Nel 2017 David Arratibel ha diretto “Converso”, un documentario in cui cerca di capire, attraverso le conversazioni con sua madre, le sue sorelle e suo cognato, perché tutta la sua famiglia abbia abbracciato una fede che lui non condivide. Nove anni dopo, il film è stato proiettato al Real Colegio Alfonso XII di El Escorial, nell’ambito della VI edizione dell’Osservatorio dell’Invisibile, la scuola estiva di arte e spiritualità che la Fondazione Vía del Arte, diretta dallo scultore Javier Viver, ha organizzato presso il Real Monasterio, con l’aria come tema di fondo.
L'evento ha riunito circa 150 partecipanti, suddivisi in laboratori di musica, scultura, danza e scrittura, tra gli altri. Ogni pomeriggio si sono ritrovati per attività comuni, come la proiezione e il dibattito di questa serata.
Il film è stato seguito da una tavola rotonda. Accanto al regista si sono sedute le quattro persone che hanno intrapreso un percorso diverso da quello del suo scetticismo, tre delle quali sono docenti dei laboratori dell’Osservatorio: l’attore Lluís Homar ha diretto quello di teatro; il filosofo Fabrice Hadjadj, quello di scrittura; e la curatrice d’arte Maider Montalbán Errasti, quello di curatela, mentre Ernesto Castro, anch’egli filosofo, ha partecipato in qualità di ospite.
Una parola
La moderatrice ha dato il via alla discussione chiedendo a ciascun ospite di riassumere in una sola parola cosa significasse per lui la conversione. Homar, che ha ricevuto una solida educazione cattolica e si è allontanato dalla fede durante l’adolescenza, non ha avuto bisogno di più di tre parole: “Il ritorno a casa”. Castro, battezzato e cresimato da adulto durante l’ultima Veglia Pasquale, ha risposto citando Lope de Vega e il suo sonetto “domani apriremo”: “Non dire domani”. Montalbán ha scelto “armonizzare”: la prima conversione consiste nel trovare il tono giusto, come nel canto gregoriano, e ciò che segue è un esercizio costante di armonizzazione attraverso i sacramenti.
Hadjadj, nato in una famiglia ebrea e atea, ha scartato l’idea del “ritorno a casa”: i suoi genitori, ha raccontato, hanno vissuto la sua conversione al cristianesimo come un tradimento. Per lui, seguire Cristo è “un’intensificazione del dramma della vita”: “Più gioia e più angoscia, più mani aperte e più chiodi nelle mani‘. La sua esistenza precedente, ha affermato, assomigliava alle perline di un rosario che si è spezzato; la conversione è stata la scoperta del filo che trasforma i frammenti in una storia. Arratibel, dal canto suo, ha fatto propria l’etimologia che dà il titolo al suo film: ’”Converso” da conversare: cercare di capirci per cercare di comprendere».
Ciò che separa
Il regista ha messo sul tavolo l’esperienza che permea il suo documentario e che, come ha confessato, lo ha fatto riflettere e soffrire: la distanza che la conversione dei suoi cari ha creato all’interno della famiglia. Una distanza che egli descriveva come “una sorta di barriera molto sottile”, quasi impercettibile, compatibile con l’affetto: “Ci vogliamo bene, ci amiamo, ma c’è ancora qualcosa che ci separa”. Non parlava di ostilità né di rimprovero, ma della sensazione che la propria “tribù” abbia cambiato codice, quasi lingua. E ha portato un esempio familiare: la Bibbia che gli ha regalato sua sorella con un biglietto —“voglio che tu sia felice”— gli è sembrato un gesto d’amore con un pizzico di condiscendenza, fatto da una posizione alla quale ci si aspetta che lui arrivi un giorno.
Homar ha risposto attingendo alla propria esperienza personale: ottavo di una famiglia in cui cinque fratelli hanno smesso di praticare la fede, è l’unico ad aver ritrovato la strada della fede, e un anno fa ha celebrato il proprio matrimonio in chiesa alla presenza di tutti i fratelli. Nel suo caso, ha affermato, il legame fraterno creato dai suoi genitori ha più peso della linea di demarcazione tra credenti e non credenti, e lui stesso cerca di fungere da punto d’incontro tra le due parti.
La replica più significativa è arrivata da Hadjadj, che ha invertito il significato della separazione: Dio crea il mondo separando, e la distanza che preoccupa Arratibel è anche la condizione affinché l’altro appaia come altro. Al direttore ha dedicato una delle frasi della serata: “Voglio la tua coerenza, più che la tua conversione”. E ha concluso con una massima: “La comunione si trova nella verità, non nell’affetto”. Il dramma del cristianesimo, ha aggiunto, non deriva dalla persecuzione ma dall’amore, perché più si ama, più si è esposti alla ferita.
Montalbán ha proposto di rileggere una delle scene centrali del film, la conversazione del regista con sua madre, per quello che è in termini cattolici: un esame di coscienza, con richiesta di perdono inclusa per il peccato di superbia. La sua stessa conversione, ha raccontato Maider, è iniziata sedendosi nell’ultima panca di una chiesa di Bilbao con un atteggiamento da osservatrice — “vediamo cosa succede a questi qui” — e ha riconosciuto che quella posizione di superiorità morale nei confronti dei credenti esiste anche oggi, sebbene i convertiti ne parlino poco.
Castro, dal canto suo, ha ricordato il primo commento di sua madre, atea, dopo il suo recente battesimo: “Non c’è di che”. Riteneva che il fatto di non averlo battezzato da bambino gli avesse permesso di dire «sì» in modo consapevole e da adulto.
“Pregherò per te”
Il convegno ha trovato il suo secondo punto focale in un altro film, “Los domingos”, di Alauda Ruiz de Azúa, che racconta la storia di un’adolescente che riflette sulla vocazione religiosa all’interno di una famiglia secolarizzata. Arratibel ha raccontato di essere uscito sconvolto dalla proiezione: in quel film ha ritrovato il “pregherò per te” che aveva sentito decine di volte nei colloqui di “Converso” e nel quale percepisce un rapporto non orizzontale tra chi prega e colui per cui si prega.
Quella frase ha diviso i presenti al tavolo. Homar, credente, la ritiene superflua nelle parole del personaggio: “Io l’avrei risolta con uno sguardo”. Montalbán, invece, l’ha difesa contro quella che definisce la trasformazione della bontà in buonismo, e ha ribattuto con una domanda: vale la pena esaminare anche quanto paternalismo eserciti il non credente sul credente, e quali dogmi di fede secolare — la religione delle esperienze, la teologia del progresso — agiscono in coloro che si rammaricano di ciò che la giovane “si perderà”.
Castro ha spostato il dibattito sul piano del linguaggio: se c’è qualcosa che accomuna la religione e l’arte è proprio la lotta contro i cliché, e il problema del “pregherò per te” non è la preghiera in sé, ma la frase fatta: “La vera carità sarebbe stata che avessero pregato per te senza dirtelo”.
Hadjadj ha chiuso il cerchio con una riflessione: per lui, anche un semplice “buongiorno” può essere una benedizione, perché l’essenza della parola non sta in ciò che esprime, ma nel tono e nell’intenzione. Il dibattito è poi proseguito con gli interventi degli studenti.
Il filosofo francese ha concluso sottolineando che la Chiesa non è un club, ma accoglie l’alterità senza assorbirla, e per questo è opportuno diffidare della fusione, “che non è confusione”. Un’idea che si ricollega all’immagine che apre e chiude “Converso”: l’organo musicale riparato dal cognato del direttore, metafora di una Chiesa in cui l’aria che scorre nelle canne è ciò che anima ogni membro per formare un’armonia. Cantare senza lo strumento, disse un tempo Arratibel, significa cercare quell’armonia partendo dal corpo. In un numero dell’Osservatorio dedicato proprio all’aria, la metafora ha trovato il suo posto.





