Evangelizzazione

José Carlos Martín de la Hoz illustra gli elementi fondamentali della santità del matrimonio Alvira

Questo mese di luglio è stata presentata la "Positio" relativa alla causa di canonizzazione dei coniugi Alvira, dando così inizio all’esame da parte del Vaticano.

Javier García Herrería-19 luglio 2026-Tempo di lettura: 6 minuti
matrimonio Alvira

Il processo di beatificazione e canonizzazione della coppia formata da Tomás Alvira (1906–1992) e Paquita Domínguez (1912–1994), si è svolto nell’arcidiocesi di Madrid e ha ottenuto il decreto di validità dal Dicastero nel 2016. Si tratta di una delle cause di canonizzazione più diffuse nel mondo per quanto riguarda la devozione nei loro confronti. Entrambi hanno cercato la santità nella vita quotidiana e nell’amore coniugale e familiare all’interno della Chiesa cattolica contemporanea. Entrambi, di origine aragonese, dedicarono la loro vita all’insegnamento e alla loro numerosa famiglia (ebbero nove figli); oltre ad essere stati tra i primi soprannumerari dell’Opus Dei – Tomás vi entrò nel 1947 e Paquita nel 1952 –,.

Di recente (nel luglio del 2026), è stata consegnata in Vaticano la Positio della loro causa di canonizzazione, il che li avvicina di un ulteriore passo alla dichiarazione di venerabilità. José Carlos Martín de la Hoz, che è stato il postulatore diocesano della causa – attualmente nella fase romana – conosce da vicino la vita della coppia e ci fornisce alcuni spunti significativi sulla loro esistenza.

Con la recente consegna della Positio A Roma, quali sono i prossimi passi giuridici e teologici da compiere presso il Dicastero delle Cause dei Santi affinché possano essere dichiarati beati?

–La notizia della consegna della *Positio* al Dicastero, ovvero la stesura della sintesi della vita, delle virtù, della fama di santità e dei favori di ciascuno dei due (la santità è personale) affinché venga esaminata dai consultori – storici, teologi, canonisti, vescovi e cardinali – significa che la voce del popolo di Dio, che è il processo diocesano, sarà studiata dal Dicastero e giungerà a conclusione, quando Dio vorrà. La voce della Chiesa, se positiva, indicherà questa coppia come modelli e intercessori del popolo di Dio e li definirà Venerabili Servi di Dio.

Affinché si possa procedere alla beatificazione, è necessario un miracolo attribuito alla sua intercessione. Che tipo di favori o grazie chiedono e raccontano solitamente le persone che oggi si affidano alla coppia Alvira?

–In effetti, in un processo di beatificazione e canonizzazione è necessario ascoltare la voce del Popolo di Dio; sia attraverso la raccolta dei suoi scritti e dei documenti, sia attraverso le testimonianze di coloro che hanno conosciuto e frequentato i Servi di Dio. Lo studio di tale documentazione da parte del Dicastero esprimerebbe in modo evidente la voce della Chiesa con la nomina a Venerabili Servi di Dio. Ma mancherebbe ancora l’ultima voce: la voce di Dio.

Il miracolo è la voce di Dio, che indicherebbe che quella persona potrebbe essere beatificata e darebbe inizio al culto pubblico limitato a una diocesi o a una comunità ecclesiale, a un ambiente, ecc. Un secondo miracolo indicherebbe la canonizzazione e l’estensione mondiale del culto pubblico.

Logicamente, il verificarsi di un miracolo rappresenterebbe il culmine di anni di diffusione della devozione privata, in questo caso, verso una coppia cristiana, che starebbe ottenendo favori da Dio in qualità di intercessori per il popolo cristiano e, al contempo, fungerebbe da modello e da punto di riferimento per molti cristiani di tutto il mondo che hanno riposto in loro la propria fiducia come amici di Dio e intercessori.

Quale aneddoto sul matrimonio degli Alvira ritiene che illustri bene la loro santità?

–Il fatto che entrambi, marito e moglie, siano in corso di beatificazione e canonizzazione implica che ci troviamo di fronte a una causa matrimoniale, vale a dire che entrambi hanno presumibilmente raggiunto, con l’aiuto dello Spirito Santo, la pienezza della vita cristiana e hanno praticato le virtù in grado eroico attraverso l’amore coniugale. Pertanto, possono essere proposti come modelli al Popolo di Dio

Questa sarebbe la grande storia vissuta da questa coppia: innamorarsi ogni giorno di più, tanto che quell’immenso amore che provavano l’uno per l’altra finiva per contagiare i figli, i parenti, gli amici e i colleghi di lavoro. In questo modo, come diceva Papa Francesco in “Fratelli Tutti”, hanno contribuito alla rivoluzione d’amore che è il cristianesimo.

San Josemaría Escrivá era solito dire che dovevano rendere la loro casa un «focolare luminoso e gioioso». Nella vita quotidiana, con le difficoltà economiche che hanno dovuto affrontare all’inizio, come riuscivano a mantenere quell’atmosfera positiva in casa?

–Tomás e Paquita erano consapevoli che l’unico modo per amarsi ogni giorno di più era semplicemente cercare di amare Dio sopra ogni cosa. In questo modo, fondando le loro vite sull’amore per Dio, hanno saputo amarsi l’un l’altro e trasmettere quell’amore, per effetto contagioso, a coloro che li circondavano.

I figli li vedevano pregare molte volte durante il giorno, partecipare alla Santa Messa, recitare il rosario in famiglia, guardare un’immagine della Vergine appesa alla parete o pregare al risveglio e prima di andare a dormire. Li vedevano sempre sorridenti e fiduciosi nell’amore di Dio che sostiene tutti gli amori della terra e, soprattutto, li vedevano guardarsi con amore e guardare loro con infinita tenerezza.

Uno dei pilastri dell'educazione degli Alvira era il rispetto della libertà dei propri figli. Come conciliare la disciplina e la trasmissione dei valori cristiani con la promozione dell'autonomia personale di ciascun figlio?

–Il segreto dell’educazione dei figli risiedeva nell’immenso affetto e nella fiducia con cui li trattavano. A poco a poco concedevano loro sempre più libertà, fino ad arrivare a fidarsi pienamente della loro parola, più di quanto avrebbero fatto se cento notai avessero affermato il contrario.

Certamente, dovevano rimproverarli come fanno tutti i genitori, ma sapevano sempre aspettare il momento giusto per farlo, senza prendersela troppo, così da affrontare le cose una alla volta, infondendo sempre incoraggiamento e speranza, poiché era chiaro che avrebbero superato quella situazione con la grazia di Dio e con l’amore e la fiducia con cui si stavano impegnando.

Tomás Alvira non era un insegnante convenzionale; introdusse concetti rivoluzionari per l’epoca all’Istituto Ramiro de Maeztu e al Collegio degli Orfani della Guardia Civil. In cosa consisteva il suo metodo dell«»Aula viva» e perché è considerato un pioniere della pedagogia attiva?

–Ricordo che Tomás Alvira era il mio insegnante di Scienze Naturali al quinto anno di liceo all’Istituto Ramiro de Maeztu. Era un caro amico di mio padre e mi trattava con grande affetto, come se fossi suo figlio. Un giorno, mentre osservavo al microscopio una roccia di olivina, mi disse: “Se dobbiamo lodare Dio per la bellezza macroscopica della Natura, ancora di più dobbiamo lodarlo per la sua bellezza microscopica”.  Un giorno mi resi conto che faceva lo stesso con tutti gli altri studenti: il segreto della pedagogia di Tomás e Paquita era amare le anime e aprire loro nuovi orizzonti nella vita.

Mentre Tomás si distingueva in ambito accademico pubblico, Paquita svolgeva un’enorme opera sociale e formativa, soprattutto con le collaboratrici domestiche e le donne del suo entourage. In che cosa consisteva questo apostolato e quale impatto ebbe su quelle donne?

–Paquita aveva fatto la maestra in alcuni paesi della provincia di Huesca prima di sposarsi e dedicarsi completamente a mandare avanti una famiglia numerosa, praticamente senza alcun aiuto per molti anni della sua vita. Proprio come dedicava amore e dedizione a quei bambini e a quelle bambine e alle loro famiglie al Bureau, così faceva con le collaboratrici domestiche o con i giovani che le stavano accanto. Da Paquita si impara una verità molto semplice: un’insegnante non smette mai di esserlo.

Verso la fine della loro vita, entrambi hanno affrontato percorsi patologici molto difficili (Tomás un tumore e Paquita una malattia cerebrale). Come hanno vissuto quest’ultima fase di sofferenza fisica e quali testimonianze hanno lasciato a chi si prendeva cura di loro?.

–Quando si ama profondamente e si crea una famiglia così bella e unita come quella che loro sono riusciti a costruire, allora quella “scuola d’amore” serve per imparare tutte le lezioni della vita: quelle apparentemente piacevoli, così come quelle apparentemente spiacevoli; i colpi della vita, infatti, non fanno altro che farci maturare nell’amore.

La scuola del dolore, della santificazione dei limiti fisici, della fatica, della sordità, dell’incapacità di cavarcela da soli, ci rende più umili, obbedienti e semplici: la santità è un dono di Dio che si esprime nel dono delle virtù, dove Dio si riversa su di noi attraverso quel piccolo sforzo che compiamo, che è la libertà.

Quale particolarità teologica e pastorale comporta il fatto che la Chiesa consideri la santità di Tommaso e Paquita congiuntamente, come coppia sposata, anziché singolarmente?

–Dio vuole insegnarci che lo scopo del matrimonio è essenzialmente l’amore tra i coniugi. Un amore di tale portata che, quando giunge il giorno delle nozze e si riceve il sacramento del matrimonio, quell’amore naturale si trasforma, con la grazia di Dio, in amore soprannaturale che dura in eterno.

La santità è un dono di Dio, così come lo è l’amore che Dio suscita in ciascuno di noi e negli sposi cristiani. Scoprire la fecondità di quell’amore è la chiave della felicità. Il Santo Padre Benedetto XVI lo ha espresso molto bene nella sua prima enciclica “Deus caritas est”.

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