Né razzismo né caos: la lezione di Salamanca sulla migrazione

La Escuela de Salamanca defendió la dignidad universal y el derecho a la movilidad, pero vinculó la libertad de circulación al bien común y a la capacidad de integración de las sociedades receptoras.

25 de Settembre de 2026-Tempo di lettura: 6 minuti
migrazioni

©OSV News/Violeta Santos Moura, Reuters

Il razzismo moderno non è un atavismo biologico, ma una costruzione intellettuale emersa alla fine del XV secolo con i grandi viaggi di esplorazione europei. Ciò che iniziò come un «"razzismo emotivo"» prima dell'incontro con il «"altro"», Si trasformò ben presto in un sistema teorico concepito per giustificare il dominio coloniale. In questo contesto, la Scuola di Salamanca emerse non solo come centro di sapere teologico, ma anche come embrione della dottrina dei diritti umani universali. Oggi, nel XXI secolo, quando l'immigrazione si presenta come una delle grandi sfide che l'Occidente si trova ad affrontare, gli insegnamenti dei maestri di Salamanca ci offrono la bussola necessaria per evitare passi falsi nel dibattito sulla mobilità umana.

L'origine del razzismo moderno

Per comprendere la rilevanza duratura di Salamanca, dobbiamo prima comprendere il muro che ha abbattuto. Per secoli, gli intellettuali europei, da Linneo a Kant, hanno sostenuto l'esistenza di varietà umane con temperamenti e capacità morali distinti, ponendo il «"razza bianca"» al culmine della perfezione.

Nel primo quarto del XX secolo, le teorie razziali naziste fornirono la base ideologica per lo sterminio di milioni di persone durante la Seconda Guerra Mondiale. Il Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori (NSDAP) adottò e sviluppò diverse classificazioni razziali pseudoscientifiche come parte della sua ideologia per giustificare il genocidio di gruppi di persone che considerava razzialmente inferiori. I nazisti consideravano la presunta razza ariana come una razza superiore, mentre ebrei, africani, persone di razza mista, rom, slavi e altri gruppi etnici erano considerati subumani e razzialmente inferiori, i cui membri erano destinati al lavoro forzato e allo sterminio. Queste convinzioni derivavano da una combinazione di antropologia del XIX secolo, razzismo scientifico (basato sulle teorie di Hans F.K. Günther) e antisemitismo.

L'antisemitismo in nuove forme

Per inciso, l'antisemitismo, lungi dall'essere un fenomeno scomparso dopo la sconfitta del nazismo, si è dimostrato un odio proteiforme, capace di mutare e persistere ancora oggi, spesso camuffato da nuove narrazioni politiche e ideologiche. Alcuni sostengono che questa persistenza sia evidente, ad esempio, nella virulenza con cui certi settori della sinistra politica – generalmente antirazzisti – hanno reagito alla guerra di Gaza, dove l'ostilità verso Israele spesso trascende la legittima critica geopolitica per far riemergere vecchi pregiudizi giudeofobici. 

Poiché la visione del mondo marxista divide tutto in «"oppressori"» e di «"oppresso"» e gli ebrei sono spesso visti come persone di successo o «"bianchi"» Nel contesto occidentale, a volte vengono esclusi dalle solite protezioni antirazziste o l'odio nei loro confronti viene minimizzato, camuffato all'interno del discorso politico antimperialista, perché non rientrano nel profilo tradizionale di «"vittima"» che impiega una certa retorica progressista. In questo contesto, l'antisionismo radicale funziona spesso come una maschera socialmente accettabile che, demonizzando sistematicamente l'unico Stato ebraico e applicando un doppio standard morale inesistente per altri conflitti, incanala un rifiuto secolare che nega la legittimità e il diritto alla sicurezza del popolo ebraico.

La risposta della Scuola di Salamanca

Da parte sua, la Scuola di Salamanca ci insegna che la libertà di movimento è uno strumento per proteggere la dignità, non per eroderla. In un XXI secolo segnato dalla polarizzazione, tornare a Francisco de Vitoria e Domingo de Soto significa comprendere che il dovere di accogliere è inseparabile dalla reale capacità di integrare. Solo attraverso un ordine basato sulla ragione e sul bene comune universale possiamo superare il razzismo e trasformare la mobilità umana in una vera «"missione di speranza".

Il fenomeno della mobilità umana deve essere considerato una delle problematiche più serie del nostro tempo. Lo dimostrano la straordinaria crescita dei flussi migratori e le difficoltà incontrate dalla maggior parte delle persone coinvolte. In questo contesto, costituirà una sfida sempre maggiore nei prossimi decenni, al punto che alcuni autori si riferiscono già al XXI secolo come al secolo delle migrazioni.

La Chiesa cattolica, pur apprezzando il movimento per i diritti umani, l'impegno delle sue istituzioni e i risultati ottenuti a beneficio dell'intera umanità, si distacca criticamente da due punti fondamentali in merito alla mobilità: il riconoscimento di un diritto alla migrazione per gli individui e le loro famiglie, non sancito dalla Dichiarazione del 1948, e l'esigenza di un insieme di doveri, assunti dagli individui, che integrino le tutele previste. Lo scenario delineato del bene comune universale, delle strutture internazionali che lo tutelano e dell'esistenza di una comunità universale, giustifica l'affermazione che ogni persona gode di una cittadinanza globale che le consente di esercitare diritti e doveri che vanno oltre quelli riconosciuti dalla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948.

Il diritto di migrare

L'attuale esortazione di Papa Leone XIV ad accogliere gli sfollati sotto il motto Migranti, missionari di speranza aggiornamenti direttamente Ius Peregrinandi formulata dalla Scuola di Salamanca. Quando Leone XIV affermò che la paura degli stranieri è una «"sedentarizzazione"» Contrariamente allo spirito cristiano, esso recupera la tesi centrale di Francisco de Vitoria in Proveniente dall'India. Vitoria stabilì che è lecito per qualsiasi essere umano viaggiare e soggiornare in altri territori purché non arrechi danno, definendo la mobilità non come una concessione dello Stato, bensì come un diritto naturale di comunicazione tra i popoli che precede i confini politici.

Allo stesso modo, la continuità che Leone XIV mantiene con l'enciclica Fratelli Tutti La denuncia del nazionalismo escludente da parte di Papa Francesco si basa sul concetto di Salamanca Totus Orbis. Quando la Chiesa cattolica insiste attualmente sulla dignità inalienabile del migrante al di sopra del suo status giuridico, applica il principio di Vittoria in De Potestate Civili. In quel contesto, il teologo domenicano definì il mondo intero come una comunità governata dal Diritto delle Genti, sostenendo che esistono leggi giuste e diritti universali che proteggono la persona dalla sovranità di qualsiasi governante, un'idea che la Chiesa utilizza ancora oggi per combattere il razzismo e l'esclusione.

Libertà di movimento e bene comune

Infine, aggiornare il pensiero di Vitoria richiede di bilanciare il diritto naturale alla circolazione con il dovere dello Stato di preservare il bene comune. Ciò implica una gestione delle migrazioni che, senza discriminazioni basate sull'origine (dignità umana), imponga limiti razionali per impedire che la libertà di movimento degeneri nella dissoluzione dell'ordine sociale (caos) o nello sfruttamento dei più vulnerabili. Per raggiungere questo obiettivo, dobbiamo tornare al principio guida che Francisco de Vitoria stabilì nelle sue Relectiones: la clausola «"senza lesioni"» (senza danno). Vitoria difese il diritto alla comunicazione e al commercio (Ius CommunicationisCiò consentiva agli spagnoli di viaggiare e risiedere nelle Indie, a condizione che non arrecassero danno alla popolazione indigena né ne minassero la legittima sovranità. Il limite del diritto di migrare non dovrebbe essere l'egoismo nazionale, bensì la capacità di integrazione e sostenibilità della società ospitante.

Se la migrazione ha luogo «"con danni"» (il collasso delle strutture sociali o l'imposizione di oneri insostenibili), cessa di essere un diritto protetto dalla legge Ius Gentium e diventa un'aggressione che lo Stato ha il diritto di respingere. Il diritto di uno ad arrivare non può annullare il diritto della comunità che lo accoglie ad esistere e rimanere stabile. La libertà non è anarchia: la Scuola di Salamanca, precursore dei Diritti Umani, era profondamente tomista. Per San Tommaso d'Aquino e i suoi seguaci, la legge deve essere un «"Ordinamento della ragione al bene comune.". La libertà di movimento assoluta, senza controlli né registrazioni, elimina la capacità dello Stato di regolamentare la società.

Ordine e protezione

Se la libertà di movimento viene interpretata come una totale assenza di confini (caos), vengono distrutte la certezza del diritto e la protezione sociale, che sono conquiste del diritto europeo. Una società in «"caos"» Non può garantire la dignità di nessuno (né del residente né del migrante). Pertanto, limitare i flussi migratori non significa negare la dignità del migrante, ma è uno strumento necessario per garantire che tale dignità possa essere effettivamente tutelata all'interno di un quadro giuridico funzionale. «"caos"» Ciò avvantaggia i forti a scapito dei deboli, violando il principio di protezione degli innocenti che Vitoria difendeva.

Le mafie del traffico di esseri umani esistono perché c'è una barriera insormontabile tra l'offerta (migranti) e la domanda (destinazione), creando un mercato nero. Se la circolazione fosse efficace e legale (come un visto universale o l'area Schengen), il modello di business di «"coyote"» o il «"barca"» Crollerebbe. Nessuno paga un criminale 5.000 euro per attraversare il mare in modo pericoloso se può legalmente attraversare un ponte per 50 euro. Ma se i cancelli vengono aperti ("libera circolazione") Ma l'integrazione (lavoro, alloggio) non è garantita e le mafie probabilmente si trasformerebbero. Non chiederebbero più un compenso per l'attraversamento del confine, ma sfrutterebbero la permanenza dei migranti (ghetti, prostituzione, lavoro forzato). Pertanto, eliminare queste mafie richiede percorsi legali sicuri (ordine), non un'apertura caotica che cambia semplicemente quando i migranti vengono sfruttati. Si tratta di distruggere il mercato delle mafie attraverso la legge, non attraverso la sua assenza.

Il Ius Peregrinandi Sostenuta da Francisco de Vitoria, non si tratta di un diritto assoluto al caos, bensì di una comunicazione pacifica orientata al bene comune; pertanto, il dovere di accogliere è inseparabile dalla reale capacità di integrare, poiché consentire l'ingresso indiscriminato e poi trascurare e condannare il migrante all'emarginazione e al fallimento tradisce il principio di giustizia commutativa e distributiva che è alla base del Diritto delle genti.

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