Quando il risentimento non ha più l'ultima parola

El testimonio de una mujer con discapacidad y las enseñanzas de san Josemaría y san Juan Pablo II muestran cómo la gracia de Dios puede transformar la herida en misericordia.

1 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 3 minuti
rencor

L'altro giorno, nella mia parrocchia, ho ascoltato la testimonianza di una persona con disabilità. A dire il vero, mi ha offerto una lezione sul perdono che mi sono sentito in dovere di condividere.

Ha parlato con coraggio del dolore che aveva sopportato per tutta la vita, affrontando le derisioni altrui a causa del suo aspetto o delle sue capacità. Ha confessato quanto fosse difficile per lei perdonare coloro che le avevano causato sofferenza. Ascoltarla mi ha commosso profondamente. Mi ha fatto capire che la sofferenza trascende il quoziente intellettivo e le etichette. È l'anima umana a soffrire per la ferita. Tutti riconosciamo le parole offensive, i gesti inappropriati e come, di fronte all'aggressione, possano emergere in noi risentimento, invidia o amarezza.

Ma che cos'è il perdono?

Secondo la RAE (Accademia Reale Spagnola), si tratta della remissione di una punizione meritata, di un'offesa commessa o di un debito o obbligo in sospeso. 

Secondo il paragrafo 2843 del Catechismo della Chiesa Cattolica: «Così prendono vita le parole del Signore sul perdono, questo Amore che ama fino all'estremo dell'amore (cfr. Gv 13,1). La parabola del servo spietato, che culmina nella preghiera del Signore per il perdono (cfr. Mt 18,23-35), ci ricorda: «Così sarà l'ira del Padre mio celeste su chiunque non perdona di cuore al proprio fratello». È lì, infatti, nel profondo del cuore, che tutto viene legato e sciolto. Non è in nostro potere cessare di sentire l'offesa e dimenticarla; ma il cuore che si offre allo Spirito Santo trasforma la ferita in compassione e purifica la memoria, trasformando l'offesa in intercessione«.

Il Catechismo riconosce un principio fondamentale: non è in nostro potere smettere di sentire l'offesa. Il perdono non consiste nel reprimere il sentimento del torto subito, né nell'intorpidire il cuore, ma piuttosto nell'impedire che la ferita si infetti con l'odio.

Questa lotta interiore tra ferite e grazia si ritrova negli scritti di San Josemaría Escrivá. Nel Cammino, ci invita a non cercare scuse nella durezza dell'ambiente circostante o nel comportamento degli altri per giustificare la nostra mancanza di carità. Nel paragrafo 452 scrive:

»Non abbiate nemici. Abbiate solo amici: amici… a destra – se vi hanno fatto del bene o hanno voluto farvi del bene – e… a sinistra – se vi hanno fatto del male o hanno cercato di farvi del male.».

E per approfondire ulteriormente come reagire all'incomprensione o al disprezzo, il punto 682 ci offre una ricetta molto pratica per la vita di tutti i giorni:

«"Se ti risulta difficile perdonare, ricorda che Gesù è morto per te e ti ha perdonato tutto. Guarda te stesso sulla croce e vedrai quanto poco ti hanno fatto, rispetto a ciò che hanno fatto al Signore... e a ciò che tu fai a Lui.".

Questa stessa lezione ci è stata impartita da San Giovanni Paolo II. Nel 1981, dopo essere sopravvissuto all'attentato in Piazza San Pietro, il Papa non solo perdonò pubblicamente Mehmet Ali Ağca dall'ambulanza, ma due anni dopo andò a trovarlo nel carcere di Rebibbia. Quell'incontro privato, guardando negli occhi l'uomo che aveva cercato di togliergli la vita, fu un'eccellente lezione su cosa significhi non lasciare che il male abbia l'ultima parola. Giovanni Paolo II ha mostrato al mondo che la forza dell'umanità risiede nella capacità di trasformare l'aggressione in un atto di misericordia.

Quella donna della mia parrocchia ci ha insegnato una verità che possiamo facilmente dimenticare: il perdono non è un atto automatico né una forza nata dalla volontà umana, ma una decisione del cuore sostenuta dalla grazia.

Vedendo la sua vulnerabilità, ho capito che perdonare non significa giustificare il male fatto o cancellare il passato, ma piuttosto negare al risentimento il potere di dettare il nostro presente. Quando smettiamo di concentrarci unicamente sull'offesa e offriamo la nostra ferita aperta a Dio, il perdono cessa di essere un atto irraggiungibile e diventa una vera esperienza di libertà e amore.

L'autoreMiguel Pedro Gil Calvo

Padre di sei figlie. Insegnante di audiologia e logopedia e figlio di genitori sordi (CODA). La mia storia personale e professionale si intrecciano in un’unica vocazione: abbattere le barriere della comunicazione

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