terra, e apprezza quello che hai, perché da un momento all'altro lo perderai...”.

“Il cuore umano prevale”.”

Alla fine ricorda Huelva e aggiunge: “Questa è l'Andalusia, questa è tutta la Spagna, questa è la solidarietà, questo è il cuore che hanno gli spagnoli, anche se spesso litighiamo alle urne..., ma alla fine quello che prevale è questo, il cuore, l'essere umano, e il sapere che nella vita dobbiamo dare più valore alle cose importanti di altre, che spesso ci danneggiano”.

Mentre i parenti vengono “avvicinati” dai media, Fidel racconta la storia anche ad altri, ad esempio alla ABC. “I cinque erano nella prima carrozza. Il macchinista del treno era lì e i primi cinque erano loro cinque”, ha detto Fidel, che ha confermato che suo fratello è stato liberato dal tubo lunedì pomeriggio. “È stabile e mi ha detto: ‘racconta la storia della mamma, di come era devota alla sua famiglia e ne era la forza trainante’. Il Signore ha voluto portarla via in questo modo, ma siamo sicuri che è nel posto migliore possibile”.

Condoglianze della sorellanza per la matriarca di una famiglia numerosa

Più tardi, in una cronaca, María Carmona riporta sullo stesso giornale che diverse confraternite della città, con cui la famiglia Sáenz de la Torre aveva stretti legami, hanno espresso il loro cordoglio. “Il Fratello Maggiore e il Consiglio degli Ufficiali di Governo della Venerabile Confraternita della Redención, desiderano esprimere con grande dolore e profonda desolazione la tristezza che proviamo per la morte di Dª Natividad de la Torre, madre del nostro fratello e membro dell'équipe di capisquadra del Santo Cristo de la Preciosa Sangre, D. Fidel Ángel Sáenz de la Torre”, hanno dichiarato.

E dalla Hermandad de la Lanzada, lo stesso: “Abbiamo il triste dovere di comunicare che Doña Natividad de la Torre, madre di N. H. D. Luís Carlos Sáenz de la Torre, è una delle vittime mortali...”. 

Nati de la Torre era “la matriarca di una famiglia numerosa di Huelva - tre figli e sei nipoti -, una credente in Dio e un'educatrice in questa fede”, scrive María Carmona, che infondeva nella sua famiglia e in un buon numero di abitanti di Huelva attraverso i corsi di cristianesimo che teneva”.

Il dramma della famiglia Zamorano Alvarez di Punta Umbría

Quattro morti, sopravvive solo la bambina di sei anni: è il dramma della famiglia Zamorano Alvarez, titola Canal Sur. I genitori, un fratello e un cugino della bambina di sei anni sopravvissuta, che è stata salvata praticamente illesa, erano di Punta Umbria, ha aggiunto. Il Comune di Punta Umbria ha decretato tre giorni di lutto.

Lo stesso account di X @Unicatolicos_es, Universitarios católicos, raccolto le informazioni su Cristina, la bambina di 6 anni che ha trascorso buona parte della notte sorvegliata da una guardia civile dopo essere stata salvata praticamente illesa, come riportato dal programma Andalucía Directo. «La figlia di Cristina è stata un miracolo in mezzo a tante disgrazie», ha dichiarato a El Mundo il sindaco di Aljaraque (Huelva), Adrián Cano.

Nella carrozza c'erano Cristina, i suoi genitori, suo fratello e suo cugino, membri della famiglia Zamorano Álvarez. La madre partecipava a «Yo soy del Sur», un programma di Canal Sur. Il sindaco di Punta Umbria, José Carlos Hernández, ha riferito in mattinata che il fratello, più grande di lei, era stato trovato in ospedale. Tuttavia, è stato successivamente confermato che tutti e quattro sono morti.

La minore, secondo il programma, sta bene e sta riposando con la nonna in un hotel di Córdoba dopo aver ricevuto tre punti di sutura alla testa.

Famiglie, e l'accoglienza e le preghiere delle scuole di Attendis

Nel post di Unicatólicos si legge che Cristina “gode dell'affetto dei nonni, degli zii e dei compagni di scuola. Hanno frequentato le scuole di Tierrallana ed Entrepinos, che fanno parte del gruppo Attendis (vicino all'Opus Dei)”. Le scuole di questo gruppo, infatti, riprendono molti degli insegnamenti di San Josemaría, fondatore dell'Opus Dei. Opus Dei, La Prelatura li consiglia nel loro lavoro di formazione cristiana.

Da ieri le scuole di Attendis celebrano messe e preghiere per la famiglia e la scuola ha deciso di coprire tutti i costi dell'istruzione della ragazza fino alla fine del suo soggiorno, come ha dichiarato il preside in un video che potete vedere qui. qui.

Altri morti e dispersi

I social network hanno anche riportato la scomparsa, al momento in cui scriviamo, di una numeraria dell'Opus Dei, María Luisa Eugui, che si stava recando a Huelva per visitare dei parenti.

E anche della morte, tra gli altri, del giornalista Óscar Toro e della fotoreporter María Clauss, che stavano tornando da Madrid su quest'ultimo treno con fermata finale a Huelva. La coppia era molto conosciuta per la sua attività nel mondo della comunicazione, dell'attivismo e della cultura.

La parrocchia di Adamuz e l'intera Chiesa sono coinvolte nel progetto 

Come segnalato Omnes, la parrocchia di San Andrés, ad Adamuz, si è prodigata per accogliere e assistere le persone colpite e le loro famiglie dall'incidente ferroviario.

Il vescovo di Cordoba, monsignor Jesús Fernández, si è messo subito in contatto con Rafael Prados Godoy, parroco di Adamuz, affinché offrisse il spazio parrocchiale e forniture alimentari per le prime necessità delle persone colpite. Hanno inoltre informato la Delegazione del Governo della loro disponibilità ad “aiutare con persone e risorse per sostenere il più possibile”. Il Vescovo affida le vittime e i feriti al Signore affinché “non manchino di ricevere il suo aiuto, la sua forza e la sua consolazione in questo momento di incertezza e di dolore”.

Papa Leone XIV ha mostrato in questi giorni la sua profondo rammarico e vicinanza alle famiglie delle vittime e le loro condoglianze e preghiere, così come la Conferenza episcopale spagnola, i vescovi spagnoli e numerose realtà ecclesiali.

L'autoreFrancisco Otamendi

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L'uomo ha bisogno del sacro

Il sacro non è solo un concetto, ma un'esperienza che rivela all'uomo la sua origine, il suo destino e la sua apertura al divino. Si manifesta nei luoghi, nei riti e, soprattutto, in Cristo, il vero Tempio dove l'umanità trova senso e comunione con Dio.

Santiago Zapata Giraldo-21 gennaio 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Pensiamo per un momento al fatto che definisce il sacro, l'uomo stesso ha in sé un punto di riferimento che lo rende sacro. La questione della sua origine, della sua esistenza e della sua fine è sempre segnata da qualcosa che egli considera sacro. 

Pensiamo innanzitutto che l'uomo ha bisogno di conoscere, di essere conosciuto prima di tutto, è l'amore, non c'è amore senza essere amati, e colui che ci ha amato è lo stesso che ci conosce. L'uomo si apre al soprannaturale, ma si apre per il semplice fatto di avere la soprannaturalità, è in altre parole “mostrare un vero volto”. L'essere aperto alla trascendenza non si esaurisce, quell'essere-con Dio, che gli dà l'esistenza, quella relazione con il sacro, di cui ci parla Leonardo Polo: “essere-con Dio significa dipendenza assoluta”. Senza questa relazione, l'essere è semplicemente bloccato in una perdita di senso. 

Ierofania

I luoghi sacri che possiamo apprezzare sono nel nostro mondo, non sono una realtà che sta fuori dal nostro spazio. Qui è importante il termine ierofania, che significa manifestazione del sacro, e questa manifestazione non può essere esclusa dall'ambito terreno, altrimenti non sarebbe sacra ma solo escatologica, che non potremmo vedere o testimoniare. 

In questo senso, nei templi troviamo una parte fondamentale della fondazione dei luoghi sacri, ma per conoscere i luoghi abbiamo bisogno di un'attrazione verso questi luoghi, e questa attrazione è la potenza del divino. Se ci soffermiamo un po' sui riti, sul fatto del sacro verso cui l'uomo partecipa come essere attivo, entriamo nella liturgia. Ciò significa che l'uomo partecipa alla divinità in un ambito, ma non per capacità, bensì per dono. Si potrebbe dire che è un'introduzione nel tempo di Dio, ma semplicemente perché Lui ci ha amati per primo. 

 Se andiamo al brano del roveto ardente, dove Mosè entra e gli viene detto “togliti i sandali dai piedi, perché il luogo che stai calpestando è santo” (Es 3,5), il fatto di entrare in un luogo, di entrare nel tempo di Dio, dove i rumori dell'esterno non hanno validità. Questo, anche se a volte viene dimenticato, non riesce a perdere il suo carattere di trascendenza dell'uomo, per la sua apertura a ciò che è veramente bello e vero.

Il bisogno dell'uomo di incontrare qualcosa di sacro è, in ultima analisi, incontrare colui che gli dà il suo vero essere, gli dà la sua bellezza e gli dà la sua bontà, non in senso semplice, ma il suo essere come uno, con il suo vero essere, la sua bellezza in quanto condivisa con il creatore, e la bontà in quanto tendente ad essa, come bene proprio o altrui. 

Il concetto di “uomo divino” è talvolta sconvolto dalla colpa del relativismo, nulla fa più male che andare come una barca in mezzo al mare, da una parte all'altra e non avere una rotta fissa, questo per il semplice fatto che diventiamo ipocriti davanti a Dio e davanti a noi stessi. Nel sacro l'uomo ha un ruolo importante, è colui al quale il sacro si rivolge, allo stesso modo l'uomo si rivolge al sacro, non come semplice desiderio, ma come semplice necessità. 

Il tempio

La difesa dei luoghi divini viene talvolta profanata nel corso della storia, ma l'uomo non ha una divinità? Come può qualcosa creato dal divino attaccare il divino? A ben vedere, gli uomini che sfidano i luoghi sacri sono proprio quelli che si credono divini, creati per amore e libertà, ma incapaci di ricambiare questo amore. 

“I suoi padri si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua” (Lc 2, 41) Questa è la festa dell'agnello, che è una delle tre feste del calendario ebraico per compiere un pellegrinaggio, che obbliga gli uomini a presentarsi davanti al tempio, che prevedeva il sacrificio dell'agnello. Lo smarrimento di Gesù nel tempio che ci viene riferito è certamente sorprendente, perché notiamo diversi particolari: innanzitutto lo smarrimento di Gesù che viene ritrovato tre giorni dopo, ma tre giorni? Gesù in un altro passo parla in Giovanni: “Distruggete questo tempio e io lo ricostruirò in tre giorni” (19) è una relazione che mostra come il tempio di Dio, sia ora in un tempio costruito dall'umanità per dargli il culto dello stesso che è il tempio. È il suo corpo, la divinità non è più dentro le mura, è ora nella persona di Gesù. 

I tre giorni, gli stessi che Egli trascorre nel sepolcro, simboleggiano non solo la morte, ma anche la risurrezione, il tempio più perfetto è stato ricostruito. L'istituzione del nuovo culto e della nuova alleanza, vivente ed eterna, viene presentata insegnando come andare al Padre, e questo cammino verso il Padre è fatto per mezzo dei sacramenti, preparati con cura, prima di tutto degni, che non potranno mai eguagliare la piena bellezza davanti a Dio. Essi orientano l'uomo verso il culto. Così, il tempio, come luogo sacro, diventa un mediatore che rende presente Cristo, che è il vero Tempio, e insegna come partecipare alla comunione con il Padre. 

Ora, l'incontro con il tempio di Dio, in Cristo stesso, porta alla comunione con lui, ma anche con il prossimo. La legge divina ora non abita più nella pietra, ma in una persona che spiega anche la legge: “Perché mi cercavate, non sapevate che dovevo occuparmi delle cose del Padre mio” (Lc 2, 49), le cose del Padre, che comprendono l'essere nell'esistenza ogni giorno con il riconoscimento di essere davanti a Dio.

I luoghi ci aiutano a essere sempre in comunione con Dio, grazie alla bellezza che la maggior parte di essi contiene, da un dipinto a un crocifisso, che ci trasporta nel mistero della Redenzione, che ci ricorda sempre che siamo creature di Dio e che Dio è Dio. Entrare nello spazio destinato a Dio rende visibile che il cuore ha sempre lo sguardo fisso sul creatore, da qui l'importanza di prendersene cura, poiché sono costantemente portatori di lodi a Dio stesso, sull'esempio di Cristo.

È un modo di essere, dove la bontà più alta prende l'iniziativa di rivelarsi, e questo rapporto con Dio porta ai riti, alla liturgia e all'adorazione che è nostro compito dare. Quando pensiamo ai riti, pensiamo a tutta la liturgia, che ha il suo centro nella Santa Messa, ma che coinvolge anche le ore di tutta la Chiesa, con un costante prolungamento dell'Eucaristia facendoci vittime e partecipi della filiazione divina. 

“Cristo stesso compie il culto davanti al Padre, diventa culto per i suoi quando si riuniscono con Lui e intorno a Lui” (Joseph Ratzinger “Lo spirito della liturgia”) la comunità che si riunisce, che mostra che Cristo è il destinatario e allo stesso tempo è il soggetto che offre nella persona del sacerdote, da qui l'importanza delle chiese come tempio, perché è dove Cristo stesso si offre al Padre, e ci riunisce con Lui, quindi; la liturgia stessa non nasce da invenzioni umane, né da convenienze, ma dalla stessa rivelazione divina, affinché gli uomini giungano alla conoscenza della verità.

Parlando dei luoghi sacri, dobbiamo menzionare anche Maria, in quanto portatrice della divinità, colei che ha portato nel suo grembo colui che ha fatto il mondo: “Maria, nella quale il Signore abiterà, è in persona la figlia di Sion, l'Arca dell'Alleanza, il luogo dove abita la gloria del Signore: è “la dimora di Dio tra gli uomini” (Ap 21,3). “Piena di grazia”, ha dato tutta se stessa a colui che viene ad abitare in lei e a colui che libererà il mondo” (CEC 2676). L'Arca di cui si parla nell'Antico Testamento, che contiene la presenza di Dio, è ora Maria che porta il creatore nel suo grembo, in lei, che per la sua purezza è intagliata d'oro all'interno e all'esterno, è colei che riceve il tesoro più grande per raggiungere la Salvezza, a lei che ha un posto essenziale e non ultimo nei nostri luoghi sacri, ci rivolgiamo sempre a lei come alla Vergine che non è toccata dal peccato, è in grado di raggiungere, abbracciare e sostenere il peccatore.

L'autoreSantiago Zapata Giraldo

Vaticano

Il Papa riceve il Cammino Neocatecumenale in un incontro decisivo

Leone XIV li ha ringraziati per il loro servizio e per il “prezioso contributo alla vita della Chiesa”, ma ha anche avvertito di alcuni rischi da evitare.

OSV / Omnes-20 gennaio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

- Junno Arocho Esteves, OSV / Omnes

“La Chiesa li accompagna, li sostiene e li ringrazia per quello che fanno”. “La vita del Cammino Neocatecumenale, il suo carisma e le sue opere di evangelizzazione e catechesi rappresentano un prezioso contributo alla vita della Chiesa”, ha detto Papa Leone XIV a un folto gruppo di catechisti itineranti responsabili del Cammino Neocatecumenale in 138 nazioni dei cinque continenti.

I catechisti sono stati accompagnati in la Corte di giustizia Kiko Argüello, Padre Mario Pezzi e María Ascensión Romero, che ha salutato con affetto.

Riscoprire il significato del Battesimo

Fondato in Spagna negli anni '60, il Cammino Neocatecumenale è stato definito da San Giovanni Paolo II come un percorso di formazione cattolica. Secondo il suo sito web, il movimento è presente in 139 Paesi con 20.300 comunità in 6.197 parrocchie, oltre a 936 famiglie in missione in 68 Paesi.

Nel suo discorso, Papa Leone XIV ha riconosciuto i frutti degli sforzi di evangelizzazione del Cammino Neocatecumenale (...) “A tutti, specialmente a coloro che si sono allontanati o la cui fede si è indebolita, voi offrite la possibilità di un cammino spirituale attraverso il quale possano riscoprire il significato del Battesimo”, ha detto il Papa. “Questo permette loro di riconoscere il dono di grazia che hanno ricevuto e, di conseguenza, la chiamata a essere discepoli del Signore e suoi testimoni nel mondo”.

Papa Leone XIV parla con Maria Ascensione Romero, membro dell'équipe internazionale del Cammino Neocatecumenale, durante l'incontro con i leader del movimento in Vaticano il 19 gennaio 2026. (Foto OSV News/Mario Tomassetti, Vatican Media).

Gratitudine per le famiglie in missione

Il Papa ha anche espresso la sua gratitudine alle tante famiglie in missione che hanno lasciato “le sicurezze della vita ordinaria” e si sono messe in cammino, a volte in zone pericolose, “con l'unico desiderio di annunciare il Vangelo e testimoniare l'amore di Dio”.

In questo modo, le équipe itineranti, composte da famiglie, catechisti e sacerdoti, partecipano alla missione evangelizzatrice di tutta la Chiesa e... contribuiscono a “risvegliare” la fede dei non cristiani che non hanno mai sentito parlare di Gesù Cristo, ha aggiunto.

Alcuni rischi

In questo contesto, il Papa ha messo in guardia da alcuni rischi e ha detto ai membri del Cammino Neocatecumenale che lo svolgimento della missione di evangelizzazione richiede anche “una vigilanza interiore e una saggia capacità critica per discernere alcuni rischi che si annidano sempre nella vita spirituale ed ecclesiale”.

«Nella Chiesa nessun dono di Dio è più importante di un altro - eccetto la carità, che li perfeziona e li armonizza tutti - e nessun ministero deve diventare un motivo per sentirsi superiori ai fratelli o per escludere chi la pensa diversamente», ha detto il Papa ai membri del Cammino Neocatecumenale riuniti in Vaticano. Li ha anche incoraggiati a essere “testimoni di questa unità”, ricordando loro che la loro “missione è peculiare”, ma “non è esclusiva”.

“Dobbiamo sempre ricordare che siamo Chiesa e che, se lo Spirito concede a ciascuno una manifestazione particolare, questa è data - come ci ricorda l'apostolo Paolo - ‘per il bene comune’ e quindi per la missione della Chiesa stessa”, ha detto.

“Si fa molto bene, ma l'obiettivo è permettere alle persone di conoscere Cristo, rispettando il percorso di vita e la coscienza di ciascuno”, ha detto.

Papa Leone XIV disse ai membri del Cammino Neocatecumenale che dovevano vivere la loro spiritualità «senza mai isolarsi dal resto del corpo ecclesiale» e «andare avanti con gioia e umiltà, senza chiudersi, come costruttori e testimoni della comunione».

Sottolineando il sostegno e la gratitudine della Chiesa cattolica, il Papa ha ricordato che «dove c'è lo Spirito del Signore, c'è libertà».

Varie forme di attività pastorale

“L'annuncio del Vangelo, la catechesi e le varie forme di attività pastorale devono essere sempre libere da forme di coercizione, rigidità e moralismo, in modo che non generino sentimenti di colpa e paura invece che di liberazione interiore”, ha detto. Le parole del Papa sulla libertà personale fanno eco a commenti simili di Papa Francesco nel 2014.

Papa Leone XIV saluta un bambino durante l'incontro con i responsabili del Cammino Neocatecumenale in Vaticano il 19 gennaio 2026. (Foto OSV News/Mario Tomassetti, Vatican Media).

Copia di un'icona del Buon Pastore

In un nota In una dichiarazione pubblica rilasciata poco dopo l'udienza, il Cammino Neocatecumenale ha affermato che Argüello ha dato al Papa una copia di un'icona del Buon Pastore che ha dipinto nel 1982.

Argüello, che ha dipinto una serie di icone nella Cattedrale di Nuestra Señora de La Almudena a Madrid nel 2004, ha anche presentato una pubblicazione con le sue iconografie “dato che il Papa ha in programma una visita in Spagna nei prossimi mesi”, si legge nel comunicato.

Continuare con entusiasmo

Al termine dell'udienza, il Papa ha concluso: “Cari amici, vi ringrazio per il vostro impegno, la vostra gioiosa testimonianza e il servizio che rendete nella Chiesa e nel mondo. Vi incoraggio a continuare con entusiasmo e vi benedico, invocando su di voi l'intercessione della Vergine Maria perché vi accompagni e vi protegga. Grazie!.

L'autoreOSV / Omnes

Argomenti

Perché Dio permette il male?

Spesso si sostiene che se Dio esistesse non permetterebbe la sofferenza degli innocenti o la presenza del male nel mondo. Questo articolo discute i principali argomenti in risposta a questa affermazione.

Bernardo Hontanilla Calatayud-20 gennaio 2026-Tempo di lettura: 10 minuti

Le tre principali difficoltà che l'uomo incontra nel credere in Dio sono: l'idea che le sue leggi siano una minaccia per la nostra libertà, l'avvertimento della presenza del male nel mondo e la sofferenza degli innocenti. La prima questione è stata trattata in precedenza in un articolo intitolato Gli schiavi del Signore a cui rimando il lettore per una riflessione. È della seconda e della terza difficoltà che intendo ora discutere. E sono difficoltà importanti, perché parte del motivo per cui c'è tanto ateismo affettivo ha origine in queste ragioni.

La questione si riduce a una domanda: come può un essere onnipotente permettere che accadano cose brutte? Questa domanda è molto antica, infatti a Epicuro si attribuisce la famosa congettura che si può riassumere come l'incompatibilità dell'esistenza del male e della sofferenza nel mondo con l'esistenza di un Dio onnisciente, onnipresente, onnipotente e onnibenevolente. Per cercare di spiegarla, divideremo l'origine di questo male in quattro parti: da un lato, il male morale che nasce dalla volontà dell'uomo (lo chiameremo male attivo); dall'altro, il male che proviene dall'uomo malvagio ma che viene subito dall'innocente (lo chiameremo male passivo); un terzo male fisico che nasce dall'uomo stesso e lo colpisce, che chiameremo malattia; infine, un male che nasce in natura e colpisce qualsiasi uomo, che chiameremo male fisico, accidentale o fortuito.

Cattiva attività

Cominceremo con il male che gli uomini fanno (male attivo) e che è attribuibile solo a loro stessi. Se Dio ha voluto correre il rischio di creare degli esseri a sua immagine e somiglianza, allora questi esseri devono necessariamente essere liberi e capaci di amare, come lui. Altrimenti non sarebbero stati fatti a sua immagine e somiglianza.

In generale, sappiamo come identificare il bene che riguarda la comunità umana nel suo complesso in cose molto fondamentali e accettate da tutte le persone. Fondamentalmente, queste norme che lo regolano sono contenute nel diritto internazionale pubblico e privato. Esempi di queste leggi sono lo sviluppo delle regole universali del traffico, il non nuocere agli altri e il rispetto della dignità umana.

Tuttavia, esiste una profonda difficoltà nell'uomo a conoscere ciò che è bene quando riguarda se stesso o gli altri nella vita quotidiana. Questa difficoltà ha origine nella distorsione introdotta nell'uomo all'inizio della sua creazione e raccontata nella Genesi. Questa difficoltà mina la capacità di essere liberi, che è quella di scegliere il bene, così che, scegliendo il male, perdiamo progressivamente la capacità di essere liberi.

Dio ci aiuta con le sue regole affinché possiamo sviluppare quella capacità di libertà di scegliere il bene per vivere ed essere felici (Dt 4, 5-9). Non interpretiamo queste regole come una minaccia alla nostra libertà; sono piuttosto il GPS che ci mostra continuamente come essere felici secondo la nostra natura. Le leggi di Dio non ci limitano, ma ci rendono liberi. Il problema è se fidarsi o meno di Lui. Ognuno sceglie. Dio vuole figli liberi che lo amano, non schiavi che lo temono.

Questa spiegazione classica potrebbe soddisfarci per spiegare il male morale nel mondo. Ci sono semplicemente persone che vogliono e fanno il male e si allontanano volontariamente da ciò che Dio vuole. Inoltre, è grazie alla presenza del male che si può esercitare la virtù. Se non esistesse la codardia, non si potrebbe essere coraggiosi. Se non esistesse l'orgoglio, non si potrebbe esercitare l'umiltà.

Passivo cattivo

Ma ora viene il secondo problema, il male passivo meno comprensibile: perché gli innocenti devono subire il male causato da altri uomini? La vera domanda, tuttavia, non è perché queste cose accadono, ma piuttosto: perché Dio le permette?

Consideriamo per un momento la storia del rapporto di Dio con l'uomo. Ci sono alcuni eventi narrati nell'Antico Testamento che hanno attirato molta attenzione e che sono stati oggetto di critiche contro Dio, definendolo tiranno, vendicatore e crudele. Si tratta di episodi come quando Dio ordinò l'annientamento delle città cananee, istruendo gli israeliti a uccidere l'intera popolazione (Dt 2, 34: 20, 16-18; 1 Samuele 15, 2-3). Il motivo era che questo popolo faceva cose abominevoli, come il sacrificio di bambini piccoli o la prostituzione sacra.

Secoli prima, Dio aveva quasi spazzato via la popolazione della terra con il diluvio globale, a causa della totale corruzione in cui erano caduti gli abitanti della terra. Rimasero solo otto persone.

Perché ci lamentiamo quando Dio distrugge persone che stavano compiendo vere e proprie efferatezze, anche nei confronti dei bambini? Prima ci siamo chiesti perché Dio non interviene per prevenire il male negli innocenti, ma quando lo fa, protestiamo e ci scandalizziamo? Ci lamentiamo quando non previene il male, ma ci lamentiamo anche quando lo fa.

Le lamentele dell'uomo su come Dio fa le cose sono molto frequenti. E le lamentele sono duplici. Ci lamentiamo quando è misericordioso, ma ci lamentiamo anche quando è giusto. La giustizia di Dio non si oppone alla sua misericordia, l'unica cosa che si oppone alla giustizia è la vendetta.

Inoltre, interpretiamo le leggi di Dio come meglio crediamo. Non vogliamo riconoscere che Dio è il Signore e il padrone dell'universo e non è soggetto a nessuna regola, e il nostro modo di pensare ci porta a considerare che la misericordia di Dio non è giusta o la sua giustizia non è misericordiosa.

Dio chiede l'impossibile?

Nel Nuovo Testamento c'è un momento molto impegnativo di Dio che ancora una volta può sembrarci ingiusto: quando ci chiede di perdonare settanta volte sette (Mt 18,21-35). Dovrò perdonare mio marito che mi è stato infedele molte volte con un'altra persona? Dovrò perdonare il capo della mia azienda che mi maltratta sul lavoro? Dovrò perdonare mio padre, mia madre o i miei figli quando mi maltrattano continuamente?

Sembra che Dio chieda l'impossibile, ma non è così. Ci sono diversi riferimenti nei Vangeli in cui appare direttamente il perdono di settanta volte sette. Questo è vero. Ma Luca, che all'inizio del suo Vangelo afferma di essere stato informato in modo attendibile di tutto, dice: “Se tuo fratello ti offende, rimproveralo e se si pente, perdonalo; se ti offende sette volte in un giorno e sette volte ancora ti dice: ‘Mi pento’, tu gli perdonerai”.” (Lc 17, 3-4). C'è un dettaglio importante: “Se si pente, lo perdonerai”.”. Quindi, devo perdonare mio marito che mi tradisce continuamente ed è un cinico o un ipocrita? Non sembra. Se non è pentito, non può essere perdonato. Ma non perdonare non significa augurargli il male. Non perdonare e augurare il male a qualcuno sono due cose diverse. Molte volte è addirittura bene separarsi da quella persona perché ci fa del male. La pace è un bene da proteggere. Inoltre, un sacerdote non può dare l'assoluzione dei peccati se vede che il penitente non mostra pentimento quando va al confessionale. Dio non chiede l'impossibile. 

La vera guarigione

La vera guarigione interiore, quando abbiamo subito passivamente un male causato da un'altra persona, non consiste nel perdonare. La vera guarigione interiore consiste nell'assumere che ciò che è accaduto è stato permesso da Dio per raggiungere un bene più grande.

Per capire questo dobbiamo spiegare, brevemente, cosa è successo a Giuseppe, il penultimo figlio del patriarca Giacobbe. I suoi fratelli lo gettarono in un pozzo con l'intenzione di ucciderlo, ma alla fine lo vendettero agli Ismaeliti, che lo portarono in Egitto e finì in prigione perché non aveva acconsentito ad avere rapporti sessuali con una donna sposata. Improvvisamente, però, gli eventi subirono una svolta. Grazie alla sua capacità di interpretare i sogni, il faraone lo nominò primo ministro dell'Egitto. Fu allora che i suoi fratelli vi si recarono per cercare cibo. Dopo diversi viaggi avanti e indietro da Canaan all'Egitto, Giuseppe si fa finalmente conoscere dai suoi fratelli e fa un commento che non si può perdere: “Dio mi ha mandato davanti a voi per garantire la vostra sopravvivenza sulla terra e per salvare le vostre vite in modo meraviglioso. Quindi non siete stati voi a mandarmi qui, ma Dio”.” (Gen. 45, 7-8). Attribuire alla Provvidenza di Dio tutto ciò che ci accade nella vita, il bene e l'apparente male che subiamo, è il modo più sano di vivere felicemente.

Tuttavia, non contenti di contestare le decisioni di Dio, pensiamo anche che faccia cose sbagliate. In generale, non siamo chiari con Dio. Lui stesso lo ha detto: “Le mie vie non sono le vostre vie”.” (Isaia 55:8-9). Quelle che a noi possono sembrare decisioni sbagliate, o anche cose che pensiamo non siano giuste, Lui dice che sono perfette. Nel Nuovo Testamento colpisce la domanda posta a Gesù: “chi ha peccato che lui o i suoi genitori siano nati ciechi”.”. E la risposta è stata chiara: “né lui né i suoi genitori hanno peccato, ma è nato cieco perché si manifestassero in lui le opere di Dio”.”. Quindi, un bambino che nasce cieco è opera di Dio? Sì, lo è. Dio dice nel libro dell'Esodo “Il Signore gli disse: "Chi ha dato all'uomo una bocca, chi lo ha reso muto, sordo, vedente o cieco, non sono io il Signore? (Esodo 4, 11). E automaticamente arriviamo alla conclusione: Dio non rende le cose perfette. E se continuiamo sulla stessa linea di ragionamento, arriveremo alla conclusione che o Dio non può esistere, o Dio è ingiusto, o rende le cose imperfette.

L'illogicità di Dio

Se possiamo dire qualcosa su Dio, in termini di modo in cui agisce, è che fa cose davvero illogiche, rispetto alla nostra logica. Ha promesso ad Abramo, Isacco e Giacobbe una grande discendenza e si scopre che le loro mogli Sara, Rebecca e Rachele erano sterili. Solo quando lo volle, le rese fertili. Inoltre, Dio ordina ad Abramo di sacrificare Isacco, il figlio della promessa.

Poi Dio si è fatto uomo ed è nato da una donna senza la partecipazione di un uomo, è persino morto come Dio e poi, con grande sconcerto del mondo intero, è risorto. I piani di Dio sono letteralmente incomprensibili per l'uomo. È chiaro che il nostro modo di vedere le cose non si avvicina neanche lontanamente al modo in cui le vede Dio. Inoltre, nulla è impossibile per Lui.

A volte sono sorpreso da alcuni filosofi che analizzano ciò che Dio può o non può fare, o da alcuni teologi che studiano Dio come se fosse un oggetto invece che una persona libera. Pongono limiti al suo fare o pensare perché non può fare cose illogiche. Dobbiamo riconoscere una volta per tutte che Egli ha creato il mondo. È suo e lo ha dato a noi come eredi. Siamo figli di un proprietario terriero, ma è sempre Lui a detenere l'atto di proprietà e a far piovere sui giusti e sugli ingiusti, quando e come vuole.

Cerchiamo di conformare i nostri pensieri e giudizi a quelli di Dio. E visto come si sono svolti gli eventi nel corso della storia, questo modo di pensare è un grave errore. “Quanto sono insondabili le loro decisioni e quanto sono irrintracciabili le loro vie”.” (Romani 11, 33), “Il vento soffia dove vuole e ne senti il rumore, ma non sai da dove viene né dove va. Così è chiunque sia nato dallo Spirito”.” (Gv 3,8). Può sembrarci ingiusto, ma se non siamo consapevoli che Dio è il Signore e il sovrano dell'universo, ci lamenteremo sempre delle sue decisioni e del perché non ha impedito questo o quell'evento.

Quando Gesù arrivò a Nazareth, gli abitanti del villaggio pretesero che facesse lì i miracoli che aveva fatto a Cafarnao, ma lui si rifiutò. E per poco non lo buttarono giù da una rupe. Se la nostra disposizione di fronte a Dio è quella di esigere, di scambiare beni o di non conformarsi, sostituiremo l'immagine di Dio in noi con un'immagine di noi stessi. Vedremo e faremo affidamento solo sui nostri pensieri. Ci eleveremo al rango di Dio, senza essere Dio, “Sarete come Dio”.” (Genesi 3, 5) e non lasceremo che Dio agisca nella nostra vita e ci sembrerà ingiusto che un “estraneo” agisca nella creazione, che è sua, senza considerare che in realtà siamo ospiti. E questa lamentela nasconde un grande orgoglio che ci pone in una situazione di inermità, di fronte a Dio stesso, che approfitterà del serpente per renderci schiavi, farci perdere la libertà ed eliminare la nostra capacità di amare.

Disturbi fisici

Infine, esamineremo il terzo e il quarto tipo di mali fisici: la malattia di una persona innocente o una catastrofe naturale che uccide o paralizza molte persone. Ripetiamo esattamente la stessa domanda: perché Dio lo permette? Come è possibile che un bambino muoia in tenera età a causa del cancro? Come è possibile che un terremoto uccida migliaia di persone in un istante? Dio non ha il potere di impedire queste cose?

Se definiamo il caso come il nome che Dio usa quando agisce in incognito, allora la risposta è semplice: è così che le opere di Dio si manifestano nel mondo. E non insistiamo sull'idea che sia ingiusto. Solo Dio sa perché le cose accadono. A volte Dio agisce quando meno ce lo aspettiamo e in modo sorprendente, ribaltando gli eventi. Come nel caso di Giuseppe. A volte ci concede cose che sono veri e propri miracoli e, soprattutto, non siamo consapevoli dell'innumerevole numero di volte in cui ha potuto agire nella nostra vita e noi non ce ne siamo accorti. Quando accadono queste cose che chiamiamo disgrazie, Dio può darci una spiegazione nel tempo e, come spesso si dice, il tempo guarisce tutto.

Tuttavia, credo che la grande chiave per essere completamente soddisfatti di questo approccio non sia l'assunzione incondizionata della volontà di Dio. Va bene, ma non è sufficiente. Questa assunzione può anche essere eroica, ma la vera base del perché queste cose accadono sta nella ricompensa che ci sarà dopo la nostra morte.

La vita dell'uomo sulla terra è in realtà un sospiro rispetto all'eternità. Questa vita è, come diceva Santa Teresa di Gesù “Una brutta notte in una brutta locanda”.”. Tuttavia, questa espressione è stata usata nel XVI secolo, quando le locande erano molto povere e la qualità della vita era generalmente pessima. Oggi viviamo molto bene e diventa sempre più difficile pensare che prima o poi dovremo lasciare questa terra. Ma non è meno vero che tutto avrebbe un senso se alla morte ci fosse davvero un grande premio: quello che chiamiamo Paradiso.

Il serpente ha un appetito speciale per distorcere l'idea del Paradiso in noi, facendoci pensare ad esso come ad un luogo noioso, sempre in adorazione di Dio, come se fossimo sempre in preghiera. Vista sotto questa luce, la verità è che il Paradiso non è molto appetitoso.

Il paradiso come ricompensa

Il paradiso, come hanno detto Isaia, San Pietro e San Giovanni nell'Apocalisse, consiste nella trasformazione del mondo attuale in un mondo nuovo. “nuovi cieli e una nuova terra” (Isaia 65:17; 2 Pietro 3:13; Apocalisse 21:1) dove esisteremo con il nostro glorioso corpo risorto con cui potremo identificarci, che ci obbedirà senza lamentarsi, che non ci sarà più sofferenza, né dolore, che saremo felici e ogni giorno che passa saremo più felici, senza sentirci sazi, stando con Dio in eterno come nell'Eden, ma in grande stile, godendo dell'eredità promessa sulla nuova terra.

Con questa prospettiva, cosa penseremmo allora dell'ingiustizia di questa vita? Penseremmo ancora che Dio è ingiusto nel permettere la sofferenza se dopo c'è una ricompensa immensa ed eterna? Se pensiamo in questo modo, con la testa rivolta al cielo ma i piedi sulla terra, non cominciamo forse a pensare come Dio, con una prospettiva diversa? Il nostro cuore non gioisce forse nel considerare queste cose?

Dobbiamo imparare a vivere distaccati da questo mondo, pensando che è temporaneo e passeggero e che non sarà uguale al mondo che verrà. Sarà migliore dell'Eden, che era il luogo iniziale previsto da Dio per l'uomo. Sapere questo ci darà una nuova prospettiva di vita e la speranza della promessa di Dio ci darà felicità anche se continueremo a soffrire per cose che non capiamo.

Se considerassimo più spesso questa verità dell'esistenza del Paradiso promesso da Dio, capiremmo allora che il bambino nato cieco vedrà poi più di chiunque altro, il povero, l'affamato e l'umiliato possederanno tutta la terra, colui che ha pianto non smetterà di ridere e soprattutto chi ha avuto un cuore buono, semplice e pulito vedrà il volto di Dio.

L'autoreBernardo Hontanilla Calatayud

Membro titolare della Real Academia Nacional de Medicina de España (Accademia Nazionale di Medicina Spagnola).

Cultura

Scienziati cattolici: María del Pilar Aznar Ortiz

María del Pilar Aznar Ortiz (1914-2005) è stata una microbiologa madrilena pioniera del CSIC, devota al Cristo di Medinaceli e promotrice della presenza femminile nella scienza spagnola.

Alfonso Carrascosa-20 gennaio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

María del Pilar Aznar Ortiz (1914 - 2005) era una microbiologa madrilena che visse per tutta la vita vicino alla Basilica del Cristo di Medinaceli a Madrid, alla quale era così devota da visitarla ogni giorno mentre andava e tornava dal lavoro. Apparteneva anche alla Gioventù di Azione Cattolica, era una schiava di Nostra Signora dell'Almudena e contribuì al sostegno della Chiesa cattolica con abbondanti elemosine durante la sua vita.

Pilar frequenta le scuole superiori presso l'Instituto Escuela e si laurea in Farmacia nel 1941. Entra quindi in contatto con il Consejo Superior de Investigaciones Científicas (CSIC) sotto la direzione del vicepresidente fondatore del CSIC Juan Marcilla Arrazola, come lei fervente cattolico. Divenne così la prima scienziata e microbiologa non docente del CSIC.

Pilar ha studiato come produrre lieviti per l'alimentazione umana e animale o vari aspetti dell'influenza di agenti fisici come la luce ultravioletta sui batteri patogeni. Ha anche analizzato la biochimica della vinificazione dei vini sherry, che passano del tempo a contatto con i lieviti che formano il velo nelle botti durante la cosiddetta fase di crianza. Allo stesso tempo, ha collaborato allo studio della fermentazione citrica, una linea di ricerca di Marcilla, e ha difeso la sua tesi di dottorato nel 1945.

Ha inoltre presentato nuovi metodi di analisi all'Ufficio Internazionale della Vigna e del Vino (OIV). Gran parte della sua produzione scientifica è stata divulgata al Congresso Nazionale di Microbiologia e nelle riviste Microbiologia spagnola e Lavoro del Laboratorio di Biologia, Santiago Ramón y Cajal, entrambi pubblicati a Madrid.

Nel 1946 assunse l'incarico di collaboratrice scientifica. Poco dopo, partecipò alla fondazione della Società Spagnola di Microbiologia (SEM), che fu avviata con soli cinque membri fondatori di sesso femminile, uno dei quali era Pilar. Con il suo lavoro contribuì anche all'istituzionalizzazione della microbiologia come branca scientifica in Spagna, essendo la scienziata fondatrice dell'Istituto di Microbiologia Generale e Applicata (IMGA) del CSIC nel 1946 e promuovendo la professione scientifica presso il mondo femminile.

L'autoreAlfonso Carrascosa

Consejo Superior de Investigaciones Científicas (CSIC).

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Vaticano

Giubileo per gli 800 anni del ‘poverello’ di Assisi: quando, come, dove?

Il Papa Leone XIV ha istituito un Giubileo per commemorare l‘800° anniversario della morte di San Francesco d'Assisi nel 1226, il ’poverello", che è iniziato il 10 gennaio e terminerà il 10 gennaio 2027. Il corpo del santo sarà esposto pubblicamente ad Assisi tra la fine di febbraio e marzo.

OSV / Omnes-20 gennaio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

- Junno Arocho Esteves, Notizie OSV

Papa Leone XIV ha proclamato un anno giubilare speciale in occasione dell'800° anniversario della morte di San Francesco d'Assisi (1182-1226).

La Penitenzieria Apostolica della Santa Sede, il tribunale vaticano che si occupa di questioni di coscienza, ha emanato un decreto pubblicato dai frati francescani il 10 gennaio, dichiarando un anno di celebrazioni in onore del poverello, come viene chiamato.

Secondo il decreto, Papa Leone ha stabilito che dal 10 gennaio, dopo la chiusura dell'Anno Santo della Chiesa, fino al 10 gennaio 2027, sarà proclamato uno speciale Anno della Chiesa. San Francisco, Il Consiglio europeo della Chiesa di Assisi, in cui ogni cristiano, “sull'esempio del santo di Assisi, diventerà un modello di santità di vita e un costante testimone di pace”.

Culmine delle celebrazioni precedenti

Sono state prese in considerazione le precedenti celebrazioni giubilari legate alle opere di San Francesco d'Assisi, come le commemorazioni dell'ottavo centenario del primo presepe (chiamato anche presepe o presepio), così come la sua composizione del ‘Cantico delle Creature’ e la ricezione delle stimmate. Pertanto, il decreto stabilisce che “l'anno 2026 segnerà il culmine e la conclusione di tutte le suddette celebrazioni”.

Indulgenza plenaria alle solite condizioni

Nel suo decreto, la Penitenzieria Apostolica ha anche annunciato che saranno concessi indulgenza plenaria ai cattolici «alle solite condizioni (confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre), applicabile anche sotto forma di suffragio per le anime del Purgatorio».

L'indulgenza sarà concessa a coloro che parteciperanno a un pellegrinaggio in “qualsiasi chiesa conventuale francescana o luogo di culto in qualsiasi parte del mondo dedicato a San Francesco o a lui collegato per qualsiasi motivo”, ha dichiarato.

Possono ottenere l'indulgenza plenaria anche gli ammalati, gli anziani e coloro che li assistono, nonché tutti coloro che non possono uscire di casa, “purché si liberino da ogni peccato” e intendano adempiere al più presto “le tre condizioni abituali”. 

A condizione che si uniscano “spiritualmente alle celebrazioni giubilari dell'Anno di San Francesco, offrendo a Dio misericordioso le loro preghiere, i dolori o le sofferenze della loro vita”.

I frati francescani vi invitano a partecipare

In un comunicato che annunciava la promulgazione del decreto, i frati francescani hanno invitato i cattolici a partecipare alle celebrazioni del Giubileo. Hanno espresso la speranza che l'esempio di San Francesco d'Assisi possa ispirare i partecipanti «a vivere con autentica carità cristiana verso il prossimo e con sincero desiderio di armonia e pace tra i popoli».

Che questo anno francescano «sia per ciascuno di noi una provvidenziale occasione di santificazione e di testimonianza evangelica nel mondo contemporaneo, per la gloria di Dio e il bene di tutta la Chiesa», si legge nel comunicato.

Papa Leone XIV e i frati francescani pregano sulla tomba di San Francesco nella Basilica di San Francesco ad Assisi, 20 novembre 2025. (Foto CNS/Vatican Media).

Papa Leone: il suo messaggio di pace più che mai necessario 

In un Lettera Il 10 gennaio, rivolgendosi ai Ministri generali della Conferenza della Famiglia Francescana, Papa Leone ha affermato che il messaggio di pace di San Francesco è più che mai necessario.

“In quest'epoca, segnata da tante guerre che sembrano senza fine, da divisioni interne e sociali che creano sfiducia e paura, egli continua a parlare. Non perché offra soluzioni tecniche, ma perché la sua vita indica l'autentica fonte della pace”, ha scritto il Papa.

Questa pace, ha aggiunto il Papa, “non si limita alle relazioni tra gli esseri umani, ma abbraccia l'intera creazione”, ma si estende a «tutta la famiglia della creazione”.

Il coraggio di costruire ponti

“Questa intuizione risuona con particolare urgenza nel nostro tempo, quando la casa comune è minacciata e geme sotto lo sfruttamento”, ha scritto. La pace con Dio, la pace tra gli esseri umani e con il creato sono dimensioni inseparabili di un unico appello alla riconciliazione universale“.

Papa Leone ha concluso la sua lettera con una preghiera a San Francesco, chiedendo l'intercessione del Santo affinché ci conceda “il coraggio di costruire ponti dove il mondo erige frontiere”.

Inizio dell'Anno giubilare francescano ad Assisi

“In questo tempo afflitto da conflitti e divisioni, intercedi affinché possiamo diventare artigiani della pace: testimoni disarmati e disarmanti della pace che viene da Cristo”, ha scritto il Papa.

La lettera del Papa è stata letta durante la celebrazione del 10 gennaio che ha segnato l'inizio dell'Anno Giubilare Francescano presso la Basilica di Santa Maria degli Angeli ad Assisi, che ospita la Cappella del Transito, che segna il luogo dove morì San Francesco.

Mons. Sorrentino: riscoprire San Francesco 

L'arcivescovo di Assisi Domenico Sorrentino, presente alla cerimonia, ha detto che l'inizio delle celebrazioni del centenario è “un'esplosione di gioia vera” che nasce dal cuore e “dall'impegno di ciascuno di noi a riscoprire Francesco in tutte le sue dimensioni”.

Prima esposizione pubblica del suo corpo

“Il desiderio che ho per tutti e per tutta la Chiesa è di riscoprire questo nostro santo, di riscoprire Gesù, unica fonte di gioia e di pace”, ha detto il vescovo.
Tra gli eventi di rilievo che si svolgono ad Assisi durante l'Anno Giubilare Francescano c'è la prima esposizione pubblica del corpo di San Francesco.

In ottobre, la Basilica di San Francesco ha annunciato che Papa Leone aveva concesso il permesso di esporre il corpo del santo dal 22 febbraio al 26 marzo.

250.000 pellegrini si sono già registrati per venerare le sue spoglie.

Secondo il sito web della basilica dedicato a questo evento storico, a dicembre si erano registrati circa 250.000 pellegrini per venerare le spoglie di San Francesco.

L'enorme numero di persone presenti alla mostra pubblica, secondo la basilica, è una testimonianza “dell'universalità del messaggio del santo di Assisi e del fascino senza tempo della sua figura”.

Sul sito web del centenario è stato predisposto un sistema di prenotazione online gratuito ma obbligatorio, disponibile in italiano e in inglese.

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Junno Arocho Esteves è corrispondente internazionale di OSV News. Seguitelo su X @jae_journalist.

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L'autoreOSV / Omnes

Evangelizzazione

I numeri di Torreciudad nel 2025: più impatto digitale

I dati relativi ai visitatori di Torreciudad per il 2025, circa 190.000 persone, di cui la maggior parte sono “familiari e amici”, sono simili a quelli del 2024. Tuttavia, i visitatori digitali sono cresciuti del 60,3% e l'impatto sulle reti è aumentato del 13,2%.

Redazione Omnes-19 gennaio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

L'Asociación Patronato de Torreciudad ha pubblicato i dati relativi al 2025. In sintesi, la presenza fisica dei visitatori a Torreciudad è stata molto simile a quella del 2025. a quello del 2024, circa 190.000 persone. Ma i visitatori digitali delle varie attività sono cresciuti in percentuali elevate nel 2025 (oltre 60%), così come l'impatto delle loro attività sui social media (oltre 13%).

2026: incontri mariani per nazionalità e impegno in Aragona

Mariví Zorzano, presidente dell'Asociación Patronato de Torreciudad, ha commentato che nel 2026 “il nostro lavoro proseguirà impegno con il territorio, ad esempio nei pellegrinaggi guidati dai residenti delle città vicine al santuario, accompagnati dalle loro autorità locali”. 

«Per raggiungere gli obiettivi di ripresa e di crescita del numero di visitatori», ha indicato alcune linee speciali. «Promuoveremo i raduni mariani che riuniscono pellegrini della stessa nazionalità e la collaborazione con i progetti di promozione turistica ideati dalla Direzione Generale del Turismo del Governo di Aragona, in particolare il cosiddetto ‘Aragona con l'anima» e la partecipazione alle fiere’.

Orfeón Donostiarra 

Una delle tappe più importanti del programma commemorativo del 50° anniversario di Torreciudad è stato il concerto dell'Orfeón Donostiarra del 20 settembre 2025. La chiesa si è riempita di un pubblico proveniente principalmente dalla regione dell'Alto Aragona.

Il Ciclo Organistico Internazionale, che ha celebrato la sua 30ª edizione in agosto, e due recital musicali in luglio sono stati inclusi nella commemorazione, che si concluderà con la 34ª Giornata Mariana delle Famiglie, che si terrà a metà settembre.

Concerto dell'Orfeón Donostiarra nel settembre 2025 a Torreciudad (@Torreciudad).

15,69 %, su 60 paesi, Francia e Portogallo in testa

Nel 2025, 15.69% provenivano da 60 Paesi, mentre i restanti 84.31% erano persone provenienti da zone molto diverse della Spagna. Tra le nazioni di provenienza, spiccano la Francia (23.28% del totale del turismo internazionale), il Portogallo (13.68%), gli Stati Uniti (7.88%), la Polonia (6.37%) e il Messico (6.00%). 

La crescita maggiore si è registrata in Portogallo (9.26% nel 2024), a seguito di una campagna di promozione digitale tra gli operatori turistici religiosi di questo Paese da parte dell'Associazione per la promozione dell'itinerario mariano. 

Catalogna, Madrid, Aragona, Navarra, Valencia...

Tra i visitatori spagnoli, il maggior numero proviene dalla Catalogna (22.77% di cittadini), seguita dalla Comunità di Madrid (22.23%), dall'Aragona (9.23%), dalla Navarra (8.66%) e dalla Comunità di Valencia (8.15%).

I mesi con il maggior afflusso di pellegrini sono stati agosto (31.100), luglio (21.900) e aprile (20.500), una tendenza già consolidata nel tempo e riferita ai periodi di vacanza estivi e pasquali, secondo le informazioni fornite dall'Ufficio del Turismo di Torreciudad, 

Famiglia e amici, 70%; viaggi organizzati, 10%

La maggior parte dei visitatori di Torreciudad sono “parenti e amici” (circa 70% del totale). I pellegrini che vengono in viaggio organizzato (parrocchie, confraternite, gruppi di fedeli e comunità religiose di vari carismi ecclesiastici) si rivolgono normalmente all'esperienza professionale delle agenzie di viaggio e rappresentano circa 10% dei visitatori. Anche i centri educativi e le associazioni giovanili raggiungono questa percentuale.

Le attrazioni turistiche della zona di Torreciudad, legate alla natura, al patrimonio, alla gastronomia, al tempo libero e all'enologia, hanno una notevole influenza sulla motivazione di questo pubblico a maggioranza familiare, secondo l'ufficio stampa.

Elevato aumento del pubblico e della partecipazione digitale

I profili dei social media di Torreciudad hanno aumentato il numero di follower del 13,22% rispetto al 2024, passando da 94.857 a 107.401. 

Instagram è la rete che cresce più rapidamente di anno in anno in termini di percentuale (26.07%), seguita da Facebook (20.50%) e YouTube (6.53%).

Per quanto riguarda il sito web torreciudad.org, 306.088 utenti (60,33% in più rispetto al 2024) hanno avuto accesso a 828.846 visite (con un aumento di 40,59%).

Per quanto riguarda le opinioni dei visitatori, le recensioni pubblicate su Google sono aumentate di 6,83%, e gli utenti assegnano a Torreciudad un punteggio medio di 4,7 su 5 su un totale di 3.940 recensioni pubblicate.

Trasmissioni in diretta

Ogni giorno la celebrazione della messa e la recita del rosario e dell'angelus sono trasmesse in diretta sul canale YouTube di Torreciudad.

Nel 2025, ci sono state più di 325.000 visualizzazioni da 40 Paesi e i video che facilitano la recita del rosario hanno superato i tre milioni e mezzo di visualizzazioni.

Petizioni alla Vergine di Torreciudad, 45.2% altro

Le petizioni alla Vergine di Torreciudad ricevute sul sito web del santuario sono state 9.951 lo scorso anno, 45,22% in più rispetto al 2024. Dopo la preghiera dell'Angelus, queste petizioni vengono lette ogni giorno davanti alla sua immagine.

Spazi museali

La museografia di Torreciudad si sta consolidando come elemento di riferimento nella pianificazione dei pellegrinaggi. I visitatori possono accedere allo Spazio ‘Vivi l'esperienza della fede’, che nel 2025 ha accolto 15.842 persone, e assistere alla proiezione del video-mapping ‘La pala d'altare ti racconta’, disponibile in tre versioni (natalizia, pasquale e quella consueta per il resto dell'anno) e in tre lingue (spagnolo, inglese e francese). 

A queste proiezioni hanno partecipato circa 30.000 persone, 40% in più rispetto al 2024, secondo i dati diffusi.

Patrocini mariani: 572 santi patroni di 81 paesi

Il pubblico può anche visitare la galleria di invocazioni mariane, che l'anno scorso ha incorporato 14 nuove immagini della Vergine Maria, in pellegrinaggio dagli Stati Uniti, dalla Francia e da varie comunità autonome della Spagna. Attualmente sono visibili 572 santi patroni provenienti da 81 Paesi dei cinque continenti.

L'autoreRedazione Omnes

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