Quando la creatura di Frankenstein, di fronte alle pagine di Paradiso perduto, si ferma e si chiede: «Che cosa ero io?», non solo formula un dubbio intimo, ma apre una crepa metafisica che attraversa i secoli e ancora ci sfrega: la questione dell'anima. Quella fessura - appena una linea nel tessuto dell'umano - sembra oggi allargarsi sotto la spinta di nuovi modelli generativi, fino a sfumare i contorni di ciò che credevamo possibile e a costringerci a riconsiderare dove finisce la materia e inizia la coscienza.
Indicatori di consapevolezza
Macchine che traducono, dipingono, dialogano e compongono musica. Artefatti che mimano l'empatia e ragionano con apparente facilità. Alcuni ricercatori, basandosi su framework come Teoria dell'informazione integrata (IIT) o di Giulio Tononi Teoria dello spazio di lavoro globale L'anima - l'ultima frontiera ontologica - potrebbe emergere come un semplice epifenomeno della complessità, come una sorta di nebbia che appare quando la materia è organizzata con una densità sufficiente? Può una macchina venire a reclamare il proprio?
Va aggiunto, tuttavia, che la stessa letteratura specialistica riconosce che, sebbene teorie come quella del Teoria dell'informazione integrata o il Teoria dello spazio di lavoro globale hanno un supporto empirico nei cervelli biologici, la loro applicazione ai sistemi artificiali rimane in gran parte esplorativa e non costituisce oggi un test affidabile della coscienza.
Barriere e limiti tecnici
Da alcuni settori della comunità scientifica, si propone di valutare la coscienza nelle macchine sulla base di queste “proprietà indicatrici”: elaborare in loop, diffondere informazioni a livello globale, monitorare i propri stati, mostrare agenzia e persino incarnare una qualche forma di corporeità. Il bilancio, per il momento, è sobrio: nessuna IA soddisfa queste condizioni in modo robusto, anche se in linea di principio non ci sono barriere tecniche che impediscano ai sistemi futuri di implementarle.
Immaginate, però, che in un futuro prossimo un sistema artificiale riesca a soddisfare tutti questi criteri. Potrebbe integrare le informazioni a livello globale, monitorare i propri stati interni, regolare il proprio comportamento in base agli obiettivi previsti, sviluppare una narrazione coerente di sé nel tempo. Supponiamo persino che parli in prima persona con impeccabile coerenza, descriva le sue “esperienze” e difenda la sua identità con argomentazioni raffinate. Avremmo allora raggiunto la soglia ontologica?
Funzione vs. Essere
Tutto ciò, in senso stretto, risponderebbe a una domanda funzionale: come funziona un sistema, quali processi esegue, quale architettura è alla base del suo comportamento. Ma la domanda decisiva non è solo come funziona qualcosa, ma che cos'è. Gli indicatori descrivono le attività, ma non raggiungono il fondamento del soggetto che le svolge: moltiplicare le funzioni non equivale a costituire un soggetto. Un sistema può simulare il discorso dell'interiorità, ma questo non implica che ci sia qualcuno per cui qualcosa si dà come esperienza. Il problema non è più quello del grado di complessità, ma dell'ordine della realtà.
Il problema difficile
È qui che compare quello che il filosofo australiano David Chalmers ha chiamato negli anni Novanta il “problema difficile” della coscienza: non basta spiegare come si integrano le informazioni o come si regola l'attenzione; resta da chiarire perché questa integrazione si accompagna all'esperienza, perché c'è qualcosa che si sente. Questo salto qualitativo non può essere tradotto in calcolo.
Tuttavia, sebbene l“”hard problem" sia ampiamente riconosciuto nella filosofia della mente, il suo status di limite fisico definitivo per una spiegazione naturalistica della coscienza è ancora oggetto di dibattito e non c'è consenso sulla questione. È proprio a questo limite - sia esso interpretato come un ostacolo insormontabile o come una sfida ancora aperta - che la tradizione filosofica classica, ripresa e sviluppata dal pensiero cristiano, trova il proprio spazio per la nozione di anima.
L'anima nella tradizione cristiana
Se persino la coscienza fenomenica - quel fatto elementare che c'è «qualcosa che si sente» - non può essere ridotta senza residui alla complessità funzionale, come possiamo aspettarci che la tecnica spieghi ciò che, nell'antropologia cristiana, è molto più radicale: l'anima? Nel quadro tomistico, l'autocoscienza non è l'anima, ma solo uno dei suoi poteri, un riflesso dell'interiorità spirituale. L'anima è il principio ontologico che sostiene questa esperienza e la trascende all'infinito. Ridurla alla coscienza funzionale sarebbe come confondere la luminosità del riflesso con la fonte della luce.
Nella fede cristiana, l'anima razionale non scaturisce dalla materia o da un qualsiasi assemblaggio tecnico: è immediatamente creata da Dio, immortale e in unione - né giustapposizione né fusione indifferenziata - come forma sostanziale con il corpo umano. Qui sta l'irriducibile dignità di ogni persona, immagine di Dio e destinata all'eternità. Un'altra storia.
Narrazione o ontologia
La tentazione, tuttavia, è forte: riconfigurare l“”anima" come metafora psicologica o narrativa. Un ciclo di identità che persiste nel tempo come una melodia riconoscibile. E sì, l'immagine è bella. Ma non risolve nulla. La narrazione non equivale all'ontologia.
La questione di fondo non è se qualcosa possa essere raccontato come un sé, ma se in quel qualcosa ci sia un soggetto che sia, in senso forte, il vero portatore di quella storia. E qui la discussione cessa di essere letteraria o psicologica ed entra inevitabilmente nel campo della metafisica.
Sfide etiche e metafisiche
Eppure l'immaginazione speculativa non si ferma. Filosofi come Thomas Metzinger hanno persino sollevato la questione se i sistemi artificiali coscienti meriterebbero una considerazione morale, mentre pensatori come Nick Bostrom ipotizzano scenari in cui le intelligenze non biologiche superano le nostre capacità e pongono sfide etiche senza precedenti. Si parla di “anime sintetiche”, di soggettività emergenti in entità non biologiche. Si immagina un'etica per le macchine, un diritto che riconosca la loro dignità. Allo stesso tempo, il dibattito accademico sul possibile status morale dei sistemi artificiali potenzialmente coscienti è cresciuto notevolmente negli ultimi anni, fino a consolidarsi come un campo a sé stante all'interno dell'etica applicata e della filosofia della tecnologia.
Altri riducono la questione alle condizioni minime dell'interiorità: sensori, stati interni, capacità di proiettare futuri e assegnare loro un valore. Ma la vecchia filosofia aristotelico-tomista lancia il suo monito: non basta assemblare funzioni. Senza unità sostanziale non c'è soggetto, ma solo ingranaggio.
Lo specchio della macchina
L'intelligenza artificiale non ci ricorda che le macchine stanno per avere un'anima. Ci ricorda, forse, che non abbiamo ancora compreso appieno cosa significhi averne una. Così come Darwin nel XIX secolo ci costrinse a ripensare il rapporto tra fede ed evoluzione, oggi l'intelligenza artificiale agisce da catalizzatore: ci costringe a chiarire cosa significa essere immagine di Dio e a distinguere tra l'apparenza dell'intelligenza e la realtà della persona.




