Accolto da un'ovazione travolgente, Papa Leone XIV lasciò le Cortes spagnole, affidando ai membri di quelle Assemblee compiti importanti e gravosi, in un clima di discussione cordiale, lontano da parole paralizzanti e paralizzanti. Di fronte a un'aula in trepidante attesa, il Santo Padre ha pronunciato un discorso di profondo significato politico e morale, diagnosticando con precisione i mali che soffocano la convivenza globale contemporanea. Il Pontefice è stato categorico nell'affermare:
“Il mondo sta attraversando una profonda crisi spirituale e culturale, che si manifesta in molteplici forme di violenza, polarizzazione e sfiducia reciproca. In questo contesto, la pace si presenta come un’aspirazione politica e, ancor più, come una vera e propria esigenza morale. Richiede un discorso pubblico che rispetti chi la pensa diversamente, istituzioni al servizio dell’incontro, una memoria storica che cerchi la verità e la riconciliazione e una vita sociale capace di sostenere l’amicizia civica e il rispetto reciproco anche in presenza di divergenze”.
Il dibattito sulla memoria
Il Papa ha dato prova di coraggio menzionando apertamente la Memoria storica proprio nell’aula del Parlamento: “Una memoria storica che cerchi la verità e la riconciliazione… un compito arduo quando esiste una polarizzazione così forte”. Sebbene la riflessione vada oltre i nostri confini e riguardi qualsiasi parte del pianeta, la sua dichiarazione nella sede del Potere Legislativo spagnolo invita inevitabilmente a riflettere su una serie di realtà che caratterizzano l’attuale panorama storiografico:
- La triste “leggenda nera” della Spagna. Sono già intervenuti alcuni storici – curiosamente per lo più stranieri – per confutare questo fatto deplorevole, dal quale ci stiamo ancora riprendendo e sul quale attualmente si basano discorsi populisti ben lontani dalla realtà del ruolo della Spagna nell’America iberoamericana.
- Molti giovani oggi non sanno collocare, dal punto di vista storico, personaggi di grande rilievo nella storia dello Stato spagnolo nel corso del XX secolo.
- L'indipendenza degli attuali Stati dell'America Latina nel corso del XIX secolo, ottenuta attraverso programmi estremamente personalistici e di ispirazione fortemente anticattolica, dai cui “fanghi, questi fango” in cui si osserva una forte polarizzazione volta a sciogliere i legami che uniscono la Spagna a tutti i paesi del Sudamerica e dell’America Centrale.
- Il regime della Seconda Repubblica viene presentato come un modello da seguire, (…) mentre storici di grande prestigio lo denigrano e lo ritengono responsabile della guerra civile che ha devastato il Paese.
Il valore della parola di fronte al riarmo
Ecco che è già scoppiata la polemica! Tuttavia, lo scopo di queste righe non è quello di concentrare l’attenzione sulla disputa, bensì di trovare il modo di parlare con serenità di questi temi senza ricorrere, come sottolineava il Papa nel suo discorso, a “parole (che) possono aprire o chiudere strade; possono illuminare la realtà o distorcerla fino a rendere impossibile l’incontro”.
Questo incontro si rivela indispensabile se vogliamo una società libera, giusta e veramente democratica. Come ha ricordato il Pontefice, “da questo rispetto per l’altro nasce anche il dovere di custodire lo spazio in cui maturano le sue convinzioni, la sua coscienza e il suo rapporto con Dio. L’attenzione a questa sfera interiore permette di comprendere meglio una questione decisiva per ogni società veramente democratica: la libertà di pensiero, di coscienza e di religione, diritto fondamentale che tutela la sfera più intima delle persone”.
Il messaggio papale ha inoltre analizzato senza mezzi termini l’attuale scenario geopolitico, ammonendo che ogni guerra è un fallimento, poiché “costituisce, in ultima analisi, una dolorosa sconfitta della capacità di negoziare e anche di quella coscienza comune dell’umanità che riconosce i legami di giustizia tra le nazioni”.
Inoltre, risuona la denuncia di Leone XIV sul “riarmo come risposta quasi inevitabile di fronte alla fragilità dello scenario internazionale”. Di fronte a tale inerzia bellica, il Papa concludeva con fermezza: “La vera sicurezza, invece, nasce dalla giustizia, dal dialogo paziente, dal rispetto del diritto internazionale e da una politica capace di anteporre la vita dei popoli agli interessi che traggono profitto dalla guerra”.
Questa denuncia non ci è estranea: alla base dei conflitti armati si celano interessi estremamente personali, spesso di natura economica, che li rendono moralmente deplorevoli, ignorando le voci che invocano una pace difficile da raggiungere. Da qui l’attualità dell’appello di Leone XIV a riscoprire il valore del “dialogo come percorso paziente verso accordi giusti e duraturi, fondati sul rispetto dei trattati, sulla trasparenza dell’azione diplomatica e sulla sincera volontà di anteporre la pace al ricorso alla forza”.
Coesione nella diversità
Il Santo Padre ha portato in primo piano il motto dell’Unione Europea: “In varietate concordia». Attribuendogli un significato attuale, ci ha ricordato che “la vera unità non uniforma, ma crea coesione nella diversità, facendo delle culture, delle sensibilità e delle tradizioni un’occasione di arricchimento reciproco. Allo stesso modo, all’interno delle società stesse è urgente costruire una cultura della reciprocità. La pluralità politica non dovrebbe degenerare in una continua screditazione dell’avversario”.
Questa polarizzazione, evidente sia in Spagna che in numerosi conflitti internazionali — molti dei quali ormai dimenticati, fuori dal mirino della stampa —, rappresenta un fallimento collettivo. In questo preoccupante contesto globale, risulta “importante ribadire la teoria della guerra giusta, invocata troppo spesso per giustificare qualsiasi guerra, fatto salvo il diritto alla legittima difesa, intesa nel senso più stretto” (cfr. Francesco, Lettera enc. “Fratelli Tutti”, 258, 3 ottobre 2020)”.
La realtà è innegabile: “L’umanità dispone di strumenti molto più efficaci e capaci di promuovere la vita umana per affrontare i conflitti, come il dialogo, la diplomazia e il perdono. Il ricorso alla forza, alla violenza e alle armi testimonia una povertà relazionale che ha sempre conseguenze disastrose per le popolazioni civili” (Lettera enc. “Magnifica Humanitas” 192, 15 maggio 2026).
In definitiva, il Santo Padre ha lanciato un severo monito, un appello al dialogo! Un richiamo insistente al fatto che “le parole possono aprire o chiudere strade; possono illuminare la realtà o distorcerla fino a rendere impossibile l’incontro”.
Questo appello non è rivolto solo agli onorevoli deputati che affollavano l’emiciclo, ma a tutte le persone di buona volontà e, in modo particolare, ai giornalisti, sui quali grava un’enorme responsabilità nell’esercizio della loro professione. In questo nuovo ecosistema comunicativo, il rigore etico e il comportamento nell’uso delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale determineranno se i media diventeranno ponti di incontro o amplificatori delle divisioni.





