Vaticano

Le finanze vaticane, i bilanci dello IOR e dell'Obbligo di San Pietro

Esiste un legame intrinseco tra i bilanci degli Oblati di San Pietro e l'Istituto per le opere di religione.

Andrea Gagliarducci-12 luglio 2024-Tempo di lettura: 4 minuti

Esiste una stretta relazione tra la dichiarazione annuale della Obolo di San Pietro e il bilancio dell'Istituto delle Opere di Religione, la cosiddetta "banca vaticana". Perché l'obolo è destinato alla carità del Papa, ma questa carità si esprime anche nel sostegno alla struttura della Curia romana, un immenso "bilancio missionario" che ha spese ma non tante entrate, e che deve continuare a pagare gli stipendi. E perché lo IOR, da qualche tempo, contribuisce volontariamente con i suoi utili proprio al Papa, e questi utili servono ad alleggerire il bilancio della Santa Sede. 

Da anni lo IOR non ha più gli stessi profitti del passato, per cui la quota destinata al Papa è diminuita nel corso degli anni. La stessa situazione vale per l'Obolo, le cui entrate sono diminuite nel corso degli anni e che ha dovuto affrontare anche questa diminuzione del sostegno dello IOR. Tanto che nel 2022 ha dovuto raddoppiare le sue entrate con una generale dismissione di beni.

Ecco perché i due bilanci, pubblicati il mese scorso, sono in qualche modo collegati. Dopo tutto, il Le finanze del Vaticano sono sempre stati collegati e tutto contribuisce ad aiutare la missione del Papa. 

Ma analizziamo i due bilanci più in dettaglio.

Il globo di San Pietro

Lo scorso 29 giugno gli Oblati di San Pietro hanno presentato il loro bilancio annuale. Le entrate sono state di 52 milioni, ma le spese sono state di 103,4 milioni, di cui 90 milioni per la missione apostolica del Santo Padre. Nella missione sono incluse le spese della Curia, che ammontano a 370,4 milioni. L'Obbligo contribuisce quindi con 24% al bilancio della Curia. 

Solo 13 milioni sono andati in beneficenza, a cui però vanno aggiunte le donazioni di Papa Francesco attraverso altri dicasteri della Santa Sede per un totale di 32 milioni, di cui 8 in beneficenza. finanziato direttamente dall'Obolo.

In sintesi, tra il Fondo Obolo e i fondi dei dicasteri parzialmente finanziati dall'Obolo, la carità del Papa ha finanziato 236 progetti, per un totale di 45 milioni. Tuttavia, il bilancio merita alcune osservazioni.

È questo il vero uso dell'Obbligo di San Pietro, che spesso viene associato alla carità del Papa? Sì, perché lo scopo stesso dell'Obbligo è quello di sostenere la missione della Chiesa, ed è stato definito in termini moderni nel 1870, dopo che la Santa Sede ha perso lo Stato Pontificio e non aveva più entrate per far funzionare la macchina.

Detto questo, è interessante che il bilancio degli Oblati possa essere dedotto anche dal bilancio della Curia. Dei 370,4 milioni di fondi preventivati, il 38,9% è destinato alle Chiese locali in difficoltà e in contesti specifici di evangelizzazione, per un totale di 144,2 milioni.

I fondi per il culto e l'evangelizzazione ammontano a 48,4 milioni, pari al 13,1%.

La diffusione del messaggio, cioè l'intero settore della comunicazione vaticana, rappresenta il 12,1% del bilancio, con un totale di 44,8 milioni.

37 milioni di euro (10,9% del bilancio) sono andati a sostegno delle nunziature apostoliche, mentre 31,9 milioni (8,6% del totale) sono stati destinati al servizio della carità - proprio i soldi donati da Papa Francesco attraverso i dicasteri -, 20,3 milioni all'organizzazione della vita ecclesiale, 17,4 milioni al patrimonio storico, 10,2 milioni alle istituzioni accademiche, 6,8 milioni allo sviluppo umano, 4,2 milioni a Educazione, Scienza e Cultura e 5,2 milioni a Vita e Famiglia.

Le entrate, come già detto, ammontano a 52 milioni di euro, di cui 48,4 milioni di euro sono donazioni. L'anno scorso le donazioni sono diminuite (43,5 milioni di euro), ma le entrate, grazie alla vendita di immobili, sono state pari a 107 milioni di euro. È interessante notare che ci sono 3,6 milioni di euro di entrate derivanti da rendite finanziarie.

In termini di donazioni, 31,2 milioni provengono dalla raccolta diretta delle diocesi, 21 milioni da donatori privati, 13,9 milioni da fondazioni e 1,2 milioni da ordini religiosi.

I principali Paesi donatori sono gli Stati Uniti (13,6 milioni), l'Italia (3,1 milioni), il Brasile (1,9 milioni), la Germania e la Corea del Sud (1,3 milioni), la Francia (1,6 milioni), il Messico e l'Irlanda (0,9 milioni), la Repubblica Ceca e la Spagna (0,8 milioni).

Il bilancio dello IOR

Il IOR 13 milioni di euro alla Santa Sede, a fronte di un utile netto di 30,6 milioni di euro.

I profitti rappresentano un miglioramento significativo rispetto ai 29,6 milioni di euro del 2022. Tuttavia, le cifre vanno confrontate: si va dagli 86,6 milioni di utili dichiarati nel 2012 - che quadruplicano quelli dell'anno precedente - ai 66,9 milioni del rapporto 2013, ai 69,3 milioni del rapporto 2014, ai 16,1 milioni del rapporto 2015, ai 33 milioni del rapporto 2016 e ai 31,9 milioni del rapporto 2017, fino ai 17,5 milioni del 2018.

Il rapporto 2019, invece, quantifica i profitti in 38 milioni, anch'essi attribuiti al mercato favorevole.

Nel 2020, anno della crisi del COVID, l'utile è stato leggermente inferiore, pari a 36,4 milioni.

Ma nel primo anno post-pandemia, un 2021 non ancora influenzato dalla guerra in Ucraina, il trend è tornato negativo, con un profitto di soli 18,1 milioni di euro, e solo nel 2022 si è tornati alla barriera dei 30 milioni.

Il rapporto IOR 2023 parla di 107 dipendenti e 12.361 clienti, ma anche di un aumento dei depositi della clientela: +4% a 5,4 miliardi di euro. Il numero di clienti continua a diminuire (12.759 nel 2022, addirittura 14.519 nel 2021), ma questa volta diminuisce anche il numero di dipendenti: 117 nel 2022, 107 nel 2023.

Continua quindi il trend negativo della clientela, che deve far riflettere, considerando che lo screening dei conti ritenuti non compatibili con la missione dello IOR è stato completato da tempo.

Ora, anche lo IOR è chiamato a partecipare alla riforma delle finanze vaticane voluta da Papa Francesco. 

Jean-Baptiste de Franssu, presidente del Consiglio di Sovrintendenza, sottolinea nella sua lettera di gestione i numerosi riconoscimenti che lo IOR ha ricevuto per il suo lavoro a favore della trasparenza nell'ultimo decennio, e annuncia: "L'Istituto, sotto la supervisione dell'Autorità di Vigilanza e Informazione Finanziaria (ASIF), è quindi pronto a fare la sua parte nel processo di centralizzazione di tutti i beni vaticani, in conformità con le istruzioni del Santo Padre e tenendo conto degli ultimi sviluppi normativi.

Il team dello IOR è desideroso di collaborare con tutti i dicasteri vaticani, con l'Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (APSA) e di lavorare con il Comitato per gli Investimenti per sviluppare ulteriormente i principi etici del FCI (Faith Consistent Investment) in accordo con la dottrina sociale della Chiesa. È fondamentale che il Vaticano sia visto come un punto di riferimento".

L'autoreAndrea Gagliarducci

Spagna

José Masip, nuovo presidente dell'Associazione Cattolica dei Propagandisti 

Masip subentra ad Alfonso Bullón De Mendoza, che ha guidato questa Associazione dal 2018.

Maria José Atienza-18 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

José Masip Marzá è stato eletto nuovo presidente della Associazione Cattolica dei Propagandisti. Il candidato che più si colloca sulla linea di Alfonso Bullón de Mendoza è stato approvato dalla V Assemblea Generale Straordinaria tenutasi il 18 luglio a Madrid.

Masip era, fino ad oggi, vicepresidente dell’ACdP e direttore, insieme a María San Gil, del Congresso Cattolici e vita pubblica, uno dei fiori all'occhiello dell'Associazione.

Con questa nomina, Masip diventa presidente dei lavori dell’Associazione, «come quella della Fondazione Universitaria San Pablo CEU, oltre alla Fondazione Abat Oliba, la Fondazione San Pablo Andalucía CEU, il Collegio Universitario San Pablo, la Fondazione culturale Ángel Herrera Oria, oppure il giornale Il dibattito«, come sottolinea il comunicato stampa con cui è stata resa nota la sua nomina.

Un candidato che punta sulla continuità

Si tratta di uno stretto e fidato collaboratore di Alfonso Bullón de Mendoza, che ha svolto un ruolo fondamentale nella nuova fase dell’Associazione, durante la quale essa si è affermata come punto di riferimento sociale della cultura cattolica grazie a iniziative quali il quotidiano *El Debate*, il Concerto della Resurrezione o la sua partecipazione attiva alla vita sociale spagnola, come dimostra ad esempio la sua carrozza di ispirazione cristiana alla sfilata dei Re Magi a Madrid.

Sotto la guida di questo gruppo, inoltre, l’attività universitaria dell’ACdP si è consolidata e ampliata, rendendo il CEU, tra le altre cose, l’istituto di istruzione privato che concede il maggior numero di borse di studio in Spagna, con oltre 95 milioni di euro erogati negli ultimi 6 anni accademici.

Con questa nomina si garantisce quindi la continuità delle iniziative portate avanti dall'associazione negli ultimi anni.

José Masip Marzá

Masip ha conseguito la laurea in Giurisprudenza presso l’Università Complutense di Madrid e attualmente esercita la professione di avvocato a Castellón. È titolare delle qualifiche di agente e broker assicurativo, agente immobiliare e amministratore. Inoltre, è membro del consiglio di amministrazione e del comitato esecutivo della Fondazione Independiente.

Masip è stato vicepresidente e, successivamente, segretario generale dell’Organizzazione dei Professionisti e dei Lavoratori Autonomi (OPA); nonché fondatore dell’Associazione Spagnola di Amicizia e Cooperazione con la Guinea Equatoriale, di cui è stato anche primo segretario. 

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Confermandi universitari

Quest'anno, per la prima volta presso “Totus Tuus”, sono state riservate alcune aule della biblioteca per tenere corsi di catechismo agli studenti che desideravano ricevere la cresima.

18 luglio 2026-Tempo di lettura: < 1 minuto

Non finirà mai in nessun telegiornale, ma un paio di domeniche fa diciotto studenti della Università Carlos III di Madrid hanno ricevuto il sacramento della Cresima.

In questa università esiste un’associazione, “Totus Tuus”, gestita dagli stessi studenti, che organizza l’apostolato all’interno dell’università e aiuta gli studenti ad avvicinarsi alla fede. Contesto: all’UC3M è istituzionalmente vietato avere una cappella.

Di nascosto, come i primi cristiani nelle catacombe romane, si è iniziato a celebrare messe nelle aule, per poi riempire le parrocchie più vicine ai campus di Leganés e Getafe. Con un’attività sempre più intensa anche a Colmenarejo e persino a Puerta de Toledo, l’associazione organizza messe e momenti di adorazione, oltre a conferenze, viaggi, giornate sportive, attività di volontariato, pellegrinaggi…

E quest’anno, per la prima volta a “Totus Tuus”, si è iniziato a riservare alcune aule della biblioteca per tenere corsi di catechesi agli studenti che desideravano ricevere il sacramento della Cresima. Con altri studenti universitari nel ruolo di catechisti e una ventina di persone che hanno frequentato regolarmente gli incontri settimanali, questa iniziativa si è conclusa l’altro giorno con le cresime nella parrocchia di Nostra Signora di Butarque, a Leganés.

È finito, per così dire. In realtà, è solo l’inizio. Perché quando soffia lo Spirito Santo, la nostra anima spicca il volo. Quanto ci fa bene il rapporto con lo Spirito Santo: Lui non vede l’ora di renderci felici.

Ora sorrido dalla spiaggia, perché un bambino sta giocando con il suo aquilone. E mentre soffia il vento, l’aquilone vola.

L'autoreGabriel Pérez-Miranda

Gabriel Pérez-Miranda Mata (Madrid, 2004) è il terzo dei sei figli di Juan e Cristina. Studente universitario, appassionato di sport e lettura, ha pubblicato un libro di poesie ("Envïdár", Loto Azul, 2025).

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Ecologia integrale

Guerra e pace

La polarizzazione, evidente sia in Spagna che in numerosi conflitti internazionali — molti dei quali ormai dimenticati, fuori dal mirino della stampa —, rappresenta un fallimento collettivo rispetto alla pace invocata da Papa Leone XIV alle Cortes spagnole nel giugno del 2026.

Eloy Asenjo Carpintero-18 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Accolto da un'ovazione travolgente, Papa Leone XIV lasciò le Cortes spagnole, affidando ai membri di quelle Assemblee compiti importanti e gravosi, in un clima di discussione cordiale, lontano da parole paralizzanti e paralizzanti. Di fronte a un'aula in trepidante attesa, il Santo Padre ha pronunciato un discorso di profondo significato politico e morale, diagnosticando con precisione i mali che soffocano la convivenza globale contemporanea. Il Pontefice è stato categorico nell'affermare:

“Il mondo sta attraversando una profonda crisi spirituale e culturale, che si manifesta in molteplici forme di violenza, polarizzazione e sfiducia reciproca. In questo contesto, la pace si presenta come un’aspirazione politica e, ancor più, come una vera e propria esigenza morale. Richiede un discorso pubblico che rispetti chi la pensa diversamente, istituzioni al servizio dell’incontro, una memoria storica che cerchi la verità e la riconciliazione e una vita sociale capace di sostenere l’amicizia civica e il rispetto reciproco anche in presenza di divergenze”.

Il dibattito sulla memoria

Il Papa ha dato prova di coraggio menzionando apertamente la Memoria storica proprio nell’aula del Parlamento: “Una memoria storica che cerchi la verità e la riconciliazione… un compito arduo quando esiste una polarizzazione così forte”. Sebbene la riflessione vada oltre i nostri confini e riguardi qualsiasi parte del pianeta, la sua dichiarazione nella sede del Potere Legislativo spagnolo invita inevitabilmente a riflettere su una serie di realtà che caratterizzano l’attuale panorama storiografico: 

  • La triste “leggenda nera” della Spagna. Sono già intervenuti alcuni storici – curiosamente per lo più stranieri – per confutare questo fatto deplorevole, dal quale ci stiamo ancora riprendendo e sul quale attualmente si basano discorsi populisti ben lontani dalla realtà del ruolo della Spagna nell’America iberoamericana.
  • Molti giovani oggi non sanno collocare, dal punto di vista storico, personaggi di grande rilievo nella storia dello Stato spagnolo nel corso del XX secolo.
  • L'indipendenza degli attuali Stati dell'America Latina nel corso del XIX secolo, ottenuta attraverso programmi estremamente personalistici e di ispirazione fortemente anticattolica, dai cui “fanghi, questi fango” in cui si osserva una forte polarizzazione volta a sciogliere i legami che uniscono la Spagna a tutti i paesi del Sudamerica e dell’America Centrale.
  • Il regime della Seconda Repubblica viene presentato come un modello da seguire, (…) mentre storici di grande prestigio lo denigrano e lo ritengono responsabile della guerra civile che ha devastato il Paese.

Il valore della parola di fronte al riarmo

Ecco che è già scoppiata la polemica! Tuttavia, lo scopo di queste righe non è quello di concentrare l’attenzione sulla disputa, bensì di trovare il modo di parlare con serenità di questi temi senza ricorrere, come sottolineava il Papa nel suo discorso, a “parole (che) possono aprire o chiudere strade; possono illuminare la realtà o distorcerla fino a rendere impossibile l’incontro”.

Questo incontro si rivela indispensabile se vogliamo una società libera, giusta e veramente democratica. Come ha ricordato il Pontefice, “da questo rispetto per l’altro nasce anche il dovere di custodire lo spazio in cui maturano le sue convinzioni, la sua coscienza e il suo rapporto con Dio. L’attenzione a questa sfera interiore permette di comprendere meglio una questione decisiva per ogni società veramente democratica: la libertà di pensiero, di coscienza e di religione, diritto fondamentale che tutela la sfera più intima delle persone”.

Il messaggio papale ha inoltre analizzato senza mezzi termini l’attuale scenario geopolitico, ammonendo che ogni guerra è un fallimento, poiché “costituisce, in ultima analisi, una dolorosa sconfitta della capacità di negoziare e anche di quella coscienza comune dell’umanità che riconosce i legami di giustizia tra le nazioni”.

Inoltre, risuona la denuncia di Leone XIV sul “riarmo come risposta quasi inevitabile di fronte alla fragilità dello scenario internazionale”. Di fronte a tale inerzia bellica, il Papa concludeva con fermezza: “La vera sicurezza, invece, nasce dalla giustizia, dal dialogo paziente, dal rispetto del diritto internazionale e da una politica capace di anteporre la vita dei popoli agli interessi che traggono profitto dalla guerra”.

Questa denuncia non ci è estranea: alla base dei conflitti armati si celano interessi estremamente personali, spesso di natura economica, che li rendono moralmente deplorevoli, ignorando le voci che invocano una pace difficile da raggiungere. Da qui l’attualità dell’appello di Leone XIV a riscoprire il valore del “dialogo come percorso paziente verso accordi giusti e duraturi, fondati sul rispetto dei trattati, sulla trasparenza dell’azione diplomatica e sulla sincera volontà di anteporre la pace al ricorso alla forza”.

Coesione nella diversità

Il Santo Padre ha portato in primo piano il motto dell’Unione Europea: “In varietate concordia». Attribuendogli un significato attuale, ci ha ricordato che “la vera unità non uniforma, ma crea coesione nella diversità, facendo delle culture, delle sensibilità e delle tradizioni un’occasione di arricchimento reciproco. Allo stesso modo, all’interno delle società stesse è urgente costruire una cultura della reciprocità. La pluralità politica non dovrebbe degenerare in una continua screditazione dell’avversario”.

Questa polarizzazione, evidente sia in Spagna che in numerosi conflitti internazionali — molti dei quali ormai dimenticati, fuori dal mirino della stampa —, rappresenta un fallimento collettivo. In questo preoccupante contesto globale, risulta “importante ribadire la teoria della guerra giusta, invocata troppo spesso per giustificare qualsiasi guerra, fatto salvo il diritto alla legittima difesa, intesa nel senso più stretto” (cfr. Francesco, Lettera enc. “Fratelli Tutti”, 258, 3 ottobre 2020)”.

La realtà è innegabile: “L’umanità dispone di strumenti molto più efficaci e capaci di promuovere la vita umana per affrontare i conflitti, come il dialogo, la diplomazia e il perdono. Il ricorso alla forza, alla violenza e alle armi testimonia una povertà relazionale che ha sempre conseguenze disastrose per le popolazioni civili” (Lettera enc. “Magnifica Humanitas” 192, 15 maggio 2026). 

In definitiva, il Santo Padre ha lanciato un severo monito, un appello al dialogo! Un richiamo insistente al fatto che “le parole possono aprire o chiudere strade; possono illuminare la realtà o distorcerla fino a rendere impossibile l’incontro”.

Questo appello non è rivolto solo agli onorevoli deputati che affollavano l’emiciclo, ma a tutte le persone di buona volontà e, in modo particolare, ai giornalisti, sui quali grava un’enorme responsabilità nell’esercizio della loro professione. In questo nuovo ecosistema comunicativo, il rigore etico e il comportamento nell’uso delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale determineranno se i media diventeranno ponti di incontro o amplificatori delle divisioni.

L'autoreEloy Asenjo Carpintero

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Vaticano

Tra Babele e Gerusalemme: il futuro dell’intelligenza artificiale si decide a Castel Gandolfo

Mentre l’intelligenza artificiale avanza più rapidamente delle norme in grado di regolamentarla, oltre duecento leader mondiali, premi Nobel ed esperti si sono riuniti in occasione della Global Nobel Laureates Assembly sull’intelligenza artificiale e la guerra nucleare per porre una domanda fondamentale: chi guiderà il futuro e secondo quali principi?.

Almudena Lago-17 luglio 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Alle prime ore del mattino, quando la luce comincia a diffondersi sul Lago Albano e gli ulivi delle ville pontificie proiettano ombre ancora lunghe, il Borgo Laudato Si -un laboratorio in cui i giovani imparano a prendersi cura della casa comune mentre si preparano a un mestiere- risulta un luogo troppo sereno per parlare di guerra nucleare. 

Ci sono orti, galline, pony e serre. Ragazzi che danno da mangiare agli animali, si prendono cura delle piante e imparano che la realtà richiede un’attenzione quotidiana. Tutto parla del presente, della cura e delle piccole cose che dipendono da noi. Eppure è proprio qui che si è sviluppato un importante – storico? – dibattito sul futuro della civiltà, sull’intelligenza artificiale e sulle armi nucleari. Sul rischio che la tecnologia sia al servizio dell’umanità o finisca per condizionarla.

Oltre duecento persone provenienti da diversi continenti, tra cui premi Nobel, ex capi di Stato, scienziati ed esperti di intelligenza artificiale, si sono riunite in questo laboratorio di ecologia integrale promosso dal Vaticano per discutere di due forze che stanno ridefinendo la nostra epoca: il ritorno del rischio nucleare e la crescita accelerata dell’intelligenza artificiale.

Non capita spesso di vedere riuniti sotto lo stesso tetto premi Nobel come David Gross, Maria Ressa e Muhammad Yunus, leader politici come Juan Manuel Santos e Romano Prodi, e ricercatori come Tristan Harris, legati a OpenAI, Anthropic o Google DeepMind. Questo mix è il segno dei tempi.

Il intelligenza artificiale ha reso di dominio pubblico domande che per molto tempo sembravano riservate a una minoranza di esperti: chi decide?, chi controlla?, chi se ne assume la responsabilità? Sono questioni che non riguardano più solo i governanti o gli ingegneri. Riguardano tutti noi.

Più che l'assenza di guerra

Nella sessione inaugurale, il cardinale Fabio Baggio, viceprefetto del Dicastero per il Servizio per lo Sviluppo Umano Integrale e direttore generale del Centro di Formazione Avanzata del Borgo Laudato Si, ha ricordato che la pace non può essere ridotta alla semplice assenza di conflitti: “È un ordine fondato sulla giustizia, sulla fiducia reciproca, sul rispetto del diritto e sulla dignità inviolabile di ogni essere umano”, ha affermato.

In un’epoca caratterizzata da guerre aperte, minacce nucleari e una corsa tecnologica il cui ritmo sembra superare la capacità di riflessione politica ed etica, ha sottolineato la necessità di principi condivisi in grado di orientare il progresso verso fini autenticamente umani.

Tra Babele e Gerusalemme

Se c’è stata un’immagine in grado di sintetizzare lo spirito dell’incontro, è stata quella proposta dal cardinale Silvano Maria Tomasi. Il cardinale di lunga data ha descritto un’umanità che si trova di fronte a un bivio: costruire una nuova ‘Babel tecnologica’, dove il potere, i dati e il controllo diventino idoli, oppure lavorare per una ‘nuova Gerusalemme’, dove la tecnologia sia al servizio della fraternità. “Il linguaggio della dissuasione è tornato a dominare le relazioni internazionali”, ha ammonito.

Nel corso dei dibattiti è stata ribadita la preoccupazione per una nuova corsa agli armamenti in cui l'intelligenza artificiale e le armi nucleari potrebbero rafforzarsi a vicenda.

Gestire l'intelligenza artificiale

Uno dei discorsi più attesi è stato quello di Juan Manuel Santos. Il premio Nobel per la pace ed ex presidente colombiano ha affermato che sarà impossibile garantire che l’intelligenza artificiale sia al servizio del bene comune senza una governance efficace basata sulla responsabilità, la trasparenza e lo Stato di diritto.

Muhammad Yunus è andato ancora oltre. Ha affermato che stiamo vivendo contemporaneamente la fine di una civiltà e la nascita di un’altra, e ha ricordato che le decisioni odierne determineranno il mondo che i giovani erediteranno.

È intervenuto anche Romano Prodi. In un mondo sempre più frammentato, ha avvertito, nessuna nazione potrà affrontare da sola sfide quali l’intelligenza artificiale, la sicurezza globale o il controllo di tecnologie sempre più potenti.

Da parte sua, Kerry Kennedy, che attualmente presiede l’organizzazione Robert F. Kennedy Human Rights, dedicata alla difesa dei diritti umani, figlia di Robert F. Kennedy, senatore ed ex procuratore generale degli Stati Uniti assassinato a Los Angeles il 5 giugno 1968, mentre era in campagna elettorale per la presidenza, ha chiesto “che nessun sistema automatizzato possa decidere in merito all’uso delle armi nucleari”, un’idea che è stata incorporata nella Dichiarazione di Roma attraverso la richiesta di un controllo umano effettivo su tali sistemi.

Una conversazione che risale a molto tempo fa

L'interesse del Vaticano per queste tematiche, ovviamente, non è nato questa settimana. Nel luglio dello scorso anno ha gettato le basi per questo incontro convocando una tavola rotonda internazionale sull'intelligenza artificiale, le cui riflessioni hanno portato alla stesura del documento La fratellanza nell'era dell'intelligenza artificiale, con la partecipazione di alcune delle voci più autorevoli del settore. Tra queste figurano Yoshua Bengio, Stuart Russell, Max Tegmark, Geoffrey Hinton, Yuval Noah Harari, Maria Ressa e altri esperti internazionali. 

Il punto di partenza è prendere coscienza del fatto che l’intelligenza artificiale può diventare un attore istituzionale: partecipare ai mercati, redigere contratti, influenzare le decisioni collettive e gestire sistemi complessi senza una comprensione umana completa. Proprio Harari, che in questi giorni è al centro dell’attenzione, sostiene che l’IA abbia iniziato a «hackerare il codice della civiltà umana» padroneggiando il linguaggio, il principale sistema operativo delle società umane. Insiste inoltre sul fatto che l’IA sia molto intelligente, ma non cosciente: «l’intelligenza non è la stessa cosa della coscienza». La domanda era essenzialmente la stessa che ha aleggiato in questi giorni a Castel Gandolfo: come garantire che l’intelligenza artificiale contribuisca a creare società più umane, più giuste e più inclusive.

Da Borgo al Campidoglio: la pace, una forma di intelligenza

La mattina del 16 luglio la situazione è cambiata. I dibattiti hanno lasciato la tranquillità degli uliveti per trasferirsi nella Sala Giulio Cesare del Campidoglio, cuore politico di Roma. Lì è stato firmato il Dichiarazione di Roma per una pace disarmata e disarmante nell'era dell'intelligenza artificiale, delle armi nucleari e dei sistemi autonomi, a conclusione dell'Assemblea tenutasi a Castel Gandolfo.

Il cardinale Baldassare Reina ha presentato la Dichiarazione come un appello alla responsabilità. Ha parlato della necessità di educare le nuove generazioni al pensiero critico, all’etica e alla responsabilità scientifica perché, come ha affermato, “la pace ha bisogno tanto della scienza quanto della coscienza”. Ha inoltre ricordato che ogni decisione tecnologica, politica o economica deve porre al centro la dignità della persona umana.

La Dichiarazione vuole essere un appello a favore della vita, della ragione, della fratellanza e della corresponsabilità. In un momento in cui la sicurezza sembra tornare a basarsi sulla minaccia e sulla deterrenza, Reina ha sostenuto che “la pace è una forma di intelligenza”.

Il premio Nobel per la Fisica David Gross ha lanciato un monito altrettanto chiaro: “È in gioco la nostra sopravvivenza”. E Sharon Stone, ambasciatrice del marchio – e strizzatina d’occhio alle richieste dei media – ha sintetizzato lo spirito della giornata affermando che “la dignità umana non è un algoritmo”, come conclusione finale dell’incontro.

Durante la conferenza stampa che è seguita, Omnes Ha chiesto come si potrà valutare, tra cinque anni, se abbiamo davvero compiuto progressi verso il futuro, se i principi proclamati a Roma si siano tradotti in fatti concreti; in definitiva: quali tre indicatori specifici utilizzerebbero per capire se l’IA sta rafforzando la dignità umana e non solo la produttività economica. Maria Ressa ha risposto che il criterio risiederà nelle persone: verificare se i cittadini ricevono informazioni più affidabili, se le democrazie ne escono rafforzate e se gli esseri umani conservano una reale capacità decisionale di fronte a sistemi sempre più influenti. Ha inoltre messo in guardia sul ruolo crescente dei chatbot e degli assistenti conversazionali. La questione, ha affermato, non sarà quanto sanno le macchine, ma se aiutano a pensare meglio o finiscono per pensare al posto nostro.

Nessuno si è recato al Borgo Laudato Si’ per parlare esclusivamente di algoritmi. Si è parlato di libertà, responsabilità, potere e futuro. Alla fine, l’immagine che rimane non è quella degli esperti né quella dei documenti firmati. È quella di menti brillanti riunite tra galline, pony, orti e ulivi per discutere del futuro della civiltà, pur riconoscendo che tutto inizia dalla cura di piccole realtà concrete.

Le macchine diventano sempre più intelligenti. Ma il futuro continuerà a dipendere da qualcosa di molto più antico di qualsiasi algoritmo: la capacità umana di discernere ciò che merita di essere protetto e messo al servizio del bene comune. Dopotutto, la grande domanda non è più cosa possa fare l’intelligenza artificiale. La domanda è un’altra: in che mani siamo?

L'autoreAlmudena Lago

Mondo

I vescovi francesi denunciano il voto che legalizza la «morte assistita» definendolo un «punto di svolta» nella storia del Paese.

I vescovi francesi criticano aspramente la “decisione radicale” presa dai legislatori francesi per legalizzare la “morte assistita”".

OSV / Omnes-17 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Con una votazione storica tenutasi il 15 luglio, l'Assemblea Nazionale ha legalizzato la morte assistita, comprese l'eutanasia e il suicidio assistito in determinati casi.

Il cardinale Jean-Marc Aveline di Marsiglia, presidente della conferenza L'episcopato ha deplorato il fatto che “i membri del Parlamento abbiano sancito nella legislazione francese la possibilità di causare la morte”.

“Questa decisione rompe con la lunga tradizione di assistenza volta ad alleviare la sofferenza e ad accompagnare ogni persona fino al naturale termine della propria vita”, ha affermato a nome dei vescovi.

Il comunicato, firmato dall’arcivescovo Vincent Jordy di Tours e dal vescovo Benoît Bertrand di Pontoise, vicepresidenti della Conferenza episcopale francese, ha esortato le istituzioni sanitarie cattoliche ad «astenersi da comportamenti chiaramente riprovevoli dal punto di vista morale, in contrasto con la dignità di ogni vita umana».

Per i vescovi francesi, “il 15 luglio 2026 segna una svolta importante nella storia del nostro Paese”.

L'Assemblea nazionale francese legalizza l'eutanasia con un voto

È la quarta volta, dal maggio 2025, che i deputati francesi votano a favore del disegno di legge che legalizza la «morte assistita». I senatori lo hanno respinto a larga maggioranza in tre occasioni e la percentuale di deputati che sostengono il disegno di legge è diminuita in modo significativo rispetto alla prima votazione, ma tale calo non è stato sufficiente a impedirne l’approvazione.

Il 15 luglio, 291 membri dell'Assemblea nazionale hanno votato a favore, mentre 241 hanno votato contro, con 29 assenti.

La legge autorizza il suicidio assistito e, in determinati casi, consente a un medico o a un infermiere di somministrare la sostanza letale, legalizzando così l'eutanasia in Francia. La normativa dovrà essere esaminata dal Consiglio costituzionale francese prima di entrare in vigore.

Il presidente Emmanuel Macron festeggia il risultato del voto

Il presidente francese ha accolto con grande entusiasmo il voto dell’Assemblea Nazionale, presentato come definitivo, in un post su X subito dopo la votazione. Emmanuel Macron aveva apertamente sostenuto questa legge. Infatti, aveva promesso di legalizzare l’eutanasia prima della fine del suo secondo mandato quinquennale.

“Nel 2022 mi sono impegnato a spianare questa strada insieme al popolo francese”, ha dichiarato il 15 luglio. “Quell’impegno è stato mantenuto”.

I vescovi hanno apertamente deplorato il fatto che il presidente Macron si sia schierato arbitrariamente a favore della decisione dell’Assemblea nazionale, nonostante le numerose polemiche che circondano questo disegno di legge.

“Il Presidente della Repubblica aveva annunciato un dibattito sereno, informato e rispettoso, ma è chiaro che considerazioni politiche, ideologiche e indubbiamente anche economiche, mascherate da retorica ingannevole, hanno vanificato questa aspirazione”, hanno affermato i vescovi.

“Una questione così fondamentale per il nostro contratto sociale meritava che si tenesse pienamente conto delle conseguenze umane, mediche, etiche e sociali dell’eutanasia e del suicidio assistito.”

I vescovi francesi mettono in guardia sulle conseguenze etiche e sociali

Per i vescovi, uno dei maggiori pericoli della legge risiede nel fatto che il principio secondo cui la morte può costituire una risposta medica alla sofferenza è entrato a far parte del patrimonio giuridico del Paese. La scelta di morire può quindi essere rivendicata come un diritto che potrebbe estendersi anche ad altri.

“L’esperienza di altri paesi dimostra che i criteri di accesso al suicidio assistito tendono sempre ad ampliarsi, a scapito delle cure palliative”, hanno sottolineato.

Nel frattempo, “gli effetti di tale legislazione non sono ancora stati valutati appieno, ma si stanno già facendo sentire”, hanno avvertito i vescovi. “Il nostro rapporto con la vulnerabilità, la vecchiaia, la disabilità e la malattia cambierà”, hanno aggiunto.

“I più poveri sono probabilmente i primi a subirne le conseguenze: per non diventare un peso per i propri figli o nipoti, gli anziani che vivono in condizioni precarie possono sentirsi costretti a morire”, hanno avvertito i prelati.

Gli operatori sanitari cattolici potrebbero trovarsi ad affrontare problemi legali

Per i vescovi, la preoccupazione più immediata e concreta al giorno d’oggi è che, se la legge entrasse in vigore, le strutture di assistenza — soprattutto quelle cattoliche — potrebbero trovarsi a dover affrontare azioni legali qualora si rifiutassero di consentire l’eutanasia o il suicidio assistito all’interno delle proprie strutture. Così come è formulata, la legge richiederà che il direttore del centro o del reparto autorizzi professionisti esterni a eseguire la procedura letale.

Pertanto, i vescovi hanno annunciato che «seguiranno da vicino i ricorsi al Consiglio costituzionale» annunciati prima della votazione.

Il Consiglio costituzionale francese riesaminerà la legge

Il 14 luglio, mentre la Francia celebrava il Giorno della Bastiglia — la festa nazionale più importante del Paese —, il primo ministro Sébastien Lecornu ha sorpreso molti annunciando che avrebbe fatto ricorso al Consiglio costituzionale affinché sottoponesse a revisione il testo di questa legge, alla quale si oppone personalmente. Ha giustificato questa ultima mossa adducendo come motivo la mancanza di accordo tra le due camere, l’Assemblea nazionale e il Senato. Alcuni giorni prima, il presidente del Senato, Gérard Larcher, aveva annunciato la sua intenzione di adottare la stessa misura.

Il Consiglio costituzionale può approvare il disegno di legge nella sua interezza, annullare alcune disposizioni o formulare riserve interpretative prima che Macron promulghi la legge. La consultazione richiesta dal primo ministro verterà, in particolare, sull’assenza di una clausola di obiezione di coscienza che consenta alle strutture sanitarie — come le residenze cattoliche gestite dalle Piccole Sorelle dei Poveri — di essere legalmente autorizzate a rifiutarsi di fornire servizi di «morte assistita» presso le proprie strutture.

In attesa dell’esito del ricorso in appello, i vescovi francesi hanno ribadito il loro appello ai cattolici francesi affinché «testimonino che esiste un’altra via: quella della presenza fedele e dell’attenzione che allevia la sofferenza fisica o psicologica, senza abbandonare mai nessuno».

Caroline de Sury scrive per OSV News da Parigi.

L'autoreOSV / Omnes

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Mondo

Il cardinale Sarah denuncia al Parlamento europeo la «colonizzazione ideologica» dell’Africa

Il cardinale ha spiegato come funziona il sistema di pressioni esercitate affinché i paesi africani accettino politiche contrarie alle loro culture.

Javier García Herrería-17 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Il cardinale Robert Sarah, prefetto emerito della Congregazione per il Culto Divino, ha tenuto il 15 luglio nella Sala SPAAK del Parlamento europeo una «Lectio magistralis» sui rapporti tra Europa e Africa, su invito del gruppo ECR (Conservatori e Riformisti Europei), in collaborazione con Sos Chrétiens d’Orient e Pro Vita e Famiglia.

In un discorso dal forte contenuto teologico e politico, il cardinale guineano ha posto una domanda che, ha affermato, è «decisiva per il futuro dei nostri due continenti»: «Riusciamo ancora a capirci?».

Una crisi del linguaggio e della ragione

Il fulcro dell’intervento è stata la denuncia di un progressivo svuotamento del vocabolario condiviso tra Europa e Africa. Sarah si è chiesta se parole come «diritti umani», «dignità», «sviluppo», «libertà», «salute», «genere» o «famiglia» «significhino ancora la stessa cosa per chi le pronuncia a Bruxelles, a Strasburgo, a Kampala o a Conakry».

Il cardinale ha preso come chiave di lettura una frase pronunciata da Papa Leone XIV a gennaio, davanti al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede: «Abbiamo bisogno che le parole tornino a esprimere in modo inequivocabile realtà certe. Solo così potrà riprendere un dialogo autentico e privo di malintesi». Partendo da questa citazione, Sarah ha sostenuto che la crisi attuale — geopolitica, dei diritti, del multilateralismo — è «alla radice, al di là del linguaggio: una crisi del logos, della ragione».

Secondo il cardinale, il dossier preparato per l’incontro mostra «con documentata chiarezza» come, nelle relazioni tra l’Unione Europea e l’Africa, «le parole siano oggi utilizzate non per rivelare la realtà, ma per nasconderla o addirittura per capovolgerla». Ha citato diversi esempi: si parla di «salute sessuale e riproduttiva» e si intende, ha detto, «l’accesso all’aborto»; si parla di «parità di genere» e si intende «la decostruzione della differenza sessuale tra uomo e donna insita nel corpo dell’essere umano»; si parla di «diritti umani» per i paesi africani e si intende «l’imposizione di categorie giuridiche estranee alla nostra storia, alla nostra fede, alla nostra cultura, alla nostra visione antropologica».

Per Sarah questo non è «un problema di semantica accademica», bensì «un problema politico, un problema di verità, di onestà nei rapporti umani». Un vocabolario ambiguo nei trattati e nelle risoluzioni, ha affermato, si trasforma in «strumenti di perversione e di potere silenzioso, di neocolonialismo culturale ed economico», poiché «chi controlla il significato delle parole controlla, di fatto, l’esito della negoziazione, senza che l’altra parte se ne renda conto». Il cardinale ha annunciato che avrebbe cercato di «fare luce» su questo fenomeno «alla luce del Vangelo e della ragione».

Il magistero di Benedetto XVI sul Logos

Sarah ha ricordato tre discorsi di Benedetto XVI — a Ratisbona (2006), al Collège des Bernardins di Parigi (2008) e al Bundestag tedesco (2011) — come una sorta di diagnosi preliminare di questa crisi. A Ratisbona, Benedetto XVI sottolineò che Dio agisce «con il logos», ovvero con la ragione e la parola al tempo stesso, e avvertì che una ragione «sorda» al divino «diventa incapace di inserirsi nel dialogo tra le culture». A Parigi, propose la via del cercare Dio e ha avvertito che «una cultura meramente positivista […] equivarrebbe alla capitolazione della ragione». Al Bundestag ha chiesto: «Come può la ragione ritrovare la propria grandezza senza scivolare nell’irrazionale?».

Colonizzazione ideologica, aborto, genere e autodeterminazione dei popoli

Nel prosieguo del suo intervento, il cardinale ha approfondito queste idee su diversi fronti specifici:

  • La «colonizzazione ideologica». Citando Papa Francesco —che coniò l’espressione a Manila nel 2015 («Stiamo attenti alle nuove colonizzazioni ideologiche […] che si insinuano in un popolo con un’idea che non ha nulla a che vedere con quel popolo»)—, Sarah ha sostenuto che categorie come SOGI (Orientamento sessuale e identità di genere) o CSRHE (educazione sessuale e riproduttiva inclusiva), ricorrono sistematicamente nei trattati e nei piani d’azione europei fino a costituire «un vero e proprio sistema».
  • Aborto e diritti riproduttivi. Il cardinale ha criticato le risoluzioni del Parlamento europeo del 2022 che chiedono di «dare priorità all’accesso universale all’aborto sicuro e legale» e ha citato le costituzioni del Kenya e dell’Uganda, che tutelano la vita fin dal concepimento, come esempio di «autodeterminazione dei popoli».
  • Genere e istruzione. Ha criticato l’Accordo di Samoa e il «Gender Action Plan III» dell’UE per aver imposto, secondo quanto da lui affermato, un«»educazione sessuale e riproduttiva inclusiva« e un approccio »gender-transformative« senza »una reale consultazione delle popolazioni interessate».
  • Il sistema di condizionalità europeo. Sarah ha descritto un meccanismo «a tre livelli» —normativo, giuridico-convenzionale e finanziario-commerciale— che, a suo avviso, elude il principio di autodeterminazione, citando come esempio la pressione esercitata sull’Uganda nel 2023 a seguito della sua legislazione penale.
  • Voci africane. Ha citato le testimonianze di funzionari africani che parlano di un «fatto compiuto» nei negoziati («Se non firmi, ci saranno delle conseguenze») e ha ricordato le parole del presidente ugandese Museveni alla conferenza di Entebbe (maggio 2025): «dovremo ritirarci da quell’assurdità e dire all’Unione Europea che non possiamo far parte di quell’iniquità».
  • Bilancio e appello finale. Il cardinale ha ribadito che la sua intenzione non è quella di rifiutare la cooperazione con l’Africa, ma di chiedere che «la cultura del potere» si trasformi in «civiltà dell’amore». Ha inoltre ricordato la sua ormai celebre immagine, formulata durante il Sinodo del 2015, in cui definiva l’ideologia di genere e il fondamentalismo islamico come due «bestie apocalittiche». Ha concluso chiedendo al Parlamento europeo «un atto di ragione»: verificare se le parole che pronuncia «onorino veramente la persona umana, la famiglia, la libertà dei popoli», avvertendo che, se non lo farà, «nessun trattato, per quanto ben scritto, potrà colmare la distanza che le ‘parole tradite’ avranno scavato» tra Europa e Africa.
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Evangelizzazione

Rafael Aita: «C'erano Inca che erano cattolici, parlavano spagnolo e latino ed erano alleati del re»

L'autore sfata i miti della "leggenda nera" in America, valorizzando l'eredità cattolica e le alleanze tra gli Inca e la Corona spagnola.

P. Manuel Tamayo-17 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Ingegnere di professione ma storico per vocazione, lo scrittore peruviano Rafael Aita —noto sui social come Capitano Perù— è diventato una delle voci più autorevoli e innovative nel campo della divulgazione storica in America ispanica. Attraverso opere di grande impatto come Gli Inca ispanici e di Gli Inca cattolici, Aita combatte la politicizzazione delle aule scolastiche e il radicamento della «leggenda nera», riportando alla luce le alleanze con le popolazioni indigene e il profondo processo di evangelizzazione che ha unito la Spagna e l’America.

In questa intervista, il collaboratore dell'acclamato documentario America spagnola ci invita a riscoprire un passato comune libero da pregiudizi ideologici, in cui figure come Santo Toribio de Mogrovejo hanno gettato le basi spirituali di mezzo continente.

Sei un ingegnere industriale e hai conseguito un master in gestione aziendale: perché ti sei dedicato, con grande impegno, alla scrittura di libri di storia??

–A causa del modo inadeguato in cui viene insegnata la storia nei nostri paesi. Chiunque ami il proprio paese, indipendentemente dalla propria professione, dovrebbe conoscerne la storia e la cultura; quando ho iniziato a farlo, ho riscontrato così tante incongruenze tra la storia riportata nei libri e quella che veniva insegnata, che mi è stato impossibile non affrontare l’argomento.

La storia del Perù è strettamente legata a quella della Spagna, che siamo soliti chiamare la “Madre Patria”. È alla Spagna che dobbiamo la religione e la cultura. Nei libri di storia viene dato questo riconoscimento??

–In molti libri sì, ad esempio c’è il grande storico peruviano José Antonio del Busto, che si è espresso pubblicamente contro la rimozione della statua di Francisco Pizarro dalla Plaza de Armas di Lima. Purtroppo, questi testi non vengono inseriti nel programma scolastico, che è estremamente politicizzato.

Da dove hanno origine le correnti anti-ispaniste? Sono contro la Spagna o contro la religione?

–All’inizio andavano di pari passo: la “leggenda nera” diffusa dall’Inghilterra o dai Paesi Bassi era accompagnata dalla guerra politica contro la Spagna, così come dallo scisma con la Chiesa cattolica. Oggi, invece, non è necessariamente così, e molti cattolici hanno fatto propria la “leggenda nera” contro la Spagna.

In cosa consistono quelle che vengono chiamate “leggende nere”?

–Si definisce come l’insieme di esagerazioni, manipolazioni, omissioni, travisamenti e distorsioni storiche volte a mettere in cattiva luce una sola parte, in questo caso quella spagnola e cattolica.

Vedo che hai scritto diversi libri, tra cui: “Gli Incas ispanici” e “Gli Incas cattolici”. Cosa intendi dire con questi libri?

–Già il titolo è di per sé dirompente, poiché molti ritengono che la cultura inca sia opposta a quella ispanica e incompatibile con quella cattolica, proprio perché non ci è mai stato spiegato che esistevano Inca che erano cattolici, parlavano spagnolo e latino ed erano alleati del re. L’intento di entrambi i libri è quello di sfatare questo pregiudizio.

Ho visto che sei apparso nel documentario “Hispanoamérica” di José Luis López Linares: qual è l’intento di quel documentario? È in linea con i tuoi libri?

–Non solo è sulla stessa linea, ma José Luis López Linares ha acquistato il mio libro *Los Incas Hispanos* per realizzare la parte dedicata al Perù. Ho avuto l’opportunità di girare a Cusco parte del documentario insieme a lui: è stata una delle esperienze di cui conservo i ricordi più belli.

Pensi che la storia che ci hanno raccontato in Perù non corrisponda alla verità?

–Durante la mia ultima conferenza in una parrocchia ho posto ai fedeli la seguente domanda: quanti indigeni furono giustiziati dal tribunale dell’Inquisizione? Le risposte variavano da centinaia a migliaia. Non riuscivano a crederci quando ho fornito loro il dato secondo cui furono giustiziate solo 32 persone e nessuna di loro era indigena. Stiamo parlando di un pubblico cattolico, assiduo frequentatore della parrocchia e che ha ricevuto incontri di formazione per decenni; ora immaginiamo cosa sia stato insegnato agli altri.

Mi sembra che la storia dei rapporti tra la Spagna e il Perù non dovrebbe essere definita “conquista”, né tantomeno “colonialismo”, ma piuttosto la storia dell’evangelizzazione?

–Esatto, e come ha detto Ramón Mujica Pinilla, la conquista del Perù avvenne più grazie alle alleanze che con la forza.

A che punto sono i progetti relativi a un nuovo gemellaggio tra la Spagna e l'America ispanica?

–Sebbene politicamente lontano, vedo che ogni giorno crolla un po’ di più l’impalcatura della leggenda nera, cosa necessaria prima di qualsiasi forma di unità. Dobbiamo prima essere uniti nel pensiero, e poi il resto ne sarà una conseguenza.

Papa Leone, durante la sua visita in Spagna, ha citato per tre volte San Toribio de Mogrovejo come uno dei suoi santi preferiti. Ritieni che San Toribio, in qualità di arcivescovo di Lima, sia stato la figura di riferimento o una figura di grande importanza per l’evangelizzazione dell’America ispanica?

–Naturalmente, Santo Toribio organizzò la struttura ecclesiale in Perù ed evangelizzò la popolazione, battezzando e conferendo la cresima a circa mezzo milione di persone. Ricordiamo che a quell’epoca il Perù si estendeva da Panama alla Patagonia, per cui possiamo tranquillamente affermare che metà del continente americano è cattolica grazie all’opera di San Toribio.


Intervista a Rafael Aita in televisione

L'autoreP. Manuel Tamayo

Sacerdote peruviano

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Cultura

Scienziati cattolici: Ricardo Cirera e Salse

Ricardo Cirera y Salse fu un astronomo gesuita che entrò nella Compagnia di Gesù nel 1880 e fondò l'Osservatorio dell'Ebro a Tarragona.

Ignacio del Villar-17 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Ricardo Cirera y Salse (Os de Balaguer, 1864 – Barcellona, 1932) fu un astronomo gesuita che entrò nella Compagnia di Gesù nel 1880. Sette anni dopo si trasferì nelle Filippine per lavorare come scienziato presso l’Osservatorio Meteorologico di Manila (Filippine), fondato dai gesuiti nel 1865. Lì, tra il 1888 e il 1894, assunse la direzione della sezione di geomagnetismo, riuscendo a realizzare la prima mappa magnetica delle Filippine e delle coste della Cina e del Vietnam.

Al termine di questo periodo tornò in Spagna per completare i suoi studi di teologia. Successivamente, nel 1899, fondò l’Osservatorio dell’Ebro a Roquetas, nella provincia di Tarragona (la stessa località in cui il collega gesuita Eduardo Vitoria avrebbe fondato il Laboratorio Chimico dell’Ebro).

Tuttavia, l’inaugurazione dell’Osservatorio fu rinviata fino al 1904 perché, tra il 1900 e il 1903, decise di visitare i principali osservatori d’Europa per poter decidere la linea di ricerca da seguire, che alla fine fu il rapporto tra l’attività solare e i fenomeni elettrici e magnetici sulla Terra, un argomento molto all’avanguardia per l’epoca. Un buon esempio di questa linea di ricerca furono le osservazioni sul magnetismo e sull’elettricità terrestri coordinate da Cirera nel 1905 in diversi punti della Spagna durante l’eclissi totale che ebbe luogo quell’anno.

Nel 1914 fondò inoltre la rivista Iberica, che è diventata una pubblicazione di riferimento nel mondo scientifico in Spagna e in Sudamerica.

Ma la sua attività scientifica si interruppe nel 1921, quando fu nominato procuratore generale della missione dei gesuiti a Bombay, carica che ricoprì fino al 1923. Contribuì inoltre alla promozione della Compagnia di Gesù, promuovendo nel 1925 il Padiglione delle Missioni dell’Esposizione Internazionale di Barcellona del 1929.

Infine, va sottolineato che Ricardo Cirera fu membro dell’Accademia delle Scienze e delle Arti di Barcellona dal 1904, oltre che di altre istituzioni scientifiche europee, e che nel 1914 ricevette la Gran Croce dell’Ordine di Alfonso XII.

L'autoreIgnacio del Villar

Università pubblica di Navarra.

Società degli scienziati cattolici di Spagna

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Evangelizzazione

Luis de la Fuente, l'allenatore della nazionale che smentisce Marx e Nietzsche

Il commissario tecnico spagnolo è diventato un cattolico di cui – perdonatemi l’audacia – è un piacere vantarsi.

Javier García Herrería-16 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

C’è sempre un rischio quando un personaggio pubblico parla della propria fede: quello di trasformarlo, quasi involontariamente, in un’icona da canonizzare, in un modello idealizzato che applaudiamo più per la sua fama che per il suo esempio concreto. È bene essere prudenti al riguardo. Ma nel caso di Luis de la Fuente, si può tranquillamente togliersi il cappello, perché ciò che sostiene l’applauso non è solo l’aneddoto mediatico, bensì una triade piuttosto rara: una dottrina ben compresa, solide virtù umane e un prestigio professionale conquistato con il duro lavoro.

Questa settimana, durante una conferenza stampa, ha chiarito che la sua vita di preghiera non dipende dal calendario sportivo: «Prego ogni giorno, ma non perché sto partecipando ai Mondiali», ha spiegato, precisando che non si aspetta nemmeno che ciò gli garantisca alcun risultato. 

«Rendo grazie ogni giorno, ogni volta che mi alzo», ha detto, per il semplice fatto di stare bene e di avere, secondo le sue parole, un giorno in più per godersi la vita. È una teologia senza pretese, quella di chi ringrazia prima di chiedere e che intende la fede come riconoscimento e non come transazione.

Alla domanda su cosa chiedesse a Dio prima di una partita decisiva, ha risposto che «sarebbe ingiusto chiedere a Dio di aiutare me e non l’avversario». In uno sport in cui è normale implorare la propria vittoria come se il cielo avesse i colori della maglia, quella frase è, semplicemente, una buona dottrina: Dio non è il dodicesimo giocatore di nessuno. L’unica cosa che De la Fuente chiede per sé è più discreta — «chiedo soprattutto la salute e che mi dia la possibilità di continuare a lottare» — perché il resto si capisce che si conquista sul campo.

È proprio qui che il discorso di De la Fuente si distanzia, senza volerlo, dallo scetticismo con cui Marx e Nietzsche guardavano ai credenti. Per il primo, la religione era soprattutto un conforto di convenienza, un analgesico che i deboli si somministravano per sopportare l’ingiustizia terrena senza cambiarla; per il secondo, la fede dell’uomo comune nascondeva un modo per ottenere una compensazione di fronte alla propria debolezza. 

In entrambi i casi, credere si riduceva a un’utilità mascherata: si prega perché conviene, perché dà sollievo o perché è una forma di vendetta. De la Fuente fa esattamente il contrario quando spiega che sarebbe ingiusto chiedere un vantaggio sul rivale e che la sua preghiera non cerca alcun risultato in cambio. La sua fede non funziona come uno strumento che gli procuri un beneficio, ma come gratitudine che non ha bisogno di ricompensa, il che smonta, almeno nel suo caso, la caricatura utilitaristica che entrambi i pensatori hanno proiettato sul credente medio.

Non c’è bisogno di canonizzare nessuno per riconoscere ciò che è evidente: ecco un cattolico coerente, laborioso e semplice, che non teme di rendere testimonianza di ciò in cui crede. Un cattolico di cui è un piacere vantarsi. E questo, indipendentemente dal fatto che la Spagna vinca o perda la finale, è già un esempio che vale la pena sottolineare.

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Autori invitatiLuis Miguel Bravo Álvarez

Gli occhi di Elena, un modo di comprendere il Battesimo

Il fatto che un bambino pianga mentre nella sua anima si sta compiendo un miracolo mi fa pensare che, forse, Gesù pianga di gioia ogni volta che si celebra un battesimo.

16 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Era un’oscurità nuova, penetrante. Era come affacciarsi a una notte inesplorata, come visitare un luogo conosciuto ma con la sensazione di farlo per la prima volta. Era come tornare a casa, ma senza esserci mai stati prima. Era come guardare uno specchio che non riflette, ma in cui ci si immerge.

È stata, senza dubbio, un’esperienza coinvolgente. Sono stati solo pochi secondi, ma sono successe tante cose. Era come vedere il mondo per la prima volta attraverso gli occhi di quella bambina che mi guardava per la prima volta.

Erano gli occhi grigi di Elena, che non so se rimarranno grigi con il passare degli anni. Ma quel grigio è già mio, è già impresso nella mia memoria, indimenticabile.

Se dovessi descriverli, direi che sono occhi abissali. Non solo perché sono grandi, ma perché evocano un abisso. Ti affacci e ti risucchiano: esercitano un fascino pieno di mistero.

Sorpresa, ammirazione, curiosità, trepidazione: un’immensa scala di grigi, un turbinio di sensazioni già provate in passato, ma mai come questa volta.

Misteri meditati

In pochi secondi ho riscoperto migliaia di cose, sorpreso dalla forza di grazia è stato guardare per la prima volta negli occhi la mia prima nipotina. Dico che ho reimparato perché, come dice il libro dei salmi, “un abisso chiama un altro abisso”: quegli occhi abissali mi hanno fatto pensare a tanti misteri già meditati, ma così ineffabili che non smetteremo mai di tornarci.

Ho pensato all’abisso di bellezza che è il Creatore, ho pensato a come sarebbero stati a quell’età − cinque mesi − gli occhi del Redentore, ho pensato che probabilmente il Regno dei Cieli appartiene a coloro che sono come bambini, perché sono la prova vivente che Dio fa nuove tutte le cose, e gli bastano due occhi di bambina per rinfrescare un cuore.

Figlia di Dio

Poche ore dopo, non ebbi altra scelta che svegliare Elena in modo brusco: versandole dell’acqua sulla testa. Aveva resistito molto bene alla Messa del suo battesimo, ma l’omelia di suo zio, che era sacerdote, probabilmente aveva contribuito ad anticipare il suo pisolino. Quando giunse il momento di battezzarla nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, Elena dormiva profondamente.

Fu l’unico momento di tutta la cerimonia in cui pianse: proprio nel momento in cui Dio la rese sua, in cui la trasformò in figlia di Dio. La poverina non poté fare altro che piangere, colta di sorpresa da quel risveglio così improvviso. E io, commosso nel vederla singhiozzare, un po’ contrito per aver contribuito al suo pianto, ma soprattutto grato a Dio, esultavo di gioia dentro di me al pensiero che il suo Battesimo fosse, letteralmente, una nuova nascita, lacrime incluse, come è normale quando si nasce.

Le lacrime di Cristo

E ora penso che l’acqua del Battesimo non solo evochi quella che sgorgò dal costato di Cristo, come ha interpretato per secoli la Chiesa, ma che forse, chissà, quell’acqua possa anche ricordarci le lacrime di Gesù, menzionate più volte nel Vangelo.

Riflettere sul paradosso che lei pianga mentre nella sua anima si sta compiendo un miracolo mi fa pensare che, forse, Gesù pianga di gioia ogni volta che si celebra un battesimo. E che siano proprio quelle lacrime di Cristo a purificare l’anima.

Una grazia divina

Per questo, guardare gli occhi grigi di Elena, quegli occhi abissali, è stata una grazia che difficilmente dimenticherò. Dio l’ha rinnovata attraverso l’acqua, e ha rinnovato me attraverso l’infinita scala di grigi di quel misterioso pozzo che era il suo sguardo. 

Sarà uno di quei ricordi che affioreranno all’improvviso e, senza preavviso, mi costringeranno a abbozzare un sorriso.

L'autoreLuis Miguel Bravo Álvarez

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Vaticano

La nuova voce della Santa Sede

La nomina di Montserrat Alvarado alla guida del Dicastero per la Comunicazione segna una pietra miliare storica per la Santa Sede e offre, al contempo, l’occasione per riflettere sul vero significato della comunicazione nella Chiesa: fare della comunione l’anima di ogni parola.

José María Díaz-Dorronsoro-16 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Ho saputo della nomina tramite un gruppo WhatsApp, che è il canale attraverso il quale qui a Roma arrivano immediatamente le notizie dalla Santa Sede. “Donna, messicana, sotto i quarant’anni e grande esperta di comunicazione ecclesiale”, riassumeva l’inviato. Montserrat Alvarado dirigerà a partire da novembre il Dicastero per la Comunicazione: la prima laica a capo di un “ministero” vaticano e la prefetta più giovane fino ad oggi. Mi sono ricordato che Joaquín Navarro-Valls All'epoca propose di essere sostituito da una donna laica. 

Raccontava lui stesso che, nel 1993, un giornalista inglese aveva scritto che a Giovanni Paolo II restavano, al massimo, quattro anni di vita. Il portavoce intervenne e disse, con quella sua eleganza da schermidore: “”A volte vengono pubblicate notizie che rispecchiano più i desideri di chi le scrive che la realtà». E la realtà, che non lesina sull’ironia, ha voluto che quel profeta morisse due anni dopo e che il malato terminale vivesse ancora per altri dodici anni. Comunicare la fede significa anche questo: correggere i desideri con i fatti, e sempre con il sorriso sulle labbra. 

Ora il desiderio di Navarro-Valls si trasforma fatto. Il Vaticano affida la propria voce a una laica, nata in Messico e con un nome che richiama una devozione mariana catalana. A me sembra una straordinaria incarnazione della cattolicità. La Chiesa non cerca propaganda; cerca una traduzione simultanea del Vangelo, e per questo è opportuno che ci sia qualcuno che parli, oltre a diverse lingue, quella lingua che permetta di ascoltare il suo messaggio.

Il resto lo spiega l’etimologia, che è la teologia degli umili: la comunicazione appartiene alla famiglia della comunione. Quando manca la seconda, la prima si trasforma in rumore. La sfida di Alvarado è formidabile, ma il compito è sempre lo stesso: che la migliore notizia della storia continui ad arrivare al momento giusto, anche in un gruppo WhatsApp.

L'autoreJosé María Díaz-Dorronsoro

Docente presso la Facoltà di Comunicazione Ecclesiastica della Pontificia Università della Santa Croce.

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Vangelo

La potenza di Dio è la misericordia. XVI domenica del tempo ordinario (A)

Vitus Ntube ci illustra le letture della XVI domenica del tempo ordinario (A), corrispondente al 19 luglio 2026.

Vitus Ntube-16 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Questa domenica proseguiamo con il metodo di insegnamento di Gesù su cui abbiamo riflettuto la settimana scorsa. Gesù continua a insegnare attraverso le parabole; infatti, come ci dice il Vangelo, “senza parabole non riusciva a comunicare loro nulla”. Attraverso questo metodo, il Signore invita i suoi ascoltatori a partecipare attivamente all’accoglienza della verità. 

Oggi, tuttavia, la nostra attenzione si concentra non solo sul metodo di insegnamento di Gesù, ma anche sul suo contenuto. Le letture ci rivelano la vera natura del potere divino. Gesù, che è il Signore, ci mostra com’è il vero potere. In un mondo che spesso associa il potere al dominio, alla forza o al controllo, Dio rivela che il vero potere si esprime, prima di tutto, nella misericordia.

Questo tema ricorre in tutte le letture di oggi. Nella prima lettura, tratta dal Libro della Sapienza, sentiamo queste parole suggestive: “E la tua maestà, più di ogni altra cosa, ti rende indulgente verso tutti. Ma tu, detentore del potere, giudichi con moderazione e ci governi con grande indulgenza”. Queste parole rivelano qualcosa di profondo sulla natura di Dio. L’onnipotenza divina non è dura né opprimente. Il suo potere si manifesta proprio nella sua pazienza, nella sua compassione e nella sua disponibilità a perdonare. 

La preghiera colletta della XXVI Domenica del Tempo Ordinario esprime magnificamente proprio questa verità: “O Dio, che manifesti la tua potenza soprattutto attraverso il perdono e la misericordia…” Il Vangelo ci presenta tre parabole sul Regno: il grano e la zizzania, il granello di senape e il lievito. Tuttavia, i discepoli tornano da Gesù particolarmente preoccupati per la parabola della zizzania tra il grano. Forse li inquietava la presenza del male, o forse erano sconcertati dalla pazienza del padrone del campo. I servi chiedono se debbano strappare immediatamente la zizzania. Ma il padrone risponde: “No, perché raccogliendo la zizzania potreste strappare anche il grano. Lasciateli crescere insieme fino al momento del raccolto".

Qui vediamo la saggezza e la pazienza di Dio. Il Signore non agisce con precipitazione. Nella sua misericordia, concede tempo per il pentimento. Offre spazio per la conversione. La pazienza di Dio non è indifferenza di fronte al male; è piuttosto il suo desiderio amorevole che i peccatori tornino a Lui e vivano.

San Josemaría Escrivá una volta utilizzò una bellissima immagine durante un viaggio in Argentina. Diceva che Dio non è come un cacciatore alla ricerca di una preda. È come un giardiniere che si prende amorevolmente cura dei propri fiori: li innaffia, li protegge e li cura con pazienza. E solo quando il fiore raggiunge la sua pienezza e bellezza, il giardiniere lo raccoglie. Allo stesso modo, Dio opera con pazienza nelle nostre anime finché non sono pronte per la vita eterna.

Vaticano

L’IOR, ovvero la «Banca Vaticana», avrà un nuovo direttore generale: Giovanni Boscia

Boscia subentra a Gian Franco Mammì, che va in pensione per raggiunti limiti di età dopo undici anni alla guida dell’Istituto per le Opere di Religione.

Redazione Omnes-15 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Il Istituto per le Opere di Religione (IOR) ha annunciato la nomina di Giovanni Boscia, finora vicedirettore generale, a prossimo direttore generale. Boscia assumerà l'incarico il 1° ottobre.

Tale nomina è stata decisa dal Consiglio di vigilanza dell’Istituto e approvata dalla Commissione dei Cardinali supervisori dello IOR.

Giovani Boscia, un profilo professionale «dall’interno»

Boscia non è nuovo alla cosiddetta «banca vaticana», di cui faceva parte già dal 2019. All’IOR, Boscia ha ricoperto i ruoli di direttore finanziario e CFO; nel 2021 ha assunto anche la responsabilità della gestione patrimoniale in qualità di direttore degli investimenti; e, dal 2023, ricopriva la carica di vicedirettore generale.

Secondo il comunicato diffuso dal IOR e resa nota dai media vaticani, la nomina di Giovanni Boscia «riflette una solida struttura di governo basata su una chiara distinzione tra gli organi di vigilanza, di governo e di gestione, e concepita per garantire trasparenza e stabilità».

Oltre al suo lavoro nel IOR; Boscia vanta trent'anni di esperienza nei mercati finanziari internazionali presso istituzioni quali Salomon Brothers, Citigroup, RBS e Credit Suisse First Boston. La sua carriera si è svolta principalmente a Londra, presso importanti banche d'investimento e in qualità di gestore senior di portafogli di fondi alternativi.

Prima di entrare a far parte dell’IOR, Boscia è stato direttore del settore Titoli a reddito fisso e Credito presso Quaestio Capital SGR. Si è laureato con lode presso l’Università Bocconi e ha conseguito un master in Finanza e un MBA Executive presso la London Business School.

Uno IOR «rinnovato e trasparente»

L’ex direttore generale dell’IOR, Gian Franco Mammì, ha auspicato che il suo successore «prosegua il percorso che abbiamo condiviso finora con unità, prudenza e lungimiranza, rimanendo fedele alla missione dell’Istituto».

Un percorso, secondo Mammí, in cui spicca «l’intenso ed esigente processo di rinnovamento e adeguamento alle normative internazionali del settore finanziario».

Il direttore uscente ha sottolineato di lasciare un «Istituto solido e trasparente, pienamente riconosciuto a livello internazionale» e ha voluto ringraziare i pontefici per la fiducia riposta nella sua gestione.

L'IOR

Denominato «banca vaticana», sebbene presenti alcune differenze operative rispetto alle istituzioni finanziarie tradizionali, l’IOR è l’unica istituzione autorizzata a svolgere attività finanziarie professionali nello Stato della Città del Vaticano.

A tal proposito, «offre ai propri clienti servizi bancari e di investimento, gestendo il patrimonio che le viene affidato in conformità con la Dottrina sociale della Chiesa cattolica e con i più elevati standard internazionali».

Attualmente conta oltre 12.000 clienti che appartengono alla Chiesa cattolica o lavorano al suo servizio, in più di 110 paesi in tutto il mondo.

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La «Critica della ragione pratica» di Immanuel Kant

Proseguimento della serie di articoli dedicati alle opere principali dei più importanti autori moderni e contemporanei, dopo le analisi su Cartesio, Locke e Hume.
 

Ignacio Sols-15 luglio 2026-Tempo di lettura: 9 minuti

Una versione più estesa di questo articolo è disponibile trovarsi qui.


A) Esposizione

Fu Alfred North Whitehead ad affermare che la filosofia occidentale non è altro che una serie di note a piè di pagina dei Dialoghi di Platone. Forse è un’esagerazione, ma credo che ai Dialoghi mancasse solo l’idea della Critica della Ragione Pratica, e che se mi fosse permesso di salvare solo due libri di filosofia in caso di naufragio, salverei i *Dialoghi* e la *Critica*.

Nella precedente Critica della Ragione Pura, La realtà di Dio non è stata esclusa, ma rimane una possibilità, poiché l’idea di Dio viene considerata come un apriorismo o un’idea pura della nostra ragione speculativa. Forse l’autore era consapevole che non avrebbe avuto vita abbastanza lunga per scrivere questa seconda critica, che controbatte l’apparente agnosticismo della prima, poiché annuncia la sua tesi nell’osservazione, verso la fine, secondo cui non è che questo sia il mio dovere perché Dio me lo comanda, ma piuttosto, poiché so che questo è il mio dovere, so che esiste un Dio e che me lo comanda.

Iniziamo questa seconda Critica partendo dall’ovvio, ovvero da ciò su cui tutte le scuole etiche concordano: la volontà tende al bene, ovvero chiunque agisca, lo fa per un bene, poiché persino un omicidio viene commesso perché la ragione, nel suo uso pratico, ha determinato la volontà dell’assassino presentandogli il possibile crimine come un bene.

Queste decisioni della nostra volontà nella ragione pratica possono essere massime personali – che non consideriamo un obbligo per tutti –, come ad esempio il proposito di fare ginnastica di prima mattina, oppure massime universali o norme morali, quelle che riteniamo vincolanti per tutti. Si tratta di una ragione pratica che è pura, cioè a priori e quindi universale, poiché fa parte della natura umana, dove “a priori” significa che è anteriore a qualsiasi disposizione concreta della nostra ragione pratica, come il proposito di fare ginnastica. E quando diciamo che è pura volontà, intendiamo dire che è presente come norma di tutte le nostre volontà concrete. 

I dettami della ragione pratica pura non sono dimostrabili, non possono essere dedotti da altre conoscenze precedenti, poiché, al contrario, ci servono come punto di partenza per dimostrare la moralità delle nostre azioni concrete.

Il più universale di questi dettami è l’imperativo categorico, quello che riassume la legge morale nella nostra coscienza come forma a priori delle nostre azioni, quella norma morale di cui tutte le altre sono concretizzazioni:

 "”Agisci in modo tale che il massimo della tua volontà possa valere sempre allo stesso tempo, come principio di una legislazione universale» 

In altre parole, fa“ che il tuo comportamento sia la norma universale. È la regola d’oro di Gesù, in cui sono racchiusi la legge e i profeti, ma in una versione filosofica che ne sottolinea l’universalità, poiché il ”come vorresti che gli altri agissero con te“ di Gesù equivale al ”come ritieni che tutti dovrebbero agire» nell’espressione kantiana.

Ad esempio, riguardo all’inganno: “ognuno sa che se si concede segretamente di ingannare, ciò non significa che permetta a tutti di ingannare, o che se si comporta senza affetto, senza che ciò si noti, non per questo deve subito avere tutti contro di sé con lo stesso atteggiamento. Se la massima dell’azione non è di natura tale da reggere la prova di poter essere una legge della natura in generale, è moralmente insostenibile. Così giudica anche l’intelletto più comune, poiché la legge della natura sta sempre alla base di tutti i suoi giudizi, anche dei più banali”.

La domanda che sorge immediatamente dopo è: perché la legge morale è vincolante? Ogni uomo lo sa: perché è il mio dovere. La sua forza coercitiva si basa sul sentimento: un inesorabile sentimento di disprezzo verso se stessi se si agisce contrariamente al proprio dovere, e un sentimento altrettanto inesorabile di rispetto verso gli altri quando adempiono al loro: “Di fronte a un uomo di condizione umile e ordinaria in cui percepisco una rettitudine di carattere in misura di cui non ho coscienza in me stesso, inclinerò il mio spirito, che lo voglia o no, e questo anche se tenessi alta la testa per ricordargli la mia superiorità (…) Il rispetto è il tributo che non possiamo negare al merito, che lo vogliamo o no”. Quest’ultima precisazione – “che lo vogliamo o no” – è proprio la ragione per cui si tratta di un apriorismo della volontà.

Si ripropone la questione che storicamente ha contraddistinto i sistemi etici in filosofia: quale sia il Bene Supremo, ovvero quale sia l’obiettivo finale delle azioni degli uomini, se la ricerca della virtù o la ricerca della felicità. Epicuro, tre secoli prima di Cristo, rispose che l’uomo tende o deve tendere alla felicità, ma non per questo sminuì l’importanza della virtù, poiché riteneva che la vita virtuosa fosse il modo per raggiungere la felicità. Subito dopo, gli stoici videro nella virtù il fine ultimo, il Bene Supremo a cui l’uomo deve tendere, mentre la felicità rimaneva una conseguenza – una sorta di ricompensa della natura – di una vita virtuosa.

Immanuel si opporrà con forza a entrambe le scuole di pensiero, negando l’equazione da esse sostenuta secondo cui “vita virtuosa = vita felice”, e a tal fine cita l’esempio di un cortigiano di Enrico VIII. Il re gli chiese di testimoniare falsamente contro Anna Bolena, per poterla così condannare al patibolo e sposare Jane Seymour. Il cortigiano non acconsentì, e il re si vendicò trovando persone che testimoniarono falsamente contro di lui con prove di tale realismo che persino i suoi stessi familiari le credettero. Salendo i gradini del patibolo, quel cortigiano avrebbe ritenuto di aver agito con virtù? Sì, senza dubbio. Avrebbe considerato felice la propria vita? Senza dubbio no, e questo dimostra che la virtù non porta sempre alla felicità. Ma avrebbe salito i gradini “soddisfatto di sé stesso”, e avrebbe ripetuto la sua azione. (Emily Dickinson: “La mia anima – mi accusava – ed era un tormento / come se lingue di diamante mi insultassero. / Tutti gli altri mi accusavano – e io sorridevo – / La mia anima – quella mattina – era mia amica –“)

È così che Kant ritiene che sia gli epicurei che gli stoici, equiparando virtù e felicità, abbiano perso la consapevolezza di Dio e dell’immortalità dell’anima, quella che l’uomo riceve nella sua coscienza del dovere e nel suo intimo desiderio di felicità. È così che, nella ragione pratica, Kant recupera la consapevolezza intima della realtà di Dio, di un Dio che stabilisce le leggi e ricompensa il nostro libero agire, nei confronti del quale siamo moralmente responsabili: il Dio della religione. Questo spiega perché Dio, la libertà (causalità) e l’immortalità rimangano solo come possibilità quando, nella precedente critica, trattò della ragione speculativa: “Non posso, infatti, accettare Dio, la libertà e l’immortalità a sostegno del necessario uso pratico della mia ragione senza privare, al contempo, la ragione speculativa della sua pretesa di conoscenze esagerate (…) Ho dovuto quindi eliminare il sar per fare spazio alla fede” (il sottolineato è dello stesso Kant).

 “Lasciare spazio alla fede”: ecco perché Dio è apparso solo come idea a priori nella nostra mente, in una Critica della ragion pura in cui non è stato detto nulla sulla sua realtà, né nulla in suo sfavore; è rimasta solo come una possibilità. Lo stesso vale per le nozioni di Io e Mondo, e per quell’interazione tra entrambi che è la causalità: il mondo provoca le impressioni che danno inizio alla mia conoscenza di esso, e io sono la vera causa, e quindi responsabile della mia azione sul mondo, e di conseguenza moralmente responsabile. Pertanto, anche la libertà era rimasta una mera possibilità nella precedente Recensione e viene ora recuperata nella Critica della ragione pratica. 

E giunto a questo punto, il pio prussiano si chiede se la natura non abbia agito da matrigna nel presentarci la realtà di Dio e dell’immortalità dell’anima solo nell’azione, lasciandole fuori dalla portata della nostra ragione speculativa. Risponde in modo approfondito che essa ha agito piuttosto come una madre provvidente, poiché altrimenti il motore delle nostre azioni sarebbe stato il desiderio della ricompensa, anziché il nobile e disinteressato senso del dovere. 

Questa etica del tutto nuova e prodigiosa, che ha caratterizzato il meglio dello spirito tedesco – non certo promotore del nazionalsocialismo, ma lo spirito che ha dovuto subirlo – si conclude con una “metodologia della ragione pratica” estremamente stimolante per il nostro lavoro di educatori. Essa osserva che tutti noi nutriamo un innato interesse per la morale (ci addormentiamo durante un discorso sull’etica, ma non appena viene citato un caso pratico ci risvegliamo, poiché questo sì che interessa a tutti). La metodologia, quindi, per educare la ragione pratica, non deve consistere nell’insegnare cosa è morale e cosa non lo è – poiché questo il giovane lo sa già – ma in racconti dal contenuto morale. Così, ad esempio, quel racconto su re Enrico, Anna Bolena e il cortigiano, in cui il giovane che lo ascolta scopre – senza che nessuno debba dirglielo – dove sta il bene e dove il male, dove l’eroismo e dove l’ignominia, e lo imprimerà fin da subito nel proprio cuore.

L'opera giunge al termine. Al lettore che ha letto quella Critica della Ragione Pura dove è stata valutata la sua conoscenza del mondo esterno e delle sue leggi, e che ora ha letto questo Critica della Ragione Pratica È proprio a questo mondo interiore e alla comprensione delle sue leggi che Immanuel Kant rivolge le sue indimenticabili parole conclusive: 

“Due realtà riempiono l’animo di un’ammirazione e di un rispetto sempre nuovi e crescenti, tanto più quanto più spesso e attentamente la riflessione si sofferma su di esse: sopra di me, il cielo stellato; dentro di me, la legge morale”.

B) Critica

È difficile criticare l’unico libro di filosofia sulle cui pagine si sono versate le proprie lacrime, ma, come Socrate in quel discorso sull’Amore alla fine del Simposio, non tralascerò ciò che trovo di negativo in essa – ciò equivarrebbe a elogiarla, mentre qui si cerca solo la verità –, né tralascerò gli aspetti positivi, come se volessi prendere le distanze dall’onestà del filosofo tedesco.

Per cominciare, diciamo che la proposta avanzata da Kant di accedere alla divinità, all’immortalità dell’anima e a quella libertà per la quale siamo moralmente responsabili, attraverso un nuovo percorso filosofico essenzialmente diverso da quelli considerati nel pensiero antico e nella Scolastica. Al di là dell’accesso a Dio attraverso l’essere e l’ordine che troviamo in natura, ci troviamo di fronte alla conoscenza che abbiamo di Lui nell’ordine morale. La via seguita fin dall’antichità era stata la versione filosofica di Romani 1, 20: ”Quando i pagani, privi della Legge, adempiono naturalmente i precetti della Legge, questi uomini, pur non possedendo la Legge, rimangono nella legge”. Essi dimostrano la realtà di questa legge inscritta nel cuore, confermata dalla testimonianza della loro coscienza, così come dai giudizi interiori di approvazione o di lode che gli uni esprimono verso gli altri” La via che ora Immanuel Kant introduce nella filosofia sarà invece un’eco di Romani 2, 14-16: ”Quando i pagani, privi della Legge, osservano naturalmente i precetti della Legge, questi uomini, pur non possedendo la Legge, rimangono nella legge. Essi dimostrano la realtà di questa legge scritta nel cuore, confermata dalla testimonianza della loro coscienza, nonché dai giudizi interiori di approvazione o di lode che gli uni esprimono sugli altri, e così sarà nel giorno in cui, secondo il mio Vangelo, Dio giudicherà le cose segrete degli uomini, per mezzo di Gesù Cristo».

Ma non posso tacere che per la filosofia si è rivelato devastante il fatto che Kant – con un evidente orientamento luterano – abbia dichiarato che le realtà di Dio, del mondo e di sé stessi come inaccessibili alla ragione speculativa, apparendo in essa come idee pure o preconcette della ragione, non come qualcosa di cui ci dia notizia la realtà esterna. Si potrebbe obiettare che ciò non sia importante, poiché Kant recupera queste realtà nella ragione pratica, ma non si tratta di un gioco a somma zero tra positivo e negativo: ciò che rimane alla fine del suo percorso filosofico è che l’essere appare sul terreno della volontà, per cui la volontà finisce per occupare il posto dell’essere. Questo sarà il gesto implicito nei filosofi contemporanei che lo seguiranno, quando Schopenhauer vedrà il mondo come volontà – essendo la volontà ciò che si rappresenta nella conoscenza –, quando Marx dirà che il mondo non va spiegato ma trasformato, e quando Nietzsche si libererà della filosofia per abbracciare la volontà di potenza.

Intorno alla concezione kantiana della legge morale come apriorismo della volontà – la legge inscritta nei nostri cuori, secondo la citazione paolina – è emersa una divisione tra gli attuali interpreti del tomismo, a seconda che considerino l’Aquinate più vicino all’antico Aristotele o al moderno Kant. I tomisti più aristotelici sostengono che la legge naturale risieda nell’essere – da cui il suo nome, poiché è nella natura – e che noi la riconosciamo quando conosciamo l’essere, come ciò che conviene all’ordine naturale delle cose, essendo questa la guida del nostro discorso morale. I più vicini a Kant, invece – in genere i tomisti di origine tedesca – considerano tale posizione pagana e lontana dallo spirito del passo di Romani 2, 14-16. Per loro, Tommaso parla di legge naturale perché essa è insita nella natura umana come una luce che illumina ciò che conosciamo, per farci vedere la sua ragione o specie morale (così come l’intelletto agente illumina ciò che percepiamo per renderlo “specie intelligibile”). A sostegno di ciò citano la Somma Teologica, 1-2, questione 94, articolo 2:

“Molti dicono: “Chi ci mostrerà il bene?“” E in risposta a questa domanda, [il Salmo 4,6] dice: «La luce del tuo volto, Signore, è rimasta impressa nelle nostre menti», come se la luce della ragione naturale, grazie alla quale distinguiamo il bene dal male – tale è lo scopo della legge naturale –, non fosse altro che l’impronta della luce divina in noi. È quindi evidente che la legge naturale non è altro che la partecipazione della legge eterna nella creatura razionale.  

La commissione teologica internazionale è intervenuta sulla questione dando ragione in parte a entrambe le interpretazioni del tomismo: ricorda la distinzione tra norme morali primarie e secondarie, ovvero tra i dettami generali della coscienza e quelli più particolari in cui la coscienza deve determinare la ragione morale di situazioni concrete. Le prime sarebbero, sì, l’innato della legge morale impressa nei nostri cuori, ma per le seconde dovremmo ragionare sulle applicazioni concrete di tali dettami generali, poiché non esiste un Jiminy Cricket nella nostra coscienza che ci dica in ogni momento cosa dobbiamo fare, senza che dobbiamo fermarci a riflettere. 

L'autoreIgnacio Sols

Università Complutense di Madrid. SCS-Spagna.

Per saperne di più

Che sfacciataggine!

"La sfacciataggine è ormai diventata una professione. Il successo dell'individualismo è dimostrato dal fatto che ormai nessun atto, per quanto vergognoso possa essere, ti mette in pericolo, perché ci sarà sempre un gruppo pronto a sostenerti incondizionatamente e persino a pagarti per questo".

15 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Non so se scrivere questo articolo o meno. Mi vergogno di fare una gaffe, mi vergogno di avere torto e di espormi pubblicamente, mi vergogno di non esprimermi bene o di non farmi capire. Mi vergogno di parlare della vergogna e di dire che non ne rimane più traccia.

Sembrerò un vecchio se parlo di un sentimento che, per molti, è servito solo alla repressione e al controllo della morale pubblica? O sarà necessario superare l’imbarazzo di parlare di un argomento di cui ormai nessuno parla più per vergogna, anche solo affinché lo storico che mi leggerà nel secolo a venire sappia che c’era una cerchia che credeva ancora nella sua funzione sociale?

Gli antropologi sostengono che la vergogna abbia una chiara origine evolutiva e che, grazie ad essa, la specie sia sopravvissuta per centinaia di migliaia di anni. Il motivo è semplice: l’essere umano è un essere sociale e, al di fuori del gruppo, la sua sopravvivenza è molto complicata, le possibilità di sopravvivere diminuiscono drasticamente. Pertanto, un comportamento antisociale, come un affronto al gruppo, un inganno o una mancanza di rispetto, comporterebbe l’esilio e la morte quasi certa dell’individuo, che non potrebbe più contare sulle risorse e sulla protezione del gruppo. I più adatti sarebbero coloro che, in modo naturale, quasi istintivo, saprebbero non esporsi al giudizio negativo del gruppo, mantenendone così l’unità e aumentando il suo tasso di sopravvivenza. Che ciò faccia parte della natura umana lo vediamo nei bambini piccoli. Non appena raggiungono l’età per rendersi conto di non essere gli unici esseri nell’universo, ma di vivere in comunità, si rifugiano tra le braccia dei genitori e abbassano la testa quando si sentono al centro dell’attenzione di fronte a un gruppo di adulti che non conoscono. Piuttosto che esporsi al giudizio negativo del gruppo, è meglio fuggire o nascondersi.

La vergogna è sgradevole per le persone normali. Tanto che – sicuramente vi sarà capitato – dopo una caduta accidentale in pubblico, ci preoccupa di più l’aver fatto brutta figura che la gravità della ferita che potremmo aver riportato. Tutti minimizziamo esageratamente la caduta mentre cerchiamo di ricomporci nel modo più dignitoso possibile, con un sorriso sulle labbra, e scappiamo via di corsa mentre nascondiamo con eleganza la momentanea zoppia. 

Ma quel senso di vergogna che provavano le persone normali, se ci fate caso, si è perso poco a poco in Occidente. Non so se sia iniziato con quei programmi di video amatoriali in cui la gente inviava senza vergogna le proprie cadute e i propri incidenti, ma il fatto è che i social sono ormai pieni di sfide assurde in cui la gente si espone a ogni genere di cadute o torture al solo scopo di far ridere la gente. C’è anche chi trae profitto dall’esibire sui social le proprie vergogne di ogni tipo (fisiche o sentimentali) con totale disinibizione. Possiamo affermare con certezza che la sfacciataggine è ormai diventata una professione. Il successo dell’individualismo è dimostrato dal fatto che ormai nessun atto, per quanto vergognoso possa essere, ti mette in pericolo, perché ci sarà sempre un gruppo pronto a sostenerti incondizionatamente e persino a pagarti per questo.

Una società frammentata come la nostra perde la capacità di reagire, di protestare collettivamente, e ormai accettiamo tutto senza battere ciglio. 

Di questo approfittano i governanti che ormai mettono in mostra, senza alcun pudore, i loro intrighi e le loro corruzioni, sapendo bene che nessuno li caccerà via perché hanno il loro «gruppo» che copre le loro vergogne. Il massimo esponente di questa «nuova politica» è il presidente degli Stati Uniti che, tra le tante altre cose, ha raccontato, con grande sfacciataggine, come è riuscito a barare ai Mondiali. Non c’è più nemmeno bisogno di nascondersi quando si fa qualcosa di indegno, ce lo raccontano in conferenza stampa. E che dire della situazione del governo spagnolo, circondato da casi di corruzione ai livelli più alti? Vedete facce preoccupate? Che espressione avreste voi se foste colti in quella stessa situazione? Non direste forse «che la terra mi inghiottisca»? Persino tra i cristiani c’è chi ostenta la propria superbia ideologica, per nulla evangelica, senza curarsi minimamente di essere espulsi dalla famiglia e dello scandalo contro cui Gesù ci ha messo in guardia con tanta serietà. E lo fanno in modo pubblico e provocatorio. Bisogna proprio avere una bella faccia tosta!

Io, tuttavia, resto dalla parte di coloro che provano ancora un senso di vergogna. Con coloro che, con umiltà, riconoscono di poter sbagliare, riconoscono l’autorità del gruppo a cui appartengono e chiedono perdono quando loro o chi dipende da loro commette un errore. Anche quando le colpe sono state commesse molti anni o secoli fa. Lo hanno fatto gli ultimi papi di fronte ai casi di abusi di ogni tipo. Con il loro atteggiamento coraggioso sottolineano ciò che conta: che il bene comune è superiore a quello dell’individuo (senza annullarlo) e che non siamo figli unici, ma fratelli, figli dello stesso Padre che vede ogni nostra azione. Sono loro a farmi perdere il timore di dirlo forte e chiaro: che vergogna!

L'autoreAntonio Moreno

Giornalista. Laurea in Scienze della Comunicazione e laurea in Scienze Religiose. Lavora nella Delegazione diocesana dei media di Malaga. I suoi numerosi "thread" su Twitter sulla fede e sulla vita quotidiana sono molto popolari.

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La «Critica della ragione pratica» di Kant

Prosegue la serie di articoli dedicati alle opere principali dei più importanti autori moderni e contemporanei, dopo quelle dedicate a Cartesio, Locke e Hume.

Ignacio Sols-15 luglio 2026-Tempo di lettura: 28 minuti

Una versione più breve di questo articolo può trovarsi qui.


«La mia anima» – mi rimproverò – «E io mi scoraggiai» –

Come le «Lingue di diamante» avevano inveito

Tutti mi accusavano – e io sorridevo –

La mia anima – quella mattina – era mia amica –

Il suo favore — è il miglior disprezzo

Verso l’artificio del tempo – o degli uomini —

Ma il suo disprezzo… sarebbe più facile da sopportare

Un dito di fuoco smaltato—

Emily Dickinson

(La mia anima — mi accusò — ed era un tormento —

come se lingue di diamante si fossero ribellate.

Tutti gli altri mi accusavano — e io sorridevo —

La mia anima —quella mattina— era mia amica—

Il suo favore — è il miglior disprezzo

verso l'artificio del tempo — o degli uomini —

Ma il suo disprezzo — preferirei sopportare

un dito di ferro incandescente— )

“Agisci in modo tale che la massima della tua volontà possa valere in ogni momento anche come principio di una legislazione universale”. Immanuel Kant

(Agisci in modo tale che le massime della tua volontà fungano al tempo stesso da principio di una legge generale)


A) Esposizione 

È un luogo comune in filosofia che chiunque agisca, anche chi commette il crimine più grave, lo faccia per un bene, cioè per qualcosa che, in qualche modo, ha inteso – a torto o a ragione – come un bene per sé.  La questione morale non è, quindi, se tendiamo o meno al bene – cosa indubbia – ma a cosa attribuiamo la ragione del bene, cioè a cosa la nostra ragione, nel suo uso pratico, presenta alla volontà come un bene proprio (l’uso pratico della ragione si contrappone al suo uso speculativo, cioè all’uso mediante il quale ci limitiamo a conoscere la verità delle cose, senza alcun riferimento a come dobbiamo agire su di esse. La sottile distinzione tra ragione pratica e volontà è piuttosto tomista. In vari passaggi del libro di Kant risulta chiaro che per questo filosofo “ragione pratica” è sinonimo di “volontà”)

Le determinazioni della nostra ragione, nel suo uso pratico sulla nostra volontà, sono di due tipi: possono essere massime personali, cioè risoluzioni che adottiamo come nostri modi di agire (Kant cita come esempio la massima di lavorare e risparmiare in gioventù per non soffrire la miseria nella vecchiaia); oppure possono essere norme morali che possiamo anche chiamare leggi morali, poiché sono universali: sono quei modi di comportarsi con cui la nostra ragione pratica ritiene che ogni persona debba agire. Queste sono, quindi, astratte e a priori, vale a dire che non si tratta del desiderio di qualcosa di concreto e conosciuto nella nostra esperienza, ma di una determinazione con cui la ragione pratica orienta la nostra volontà verso un modo di agire in generale. La loro stessa forma, grazie alla quale possono essere proposte come principio di una legislazione universale, le rende, di per sé, leggi pratiche, e la libertà di questa volontà pura risiede nella sua indipendenza dalle condizioni materiali che differenziano gli individui tra loro. Si tratta quindi di ragione pratica pura, ovvero precedente a qualsiasi ordinamento concreto della nostra ragione pratica. È una volontà pura in noi, nel senso che è una norma che deve ordinare le nostre volizioni concrete. I dettami di questa ragione pratica pura non sono dimostrabili, nel senso che non possiamo dedurli da altre conoscenze precedenti, ma, al contrario, ci servono come punto di partenza per dimostrare la moralità di azioni concrete.  

Il più universale di questi precetti è quello che Kant definisce “Legge fondamentale della ragione pratica pura”, ovvero la prima legge morale che la nostra coscienza ci impone come imperativo categorico, cioè senza alcuna dimostrazione, ma, al contrario, da essa si possono dedurre tutte le altre leggi morali, al punto che essa può essere considerata la forma di qualsiasi legge morale:

“Agisci in modo tale che il massimo della tua volontà possa valere sempre, al tempo stesso, come principio di una legislazione universale»

In altre parole, agisci in modo che il tuo comportamento possa essere proposto come norma universale, o, in parole povere: come ritieni che tutti dovrebbero comportarsi. Per renderci l’idea, osserviamo che non è altro che un altro modo di formulare quella regola d’oro nella quale, secondo Gesù, si riassumono la Legge e i Profeti: “Fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te”. Infatti, questa regola d’oro si ritrova, tale e quale, nell’insegnamento morale di tutte le grandi religioni, tanto da essere considerata la forma di ogni norma morale. San Girolamo lo spiega molto bene: “La giustizia è il giudizio di Dio che scrive nel cuore del genere umano: ciò che non vorresti ti fosse fatto, non farlo tu agli altri”.  Chi non sa che l’omicidio, l’adulterio, i furti e ogni sorta di cupidigia sono il male che non vorremmo ci fosse inflitto? Se non sapessimo tutti che queste cose sono cattive, nessuno si lamenterebbe quando gliele fanno»

Tuttavia, Kant, ovviamente, espone questo principio in modo tale da riflettere il più possibile l’universalità della norma, poiché l’universalità è un tema fondamentale in tutto il pensiero kantiano. Infatti, quando mi chiedo se vorrei che quel modo concreto di agire fosse il modo in cui gli altri agissero sempre nei miei confronti, ciò che in realtà mi sto chiedendo è se vorrei che tutti gli uomini, e sempre in generale, agissero in quel modo. La risposta che diamo a questa domanda costituisce la moralità di tale azione.

Riguardo al modo in cui questa legge morale prima e generale funge da modello per tutte le altre, Kant afferma che, quando ci chiediamo se una norma di comportamento sia universalizzabile, ciò che in realtà ci chiediamo è se il fatto che tutti agissero in quel modo distruggerebbe la natura stessa dell’agire umano, ad esempio il fatto che tutti mentissero sistematicamente. Non c’è dubbio che ciò distruggerebbe le nostre relazioni. La società stessa degli uomini sarebbe impossibile. La menzogna è, quindi, immorale.

“Come! Ma sì...» ognuno se si permettesse di ingannare quando ritiene di trarne un vantaggio, o si ritenesse autorizzato ad abbreviare la propria vita non appena ne prova un totale disgusto, o guardasse alla miseria altrui con totale indifferenza e tu facessi parte di una società del genere, ti troveresti in essa di tua spontanea volontà?  Ora, ognuno sa che se si concede segretamente di ingannare, ciò non significa che permetta a tutti di ingannare, o che se si comporta senza affetto, senza che ciò si noti, non per questo deve avere subito tutti contro di sé in quella stessa disposizione… Se la massima dell’azione non è di natura tale da reggere la prova di poter essere una legge della natura in generale, è moralmente insostenibile. Così giudica anche l’intelletto più comune; poiché la legge della natura sta sempre alla base di tutti i suoi giudizi, anche dei più ordinari…” 

Pertanto, non è che la legge morale ci dica cosa è bene o cosa è male, né che tenda verso il bene o verso il male, ma piuttosto che è bene o male ciò che la coscienza, nel suo giudizio morale, ci impone o ci ordina di rifiutare, ordinando così la nostra molteplicità di desideri.  

E qual è il motivo per cui la legge morale mi obbliga? Ogni uomo lo sa: perché è mio dovere. La sua forza coercitiva consiste nel fatto che, se agissi diversamente, non potrei evitare in me stesso il sentimento di disprezzo verso me stesso. Il dovere costringe la ragione come un’approvazione o una disapprovazione di noi stessi, a seconda di come agiamo; come un sentimento, sì, ma non di piacere, bensì un sentimento di rispetto di fronte a un certo modo di comportarsi, di fronte a un esempio che ha carattere universale e umilia l’egoismo particolaristico di altri comportamenti. È il comportamento che, visto negli altri, anche nelle persone di condizione più umile, forse nei propri subordinati, suscita persino nel più potente un sentimento, forse inconfessato, di rispetto. È l’inevitabile rispetto che ci merita l’universalità che cogliamo in quel modo concreto di agire: è così che tutti, e anch’io, dovremmo agire.  È il rispetto innato verso quell’universalità che i nostri comportamenti meschini e interessati non riescono a raggiungere, comportamenti che osiamo sì mettere in atto, ma che non oseremmo mai proporre come universali, né proporre che gli altri facessero lo stesso con noi. È l’intima umiliazione del potente che non può fare a meno di riconoscere, nel profondo del suo cuore, e forse suo grande dispiacere, la superiorità di un’azione che non può fare a meno di ammirare, mentre allo stesso tempo disprezza se stesso. 

In effetti, non tutti riusciamo a raggiungere la felicità, ma tutti possiamo adempiere al nostro dovere: “Soddisfare il precetto categorico della moralità è alla portata di chiunque; soddisfare invece il precetto empirico e condizionato della felicità è raramente possibile, e anche in tal caso solo per quanto riguarda un unico intento” 

Kant esprime tutto ciò anche in termini più filosofici – e chi lo capisce lo capisca – ma senza aggiungere molto di più a quanto già espresso in questi termini semplici. Ricordiamo che egli aveva precedentemente affermato, nella sua Critica della ragione speculativa, che la nostra conoscenza speculativa si realizza attraverso forme a priori della nostra stessa facoltà di conoscere, forme che sono quindi universali, valide per tutti, poiché tutti possediamo la stessa facoltà di conoscere.  Sono “a priori” perché non sono ottenute da alcuna esperienza, ma sono innate in noi, e sono “forme” perché costituiscono in qualche modo la forma – o meglio “danno forma” – di ogni esperienza. Nell’ambito della conoscenza sensibile, ovvero della conoscenza tramite immagini o intuizioni, queste forme a priori, che devono quindi essere chiamate intuizioni pure, sono lo spazio e il tempo;  nell’ambito dell’intelletto, cioè della conoscenza per concetti, le forme a priori di tale facoltà, o concetti puri, sono ciò che la filosofia aveva finora chiamato categorie, ovvero modi di predicare (kategorein = accusare, dire qualcosa di qualcuno o di qualcosa);  tra queste vi era la categoria filosoficamente principale della causalità, baluardo della filosofia classica abbattuto nella filosofia immediatamente precedente a Kant da David Hume; e infine, in quel conoscere speculativo superiore che è la nostra ragione – il nostro conoscere tramite idee – si presentano anche tre apriorismi o idee pure: Il Mondo, vale a dire l’unità o l’armonia in tutto ciò che è esterno a me, l’unità che presuppongo e la cui ricerca costituisce il mio tentativo di comprensione. Io, cioè la mia unità, quella che si realizza in me, poiché sono uno, non sono centocinquanta. E Dio, il garante dell’unità tra il Mondo e me, cioè il garante del fatto che la facoltà di conoscenza che mi è stata data non sia stata ingannevole – il tema preferito di Cartesio.  Ebbene, l’argomento del libro che stiamo ora commentando, la seconda Critica di Kant, è che l’apriorismo si manifesta anche nella ragione pratica, cioè nella volontà umana. Quell’apriorismo o volontà pura che si manifesta in noi senza essere diretta verso alcun oggetto concreto ma in generale, è la legge morale.  

Si tratta dell’imperativo categorico che è in noi, che non deriva da nulla né è subordinato a nulla, ma che, al contrario, comanda alla volontà attraverso il senso del dovere innato nell’uomo, senso del dovere dal quale l’uomo non può distaccarsi (e talvolta, anche suo malgrado); è un apriorismo della ragione pratica, che trova qui anche la ragione della sua universalità; ed è la forma di ogni determinazione concreta della nostra volontà.  Proseguendo con questo parallelismo, Kant osserva che il ruolo di tale apriorismo era passivo nella ragione speculativa, nel senso che ci serviva per quell’osservazione passiva della realtà che è la conoscenza di ciò che ci giunge attraverso i sensi.  Al contrario, il ruolo dell’apriorismo ora, nell’ambito della ragione pratica, è attivo, poiché determina la volontà in quella creazione di realtà che sono le nostre azioni.   

Kant affronta quindi la questione che ha contraddistinto i principali sistemi etici proposti in filosofia. In linea generale, vi è consenso sul fatto che l’oggetto della volontà sia il Bene, per la definizione stessa di questo concetto. In questo senso, l’oggetto primario della volontà deve essere definito Bene Supremo, ovvero colui la cui perseguimento come fine ultimo è il motore primo di ogni agire umano, è ciò la cui ricerca determina la volontà in ogni azione concreta. Ma le diverse scuole morali si sono differenziate nella loro concezione della natura di questo Bene Supremo.

Kant ricorda che gli epicurei individuavano il Bene Supremo della volontà nella Felicità.  La felicità è, per loro, ciò che ogni uomo cerca in ultima analisi con le proprie azioni, e ciò non deve essere interpretato in un senso slegato dalla ricerca della virtù, poiché è attraverso una vita virtuosa che si giunge a raggiungere la felicità. 

Gli stoici, invece, individuavano il Bene Supremo nella Virtù, giungendo a posizioni simili a quelle degli epicurei, poiché anche loro equiparavano la vita virtuosa alla vita felice, considerando la felicità come la conseguenza inevitabile della virtù. 

Entrambi, infatti, concordavano nel equiparare la Felicità alla Virtù, considerando la prima come una conseguenza della seconda; ma gli epicurei individuavano il Bene Supremo nella Felicità, e affermavano che per raggiungerla dobbiamo agire con Virtù; mentre gli stoici individuarono il Bene Supremo nella Felicità, intendendo la Virtù come sua necessaria conseguenza. Vi è quindi maggiore nobiltà nella filosofia morale stoica che in quella epicurea. 

Ma in ogni caso, e considerando entrambe le scuole morali, Kant ritiene che entrambe abbiano sbagliato, poiché non è vero che una vita felice derivi necessariamente, in questa vita, da una vita virtuosa: chi ha vissuto con assoluta rettitudine può alla fine ritrovarsi privato di tutto e persino essere condotto al patibolo. Kant ritiene che la sua lingua madre, il tedesco, gli sia d’aiuto in quanto il «Bene» si dice «Gute», in contrapposizione al «Böse», il male, e in modo tale da distinguere con precisione il «Gute» dal «Whol», parola che significa benessere. Il fatto è che, per Kant, il Bene Supremo che la nostra coscienza morale propone alla volontà è l’Adempimento del Dovere, e se si vuole chiamare «vita virtuosa» l’adempimento del dovere, allora diciamo pure che il bene supremo è la vita virtuosa, ma in modo disinteressato e puro, senza aspettarsi in cambio nulla, senza aspettarci che ci conduca alla felicità in questa vita. 

Ci porta, tuttavia, a una sorta di analogo della felicità, e Kant è lieto di trovarne l’espressione nella propria lingua: ci porta a “essere contenti di sé stessi”.  Kant porta l’esempio di colui che non cedette alla corruzione da parte di un re (Enrico VIII), il quale voleva che testimoniasse il falso per poter così giustiziare qualcuno (Anna Bolena), e, di fronte al suo rifiuto, lo privò della carica, della ricchezza, della fama e infine persino della vita, poiché fu condannato a morte mentre veniva disprezzato da amici e familiari, poiché tutti credettero ai testimoni che egli stesso aveva chiamato contro di sé per vendicarsi. Non si può dire che la sua rettitudine sia stata ricompensata con la felicità, ma ciò che è certo è che, nel profondo del suo cuore, fosse soddisfatto di sé stesso. Salendo i gradini del patibolo, avrebbe pensato che avrebbe fatto di nuovo la stessa cosa.

Infatti, Kant sottolinea che questa concezione etica è in accordo con l’insegnamento del cristianesimo, dove il Bene Supremo della volontà, motore di tutte le sue azioni, è l’Amore per Dio sopra ogni cosa, e dove ogni virtù è tale solo se è orientata verso quel fine disinteressato che è l’amore. Per farci comprendere la coincidenza con la sua concezione etica, ci ricorda che l’amore di Dio non consiste in un’esperienza sensibile, come può avvenire nell’amore umano, ma in un movimento radicale e profondo della volontà: secondo la predicazione letterale di Gesù stesso, non ama Dio chi dice “Signore, Signore”, ma chi osserva i suoi comandamenti. Si tratta quindi dell’adempimento del nostro dovere.

Infatti, già alla fine della “Critica della ragione speculativa”, quando la nostra idea di Dio era apparsa come un mero apriorismo della ragione speculativa, era già stato accennato questo modo di recuperare la realtà di Dio nella “Ragione pratica”: non è che io sappia che questo è il mio dovere perché so che Dio me lo ha comandato. È piuttosto che so che c’è un Dio che me lo comanda, perché so che è il mio dovere. 

Nella “Critica della ragione pratica”, tuttavia, egli pone maggiormente l’accento, rispetto ad altri sistemi etici, sul tema innegabile dell’aspirazione universale alla felicità. Kant ritiene che l’errore degli epicurei e degli stoici sia stato quello di equiparare una vita felice a una vita virtuosa, cosa che, come già osservato, non avviene necessariamente in questa vita. In questo modo gli antichi persero la possibilità di risalire, proprio per questo motivo, all’esistenza di Dio, e persero anche la possibilità di dimostrare, proprio per questo motivo, l’immortalità dell’anima, come unica garanzia del compimento di quell’anelito di felicità presente in ogni uomo.  La felicità dell’anima al di là di questa vita è la ricompensa di una vita virtuosa in cui regna la coscienza. Si identificano così, sebbene solo alla fine, l’adempimento del dovere e la felicità. E così nel cristianesimo, dove las Le Beatitudini, la grande promessa di felicità di Gesù Cristo, non sono qualcosa che si realizzerà qui sulla terra, ma una speranza di eternità. Il cristianesimo, infatti, come ogni morale correttamente intesa, non è una dottrina su come essere felici, ma su come diventare degni di essere felici. E il fine ultimo dell’uomo, per i cristiani, non è in primo luogo la propria felicità, né tantomeno la propria beatitudine finale, ma è, come il fine di tutta la creazione, la gloria di Dio. 

Anche nell’ambito della ragione speculativa riprendiamo l’idea di libertà, che era stata oggetto di un’antinomia nella Critica della ragione speculativa, ovvero di una situazione di perplessità che in quella sede era stata risolta abbandonando la causalità, e quindi la nostra libertà, come una forma a priori della nostra conoscenza, piuttosto che come una realtà. Nella Critica della ragione pratica viene recuperata la causalità – che nella Critica della ragione pura era rimasta come mera possibilità – in tutta la sua realtà, poiché senza di essa non ci sarebbe responsabilità morale e non si potrebbe parlare di atti buoni o cattivi, ma tutto avrebbe lo stesso valore: Non ci sarebbe quindi alcun merito nella virtù, e di conseguenza non ci sarebbe alcuna ragione per cui la vita virtuosa venisse ricompensata con la felicità, in questa vita o nell’altra.  Immanuel Kant, in qualità di analista della propria filosofia, osserva quindi che nell’ambito della ragione pratica vengono recuperate come realtà le tre idee di Io, Mondo e Dio, nonché la categoria principale della causalità. Tutte queste erano rimaste, nella critica della ragione speculativa, come mere realtà “possibili”, ma non conoscibili nell’ambito speculativo, dove appaiono solo come forme a priori del nostro stesso conoscere. (In questo modo Kant ritiene di aver dato ragione a Hume, sottraendo la categoria della causalità alla ragione speculativa, ma allo stesso tempo di averlo superato, avendola recuperata nella ragione pratica).

Ma raccomanda di procedere con cautela: non è che ora, nell’ambito della ragione speculativa, questi vengano ridefiniti come “noumeni”, cioè come qualcosa conosciuto nell’esperienza sensibile, poiché Dio, l’anima e la causalità continueranno sempre ad essere, per così dire, qualcosa che ci è sottratto da essa, qualcosa che non vediamo. 

Giunto a questo punto del suo discorso, Kant si chiede se la natura non abbia agito con noi come una matrigna, nascondendo alla nostra facoltà di conoscere quelle realtà – Dio e l’immortalità dell’anima – che garantirebbero un lieto fine a chi adempie al proprio dovere. Ma aggiunge subito che, a ben vedere, è stato meglio così, perché in tal caso sarebbe stato il desiderio della ricompensa a muoverci, e non il nobile e disinteressato senso del dovere. 

L'ultima parte di quest'opera riguarda la metodologia della ragione pratica (non l'ho inclusa nei testi, già molto lunghi). Si tratta di un'appendice molto breve, con interessanti raccomandazioni sulla corretta educazione della nostra coscienza morale. Nessuna predica sul nostro dovere morale avrebbe alcuna influenza su di noi, se tale predica non fosse già presente dentro di noi. Infatti, l’interesse per il giudizio morale è qualcosa di innato in tutti gli uomini. Ciò diventa evidente quando, ad esempio, in una riunione sociale si parla di argomenti speculativi: la maggior parte delle persone di solito non se ne interessa più di tanto. Ma se, all’improvviso, la conversazione prende una svolta e si tratta di giudicare un’azione di una persona specifica, anche i più disinteressati vengono attirati da ciò di cui si sta parlando e tutti sentono il bisogno di esprimere un’opinione. Su questi temi si esprimono i giovani, e spesso con acume, anche se non si sono precedentemente procurati una formazione approfondita. E persino i bambini – se sono in età di ragionare – distinguono facilmente un comportamento nobile da uno meschino. Ma la questione speculativa su cosa consistano il bene e il male è problematica solo per i filosofi, poiché per l’uomo comune tali nozioni risultano naturali quanto la distinzione tra mano sinistra e mano destra. Torniamo all’esempio della storia del tentativo di corruzione per indurre qualcuno a diffamare Anna Bolena, affinché potesse essere condannata a morte dai tribunali e Enrico VIII potesse così sbarazzarsi di lei. Non riuscendo a farlo cedere, lo spogliarono di tutti i suoi beni e fecero in modo che i suoi amici e, alla fine, i suoi stessi familiari lo vituperassero e lo abbandonassero, fino a condurlo al patibolo. Non si tratta quindi di una situazione proprio piacevole e felice, e non offre, di conseguenza, né al bambino né al giovane alcuna morale sdolcinata e lusinghiera su come la vita ricompensi chi adempie al proprio dovere. Ma non c’è dubbio che il giovane che la ascolta capisca subito da che parte sta il dovere e da che parte sta ciò che è meschino e ignobile, e si riempia di profonda ammirazione e rispetto di fronte a quell’esempio ammirevole – rispetto e ammirazione che sono innati nell’uomo. 

Il metodo per una buona educazione morale consisterebbe, quindi, nel raccontare azioni concrete e nel giudicarle. E nel valutare poi le intenzioni che hanno spinto coloro che hanno agito in quel modo. Si libererebbe così il cuore da quei fardelli che segretamente lo rendono schiavo e lo opprimono, e lo si eleverebbe al di sopra della facile sentimentalismo della ricompensa che la vita offre allo sforzo e alla virtù. Si lascerebbe il cuore umano, ormai libero e senza più fatica, di fronte a nessun altro motivo se non l’adempimento del proprio dovere. 

Conclude quindi le sue due “Critiche”, quella della ragione speculativa e quella della ragione pratica, con quelle celebri e indimenticabili parole:

“Due cose riempiono l’animo di una meraviglia e di un timore reverenziale sempre nuovi e crescenti, quanto più spesso e a lungo la riflessione vi si sofferma: Il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me

(Due cose riempiono l'animo di ammirazione e rispetto sempre nuovi e crescenti, e tanto più quanto più spesso e attentamente vi si sofferma la riflessione: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me)

Nota: Ho sistematicamente definito “Critica della ragione speculativa” l’opera precedente, che egli intitolò “Critica della ragione pura”, e l’ho fatto per semplificare le cose. Lo stesso autore riconosce, all’inizio della seconda opera, che avrebbero dovuto chiamarsi così. L’argomentazione che egli fornisce per mantenere la sua confusa titolazione risulta debole. Il fatto è che in entrambi gli ambiti della ragione, speculativo e pratico, Kant ritiene che si dia la ragione pura, cioè l’apriorismo (anche se la mia critica a entrambe le critiche consisterà nel sostenere che solo nella ragione pratica si dà l’apriorismo: la coscienza morale)          

B) Testi

La ragione pratica, di per sé e senza aversi conciliata con quella speculativa, conferisce realtà a un oggetto soprasensibile della categoria della causalità, vale a dire la libertà.

I principi pratici sono proposizioni che racchiudono una determinazione universale della volontà, determinazione alla quale si subordinano diverse regole pratiche. Sono soggettivi o massime quando la condizione è considerata dal soggetto valida solo per la propria volontà; sono invece oggettivi o leggi pratiche quando la condizione è riconosciuta come oggettiva, cioè valida per la volontà di ogni essere razionale.

Questa regola pratica, per un essere in cui la ragione non è l’unico fondamento della determinazione della volontà, è un imperativo, ovvero una regola designata da un «dovere essere» che esprime la coercizione (Nötigung) oggettiva dell’azione… Le massime sono principi, ma non imperativi… La regola è oggettiva e universalmente valida solo quando vale indipendentemente dalle condizioni soggettive e contingenti che distinguono un essere razionale da un altro.

Se da una legge si separa ogni materia, cioè ogni oggetto della volontà (in quanto fondamento della determinazione), di quella legge non rimane altro che la mera forma di una legislazione universale.

Quale forma sia più adatta alla legislazione universale e quale no, è qualcosa che anche l’intelletto più comune, senza alcuna istruzione, è in grado di distinguere. 

Pertanto, la legge morale, di cui proprio noi abbiamo immediatamente coscienza (non appena formuliamo massime della volontà), è quella che ci si presenta in primo luogo, e la ragione la rappresenta come un fondamento di determinazione che nessuna condizione sensibile può prevalere, anzi, del tutto indipendente da tali condizioni sensibili, il che conduce proprio al concetto di libertà… Ma come è possibile anche la coscienza di quella legge morale? Abbiamo coscienza delle leggi pratiche pure allo stesso modo in cui abbiamo coscienza dei principi teorici puri, osservando la necessità con cui la ragione ce li prescrive e la separazione da tutte le condizioni empiriche, separazione che la ragione ci indica. Il concetto di una volontà pura scaturisce dalle prime, così come la coscienza di un intelletto puro scaturisce dalle seconde.

Legge fondamentale della ragione pura pratica: agisci in modo tale che la massima della tua volontà possa valere sempre, al tempo stesso, come principio di una legislazione universale

La regola pratica è quindi incondizionata e, di conseguenza, rappresentata come proposizione categoricamente pratica a priori, in virtù della quale la volontà è determinata, oggettiva, assoluta e immediata (dalla regola pratica stessa che qui, di conseguenza, è legge)

La ragione, incorruttibile e vincolata a se stessa, confronta sempre, in un’azione, il principio della volontà con la volontà pura, cioè con se stessa, considerandosi come pratica a priori.

L’indipendenza da ogni oggetto della legge (vale a dire, da un oggetto desiderato) e, al tempo stesso, la determinazione dell’albedrio attraverso la mera forma legislativa universale… costituiscono l’unico principio della moralità. Tale indipendenza, tuttavia, è la libertà. 

Un precetto pratico che comporti una condizione materiale (e quindi empirica) non deve mai essere considerato una legge pratica. 

L’esatto contrario del principio della moralità è che il principio della propria felicità venga assunto come fondamento della determinazione della volontà.

La moralità, la voce della ragione, in relazione alla volontà, verrebbe completamente distrutta se non fosse così chiara, così difficile da soffocare, così percepibile persino agli uomini più mediocri. 

I confini tra la moralità e l’amor proprio sono tracciati in modo così netto e evidente che persino l’occhio più comune non può fare a meno di distinguere se una cosa appartenga all’una o all’altra. 

Il principio della felicità, pur potendo fornire massime, non può mai formularle in modo tale che siano conformi alle leggi della volontà, anche se si prendesse come obiettivo la felicità universale.

Soddisfare il precetto categorico della moralità è sempre alla portata di ciascuno; soddisfare invece il precetto empirico e condizionato della felicità è possibile per ciascuno solo molto raramente, e anche in tal caso solo in relazione a un unico fine.

Chi ha perso al gioco può arrabbiarsi con se stesso e con la propria imprudenza, ma se è consapevole di aver barato (anche se proprio per questo ha vinto), non può che disprezzarsi non appena si confronta con i principi morali. 

Ancora più raffinata, sebbene altrettanto falsa, è la posizione di coloro che ammettono l’esistenza di un senso morale… secondo cui la coscienza della virtù sarebbe direttamente legata alla serenità e al piacere, mentre quella del vizio sarebbe legata all’inquietudine d’animo e al dolore. 

Pertanto, tale serenità o inquietudine d’animo non possono essere provate prima di aver preso coscienza dell’obbligo, e tale stato d’animo non può costituire il fondamento di quest’ultimo.

La mera forma di una legislazione universale, resa possibile dal nostro principio, deve costituire il fondamento supremo e immediato della determinazione della volontà.

Alla ragione speculativa fu negata ogni conoscenza al di là degli oggetti dell’esperienza, e quindi la conoscenza delle cose in quanto noumeni. Tuttavia, essa ha salvaguardato il concetto dei noumeni, vale a dire la possibilità e persino la necessità di pensarli, e… così, ad esempio, la libertà è del tutto compatibile con i principi e i limiti della ragione pura teorica. [La libertà è rimasta possibile nella Critica della Ragione Pura]

Mi chiedo sempre come sarebbe [una massima particolare] se valesse come legge universale della natura… [Ad esempio:] È evidente che, in questo modo, tutti sarebbero obbligati a essere sinceri… [Un altro esempio, considerando la possibilità del suicidio:]La massima che adotto, in considerazione della libera disposizione della mia vita, si determina immediatamente se mi chiedo come dovrebbe essere affinché una natura si conservasse seguendo la legge di quella massima… Nessuno potrebbe porre fine alla propria vita in modo arbitrario, poiché una tale costituzione non costituirebbe un ordine naturale duraturo, e così in tutti gli altri casi. 

Pertanto, la differenza tra le leggi di una natura alla quale è soggetta la volontà e quelle di una natura che è soggetta a una volontà (in relazione alle sue azioni libere) risiede nel fatto che, nella prima, gli oggetti devono essere causa delle rappresentazioni che determinano la volontà, mentre in queste ultime la volontà deve essere causa degli oggetti, in modo tale che la causalità di questa causa abbia il proprio fondamento di determinazione esclusivamente nella facoltà pura della ragione, che per questo può essere chiamata anche ragione pura pratica. 

Si lascia alla valutazione dei principi teorici della ragione stabilire se la causalità della volontà sia o meno sufficiente a determinare la realtà degli oggetti 

La ragione ha la sua causa in un essere razionale; in altre parole, la ragione pura può essere considerata come una facoltà che determina immediatamente la volontà. 

La legge morale ci viene data, per così dire, come un dato della ragione pura, di cui noi, a priori, abbiamo coscienza

La legge morale è, in realtà, una legge di causalità fondata sulla libertà e, pertanto, sulla possibilità di una natura soprasensibile

La ragione teorica è stata costretta ad accettare almeno la possibilità di una libertà

Abbiamo quindi ampliato la nostra conoscenza oltre i limiti del mondo sensibile, un’ambizione che la critica della ragione pura aveva dichiarato vana nella speculazione

La realtà oggettiva di una volontà pura, ovvero, in altre parole, di una ragione pratica pura, è data a priori nella legge morale.

Non pretendo di conoscere teoricamente la costituzione di un essere, in quanto dotato di pura volontà; mi basta designarlo semplicemente come tale e, di conseguenza, limitarmi a unire il concetto di causalità con quello di libertà (e, cosa che ne è inscindibile, con la legge morale, in quanto motivo della sua determinazione)

Whol [piacevole] o Übel [cattivo, sgradevole] indicano sempre un rapporto con il nostro stato di piacere o di dispiacere… Il bene (Gute) o il male (Böse), invece, indicano sempre un rapporto con la volontà, in quanto la volontà è determinata dalla legge della ragione a fare di qualcosa il proprio oggetto. … Il bene (Gute) o il male (Böse) si riferiscono quindi propriamente alle azioni, non allo stato sensoriale della persona. 

Ciò che dobbiamo definire “buono” (gut) deve essere, secondo il giudizio di ogni uomo ragionevole, un oggetto del desiderio, mentre il “male” (das Böse) deve essere un oggetto di orrore agli occhi di tutti; pertanto, per formulare questo giudizio, oltre ai sensi, è necessaria anche la ragione.

Il fatto di possedere la ragione non lo eleva al di sopra della mera animalità, se questa gli serve solo per ciò che negli animali è compito dell’istinto

I concetti di bene e di male sono, per così dire, le conseguenze della determinazione a priori della volontà 

I concetti pratici a priori relativi al principio supremo della libertà possono trasformarsi immediatamente in conoscenze, senza bisogno di attendere intuizioni per acquisire significato, e ciò per questo motivo degno di nota: essi stessi producono la realtà di ciò a cui si riferiscono

Come! Se ognuno... se si permettesse di ingannare quando ritiene di trarne vantaggio, o si ritenesse autorizzato ad abbreviare la propria vita non appena ne prova un totale disgusto, o guardasse alla miseria altrui con totale indifferenza e tu facessi parte di una società del genere, ti troveresti lì di tua spontanea volontà?  Ora, ognuno sa che se si concede segretamente l’inganno, ciò non significa che permetta a tutti di ingannare, o che se si comporta senza affetto, senza che ciò si noti, non per questo deve subito avere tutti contro di sé con lo stesso atteggiamento… Se la massima dell’azione non è di natura tale da reggere la prova di poter essere una legge della natura in generale, è moralmente insostenibile. Così giudica anche l’intelletto più comune; poiché la legge della natura sta sempre alla base di tutti i suoi giudizi, anche dei più ordinari… 

Il motore della volontà umana (e dell’essere razionale creato da Dio) non può mai essere altro che la legge morale e, di conseguenza, il fondamento oggettivo della determinazione deve sempre essere il fondamento soggettivo sufficiente della determinazione dell’azione

La legge morale umilia inevitabilmente ogni uomo, quando questi confronta la tendenza sensibile della propria natura con quella legge

Dice Fontenelle: «Di fronte a un grande signore mi inchino; ma il mio spirito non si piega». Io posso aggiungere: Di fronte a un uomo di condizione umile e ordinaria in cui percepisco una rettitudine di carattere in misura di cui io stesso non ho coscienza, inclinerò il mio spirito, che lo voglia o no, e questo anche se tenessi alta la testa per ricordargli la mia superiorità… Molto lontano dal sentimento di piacere si trova il sentimento di rispetto… Il rispetto è il tributo che non possiamo negare al merito, che lo vogliamo o no; possiamo, sì, non manifestarlo esternamente, ma non possiamo, tuttavia, smettere di provarlo interiormente.

Il rispetto è un tributo che non possiamo negare al merito, che lo vogliamo o no. 

Il rispetto che nutriamo per una persona del genere (più precisamente per il principio che il suo esempio incarna) non è quindi mera ammirazione. 

L'azione che è oggettivamente pratica secondo tale legge, ad esclusione di ogni motivazione dettata dall'inclinazione, è detta dovere, il quale, proprio per tale esclusione, racchiude nel proprio concetto la coercizione (Nötigung) pratica

È proprio il rispetto della legge, inteso come unico modo per determinare la volontà, che fa sì che la coscienza agisca in conformità con il dovere. 

Dovere! Nome sublime e grandioso. Tu che non racchiudi nulla di amabile che porti con sé lusinghe insinuanti, ma che esigi sottomissione, pur senza nulla che susciti nell’animo un’avversione naturale o lo spaventi… Qual è la tua nobile origine?Dove si trova la radice della tua nobile discendenza, che rifiuta con orgoglio ogni parentela con le inclinazioni?… Può essere solo ciò che eleva l’uomo al di sopra di se stesso (come parte del mondo dei sensi) a legarlo a un ordine di cose che solo l’intelletto può concepire.

Ogni uomo, anche solo mediamente onesto, non ha forse notato a volte che, se si è astenuto dal dire una bugia – per il resto innocua e che lo avrebbe tirato fuori da una situazione spiacevole… – lo ha fatto solo per poter guardare se stesso nel profondo senza disprezzarsi?… Vivere senza poter tollerare di essere, ai propri occhi, indegno della vita… Tale è la natura del vero motore della ragione pura pratica. 

La distinzione tra il principio della felicità e quello della moralità non implica che i due siano in opposizione tra loro, e la ragione pratica pura non pretende che si debba rinunciare alle aspirazioni alla felicità, ma solo che, nella questione del dovere, non se ne tenga conto. 

La ragione ricerca la totalità incondizionata dell’oggetto della ragione pura pratica, sotto il nome del bene supremo. Determinare tale idea è la dottrina della saggezza, e questa a sua volta è la filosofia, nel significato che gli antichi attribuivano a questa parola

Di conseguenza, sebbene il bene supremo sia l’oggetto unico di una ragione puramente pratica, vale a dire di una volontà pura, non per questo può essere considerato il fondamento della determinazione di quest’ultima, ma solo la legge morale deve essere considerata come fondamento.

Lo stoico sosteneva che la virtù fosse il bene supremo assoluto e che la felicità fosse solo la consapevolezza di possederla… L’epicureo sosteneva che la felicità fosse il bene supremo assoluto e che la virtù fosse solo il modo per raggiungerla…. 

Ma i principi della virtù e della felicità stessa sono, per quanto riguarda il loro principio superiore pratico, del tutto eterogenei. 

La felicità e la moralità sono due elementi del bene supremo, distinti tra loro… È moralmente necessario, a priori, realizzare il bene supremo attraverso la libertà di volontà. 

Bisogna stare attenti a non sminuire e snaturare, con un falso elogio, il fondamento morale della determinazione: una sorta di falsa follia che pone come fondamento della determinazione i sentimenti di gioia particolare. Il vero e proprio motore è la legge stessa.

Ma non esiste forse una parola che indichi, non tanto un piacere come quello espresso dal termine “felicità”, quanto piuttosto una soddisfazione nell’esistenza stessa, un analogo della felicità che debba necessariamente accompagnare la consapevolezza della virtù? Sì, esiste, e quella parola è “contentezza di sé”. 

Quel godimento non può essere definito felicità perché non dipende dal verificarsi positivo di un evento, né può essere definito, a rigor di termini, beatitudine.

I principi della ricerca della felicità non possono in alcun modo generare moralità. Pertanto, il bene più elevato (in quanto prima condizione del bene supremo) è costituito dalla moralità, mentre la felicità, pur essendo un secondo elemento di esso, è la conseguenza moralmente condizionata ma necessaria della prima. 

L’immortalità dell’anima come postulato della ragione pura pratica… La completa adeguazione della volontà alla legge morale è la santità, perfezione di cui nessun essere razionale nel mondo sensibile è capace in alcun momento della propria esistenza. Ma poiché essa è tuttavia richiesta come praticamente necessaria, non può essere trovata se non in un progresso che tende all’infinito verso quella completa adeguazione… Progresso infinito che è possibile solo nell’ipotesi di un’esistenza personale duratura nell’infinito

L’esistenza di Dio come postulato della ragione pura pratica … Quella stessa legge deve condurre anche alla possibilità del secondo elemento del bene supremo, vale a dire la felicità adeguata a quella moralità… ovvero a postulare l’esistenza di Dio come necessariamente inerente alla possibilità del bene supremo. 

Nella legge morale non vi è il minimo fondamento per un nesso necessario tra moralità e felicità

Si ipotizza inoltre l'esistenza di una causa di tutta la natura, distinta dalla natura stessa e che racchiude il fondamento di tale connessione, vale a dire dell'esatta concordanza tra felicità e moralità

La causa suprema della natura, in quanto deve essere presupposta per il bene supremo, è un essere che, per ragione e volontà, è la causa (e quindi l’autore) della natura, vale a dire Dio.

Coloro che attribuiscono allo scopo della creazione l’onore di Dio (ammesso che non si intenda questo in senso antropomorfico, come la tendenza a essere esaltato), hanno raggiunto la massima espressione. Infatti, nulla onora Dio più di ciò che c’è di più prezioso in questo mondo: il rispetto per il suo comando. 

I postulati della ragione pratica pura in generale. Questi postulati sono quelli dell’immortalità, della libertà… e dell’esistenza di Dio. 

Ora, si tratta di idee della ragione che non possono essere ricavate da alcuna esperienza, e che dovrei quindi considerare per categorie per poterle comprendere. 

Tra i concetti attraverso i quali concepiamo un essere puro dell’intelletto non rimane altro che ciò che è manifestabile per la possibilità di concepire una legge morale… sebbene la conoscenza di Dio avvenga solo nella relazione pratica. 

È tuttavia impossibile giungere, attraverso la metafisica, al concetto di Dio e alla dimostrazione della sua esistenza come conclusione certa partendo dalla conoscenza di questo mondo, poiché per farlo dovremmo conoscere questo mondo come il tutto più perfetto possibile. 

Vedo davanti a me ordine e finalità nella natura, e non ho bisogno di ricorrere alla speculazione per essere certo della loro realtà; piuttosto, solo per spiegarla devo presupporre una divinità come sua causa. 

Ora, la nostra conoscenza viene davvero ampliata in questo modo dalla ragione puramente pratica, così che ciò che nella ragione speculativa era trascendente, è ora, nella pratica, immanente? Senza dubbio, ma solo in senso pratico. Infatti, in realtà, non conosciamo per questo né la natura della nostra anima, né il mondo intelligibile, né l’Essere Supremo, per come essi sono in sé stessi, ma abbiamo sintetizzato i loro concetti nel concetto pratico del bene supremo, come oggetto della nostra speranza, completamente a priori mediante la ragione pura, solo per mezzo della legge morale, e anche solo in relazione a essa stessa, in considerazione dell’oggetto che essa ordina.

[Se Dio si fosse manifestato alla nostra ragione speculativa, come qualsiasi altra realtà, se si fosse lasciato vedere], la maggior parte delle azioni conformi alla legge avverrebbe per timore, poche per speranza, e nessuna per senso del dovere, e non esisterebbe il valore morale delle azioni, dal quale dipende esclusivamente il valore della persona e persino quello del mondo agli occhi della suprema saggezza.

[Nella ragione speculativa], il governatore del mondo ci permette di ipotizzare la sua esistenza e la sua maestà, ma non di vederla né di dimostrarla chiaramente; al contrario, la legge morale che è in noi, senza prometterci né minacciarci nulla con certezza, esige da noi un rispetto disinteressato”

[Pertanto], la Saggezza imperscrutabile grazie alla quale esistiamo non è meno degna di venerazione per ciò che ci ha negato di quanto lo sia per ciò che ci ha concesso. 

c) Critica

La mia critica non sarà rivolta al contenuto dell’etica kantiana, saggio progetto di un uomo integro verso il quale non posso che nutrire elogi – un trattato davvero ammirevole –, bensì al suo fondamento, tema su cui mi discosterò. Concordo sul fatto che, una volta scritta la Critica della Ragione Pura, una volta che alla ragione speculativa è stata negata la possibilità di giungere a Dio e alla libertà umana, fondamenti della religione – il legame tra creatura e Creatore –, la cosa migliore che si possa fare sia scrivere la «Critica della Ragione Pratica», vale a dire recuperarli nell’ambito pratico. Per questo motivo presento la mia obiezione non a questa Critica, ma alle due opere nel loro insieme, cosa che, ovviamente, non ho potuto fare prima di aver esposto anche il contenuto della Critica della Ragione Pratica. È il gesto filosofico totale, quello descritto dai due libri, che ci interessa e al quale intendo rivolgere una critica, perché è proprio questo gesto che, a lungo termine, influenzerà la filosofia successiva, come vedremo tra poco. 

Diceva Aristotele che lo scettico non gli dia fastidio, perché non appena inizia a dire qualcosa si smentisce da solo, e se non dice nulla, non risulta fastidioso nemmeno così, dato che se ne sta lì accanto, silenzioso come una pianta. Ebbene, sebbene apprezzi questa vena umoristica dello Stagirita, non credo che abbia ragione, e di fatto la storia gli ha dato torto. Lo scettico può dire qualcosa senza smentirsi: può dire “farò questo”, così, senza alcuna giustificazione, poiché qualsiasi giustificazione che desse comporterebbe un’autosmentita. In una parola, la via d’uscita da ogni scetticismo è la pratica. La sostituzione della teoria con la prassi, della norma con ciò che sto per fare, della verità – fondata su ciò che le cose sono – con la mia volontà. In definitiva, la volontà occupa, come fondamento ultimo, il posto dell’essere. 

Ebbene, ritengo che l’approccio filosofico di Kant nel suo complesso sia quello di uno scettico: con la nostra conoscenza speculativa non possiamo giungere né all’esistenza di Dio, né all’immortalità dell’anima, né alla libertà. Non possiamo conoscere nulla così com’è, poiché ciò che conosciamo sono le forme a priori del nostro stesso conoscere, e anche se una di queste forme a priori fosse Dio, non si tratterebbe qui del Dio realmente esistente indipendentemente da noi. Poiché non possiamo conoscere altre forme se non quelle del nostro stesso conoscere, queste realtà fondamentali le recuperiamo nella nostra ragione pratica, cioè non le raggiungiamo sul terreno della conoscenza ma su quello della volontà. Questo in Kant avviene in modo meraviglioso: giungiamo a Dio perché cogliamo la norma morale come data nella nostra volontà. Ma ciò che rimarrà come eredità per la filosofia è il gesto: l’Essere, così com’è, è stato sottratto alla conoscenza ed è stato recuperato sul terreno della volontà, esattamente il gesto dello scettico. 

Lo vedremo nel suo principale seguace, Arthur Schopenhauer. Nella sua opera Il mondo come volontà e rappresentazione Schopenhauer considera innanzitutto il mondo come una mera rappresentazione, come qualcosa che senza alcun dubbio appare nella nostra conoscenza. Ma poi si chiede: che cosa viene rappresentato? Che cosa occupa il posto della “cosa in sé” nell’opera di Kant? Che cosa occupa, in definitiva, il posto della realtà quando conosciamo? E la risposta è impressionante (seppur prevedibile per chi conosce il modo di ragionare dello scettico). La risposta è: ciò che viene rappresentato è la volontà. 

Ciò che viene rappresentato nella conoscenza non è l’essere, ma la volontà! La volontà, dunque, collocata esattamente al posto dell’essere! Ciò che era implicito in Kant, nel gesto filosofico delle due critiche nel loro insieme, risulta ora del tutto esplicito in Schopenhauer, il quale non solo ha ristabilito la coerenza in Kant – come egli stesso dichiara essere sua intenzione – ma l’ha resa esplicita, ne ha fatto il fulcro della sua filosofia e persino il titolo del suo libro. La via verso la filosofia della volontà in Nietzsche è ormai, quindi, aperta. 

Nietzsche, per il quale Schopenhauer era stato in gioventù il più grande dei filosofi, rinnegandolo in seguito si libera di ciò che ritiene superfluo – la rappresentazione –, poiché gli basta la volontà. Questa è l’essenza del mondo, la volontà di vivere, e per questo, nel conflitto delle volontà di vivere tra i diversi individui, la volontà di sopravvivere imponendosi sugli altri. In questo modo gli individui migliori sopravviveranno a quelli inferiori e la specie migliorerà: Il tramonto degli idoli. Nietzsche si considerava un autore postumo. E, purtroppo, lo fu. 

Se uniamo questa critica della “Critica della ragione pratica” alla precedente critica della “Critica della ragione pura”, intravedremo che Kant è il preludio alla filosofia del XIX secolo, a sua volta preludio alla storia politica del XX secolo. Per chi conosce quella storia, questa non è certo la migliore lode che avremmo potuto rivolgere alle due critiche di Immanuel Kant.

L'autoreIgnacio Sols

Università Complutense di Madrid. SCS-Spagna.

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Mondo

Centenario dell'incoronazione della Vergine del Carmen, Patrona del Cile

La solenne incoronazione della Vergine del Carmen nel 1926 ha consacrato una devozione storica profondamente radicata, strettamente legata all’identità e all’indipendenza del Cile. Per commemorarne il centenario, da luglio a dicembre si terranno diverse attività e iniziative religiose e culturali.

Pablo Aguilera-15 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

La solenne incoronazione della Vergine del Carmen, avvenuta il 19 dicembre 1926 per mano del Delegato Papale, il Nunzio Apostolico in Cile, su mandato di Papa Pio XI, fu l’espressione visibile di una fede profondamente radicata nell’anima nazionale. Proclamando la Vergine Regina, Madre e Patrona, la Chiesa e il popolo cileno hanno riconosciuto una verità spirituale che nasce dal disegno stesso di Dio.  

Questa devozione giunse ben presto in Cile e mise radici profonde nella vita del popolo. Durante l’epoca coloniale, la Vergine del Carmen veniva invocata nelle case, nelle comunità religiose e nella vita sociale, plasmando un’identità cristiana che avrebbe segnato lo sviluppo del Cile. Da questa tradizione sono sbocciati frutti di santità, come Santa Teresa degli Andes, che incarnò la spiritualità carmelitana nella sua totale dedizione a Cristo. La presenza dei monasteri carmelitani in tutto il Paese, fin dai tempi più antichi, è un’espressione viva di questa spiritualità.  

La Vergine nella storia del Cile

Nel momento decisivo dell’indipendenza, la Vergine del Carmen occupò un posto centrale nella coscienza del popolo, degli uomini e delle donne che guidavano quel processo di emancipazione. Alla vigilia della battaglia di Maipú – nell’aprile del 1818 – i patrioti si affidarono a Lei per ottenere la vittoria, e il Liberatore Bernardo O’Higgins la proclamò Patrona e Generale delle forze armate cilene, promettendo di erigere un tempio in suo onore.

Oggi, a Maipú, sorge il Tempio Nazionale della Vergine del Carmen, centro della devozione mariana del Paese. Così, la nascita della Patria è stata suggellata da un atto di fiducia in Dio sotto la protezione della Vergine del Carmen.  

Celebrazione del centenario

In ogni diocesi il vescovo ha designato alcune chiese giubilari – principalmente la cattedrale, i santuari mariani e alcune chiese parrocchiali – nelle quali i fedeli potranno ricevere l’indulgenza plenaria attraverso un pellegrinaggio o una visita di devozione, vissuta con spirito di fede e di conversione.

Verranno effettuati varie iniziative dal 16 luglio, Solennità della Madonna del Carmen, fino a dicembre.

Il vescovo di San Bernardo, Juan Ignacio González, ha realizzato un bellissimo libro illustrato in occasione di questa ricorrenza: “Centenario dell’incoronazione della Vergine del Carmen. Immagini per una storia”, disponibile su Amazon.

Evangelizzazione

Cosa promette la Vergine del Carmen a chiunque indossi il suo scapolare?

In occasione della festa della Vergine del Carmen, che la Chiesa celebra giovedì prossimo, 16 luglio, ricordiamo l’origine dello scapolare e le promesse legate a questa storica devozione mariana.

Rafael Mosteyrín-14 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Lo scapolare trae origine da un'apparizione della Vergine a san Simone Stock.

Accadde a Londra nell’anno 1251. La Santissima Vergine, circondata da innumerevoli angeli, apparve a san Simone Stock, dell’Ordine dei Carmelitani, e gli promise una protezione speciale per detto Ordine, consegnandogli al contempo lo Scapolare del Carmelo con questa promessa: “Ricevi, amatissimo figlio, lo Scapolare del tuo Ordine, segno della mia fratellanza, privilegio per te e per tutti i carmelitani; chiunque morirà indossandolo sarà liberato dal fuoco eterno. Ecco il segno della salvezza, salvezza nei pericoli, alleanza di pace e patto eterno”.

In seguito, Papa Giovanni XXII confermò con la sua autorità lo Scapolare del Carmelo e il Privilegio Sabatino, riportando le seguenti parole della Vergine Maria: “Io, Madre delle grazie, scenderò, il sabato dopo la sua morte e libererò tutti coloro che si trovano in Purgatorio e li condurrò al monte santo della vita eterna”.

Le condizioni

I requisiti richiesti dalla Chiesa affinché possiamo beneficiare di tale promessa sono:

-Farsi imporre lo scapolare da un sacerdote autorizzato a farlo (è sufficiente una volta nella vita) e indossarlo abitualmente.

-Mantenere la castità secondo lo stato di ciascuno.

-Recitare tre Ave Maria ogni giorno.

La testimonianza del cardinale Tarancón

Sono molti gli eventi miracolosi che, nel corso della storia, testimoniano la fedeltà della Santissima Vergine alla sua promessa. Il cardinale Vicente Enrique y Tarancón raccontò ciò che accadde, quando era vescovo di Solsona, in una lettera pastorale sullo scapolare del Carmelo:

“Era il mese di giugno del 1938. Erano passati appena due mesi da quando le forze nazionali erano giunte nel Mediterraneo, liberando la parrocchia di Vinaroz, dove noi arrivammo sette giorni dopo la liberazione e dove esercitammo il ministero parrocchiale per più di cinque anni.

Una comunicazione delle autorità militari richiedeva la nostra collaborazione per fornire assistenza spirituale a dieci condannati a morte, che dovevano essere giustiziati all’alba. Alle undici di sera i condannati entrarono nella cappella e, da quel momento, noi tre sacerdoti che ci trovavamo allora a Vinaroz iniziammo a dialogare con loro, offrendo loro la vita eterna, poiché non potevano più salvare la loro vita terrena. Otto di loro si confessarono immediatamente, dando grandi e evidenti segni di pentimento e di fervore. Uno, che era stato commissario politico nell’Armata Rossa, ci permise a malapena di avvicinarci a lui. Tutti i nostri tentativi furono vani e non riuscimmo a convincerlo a confessarsi.

Un condannato che si rifiutava di confessarsi

Tra tutti ce n’era uno che attirava particolarmente l’attenzione. Era un uomo di circa sessant’anni, originario di La Galera, nella provincia di Tarragona, che indossava l’antico abito dei contadini catalani: calze bianche e pantaloni corti, ma con modi raffinati e distinti che sembravano contrastare con il suo abbigliamento rurale. Uno dei sacerdoti iniziò a scambiare qualche parola con lui, mentre noi altri ci occupavamo degli altri. 

Quando ne aveva già confessati otto e mentre stavo parlando con alcuni di loro, consolandoli in quel momento così terribile e raccogliendo le loro raccomandazioni e richieste da trasmettere alle rispettive famiglie, il coadiutore mi si avvicinò e mi disse all’orecchio:

-Padre: non sono riuscito a ottenere nulla da quell'uomo, perché non ci prova lei?

Mi sono recato da lui, mi ha accolto con grande cortesia; ho parlato con lui per un bel po’ e ho capito subito che era un uomo colto e che, inoltre, aveva una formazione cristiana fuori dal comune. Quei dettagli mi hanno incoraggiato e mi hanno fatto acquisire l’intima convinzione che non sarebbe stato difficile convincerlo a confessarsi.

Ma la mia delusione fu enorme quando, dopo aver parlato con lui per più di mezz’ora, mi disse testualmente queste parole:

-Senta, Padre, le sono sinceramente grato per quello che sta facendo per me. Capisco che sta passando una brutta notte per colpa mia, dato che non ne ricava alcun vantaggio dal fatto che io mi confessi. Le sono estremamente grato, ma la prego di non insistere; le posso assicurare fin da ora che non mi confesserò. Sono stato educato secondo i principi cristiani, ma ho perso la fede. 

Per un attimo rimasi sbalordito; quasi senza sapere cosa dire. Ma, ispirato senza dubbio dalla Santissima Vergine, osai proporgli:

-Potrebbe farmi un favore?

-Chi vuole lei – mi rispose –, purché non mi chieda di confessarmi.

-«Mi permetterebbe» – aggiunsi – «di metterle il Santo Scapolare?»

«Non ho nulla in contrario», mi disse. «Queste cose non mi dicono nulla; ma se così posso farle piacere, può farlo».

«La Madonna mi ha salvato»

Gli ho subito messo il Santo Scapolare del Carmelo e mi sono ritirata immediatamente per pregare la Santissima Vergine per lui. Lui è andato a sedersi in un angolo, all’estremità di una delle panche che c’erano in quella sala. Non erano ancora trascorsi cinque minuti quando udii una sorta di ruggito e dei singhiozzi forti e spezzati, che mi allarmarono. Entrai di nuovo nella stanza e vidi quell’uomo che mi si gettava addosso piangendo incessantemente e che mi diceva, tra le lacrime:

-Voglio confessarmi, voglio confessarmi. Non merito questa grazia di Dio. La Vergine mi ha salvato.

Di fronte all’ammirazione e allo stupore di tutti i presenti, si confessò, senza smettere un solo istante di versare lacrime, con una contrizione davvero straordinaria e commovente. E, all’ultimo momento, prima che li conducessero al luogo dell’esecuzione, quando mi congedai da loro, mi abbracciò e mi baciò, dicendomi:

-Grazie, Padre; grazie per l’immenso bene che mi ha fatto. In Paradiso pregherò per lei. Grazie e ci vediamo in Paradiso.

Confesso sinceramente che quella scena mi ha commosso e che le mie lacrime si sono unite alle sue, mentre rendevo grazie al Signore per quella meraviglia e ringraziavo la Santissima Vergine per avermi permesso di essere testimone di quella splendida manifestazione del suo amore materno e misericordioso.”

Evangelizzazione

Josef Pieper: «Il cristianesimo è essenzialmente realtà, non mera dottrina!»

Nel luglio del 1969, la rivista *Palabra* (n. 47) pubblicò un’intervista a Josef Pieper sull’antropologia cristiana della speranza. Ripubblichiamo qui di seguito tale intervista.

Jerónimo Martel-14 luglio 2026-Tempo di lettura: 9 minuti

Josef Pieper ha una scheda biografica tanto succinta quanto ampia è la sua bibliografia. È nato il 4 maggio 1904 a Elte, un paesino della Westfalia, e ha completato gli studi di Filosofia, Giurisprudenza e Sociologia presso le Università di Berlino e Münster. Attualmente è titolare della cattedra — nella terminologia tedesca, «professor ordinario» — di Antropologia filosofica presso l’Università di Münster e presso l’Accademia di Scienze dell’Educazione di Essen.

Molte delle sue opere sono state tradotte in spagnolo, in particolare in Spagna, e il presente riferimento si limita ai titoli di tali opere, poiché è rivolto al lettore di lingua spagnola. Tali opere sono: L'attualità del tomismo (1952), Catechismo del cristiano (che rispondeva al titolo tedesco Christenfibel, equivalente all'espressione «Silabario cristiano», e che scrisse in collaborazione con Heinrich Raskop, tradotto in Spagna nel 1954), *Sobre el fin de los tiempos* (1955) e *El ocio y la vida intelectual* (ultima versione spagnola, ampliata, del 1962), da un lato. D’altra parte, alle opere citate si aggiunge una serie di scritti molto caratteristici di Pieper, che trattano delle virtù cristiane e umane fondamentali, contrapposte all’angoscia dell’uomo moderno: Sulla speranza (1953), La prudenza (1957), La fede (1966).

A tutte le opere citate si sono aggiunte, nel secondo semestre dello scorso anno, due novità editoriali perfettamente in linea con esse, pubblicate rispettivamente da Ediciones Rialp, di Madrid, e da Sígueme, di Salamanca: *Giustizia e forza* e *Speranza e storia*. Di tutte le opere citate è stata indicata la data della prima edizione spagnola, sebbene alcune di esse siano già giunte alla terza edizione. Aggiungiamo che, al momento, Pieper ha venduto oltre mezzo milione di copie dei suoi libri nelle nazioni e nei blocchi linguistici più importanti, nonostante scriva necessariamente per un pubblico di nicchia.

Pieper iniziò la sua opera teologica nel 1934 con il suo studio sulla fortezza d’animo, da cui passò, l’anno successivo, al suo studio sulla speranza. Il suo lavoro è consistito, dalla sua chiara posizione di laico e filosofo, nell’adattare la teologia al pensiero moderno, nella sua espressione concettuale e letteraria, ma, ovviamente, con estrema cura nel non alterare il contenuto essenziale delle formule teologiche classiche. L’esistenzialismo o Hiroshima non sono stati per lui questioni bizantine sorte su un altro pianeta; ma sì motivi per condurre, a partire da quell’umanesimo che studia l’antropologia, l’uomo inquieto del nostro tempo all’incontro con se stesso, attraverso Dio.

Nella conversazione che segue — tenutasi nella sua abitazione di Münster —, Pieper, che ha saputo difendere così bene le radici esistenziali del tomismo, orientando la propria antropologia attraverso l’etica tomista, affronta questioni controverse dell’attualità, concetti quali la secolarizzazione o la spiritualizzazione, la sintesi tra l’umano e il divino nel cristiano in quanto uomo, il rapporto tra cultura tradizionale e cultura moderna, e persino su quell’ultimo baluardo della rivoluzione contro la tecnologia — contro l’assenza dell’umanesimo — che è e rappresenta la ribellione studentesca.

Come vede l’integrazione tra la cultura cristiana e quella cultura moderna che è stata definita «profana»?

–Non vedo il cristianesimo come un blocco unico. L’uomo cristiano, ogni uomo cristiano, è innanzitutto un uomo, e deve realizzare in se stesso quella sintesi: almeno deve provare a farlo. Proprio ciò che non è occidentale è una religione antisecolare come quella che si potrebbe trovare, ad esempio, nelle Chiese ortodosse russe o greche, che si dedicano esclusivamente alla contemplazione e alla liturgia, senza alcuna attività rivolta al mondo. Tuttavia esiste anche un altro pericolo all’estremo opposto, ed è quello della secolarizzazione. Entrambi i poli sono ugualmente pericolosi.

Nihilismo e secolarizzazione

Nelle posizioni nichiliste dei portabandiera della rivoluzione, di qualsiasi orientamento, vengono forse messe in discussione le relazioni tra la cultura moderna e quella tradizionale. Cosa potrebbe dire ai nostri lettori a proposito di tutta questa tematica?

– Ritengo che l’antica cultura occidentale sia sempre stata e sia tuttora in un processo di continua trasformazione, attraverso il quale si reinterpreta in ogni momento, il che — come è noto — implica la risoluzione continua di tensioni o conflitti polari. Qualcos’altro, qualcosa di diverso, accade ad esempio in India, dove la cultura tradizionale e quella moderna sono separate. Ma in Occidente non esiste questa dualità, che, come ho detto, si riscontra invece, da un lato, nella cultura religiosa del popolo indù e, dall’altro, nella moderna Università di Calcutta. In questo schema proprio dell’India, l’apertura alla cultura moderna implica l’abbandono della tradizione, poiché lì non si compie quello sforzo di continua interpretazione, di nuova interpretazione. Ciò distingue nettamente l’Oriente dall’Occidente, dalla cultura occidentale, basata, del resto, sulla Bibbia, sulla Parola di Dio che plasma l’uomo. Qui, in Occidente, la cultura tradizionale non viene declamata ripetendone ogni volta il contenuto parola per parola, ma si fonde, sotto forma di frase concettuale, con l’interpretazione dei teologi, che la contrappongono, ad esempio, all’evoluzionismo e alla paleontologia, ecc.

Da questo modo occidentale di intendere la storia emergono sempre nuovi apparenti conflitti; ma, proprio perché è pronta ad affrontarli, è questa la forza che salva la cultura occidentale. Credo che se un giorno questa differenza tra la cultura orientale e quella occidentale venisse meno, ci troveremmo di fronte alla fine della cultura occidentale.

E per questo motivo, direi anche che oggi persino le stesse ribellioni studentesche costituiscono una componente della cultura occidentale, sebbene non si possa ridurre al mondo degli studenti la possibilità che sorgano i conflitti a cui ho fatto riferimento, i quali derivano da dinamiche sociali più ampie e complesse.

In ogni caso, se un giorno in Occidente esistesse solo una cultura profana —cioè slegata da qualsiasi fondamento religioso—, essa non farebbe più parte dello spirito occidentale.

In concreto, cosa ne pensa di quella presunta «secolarizzazione» della vita cristiana che alcuni sostengono?

– Direi che nella teologia cattolica, e di conseguenza all’interno della Chiesa, esiste un gruppo o una corrente che sostiene tale secolarizzazione, ma poiché questa non è la mia opinione, non posso aderirvi.

In un libro, tradotto nel suo paese, avvertiva che occorre superare un ostacolo che dà molto da fare proprio all’uomo del nostro tempo. Non si tratta di qualcosa di cui «sia responsabile» l’uomo dei nostri giorni; cioè, di una difficoltà provocata con presunzione da lui stesso. Si tratta, piuttosto, di qualcosa che è inevitabilmente legato al cambiamento dell’immagine del mondo naturale e delle sue dimensioni; un cambiamento che significa semplicemente che la nostra conoscenza della realtà creata è stata notevolmente corretta e arricchita rispetto alle rappresentazioni antiche e medievali. Vox facta est de caelo —Si è udita una voce dal cielo—: per Dante e i suoi contemporanei questo era qualcosa di intuitivamente immaginabile, in un atto che poteva essere compiuto senza discussioni.

Tale indiscutibilità non è più concessa ai contemporanei di Einstein, ora che persino la realtà materiale del mondo è diventata sempre meno intuitiva. «Non possiamo percepire la presenza di Dio nel nostro mondo con la stessa ingenuità delle epoche precedenti», affermava Rahner. D’altra parte, bisogna ammettere, che ci piaccia o no, che la teologia contemporanea ha fornito pochi strumenti concettuali per superare questa difficoltà, emersa legittimamente. Ma non ritengo legittima la desacralizzazione della vita.

La via di mezzo tra i due poli pericolosi dello spiritualismo estremo e della secolarizzazione è forse quella che riconosce la legittima autonomia relativa del temporale?

–Senza dubbio, tale autonomia relativa si inserisce nella grande tradizione rappresentata da San Tommaso. Ma una cosa è questa autonomia relativa e un’altra è quella che persegue la cosiddetta secolarizzazione, che consiste nel recidere la tensione polare, confondendola con una separazione tra il cristiano e l’umano, cosa impossibile.

Intellettuali cattolici?

Ciò che emerge dalle sue risposte a queste domande ci porta al tema del laico. Che cos’è, o chi è, per lei il laico?

–Il laico è il cristiano battezzato, che non è separato dalla Chiesa, ma si trova in quella sana tensione polare. Non è facile trovare una formula per descrivere tale situazione, ma non si può nemmeno parlare di separazione. Se il laico, che è cristiano, si allinea alla secolarizzazione, cessa per questo fatto di essere cristiano. D’altra parte, però, deve confrontarsi con quella relativa autonomia responsabile, e questa tensione non avrà mai fine.

Anni fa ho scritto che ciò che caratterizza il cristiano è la fede cristiana e la vita cristiana. Entrambe, fede e vita, sono legate tra loro come il sapere e l’agire. La fede cristiana è il presupposto della vita cristiana, e la vita cristiana è il frutto e la piena realizzazione della fede. La vita cristiana non può esistere senza la fede cristiana, e la fede cristiana senza la vita cristiana è sterile. Certamente, al giorno d’oggi sembra che la vita cristiana possa esistere senza la fede cristiana; sembra che si possa avere un orientamento cristiano della vita senza una fede viva in Cristo.

Ma, in realtà, i cristiani che vivono questa vita cristiana solo in modo esteriore non fanno altro che godere e consumare l’eredità che i loro antenati hanno loro lasciato: la fede viva sulla quale essi hanno fondato le loro vite e modellato gli usi e i costumi della società. Ma questa eredità rischia di essere completamente annullata se non viene rinnovata da una fede nuovamente vivificata. Per questo, essere cristiani in questo tempo e nel nostro popolo implica rivivere la vita cristiana partendo dalle sue fondamenta, sotto la guida e lo slancio di una fede viva e personale. Il cristiano «vive di fede».

Cosa ne pensa di una figura che ricorre nel contesto di questa intervista, quella dell’intellettuale cattolico?

– A proposito dell’attività intellettuale, ho scritto: «Se si dice che qualcuno è cristiano nel suo modo di filosofare, ciò non può significare semplicemente che la sua visione del mondo coincida con il cristianesimo inteso come dottrina. Il cristianesimo, infatti, è essenzialmente realtà, non mera dottrina!

Il problema di una filosofia cristiana non consiste solo nel fatto che si debbano collegare, e in che modo, la conoscenza naturale del mondo e la fede soprannaturale, ma nel fatto che il fare filosofia si trasformi in un fare filosofia cristiano attraverso il radicamento di chi filosofa nella realtà cristiana e nel sapere in che modo si realizza tale trasformazione.

È quindi un arricchimento, in termini di conoscenza del mondo, quello che riceve la filosofia cristiana, proprio perché è legata al precedente contrappunto della verità di Cristo. A condizione, ovviamente, che non solo il suo carattere cristiano sia forte e vero, ma anche quello filosofico (bisogna ripeterlo costantemente, tanto è poco evidente!).

Un famoso libro sulla storia della filosofia medievale, quello di Maurice de Wulf, si conclude con queste parole: «La scolastica è decaduta non per mancanza di idee, ma di menti».

Credo che esistano innanzitutto degli intellettuali, e tra questi ce ne sono alcuni che sono cattolici. A parte questo, la mia opinione è decisamente contraria a quel concetto di «intellettuale cattolico». Penso che l’intellettuale sia un uomo che partecipa alla vita politica e giornalistica di una società, mentre un cattolico è un uomo che riflette in modo globale su ogni cosa. In realtà, il termine «intellettuale cattolico» è stato coniato dalla politica e per una specifica orientazione politica, quella di un partito politico.

Rivolta studentesca

In qualità di docente e intellettuale, potrà sicuramente esprimere un parere sulla rivolta studentesca, alla quale ha accennato di sfuggita rispondendo a una domanda precedente. Quale ritiene che sia la causa? È dovuta a ragioni propriamente umanistiche?

–In realtà, si potrebbe discutere a lungo di quel movimento studentesco, poiché è difficile analizzarne le cause. Tuttavia, ritengo che la sua origine ultima, qui in Germania, risieda nel fatto che l’università tedesca non è più veramente un’università, bensì un insieme di istituti tecnici, con l’unico e semplice scopo di formare professionisti. In ogni caso, questo fatto costituisce almeno una delle cause che hanno dato origine al movimento.

Ciò che io intendo per Università comprende necessariamente un aspetto teologico e filosofico, che opera all’interno di una società. È così che si è costituita l’Università nel Medioevo. All’Università, alle sue origini, la discussione delle questioni controverse era una realtà. In questo ambito, quello della controversia intellettuale, è implicita l’universalità che ha costituito l’Università stessa, dandogli origine. Grazie a tale contributo, gli studenti di allora potevano orientarsi in modo universale, ovvero senza perdere di vista la prospettiva universitaria. Oggi, quando all’interno dell’Università non esiste più quella possibilità di discussione e di controversia sui temi universali, il conseguente danno non riguarda solo lo studente, ma anche lo stesso docente.

A proposito, di recente è stata inaugurata una delle università più giovani della Germania, quella di Bochum. E ha voluto farlo rispondendo a ciò che ho definito l«»offenheit für das Ganze«, il senso —di apertura— verso il tutto. In tale università, questo senso universale, al di là dell’aspetto tecnico, è addirittura concretizzato come elemento accademico. A proposito di quell’esperienza, ho scritto: »Il dibattito accademico che si estende tra le facoltà e le discipline è integrato nell’organizzazione dell’università. Esistono tuttavia molte difficoltà; ad esempio, quella della lingua comune che non è più condivisa tra le facoltà; e anche il fatto che i professori temono di esprimere le loro opinioni più personali, in quanto non possono essere scientifiche in senso stretto».

L’Università dovrebbe essere aperta a tutto. Deve infatti essere un’istituzione al servizio del libero pensiero, uno spazio libero all’interno della società, un rifugio della libertà intellettuale. In altre parole, in quel luogo che è o dovrebbe essere l’Università, gli atteggiamenti diretti e le prese di posizione concrete devono rimanere in sospeso, in secondo piano. Ed è proprio in questo senso che la libertà accademica affonda le sue radici. Tale libertà non esiste più nelle università tedesche, e ancor meno in quelle americane.

Pertanto, la causa ultima della rivolta studentesca potrebbe risiedere nella volontà di difendere l’Università come roccaforte istituzionale del libero pensiero?

–A mio avviso, gli studenti non si ribellano solo per questo motivo. Insisto sul fatto che la loro ribellione sia dettata da una motivazione molto complessa. Una delle cause risiede nella reazione nei confronti di quelli che gli studenti qui chiamano «gli specialisti idioti»; ovvero, nei confronti dei docenti che si limitano a coltivare e proporre la propria specializzazione tecnica. Questo l’avevo già detto, perché era quello che pensavo.

Ho sottolineato che l’Università non può separarsi dall’idea filosofica generale che ne costituisce l’essenza. D'altra parte, tuttavia, quando gli studenti, che sono un'incarnazione del mondo del lavoro nel suo complesso, si dedicano a quella che definiscono la «politicizzazione» dell’Università, compromettono proprio quello spazio intellettuale libero che costituisce l’essenza stessa dell’esperienza universitaria.

È quindi negativo che gli studenti si interessino alla politica?

–A mio avviso, gli studenti non dovrebbero dedicarsi alla politica, né a livello teorico né pratico. Un’altra cosa è che parlino di politica all’università, ma solo a livello teorico.

In sintesi, gli studenti non devono rifiutare questo dibattito teorico, come fanno invece i gruppi studenteschi che vogliono introdurre una politica di parte all’interno dell’Università. Una cosa è discutere all’interno dell’Università delle argomentazioni avanzate dai partiti, un’altra è trasformare l’Università in una arena politica e di parte.

L'autoreJerónimo Martel

Vaticano

Papa Leone XIV durante l’Angelus: «La generosità di Dio non è ingenua, ma saggia e crede in noi»

Da Castel Gandolfo, Leone XIV ha riflettuto sulla parabola del seminatore e ha invitato i fedeli a approfittare dei giorni di vacanza per coltivare il silenzio, la preghiera e la meditazione, oltre al riposo estivo.

Paloma López Campos-13 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Domenica 12 luglio 2026, Papa Leone XIV ha presieduto la recita dell’Angelus da Castel Gandolfo insieme ai fedeli e ai pellegrini riuniti davanti al Palazzo Apostolico. Nel suo discorso, il Santo Padre ha incentrato il proprio messaggio sulla parabola del seminatore, sottolineando la pazienza, la fiducia e l’amore incondizionato di Dio verso l’umanità.

La fiducia in Dio di fronte alla debolezza umana

Il Pontefice ha spiegato che Gesù è il seme che il Padre continua a spargere nel mondo, anche se a volte trova nelle persone un terreno «duro e insensibile» o «distratto», simile al suolo calpestato delle strade o ai cespugli spinosi.

Tuttavia, il Papa ha assicurato che Dio conosce il cuore umano meglio di chiunque altro e non smette mai di seminare, perché la forza del suo amore è più forte delle nostre debolezze: «La generosità di Dio nei nostri confronti non è ingenua, ma saggia, e sa scoprire in noi la possibilità di un bene di cui, a volte, nemmeno noi stessi siamo consapevoli».

Trasformazione dei cuori

Nel corso della sua riflessione, il Santo Padre ha citato un passo di san Giovanni Crisostomo per illustrare come la grazia divina abbia il potere di trasformare i terreni più difficili in campi fertili.

È proprio questa apertura e umiltà nel ricevere il seme divino che, secondo il Papa, permette di raccogliere i frutti dello Spirito Santo nella società. Elencando virtù quali «amore, gioia, pace, pazienza, gentilezza, bontà, fedeltà, modestia, autocontrollo», Leone XIV esclamò: «Quanto ha bisogno il nostro mondo di questi frutti, di essere colmato e trasformato da essi!»

Una vacanza estiva che abbia un senso

Approfittando del periodo di vacanze, il Pontefice ha lanciato un appello diretto ai fedeli affinché non trascurino la loro vita spirituale durante i giorni di riposo. Li ha incoraggiati a ritagliarsi del tempo per ascoltare, leggere e meditare la Parola, nonché a dedicarsi al riposo e al “sano divertimento”, riservando anche “momenti significativi di silenzio e di preghiera”.

Al termine del suo discorso, il Papa ha espresso l’auspicio che questo periodo di pausa permetta ai fedeli di tornare alle loro normali attività «rinnovati nel corpo e nello spirito», pronti a collaborare alla crescita del Regno di Dio, affidando questa intenzione alla Vergine Maria.

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Evangelizzazione

Manu, il ragazzo che ha chiesto al Papa: «Dio mi mette sempre sul gradino più alto»

Un mese dopo la visita del Papa in Spagna, abbiamo parlato con Manu, un giovane che ha avuto l’opportunità di porre una domanda al Papa, facendosi portavoce di tutti i giovani spagnoli. Ci racconta la sua testimonianza e come questa esperienza continui ad aiutarlo nel suo cammino di fede.

Teresa Aguado Peña-13 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

“Oggi ci sono molti giovani assetati di Dio, altri a cui piacerebbe credere e altri ancora che non vogliono parlare di Dio, ma spesso non sappiamo come aiutarli. Come possiamo noi, che siamo anch’io alla ricerca, accompagnarli nel loro percorso alla scoperta della bellezza della fede?”. Questa è stata la domanda che Manu, un giovane di 25 anni, ha posto al Papa durante la veglia dei giovani lo scorso 6 giugno.

Il Papa gli rispose forte e chiaro: “¡»Non siamo soli!”. Quella sera, Leone XIV ha ricordato a Manu e a tutti i giovani che abbiamo Dio e una grande comunità al nostro fianco. Ha inoltre sottolineato che è attraverso la nostra esperienza e la nostra testimonianza che dobbiamo insegnare la bellezza della fede a coloro che non conoscono il Signore.

Al di là delle teorie o dei moralismi, il Papa ha sottolineato ai giovani l’importanza della testimonianza. Le sue parole sono rimaste impresse nella mente di Manu, che in un’intervista con Omnes ci racconta proprio la sua esperienza.

Giovani irrequieti

Manu ha potuto vedere con i propri occhi e testimoniare quel “non siamo soli” del Papa. Racconta che, come molti altri, è rimasto colpito dalle 600.000 persone che durante la veglia si sono inginocchiate e hanno osservato un minuto di silenzio davanti all“”unico re».

Infatti, durante la veglia è emerso chiaramente che i giovani si mobilitano alla ricerca di risposte: «Vedo moltissime inquietudini, sia tra i giovani cattolici che tra coloro che non credono. Tutti ci interroghiamo sul nostro futuro, sulla nostra vocazione, sul senso della vita. Ed è proprio per questo che molte persone finiscono per avvicinarsi alla Chiesa.»

Per lui, il cristianesimo offre una risposta diversa alla logica dominante: «Viviamo in una società in cui sembra che tutto ruoti attorno al lavoro o al successo. La Chiesa ti ricorda che la tua vocazione è molto più profonda. Nel mio caso, ad esempio, la mia vocazione non è la mia professione, ma mettere su famiglia. Il lavoro è un mezzo, non il fine.»

Come spiegare le «rinunce» che comporta l’essere cristiano?

Durante la conversazione emerge una questione ricorrente: come spiegare a chi è lontano dalla fede aspetti quali la castità o le esigenze del Vangelo.

La sua risposta sorprende per la sua semplicità. «Spesso cerchiamo di convincere con la ragione. Spieghiamo perché facciamo certi sacrifici e la gente capisce persino la nostra logica, ma non se la beve».

Ma per Manu deve essere il contrario: «Prima bisogna sperimentare l’amore di Dio. Solo dopo tutto il resto acquista senso. Se si parte dalle regole, sembra che il cristianesimo sia solo un insieme di divieti. Ma quando si scopre l’amore di Dio, quelle stesse cose smettono di essere vissute come sacrifici e diventano una conseguenza naturale».

Poter fare domande al Papa

Manu racconta come l'esperienza di trovarsi al cospetto del Papa abbia rappresentato per lui un chiaro segno dell'amore di Dio: «Quando mi hanno detto che avrei fatto la domanda, stavo attraversando un periodo piuttosto difficile. Avevo pochissima autostima e pensavo di non meritare di essere lì».

«Per me è stata una dimostrazione del fatto che, anche se mi abbasso fino a terra perché sono un peccatore e penso di fare le cose molto male, il Signore mi mostra quanto mi ama. Anche se credo di trovarmi nel momento peggiore della mia vita, Lui mi pone sempre sul gradino più alto perché è così che mi vede.

Questo è ciò che mi rimane: cercare di guardarmi con gli occhi di Dio e guardare anche gli altri in questo modo, sia gli amici che coloro che ci costa amare, perché se Lui ci pone sempre al primo posto anche nei nostri momenti peggiori, anche noi dovremmo cercare di mettere gli altri allo stesso posto».

Una semplice conversione

Sebbene sia sempre stato cattolico, Manu ammette che per molti anni la sua fede è stata semplicemente un retaggio: «Sono sempre andato a messa perché i miei genitori mi hanno educato così, ma in realtà non conoscevo Dio personalmente».

Il suo modo di vivere la fede è cambiato quando ha iniziato a impegnarsi nella sua parrocchia (Nostra Signora del Buon Esito) nel 2022: «Non è stata una conversione spettacolare, ma sì una maturazione molto profonda. Ho smesso di vivere la fede per abitudine per scoprire che Dio voleva far parte della mia vita».

Da allora coordina gruppi di giovani, partecipa alla formazione diocesana e dal prossimo anno inizierà anche a tenere corsi di catechismo.

Lo slancio della veglia permane

A distanza di alcune settimane dalla visita papale, ammette che l’entusiasmo iniziale non è svanito: «È un momento a cui torno continuamente con la mente. Quando sento che sto per crollare, ripenso alla veglia, ripenso a tutto ciò che ho vissuto e ritrovo le forze».

Spera inoltre di aver suscitato delle domande in coloro che hanno osservato da lontano la folla di giovani riuniti attorno al Papa: «Credo che molte persone si chiederanno cosa spinga tanti giovani. Cosa spinga centinaia di migliaia di persone a voler essere lì, a vivere tutto questo con tanta gioia, tanto silenzio e tanta pace. Spero che questa domanda sia un punto di partenza».

Perché, come ha imparato in quei giorni, l’evangelizzazione non inizia con grandi discorsi, ma con la testimonianza di una vita trasformata dall’amore di Dio.

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Cultura

«Sogni di treni». La ricerca di un senso

La giornalista e filosofa Rocío Montuenga ha scelto questo film come uno dei più importanti dell’anno scorso. È un film meraviglioso, dal ritmo lento, ricco di dettagli, che invita a riflettere sul senso della vita e, in particolare, sulla sofferenza.

Rocío Montuenga / Jaime Nubiola-13 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Sebbene fosse stato candidato a quattro Oscar, l’acclamato film Sogni di treni Il film di Netflix non ha vinto alcun premio alla cerimonia di premiazione dello scorso 15 marzo. Tuttavia, ho chiesto alla professoressa Rocío Montuenga di condividere con noi le sue riflessioni su questo magnifico film. Ecco cosa scrive:

“Durante gli anni dell’università, nelle lezioni di Filosofia del linguaggio tenute da Jaime Nubiola, ho acquisito un’intuizione che il tempo non ha fatto altro che confermare: esistono realtà che vanno oltre ciò che è verificabile. Se dovessimo dividere il mondo tra ciò che può essere verificato e ciò che sfugge all’esperienza sensoriale, da una parte ci sarebbero la scienza, il tangibile e tutto ciò che può essere spiegato; dall’altra, l’universo dell’ineffabile. Quell’ambito di cui, come scrisse Ludwig Wittgenstein nel suo Trattato logico-filosofico, ‘Di ciò di cui non si può parlare, è meglio tacere’.

Eppure è proprio lì che risiedono alcune delle domande più decisive dell’esistenza. L’amore, la sofferenza, la bellezza, Dio, la speranza o il senso della vita difficilmente possono essere ridotti a formule o verifiche empiriche. Sono realtà che ci superano e, proprio per questo, ci costituiscono.

Domande come ‘Che senso ha la mia vita?’, ‘Esiste uno scopo in grado di dare un senso alle mie decisioni, alle mie perdite e ai miei desideri?’ o ‘Perché sono qui?’ affiorano inevitabilmente. Prima o poi, l’essere umano si trova a confrontarsi con esse, non perché si aspetti risposte definitive, ma perché vivere significa imparare a convivere con il mistero.

La fragilità della vita

Queste questioni pulsano silenziosamente nel protagonista di Sogni di treni (Sogni di treni, 2025), un uomo la cui esistenza sembra segnata dalla perdita e dalla ricerca di una coesione che dia unità alla sua storia. 

Il film, diretto da Clint Bentley e tratto dal romanzo di Denis Johnson, si muove tra il occidentale e il dramma rurale, con il ritmo lento del slow cinema. Più che un racconto di genere, è una riflessione sul mistero dell’insensatezza e sull’incessante — e radicalmente umana — ricerca di senso.

Fin dalle prime battute, Sogni di treni pone lo spettatore accanto alla voce in spento di un narratore che accompagna la storia di Robert Grainier, un operaio del West americano che, all’inizio del XX secolo, partecipa alla costruzione della ferrovia. Orfano fin da bambino, impara troppo presto che la vita può spezzarsi senza preavviso.

Sulla ferrovia, la morte ingiusta di un compagno immigrato — sfruttato e disprezzato perché non apparteneva al mondo degli uomini bianchi americani — lascia in lui un segno silenzioso difficile da cancellare. 

Il dolore si insinua allora come un interrogativo, anche sotto forma di sogni ricorrenti in cui viene assalito dalla presenza del suo amico. Da allora, Robert sembra convivere con una domanda ricorrente: perché la vita ferisce in modi così difficili da comprendere?.

Tuttavia, il film mostra anche che il senso della vita raramente si presenta come un’idea astratta o come qualcosa che organizza linearmente la biografia; piuttosto irrompe incarnato in persone concrete, negli sguardi e nei gesti. Nel caso di Robert, quel primo punto di riferimento arriva attraverso Gladys, la cui compagnia gli restituisce una forma di riconciliazione con la vita. 

L'amore, la prospettiva di una casa e l'arrivo di sua figlia portano con sé un'inaspettata sensazione di pienezza nel mezzo di un'esistenza difficile. La felicità non sta tanto nel dove, nel quando o nel come, quanto piuttosto nel con chi. 

Senso e perdita

A questo punto è inevitabile pensare alla riflessione fondamentale di Viktor Frankl in La ricerca di senso dell'uomo. Frankl sostiene che l’essere umano trovi un senso in tre modi: attraverso un’opera o un compito, attraverso l’amore e la bellezza — il ‘dono ricevuto’ — e, infine, nella sofferenza accettata. 

Il percorso di Robert sembra attraversare, quasi inconsapevolmente, questi tre percorsi: il lavoro nella costruzione della ferrovia e come boscaiolo, l’amore di Gladys e di sua figlia, e più avanti l’esperienza devastante della perdita. Lì dove sembra aprirsi un abisso di assurdità, la trama suggerisce, con una delicatezza che ricorda il cinema di Terrence Malick, che anche il dolore possa trasformarsi lentamente in un luogo sacro e ricco di significato.

Per raccontare questo percorso di un cuore spezzato — segnato dal lutto, dalla fragilità e dalla fugacità della vita — Bentley ricorre alla natura come specchio e continuità. La vita di Robert si intreccia con immagini di legno, asce, tronchi che cadono e foreste aperte dall’intervento umano. Ma anche con fiumi che scorrono, uccelli che sorvolano il paesaggio, fiori che sbocciano all’aperto, falò notturni e tramonti che tingono di calma le montagne dell’America profonda. 

La natura qui non è un semplice sfondo, ma una presenza viva che suggerisce trasformazione, ciclo e permanenza nel mutamento.

Il pianto di Robert Grainier di fronte al vuoto lasciato dalle sue perdite non lo chiude in se stesso, ma lo apre, paradossalmente, a una comprensione più profonda della vita nella sua incertezza. Anche nel mezzo della sofferenza, la sua esistenza non si riduce a ciò che ha perso, ma rimane permeata da ciò che ha ricevuto e da ciò che ha potuto offrire: il suo lavoro, la sua presenza, la sua amicizia, il suo amore silenzioso e la sua capacità di sostenere la vita degli altri con gesti discreti.

Imparare a ricevere

Forse qui si intravede un’intuizione decisiva: che non tutto il senso va costruito, ma va anche accolto. La vita non si esaurisce in ciò che facciamo o otteniamo, ma anche in ciò che riceviamo e nel modo in cui lo riceviamo. Ed è proprio in questa accoglienza — di ciò che è luminoso e di ciò che è ferito — che si apre una forma più profonda di senso.

In questo senso, spesso l’essere umano non riesce a trovare un senso alla propria vita perché la riduce a ciò che fa, a ciò che possiede o a ciò che produce. Tuttavia, l’esistenza sembra andare oltre questi limiti: non si spiega solo attraverso l’azione, ma anche attraverso la ricezione.

Gli alberi che compaiono in Sogni di treni qui fungono da metafora particolarmente eloquente. Il tronco abbattuto e quello ancora in piedi convivono nello stesso paesaggio, ricordandoci che la vita integra contemporaneamente ciò che nasce, ciò che cade e ciò che rimane. In questa convivenza di opposti si intravede una comprensione più profonda dell’esistenza: non come dominio, ma come accettazione del suo ritmo proprio.

Da questo punto di vista, la vita non si giustifica solo per ciò che ci accade o per ciò che realizziamo, ma anche per ciò che riceviamo e per ciò che siamo in grado di restituire senza calcoli, partendo dal nostro essere nel presente. In questo scambio gratuito si apre una forma più profonda di significato. E forse è proprio lì, in una serena gratitudine per ciò che è stato vissuto, che l’essere umano trova la forza per continuare ad abitare il mistero dell’esistenza”.

L'autoreRocío Montuenga / Jaime Nubiola

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Cultura

Saydnaya e Maaloula: dove ancora si parla la lingua di Gesù

Due luoghi emblematici del cristianesimo orientale, Saydnaya e Maaloula, conservano ancora oggi tradizioni millenarie, tra cui una variante dell’aramaico, la lingua associata a Gesù.

Gerardo Ferrara-12 luglio 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

Ho già scritto in queste pagine riguardo alla Siria che era: un paese crocevia di civiltà e imperi, lingue, religioni e alfabeti, un mondo perduto di popoli e comunità che una guerra terribile e prolungata ha distrutto e di cui non si sa se potrà riprendersi

Oggi voglio continuare a parlarne, con nostalgia e desiderio di tornarvi, per condividere un viaggio che, nell’agosto 2008, mi portò a visitare due luoghi che custodiscono il cuore più antico del cristianesimo d’Oriente: il monastero di Saydnaya e il villaggio di Maaloula, dove si parla ancora una forma di aramaico, lingua di Gesù.

Il deserto e la frontiera

Immaginate di trovarvi in Libano. Tre stupende settimane a girare per il Paese in lungo e in largo, tra montagne, mare, monasteri antichi e moderni, città meravigliose, cibo incredibile e un popolo accogliente come raramente capita d’incontrare. 

Ma mancava qualcosa: il deserto! Da sempre sognavo di vederlo, di posarci i piedi su quella distesa color ocra che avevo visto solo in fotografia. E così convinsi gli amici a contattare un’agenzia per un’escursione oltre frontiera: Saydnaya, Maaloula e, infine, Damasco. Era l’inizio di agosto. Faceva caldo, sì, ma nulla che si potesse paragonare alle ondate di calore che soffriamo in questi ultimi tempi. E, al mattino presto, siamo saliti su un minivan, io e due amici cristiani libanesi, con un autista druso, libanese anche lui, che ci avrebbe fatto anche da guida.

Ricordo ancora la nonchalance mediorientale con cui il nostro autista guidava per le strade che si arrampicano sulla catena del Libano, costeggiando i carri armati abbandonati ai bordi della carreggiata: vestigia silenziose della lunga occupazione siriana, terminata nel 2005 dopo trent’anni di presenza militare.

Scendendo verso valle, ormai in vista dell’Antilibano e della vicina frontiera, la strada si faceva più dritta e, al confine, io, italiano, passai con facilità: una stretta di mano cordiale, qualche dollaro per il visto e tanti saluti, mentre libanesi e siriani attendevano in fila sotto il sole. Un paradosso, per molti versi inaccettabile, lo stesso che si incontra tra Israele e Cisgiordania.

E poi, superata la frontiera, la prima, folgorante visione. I miei amici libanesi, abituati alle montagne verdeggianti, alle terrazze coltivate, ai cedri, non si capacitavano di come potessi restare così rapito dal deserto. Eppure, era così: quella distesa immensa, dal colore ocra bruciato dalla luce abbacinante del sole d’agosto, l’orizzonte piatto che si stendeva infinito davanti al minivan, mi conquistarono subito. Vi è qualcosa di mistico nei deserti di quella parte del mondo: non per nulla le tre religioni abramitiche sono nate lì. Evidentemente, laggiù l’uomo ha maggiore propensione all’ascolto di Dio.

Saydnaya: la Madonna sulla roccia

La prima tappa fu Saydnaya (dall’aramaico Saidnāyā: “nostra Signora”), monastero greco-ortodosso fondato, secondo la tradizione, dall’imperatore Giustiniano nel VI secolo, su una roccia a circa 30 km a nord di Damasco, che custodisce una delle icone mariane più antiche e venerate dell’intera cristianità orientale.

L’arrivo al monastero fu un’ascesa verso il cielo: la salita ripida, il sole di agosto che picchiava forte sulla struttura che si ergeva sulla roccia, quasi tutt’una con essa. Le mura esterne, spesse, in pietra chiara, proteggevano discrete ciò che era custodito all’interno: né il cortile fiorito, né i sentieri silenziosi che collegavano i vari ambienti del monastero, un piccolo mondo a sé stante.

Dentro la chiesa principale, l’iconostasi dorata si alzava come una muraglia a guardia del sancta sanctorumi e i candelabri con la loro luce tremolante sulle icone antichissime, creavano un’atmosfera rarefatta. Eravamo in pochissimi e il silenzio, con la frescura e il riparo offerti dalla chiesa, faceva venir voglia di star lì per sempre.

Al centro, in un reliquiario, l’icona della Madonna di Saydnaya, dipinta, secondo la tradizione, dall’evangelista Luca e portata qui da Bisanzio. 

I miei amici libanesi richiamarono la mia attenzione su un gruppetto di musulmani che mostravano grande rispetto e venerazione per quel luogo sacro anche per loro.

Una volta fuori, contemplai la vallata che si apriva ai piedi del monastero, la distesa color ocra che abbracciava l’orizzonte mentre i raggi del sole si riflettevano impietosi sulle mura bianche del convento. 

A pensarci ora, mi commuovo sapendo che quel Paese così bello avrebbe subito una tragedia immane solo un paio d’anni dopo.

Maaloula: la lingua di Gesù

Maaloula mi ha segnato ancora di più di Saydnaya, se possibile.

Continuavo a guardare estasiato il paesaggio dal finestrino, mentre uno degli amici libanesi soffriva da morire il mal d’auto (ma non m’importava più di tanto!): ma come non essere rapiti dalla bellezza di quel deserto piatto che, improvvisamente, diveniva frastagliato e poi roccioso, aprendosi in una gola sovrastata da Maaloula?

Così mi apparve il villaggio aggrappato alla roccia, uno dei pochi posti al mondo dove si parla ancora l’aramaico occidentale: la lingua parlata da Gesù. 

Va precisato che esistono diverse varianti moderne dell’aramaico antico, che si è evoluto, come il latino, originando lingue come il siriaco, l’aramaico giudaico palestinese (parlato all’epoca di Gesù) o i dialetti caldei (in Iraq).

A Maaloula questa lingua risuona ancora per strada, nelle preghiere delle chiese, nelle voci dei bambini.

Per prima cosa visitammo il monastero dei Santi Sergio e Bacco (Mār Sarkīs wa-Bakhūs), uno dei luoghi di culto cristiano più antichi del mondo (IV secolo), costruito su un tempio pagano precedente. La fontana nel cortile, le porte in legno scuro, il silenzio del chiostro: ogni cosa trasmetteva la sensazione di trovarsi fuori dal tempo.

Nella chiesa greco-cattolica, la guida, una ragazza del posto, ci riunì attorno all’altare di forma quadrata (di epoca precristiana) per recitare per noi il Padre nostro in aramaico. L’emozione provata allora si unisce al dolore di aver visto, nei reportage in TV, quello stesso altare poi spaccato a martellate da integralisti islamici durante la guerra civile. Duemila anni di convivenza tra pagani e cristiani e poi tra musulmani e cristiani spazzati via a colpi di martello!

Usciti dalla chiesa, ci inoltrammo tra le gole e le rocce che portano al santuario di Santa Tecla, una delle prime martiri cristiane, discepola dell’apostolo Paolo. La tradizione vuole che, essendo Tecla inseguita dai suoi persecutori, la roccia si sia aperta miracolosamente per darle riparo. La fenditura non molto diversa da quella che si percorre per giungere a Petra, in Giordania, e in certi punti, dove diventa più angusta, si è letteralmente stretti tra l’ocra della pietra e su, su in alto, l’azzurro intenso del cielo terso.  

Quel che rimane

Certamente quel viaggio, conclusosi poi a Damasco, presso la casa di Anania, è impresso in modo indelebile nella mia memoria e nel mio cuore. Sulla strada di ritorno verso Beirut, sul far della sera, ci lasciammo alle spalle l’immensa periferia della capitale siriana, con i giganteschi manifesti di Bashar al-Asad che ancora troneggiavano ovunque, e il deserto che cangiava i suoi colori verso l’arancio e il marrone.

Forse non rivedrò mai più quei luoghi come li ho lasciati. 

Nel settembre del 2013, infatti, Maaloula fu uno dei primi villaggi cristiani di Siria ad essere occupato dai ribelli di Jabhat al-Nusra (legati ad al-Qaeda), il cui fondatore e leader era l’attuale presidente siriano tanto caro a Trump, Ahmed al-Sharaa Al-Jawlani!

Gli scontri provocarono danni ingenti al patrimonio storico e artistico: il monastero dei Santi Sergio e Bacco saccheggiato, alcune delle sue antichissime icone trafugate o distrutte. Fu il convento di Santa Tecla, tuttavia, a diventare il simbolo più doloroso di quella stagione: le dodici suore che vi abitavano furono rapite dai miliziani e tenute in ostaggio per quasi tre mesi, tra il dicembre 2013 e il marzo 2014, poi liberate dopo una lunga e complessa trattativa con la mediazione del Qatar.

Anche Saydnaya fu travolta dalla guerra. Nel famigerato carcere nei pressi del monastero, difatti, il regime di Asad rinchiuse, secondo i rapporti di Amnesty International, migliaia di persone. Moltissime furono torturate e uccise, tante non hanno fatto più ritorno, svanendo tra le piaghe e le cicatrici di un conflitto che ha distrutto un Paese.

La speranza è che, come avvenuto in tante epoche della storia, la Siria, e quei luoghi di incantevole bellezza e incommensurabile valore culturale, ad essere un faro di civiltà, tolleranza e buon vivere.

L'autore, Gerardo Ferrara, nel monastero di Nostra Signora di Saydnaya
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Cinema

“Cose che non dimenticherò mai”, uno sguardo intenso sull’Alzheimer

Edoardo Leo, protagonista e produttore del film “Cose che non dimenticherò”, spiega come la realtà dell’Alzheimer venga affrontata con senso dell’umorismo e senza drammatismi.

Jose Maria Navalpotro-12 luglio 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Paolo ha 40 anni e gli viene diagnosticato l’Alzheimer precoce. Comincia a perdere la memoria e decide di vivere il momento e godersi la compagnia di sua moglie Michela e di suo figlio Mattia, di 11 anni. Questa è la storia che racconta in “Cose che non dimenticherò mai”, appena uscito nelle sale in Spagna.

La storia si basa sulla vita reale dello stesso Paolo Piccoli e di suo figlio Mattia, che sono stati premiati dal presidente di Italia. Edoardo Leo, protagonista del film e produttore, è stato in Spagna e spiega cosa lo abbia spinto a dedicarsi a questo dramma profondamente umano che parla di famiglia, di malattia e del senso della vita.

In 115 minuti, il film ci trasporta con umanità e umorismo nel mondo di Paolo, che sta iniziando a svanire a causa dell’Alzheimer. E decide di vivere momenti degni di essere considerati “cose da non dimenticare”, che lo aiutano a godersi di più la sua vita sempre più offuscata. Non è un film strappalacrime, nonostante la gravità del tema. Il regista e sceneggiatore è Alessandro Aronadio, che lavora con un cast di attori sensazionale, in particolare Edoardo (Paolo nel film) e il giovane Javier Francesco (suo figlio). È prodotto da Bosco Films, e il sito web dove è possibile verificare in quali cinema è in programmazione è cosasquenoolvidare.com.

Da dove è nata l'idea di realizzare il film?

– È una cosa che capita nella vita, purtroppo. Perché il presidente Mattarella, presidente della Repubblica, ha consegnato un premio a questo bambino (Mattia) per il modo in cui si è preso cura di suo padre.

Abbiamo scoperto questa storia grazie a questa notizia sulla consegna del premio. Poi abbiamo scoperto che la moglie di Paolo aveva scritto un libro in cui raccontava la storia di Paolo. A quel punto abbiamo acquistato i diritti e abbiamo deciso di scrivere la sceneggiatura. Questa storia ci ha profondamente commosso. Perché abbiamo visto l’emozione di questo ragazzo, di questo ragazzino, premiato dal presidente della Repubblica: una cosa incredibile. 

Era davvero necessario un film del genere? L’Alzheimer non è un tema che viene spesso affrontato al cinema.

– Per me, alla mia età, girare un’altra commedia e basta, solo per il gusto di farlo, non aveva senso. Così, insieme ad Alessandro (il regista e sceneggiatore), abbiamo accettato questa sfida: far sorridere le persone e commuoverle con un tema così drammatico. Forse ci stavamo sbagliando, ma dovevamo farlo nel rispetto del dolore della famiglia. Era una grande responsabilità. Ma per me questo è il compito fondamentale della commedia. 

Qual è stata la cosa più difficile nell'affrontare questo ruolo?

– La cosa più difficile è trasmettere quella sensazione. Quello che sto per dire può sembrare paradossale, ma è più facile interpretare la malattia. La difficoltà sta nel dare corpo a qualcosa che solo l’Alzheimer provoca. Sapere di essere malati, ma non averne la consapevolezza, né la percezione.

Quella fase è la più difficile da interpretare. È qualcosa che ha a che fare con la coscienza, la memoria. È molto complicato. Così come è complicato rendere le sfumature, il grigio rende più difficile raccontare una storia. 

Com'è stato il rapporto con la famiglia reale? 

– Non ho voluto incontrarli prima. Né vedere Paolo prima, perché stava troppo male.

Prima della proiezione del film, ho conosciuto Michela e Mattia. E ho detto loro: «Non cercate vostro padre nel film. Il cinema deve ingannare o tradire le storie affinché diventino cinematografiche». Non cercate la biografia di vostro padre, ma l’essenza della storia di vostro padre. Perché avrebbe potuto essere una delusione. E la cosa più bella è stato l’abbraccio alla fine della proiezione. Mi hanno detto che in quell’abbraccio avevo lo stesso sorriso di Paolo.

Lo scopo del film era quello di toccare il cuore del pubblico? O di sensibilizzare sul tema dell’Alzheimer?

– Sì, perché i film non insegnano nulla, non c’è nulla che il cinema possa insegnare. Non credo nel cinema che trasmette messaggi, non credo nel cinema didattico, perché altrimenti diventa moralista.

Il cinema, invece, si basa su se stesso, racconta storie. E se quella storia tocca il cuore delle persone, le motiva. Insegna qualcosa di diverso a ciascuno, non c’è un unico messaggio.

Forse il messaggio che trasmette è che per essere un eroe non è necessario essere qualcuno di speciale. Anche essendo una persona normale, si possono compiere azioni eroiche nella vita di tutti i giorni.

– È proprio così. Qui, un bambino diventa un eroe perché fa da padre a suo padre. È incredibile: un bambino non dovrebbe mai avere una responsabilità del genere, mai; ma è meraviglioso. È una specie di supereroe dei sentimenti.

Questa scena commovente è una delle cose più belle del film. 

È già uscito in Italia: che riscontro ha avuto?

– È stato un successo, è incredibile. Perché è un film sull’Alzheimer, non è una commedia divertente come il viaggio di un gruppo di amici. È un film che avrebbe potuto suscitare un certo rispetto nei confronti delle persone. Ma non è andata così.

A livello personale, la cosa più straordinaria è la quantità di messaggi, lettere e commenti sui social network da parte di persone che hanno vissuto o stanno vivendo questo momento con un malato di Alzheimer in casa. Mi hanno ringraziato perché cerchiamo di mettere in luce l’unico aspetto positivo di questa malattia: il ricordo dei legami affettivi.

Come siete riusciti a gestire il senso dell’umorismo nel film? È molto difficile trovare il giusto equilibrio nel fare battute su un tema così drammatico.

– È questo il compito della commedia. La cosa più difficile è ridere di fronte al dolore e alla malattia. Ma il punto è che non si ride di loro, bensì con loro, insieme a loro.

È la parte più complicata, ma è anche quella che ci ha stimolato di più. Ogni giorno, durante le riprese, Alessandro e io ci chiedevamo: “Possiamo dirlo? Dove sta il limite?”. Ci interrogavamo su quale potesse essere il limite per non offendere la famiglia.

Quando abbiamo scritto la sceneggiatura, l’abbiamo fatta leggere alla famiglia. Abbiamo proposto loro di usare i loro veri nomi solo se fossero stati d’accordo, se avessero accettato questa sceneggiatura. Altrimenti, avremmo usato nomi di fantasia. E loro, dopo averla letta, hanno detto: “Va bene”.

Non volevamo realizzare un film triste sulla storia del padre. Volevamo realizzare un film divertente ed emozionante. Paradossalmente, sarebbe stato più facile realizzare un film sulla malattia, una sorta di ricatto emotivo. 

A livello personale, in che modo il film l'ha colpita?

– Questo film ha rafforzato alcune convinzioni che tutti condividiamo ma che non mettiamo in pratica. Vale a dire, concentrarsi sulla profondità dei ricordi, non sulla loro quantità. Non dobbiamo aspettare che arrivino dall’esterno momenti speciali per la vita di ciascuno. A volte i momenti più speciali sono molto, molto piccoli. Ma bisogna andare a cercarli, non bisogna aspettare che arrivino.

In fondo, il film è un invito a valorizzare la dignità di ogni persona, anche di chi è malato.

– Oggi Paolo, pur essendo molto malato, continua a essere una fonte incredibile di emozione e amore per la sua famiglia.

Guardo dei video privati che lo ritraggono e, anche se ormai non riconosce più i figli, continua a essere fonte di emozione per quella famiglia. È una questione di come si guardano le cose: decidere di abbandonarsi alla tristezza di una storia, oppure cercare un modo per andare avanti. E un modo è cogliere quel briciolo di bellezza che c’è per tenere unita la famiglia, con l’amore come sentimento molto potente, molto forte.

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Iniziative

Dal quartiere di Kibera alla Facoltà di Giurisprudenza: il successo di Valary spezza il circolo vizioso della povertà

Otieno Valary Akinyi, una ragazza di 18 anni proveniente dall’insediamento informale di Kibera in Kenya, riesce ad accedere all’Università di Strathmore grazie al suo impegno scolastico e alla borsa di studio MACHEO PLUS dell’ONG Harambee.

Paloma López Campos-11 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Otieno Valary Akinyi, una ragazza di 18 anni nata e cresciuta nel villaggio di Raila, all’interno dell’insediamento informale di Kibera (Nairobi, Kenya), ha smentito le statistiche relative al suo contesto sociale iscrivendosi questo mese di giugno all’Università di Strathmore per frequentare il corso di laurea in Giurisprudenza. Questo traguardo, irraggiungibile per molti giovani che subiscono l’esclusione sociale nel quartiere, è stato reso possibile grazie alla borsa di studio MACHEO PLUS di Harambee ONGD, finanziata da un donatore che coprirà interamente i costi dei quattro anni del suo percorso accademico.

Il percorso verso l’università è iniziato con un grande impegno da parte di Valary. Durante il suo secondo anno di scuola superiore alla Kibera Girls Soccer Academy — una scuola che offre istruzione gratuita —, la ragazza ha aderito al programma Macheo dell’Università di Strathmore, incentrato sulla preparazione degli studenti delle scuole superiori all’accesso all’istruzione superiore. Frequentando lezioni e sessioni di tutoraggio ogni sabato, la sua costanza ha dato i suoi frutti: è stata proclamata la migliore studentessa della classe del 2025 dopo aver ottenuto una media di B+ (con lode) all’esame nazionale KCSE.

Una borsa di studio che significa tutto

Tuttavia, le difficoltà economiche minacciavano di compromettere il suo futuro. Con sei figli in famiglia, il reddito dei suoi genitori non era sufficiente per sostenere le tasse universitarie. Sua madre, che lavora in un negozio di cereali, guadagna circa 54 euro al mese, mentre suo padre si guadagna da vivere come venditore ambulante.

L’arrivo della borsa di studio finanziata dalla Spagna ha rappresentato un «ancora di salvezza» per la famiglia. In una lettera indirizzata alla sede di Harambee ONGD a Madrid, la giovane ha ringraziato per il sostegno economico che le eviterà di dover affrontare l’onere finanziario e le consentirà di concentrarsi sui propri obiettivi. «Mi dedicherò con impegno e diligenza ai miei studi per essere all’altezza di questo privilegio e laurearmi entro quattro anni», ha affermato Valary, il cui obiettivo è diventare avvocato per servire la propria comunità e garantire giustizia.

La notizia ha cambiato anche la sua famiglia. Sua madre, Esther Apin, ha raccontato l’angoscia che provava nel non sapere come avrebbero pagato gli studi di Valary, che sognava di diventare avvocato fin dagli ultimi anni delle elementari, e ha confessato di provare ora un grande sollievo e speranza. Suo padre, John Otieno, ha espresso profonda gratitudine per la generosità del benefattore spagnolo anonimo.

Effetto contagio

Questo successo sta inoltre avendo un importante «effetto contagio» nel suo contesto, un luogo in cui i giovani devono affrontare una grave carenza di posti scolastici. Claris Omondi, direttrice dell’ex istituto di Valary, sottolinea che questo risultato rappresenta una «grande motivazione» per le altre studentesse, che vedono così che è possibile accedere a un’università prestigiosa.

Attraverso borse di studio come questa, che prevedono relazioni annuali di monitoraggio per i donatori, Harambee ONGD punta a ottenere un impatto strutturale. Facilitando l’accesso all’università a giovani di talento, l’organizzazione mira ad accendere il motore dello sviluppo, consentendo a studenti come Valary, che sta già vivendo i suoi primi giorni di interazione e vita nel campus, di prendere in mano il proprio destino e migliorare il futuro delle loro comunità.

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Il potere dell'immaginazione

Dobbiamo fare in modo che l’immaginazione smetta di distrarci e di essere complice delle nostre paure, e che ci aiuti invece a vivere il presente con maggiore gioia.

11 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Santa Teresa d’Avila diceva che l’immaginazione è la pazza di casa e che nessuno riesce a tenerla a freno. Forse questa è una delle idee più note delle “Dimore del Castello Interiore” e di tutta la sua opera. Tuttavia, santa Teresa riconosceva che, sebbene la immaginazione può distrarci, ma può anche aiutarci nella preghiera. Se ben utilizzata, l’immaginazione può diventare una via verso la contemplazione, l’empatia e l’amore. Nel “Cammino di perfezione” scriveva: “Rappresentate il Signore stesso insieme a voi” e anche, in una delle sue poesie: “Io guardo il mio Amato e il mio Amato guarda me; Egli si prende cura delle mie cose e io delle sue”, compiti che evidentemente richiedono immaginazione.

L'importanza dell'immaginazione

Alcuni filosofi hanno sottolineato l’importanza di quella capacità cognitiva che non solo genera fantasie, ma funge da mediatore tra la sensibilità e l’intelligenza. Leonardo Polo affermava, ad esempio, che ciò che ci distingue dagli animali non è solo l’intelligenza, ma anche l’immaginazione, che ci permette di ricordare, anticipare, dare continuità all’esperienza e preparare l’astrazione intellettuale. Non solo, ma l’immaginazione può anche essere allenata e possiamo quindi orientarla verso cose positive, come l’arte o la scienza.

Come affermava il filosofo statunitense Charles S. Peirce, non esiste scienza alcuna che non sia preceduta da un “gioco piuttosto sfrenato dell’immaginazione”. In generale, non possiamo progredire nella conoscenza senza l’immaginazione, che è proprio ciò che ci presenta possibili ipotesi innovative. “Il ragionamento completo e tutto ciò che ci rende esseri intellettuali si svolge nell’immaginazione”, afferma Peirce.

Ma c'è molto di più. L'immaginazione è fondamentale anche per le nostre relazioni sociali: ci aiuta a metterci nei panni degli altri, a cercare la verità, a ideare possibili soluzioni, a esplorare diversi modi di agire, a dare un senso a ciò che facciamo e a sviluppare nuove abitudini.

Saper orientare la nostra mente

L’immaginazione, quindi, non va né repressa né denigrata. Bisogna semplicemente indirizzarla nel modo giusto affinché smetta di presentarci tutte le disgrazie e le calamità che incombono su di noi, affinché non continui a girare in tondo in modo estenuante, chiedendosi: «Cosa succederà se mi ammalo e non posso andare, se il mio ragazzo mi lascia o se semplicemente perdo l’aereo che devo prendere all’alba?».

Dobbiamo fare in modo che l’immaginazione smetta di distrarci e di essere alleata delle nostre paure, e che ci aiuti invece a vivere il presente in modo più gioioso. Perché è vero che la vita quotidiana può diventare difficile: dobbiamo destreggiarci tra mille impegni e adempiere al meglio ai nostri ruoli di madri o padri, figli, lavoratori, studenti, amici, cittadini e a tante, tantissime faccende, alcune controcorrente, altre piacevoli, ma spesso faticose.

Le piccole cose potrebbero non essere poi così piccole. Sopravvivere a una giornata qualsiasi a volte può rivelarsi più difficile che sbarcare sulla spiaggia di Omaha o scalare l’Everest. Ed è qui che entra in gioco la nostra immaginazione. Insegniamole che, invece di dirci «non ce la posso fare», ci aiuti a impugnare il fucile, il piccone e la piccozza.

Resistere in trincea

Quanto mi ha fatto bene quel sacerdote che mi diceva quando ero giovane: “Sei una valchiria, una guerriera cinese, un’autentica samurai, ce la farai con tutto”. Da lui ho imparato a risvegliare la mia immaginazione, perché è proprio lei che ci aiuta a resistere nelle trincee, mentre gli aerei nemici ci sorvolano. Ci sostiene per resistere meglio di un marine finché le onde non si placano. Tagli la testa al drago. Resisti nella città assediata. Cadi e ti rialzi. Ti adatti alle steppe siberiane con un po’ di vodka.

La vita spesso è così: non è certo una passeggiata tra i girasoli. Ci sono molti giorni grigi e situazioni che apparentemente ci travolgono, ma questo non significa che bisogna lamentarsi e tanto meno arrendersi.

A volte la vita assomiglia piuttosto a una spedizione in Antartide con i piedi congelati, vestiti con pelli che non riescono a scacciare il freddo dalle ossa, tra crepacci, valanghe, notti perpetue o che almeno così sembrano, con la nave intrappolata tra i ghiacci, con cibo ormai avariato e carne di foca come unico sostentamento, con bufere di neve e cumuli di ghiaccio e con un inverno così profondo che nemmeno i pinguini vengono a trovarti. All’improvviso, però, ci sono piccole tregue e il tuo cuore stanco trova conforto. Per qualche istante spicchi il volo, leggero, e vedi l’Antartide dall’alto, a volo d’uccello, tra i ghiacci.

Si tratta di andare avanti. Tutto qui. Nessuno ha detto che fosse facile. A volte non senti più i piedi, ma il cuore batte ancora e pompa. La vita, senza dubbio, non è fatta per i codardi e l’immaginazione ce lo ricorda. Ci permette di anticipare, interpretare e scoprire nuovi significati nell’esperienza. Grazie a lei, vedremo che si può fare e festeggeremo. Scenderemo in strada perché, in qualche modo, ogni giorno sarà il giorno della vittoria. Sopravviveremo. E salveremo anche il mondo.

L'autoreSara Barrena

Mondo

In autunno avrà inizio il processo di beatificazione della scrittrice Sigrid Undset

Sigrid Unset, vincitrice del Premio Nobel per la letteratura nel 1928, era costantemente preoccupata per i poveri e per il benessere di sua figlia.

OSV / Omnes-10 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

In Norvegia sono in corso i preparativi per avviare il processo di canonizzazione della scrittrice Sigrid Undset, vincitrice del Premio Nobel, come annunciato l'8 luglio dal vescovo Fredrik Hansen di Oslo.

«Lei è molto più di una scrittrice e di una vincitrice del Premio Nobel. Per noi è un modello di fede cristiana, di una vita vissuta nella virtù e nella ricerca della santità», ha affermato il vescovo Hansen parlando di Undset durante una messa in cui ha dato l’annuncio.

«Ha dimostrato una preoccupazione costante e concreta per i poveri. Si è dedicata completamente alla cura di sua figlia, al suo impegno per la vita e alla santità della stessa. Attraverso i suoi numerosi libri, ha influenzato innumerevoli credenti, ispirandoli a vivere in Cristo e rendendo testimonianza dei nostri santi medievali», ha affermato, secondo un comunicato stampa.

Biografia

Nata in Danimarca nel 1882 e cresciuta in Norvegia, Undset è nota soprattutto per il suo romanzo «Kristin Lavransdatter», una trilogia che racconta la vita della protagonista nel Medioevo. Quest’opera valse a Undset il Premio Nobel per la Letteratura nel 1928, «soprattutto per le sue potenti descrizioni della vita nell’Europa settentrionale durante il Medioevo», secondo la commissione del Premio Nobel.

Le sue ricerche sul cattolicesimo medievale la portarono a convertirsi al cattolicesimo nel 1924 e nel 1928 entrò a far parte del Terzo Ordine Domenicano. Durante la Seconda Guerra Mondiale fuggì a New York, dove sostenne pubblicamente la resistenza norvegese al nazismo. Tornò in Norvegia dopo la fine della guerra nel 1945 e morì nel 1949 a Lillehammer.

L'impulso del vescovo Hansen

Prima di rendere nota l'iniziativa, il vescovo Hansen L'ha presentata alla Conferenza Episcopale Nordica, composta dai vescovi di Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia, nonché da esperti della vita di Undset. La causa di canonizzazione sarà avviata formalmente in autunno, come ha indicato.

Il vescovo Hansen ha dato la notizia durante una messa in onore di Santa Sunniva tra le rovine del monastero benedettino di Selja, un’isola considerata la culla del cristianesimo norvegese e sede della sua prima diocesi. Secondo la leggenda, la regina cristiana del X secolo, Santa Sunniva, fuggì dall’Irlanda per sfuggire a un matrimonio con un tiranno e morì infine a Selja, dopodiché a quel luogo furono attribuiti dei miracoli.

«Proprio come Santa Sunniva e le sue compagne, anche Sigrid Undset deve essere per noi un modello di vita in Cristo», ha affermato il vescovo Hansen. Ha esortato i fedeli a pregare per l’impegno della diocesi a favore della sua causa.

Dopo l’apertura formale della sua causa, Undset riceverà il titolo di «serva di Dio». Se la causa procederà, il Papa le conferirà il titolo di «venerabile» in riconoscimento della sua vita di eroica virtù cristiana. Normalmente, per la sua beatificazione sarebbe necessario un miracolo approvato attribuito alla sua intercessione, mentre per la sua canonizzazione sarebbe necessario un secondo miracolo approvato.

L'autoreOSV / Omnes

I nostri figli non hanno bisogno di un’infanzia agiata

In una cultura dominata dagli schermi e dalla gratificazione immediata, educare i figli alla diligenza significa aiutarli a ritrovare il gusto per l’impegno, il servizio e la vera gioia.

10 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Ci sono scene semplici che lasciano un insegnamento profondo. Qualche giorno fa ne ho vista una che mi ha commosso. Una nonnina, di oltre ottant’anni, si è seduta accanto al nipotino di otto anni, che era completamente assorto davanti allo schermo del suo iPad.

«Che stai facendo?» chiese con tenerezza.

—Qui… a passare il tempo.

—E perché non vai a giocare con gli altri bambini che sono in giardino?

—Oh, no! Che pigrizia!

La nonna sorrise. Invece di rimproverarlo, decise di parlargli. Gli chiese cosa significasse la pigrizia e, a poco a poco, iniziò una bellissima spiegazione sulle virtù. Gli parlò dei peccati capitali e delle virtù che aiutano a superarli. “Contro la pigrizia, la diligenza”, gli disse con la serenità di chi sa che educare significa seminare per il futuro.

Ho pensato allora all’enorme tesoro che rappresentano i nostri nonni. Con pazienza, esperienza e affetto riescono a trasmettere ciò che nessuno schermo sarà mai in grado di insegnare.

La parola diligenza deriva dal latino diligentia, che significa cura, attenzione e dedizione. È correlata al verbo diligere: scegliere con attenzione, apprezzare, amare. Una persona diligente non si limita a fare le cose; le fa bene, con responsabilità, costanza ed entusiasmo. Nella tradizione cristiana, questa virtù è strettamente legata alla carità, perché chi ama non rimane passivo: agisce, serve, lavora per il proprio bene e per quello degli altri.

Oggi questa virtù risulta particolarmente urgente.

Stiamo assistendo a una vera e propria epidemia di sedentarietà infantile. L’Organizzazione Mondiale della Sanità avverte che la maggior parte dei bambini e degli adolescenti nel mondo non raggiunge i 60 minuti giornalieri di attività fisica moderata o vigorosa raccomandati per la loro età. Allo stesso tempo, il tempo trascorso davanti agli schermi continua ad aumentare ed è spesso accompagnato dal consumo frequente di alimenti ultra-trasformati e bevande zuccherate. Questa combinazione favorisce il sovrappeso, l’obesità, il diabete di tipo 2, l’ipertensione e altri disturbi metabolici a età sempre più precoci. È inoltre associata a difficoltà nel dormire, a una minore capacità di concentrazione, a sintomi di ansia e depressione, nonché a un rendimento scolastico inferiore.

Ma c'è un'altra conseguenza, meno evidente e forse più preoccupante: la perdita del gusto per l'impegno.

La cultura del clic offre una gratificazione immediata. Sembra che tutto si possa ottenere con un semplice tocco sullo schermo. Senza che ce ne rendiamo conto, alcuni bambini iniziano a rifiutare qualsiasi attività che implichi aspettare, esercitarsi o perseverare. Leggere un libro, imparare a suonare uno strumento, riordinare la stanza, dare una mano in casa o semplicemente uscire a fare una passeggiata sembra loro troppo faticoso.

Ecco perché noi genitori dobbiamo riprendere con serenità il nostro ruolo di autorità e di guida. Educare non significa solo proteggere i figli o garantire loro il benessere. Educare significa formare il carattere. Significa insegnare loro che la felicità duratura non nasce dal fare sempre ciò che si desidera, ma dallo sviluppare abitudini che rafforzino la volontà.

Abbiamo bisogno di bambini diligenti. Bambini che si alzino per dare una mano prima ancora che qualcuno glielo chieda. Che scoprano la gioia di servire. Che provino la soddisfazione di portare a termine un compito difficile. Che giochino all’aria aperta, corrano, saltino, esplorino, stiano insieme agli altri e imparino a lavorare in squadra. Un bambino attivo non solo rafforza i muscoli e il cuore, ma sviluppa anche disciplina, autostima, resilienza e abilità sociali.

Forse è giunto il momento che noi famiglie riprendiamo un vero e proprio progetto di formazione alle virtù. Anziché passare la giornata a correggere comportamenti isolati, potremmo proporci di coltivare, in modo consapevole, le cosiddette sette virtù capitali: umiltà, generosità, castità, pazienza, temperanza, carità e diligenza.

Cosa stiamo facendo per rafforzare il lato positivo della personalità dei nostri figli?

Sarebbe meraviglioso scegliere una virtù ogni mese e metterla in pratica in famiglia. Se l’obiettivo è crescere nella generosità, possiamo organizzare visite a una casa di riposo, condividere il cibo con chi è nel bisogno o donare vestiti in buono stato. Se vogliamo rafforzare la pazienza, possiamo impegnarci a urlare meno in casa, imparare a risolvere i conflitti senza ricorrere alla violenza e perseverare insieme in attività che richiedono tempo, come imparare a suonare uno strumento, praticare uno sport o sviluppare un’abilità artistica.

Quando i bambini vedono i propri genitori mettere in pratica queste virtù, scoprono che non si tratta di semplici teorie, ma di uno stile di vita.

E se questo mese decidiamo di concentrarci sulla diligenza, possiamo iniziare con azioni molto concrete:

  • Limitare in modo ragionevole il tempo trascorso davanti agli schermi.
  • Ricordiamo che riposarsi significa anche cambiare attività, non solo rimanere immobili.
  • Coinvolgere tutti nelle faccende domestiche, in base alla loro età.
  • Quando possibile, percorrere brevi tragitti a piedi o in bicicletta.
  • Essere attenti alle esigenze degli altri e offrire aiuto senza aspettare che ce lo chiedano.
  • Cercare di dedicare ogni giorno un po’ di tempo al gioco libero all’aria aperta, al movimento e alla socializzazione.
  • Riconoscere e lodare l'impegno molto più che i risultati.

I nostri figli non hanno bisogno di un’infanzia agiata; hanno bisogno di un’infanzia che li prepari alla vita. L’impegno non li priva della gioia; al contrario, permette loro di scoprire la soddisfazione di raggiungere gli obiettivi, di aiutare gli altri e di diventare persone forti, responsabili e generose.

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Famiglia

Leigh Fitzpatrick Snead: “Noi coppie sposate siamo chiamati a dare frutti che vanno oltre i figli”

Leigh Fitpatrick Snead parla dell’infertilità nel matrimonio con totale apertura e sincerità, sottolineando che i matrimoni sono chiamati a dare frutti al di là dei figli che possono concepire.

Paloma López Campos-10 luglio 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

Leigh Fitzpatrick Snead ha pubblicato qualche mese fa il libro “Sterile ma fecondo” (Sterili ma fecondi, in inglese). Da anni gira gli Stati Uniti parlando di matrimonio, famiglia e Chiesa cattolica. Con il suo nuovo libro cerca di illustrare la realtà di molte coppie che non possono avere bambini, le sfide che devono affrontare e il sostegno offerto dalla Chiesa.

In questa intervista, parla con Omnes di come queste coppie possano scoprire di essere comunque chiamate a dare frutto nelle loro vite.

In un mondo in cui ci sono coppie con culle vuote che non possono avere figli, lei sostiene che possano comunque dare frutto. In che modo queste coppie senza figli riescono a scoprire questa fecondità spirituale nella loro vita quotidiana?

– È molto difficile da realizzare. Anche se è facile a dirsi, bisogna portare quella sofferenza ai piedi della Croce, bisogna trasformarla e capire che in quel dolore c’è qualcosa di più. In quei momenti di rivelazione ci si rende conto che siamo chiamati a essere fecondi e che ci sono altri frutti oltre ai bambini.

Ma credo che sia davvero molto, molto difficile quando si vive un matrimonio felice e si aspetta davanti a quella culla vuota. È molto difficile capire perché non accada, uscire da quella situazione e rendersene conto.

Spesso non te ne rendi conto perché, a differenza del cancro o di altre malattie che causano dolore e disagio, l’infertilità spesso non provoca dolore fisico, quindi non ti senti malato, ma hai solo la sensazione che qualcosa non stia andando per il verso giusto. Credo che tendiamo sempre ad equiparare la sofferenza al dolore.

I nostri corpi sono fatti per avere figli; siamo chiamati alla vocazione della maternità o della paternità. E tutte le cose belle che questo comporta creano in realtà delle barriere che ci impediscono di renderci conto che in un matrimonio ci sono frutti che vanno oltre la nascita di un bambino.

Il modo per scoprire questa diversa fecondità è rimanere in contatto. Impariamo dalla comunione dei santi che a volte bisogna semplicemente resistere e non voltare le spalle, sapendo che Gesù non ti ha voltato le spalle. E forse non vedrai né conoscerai i frutti, o forse il frutto non deve essere un fine in sé. Credo che più avanti si possa vedere quali frutti darai.

Finché rimarrai fedele a Gesù, al tuo coniuge, alla tua vocazione matrimoniale e sarai aperto alla vita e alla paternità, credo che, beh, sia una promessa, vero? È la buona notizia che tutto andrà bene. È molto difficile, e non vorrei mai dirti «basta fare questo, è facilissimo», perché ci sono passato anch’io e so che è davvero dura.

Spesso, quando si verifica un problema di infertilità, pensiamo che la colpa sia della donna. In che modo le coppie possono avere conversazioni aperte? Come comunicare e affrontare il problema insieme, senza attribuire la colpa all’uno o all’altro?

– Credo che sia molto difficile, e non a caso il tasso di divorzio è relativamente alto tra chi soffre di infertilità. Come cattolici, spesso non ci si rende conto di questi problemi finché non ci si sposa, quindi è solo una volta che si è insieme che vengono alla luce. E per il modo in cui la nostra Chiesa ci insegna il matrimonio, l’amore, la sessualità e il mettere al mondo dei figli, non si può vedere la questione se non come un problema che riguarda «noi». Perché non importa se lei fosse con un altro uomo o lui con un’altra donna e potessero avere un bambino; è proprio questo matrimonio in particolare ad avere un problema di infertilità. Pensare al proprio piccolo ecosistema e all’unione in una sola carne significa che è qualcosa che devono affrontare insieme.

Ma la realtà è che riceveranno diagnosi mediche, risultati di analisi e scopriranno se c’è qualcosa che non va in una persona, nell’altra o in entrambi. E anche se ovviamente rimane un problema comune, sei tu ad avere il basso numero di spermatozoi, l’ovaio difettoso o qualsiasi altra cosa, e ti sentirai in colpa e finirai per sprofondare in pensieri cupi.

È fondamentale ricordare fin dall’inizio che siete una coppia sposata. È facile evitare di parlarne nella speranza di andare dal medico e che questi vi prescriva semplicemente una pillola per risolvere il problema, ma non è così che funziona. Quindi, come al solito, la cura per molti mali è semplicemente continuare a parlarne. Credo che gli insegnamenti della nostra Chiesa siano pensati proprio per offrire questo tipo di sostegno alla coppia, perché si tratta di un problema che riguarda entrambi.

A proposito degli insegnamenti della Chiesa, come può una coppia cattolica mantenere questo equilibrio tra il proprio legittimo desiderio di avere figli e la fedeltà a quanto insegnato dalla Chiesa, ovvero di non ricorrere alla fecondazione in vitro e ad altre tecniche moderne di riproduzione assistita?

– Questa è davvero la parte più difficile in questo momento per la maggior parte delle persone, perché la fecondazione in vitro è molto diffusa e viene pubblicizzata come un prodotto che sembra garantire il successo. È davvero allettante.

Nel mio libro racconto che io e mio marito siamo andati da un medico specializzato in fecondazione in vitro pensando: «Oh, ma noi non lo faremo», eppure era come riservare un posto a tavola al diavolo per cenare: «Non ti ho invitato, ma ti ho riservato un posto e siamo pronti».

Credo che ricevere un’assistenza medica cattolica davvero solida sia d’aiuto, con qualcuno che ti tratti come una coppia cattolica o che almeno rispetti tali desideri, e poter rivolgersi a uno specialista in fertilità che non pratichi la fecondazione in vitro. Questi sono modi per proteggerti, perché la tentazione sarà forte; quando arrivi a quella fase, ci hai provato per molto tempo, sei triste e vuoi solo un bambino, ed è proprio questo che ti promettono.

Ma se ripensi alle ragioni per cui riserviamo il sesso al matrimonio, per cui ricorriamo alla pianificazione familiare naturale o alla medicina riproduttiva riparativa, credo che ciò che apprezziamo in queste cose dovrebbe anche ricordarci perché non ricorriamo alla fecondazione in vitro. Separa deliberatamente l’aspetto procreativo da quello unitivo, invitando molte altre persone nell’atto più intimo, oltre a comportare ogni sorta di altri problemi.

Una delle principali obiezioni era solitamente il numero di embrioni impiantati e gli aborti per riduzione selettiva; e sebbene a quanto pare ora le cliniche dispongano di tecniche di individuazione degli embrioni molto più avanzate (il che è comunque terribile) e trasferiscano solo uno o due embrioni, l’orrore della fecondazione in vitro continua a esistere.

Inoltre, devi circondarti della tua famiglia; forse la tua famiglia è cattolica ma non ha mai pensato all’infertilità o alla fecondazione in vitro e potrebbe non esserne a conoscenza. Devono sapere perché è sbagliato e perché non lo stai facendo, per poterti sostenere, dato che sei molto sensibile e ti trovi nel momento in cui sei più vulnerabile. È molto facile cedere, e statisticamente parlando, ci sono molte persone tra i fedeli della Chiesa che hanno fatto ricorso alla fecondazione in vitro.

Qual è, secondo lei, il principale divario che esiste oggi tra la comunità che ci circonda, la Chiesa e i sacerdoti, quando parlano con coppie cattoliche che non possono avere figli?

– Questo è stato uno dei motivi per cui ho scritto il libro: non solo per altre donne o coppie come me, ma anche per sacerdoti e seminaristi, affinché potessero farsi un’idea di come stanno realmente le cose. Ho cercato di essere davvero onesta senza esagerare, condividendo dettagli su ciò che si deve affrontare.

I sacerdoti devono conoscere questo aspetto della vita terrena; se li inviti a cena, vedono com’è la vita con i bambini, ma ovviamente non hanno molte occasioni di capire com’è la vita quando si è affetti da infertilità. Spero che il libro possa essere loro d’aiuto. Credo che ne abbiano bisogno, e i giovani sacerdoti si stanno impegnando per informarsi su questo genere di cose, specialmente se sono al corrente delle questioni di attualità, perché la fecondazione in vitro è sempre nei notiziari ed è difficile ignorarla. Finché tutti vorranno imparare e manterranno un atteggiamento aperto, credo che questo sarà di grande aiuto.

Ma, ancora una volta, si tratta di un argomento talmente privato che, anche se ci sono gruppi di sostegno e sacerdoti comprensivi, è molto facile isolarsi. Ecco perché credo anche che sia più facile approfondire l’argomento leggendo in privato il libro di qualcuno che magari non conosci. Alcune delle mie lettere preferite sono di persone sconosciute che mi dicono: «Mi vergognavo tantissimo di provare queste cose, di provare gelosia verso altre donne, o non sapevo che qualcun altro si sentisse così; anch’io mi sono sentita così». È molto più facile trovare queste parole su una pagina, elaborarle un po« e poi magari voler parlarne con tua sorella, tua madre, una cara amica o il tuo sacerdote. E che poi il tuo sacerdote ti dica: »Oh, ho un’idea di come sia, raccontami di più», e possa farti le domande giuste per comprenderne tutta la complessità.

Credo che si dovrebbe fare uno sforzo maggiore affinché le persone imparino semplicemente il vocabolario e sappiano cosa è opportuno o inopportuno dire. Le persone hanno sempre buone intenzioni, ma si può commettere un passo falso in qualsiasi momento cercando di essere gentili. Il tema delle gravidanze e simili è molto delicato, perché non si sa chi stia attraversando un momento difficile. Quando ho iniziato a scrivere sull’infertilità, ho scoperto che persone che non avrei mai immaginato stavano soffrendo per questo. Pensavo fossero semplicemente ragazze concentrate sulla carriera o su altro, e poi ti confessano che ci stanno provando da sei anni e nessuno lo sa. È un argomento di cui si parla pochissimo.

Evangelizzazione

Il famoso podcaster Padre Mike Schmitz parla della fede della Generazione X, dell'angoscia adolescenziale e dell'intelligenza artificiale

Mike Schmitz ha fatto il tutto esaurito al Broward Center for the Arts di Fort Lauderdale durante il suo tour "Parábolas", in un incontro caratterizzato dal calore e dall’intesa con le nuove generazioni.

OSV / Omnes-9 luglio 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Di Tom Tracy / Florida Catholic, OSV News

Padre Mike Schmitz è entrato nel camerino del Broward Center for the Performing Arts di Fort Lauderdale con il suo caratteristico sorriso caloroso e un passo più leggero.

Il sacerdote del Midwest e il suo team di supporto per l’attuale tour di conferenze erano appena tornati da quello che avevano descritto come un incontro affollato e vivace tenutosi a Clearwater la sera precedente.

Avrebbe trovato un pubblico altrettanto numeroso e il tutto esaurito nella sala principale della sinfonica del Broward Center prima del suo ultimo impegno in Florida, a Jacksonville.

Padre Schmitz, uno dei sacerdoti più popolari e influenti sui social media, è stato recentemente in Florida nell’ambito del suo tour «Parabole», durante il quale ha analizzato le parabole del Vangelo di Cristo e ha offerto nuove prospettive.

Padre Schmitz, sacerdote della diocesi di Duluth, nel Minnesota, è il responsabile del Ministero per i giovani e i giovani adulti della diocesi, nonché cappellano del Centro Newman presso l’Università del Minnesota a Duluth.

Successo strepitoso per il tour «Parábolas»

Il tour «Parábolas» ha fatto tappa in quasi due dozzine di città statunitensi in Arizona, California, Louisiana e Florida negli ultimi mesi. L'ultima data in programma per questa serie di concerti è internazionale, prevista per il 20 luglio a Dublino, anche se il sito web indica che a breve saranno annunciate altre date in città degli Stati Uniti e di altri paesi.

«In un certo senso, i giovani cercano l’autenticità; che una persona o un gruppo sia davvero ciò che dice di essere è una cosa importantissima, e questo vale per tutti noi, vero?», ha chiesto il sacerdote durante il suo evento a Fort Lauderdale.

«Non tolleriamo l’ipocrisia; in realtà, è così da generazioni, anzi, da sempre, nel corso di tutta la storia dell’umanità», ha affermato. «Persino Gesù criticava gli ipocriti perché dicevano una cosa e poi non erano disposti a metterla in pratica».

Il Sinodo dei Vescovi del 2018 sul tema «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale» si è tenuto in un momento in cui la Chiesa ha iniziato a riconoscere che i giovani cattolici statunitensi considerano sempre più l’integrità e l’autenticità come una coerenza vissuta e non solo come una conformità istituzionale.

Chiarezza ed empatia nella dottrina

Il documento di lavoro per il sinodo, basato in gran parte su consultazioni dirette con i giovani, afferma che i giovani desiderano una Chiesa «autentica» e «credibile», i cui leader «parlino in termini concreti di temi controversi». «Per questo credo che dobbiamo dare prova di integrità, essere ciò che diciamo di essere», ha affermato padre Schmitz durante l’evento.

Ma oltre all’integrità, la chiarezza e la veridicità della dottrina cattolica sono altri temi ricorrenti per padre Schmitz, sia online che di persona. La mente umana è fatta per la verità e il cuore umano per la bontà, afferma, ma «a volte il modo in cui presentiamo le cose e il modo in cui le diciamo influisce molto».

Per quanto riguarda le difficoltà che devono affrontare in particolare gli adolescenti maschi e i giovani adulti, padre Schmitz ha affermato che l’indifferenza è il problema di fondo o l’ostacolo a una vita di fede meno cinica durante l’adolescenza e la giovinezza.

«Si nota quando si lavora con i giovani», ha detto, soprattutto quando si tratta di invitare i giovani a partecipare maggiormente alla vita della chiesa.

La mancanza di una missione e l'indifferenza

«Una delle cose che ho notato sempre più spesso, soprattutto nelle persone stanche di sentirsi dire che devono soddisfare determinate aspettative, che devono fare assolutamente tutto, è che si manifesta un rifiuto nei confronti di tutto ciò.»

Sebbene entrambi i sessi abbiano molto in comune, ha aggiunto il sacerdote, gli uomini sono stati forse creati per affrontare una battaglia, nel senso di una missione da perseguire o da vivere; mentre le donne sono più orientate verso le relazioni.

«Quando non ci viene affidata una missione, o quando non vale la pena lottare per essa, è proprio questo – come afferma (il professore di Harvard) Arthur C. Brooks – che genera un senso di vuoto», ha affermato padre Schmitz, aggiungendo che questa è la crisi principale individuata da Brooks e che è necessario superarla per colmare il vuoto della società moderna e raggiungere la vera gioia.

La speranza cristiana contro l'ansia

I problemi legati alla fiducia, alla solitudine e all'ansia tra i giovani continuano a rappresentare una crisi preoccupante tra gli studenti di oggi.

«Negli ultimi dieci anni, nei campus universitari l’ansia ha superato la depressione come principale problema di salute mentale che affligge i giovani; l’ansia è paura del futuro e affonda le sue radici nell’incertezza», ha affermato padre Schmitz.

La soluzione, ha aggiunto, è un sentimento diffuso di speranza cristiana. «La speranza cristiana non consiste solo nel desiderare un risultato, ma nel sapere che posso confidare in Dio e proiettare questa fiducia verso il futuro; credo che questa sia la risposta all’ansia», ha affermato padre Schmitz.

Il rifugio nel mistero della tradizione

Il ritorno alla tradizione cattolica e all’autentica riverenza tra i giovani è stato un altro antidoto contro l’angoscia dei nostri tempi. «C’è qualcosa di veramente commovente nel mistero e nel senso ancestrale della Messa, o nelle pratiche che svolgiamo come cattolici, che trascende l’individuo», ha affermato padre Schmitz.

Ha affrontato anche il tema dell’intelligenza artificiale, che Papa Leone XIV tratta nella sua storica enciclica «Magnifica Humanitas», pubblicata il 25 maggio. Il Papa paragona il tentativo di costruire un futuro con l’IA che escluda Dio alla «Torre di Babele» e sottolinea la necessità di salvaguardare la dignità umana, poiché essa è «minacciata da nuove forme di disumanizzazione».

L'umanità di fronte all'intelligenza artificiale

«Circa un anno fa, ho parlato con alcune persone del McGrath Institute for the Life of the Church dell’Università di Notre Dame», ha detto padre Schmitz, «e una delle cose che hanno sottolineato è che ogni volta che inventiamo un qualche tipo di tecnologia, questa rappresenta un’estensione di una nostra capacità umana, come la nostra capacità di spostarci in automobile. E ogni volta, abbiamo limitato la nostra capacità di utilizzarla».

Ad esempio, nell’odierna società ipermobile, le persone non camminano più tanto quanto un tempo. L’intelligenza artificiale offre uno scenario simile a quello dell’ampliamento delle capacità mentali umane per affrontare problemi tanto complicati quanto complessi, ha affermato padre Schmitz.

«L’intelligenza artificiale è molto efficace nel risolvere problemi complicati, ma non è in grado di risolvere (tutti) i problemi complessi», ha affermato il sacerdote.

«Nel futuro immediato, spero che riusciremo a conservare la nostra umanità, riconoscendo che ci sono alcune domande a cui un computer non può rispondere, per quanto avanzato possa essere il programma», ha affermato padre Schmitz.

L'evento di Fort Lauderdale ha attirato un pubblico eterogeneo composto da giovani, giovani adulti e persino anziani che probabilmente conoscono il sacerdote grazie ai suoi popolari video su YouTube e al suo podcast «La Bibbia in un anno». Prodotto da Ascension Press, il podcast è composto da 365 episodi giornalieri in cui viene letta l'intera Bibbia. In ogni episodio, padre Schmitz legge e commenta brani biblici, aggiungendo anche le sue riflessioni e le sue preghiere.

Il tour «Parábolas» si inserisce nell’ambito di un’iniziativa di raccolta fondi a sostegno del Centro Newman dell’Università del Minnesota Duluth. Circa 700 studenti e docenti si riuniscono per partecipare alla funzione religiosa guidata da padre Schmitz.

Tutti i fondi raccolti in occasione di ogni evento vengono destinati al finanziamento della costruzione di una chiesa completamente nuova e di uno spazio dedicato esclusivamente agli studenti, dove possano riunirsi, pregare, studiare e crescere nella fede all’interno del campus.

L'autoreOSV / Omnes

Libri

J. Aurell: «Ogni epoca ha proiettato le proprie ossessioni sull’Opus Dei»

Secondo Jaume Aurell, l’immagine pubblica dell’Opera si fonda su tre grandi narrazioni che si sono sviluppate nel corso della sua storia.

Javier García Herrería-9 luglio 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

Alla vigilia del suo centenario, l’Opus Dei continua a essere oggetto di una percezione distorta da parte dell’opinione pubblica. Quali sono le ragioni di questa percezione? È forse il frutto di una “leggenda nera” alimentata dall’esterno? Cogliendo l’occasione di questo centenario, lo storico Jaume Aurell è coautore di Storia dell'Opus Dei. Cento anni di vita attraverso la sua storiografia, un'analisi che mira a far luce su diverse questioni da un punto di vista storico.

Abbiamo parlato con Aurell per risalire alle origini storiche di questi pregiudizi e capire perché, a distanza di un secolo, l’istituzione continui ad affrontare la sfida di spiegare la propria identità e la propria storia alla società.

A quasi tutti i membri dell’Opus Dei è stato chiesto, almeno una volta, perché l’immagine dell’istituzione sia così diversa dalla realtà che si percepisce quando si conosce una persona dell’Opera. Perché succede questo?

–Perché l’immagine pubblica dell’Opus Dei non si è costruita osservando ciò che l’istituzione è realmente, ma proiettando su di essa le paure e le ossessioni di ogni epoca. Ho studiato questo fenomeno ricorrendo alla teoria dei metaracconti: si tratta di narrazioni che fungono da specchio, in cui ogni generazione vede riflesso ciò che la ossessiona, proiettandolo sull’organizzazione.

Cosa intendi esattamente quando dici che quelle narrazioni sono «presentiste»?

–Il fatto che giudichiamo il passato con i criteri del presente, invece di comprenderlo nel suo contesto specifico. È un fenomeno che osserviamo in molti altri ambiti: oggi si censurano autori come Shakespeare, Mark Twain o Agatha Christie perché contengono espressioni o stereotipi che ora consideriamo offensivi, ma che ai loro tempi rientravano nelle convenzioni sociali. Con l’Opus Dei è accaduto qualcosa di simile, ma nel corso di cento anni e con tre versioni diverse e persino contraddittorie tra loro.

Parliamo di quei racconti. Qual è stato il primo?

–Quella dell’Opus Dei come eresia religiosa, tra il 1940 e il 1957. Ed ecco la cosa curiosa: non nacque tra gli anticlericali, ma all’interno della Chiesa stessa. Alcuni padri gesuiti, come Ángel Carrillo de Albornoz o Manuel María Vergés, legati alle Congregazioni mariane, iniziarono a definire la dottrina dell’istituzione come un’eresia pericolosa, che andava sradicata prima che si consolidasse.

Perché una Chiesa così gerarchica vedeva una minaccia in qualcosa di così semplice come vivere la fede nel lavoro quotidiano?

–Perché nella Chiesa preconciliare i laici erano fedeli di seconda categoria. Il fatto che dei giovani comuni, in giacca e cravatta, senza abito né alcun distintivo, affermassero di poter raggiungere la santità nel loro lavoro quotidiano, risultava strano e persino sospetto. Furono definiti «illuministi» e accusati di sottrarre vocazioni religiose.

E quasi contemporaneamente sorsero i primi sospetti di natura politica, con la Falange coinvolta.

–Esatto. La Falange, che voleva mantenere la propria posizione di partito unico, vide nell’Opus Dei una minaccia. Nel 1941 fu persino presentata una denuncia formale dinanzi al Tribunale Speciale per la Repressione della Massoneria e del Comunismo, in cui si accusavano Escrivá e i suoi seguaci di tramare qualcosa di «giudeo-massonico». 

Ci furono altre accuse contro l’Opera prima che Escrivá si trasferisse a Roma?

–Sì, sono stati anche accusati di «assalto alle cattedre universitarie». Tra il 1940 e il 1945 in Spagna furono assegnati 179 posti di professore ordinario. Di questi, solo 23 andarono a membri dell’Opus Dei: il 6%. Lontano dalla conquista massiccia suggerita dalla leggenda.

La storia subì una svolta radicale nel 1957: cosa accadde?

–Sì, una svolta drammatica. Franco, costretto ad abbandonare l’autarchia economica falangista, coinvolse tecnici come Mariano Navarro Rubio e Alberto Ullastres, entrambi membri dell’Opus Dei, che elaborarono il Piano di Stabilizzazione del 1959 e il successivo «miracolo economico» spagnolo. I settori falangisti, risentiti per la perdita di potere, coniarono allora l’etichetta di «tecnocrati dell’Opus Dei» e li accusarono di aver preso il potere

Da eretici a potenti alleati della dittatura.

–Esatto, e quell’immagine si è diffusa in tutto il mondo grazie a riviste come The Economist o Tempo, e fu rafforzata da libri scritti da autori antifranchisti come Daniel Artigues o Jesús Ynfante, che coniò l’espressione «Santa Mafia». Ancora una volta, politica e religione si intrecciarono. Allo stesso tempo, all’interno della Chiesa, il Concilio Vaticano II politicizzò i dibattiti tra «progressisti» e «conservatori», e l’istituzione fu bollata come «integrista», quando in origine era stata considerata troppo “innovatrice”.

Ci sono state pressioni anche da parte dello stesso Vaticano?

–Sì, tra il 1967 e il 1973 personalità come Giovanni Benelli e Jean Villot fecero pressione su Escrivá affinché l’Opus Dei agisse come blocco politico allineato alla Democrazia Cristiana europea. Egli si rifiutò, difendendo la libertà politica individuale di ogni laico, e questo gli costò sei anni di allontanamento e sfiducia da parte della Curia.

Siamo giunti alla terza ondata, quella della setta e degli scandali finanziari.

–A partire dal 1980, in società sempre più secolarizzate e individualiste, valori come il celibato laico o la mortificazione cominciarono ad essere interpretati alla luce di una crescente fobia mediatica nei confronti del cattolicesimo. In questo contesto, l’Opus Dei era visto come una forza reazionaria e immobilista.

L'istituzione come Prelatura Personale nel 1982 e la beatificazione del fondatore nel 1992 hanno dato il via a un nuovo fronte di attacco, con testimonianze di ex membri critici.

E qui compare anche la parola «setta».

–Esatto, la stampa internazionale, con Il Times alla guida, abbandonò il modello del potere politico e adottò il paradigma del settarismo. In Germania e in Italia circolarono teorie sul «lavaggio del cervello» promosse da associazioni antisette, al punto da dare origine a un tentativo di inchiesta da parte del Parlamento italiano nel 1986, che alla fine non ebbe seguito perché si rivelò una calunnia priva di fondamento.

E gli scandali finanziari che gli vengono attribuiti?

–Si tratta di tre casi distinti che l’opinione pubblica ha vagamente collegato tra loro: il caso Matesa del 1969, il caso Calvi e il Banco Ambrosiano del 1982, e il caso Ruiz-Mateos del 1983. Si tratta di episodi molto diversi tra loro, ma la narrazione popolare li ha collegati come se formassero un’unica trama legata all’Opus Dei. Quando si studiano questi casi con un minimo di serietà, ci si rende conto che si tratta di casi che rispondono a contesti economici e attori politici completamente diversi. 

Allora perché hanno funzionato?

–Per un fenomeno che si verifica molto spesso nell’Opus Dei: la gente confonde l’operato professionale dei suoi membri, come se ciascuno di essi seguisse gli ordini dell’istituzione. Ovviamente questo non accade alla maggior parte dei membri, che svolgono lavori normali e privi di particolare rilevanza pubblica. Tuttavia, se una persona ricopre una posizione di alta responsabilità in politica, nel settore bancario, nella professione legale o in ambito culturale, allora le sue azioni finiscono sotto la lente del sospetto. Anche se può sembrare difficile da ammettere, in molte di queste interpretazioni permane un fondo clericale.

E tutto questo culmina con Dan Brown.

-Con Il Codice Da Vinci, nel 2003, e la sua versione cinematografica nel 2006. Qui tutti i miti accumulati nel corso di decenni si fondono in una caricatura pop, il monaco albino assassino, che ottiene un enorme successo commerciale a scapito del consolidamento della leggenda nera.

L'aspetto più sorprendente della tua analisi è che l'Opus Dei è stato accusato di cose del tutto opposte a seconda del periodo storico.

–È la prova che questi racconti sono costruzioni artificiali. Negli anni Quaranta veniva accusato di innovazione eretica per aver difeso la santità dei laici senza abiti religiosi né voti; dagli anni Sessanta ad oggi viene accusato del contrario, ovvero di essere ultraconservatore e reazionario. 

Durante la Seconda Guerra Mondiale, alcuni denunciavano Escrivá come filotedesco agli alleati, mentre altri lo denunciavano come filobritannico ai tedeschi e agli italiani, contemporaneamente. 

In Spagna gli fu attribuito il ruolo di pilastro ideologico del franchismo, quando in realtà fu perseguitato dalla stessa Falange e alcuni dei suoi figli dovettero andare in esilio per opporsi al regime. 

E dal punto di vista sociologico, è stato descritto sia come un «calvinismo cattolico» modernizzatore sia, oggi, come un baluardo oscurantista contrario all’autonomia individuale.

L'analisi del tuo testo si ferma al 2010. Perché non analizzi gli ultimi quindici anni, includendo anche tutte le recenti polemiche?

–Perché sono uno storico, non un giornalista né un analista di attualità. Il mestiere dello storico richiede distanza temporale e prospettiva: è necessario che gli archivi vengano resi accessibili, che le testimonianze vengano confrontate tra loro e che le passioni del presente si placino prima di poter giudicare con rigore. 

Scrivere di ciò che è accaduto negli ultimi anni senza questa prospettiva significherebbe ripetere lo stesso errore che denuncio nel libro: lasciarsi trascinare dalla narrazione dominante del momento – per quanto ben contestualizzata – invece di analizzare i fatti con il tempo necessario per separare il mito dalla realtà. Tra venti o trent’anni, un altro storico potrà fare con quest’ultima fase ciò che io ho cercato di fare con il secolo precedente.

Per concludere, cosa speri che il lettore tragga da questo viaggio attraverso cento anni di racconti?

–Che impari a diffidare delle etichette semplicistiche. Quando un’istituzione non rientra nelle categorie ideologiche dominanti del proprio tempo, la società tende a distorcerla per poterla classificare. Comprendere questi meccanismi non è utile solo per giudicare l’Opus Dei, ma anche per leggere con maggiore spirito critico qualsiasi racconto storico che ci venga presentato come definitivo, contestualizzandolo adeguatamente. Nel testo lo illustro con l’aberrazione che comporta la divisione della guerra civile spagnola tra fascisti e comunisti, come molti tentano di fare oggi: questo significa manipolare il passato, semplificandolo, per usarlo nelle contese politiche attuali e generare una polarizzazione imprudentemente inutile.


Storia dell'Opus Dei. Cento anni di vita attraverso la sua storiografia

Autore: Federico Requena (a cura di)
Editoriale: Almuzara
Anno: 2026
Numero di pagine: 242
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Vangelo

Il metodo di Gesù: le parabole. XV domenica del tempo ordinario (A)

Vitus Ntube ci illustra le letture della XV domenica del tempo ordinario (A), corrispondente al 12 luglio 2026.

Vitus Ntube-9 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Il tema della Parola di Dio è al centro della liturgia odierna. Nella prima lettura, la Parola viene paragonata alla pioggia e alla neve che scendono dal cielo per irrigare la terra e renderla feconda. Nel Vangelo, viene assimilata al seme sparso su diversi tipi di terreno. Il fulcro delle letture non è solo la Parola in sé, ma anche il modo in cui viene proclamata e accolta.

Il Vangelo ci presenta la famosa parabola del seminatore. Tuttavia, questa parabola è molto più di un semplice racconto con una morale. Come osserva Papa Benedetto XVI, essa è sotto molti aspetti “autobiografica”, perché rispecchia la stessa esperienza di Gesù e della sua predicazione. Cristo si presenta come il seminatore che sparge il buon seme della Parola di Dio, mostrando al contempo che la sua fecondità dipende dalla disponibilità di chi la accoglie.

Oggi si presta particolare attenzione al metodo di insegnamento di Gesù. Dopo aver ascoltato la parabola, i discepoli si avvicinano a Lui e gli chiedono: ““Perché parli loro per parabole??” Gesù risponde: “A voi sono stati rivelati i segreti del regno dei cieli, a loro no".

Perché Gesù sceglie di insegnare per parabole? Nel corso del Vangelo lo vediamo insegnare in vari modi. Pronuncia il Discorso della Montagna in modo diretto e chiaro. Ora, però, adotta un altro stile di insegnamento. Questo cambiamento sorprende persino i discepoli, ed è per questo che gli chiedono spiegazioni. 

L’uso delle parabole ci insegna che la Parola di Dio richiede impegno, riflessione e interpretazione. Essa interpella non solo l’intelletto, ma anche il cuore e la volontà. La Parola non può essere accolta in modo passivo o indifferente. Affinché porti frutto nella nostra vita, dobbiamo impegnarci personalmente con essa. Dobbiamo permettere che ci interpelli e ci trasformi.

Chi ascolta la parabola è chiamato a diventare terra fertile: aperta, ricettiva e disposta a riflettere profondamente per cogliere il significato del messaggio. L’umiltà e l’apertura sono, quindi, essenziali. Coloro che si avvicinano alla Parola come i discepoli che si avvicinarono a Gesù per chiedergli una spiegazione, ricevono una comprensione più profonda dei misteri del regno.

La liturgia di oggi ci insegna come accogliere e diffondere la Parola di Dio. La parabola ci esorta a impegnarci profondamente con la Sacra Scrittura affinché la Parola porti frutto in noi — trenta, sessanta e persino cento per uno. Quando condividiamo la Parola con gli altri, dobbiamo farlo in modo tale da fare appello alla loro libertà e coinvolgere la loro intelligenza.

Vaticano

Leone XIV pranzerà con 200 persone in condizioni di vulnerabilità a Castel Gandolfo

Come già avvenuto nel 2025, sabato 11 luglio Papa Leone XIV pranzerà con 200 persone in condizioni di vulnerabilità a Castel Gandolfo.

Paloma López Campos-8 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Sabato prossimo, 11 luglio 2026, il Borgo Laudato si’, situato nei Giardini Pontifici di Castel Gandolfo, diventerà il teatro dell’iniziativa “Pranzo con il Papa”.

Nell'ambito della soggiorno del Pontefice Questo mese, in quella località, questa giornata all’insegna dell’accoglienza e della fratellanza riunirà circa 200 persone in situazione di vulnerabilità sociale provenienti dalla diocesi di Roma, che avranno l’opportunità di condividere la tavola con Papa Leone XIV.

Ecologia integrale e convivenza

L'incontro prevede un programma che intreccia fede, natura e inclusione sociale. La giornata avrà inizio con una celebrazione eucaristica accompagnata dalla Liturgia per la cura del creato.

Successivamente, i partecipanti potranno godersi un momento di accoglienza e convivialità, seguito da una visita guidata che consentirà agli ospiti di scoprire le strutture e il progetto del Borgo Laudato si’. Più tardi, l’evento si concluderà ufficialmente con il pranzo condiviso al fianco del Santo Padre.

Pastorale verso le periferie

Questo evento non è un fatto isolato, ma il consolidamento di un’iniziativa annuale promossa dal Centro di Alta Formazione Laudato si’. Il progetto ha avuto origine dall’esperienza del 17 agosto 2025, quando il Santo Padre ha condiviso un pasto simile con persone in condizioni di povertà della diocesi di Albano.

A seguito di quell’incontro, si è deciso di invitare ogni anno una diocesi diversa per offrire a rifugiati, migranti e persone in situazioni di fragilità sociale una giornata immersa nella bellezza del creato e l’opportunità di incontrare il Papa.

L’edizione di quest’anno riveste un significato ecclesiale di grande rilevanza, poiché è il risultato della collaborazione tra il Centro di Alta Formazione Laudato si’, il Dicastero per il Servizio della Carità e la Diocesi di Roma. Insieme hanno dato vita a un’unica iniziativa pastorale che coinvolge le principali organizzazioni e parrocchie che sostengono quotidianamente i cittadini più vulnerabili della capitale italiana.

Sostegno e dichiarazioni delle autorità

Il cardinale Fabio Baggio, direttore generale del Centro di Alta Formazione Laudato si’, ha sottolineato che hanno creato questo spazio per dimostrare che “la cura del creato e la cura della persona costituiscono un’unica missione”. Baggio ha aggiunto che, dopo l’esperienza di Lampedusa, questa giornata segna una nuova tappa nel cammino di Leone XIV verso le periferie del nostro tempo.

Da parte sua, monsignor Luis Marín de San Martín, prefetto del Dicastero per il Servizio della Carità, ha sottolineato che l’elezione del Papa ribadisce che “la carità si esprime nella vicinanza, nell’incontro e nella condivisione”.

Allo stesso modo, il cardinale Baldassare Reina, Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma, ha concluso spiegando che si è cercato esplicitamente di mettere in primo piano le persone assistite dalla Caritas e le realtà associative locali, restituendo il ruolo di protagonisti “a coloro che troppo spesso rimangono ai margini”.

Collaborazione a livello comunitario e commerciale

La realizzazione di questo incontro può contare sul sostegno di una vasta rete di collaborazione che comprende organizzazioni quali la Comunità di Sant’Egidio, la Caritas Diocesana di Roma, il Centro Astalli, le ACLI di Roma e numerose parrocchie locali.

Dal punto di vista logistico, le istituzioni organizzatrici hanno espresso la loro gratitudine al «Ristorante L’Isola della Pizza» di Roma, incaricato di offrire il pranzo, nonché al «Bar Al Duomo» di Albano Laziale, che offre la colazione di benvenuto ai partecipanti.

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Famiglia

I film più visti in Spagna riflettono a malapena il desiderio di mettere su famiglia, nonostante il 70% dei giovani indichi che lo desiderino

Un rapporto di The Family Watch rivela che il 56% delle famiglie rappresentate si trova in una situazione di conflitto e solo il 5% risulta attraente e positivo.

Javier García Herrería-8 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

La Fondazione L'orologio di famiglia ha presentato la relazione «Le famiglie sullo schermo: modelli di famiglia nei film e nelle serie TV più visti in Spagna nel 2025», uno studio condotto da ricercatori dell’Università Nebrija e dell’Università Rey Juan Carlos, con il sostegno di Methos Media, che mette in luce una conclusione sorprendente: la fiction più seguita dagli spagnoli riflette a malapena il desiderio di formare una famiglia, nonostante la maggioranza dei giovani del Paese aspiri effettivamente ad averne una.

La ricerca ha analizzato 40 produzioni audiovisive — le dieci serie e i dieci film più visti sia in televisione tradizionale che sulle piattaforme di streaming nel corso del 2025 — attraverso una metodologia di analisi dei contenuti applicata a 158 personaggi rappresentativi di diverse dinamiche familiari.

Famiglie presenti, ma quasi sempre in crisi

Secondo i dati dello studio, il 56% dei sistemi familiari che compaiono sullo schermo è caratterizzato da conflitti, frammentazione o disgregazione, mentre il 33% presenta l’istituzione familiare come qualcosa di problematico o in crisi. Alla luce di queste cifre, solo il 5% delle storie offre un modello familiare a cui aspirare o chiaramente positivo.

Il rapporto evidenzia, tuttavia, un paradosso: sebbene le strutture familiari appaiano indebolite, gran parte dei personaggi svolge la funzione narrativa di tenerle unite. Il 28% funge da sostegno emotivo del nucleo familiare, davanti alle figure autoritarie (22%) e ai personaggi che generano il conflitto (20%).

«La narrativa crea personaggi che sostengono emotivamente famiglie che, dal punto di vista narrativo, appaiono disgregate o in procinto di disgregarsi. È uno dei paradossi più interessanti emersi dallo studio», spiega Carmen Llovet, una delle ricercatrici autrici del rapporto.

Un altro dato degno di nota è che quasi un personaggio su quattro (23%) è privo di una struttura familiare riconoscibile, un’assenza che, secondo gli autori, non è casuale: viene spesso utilizzata come espediente narrativo per delineare l’antagonista, giustificare determinati comportamenti o semplicemente rendere invisibile il contesto familiare del personaggio.

L'assistenza continua ad avere il volto di una donna

Il rapporto pone inoltre l’accento su come vengono ripartiti i compiti di cura nella finzione. La madre appare come principale figura di riferimento nel 26% dei casi, contro appena l’11% nel caso del padre. Al contrario, l’assenza familiare è associata prevalentemente a personaggi maschili: nel 19% dei casi sono gli uomini a ricoprire questo ruolo narrativo, contro solo il 3% delle donne. La corresponsabilità nella cura compare nel 22% delle produzioni analizzate, pur rimanendo una posizione minoritaria.

«La corresponsabilità comincia ad affacciarsi nella narrativa, ma non mette ancora in discussione in modo significativo un modello di cura che rimane fortemente legato alla figura materna», osserva il ricercatore Ernesto García, coautore dello studio.

I valori familiari tradizionali resistono

Nonostante il peso dei conflitti, il rapporto rileva che la fiction continua a trasmettere valori storicamente associati alla famiglia. Spiccano il sacrificio e il dovere familiare (23%), seguiti dall’autonomia individuale (19%) e dalla tradizione e continuità (12%). Inoltre, la famiglia continua a essere un elemento determinante nella costruzione dell’identità dei personaggi: influenza in modo decisivo chi sono nel 62% dei casi e ne condiziona le decisioni nel corso della trama nel 45%.

«Le narrazioni mettono in luce una tensione costante tra la lealtà verso la famiglia e la ricerca di un progetto personale. Anche quando la famiglia compare a malapena sullo schermo, continua a influenzare le motivazioni dei protagonisti», sottolinea la ricercatrice Cristina Gallego.

Lo studio analizza inoltre il contesto in cui questa fiction viene prodotta e consumata. La Spagna concentra il 50% delle produzioni più seguite, con Netflix e RTVE Play come piattaforme leader in termini di consumo, in un momento in cui il boom dello streaming sta trasformando profondamente i formati narrativi.

Cinque consigli per migliorare la rappresentanza familiare

Sulla base di questi risultati, il rapporto propone cinque linee d’azione rivolte sia all’industria audiovisiva che alle amministrazioni pubbliche:

  1. Incorporare il desiderio di formare una famiglia come asse narrativo legittimo.
  2. Rendere visibile l'assistenza e distribuirla in modo più equilibrato tra uomini e donne.
  3. Mostrare una maggiore varietà di modelli familiari, anche da una prospettiva funzionale e positiva.
  4. Introdurre criteri di rappresentanza familiare nelle politiche pubbliche di finanziamento del settore audiovisivo.
  5. Promuovere l'alfabetizzazione audiovisiva per stimolare uno sguardo critico sui modelli familiari presenti nella narrativa.

Per María José Olesti, direttrice generale di The Family Watch, i risultati del rapporto sono «particolarmente rilevanti, poiché la finzione costruisce l’immaginario collettivo e rappresenta ciò che è normale, desiderabile o possibile». A questo proposito, sottolinea che dati quali la persistenza della cura dei figli a carico delle donne o la scarsa diffusione del desiderio di formare una famiglia tra i giovani spagnoli — nonostante un’alta percentuale lo desideri — costituiscono «un dato molto significativo» per ripensare il modo in cui la fiction ritrae la vita familiare.

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America Latina

Il «sesto continente» si dà appuntamento in America Centrale: Atti 29 e l’avanguardia della missione digitale

Oltre un centinaio di missionari provenienti da venti paesi si riuniscono in Costa Rica con il sostegno del Vaticano e del CELAM, consolidando una pastorale dell’incontro nell’ambito digitale.

Juan Carlos Vasconez-8 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Il «sesto continente» ha smesso di essere una semplice metafora per diventare una realtà pastorale ineludibile. Non si tratta di un mero insieme di strumenti tecnologici, bensì di uno spazio abitato in cui milioni di persone — in particolare i giovani — cercano risposte alle loro inquietudini esistenziali e instaurano relazioni. 

Per la Chiesa, essere presente in questo contesto non è una scelta strategica secondaria, ma un’esigenza del suo mandato evangelizzatore. In questo contesto di accelerazione digitale emerge Atti 29, il più importante incontro internazionale al mondo dedicato ai missionari digitali e ai creatori di contenuti cattolici, uno spazio in cui la fede e la cultura digitale si fondono per costruire la comunione.

Il nome stesso dell’incontro racchiude una profonda chiave teologica. Il libro biblico degli Atti degli Apostoli si conclude bruscamente al capitolo 28, lasciando la narrazione della prima espansione cristiana in sospeso. «Atti 29» simboleggia, quindi, il capitolo che la Chiesa continua a scrivere oggi sotto l’azione dello Spirito Santo. Non si tratta di aggiungere una pagina all’Apocalisse, ma di assumere la continuità storica della missione apostolica: gli attuali creatori di contenuti sono i nuovi evangelizzatori chiamati a percorrere le autostrade dell’informazione, portando il primo annuncio ai confini della rete.

Il Costa Rica come sede globale

Nell’edizione del 2026, Hechos 29 approda per la prima volta in America Centrale, scegliendo il Costa Rica come sede dal 18 al 23 agosto. L’evento riunirà oltre 100 creatori di contenuti, sacerdoti, suore, musicisti e podcaster provenienti da una ventina di paesi, tra cui Italia, Spagna, Messico, Colombia, Perù e Argentina.

Lungi dall’essere un congresso tradizionale, questo evento si propone come un’esperienza profonda di fraternità e una radiografia vivente della Chiesa in missione.

Il percorso del movimento testimonia una crescita organica sin dalla sua fondazione nel 2021 a Monterrey, in Messico. Quella prima edizione, nata nel pieno della pandemia e in formato virtuale, ha riunito 45 pionieri. Già nel 2022, Papa Francesco aveva inviato un videomessaggio incoraggiandoli a evangelizzare con creatività. Dopo la tappa a Bogotá nel 2024, il movimento ha raggiunto un traguardo importante nel 2025 partecipando al Giubileo dei Missionari Digitali a Roma, dove ha ricevuto l’esortazione a «ricucire le reti», un invito del Successore di Pietro a sanare il tessuto digitale promuovendo la vicinanza e la verità.

Discepoli prima che ‘influencer’

L’essenza di Hechos 29 è perfettamente sintetizzata dal suo direttore generale, il presbitero José Juan Montalvo («Padre Borre»): «Non cerchiamo la quantità, ma la fratellanza». In un contesto spesso dominato dalla tirannia dell’algoritmo e dalla competizione per la portata, questo incontro sovverte la logica del mondo. 

Il principio che accomuna questi creatori è chiaro: prima di essere influencer, sono discepoli. Il successo della missione digitale non si misura in base alle metriche di un video, ma all’autenticità della testimonianza e alla capacità di accompagnare profondi percorsi personali, trasformando gli schermi in ponti di incontro reale con Gesù Cristo.

Speranza per la regione

L’incontro gode di un solido sostegno istituzionale: l’Arcidiocesi di San José, la Conferenza Episcopale del Costa Rica, il CELAM e il Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede sostengono l’iniziativa. Personalità ecclesiastiche come monsignor Lucio Ruiz, che fino a settembre ricopre ancora la carica di segretario di tale Dicastero, offriranno una visione della Chiesa universale, ricordando che questo compito si colloca nel cuore stesso della Chiesa di oggi. 

L'iniziativa alternerà giornate di ritiro spirituale e formazione a porte chiuse — durante le quali si condivideranno successi e difficoltà pastorali — a un grande Festival della Missione Digitale aperto al pubblico il 23 agosto.

In un’America Centrale in cui il cattolicesimo rappresenta appena il 32,6% della popolazione regionale, Atti 29 si presenta come un faro di speranza. Ci ricorda che il Vangelo si diffonde anche attraverso i social network e che gli ambienti virtuali sono solchi in cui il seme della grazia può germogliare. 

Dietro ogni account cattolico c’è una storia e un cuore che prega; attraverso questa rete internazionale, la Chiesa dimostra di essere disposta a impegnarsi a fondo nel sesto continente, abitando le periferie digitali non come semplici tecnici della comunicazione, ma come testimoni autentici e vicini dell’Amore di Dio.

Mondo

“Gerusalemme è il cuore del mondo”: l’invito a guardare oltre i conflitti

Il cardinale Pierbattista Pizzaballa ribadisce la vocazione universale di Gerusalemme come "cuore spirituale del mondo", un patrimonio vivente di fede e dialogo che va oltre il conflitto attuale.

Redazione Omnes-8 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

“Gerusalemme è il cuore del mondo”. Con questa espressione, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, riassume uno dei concetti centrali della lettera che ha indirizzato lo scorso aprile ai fedeli della diocesi. 

In un momento caratterizzato dal conflitto e dall’incertezza, il suo messaggio invita a contemplare la Terra Santa da una prospettiva più ampia: non solo come teatro di una guerra, ma come luogo la cui importanza spirituale, storica e umana trascende qualsiasi circostanza temporanea. “Come possiamo, in quanto cristiani, rimanere in mezzo a questo conflitto?”, si chiede il Patriarca latino di Gerusalemme. 

La lettera, Diffusa in un contesto particolarmente difficile per la regione, sottolinea la necessità di mantenere viva la speranza e di non perdere di vista la missione unica di Gerusalemme e dei cattolici che vivono in Terra Santa. Per il Patriarca, la Città Santa continua a essere un punto di riferimento per milioni di persone in tutto il mondo e un luogo in cui si incontrano tradizioni religiose, culture e storie che fanno parte del patrimonio comune dell’umanità.

Gerusalemme, una città per tutti

Poche città racchiudono un significato simbolico paragonabile a quello di Gerusalemme. Luogo sacro per ebrei, cristiani e musulmani, è stata per secoli un luogo di preghiera, pellegrinaggio e incontro. La sua importanza non dipende solo dal suo passato, ma anche dalla sua capacità di continuare ad accogliere persone provenienti da contesti molto diversi.

Nella sua lettera, Pizzaballa ricorda proprio questa vocazione universale. Gerusalemme non può essere compresa da una prospettiva esclusivamente locale o politica: “Noi siamo la Chiesa di Gerusalemme, e la Città Santa è il cuore non solo geografico, ma anche spirituale della nostra comunità ecclesiale”…

Questa dimensione universale rende la città uno spazio privilegiato per il dialogo. Nonostante le difficoltà e le tensioni che periodicamente attraversano la regione, la Terra Santa rimane uno dei pochi luoghi in cui le grandi tradizioni religiose monoteistiche convivono in una vicinanza unica. Il dialogo interreligioso qui non si limita a dichiarazioni istituzionali, ma fa parte della vita quotidiana di chi vive e lavora nella regione.

I Luoghi Santi, un patrimonio vivo

Il Patriarca ricorda inoltre l’importanza di custodire i Luoghi Santi e di preservarne il significato per le generazioni future. Questi luoghi non sono solo monumenti storici o mete turistiche. Sono luoghi in cui milioni di persone trovano un legame concreto con la propria fede e con le radici del cristianesimo, poiché “la missione della Gerusalemme terrena, in un certo senso, è quella di diventare immagine e specchio della Gerusalemme celeste”, afferma nella sua lettera.

La Basilica del Santo Sepolcro, la Basilica della Natività, il Monte degli Ulivi o il Mare di Galilea fanno parte di un panorama spirituale che continua ad attrarre fedeli da tutto il mondo. Il loro valore va oltre i confini della Terra Santa stessa e costituisce un patrimonio condiviso da tutta la Chiesa.

In questo contesto, le comunità cristiane locali svolgono un ruolo essenziale. Sono proprio loro a mantenere viva la presenza cristiana nei luoghi legati alla vita di Gesù e a continuare ad accogliere i pellegrini che giungono da diversi paesi. Per questo motivo, il calo dei visitatori registrato negli ultimi anni non ha avuto solo conseguenze economiche, ma ha anche inciso su una realtà umana ed ecclesiale profondamente radicata nella storia della regione.

Comprendere la Terra Santa al di là dei titoli dei giornali

In un contesto attuale dominato dalle notizie sul conflitto, diverse iniziative continuano a impegnarsi per aiutare a comprendere la ricchezza storica, culturale e religiosa della Terra Santa. Una di queste è Centro visitatori di Saxum, situato ad Abu Ghosh, a pochi chilometri da Gerusalemme.

Attraverso risorse audiovisive, tecnologie interattive e contenuti divulgativi, il centro offre ai visitatori una visione d’insieme del contesto biblico e della realtà dei luoghi in cui si sono svolti gli eventi narrati nelle Sacre Scritture. 

“La Terra Santa non è solo una meta di pellegrinaggio. È un luogo in cui la storia, la fede e il dialogo tra le religioni si incontrano in modo unico”, spiega Blanca Ramirez, direttrice del Saxum Visitor Center e rappresentante di Saxum. “Chi visita Gerusalemme scopre che i Luoghi Santi sono spazi vivi che continuano a riunire persone provenienti da tutto il mondo”. Infatti, il cardinale Pizzaballa afferma nella sua lettera che “la sua identità principale – la caratteristica più importante della Città e di tutta la Terra Santa – è quella di essere il luogo della rivelazione di Dio, il luogo in cui le religioni si sentono a casa”.

Blanca Ramírez aggiunge che “comprendere la Terra Santa aiuta anche a comprendere meglio l’importanza della convivenza e dell’incontro. Anche nei momenti difficili, Gerusalemme continua a ricordarci che è possibile costruire ponti tra persone di diverse tradizioni religiose e culturali”.

Queste parole sono in linea con il messaggio centrale della lettera di Pizzaballa. Al di là delle difficoltà attuali, il Patriarca invita a non perdere di vista ciò che rende Gerusalemme unica: la sua capacità di riunire persone provenienti da tutto il mondo attorno a una storia condivisa.

Perché, come ricorda lo stesso Patriarca, Gerusalemme continua a essere “il cuore del mondo” e per questo “la comunità internazionale ha il dovere e il diritto di interessarsi a Gerusalemme, perché appartiene a tutti”. Una città la cui importanza non dipende solo da ciò che vi accade, ma anche da ciò che rappresenta per milioni di persone che continuano a guardare alla Terra Santa come a un luogo di fede, memoria e speranza.

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Vaticano

Monsignor Luis Marín, OSA: “La priorità del pontificato di Leone XIV è Cristo, con tutto ciò che ciò comporta”.

Il prefetto del Dicastero per la Carità spiega a El Escorial che lo scisma dei tradizionalisti non riguarda solo la liturgia, ma anche il rifiuto di accettare l’intera Tradizione della Chiesa.

Jose Maria Navalpotro-8 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Monsignor Luis Marín de San Martín (Madrid, 1961) è uno degli uomini della cerchia più ristretta di collaboratori di Leone XIV. Agostiniano come lui, prima che Robert Prevost fosse eletto Papa, erano soliti pranzare insieme spesso da quando entrambi erano stati chiamati da Papa Francesco a lavorare nella Curia romana. È stato sottosegretario del Sinodo e, da quasi quattro mesi, è il Elemosiniere di Sua Santità e prefetto del Dicastero per il Servizio della Carità, uno dei più influenti al giorno d’oggi.

Monsignor Marín, caro amico di A tutti, Risponde alle domande della rivista da El Escorial, dove ha partecipato a un corso estivo del CEU sul primo anno di pontificato di Leone XIV. È d’obbligo iniziare chiedendogli quale significato abbia avuto il recente viaggio del Papa in Spagna.

– In primo luogo, rafforzarci nella fede; in secondo luogo, seminare speranza e, in terzo luogo, dare slancio alla missione.

In altre parole, ha ricordato i pilastri fondamentali della nostra fede: Gesù Cristo, la Chiesa, il Vangelo. Allo stesso tempo, ha dissipato quelle nebbie di pessimismo che a volte ci avvolgono e ci ha orientato verso un orizzonte di speranza. Ci ha anche fatto comprendere l’urgenza di evangelizzare, l’assunzione di responsabilità e la bellezza di rendere testimonianza a Cristo risorto nel mondo.

La risposta della gente in generale, e dei giovani in particolare, è stata impressionante. C’è un desiderio ardente di Cristo, direi, di messaggi coerenti, solidi, che diano risposta alle domande e ai problemi del mondo di oggi. 

È stato un viaggio magnifico, che ho potuto vivere in prima persona. 

E lei, che è vicino al Papa, cosa pensa che abbia significato per lui questo viaggio? 

– Innanzitutto, ritrovare la Spagna, un Paese che conosce piuttosto bene e in cui è venuto tantissime volte. E rendersi conto, inoltre, della nostra realtà. 

Durante il volo gli ho detto: “Credo che ci sia molto entusiasmo”, e lui mi ha risposto: “Speriamo”. Ma quell’entusiasmo si è moltiplicato rispetto alle previsioni, ha superato ogni aspettativa. Si è sentito molto a suo agio, ha instaurato un ottimo rapporto con la gente, si è sentito accolto, ascoltato e, allo stesso tempo, rafforzato nel suo ministero come successore di Pietro.

Qual è la priorità del suo pontificato? Lei ha affermato che la priorità era “la conversione missionaria della Chiesa”. Cosa intende dire con questo?

– La priorità del pontificato è Cristo, il fulcro è sempre Cristo. Vivere in Cristo, identificarci con Cristo e testimoniare Cristo. 

Una conseguenza di questa realtà è la conversione missionaria della Chiesa. È infatti evidente che, se viviamo in Cristo, sentiremo l’urgenza di manifestarlo e di comunicarlo. Chiunque viva in Cristo avverte necessariamente l’impulso missionario, l’impulso evangelizzatore, la chiamata a essere testimone della salvezza nel mondo. 

Lo slancio missionario comporta tre aspetti. Innanzitutto, nasce dall’esperienza di Cristo risorto.

In secondo luogo, Cristo risorto ci unisce alla Chiesa. È una forte testimonianza di comunione. 

E in terzo luogo, Cristo risorto porta il suo messaggio al mondo di oggi. Dobbiamo testimoniarlo nella cultura in cui viviamo, nella nostra realtà esistenziale. Abbiamo quindi bisogno di una conversione missionaria, che significa conversione a Cristo e disponibilità a testimoniare il Vangelo nel mondo di oggi.

La triste scissione dei tradizionalisti

Qualche giorno fa i lefebvriani hanno ordinato altri quattro vescovi a Écône, confermando così la loro separazione dalla Chiesa cattolica. Qual è la sua opinione al riguardo? In che misura questa decisione ferisce il Papa? 

– Lo viviamo con immensa tristezza. Tutto ciò che comporta una rottura dell’unità, come dice il Papa, equivale a strappare la tunica di Cristo. E questo è molto doloroso, perché provoca una ferita profonda. 

La lettera che Leone XIV ha indirizzato al priore della Società Sacerdotale San Pio X è molto ben strutturata e argomentata. Si nota che è stata scritta con il cuore, oltre che con la testa. 

Robert Prevost non è mai stato un uomo incline allo scontro e alla rottura. Ha cercato di fare appello a Cristo, alla coscienza, all’amore cristiano, all’amore per la Chiesa. E ha detto chiaramente ai disobbedienti: “Quella non è la via”. Il Papa è, sempre, garante dell’unità.

Allo stesso tempo, è una lettera molto chiara. Leone XIV non scende a compromessi. Attraverso la carità, l’affetto e la vicinanza, espone la dottrina cristiana. E non cerca un accordo a qualsiasi prezzo: non si tratta di compromessi, ma di vita cristiana e di coerenza. 

È inoltre evidente che il problema dei cosiddetti lefebvriani non è semplicemente liturgico, ma molto più profondo. Benedetto XVI ha tentato un accordo, una grande apertura in materia di liturgia. È servito a poco. Il problema fondamentale è il rifiuto del Concilio Vaticano II (ecumenismo, libertà religiosa, separazione tra Chiesa e Stato, dialogo interreligioso e liturgia). Un Concilio, tra l’altro, i cui documenti sono stati tutti approvati con oltre il 90% dei voti.

La Tradizione della Chiesa non è solo Trento. C’è stata la Chiesa prima e c’è la Chiesa dopo. La Tradizione della Chiesa abbraccia i primi secoli, fino al Concilio Vaticano II e ai giorni nostri. È una realtà viva che si evolve. Bisogna pregare e chiedere al Signore di illuminare questi fratelli, ma è un momento molto triste. Ogni frattura nella Chiesa provoca un dolore immenso. È una ferita nel cuore, nell’anima. 

Un Papa come Leone XIV, che ha nell’unità uno dei suoi tratti distintivi, deve proprio affrontare questa situazione. E, d’altra parte – in un caso diverso – c’è anche la Chiesa in Germania, che ha dato prova di mancanza di unità.

– L’unità è uno dei pilastri del pontificato: la comunione. Vale a dire, l’unione con Cristo e con il suo corpo, la Chiesa.

Il cristiano si unisce a Cristo attraverso un’unione esistenziale, esperienziale e battesimale. Questa unione con Cristo ci conduce all’unione con i fratelli e le sorelle, alla comunione con gli altri membri della Chiesa, in quanto corpo di Cristo. Ora, questa unità si vive e si esprime nella varietà delle vocazioni, dei contesti e delle sensibilità. Il deposito della fede non può cambiare. Ma non si tratta nemmeno di imporre un uniformismo che impoverisce. In questo dobbiamo essere aperti, perché c’è spazio per espressioni diverse e sviluppi differenti su temi non essenziali. Sempre nell’unità della Chiesa e con la Chiesa. Tutto ciò che comporta una rottura dell’unità ecclesiale implica una rottura dell’unità con Cristo. E questo, come ha detto il Papa, è un grave peccato. Noi sempre con Pietro e sulla barca di Pietro.

Ma anche il Papa invita alla speranza.

– Sì, indubbiamente per un cristiano l’orizzonte è sempre quello della speranza. Lo Spirito Santo agisce nella sua Chiesa, la rinnova e la vivifica. Speriamo di avere l’umiltà e l’amore sufficienti per lasciarci guidare dallo Spirito, che ci unisce a Cristo e ci chiama a testimoniare la bellezza e la grandezza del Vangelo qui e ora. Questa è la vera e fondamentale sfida e, al tempo stesso, la fonte della nostra speranza. E di un’immensa gioia.

Vaticano

Il Papa va in vacanza! E riprende la tradizione di Castel Gandolfo

Leone XIV rimarrà a Villa Barberini fino al 27 luglio, manterrà solo la recita domenicale dell’Angelus e restituirà a Castel Gandolfo il suo ruolo di residenza estiva del Papa dopo l’interruzione voluta da Francesco.

Teresa Aguado Peña-7 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Papa Leone XIV ha dato inizio questa domenica al suo periodo di riposo estivo nelle Ville Pontificie di Castel Gandolfo, dove rimarrà fino al prossimo 27 luglio. Con questo soggiorno, il Pontefice riprende una tradizione secolare che era stata interrotta durante il pontificato di Francisco, che ha deciso di rimanere a Casa Santa Marta durante l'estate.

Leone XIV alloggia nella Villa Barberini, all’interno del complesso pontificio situato a 25 chilometri a sud di Roma. L’usanza di trascorrere l’estate a Castel Gandolfo risale al XVII secolo, quando papa Urbano VIII trasformò il luogo in residenza estiva dei pontefici, una tradizione che la maggior parte dei suoi successori ha mantenuto fino all’arrivo di Francesco.

©OSV News/Simone Risoluti, Vatican Media

Al suo arrivo, Leone XIV ha salutato dal balcone del Palazzo Apostolico i fedeli radunati in Piazza della Libertà ed ha espresso la sua soddisfazione per il ritorno in questa località: «Buon pomeriggio, Castel Gandolfo! Grazie. Sono molto felice di essere qui tra voi, di poter trascorrere le prossime settimane riposandomi un po», pregando un po’, leggendo un po’ e, speriamo, facendo un po’ di sport», ha affermato.

Senza udienze, ma con l’Angelus

La Prefettura della Casa Pontificia ha comunicato che, durante questo periodo di pausa, sono sospese le udienze generali, private e speciali. L'attività ordinaria riprenderà mercoledì 5 agosto con la prima udienza generale dopo le vacanze.

Tuttavia, Leone XIV manterrà il suo appuntamento settimanale con i fedeli per la recita dell’Angelus. Le prime due domeniche di luglio (5 e 12) presiederà la preghiera dalla Piazza della Libertà di Castel Gandolfo, mentre il 19 luglio tornerà in Vaticano per guidare l’Angelus dalla Piazza di San Pietro.

Inoltre, il Borgo Laudato Si’ rimarrà aperto tutti i giorni dalle 10:00 alle 18:00 per accogliere pellegrini e visitatori. Da questo luogo si invitano i fedeli ad accompagnare il Pontefice con la preghiera durante questo periodo di riposo.

Il cambiamento rispetto a Francesco

Il pontificato di Leone XIV segna una svolta rispetto a quello del suo predecessore. Durante i dodici anni del suo pontificato, Francesco ha rinunciato a trasferirsi a Castel Gandolfo in estate, preferendo rimanere a Casa Santa Marta, all’interno del Vaticano, anche nei mesi più caldi.

Il pontefice argentino riteneva di non aver bisogno di una residenza estiva e ha scelto di mantenere un programma di lavoro più stabile da Roma. La sua decisione ha rotto con una tradizione secolare e ha permesso di destinare il complesso pontificio a un nuovo uso.

Nel 2016, Francesco ha aperto al pubblico gli appartamenti privati del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, trasformati in museo, consentendo per la prima volta ai visitatori di visitare le stanze storicamente utilizzate dai papi durante le loro vacanze. Successivamente ha promosso anche il progetto del Borgo Laudato Si’, uno spazio dedicato all’educazione ambientale e alla cura del creato ispirato alla sua enciclica Laudato si'.

©CNS/Lola Gomez

Con l’arrivo di Leone XIV, Castel Gandolfo torna a essere la residenza estiva del Papa, riprendendo un’immagine che è stata comune per gran parte della storia recente della Chiesa e riportando in primo piano una tradizione che era rimasta in sospeso durante il pontificato di Francesco.

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Spagna

Banco Sabadell e tuTECHÔ uniscono le forze per combattere il fenomeno dei senzatetto in Spagna

L'alleanza tra Banco Sabadell e tuTECHÔ arriva in un momento in cui il fenomeno dei senzatetto sta aumentando notevolmente in Spagna.

Redazione Omnes-7 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

La Spagna sta affrontando uno dei momenti più critici della sua storia recente in materia di alloggi ed esclusione abitativa. Secondo l’Indagine sui centri e sui servizi di assistenza alle persone senza fissa dimora condotta dall’Istituto Nazionale di Statistica (INE, 2024), una media giornaliera di 33.758 adulti ha trovato alloggio nei centri di assistenza in Spagna, con un aumento del 55,7 % rispetto al 2022. La stessa indagine dell’INE ha rilevato che, dei 1.376 centri di assistenza esistenti, il 26,2 % si è rivolto esclusivamente a persone immigrate in situazione di senzatetto, rispetto al 20,0 % del 2022.

A questa realtà si aggiunge la situazione di vulnerabilità economica in cui versa gran parte della popolazione: secondo i dati dell’INE del 2024, il 25,8% della popolazione spagnola vive a rischio di povertà, in un contesto caratterizzato dal costante aumento dei prezzi delle abitazioni e del paniere dei beni di consumo.

È proprio in questo contesto che assumono particolare rilevanza le collaborazioni tra il settore finanziario e le organizzazioni specializzate nella lotta al fenomeno dei senzatetto.

Banco Sabadell e tuTECHÔ firmano un accordo di collaborazione

Banco Sabadell, attraverso la sua unità specializzata in istituzioni religiose e terzo settore, e tuTECHÔ hanno firmato un accordo di collaborazione con l'obiettivo di promuovere iniziative congiunte che uniscano esperienza finanziaria, gestione patrimoniale e impatto sociale.

L'alleanza nasce con l'intento di creare sinergie tra le due organizzazioni per affiancare enti religiosi, fondazioni, associazioni, organizzazioni sociali e altri soggetti impegnati per il bene comune nell'individuazione di soluzioni finanziarie e patrimoniali che contribuiscano allo sviluppo di progetti con un impatto positivo sulla società.

tuTECHÔ sta sviluppando un modello innovativo per contribuire ad affrontare una delle principali sfide sociali del nostro Paese: il fenomeno dei senzatetto. Attraverso TECHÔ Hogar SOCIMI SBIC e la Fondazione tuTECHÔ, l’ente promuove soluzioni volte a facilitare l’accesso a un alloggio dignitoso e a favorire i processi di inclusione sociale delle persone in situazioni di particolare vulnerabilità.

Un impegno storico nei confronti del terzo settore

Questa collaborazione rafforza l’impegno di Banco Sabadell nei confronti delle entità che svolgono un ruolo fondamentale al servizio delle persone. L’unità «Istituzioni religiose e terzo settore» vanta una lunga esperienza nell’affiancare congregazioni, diocesi, fondazioni, ONG, confraternite, scuole ed enti sociali, offrendo soluzioni specializzate e una consulenza su misura in base alle caratteristiche e alle esigenze di ciascuna organizzazione.

La firma di questo accordo rappresenta un ulteriore passo avanti nell’impegno di Banco Sabadell a promuovere iniziative che generano valore economico e, al contempo, contribuiscono al progresso sociale. Entrambe le entità condividono la convinzione che il finanziamento, gli investimenti e la gestione patrimoniale possano svolgere un ruolo rilevante nella ricerca di soluzioni sostenibili alle sfide sociali attuali.

Dichiarazioni dei protagonisti

“Questo accordo ci permette di continuare a perseguire la nostra missione di affiancare le organizzazioni che operano quotidianamente al servizio delle persone. La proposta di tuTECHÔ rappresenta un’iniziativa innovativa volta a contribuire alla lotta contro il fenomeno dei senzatetto e dimostra come la collaborazione tra diversi attori possa generare un impatto positivo e tangibile. Per Banco Sabadell è motivo di soddisfazione esplorare nuove vie di collaborazione che apportino valore sia ai nostri clienti e alle entità collegate, sia alla società nel suo complesso”, afferma Santiago Portas, direttore del settore Istituzioni religiose e Terzo settore di Banco Sabadell.

“Le grandi sfide sociali richiedono alleanze in grado di unire conoscenze, esperienza e impegno. La collaborazione con l’unità ”Istituzioni religiose e Terzo Settore» di Banco Sabadell ci consentirà di ampliare la nostra capacità di intervento e di continuare a promuovere soluzioni innovative che facilitino l’accesso a un alloggio dignitoso e generino nuove opportunità per le persone in situazione di vulnerabilità», sottolinea Blanca Hernández, presidente e fondatrice di tuTECHÔ.

Costruire ponti tra la finanza e l'impegno sociale

Grazie a questa collaborazione, Banco Sabadell e tuTECHÔ rafforzano il loro impegno nel creare ponti tra il settore finanziario, la gestione patrimoniale e l’azione sociale, promuovendo iniziative volte a generare opportunità e a migliorare la qualità della vita delle persone più vulnerabili.

Una strategia statale per sradicare il fenomeno dei senzatetto entro il 2030

Il Governo, consapevole della portata del problema, ha approvato nel luglio 2023 una strategia nazionale con l’obiettivo di sradicare il fenomeno dei senzatetto entro il 2030, in un contesto in cui il numero di persone senza fissa dimora superava allora le 28.500 unità, il che ha dato impulso alla transizione da un modello assistenziale tradizionale, basato sui centri di accoglienza, verso un modello comunitario incentrato su soluzioni abitative stabili. In questo contesto, diverse organizzazioni del terzo settore segnalano il persistere di carenze strutturali: secondo HOGAR SÍ, nonostante la stragrande maggioranza delle persone senza fissa dimora (82%, secondo l’INE del 2022) ritenga che i centri di accoglienza non consentano loro di riprendere in mano il proprio progetto di vita, più della metà dei posti disponibili continua a essere offerta proprio in questo tipo di strutture.

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Educazione

Come accompagnare spiritualmente una persona che soffre? La Navarra cerca di insegnarlo

José María Pardo, direttore del nuovo Programma di formazione continua sull’accompagnamento umano e spirituale in situazioni complesse dell’Università di Navarra, spiega perché accompagnare chi soffre richieda una formazione a tutto tondo.

Teresa Aguado Peña-7 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

In un mondo pieno di situazioni di sofferenza, solitudine e vulnerabilità, l’accompagnamento umano e spirituale assume un’importanza sempre maggiore. Tuttavia, accompagnare bene richiede molto più di una semplice disponibilità: richiede formazione, capacità di ascolto e una comprensione globale della persona.

Da questa convinzione nasce il Programma di formazione permanente sull’accompagnamento umano e spirituale in situazioni complesse, promosso dalla Facoltà di Teologia dell’Università di Navarra in collaborazione con l’Istituto Core Curriculum. Diretto da José María Pardo, questo nuovo corso di formazione, di titolazione propria, mira a fornire strumenti a coloro che, nell’ambito sanitario, educativo, sociale o pastorale, desiderano accompagnare persone che stanno attraversando momenti di particolare difficoltà.

José María Pardo illustra le ragioni che hanno portato alla creazione di questo programma, le sfide che l’accompagnamento pone oggi e la necessità di formare coloro che desiderano stare al fianco di chi soffre con competenza, sensibilità e speranza.

Qual è stata l’esigenza concreta che avete individuato nella società e che ha portato alla creazione di questo programma di accompagnamento?

–Viviamo in un momento storico in cui la sofferenza umana si presenta con una complessità sempre maggiore. La malattia, i problemi di salute mentale, le dipendenze, le crisi familiari, la solitudine o la fine della vita pongono situazioni che interpellano profondamente coloro che hanno la missione di accompagnare gli altri.

La Chiesa ha sempre considerato l’accompagnamento una dimensione essenziale della propria azione pastorale. Tuttavia, le circostanze attuali evidenziano l’opportunità di una formazione sempre più solida e interdisciplinare. Molte situazioni richiedono di integrare la ricchezza dell’antropologia cristiana con i contributi della psicologia, della psichiatria e di altre scienze umane.

Questo programma nasce proprio da questa convinzione. Vogliamo contribuire a formare persone in grado di offrire un accompagnamento integrale, che tenga conto di tutte le dimensioni della persona e che sappia coniugare la profondità della fede con una conoscenza approfondita della realtà umana.

Cosa significa accompagnare adeguatamente una persona in crisi? Quali sarebbero gli elementi chiave di tale accompagnamento?

–Accompagnare bene significa avvicinarsi al mistero di ogni persona con rispetto, ascolto e prudenza. Piuttosto che offrire risposte, chi accompagna deve imparare a comprendere chi ha di fronte, qual è la sua storia e cosa sta vivendo.

Il vero accompagnamento inizia con un ascolto attento e prosegue con un discernimento che tenga conto di tutte le dimensioni della persona: quella spirituale, psicologica, affettiva, familiare, sociale e persino biologica. Solo partendo da questa visione olistica è possibile offrire un aiuto adeguato.

Per questo motivo il nostro programma articola la formazione attorno a tre grandi ambiti: i fondamenti antropologici e teologici, i contributi della psicologia e della psichiatria e lo studio di alcune situazioni particolarmente complesse, come la risoluzione dei conflitti, le dipendenze o l’accompagnamento alla fine della vita.

In definitiva, accompagnare significa aiutare la persona a percorrere la propria strada, rispettando sempre la sua libertà e la sua dignità.

Quali sono gli errori più comuni che si commettono, anche con le migliori intenzioni, quando si accompagnano persone in situazioni di fragilità?

–Il primo è pensare che tutte le situazioni possano essere risolte allo stesso modo. Ogni persona ha una storia unica e irripetibile e ha bisogno di essere compresa nella sua unicità.

Può anche capitare che riduciamo la sofferenza a un’unica dimensione, quando, in realtà, spesso si intrecciano aspetti spirituali, psicologici, familiari, sociali e persino medici. La realtà umana raramente si presta a spiegazioni semplicistiche.

Infine, un buon accompagnatore sa riconoscere i limiti delle proprie competenze. Ci sono situazioni in cui il modo migliore per aiutare consiste proprio nel collaborare con altri professionisti o nell’indirizzare la persona verso chi è in grado di offrirle un’assistenza più specializzata. Lungi dall’essere un limite, questo atteggiamento fa parte di un accompagnamento veramente responsabile.

In che modo, nello specifico, la teologia contribuisce all’accompagnamento in situazioni quali la malattia, il lutto o le dipendenze?

– Il primo contributo della tradizione cristiana è la sua concezione della persona umana. L’antropologia cristiana considera l’essere umano come un’unità di corpo e spirito, di intelligenza, affettività e libertà, chiamato inoltre alla comunione con Dio e con gli altri. Questa visione unitaria costituisce un solido fondamento per qualsiasi opera di accompagnamento.

La fede getta luce anche su questioni fondamentali quali il senso della sofferenza, la speranza, il perdono o la possibilità di ricominciare sempre da capo. Si tratta di aspetti profondamente umani che aiutano ad affrontare molte situazioni di dolore.

Ora, proprio perché la persona costituisce un’unità, la Teologia non procede ai margini delle scienze umane. Al contrario, dialoga con esse. La psicologia, la psichiatria, la medicina o la sociologia apportano conoscenze indispensabili per comprendere meglio la complessità dell’esperienza umana. Non si tratta di giustapporre conoscenze, ma di integrarle al servizio della persona concreta.

Quali competenze specifiche si aspetta che gli studenti acquisiscano al termine del programma?

–Il nostro obiettivo non è quello di formare specialisti in psicologia o psichiatria, né di offrire esclusivamente un approfondimento teologico.

Il nostro obiettivo è fornire una visione olistica della persona e degli strumenti che consentano di comprendere meglio le situazioni umane complesse. Ci auguriamo che gli studenti imparino ad ascoltare in modo approfondito, a effettuare una prima valutazione di ogni situazione, ad accompagnare con prudenza e a riconoscere quando è opportuno collaborare con altri professionisti.

In definitiva, vogliamo formare persone in grado di prendersi cura al meglio di chi sta attraversando momenti di particolare vulnerabilità.

Secondo te, cosa distingue una persona «ben intenzionata» da una persona che ha ricevuto una formazione adeguata per fornire accompagnamento?

–La buona volontà è indispensabile, ma deve essere guidata dalla conoscenza e dalla prudenza.

La formazione fornisce i criteri necessari. Insegna ad ascoltare prima di parlare, a evitare risposte affrettate, a comprendere la complessità di determinate situazioni e a discernere quale sia l’aiuto più adeguato in ogni caso.

In questo senso, la formazione non sostituisce le qualità umane, ma le perfeziona. Quanto meglio comprendiamo la persona, tanto meglio possiamo servirla.

Siamo tutti fatti per stare accanto agli altri?

– Tutti siamo chiamati, in un modo o nell’altro, a diventare prossimi di chi soffre. Prendersi cura degli altri fa parte della vocazione umana e, per il cristiano, costituisce un’espressione privilegiata della carità.

Tuttavia, anche accompagnare bene è qualcosa che si impara. Come qualsiasi compito di responsabilità, richiede formazione, esperienza e un continuo esercizio di discernimento. Il Vangelo ci offre un’immagine particolarmente eloquente nella parabola del buon samaritano. Non solo perché sa fermarsi davanti a chi soffre, ma perché si prende cura di lui con competenza e, quando è necessario, lo affida a chi può continuare a prestargli assistenza. Anche l’accompagnamento richiede umiltà per riconoscere i propri limiti e collaborare con gli altri a beneficio della persona.

Questo programma vuole essere un primo passo in questa direzione. Non intende esaurire una realtà così ampia, ma offrire una base solida da cui continuare a crescere. Il nostro desiderio è quello di contribuire a formare una comunità di persone impegnate in un accompagnamento sempre più umano, più competente e più profondamente cristiano.

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Libri

Un uomo senza una gamba, ricoverato in ospedale, ma fortunato 

Ci sono libri che si leggono e altri che si hanno accanto. Il nulla è tutto, di Pablo Delgado de la Serna, rientra proprio in quest’ultima categoria: una testimonianza luminosa e profondamente umana che mostra come, anche in mezzo alla malattia e alla fragilità, la speranza e l’amore possano diventare l’ultima parola.

Maria José Atienza-7 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

“È proprio quando pensiamo di aver perso tutto che troviamo il luogo perfetto affinché Dio riempia il nostro cuore. Cambiando prospettiva, il nulla può diventare il punto di partenza per ricevere il tutto”. Questa affermazione di Pablo Delgado de la Serna, che dà il titolo al libro, si trova quasi a metà del volume. A quel punto, abbiamo già trascorso mesi in compagnia di questo “trapiantato”, attraverso le pagine del libro, in cui raccoglie confidenze, pensieri, riflessioni e piccoli dettagli quotidiani di una vita tutt’altro che “normale”.

Il nulla è tutto Si presenta come un piccolo diario: raccoglie una serie di pubblicazioni attraverso le quali Delgado de la Serna racconta la sua routine quotidiana e le sue paure, e spinge tante persone a pregare (e prega lui stesso). 

La vita di Pablo Delgado de la Serna è stata segnata dalla malattia sin dalla nascita. Tuttavia, se c’è una cosa che ripete più volte in queste pagine è che si sente “un ragazzo fortunato”. Un ragazzo fortunato che ha trascorso anni legato alla dialisi (fino all’aprile 2026, quando ha ricevuto l’agognato trapianto di rene), che ha subito l’amputazione di una gamba e l’incertezza di perdere anche l’altra, che ha trascorso mesi in ospedale o ha dovuto passare le vacanze lontano dalla moglie e dalla figlia…. 

Al giorno d’oggi questa situazione non verrebbe definita “fortuna”, ma Pablo ha saputo trasformare i limoni in limonata, gelato e torta, perché è riuscito a trasformare il proprio dolore in un percorso di dedizione e di aiuto per molte altre persone. Nel libro compare anche il pilastro della sua vita: la sua famiglia, in particolare sua moglie Sara e sua figlia Amelia (il suo «team SAP»), senza le quali non avrebbe potuto affrontare la vita allo stesso modo. 

Il libro copre il periodo che va dall’agosto 2024 al novembre 2025, forse uno dei periodi più difficili per Pablo e la sua famiglia. In quei brevi appunti di diario, Pablo non nasconde il dolore, la disperazione che affiora, la stanchezza… Non “spiritualizza” il dolore, ma lo affronta. Non trascina la croce, ma ne porta il peso. 

Se c'è una sensazione che lascia la lettura di questo libro, è proprio quella di speranza, fiducia, cum fide, con fede, di chi si è affidato a Dio – e ai medici – e di chi trae dalla vita, più di ogni altra cosa, l’amore.

Libro

Titolo: Il nulla è tutto
Autore: Pablo Delgado de la Serna
Pagine: 108
Editoriale: EUNSA
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Vaticano

Cosa preoccupa la Chiesa riguardo alla famiglia? Le 5 riflessioni proposte da Leone XIV

Il Vaticano presenta il programma dell'incontro indetto da Leone XIV, che affronterà le sfide relative alle famiglie, al matrimonio, ai giovani e all'accompagnamento nelle situazioni di fragilità.

Teresa Aguado Peña-6 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita e la Segreteria Generale del Sinodo hanno pubblicato lunedì il Itinerario tematico dell'incontro indetto da Papa Leone XIV con i capi delle Chiese cattoliche orientali e i presidenti delle conferenze episcopali, che si terrà in Vaticano dal 7 al 14 ottobre 2026.

L'iniziativa coincide con il decimo anniversario dell'esortazione apostolica Amoris laetitia (sull’amore in famiglia) e mira a individuare, in un clima di ascolto reciproco e con uno stile sinodale, i passi che la Chiesa deve compiere per annunciare il Vangelo alle famiglie di oggi, tenendo conto dell’esperienza delle Chiese locali e delle sfide attuali che le famiglie devono affrontare.

L'incontro, annunciato dal Pontefice a marzo In occasione dell’anniversario del documento di Francesco, si tratta di un percorso eminentemente pastorale che pone le famiglie non solo come destinatarie dell’azione della Chiesa, ma anche come protagoniste della sua missione, attraverso le quali il Vangelo prende forma nelle relazioni quotidiane, nelle decisioni, nella fragilità e nella speranza.

Durante i giorni di lavoro, i partecipanti ascolteranno le testimonianze delle famiglie, dialogheranno con gli esperti e rifletteranno sulle iniziative di accompagnamento già in atto nelle diverse Chiese locali. L’obiettivo è «discernere in quale direzione ci sta guidando oggi lo Spirito Santo, per riconoscere, sostenere e promuovere ciò che Egli sta già operando nelle famiglie e valorizzare il loro contributo alla missione della Chiesa». Il programma di riflessione si articola quindi attorno a cinque grandi assi.

1. Le famiglie di oggi: realtà, bellezza e sfide

Il primo, «Le famiglie di oggi: realtà, bellezza e sfide», propone di partire dall’esperienza concreta delle famiglie e dall’impegno della Chiesa di oggi per discernere i segni dei tempi. Invita a riconoscere sia la bellezza dell’amore familiare sia le difficoltà che lo attraversano — la precarietà lavorativa e abitativa, la malattia, l’educazione dei figli, la solitudine affettiva o la cura degli anziani, delle persone con disabilità o non autosufficienti —, e propone come rispondere pastoralmente ai cambiamenti culturali e sociali che incidono sul matrimonio, sulla trasmissione della fede e sulla vita familiare. 

La Chiesa si chiede quindi: quali segni di speranza, quali sfide e quali punti critici emergono oggi dalla vita delle famiglie in contesti culturali e sociali diversi? In che modo i cambiamenti del nostro tempo influenzano l’esperienza dell’amore tra uomo e donna, la procreazione, la cura, la trasmissione della fede e la missione della Chiesa? Quali sono le esperienze pastorali che più ci aiutano a riconoscere l’azione di Dio nella vita concreta delle famiglie e a valorizzare le risorse umane e spirituali? Cosa impariamo dall’ascolto delle famiglie e dall’esperienza delle Chiese locali? In che modo il dialogo tra l’esperienza vissuta, il discernimento ecclesiale, la ricerca teologica e le scienze umane può aiutarci a comprendere più profondamente la realtà delle famiglie e ad accompagnarle?

2. I giovani e la scoperta della vocazione matrimoniale

Il secondo tema, «I giovani e la scoperta della vocazione matrimoniale», pone l’attenzione sulle nuove generazioni, molte delle quali hanno perso fiducia nella possibilità di costruire un progetto matrimoniale e familiare stabile. L’incontro affronterà il tema di come accompagnare bambini, adolescenti e giovani alla riscoperta del valore del matrimonio cristiano, attraverso percorsi educativi e spirituali, la testimonianza di altre famiglie e un accompagnamento che favorisca un discernimento maturo sulla vita affettiva e l’accoglienza dei figli.

Verranno poste le seguenti domande: quali linguaggi, esperienze e percorsi educativi e spirituali aiutano oggi i bambini, gli adolescenti e i giovani a riconoscere il valore del matrimonio? Quale testimonianza possono offrire le coppie e le famiglie? Come possono accompagnarli nella loro crescita emotiva, relazionale e sessuale? Quali misure di attenzione e di conversione pastorale possono aiutare la Chiesa ad accompagnare le coppie che convivono nel discernimento di un percorso affettivo e familiare, maturando la scelta del matrimonio e l’accoglienza dei figli? 

3. La vita coniugale. I primi anni di matrimonio: un periodo decisivo

Il terzo blocco, «La vita coniugale. I primi anni di matrimonio: un periodo decisivo», si concentrerà sull’accompagnamento delle coppie nella fase iniziale della loro vita insieme. Il documento sottolinea che questi primi anni sono fondamentali per consolidare il legame coniugale e affrontare sfide quali la nascita dei figli o la conciliazione tra vita familiare e lavoro. Propone inoltre di rafforzare le reti di sostegno tra le famiglie e di promuovere una maggiore corresponsabilità all’interno delle comunità ecclesiali.

«Quali forme di accompagnamento aiutano maggiormente le coppie, in particolare nei primi anni di vita matrimoniale? Come favorire i rapporti di vicinato tra le famiglie, le esperienze di sostegno reciproco e le forme concrete di corresponsabilità nella vita della comunità ecclesiale? Quali esperienze dimostrano la fecondità di reti di famiglie capaci di sostenersi a vicenda e di diventare, a loro volta, una presenza di accompagnamento e di testimonianza per gli altri?» saranno i temi da affrontare.

4. Nelle difficoltà della vita: accompagnare e sostenere

Il quarto tema, «Nelle difficoltà della vita: accompagnare e sostenere», tratterà dell’assistenza pastorale alle famiglie che attraversano situazioni di fragilità, povertà, violenza, separazione o divorzio. L’obiettivo è riflettere su come costruire comunità cristiane capaci di offrire ascolto, vicinanza, discernimento e speranza, aiutando coloro che vivono esperienze di sofferenza a sentirsi parte attiva della Chiesa e a riscoprire la misericordia di Dio.

Ci si chiederà: quali passi sono stati compiuti per sostenere chi vive in situazioni di fragilità o difficoltà? Quali resistenze sono emerse? Come possiamo costruire comunità cristiane in cui chi ha vissuto l’esperienza della sofferenza, dell’abbandono, della separazione e del divorzio possa sentirsi davvero ascoltato, partecipe e corresponsabile? Quali esperienze concrete mostrano già il volto di una Chiesa sempre più capace di vicinanza, discernimento, accompagnamento e apprezzamento, aiutando le persone e le famiglie a ritrovare la fiducia, a riconoscersi come parte della comunità e a sperimentare la misericordia di Dio? 

5. Le famiglie cristiane, soggetti della missione della Chiesa

Infine, il quinto asse, «Le famiglie cristiane, soggetti della missione della Chiesa», sottolinea che le famiglie non sono solo destinatarie dell’azione pastorale, ma protagoniste dell’evangelizzazione. Il documento sottolinea il loro ruolo nella trasmissione della fede, nell’accompagnamento di altre coppie sposate, nella vita delle comunità cristiane e nella costruzione di una società più solidale, riconoscendo il matrimonio e la vita familiare come un percorso di crescita umana, spirituale e missionaria.

Rifletteranno sui seguenti punti: come valorizzare l’esperienza delle coppie e delle famiglie come luogo di maturazione umana, spirituale, ecclesiale e sociale? Come accompagnare un percorso in cui la relazione di coppia diventi un’esperienza viva di crescita nella fede e nella vita sociale? Come riconoscere e sostenere il contributo delle famiglie alla missione evangelizzatrice e alla conversione pastorale delle comunità cristiane? 

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Mondo

Il Parlamento europeo approfondisce la questione del design che crea dipendenza delle piattaforme online

Un rapporto del Servizio di studi del Parlamento europeo torna a sottolineare il design che crea dipendenza di piattaforme come TikTok. Le autrici, Mar Negreiro e Öykü Dilara Anaç, analizzano le conclusioni preliminari della Commissione europea sulla violazione della legge sui servizi digitali (DSA) e sulla futura normativa.

Francisco Otamendi-6 luglio 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Lo studio analizza le conclusioni preliminari della Commissione europea nei confronti di TikTok, dalle quali segnalato Omnes di febbraio: il procedimento statunitense contro Meta e YouTube; la base giuridica del Regolamento sui servizi digitali (DSA); il concetto di “addictive design”; e il rapporto tra algoritmi, “dark patterns” e tutela dei minori; l’articolo è datato maggio.

Una delle tesi principali Secondo Mar Negreiro, giurista spagnola specializzata in diritto digitale e tutela dei consumatori, e la sua collaboratrice, il problema giuridico non risiede solo nei contenuti diffusi dalle piattaforme, ma nella stessa architettura del servizio, progettata per massimizzare il tempo di permanenza dell’utente attraverso meccanismi comportamentali.

Rischio per la salute mentale

“La Commissione ritiene, in via preliminare, che TikTok debba modificare la struttura di base del proprio servizio” (“La Commissione ritiene, in via preliminare, che TikTok debba modificare il progetto di base del suo servizio”). L’analisi di questa affermazione riassume in gran parte il contenuto della relazione. 

Il problema giuridico non risiede più solo nei contenuti illeciti o nel trattamento dei dati personali, ma anche nella struttura stessa delle piattaforme digitali, quando questa favorisce comportamenti che creano dipendenza e mette a rischio la salute mentale, in particolare dei minori e delle persone vulnerabili.

Il testo analizza un cambiamento di paradigma nella regolamentazione delle grandi piattaforme digitali. Fino a pochi anni fa, l'intervento delle autorità si concentrava sulla rimozione dei contenuti illegali, sulla protezione dei dati o sulle pratiche anticoncorrenziali. 

Ottimizzare il tempo di permanenza

Tuttavia, le ricerche più recenti dimostrano che la progettazione di determinate applicazioni può generare modelli di utilizzo compulsivo che incidono sul benessere psicologico degli utenti. Secondo l’autrice, le piattaforme basano il proprio modello di business sulla massimizzazione del tempo di permanenza degli utenti per aumentare i ricavi pubblicitari. A tal fine, utilizzano meccanismi che stimolano il rilascio di dopamina attraverso ricompense costanti e personalizzate, favorendo un utilizzo ripetitivo e prolungato.

In questo contesto si inseriscono le conclusioni preliminari della Commissione europea su TikTok, pubblicate nel febbraio 2026. La Commissione ritiene, a seguito di un’indagine ancora in corso, che alcune funzionalità della piattaforma — come lo scorrimento infinito (scorrimento infinito), la riproduzione automatica dei video (riproduzione automatica), le notifiche continue (notifiche push) e i sistemi di raccomandazione altamente personalizzati — generano rischi sistemici per la salute mentale dei minori e degli adulti vulnerabili. 

Indicatori oggettivi di uso compulsivo

Inoltre, rimprovera all’azienda di non aver tenuto sufficientemente conto di indicatori oggettivi di uso compulsivo, come il tempo che i minori trascorrono online durante la notte o la frequenza con cui aprono l’app. Se queste conclusioni dovessero essere confermate in via definitiva, TikTok potrebbe andare incontro a pesanti sanzioni economiche e, soprattutto, essere costretta a modificare aspetti essenziali dell’architettura del proprio servizio.

La relazione sottolinea che tale intervento della Commissione trova il proprio fondamento giuridico nel regolamento sui servizi digitali (Digital Services Act o DSA). Sebbene il regolamento non utilizzi espressamente l’espressione design che crea dipendenza, fornisce comunque strumenti sufficienti per far fronte a tali rischi. 

Incontro tra Yann LeCun (AMI Labs) e Henna Virkkunen, vicepresidente esecutivo della Commissione europea, al Vivatech di Parigi, il 17 giugno 2026 (Nicolas Kovarik / Unione europea, 2026 / EC – Audiovisual Service, Wikimedia Commons).

Obblighi di legge, valutazione dei rischi, tutela dei minori

In particolare, l’articolo 34 impone alle piattaforme di dimensioni molto grandi di individuare e valutare i rischi sistemici che potrebbero incidere sulla salute pubblica, sul benessere fisico e mentale degli utenti e sulla tutela dei minori. Da parte sua, l’articolo 35 richiede l’adozione di misure efficaci per ridurre tali rischi. 

Inoltre, l’articolo 25 vieta le progettazioni manipolative delle interfacce digitali, note come dark patterns, che alterano o limitano la capacità degli utenti di prendere decisioni libere e informate. Infine, l’articolo 28 stabilisce obblighi specifici in materia di protezione dei minori nell’ambiente digitale.

Promozione di abitudini difficili da controllare, vulnerabilità 

L'autrice spiega che il concetto di design che crea dipendenza si riferisce a scelte progettuali deliberate volte a massimizzare il coinvolgimento dell'utente con la piattaforma attraverso tecniche psicologiche che favoriscono abitudini difficili da controllare. Non si tratta solo di catturare l'attenzione, ma di creare dinamiche di interazione continua che incentivino il consumo costante di contenuti. 

La questione risulta particolarmente preoccupante nel caso degli adolescenti, il cui sviluppo cognitivo ed emotivo li rende più vulnerabili a questo tipo di strategie persuasive. Diversi studi citati nel rapporto mettono in relazione l’uso eccessivo dei social media con livelli più elevati di ansia, depressione, disturbi del sonno, diminuzione della capacità di attenzione e minore controllo degli impulsi.

Caso statunitense

Il rapporto traccia inoltre un interessante parallelo con l’evoluzione del diritto statunitense. Nel marzo 2026, una giuria statunitense ha ritenuto Meta e YouTube responsabili per la natura che crea dipendenza del design delle loro piattaforme. Sebbene il risarcimento economico sia stato relativamente modesto, il valore giuridico della decisione risiede nel fatto che costituisce il primo precedente in cui un tribunale considera negligente il design stesso di un social network. 

Secondo l'autrice, questa risoluzione potrebbe incentivare modifiche alla configurazione delle piattaforme al fine di evitare future responsabilità legali sia negli Stati Uniti che in altri ordinamenti giuridici.

‘I ’meccanismi occulti» rendono difficile abbandonare l’app

Un altro degli aspetti più rilevanti dell'analisi è la stretta relazione tra gli algoritmi di raccomandazione e i dark patterns e la tutela dei minori. 

Gli algoritmi selezionano contenuti altamente personalizzati per mantenere vivo l'interesse dell'utente il più a lungo possibile, mentre le dinamiche nascoste rendono difficile uscire dall'applicazione o interrompere la fruizione continua dei contenuti. La combinazione di entrambe le tecniche aumenta significativamente il rischio di comportamenti compulsivi. 

Per questo motivo, Negreiro sostiene che la protezione efficace dei minori non possa basarsi esclusivamente su limiti di età o su meccanismi di controllo parentale, poiché tali soluzioni trasferiscono la responsabilità alle famiglie senza risolvere il problema strutturale: un modello aziendale concepito per massimizzare la permanenza degli utenti.

Futura normativa: in cosa consiste un “progetto accettabile”

Infine, la relazione conclude che la futura normativa europea dovrà orientarsi verso un modello di “fairness by design” (equità fin dalla progettazione), in cui la tutela dei consumatori e, in particolare, dei minori, sia integrata fin dalla fase di progettazione tecnologica delle piattaforme. 

In tal senso, il futuro Digital Fairness Act potrebbe rafforzare gli obblighi già previsti dal DSA e imporre limiti più rigorosi alle funzionalità manipolative. 

Come sintetizza la giurista, “la sfida di questa ricerca è valutare cosa costituisca un modello accettabile”. Una questione che va oltre l’ambito tecnologico e solleva un dibattito di fondo sulla compatibilità tra gli attuali modelli di business delle grandi piattaforme digitali e l’effettiva tutela dei diritti fondamentali degli utenti più vulnerabili.

Il Parlamento europeo, impegnato su questo tema

Il Parlamento europeo si è dimostrato attivo su questo tema. In una risoluzione del dicembre 2023 sulla progettazione dei servizi online volta a creare dipendenza, ha chiesto che si ponesse fine alle “pratiche opache” e alle lacune nella tutela dei consumatori su Internet. 

La questione è stata affrontata anche più recentemente nella relazione d’iniziativa della Commissione per il mercato interno e la tutela dei consumatori (IMCO) sulla protezione dei minori su Internet e in un’altra relazione sull’impatto dei social media e dell’ambiente online sui giovani, attualmente in fase di elaborazione da parte della Commissione per la cultura e l’istruzione.

L'autoreFrancisco Otamendi

FirmeAntonio Ruiz Valverde

Amici, non progetti

In tempi di polarizzazione, dobbiamo imparare a parlare di ciò che conta senza perdere amici e interlocutori.

6 luglio 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

La conversazione è iniziata in modo innocuo: un commento sui figli, un altro su quanto sia difficile conciliare lavoro e famiglia o su quanto sia cara la vita. Quando qualcuno ha menzionato una famiglia con sette figli e una madre che stava per sottoporsi al suo quinto taglio cesareo, le opinioni si sono accese:

—Questo è davvero irresponsabile.

—Bisogna pensare anche ai figli, non basta solo averli.

Nessuno parlava con crudeltà. Eravamo amici ragionevoli, preoccupati per la salute di quella donna e per le difficoltà di mandare avanti una famiglia così numerosa. Io, padre di diverse figlie, ascoltavo in silenzio. Sapevo cosa significa riorganizzare le spese, conciliare orari impossibili e arrivare alla fine della giornata con la sensazione di non aver prestato abbastanza attenzione a nessuno. Ma sapevo anche che le mie figlie non sono un ostacolo alla vita; sono una parte essenziale della mia vita.

Ho pensato di intervenire. Avrei potuto spiegare che una famiglia numerosa non nasce dall’incoscienza, che molte decisioni incomprensibili dall’esterno vengono prese con libertà e generosità, e che non tutti i sacrifici impoveriscono: alcune rinunce arricchiscono l’esistenza molto più di quanto la riducano. Ma sapevo anche che qualsiasi risposta avrebbe potuto suonare difensiva o moralmente superiore. Ho esitato: parlare o tacere?

Il pericolo del rispetto che allontana

La questione sarebbe la stessa se parlassimo di matrimonio, di denaro, di sessualità, di successo, di sofferenza o di Dio. In molte amicizie c’è un sincero rispetto per la fede dell’altro, purché non si cerchi di “illuminare” la vita altrui. La nostra epoca apprezza questo rispetto; tutela la libertà ed evita che la differenza si trasformi in aggressione. Ma non sempre implica l’ascolto. A volte rispettiamo l’altro tenendolo a distanza: accettiamo che viva come vuole, ma evitiamo di chiedergli quali siano le ragioni della sua vita. Si sente spesso dire «rispetto il fatto che tu la pensi così», il che sembra civile, ma può nascondere un patto tacito: puoi pensarla così, purché non ti aspetti che io ti ascolti troppo.

Quando la fede parla di matrimonio, di perdono, di sofferenza, di sessualità o di denaro, smette di apparire come un’esperienza privata e inizia a formulare una proposta di vita. Ed è proprio lì che molte conversazioni diventano imbarazzanti. Anche noi credenti ci adattiamo a questo tacito accordo: parliamo di lavoro, di figli o di politica, ma nascondiamo le nostre ragioni per paura che cambi la percezione che gli altri hanno di noi. Ci rispettano per quello che siamo o ci rispettano solo finché una parte di noi rimane in silenzio? Non rinunciamo forse a volte a parlare, convinti fin dall’inizio che non ne valga la pena?

Parlare di ciò che riteniamo vero in un’amicizia richiede prudenza. Confondiamo la sincerità con la spontaneità e crediamo che essere onesti significhi dire immediatamente ciò che pensiamo senza valutare l’effetto che ciò produrrà. Ma una verità detta senza prudenza può ferire e chiudere l’altro in se stesso. E per paura di mettere a disagio l’altro, riduciamo le nostre convinzioni a semplici opinioni: “a me aiuta”, “è il mio modo di vederla”, “ognuno ha la propria verità”.

Tra l’imporre e il diluire c’è un percorso impegnativo: offrire la verità come qualcosa di ricevuto e vissuto. Ecco perché non è la stessa cosa dire “avere così tanti figli è da irresponsabili” e rispondere: “capisco che da fuori possa sembrare difficile; anche noi abbiamo dei dubbi e ci sentiamo stanchi, ma non abbiamo mai pensato che i nostri figli ci impediscano di essere felici”. La seconda risposta non trasforma l’esperienza in una norma universale, ma non se ne vergogna né giudica l’altro. A volte la verità si presenta sotto forma di domanda o confidenza. Può bastare un semplice: “Cosa ti porta a vederla così?” oppure “Hai vissuto qualcosa che ti ha influenzato?”. Ascoltare non significa rinunciare alla verità, ma riconoscere che l’esperienza dell’altro merita di essere compresa prima di offrire la propria.

La verità ha bisogno di trovare rifugio nell'amicizia

Ci sono silenzi necessari. Un amico potrebbe non essere pronto o sentirsi ferito, e in quel caso tacere è un atto d’amore. Ma ci sono silenzi che nascono dalla paura di sembrare antiquati o di non piacere più. La prudenza sa discernere quando parlare; la paura cerca di non farlo mai. Il compito del cristiano non è quello di produrre risultati, ma di essere pronto a dire una parola vera quando l’amicizia e l’occasione lo richiedono, né prima per impazienza né dopo per codardia.

La verità ha bisogno di amicizia. Non basta che un’affermazione sia vera: per essere accolta, deve trovare spazio nella relazione. L’amicizia non modifica la verità, ma trasforma il modo di comunicarla. Permette di conoscere le ferite e le resistenze dell’altro. Ci impedisce di rispondere a frasi isolate e ci aiuta a guardare la persona che le pronuncia. Dietro un’opinione sulla maternità può esserci paura; dietro una critica alla Chiesa, una ferita. Ascoltare con attenzione richiede tempo e pazienza. E accompagnare non significa dirigere il processo interiore dell’altro né calcolare il rendimento spirituale della nostra presenza: significa accettare che la persona possa avanzare, fermarsi o tornare indietro; porre domande a cui non sappiamo rispondere; e riconoscere che anche noi abbiamo molto da imparare e da correggere.

Se il coniuge non condivide la nostra visione, la coerenza smette di essere una logica individuale. Non si tratta di dimostrare chi sia più coerente, ma di amare e ascoltare senza rinunciare alla propria coscienza; di riconoscere che la persona che abbiamo promesso di amare non è un territorio da conquistare, ma qualcuno con cui camminare, anche a ritmi diversi.

La salute, il riposo, la stabilità economica o il successo professionale sono beni reali, e goderne non è di per sé sospetto. Il problema sorge quando diventano fini ultimi. Due persone possono seguire la stessa dieta o lavorare per garantire il futuro dei propri figli; una può orientare questi beni verso la generosità e l’altra verso il controllo. Anche la famiglia può diventare motivo di orgoglio. La vita cristiana non si misura in base al numero di rinunce visibili, ma all’amore con cui vengono vissute. Amare significa accettare che la presenza dell’altro altererà i nostri piani; essere amici implica essere disponibili anche quando il rapporto smette di essere comodo; e credere in Dio significa accettare che la vita non si organizza solo in base al desiderio di mantenere il controllo.

Accompagnare senza cercare risultati

Il desiderio che un amico conosca Dio può snaturarsi se trasformiamo il rapporto in un compito da portare a termine. Potremmo finire per misurare l’amicizia in base ai suoi risultati: se torna a messa, se accetta un invito, se si mostra ricettivo. La libertà dell’altro non è un ostacolo all’apostolato, ma una parte essenziale di esso. Accompagniamo perché amiamo l’altro, non perché speriamo di vederlo raggiungere una meta che abbiamo stabilito noi. La domanda cruciale è: continueremmo ad amare quella persona se non cambiasse mai idea né condividesse il nostro modo di intendere la libertà o la felicità? Amare cristianamente non significa smettere di desiderare il suo bene, ma volerlo senza possederlo; offrire senza costringere; parlare senza manipolare. L’amico non è un progetto.

Mentre ascoltavo i miei amici, mi sono reso conto che il silenzio poteva far pensare che il fatto di valutare la vita familiare solo in termini di stanchezza, soldi o perdita di libertà non mi toccasse da vicino. Sono intervenuto:

«Capisco cosa intendi», ho esordito. «Visto dall’esterno può sembrare difficile. Abbiamo rinunciato a molte cose e a volte non riusciamo a fare tutto come vorremmo, ma non abbiamo mai avuto la sensazione che le nostre figlie ci impediscano di vivere; sono una parte essenziale della nostra vita.».

Non ci furono reazioni spettacolari. Uno abbassò lo sguardo; un altro precisò che non si riferiva a tutti i casi. La conversazione proseguì. Non si verificò alcun cambiamento visibile, ma qualcosa era cambiato. Non necessariamente in loro, ma nel rapporto. Per alcuni secondi, l’amicizia smise di basarsi esclusivamente sulla cordialità e dovette fare i conti con una divergenza reale. Forse un’amicizia profonda non si misura dall’assenza di disaccordi, ma dalla capacità di superarli senza smettere di riconoscersi come amici.

Dire la verità può mettere a disagio. Anche ascoltarla. Ma il disagio non è sempre una minaccia: a volte indica che la conversazione è andata oltre le apparenze e ha toccato qualcosa di importante. L’apostolato dell’amicizia inizia dal rispetto, ma non si riduce a una convivenza cordiale in cui ognuno tiene le proprie convinzioni in uno spazio privato e inaccessibile. Condividere la vita significa anche parlare di ciò che la sostiene. Per un cristiano, Dio non è un passatempo riservato a determinati momenti, ma la fonte da cui cerca di comprendere la famiglia, il lavoro, la sofferenza, il riposo e la felicità. Escludere sempre questa dimensione dalla conversazione significa tralasciare qualcosa di essenziale.

Condividere questa fonte non significa trasformare l’amico nel destinatario di una strategia. Non si tratta di raccontare i propri progressi né di tenere conto delle decisioni visibili. L’amico è una persona libera il cui cammino appartiene, in ultima analisi, a Dio. Per questo l’apostolato dell’amicizia richiede una doppia fedeltà: fedeltà alla verità, per non nasconderla per paura di mettere a disagio, e fedeltà all’amico, per non usarla come arma o mezzo di pressione.

Non esistono formule infallibili per sapere quando parlare, quando tacere o quando aspettare; la prudenza nasce dalla conoscenza dell’altro, dalla preghiera e dall’umiltà di riconoscere i propri errori. Evangelizzare non significa vincere una discussione sulla famiglia, sul denaro, sulla sessualità o sul sacrificio; significa mostrare che la vita raggiunge una pienezza maggiore quando i beni ricevuti non si fermano a se stessi. Forse l’apostolato dell’amicizia inizia proprio da lì: quando smettiamo di scegliere tra la verità e l’amico e impariamo a prendersi cura di entrambi allo stesso tempo.

L'autoreAntonio Ruiz Valverde

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Risorse

Qual è il ruolo dei padrini della Cresima?

Essere padrino di cresima non è solo un ruolo affettivo: è un ruolo all’interno della Chiesa. Il tuo compito concreto è quello di presentare il tuo figlioccio al vescovo, che è il capo della comunità, affinché possa integrarsi pienamente in quel popolo.

Claus Erik Jacob-6 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Il momento in cui ti chiedono di fare da padrino a Conferma è spesso accompagnata da una certa sorpresa, un po’ di orgoglio, forse, ma anche — e questo è l’aspetto più rivelatore — da una certa tensione nel momento in cui si pone la domanda. Non è facile chiederlo e, quando te lo propongono, si avverte chiaramente quella sorta di imbarazzo. Ma perché succede questo? Succede perché quella persona ti ha appena rivelato un aspetto molto intimo dei propri pensieri: la confessione di nutrire per te una grande ammirazione.

Ecco perché sorgono, allo stesso tempo, la sorpresa, l’orgoglio e la tensione. Rendersi conto che qualcuno ti considera in modo particolare tra tutti gli altri ti ricorda che sei una persona di valore e che ne vali la pena, poiché ti viene affidata la responsabilità di vegliare sulla sua anima e sui suoi desideri di salvezza.

Un impegno concreto

In quei primi momenti, c’è il rischio che tu, in qualità di padrino appena nominato, ti limiti a provare solo quel sano orgoglio. Per questo motivo, tenendo conto di ciò, ho voluto dedicare un po’ di tempo a esprimere la mia opinione sulla vera grandezza di questo ruolo. La mia idea è che l’orgoglio di essere padrino non derivi dal semplice riconoscimento sociale, ma affondi le sue radici nella profonda responsabilità che tale scelta comporta.

Essere padrino non è solo un ruolo affettivo: è un ruolo all’interno della Chiesa. Il tuo compito concreto è quello di presentare il tuo figlioccio davanti al vescovo, che è il capo della comunità, affinché si integri pienamente in quella comunità. In fondo, stai introducendo qualcuno a una vita che tu stesso stai vivendo. Ed è proprio questa la domanda che vale davvero la pena porsi prima di accettare: mi interessa vivere con Cristo ed essere parte attiva della sua Chiesa? Non si tratta di essere perfetti — perché nessuno lo è —, ma di avere sinceramente a cuore questa cosa. In fin dei conti, non puoi far entrare qualcuno in una casa in cui tu stesso non entri.

L'analogia con il rugby

Poiché tutto questo può sembrare un po’ schematico e forse non del tutto chiaro, cercherò di spiegare la dinamica propria del padrino ricorrendo a un’analogia.

Qualche tempo fa, mi è capitato di vedere due gruppi di fratelli giocare, per la prima volta fianco a fianco, una partita di rugby. Vale la pena spiegare il contesto: nella scuola in cui lavoro esiste un club di rugby a cui gli studenti possono iscriversi una volta terminati gli studi; si tratta, cioè, di un club di ex-alunni. È così che, col passare del tempo, fratelli di diverse generazioni della scuola finiscono per giocare insieme nella stessa squadra.

La scena era di per sé sorprendente. Vedere concretizzarsi l’orgoglio che provavano per il fratello minore che iniziava a partecipare insieme a loro suscitava una gioia sincera. Soprattutto perché quell’orgoglio non solo rifletteva l’affetto che si poteva provare per l’altro, ma — e questo è l’aspetto più interessante — il fatto che ora il più giovane avrebbe potuto partecipare a qualcosa che aveva reso molto felice il fratello maggiore. Far parte di quella squadra di rugby non significa solo praticare uno sport, ma entrare a far parte di una comunità di persone che perseguono lo stesso obiettivo. In questo modo, il fratello minore entra a far parte di una comunità all’interno della quale il fratello maggiore ha già un ruolo e viene apprezzato.

Il processo di integrazione

Se si osserva la dinamica interna tra i fratelli, emergono alcuni ruoli naturali. Innanzitutto, è molto probabile che il fratello minore abbia iniziato a giocare a rugby perché lo faceva il maggiore. Quindi, c’è un primo invito. Tuttavia, man mano che entrambi continuano a giocare, il fratello maggiore gli avrà insegnato alcune cose, dandogli quei «consigli» che il tempo ha insegnato a lui e, nel frattempo, gli avrà trasmesso la passione per questo sport.

Inoltre, all’insaputa del fratello minore, chi lo invita a partecipare probabilmente parlerà bene di lui all’allenatore e agli altri membri della squadra affinché lo accettino e lo accolgano. Man mano che la situazione evolve, i mondi dei due fratelli inizieranno a fondersi: i loro amici sanno già «di chi è il fratello» e celebrano, proprio, questo legame. E quando il fratello minore finalmente entra in campo per giocare fianco a fianco con il maggiore nella stessa squadra, ciò viene percepito come la naturale realizzazione di un progetto che si stava delineando già da tempo. È semplicemente il culmine di un processo. Il momento in cui si accompagnano alla prima partita insieme finisce per «sacramentalizzare» una relazione che si stava sviluppando da anni.

Ma la storia non finisce qui. Ora che il fratello minore fa parte della squadra, i consigli che seguiranno assumeranno un’altra piega. Il fratello maggiore gli insegnerà le dinamiche interne della squadra. Le correzioni e i consigli saranno formulati con un tono diverso, perché ora si trovano in un rapporto tra pari. Si difenderanno a vicenda, parleranno bene l’uno dell’altro davanti all’allenatore e si assicureranno che siano felici di vivere insieme l’esperienza del rugby nel club.

Dal campo alla Cresima

Nella Cresima si ritrovano esattamente queste stesse dinamiche. Il padrino non viene scelto semplicemente perché si va d’accordo, né per adempiere a un dovere sociale. Ti scelgono perché vedono in te un buon cristiano che ha spinto l’altro a vivere in modo più elevato. Ti viene chiesto di portare a compimento ciò che prima era solo un progetto: di introdurlo alla pienezza della vita cristiana affinché quel giovane possa partecipare pienamente ai tesori della Chiesa.

Ci si aspetta che il padrino sappia guidare e correggere il figlioccio con lo stesso spirito con cui un fratello rugbista lo fa con il proprio fratello minore: perché ama la sua squadra e desidera che il fratello dia il meglio di sé. Nel nostro parallelo, «parlare con l’allenatore» significa pregare per lui; ovvero, parlare a Dio del proprio figlioccio per chiedergli di prestargli attenzione e di aiutarlo a migliorare. Lo condurrà anche a partecipare alla vita della Chiesa — magari con un’opera di misericordia o un pellegrinaggio —, ma sempre con lo spirito di chi invita a una gioia di cui lui stesso sta godendo. Proprio come il fratello accompagna con orgoglio l’altro alla sua squadra di rugby, così il padrino deve condurre con orgoglio il suo figlioccio alla pienezza della Chiesa.

Un'occasione per rinnovare la propria fede

Per tutti questi motivi, diventare padrino porta con sé una nuova riflessione sulla propria vocazione cristiana, che richiede maturità. Si tratta di una nuova opportunità per ricominciare la propria vita cristiana.

L’orgoglio di essere stato scelto deve raggiungere la sua pienezza attraverso un ruolo svolto con dedizione. Ciò consiste, semplicemente, nel voler essere santi, nel mettere a frutto i doni che già possiedi — e che il tuo figlioccio riceverà —, nell’amare profondamente il figlioccio (ma volendolo santo) e nel non smettere mai di pregare per lui.

L'autoreClaus Erik Jacob

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Vaticano

Gesù non ci lascia mai soli di fronte a ciò che ci opprime, afferma il Papa

“Come può essere ”leggero“ e ”delicato“ il peso della croce?”, si è chiesto il Papa questa domenica durante l’Angelus. La sua risposta: «Per un unico motivo: perché il Signore la porta per primo (...), senza mai lasciarci soli di fronte a ciò che ci opprime». Leone XIV ha pregato nuovamente per le vittime dei terremoti in Venezuela.

Redazione Omnes-5 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Papa Leone XIV ha elogiato in quest'ultimo Angelus in Piazza San Pietro prima della sua pausa estiva a Castel Gandolfo, l’umiltà e la semplicità, sulla scia del Vangelo della liturgia di oggi (Mt 11, 25-30), che ci invita a unirci alla lode che Gesù rivolge al Padre, “Signore del cielo e della terra”.

Inoltre, ci si è chiesti: come può essere “leggero” e “delicato” il peso della croce (cfr. v. 30)? Per un’unica ragione: perché il Signore lo porta per primo e insieme a tutti noi, senza mai lasciarci soli di fronte a ciò che ci opprime. Da vero maestro, Gesù si fa carico dell’umanità ferita dal male, per prendersene cura”.

«La saggezza che Egli ci dona è, quindi, un annuncio di salvezza, e il suo giogo ci rialza ogni volta che cadiamo», ha osservato.

Seguire Cristo, “una scuola di libertà”

Seguire Cristo non significa intraprendere un percorso ascetico che mortifica, ha sottolineato il Pontefice. “È una scuola di libertà, che prende sul serio il dramma della storia e ne illumina sempre il senso, soprattutto nei momenti più bui. Infatti, solo sulla croce di Gesù il male viene redento: solo nella sua passione la nostra stanchezza mortale trova consolazione e redenzione”.

Cristo è liberazione, speranza, perdono

“Nella schiavitù, Cristo è liberazione. Sotto il flagello della guerra, Cristo è speranza. Nell’ora del peccato, Cristo è perdono. Questa è la vera saggezza, ovvero la via che vogliamo percorrere insieme, uniti nel suo nome come discepoli”, ha affermato il Papa davanti a circa 20.000 fedeli e pellegrini in Piazza San Pietro, il giorno dopo il suo ritorno da Lampedusa.

“Gesù ce lo insegna in quanto Figlio, facendosi nostro fratello: con la forza dello Spirito Santo, Egli stesso rivela alla Chiesa la verità su Dio e sull’uomo, perché “nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare”, ha proseguito, prima della preghiera mariana dell’Angelus,

La vera saggezza. L'insegnamento di Gesù a coloro che affrontano le difficoltà maggiori

All’inizio del suo discorso, il Santo Padre ha commentato l’elogio di Gesù. “La semplicità di un gesto così spontaneo e gioioso corrisponde allo stile di Dio, che ama rivelarsi “ai piccoli”, mentre rimane nascosto ‘ai saggi e agli intelligenti’”.

“Questi, infatti, sono talmente presi dalle proprie idee da non riconoscere la presenza di Cristo, il Messia che visita il suo popolo. La saggezza umana si trasforma così in arroganza e la dottrina degenera in superbia”...

La vera saggezza di Dio si rivela invece, ha sottolineato il Successore di Pietro, “nell’umiltà della carne“ e il suo insegnamento è rivolto a coloro che vivono le difficoltà più grandi: ”Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi” (v. 28), dice il Signore». 

Andare a Gesù significa ricambiare il suo amore e condividere la sua vita fino alla croce, proprio come Lui stesso ci ha spiegato: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt ”16,24)», ha sottolineato. 

Il dono di sé per amore, sintesi dell’insegnamento di Gesù

Proprio il donarsi per amore è il “giogo” di Gesù (cfr. Mt 11,29), ovvero la sintesi del suo insegnamento, il cuore della sua saggezza, animato da carità verso tutti.

«Cari amici, mentre rendiamo grazie al Signore per questa dimostrazione di fiducia piena d’amore, chiediamo l’intercessione di Maria, Regina della pace, per il bene della Chiesa e del mondo intero», ha concluso il Papa.

Preghiera per le vittime e per tutti i venezuelani

Dopo la recita dell’Angelus, Leone XIV ha aperto il proprio cuore per affermare: “Ricordo sempre nelle mie preghiere le vittime del terremoto e tutto il popolo venezuelano: che il Signore lo sostenga in questo momento così difficile”.

Beatificazione di un sacerdote vietnamita

Il Papa ha inoltre riferito che giovedì scorso, nel Santuario di Tac Say in Vietnam, è stato beatificato il sacerdote Francesco Saverio Tru’o’ng Bǚu, assassinato nel 1946 per odio verso la fede. 

“In un contesto di abuso di potere e violenza, si è fatto paladino dei diritti delle persone e non ha abbandonato i suoi fedeli”, ha affermato Leone XIV.

“Che la loro intercessione e la loro preghiera sostengano i servitori del Vangelo che, anche oggi, si trovano in situazioni di persecuzione”, ha concluso.

L'autoreRedazione Omnes

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Vaticano

In occasione della Festa dell’Indipendenza degli Stati Uniti, Papa Leone XIV rende omaggio ai migranti a Lampedusa

La visita di Papa Leone XIV a Lampedusa ha puntato i riflettori sul dramma migratorio nel Mediterraneo, rivendicando la dignità delle vittime e invitando l’Europa e la comunità internazionale a rispondere con solidarietà e responsabilità.

OSV / Omnes-5 luglio 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

Da oltre 30 anni, il dottor Pietro Bartolo ha visitato più di 350.000 persone e ha effettuato autopsie sui migranti deceduti durante la traversata verso Lampedusa, luogo in cui sono giunti per la prima volta i migranti soccorsi nel Mediterraneo.

Una storia, ha detto, gli è rimasta impressa.

Dopo un naufragio al largo di Malta, un padre raccontò a Bartolo come avesse cercato di tenere in vita la sua famiglia in acqua. Mentre nuotava, teneva il figlio più piccolo stretto al petto, la moglie con una mano e il figlio di tre anni con l’altra. Quando si rese conto di non avere più le forze per salvare tutti, lasciò andare il figlio maggiore.

«Se avesse resistito ancora un minuto, mio figlio sarebbe ancora qui», ha ricordato Bartolo riferendo le parole del padre. Le squadre di soccorso sono arrivate pochi istanti dopo.

«Cercate di capire», ha detto Bartolo in un’intervista al Catholic News Service il 3 giugno, «quanto sia terribile per un padre dover scegliere quale figlio lasciar andare».

Secondo lui, storie come questa spiegano perché Papa Leone XIV si recò a Lampedusa.

Lampedusa, simbolo di solidarietà

Per Bartolo, che ha lavorato per decenni come medico a Lampedusa ed è stato membro del Parlamento europeo, queste tragedie umane spiegano perché Papa Leone abbia scelto questa piccola isola del Mediterraneo per una delle visite più importanti del suo pontificato.

«La gente si chiede perché il Papa venga a Lampedusa», ha detto Bartolo al CNS. «Perché questo è il simbolo della solidarietà».

Quando il primo papa statunitense ha commemorato il 4 luglio il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, non lo fece per celebrare la sua patria, ma in un luogo di approdo dei migranti europei, pregando per i migranti sepolti nel cimitero dell’isola, incontrando i sopravvissuti e celebrando la messa in un luogo dove decine di migliaia di persone fuggono dalla guerra, dalle persecuzioni e dalla povertà.

Prima ancora di pronunciare un solo discorso pubblico, Papa Leone XIII ha deposto dei fiori sulle tombe dei migranti morti nel tentativo di attraversare il Mediterraneo. Ha incontrato una famiglia di migranti presso il monumento «Porta d’Europa», ha benedetto una targa che intitola il molo Favaloro in onore di Papa Francesco e, successivamente, ha celebrato una messa sotto un’immagine della Madonna del Porto Sicuro.

La visita ha voluto richiamare alla mente il primo viaggio di Papa Francesco fuori da Roma nel 2013, quando si recò a Lampedusa per denunciare quella che definì la «globalizzazione dell’indifferenza».

Compassione e responsabilità

«Ringrazio il Signore per l’opportunità di venire a trovarvi, seguendo le orme di Papa Francesco», ha detto Papa Leone XIII nella sua omelia al campo sportivo Arena, nel quartiere di Salina, a Lampedusa.

Ma pur ribadendo l'enfasi che i suoi predecessori avevano posto sui migranti, Papa Leone ha conferito al messaggio una propria impronta teologica.

Riflettendo sulla parabola del Buon Samaritano, ha affermato che Lampedusa oggi si trova «su una strada pericolosa quanto quella che scendeva da Gerusalemme a Gerico».

«Coloro che hanno perso la vita in questo mare sono vittime sia delle decisioni che sono state prese sia di quelle che non sono state prese», ha affermato.

Il Papa ha elogiato i pescatori, i volontari, i soccorritori, le autorità civili e i semplici abitanti dell’isola che da anni accolgono i migranti, ringraziandoli per aver dimostrato «il miracolo della compassione».

«Non c’è amore per Dio senza amore per il prossimo», disse, «e non c’è prossimo se non mi avvicino a lui».

«L’indifferenza verso il bene comune e la corruzione nei loro paesi generano povertà ed emarginazione», ha affermato Papa Leone XIII. Tuttavia, citando la sua prima enciclica, «Magnifica Humanitas», ha aggiunto: «Nessuno è esente da responsabilità».

Anche Papa Leone XIII ha esortato l’Europa ad andare oltre le misure di emergenza, chiedendo politiche a lungo termine in grado di «accogliere, proteggere, sostenere e integrare i migranti», aiutando al contempo i paesi in via di sviluppo affinché «nessuno sia costretto a emigrare».

Il suo messaggio ha varcato i confini dell'Europa.

La migrazione, priorità del pontificato

Oltre all’omelia del 4 luglio, Papa Leone XIII pubblicò un messaggio in occasione del 250° anniversario degli Stati Uniti, nel quale lodò gli ideali fondanti della nazione, quali la libertà e la libertà religiosa, ricordando al contempo agli americani che gli immigrati «hanno fatto parte della storia di questo Paese sin dai suoi inizi».

«Difendere la vita umana significa anche accogliere, proteggere e aiutare gli immigrati», ha scritto, definendo tale accoglienza «non solo un atto di carità, ma anche un riconoscimento della dignità che spetta a ogni persona umana».

Per il primo papa statunitense, la migrazione è stata una priorità in quanto questione di dignità umana. Papa Leone XIII ha approfittato della sua visita al punto di ingresso dei migranti per celebrare la Giornata degli immigrati negli Stati Uniti, affermando che gli immigrati «fanno parte della storia di questo Paese sin dai suoi inizi».

«Accoglierli con compassione e generosità non è solo un atto di carità, ma anche un riconoscimento della dignità che spetta a ogni persona umana.»

Papa Leone XIII ha affermato che il 250° anniversario della firma della Dichiarazione d’Indipendenza non è solo un invito a festeggiare, ma anche a riflettere sulle responsabilità che i figli e le figlie di questo Paese hanno gli uni verso gli altri.

Quel messaggio risuona profondamente a Lampedusa.

I numeri e i volti della tragedia

Secondo il rapporto annuale di Mediterranean Hope sull’Osservatorio sulle migrazioni di Lampedusa, nel 2025 sono arrivati sull’isola circa 40.000 migranti, di cui oltre l’80% provenienti dalla Libia. L’osservatorio ha documentato almeno 1.314 decessi lungo la rotta del Mediterraneo centrale nel corso di quell’anno, pur sottolineando che la cifra reale è probabilmente più alta, poiché molti naufragi non vengono registrati. 

Per Bartolo, tuttavia, le statistiche raccontano solo una parte della storia. Il medico in pensione ha affermato che eseguire autopsie su bambini e famiglie annegati «ha cambiato completamente la mia vita». Ora, il dottore dedica il suo tempo a viaggiare per l’Europa tenendo conferenze nelle scuole e nelle università su ciò a cui ha assistito durante gli anni trascorsi al punto di ingresso dei migranti.

Ricordare i defunti è diventato anche l’impegno di una vita per Tareke Brhane, un rifugiato eritreo che ha attraversato il Mediterraneo prima di arrivare in Italia nel 2006.

Restituire un nome alle vittime

Dopo essere sopravvissuto alla traversata, Brhane ha fondato il Comitato del 3 ottobre a seguito del naufragio avvenuto nel 2013 al largo delle coste di Lampedusa, in cui hanno perso la vita più di 360 persone. L’organizzazione si impegna a identificare coloro che perdono la vita in mare e a restituire un’identità alle vittime sepolte come migranti non identificati.

«La maggior parte ha solo numeri», ha detto Brhane.

Come ha dichiarato alla CNS, la sua commissione ha contribuito all’identificazione di circa 100 salme e ha promosso con successo una campagna affinché l’Italia istituisca il 3 ottobre come giornata nazionale di commemorazione dei migranti morti nel tentativo di raggiungere l’Europa. 

Per Brhane, la decisione di Papa Leone di iniziare la sua visita dal cimitero è stata il gesto più significativo della giornata. Brhane ha dedicato la sua vita all’identificazione dei migranti sepolti senza nome. 

Storicamente, molti corpi recuperati nel Mediterraneo sono stati sepolti solo con un numero di caso, poiché le autorità non erano in grado di identificarli. Il Comitato del 3 ottobre ha collaborato con esperti forensi, autorità italiane e familiari delle vittime per cambiare questa situazione. Come ha dichiarato al CNS, esiste un’enorme differenza tra le tombe dei residenti e quelle senza nome dei migranti. 

«La gente parlerà del porto», disse. «Ma il vero messaggio è che prima è andato al cimitero a pregare per i defunti».

Ha descritto Lampedusa come «un luogo di sofferenza e un luogo di speranza».

Come ha spiegato, molti immigrati che in seguito diventano cittadini britannici, svedesi o olandesi tornano semplicemente per rimettere piede sull’isola dove sono sbarcati vivi per la prima volta.

«Dicono che sia qui che siamo rinati», ha dichiarato Brhane al CNS. 

Con un messaggio simile, il sindaco Filippo Mannino ha detto al Papa durante la sua visita che l’isola è come un faro che «non giudica» e «non sceglie chi illuminare», ma rimane acceso per tutta la notte per chiunque cerchi la costa.

«Nessuno è troppo piccolo per indicare la strada», ha detto.

Una sfida per l'Europa e per il mondo

La visita ha fatto eco al viaggio apostolico che il Papa ha compiuto a giugno in Spagna, dove ha dedicato alcune delle sue dichiarazioni più incisive sulla migrazione alle Isole Canarie, un’altra importante porta d’ingresso per i migranti che cercano di raggiungere l’Europa. In quell’occasione, ha esortato gli europei a non permettere che il turismo nasconda la sofferenza umana che si vive lungo le rotte migratorie e ha incoraggiato i visitatori ad «avere il coraggio di pensare in modo diverso», affermando che un vero riposo dovrebbe portare le persone a riscoprire il senso della vita e la solidarietà verso il prossimo.

Papa Leone ha ribadito questo concetto a Lampedusa, ricorrendo ancora una volta all’immagine del Buon Samaritano per sostenere che essere discepoli di Cristo significa avvicinarsi a chi è nel bisogno invece di «passare oltre».

«Abbiate il coraggio di pensare in modo diverso», ha esortato il Papa a coloro che trascorrono le vacanze sull’isola, incoraggiandoli a non ignorare le sofferenze che si verificano nel mare circostante.

Da questo «angolo remoto d’Europa», ha affermato, la sfida che l’Europa e il resto del mondo devono affrontare può essere vista con una chiarezza insolita.

«Tutto ciò deve avvenire con attenzione, garantendo il rispetto della dignità di ogni persona», ha affermato il Papa il 4 luglio. «Questo è un compito che spetta non solo alle istituzioni pubbliche, ma anche alla società civile nel suo insieme e alla Chiesa».

L'autoreOSV / Omnes

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Cultura

Scienziati cattolici: Antonio Ulloa

Antonio Ulloa nacque a Siviglia in una famiglia profondamente religiosa e fu un pioniere della scienza e dell'esplorazione illuminista

Ignacio del Villar e Alfonso V. Carrascosa-5 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Antonio Ulloa (12 gennaio 1716 – 5 luglio 1795) nacque a Siviglia in una famiglia profondamente religiosa. Due delle sue sorelle divennero suore e un altro fratello frate agostiniano. Per quanto a lui, studiò al Collegio di Santo Tomás, dei Padri Domenicani.

Entrò nella marina spagnola ancora giovanissimo e, a soli diciotto anni, fu nominato tenente di vascello. A quell’età intraprese, insieme a Jorge Juan, la celebre spedizione organizzata dall’Accademia delle Scienze di Parigi per misurare l’arco del meridiano all’equatore, in quello che allora era il vicereame del Perù. Dopo aver completato le misurazioni principali, Ulloa rimase in Sudamerica per oltre un decennio, raccogliendo preziosi dati astronomici, geografici e naturalistici. Lì fu il primo a documentare scientificamente il platino, metallo che in seguito introdusse in Europa, e sembra che sia stato anche il primo a osservare le aurore australi.

Il suo prestigio come scienziato crebbe rapidamente: fu ammesso alle accademie delle scienze di Londra, Parigi, Berlino, Stoccolma e Bologna. Al suo ritorno in Spagna ricoprì incarichi di rilievo nella Marina e nell’amministrazione scientifica, organizzando il primo Gabinetto di Storia Naturale e di Metallurgia, da cui nacque l’attuale Museo Nazionale delle Scienze Naturali. Promosse inoltre la modernizzazione della stampa e la realizzazione di mappe e carte nautiche di grande precisione, fondamentali per la navigazione spagnola.

Ulloa ha sempre manifestato una chiara identità cattolica. Era cavaliere degli ordini di Santiago e di Calatrava e sapeva interpretare i reperti naturali in armonia con la fede. Così, ad esempio, interpretò i fossili marini rinvenuti nella cordigliera delle Ande come parte di un processo graduale della storia naturale compatibile con la Bibbia, sulla stessa linea di altri cattolici illuministi come padre José Torrubia. La figura di Ulloa, figura chiave all’interno della Scuola Universalista Spagnola del XVIII secolo, rappresenta la sintesi tra marinaio, scienziato e cattolico illuminista: un uomo che ha servito la propria patria e ha contribuito al progresso della scienza senza mai abbandonare la propria fede, convinto che entrambe le ricerche, quella della conoscenza umana e quella di Dio, si completino a vicenda.

L'autoreIgnacio del Villar e Alfonso V. Carrascosa

Università Pubblica di Navarra e SCS-Spagna / Ricercatore del CSIC.

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Ecologia integrale

Il confine tra lavoro e famiglia è labile, avverte un rapporto del Pew Research Center

I genitori che lavorano ritengono che il confine tra lavoro e famiglia sia sfumato e non ben definito. Inoltre, secondo il Pew Research, la metà dei genitori che lavorano a tempo pieno (52%) afferma che il proprio lavoro rende loro difficile essere dei buoni genitori. Conciliare le due sfere è difficile, sostengono in molti.

Redazione Omnes-5 luglio 2026-Tempo di lettura: 7 minuti

– Rachel Minkin, Luona Lin, Dana Braga e Kiley Hurst

Per molti genitori statunitensi che lavorano a tempo pieno, il confine tra lavoro e famiglia non è ben definito, secondo un rapporto del Pew Research Center basato su un sondaggio condotto tra il 2 e il 15 marzo 2026 su un campione di 2.242 genitori lavoratori statunitensi.

 – Il 70% dichiara di occuparsi delle attività legate alla cura dei figli mentre lavora.

– Il 59% afferma di occuparsi delle faccende legate al lavoro quando è con i propri figli.

– Il 54% afferma che ha difficoltà a conciliare le proprie responsabilità lavorative e familiari.

Un onere particolare per le madri

I genitori, soprattutto le madri, spesso devono sopportare il peso psicologico derivante dal tentativo di conciliare le esigenze delle loro famiglie con quelle del lavoro. E con così tanti impegni, non c’è da stupirsi se a volte sentono di non riuscire a dare il 100% né a casa né al lavoro.

Come ha osservato una madre nel sondaggio sulla difficoltà di conciliare lavoro e famiglia: “Si presume che io debba lavorare come se non avessi figli e svolgere il mio ruolo di genitore come se non avessi un lavoro”.

Per questo progetto, Pew ha intervistato 2.242 genitori che lavorano tra il 2 e il 15 marzo 2026 per capire come gestiscono questi aspetti della loro vita. Ciò che hanno dichiarato offre spunti di riflessione.

Le madri che lavorano a tempo pieno tendono più dei padri a sentirsi incapaci di dare il 100 % sia a casa che al lavoro.

Conclusioni principali

Circa la metà dei genitori che lavorano a tempo pieno (52%) afferma che il proprio lavoro rende loro difficile essere dei buoni genitori. D’altra parte, il 45% sostiene che essere genitori renda loro difficile fare carriera.

Rispetto ai padri, le madri che lavorano si assumono maggiori responsabilità in famiglia e hanno più difficoltà a trovare un equilibrio. Il 62 % delle madri che lavorano a tempo pieno afferma di avere difficoltà a conciliare il lavoro con le responsabilità familiari, contro il 47 % dei padri. 

Nelle coppie eterosessuali in cui entrambi i genitori lavorano a tempo pieno, il 52 % afferma che la madre si fa carico di un maggior numero di compiti legati all’educazione dei figli, mentre una percentuale minore indica che il padre ne svolge di più (10 %) o che tali compiti sono equamente ripartiti (39 %). 

L'accesso alle prestazioni lavorative per i genitori che lavorano varia a seconda del reddito.

I genitori che lavorano a tempo pieno e hanno un reddito familiare più basso sono, sistematicamente, quelli che hanno meno probabilità di dichiarare di avere accesso a benefici quali ferie retribuite (PTO), permessi retribuiti distinti dal PTO e assicurazione sanitaria fornita dal datore di lavoro (tra coloro che non lavorano in proprio). 

Questo gruppo è anche quello che teme maggiormente di perdere lo stipendio — o il posto di lavoro — se si assenta dal lavoro perché il figlio è malato o non è possibile avvalersi di un servizio di assistenza all’infanzia.

I vantaggi del lavoro da casa quando necessario 

La maggior parte dei genitori che lavorano a tempo pieno afferma che poter contare sulla flessibilità di lavorare da casa quando necessario sarebbe estremamente o molto utile (tra coloro che non sono lavoratori autonomi). Tuttavia, solo il 24 % di questi genitori dichiara di avere molta flessibilità per lavorare da casa. 

Chi lavora abitualmente da casa vede alcuni vantaggi in questa modalità, come la possibilità di partecipare alle attività dei propri figli quando queste coincidono con l’orario di lavoro. Tuttavia, non sono più propensi di chi lavora da casa con minore frequenza ad affermare che per loro sia facile conciliare il lavoro con la vita familiare. Per saperne di più sulle esperienze dei genitori che lavorano da casa.

L'assistenza all'infanzia: i costi

A tutti i livelli di reddito, i genitori affermano che il costo rappresenta il principale ostacolo nella ricerca di servizi di assistenza all’infanzia. I genitori con redditi bassi e medi sono più propensi rispetto a quelli con redditi familiari più elevati a affidarsi a parenti, amici o vicini per la cura dei propri figli. La maggior parte dei genitori con redditi elevati ricorre a servizi di assistenza all’infanzia a pagamento, come asili nido o scuole dell’infanzia. 

Questa analisi si concentra principalmente sulle esperienze dei genitori che lavorano a tempo pieno, che rappresentano il 73 % dei genitori statunitensi con figli di età inferiore ai 18 anni (di cui l’89 % dei padri e il 59 % delle madri, secondo un’analisi del Pew Research Center basata sui dati dell’Ufficio del Censimento degli Stati Uniti) per il 2025. Per saperne di più sulle esperienze dei genitori che lavorano a tempo parziale e come sono cambiate le modalità di lavoro dei genitori statunitensi.

Conciliare il lavoro con la vita familiare ha un impatto diverso sulle madri e sui padri.

“Le mie responsabilità lavorative non finiscono mai…”

I genitori che lavorano non sempre riescono a distinguere chiaramente tra vita lavorativa e vita familiare. Come ha scritto un padre nel sondaggio: “Ho l’impressione che le mie responsabilità lavorative non abbiano fine, il che mi rende difficile staccare la spina la sera per concentrarmi sulla mia famiglia”.”

Per la maggior parte dei genitori che lavorano a tempo pieno, gli impegni lavorativi si protraggono a casa, mentre quelli legati alla cura dei figli finiscono al lavoro. 

Questa sovrapposizione è particolarmente evidente tra le madri. Circa otto madri su dieci che lavorano a tempo pieno (81%) dichiarano di occuparsi dei compiti legati alla cura dei figli durante la giornata lavorativa, almeno occasionalmente. Tra queste, 38% delle madri dichiarano di farlo molto spesso, quasi il doppio rispetto ai padri che affermano lo stesso (17%).

Tuttavia, anche molti genitori provano questa tensione. La maggior parte dei genitori che lavorano a tempo pieno afferma di occuparsi delle faccende legate all'educazione dei figli mentre è al lavoro (62%) e delle mansioni lavorative mentre è con i propri figli (57%), almeno occasionalmente.

Quando il lavoro interferisce con l'educazione dei figli

La maggior parte dei genitori che lavorano a tempo pieno (60%) ritiene di trascorrere troppo poco tempo con i propri figli, e molti di loro affermano che ciò sia dovuto agli impegni lavorativi piuttosto che ad altri motivi.

Inoltre, quasi la metà (47%) afferma che le proprie responsabilità lavorative impediscono loro, almeno occasionalmente, di partecipare alle attività in cui sono coinvolti i propri figli, come i concerti scolastici o gli eventi sportivi.

Le madri sono particolarmente inclini a dichiarare di sentirsi infastidite quando, per motivi di lavoro, si perdono le attività dei propri figli: il 65% si sente estremamente o molto infastidito, rispetto al 45% dei padri. Ciononostante, la maggior parte dei genitori afferma di provare almeno un po’ di fastidio quando ciò accade.

Molte mamme e molti papà provano una grande o estrema tristezza quando, a causa del lavoro, non riescono a partecipare alle attività dei propri figli.

Non hanno abbastanza tempo per gli hobby, le relazioni e la cura di sé

Tra i genitori che lavorano a tempo pieno, circa la metà o più dichiara di non avere tempo sufficiente per attività come gli hobby, vedere gli amici, fare esercizio fisico o rilassarsi.

Le madri sono molto più propense dei padri ad affermare di non avere tempo sufficiente per ciascuna di queste attività. Ad esempio, il 65 % delle madri dichiara di non avere tempo sufficiente per fare esercizio fisico, rispetto al 52 % dei padri. Allo stesso modo, le madri sono più propense dei padri ad affermare di non avere abbastanza tempo per rilassarsi (67 % contro il 53 %).

Come si dividono le faccende domestiche genitori che lavorano a tempo pieno

Abbiamo riscontrato differenze anche nel modo in cui le madri e i padri che lavorano a tempo pieno si dividono i compiti genitoriali e le faccende domestiche. (Questa analisi si concentra sulle famiglie in cui entrambi i genitori lavorano a tempo pieno, poiché si tratta della situazione lavorativa più comune tra le coppie eterosessuali con figli).

Tra i genitori sposati o che convivono in questo tipo di famiglia, il 52% afferma che la madre si occupa maggiormente dell’educazione dei figli rispetto al padre, mentre il 39% ritiene che entrambi contribuiscano in egual misura. Una percentuale simile indica che la madre svolge la maggior parte delle faccende domestiche (43%) o che queste sono ripartite equamente (40%). Una percentuale molto inferiore afferma che il padre svolge più compiti legati all’educazione dei figli o alle faccende domestiche.

Ppunti di vista diversi

Le madri e i padri hanno spesso punti di vista molto diversi su come ripartirsi i compiti relativi all’educazione dei figli e alle faccende domestiche. La maggior parte delle madri afferma che loro stesse si assumono maggiori responsabilità rispetto al coniuge o al partner. I genitori, invece, tendono a dire che questi compiti sono condividono in parti uguali.

Per quanto riguarda il lavoro retribuito, una percentuale simile di genitori in queste famiglie afferma che il padre lavora più a lungo in una giornata tipo (41%) oppure che entrambi i genitori lavorano all’incirca lo stesso numero di ore (39%). 

Circa una persona su cinque (21%) afferma che la madre lavora più a lungo. Ma anche nelle famiglie in cui la madre lavora più tempo rispetto al padre, è molto più probabile che i genitori affermino che la madre si occupi maggiormente dei figli e delle faccende domestiche rispetto al padre.

Genitori che lavorano a tempo parziale: la maggior parte sono donne (79%)

I genitori che lavorano a tempo parziale presentano alcune caratteristiche distintive. La maggior parte sono donne (79%). Inoltre, la maggioranza (58%) vive in famiglie a basso reddito, mentre 33% ha un reddito medio e 6% un reddito elevato.

Anche la natura dei loro orari di lavoro è diversa, poiché i genitori che lavorano a tempo parziale sono più propensi rispetto a quelli che lavorano a tempo pieno a dire quanto segue:

– L’orario è imprevedibile (23% rispetto ai 11% dei genitori che lavorano a tempo pieno).

 – Grande flessibilità nella scelta degli orari in cui svolgere le ore richieste (41% rispetto a 26%).

Stesse sfide per i genitori che lavorano a tempo pieno e a tempo parziale

I genitori che lavorano a tempo parziale hanno meno probabilità di beneficiare di prestazioni aziendali quali l’assicurazione sanitaria, le ferie retribuite e altri permessi retribuiti. Ad esempio, il 37 % dei genitori che lavorano a tempo parziale ha accesso all’assicurazione sanitaria tramite il proprio lavoro, rispetto all’87 % di coloro che lavorano a tempo pieno.

Nonostante le diverse modalità di lavoro, I genitori che lavorano a tempo parziale devono affrontare molte delle stesse difficoltà di chi lavora a tempo pieno. 

Una percentuale simile di genitori che lavorano a tempo parziale (51 %) e a tempo pieno (54 %) afferma di avere difficoltà a conciliare il lavoro con le responsabilità familiari. 

Allo stesso modo, percentuali simili indicano che, nell’ultimo anno, hanno avuto la sensazione di non poter dare il 100 % sul lavoro a causa della necessità di conciliare entrambe le responsabilità (rispettivamente il 42 % e il 46 %).

Foto: Jessica Rockowitz/Unsplash.

L'autoreRedazione Omnes

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SOS reverendi

Toccare il Papa, toccare Dio

L’affetto verso il successore di Pietro nasce proprio da ciò che egli rappresenta. Vogliamo toccare il Papa perché ci avvicina a Cristo.

José Gorgas-5 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Le immagini della recente visita di Papa Leone XIV in Spagna rimarranno a lungo nella nostra memoria. Sono stati giorni di fede condivisa e di gioia ecclesiale. Ma, tra i tanti momenti vissuti, c’è stato un dettaglio che ha attirato particolarmente la mia attenzione: il desiderio che la gente provava di toccare il Papa.

Non era curiosità, né desiderio di mettersi in mostra. C’era qualcosa di più profondo. Si percepiva dai volti di coloro che attendevano pazientemente dietro le transenne e dall’emozione di chi riusciva a sfiorare per un istante la mano del Santo Padre. Come se quel contatto fisico fosse l’espressione visibile di un affetto che da tempo aspettava l’occasione per manifestarsi.

Collaboratori della tenerezza

Particolarmente commovente è stata la scena dei bambini piccoli. Mi ha inevitabilmente ricordato quelle pagine del Vangelo in cui alcune madri portavano i propri figli da Gesù, affinché egli imponesse loro le mani e li benedicesse. In questi giorni abbiamo visto gli addetti alla sicurezza prendere in braccio dei neonati per avvicinarli al Papa.

Bisogna riconoscere il merito di quelle guardie del corpo. Abituati a garantire la sicurezza, hanno saputo anche diventare portatori di tenerezza. Grazie a loro, molti genitori hanno potuto vivere un momento che difficilmente dimenticheranno.

Era altrettanto bello osservare come la folla condividesse quel privilegio. Nessuno sembrava voler monopolizzare quel momento. Una mano sfiorava il Papa e subito dopo lasciava il posto a un’altra. C’era una delicatezza collettiva, una sorta di tacito accordo affinché tutti potessero partecipare a quel tesoro.

I segni di cui l'amore ha bisogno

Perché questo bisogno di toccare? Forse perché noi esseri umani abbiamo bisogno che l’amore diventi visibile. Abbiamo bisogno di segni. L’affetto cerca di esprimersi attraverso i sensi. Tocchiamo ciò che amiamo e desideriamo avvicinarci fisicamente a chi rappresenta qualcosa di importante per noi. Tuttavia, durante questa visita c’è stato un altro contatto ancora più profondo.

I due grandi momenti eucaristici vissuti a Madrid hanno lasciato un'impressione indelebile. Durante la veglia con i giovani, il silenzio dell'adorazione è stato impressionante. Migliaia di persone riunite e, tuttavia, una quiete così intensa che sembrava di sentire il passaggio della grazia nelle anime. Qualcosa di simile è accaduto durante la celebrazione a Cibeles. Dopo la comunione è giunto il momento del ringraziamento. Allora sono scomparse le voci, i canti e il frastuono. Si sentiva solo il canto degli uccelli. Quella moltitudine immensa rimaneva in silenzio di fronte a una Presenza infinitamente più grande di quella di qualsiasi essere umano.

Una parabola sul calore invisibile

Quel giorno ho avuto l’occasione di distribuire la comunione. A noi sacerdoti sono stati consegnati dei recipienti piuttosto insoliti. Si trattava di semisfere metalliche coperte da un coperchio trasparente in metacrilato che proteggeva le forme consacrate dal vento.

L'idea era buona, ma gli organizzatori non avevano previsto un dettaglio: il sole splendente di quella mattina madrilena riscaldava il metallo fino a temperature sorprendenti. Molti sacerdoti avvolgevano quei recipienti con la stola per proteggerli dal calore. Le mani percepivano chiaramente quella temperatura in aumento.

Mentre reggevo il calice, mi è venuto in mente un pensiero inaspettato. Il calore che avvertivamo fisicamente non era nulla in confronto al calore invisibile che il Corpo di Cristo trasmette all’anima. Quella semisfera ardente è diventata per me una piccola parabola. Toccare Dio ci riscalda sempre dentro.

La fede cristiana è, in un certo senso, la storia di un Dio che si lascia toccare. I contemporanei di Gesù toccarono le sue mani, le sue vesti e persino le ferite del suo corpo risorto. Oggi possiamo ancora toccarlo sacramentalmente nell’Eucaristia.

Per questo, vedendo tante persone desiderose di toccare il Papa, ho pensato che quel gesto nascondesse una verità più profonda. L’affetto verso il successore di Pietro nasce proprio da ciò che egli rappresenta. Vogliamo toccare il Papa perché ci avvicina a Cristo. Ci commuove stringergli la mano perché vediamo in essa la continuità visibile della missione che il Signore ha affidato a Pietro.

Ma il cuore del cristiano non può fermarsi qui. Ogni vicinanza al Papa è chiamata a condurci verso una vicinanza ancora maggiore. Ogni emozione umana deve sfociare nell’incontro con Dio.

In questi giorni, migliaia di persone hanno voluto toccare il Papa. Ed è stato bellissimo vederlo. Ma è ancora più bello ricordare che, in ogni comunione, è Dio che tocca noi. E quando ciò accade, l’anima raggiunge la vera temperatura della grazia.

L'autoreJosé Gorgas

Sacerdote

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