Oggi torniamo a una domenica del Tempo Ordinario. Dopo più di tre mesi segnati dalla Quaresima e dal periodo pasquale, torniamo alla lettura continua del Vangelo di Matteo. Fortunatamente, questo ritorno non è solo una transizione liturgica; è anche un invito a riscoprire la nostra identità e la nostra chiamata a essere collaboratori di Cristo e a vivere la vera anima dell'apostolato.
La liturgia di oggi si concentra sulla chiamata di Dio. Nella prima lettura, Dio chiama Mosè sul Monte Sinai e gli affida un messaggio per Israele: il popolo israeliano deve essere una nazione santa, un regno di sacerdoti, un popolo riservato come proprietà personale di Dio. Questa chiamata significa appartenere completamente a Dio.
Nel Vangelo, Gesù chiama i Dodici Apostoli. Questa scelta è profondamente simbolica. I Dodici rappresentano le dodici tribù di Israele, radicate nei figli di Giacobbe. Gesù sta quindi ricostituendo il popolo di Dio, formando un nuovo Israele. Questi uomini sono scelti per essere stretti collaboratori nella sua missione.
È significativo, però, che non siano stati scelti perché perfetti. Sono uomini comuni, segnati dalla debolezza e dal peccato. Camminando con Cristo, i loro limiti diventano evidenti, ma anche la loro crescita. Il loro cammino ci ricorda una verità essenziale: Cristo non aspetta che siamo perfetti per chiamarci. Piuttosto, ci chiama verso la perfezione. La santità non è un prerequisito per la chiamata, ma è il suo obiettivo.
San Paolo lo esprime splendidamente nella seconda lettura: “Dio ci ha mostrato il suo amore quando, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.”. Cristo ci ha amati prima che fossimo degni di essere amati; ci ha chiamati prima che fossimo degni.
Il Vangelo rivela anche quella che possiamo a ragione chiamare l'anima dell'apostolato: la compassione di Cristo. Prima di chiamare i Dodici, Gesù guarda le folle ed è mosso da compassione, perché erano “... in mezzo alle folle...".“esausti e abbandonati, come pecore senza pastore".
Questo sguardo compassionevole è la fonte della missione. Gesù chiama gli apostoli perché ha compassione della gente. Li invia con la stessa compassione. La loro missione - verso la pecora smarrita, i malati, i lebbrosi e persino i morti - è plasmata dal cuore stesso di Cristo.
Come insegna Dom Chautard in L'anima dell'apostolato, Il fondamento di tutto il lavoro apostolico è la vita interiore. L'efficacia della nostra missione non dipende principalmente dalla nostra attività, ma dalla nostra unione con Cristo. Solo quando la nostra vita interiore è ancorata a Cristo, il nostro lavoro può portare frutti duraturi. Nel Vangelo di oggi vediamo, per così dire, la vita interiore di Cristo. La sua disposizione interiore è segnata dalla compassione.
Infine, il Vangelo ci ricorda che questa vocazione è un dono. È data gratuitamente, non è guadagnata. E poiché è liberamente ricevuta, deve essere liberamente condivisa: “...".“Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. La logica della grazia e del dono è una dinamica fondamentale della vita e della missione cristiana.





