Vaticano

Tra Babele e Gerusalemme: il futuro dell’intelligenza artificiale si decide a Castel Gandolfo

Mentre l’intelligenza artificiale avanza più rapidamente delle norme in grado di regolamentarla, oltre duecento leader mondiali, premi Nobel ed esperti si sono riuniti in occasione della Global Nobel Laureates Assembly sull’intelligenza artificiale e la guerra nucleare per porre una domanda fondamentale: chi guiderà il futuro e secondo quali principi?.

Almudena Lago-17 luglio 2026-Tempo di lettura: 5 minuti
conferenza sull'intelligenza artificiale

Alle prime ore del mattino, quando la luce comincia a diffondersi sul Lago Albano e gli ulivi delle ville pontificie proiettano ombre ancora lunghe, il Borgo Laudato Si -un laboratorio in cui i giovani imparano a prendersi cura della casa comune mentre si preparano a un mestiere- risulta un luogo troppo sereno per parlare di guerra nucleare. 

Ci sono orti, galline, pony e serre. Ragazzi che danno da mangiare agli animali, si prendono cura delle piante e imparano che la realtà richiede un’attenzione quotidiana. Tutto parla del presente, della cura e delle piccole cose che dipendono da noi. Eppure è proprio qui che si è sviluppato un importante – storico? – dibattito sul futuro della civiltà, sull’intelligenza artificiale e sulle armi nucleari. Sul rischio che la tecnologia sia al servizio dell’umanità o finisca per condizionarla.

Oltre duecento persone provenienti da diversi continenti, tra cui premi Nobel, ex capi di Stato, scienziati ed esperti di intelligenza artificiale, si sono riunite in questo laboratorio di ecologia integrale promosso dal Vaticano per discutere di due forze che stanno ridefinendo la nostra epoca: il ritorno del rischio nucleare e la crescita accelerata dell’intelligenza artificiale.

Non capita spesso di vedere riuniti sotto lo stesso tetto premi Nobel come David Gross, Maria Ressa e Muhammad Yunus, leader politici come Juan Manuel Santos e Romano Prodi, e ricercatori come Tristan Harris, legati a OpenAI, Anthropic o Google DeepMind. Questo mix è il segno dei tempi.

Il intelligenza artificiale ha reso di dominio pubblico domande che per molto tempo sembravano riservate a una minoranza di esperti: chi decide?, chi controlla?, chi se ne assume la responsabilità? Sono questioni che non riguardano più solo i governanti o gli ingegneri. Riguardano tutti noi.

Più che l'assenza di guerra

Nella sessione inaugurale, il cardinale Fabio Baggio, viceprefetto del Dicastero per il Servizio per lo Sviluppo Umano Integrale e direttore generale del Centro di Formazione Avanzata del Borgo Laudato Si, ha ricordato che la pace non può essere ridotta alla semplice assenza di conflitti: “È un ordine fondato sulla giustizia, sulla fiducia reciproca, sul rispetto del diritto e sulla dignità inviolabile di ogni essere umano”, ha affermato.

In un’epoca caratterizzata da guerre aperte, minacce nucleari e una corsa tecnologica il cui ritmo sembra superare la capacità di riflessione politica ed etica, ha sottolineato la necessità di principi condivisi in grado di orientare il progresso verso fini autenticamente umani.

Tra Babele e Gerusalemme

Se c’è stata un’immagine in grado di sintetizzare lo spirito dell’incontro, è stata quella proposta dal cardinale Silvano Maria Tomasi. Il cardinale di lunga data ha descritto un’umanità che si trova di fronte a un bivio: costruire una nuova ‘Babel tecnologica’, dove il potere, i dati e il controllo diventino idoli, oppure lavorare per una ‘nuova Gerusalemme’, dove la tecnologia sia al servizio della fraternità. “Il linguaggio della dissuasione è tornato a dominare le relazioni internazionali”, ha ammonito.

Nel corso dei dibattiti è stata ribadita la preoccupazione per una nuova corsa agli armamenti in cui l'intelligenza artificiale e le armi nucleari potrebbero rafforzarsi a vicenda.

Gestire l'intelligenza artificiale

Uno dei discorsi più attesi è stato quello di Juan Manuel Santos. Il premio Nobel per la pace ed ex presidente colombiano ha affermato che sarà impossibile garantire che l’intelligenza artificiale sia al servizio del bene comune senza una governance efficace basata sulla responsabilità, la trasparenza e lo Stato di diritto.

Muhammad Yunus è andato ancora oltre. Ha affermato che stiamo vivendo contemporaneamente la fine di una civiltà e la nascita di un’altra, e ha ricordato che le decisioni odierne determineranno il mondo che i giovani erediteranno.

È intervenuto anche Romano Prodi. In un mondo sempre più frammentato, ha avvertito, nessuna nazione potrà affrontare da sola sfide quali l’intelligenza artificiale, la sicurezza globale o il controllo di tecnologie sempre più potenti.

Da parte sua, Kerry Kennedy, che attualmente presiede l’organizzazione Robert F. Kennedy Human Rights, dedicata alla difesa dei diritti umani, figlia di Robert F. Kennedy, senatore ed ex procuratore generale degli Stati Uniti assassinato a Los Angeles il 5 giugno 1968, mentre era in campagna elettorale per la presidenza, ha chiesto “che nessun sistema automatizzato possa decidere in merito all’uso delle armi nucleari”, un’idea che è stata incorporata nella Dichiarazione di Roma attraverso la richiesta di un controllo umano effettivo su tali sistemi.

Una conversazione che risale a molto tempo fa

L'interesse del Vaticano per queste tematiche, ovviamente, non è nato questa settimana. Nel luglio dello scorso anno ha gettato le basi per questo incontro convocando una tavola rotonda internazionale sull'intelligenza artificiale, le cui riflessioni hanno portato alla stesura del documento La fratellanza nell'era dell'intelligenza artificiale, con la partecipazione di alcune delle voci più autorevoli del settore. Tra queste figurano Yoshua Bengio, Stuart Russell, Max Tegmark, Geoffrey Hinton, Yuval Noah Harari, Maria Ressa e altri esperti internazionali. 

Il punto di partenza è prendere coscienza del fatto che l’intelligenza artificiale può diventare un attore istituzionale: partecipare ai mercati, redigere contratti, influenzare le decisioni collettive e gestire sistemi complessi senza una comprensione umana completa. Proprio Harari, che in questi giorni è al centro dell’attenzione, sostiene che l’IA abbia iniziato a «hackerare il codice della civiltà umana» padroneggiando il linguaggio, il principale sistema operativo delle società umane. Insiste inoltre sul fatto che l’IA sia molto intelligente, ma non cosciente: «l’intelligenza non è la stessa cosa della coscienza». La domanda era essenzialmente la stessa che ha aleggiato in questi giorni a Castel Gandolfo: come garantire che l’intelligenza artificiale contribuisca a creare società più umane, più giuste e più inclusive.

Da Borgo al Campidoglio: la pace, una forma di intelligenza

La mattina del 16 luglio la situazione è cambiata. I dibattiti hanno lasciato la tranquillità degli uliveti per trasferirsi nella Sala Giulio Cesare del Campidoglio, cuore politico di Roma. Lì è stato firmato il Dichiarazione di Roma per una pace disarmata e disarmante nell'era dell'intelligenza artificiale, delle armi nucleari e dei sistemi autonomi, a conclusione dell'Assemblea tenutasi a Castel Gandolfo.

Il cardinale Baldassare Reina ha presentato la Dichiarazione come un appello alla responsabilità. Ha parlato della necessità di educare le nuove generazioni al pensiero critico, all’etica e alla responsabilità scientifica perché, come ha affermato, “la pace ha bisogno tanto della scienza quanto della coscienza”. Ha inoltre ricordato che ogni decisione tecnologica, politica o economica deve porre al centro la dignità della persona umana.

La Dichiarazione vuole essere un appello a favore della vita, della ragione, della fratellanza e della corresponsabilità. In un momento in cui la sicurezza sembra tornare a basarsi sulla minaccia e sulla deterrenza, Reina ha sostenuto che “la pace è una forma di intelligenza”.

Il premio Nobel per la Fisica David Gross ha lanciato un monito altrettanto chiaro: “È in gioco la nostra sopravvivenza”. E Sharon Stone, ambasciatrice del marchio – e strizzatina d’occhio alle richieste dei media – ha sintetizzato lo spirito della giornata affermando che “la dignità umana non è un algoritmo”, come conclusione finale dell’incontro.

Durante la conferenza stampa che è seguita, Omnes Ha chiesto come si potrà valutare, tra cinque anni, se abbiamo davvero compiuto progressi verso il futuro, se i principi proclamati a Roma si siano tradotti in fatti concreti; in definitiva: quali tre indicatori specifici utilizzerebbero per capire se l’IA sta rafforzando la dignità umana e non solo la produttività economica. Maria Ressa ha risposto che il criterio risiederà nelle persone: verificare se i cittadini ricevono informazioni più affidabili, se le democrazie ne escono rafforzate e se gli esseri umani conservano una reale capacità decisionale di fronte a sistemi sempre più influenti. Ha inoltre messo in guardia sul ruolo crescente dei chatbot e degli assistenti conversazionali. La questione, ha affermato, non sarà quanto sanno le macchine, ma se aiutano a pensare meglio o finiscono per pensare al posto nostro.

Nessuno si è recato al Borgo Laudato Si’ per parlare esclusivamente di algoritmi. Si è parlato di libertà, responsabilità, potere e futuro. Alla fine, l’immagine che rimane non è quella degli esperti né quella dei documenti firmati. È quella di menti brillanti riunite tra galline, pony, orti e ulivi per discutere del futuro della civiltà, pur riconoscendo che tutto inizia dalla cura di piccole realtà concrete.

Le macchine diventano sempre più intelligenti. Ma il futuro continuerà a dipendere da qualcosa di molto più antico di qualsiasi algoritmo: la capacità umana di discernere ciò che merita di essere protetto e messo al servizio del bene comune. Dopotutto, la grande domanda non è più cosa possa fare l’intelligenza artificiale. La domanda è un’altra: in che mani siamo?

L'autoreAlmudena Lago

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