Il sistema scolastico spagnolo è fin troppo simile a un cantiere perenne dove, ogni pochi anni, si cambia l'architetto, si demoliscono a metà le fondamenta e si erige un edificio con progetti radicalmente diversi. Dall'inizio della nostra democrazia, il sistema scolastico ha subito ben otto diverse leggi organiche in appena quarant'anni. Questa instabilità legislativa trasforma le aule scolastiche in un laboratorio di sperimentazione politica e condanna scuole, insegnanti e famiglie a un perenne stato di disorientamento.
Un labirinto autonomo indigesto
Questo disordine a livello statale è aggravato da una complessità istituzionale ancora maggiore. Con le competenze in materia di istruzione completamente delegate alle comunità autonome, il panorama è talmente frammentato che per ogni regolamento approvato a livello nazionale, ne troviamo diciassette diversi a livello regionale.
Questa situazione confusa genera seri problemi, come la profonda asimmetria curriculare e l'assurdità degli esami di ammissione all'università. Poiché il titolo di studio ufficiale è rilasciato dallo Stato, dovrebbe prevalere un livello minimo di uniformità. Tuttavia, i requisiti degli esami di ammissione all'università (EBAU) variano da regione a regione, raggiungendo potenzialmente l'inaccettabile limite per cui alcune famiglie benestanti mandano i propri figli a studiare per il diploma di maturità in determinate regioni, nella speranza di ottenere una media più alta e accedere al corso di laurea desiderato presso l'università prescelta, violando così palesemente il principio delle pari opportunità.
A tutto ciò si aggiunge un'altra variabile cruciale, spesso trascurata nel dibattito pubblico: la gestione della lingua di insegnamento. Sebbene considerare le lingue co-ufficiali come una risorsa innegabile e di grande importanza sia un punto di partenza imprescindibile, in pratica la loro organizzazione nelle comunità che le adottano si trasforma spesso in un delicato dilemma politico. Se non gestite in modo equilibrato, queste lingue possono rappresentare un ulteriore ostacolo, incidendo direttamente e in modo tangibile su competenze fondamentali come la comprensione della lettura, il vocabolario e la corretta scrittura nella lingua comune dello Stato.
Il vero dibattito: al di là delle ideologie
Mentre il dibattito politico e mediatico tende a impantanarsi in questioni opportunistiche riguardanti la proprietà dei centri educativi, la difesa delle rispettive ideologie e l'eterna controversia sull'opportunità o meno di finanziarli parzialmente con fondi pubblici, dati recenti ci presentano una realtà infinitamente più fondamentale che dobbiamo affrontare senza esitazione.
A seguito dei risultati del Rapporto PISA 2025, la Confederazione spagnola dei centri di istruzione (CECE) ha accolto con profonda preoccupazione il diffuso calo del rendimento scolastico in Spagna, che ha registrato livelli storicamente bassi in matematica, lettura e scienze.
Come avverte il CECE, il problema non è semplicemente una questione di divari socioeconomici, poiché il declino è diffuso e colpisce anche ambienti tradizionalmente più privilegiati. Come sottolinea il suo presidente, Alfonso Aguiló, rigore accademico e sostegno devono andare di pari passo per aiutare chi è in difficoltà, continuando al contempo ad elevare gli standard di apprendimento di tutti gli studenti, ricordando che non possiamo accontentarci di ridurre i divari se l'intera popolazione studentesca apprende di meno. L'urgenza primaria di questa valutazione inizia con la comprensione della lettura, il fondamento invisibile su cui si basa tutto l'apprendimento futuro.
Valutare prima di legiferare di nuovo
Di fronte a questa debolezza strutturale, la tentazione per ministeri e dipartimenti è sempre la stessa: approvare una nuova legge o modificare i programmi di studio come se una gazzetta ufficiale avesse poteri magici. In contrasto con questo sterile attivismo legislativo, la CECE chiede un approccio più pragmatico, che preveda una valutazione pubblica e rigorosa dell'impatto delle politiche attuate prima di emanare nuove leggi.
Questa analisi richiede una condivisione onesta di prospettive tra l'INEE (Istituto Nazionale di Valutazione dell'Istruzione), le amministrazioni delle diverse regioni, le scuole di tutte le reti, le famiglie, gli insegnanti e gli esperti indipendenti, ascoltando veramente le voci di coloro che sono in classe ogni giorno. Nelle parole di Aguiló, la richiesta non è di bloccare la legislazione, ma piuttosto di capire cosa ha funzionato, cosa ha fallito e perché, prima di intraprendere nuove riforme, valutando le decisioni politiche e non solo il rendimento degli studenti.
Verso un orizzonte di stabilità
L'istruzione richiede pazienza storica, profondità e permanenza. Nessun sistema di eccellenza può essere improvvisato nei quattro anni di una legislatura, né può essere sostenuto da interventi regionali frammentari e non coordinati.
Pertanto, è urgente sollecitare un accordo nazionale che conferisca alle leggi sull'istruzione una validità che, a mio avviso, dovrebbe estendersi per almeno vent'anni, garantendo così l'intero ciclo di vita di almeno un'intera generazione di studenti secondo le stesse regole. Naturalmente, sostenere questo arco temporale esteso non significa instaurare un dogma inflessibile o abbandonare il buon senso: in questo lasso di tempo, è perfettamente possibile e auspicabile raggiungere un consenso su specifici adeguamenti o correzioni, ma sempre sulla base di una valutazione rigorosa e mai di capricci di parte.
Se vogliamo invertire la tendenza indicata da rapporti come PISA e restituire impegno, rigore e pensiero critico al posto che spetta loro nelle scuole, il primo passo essenziale è sottrarre l'istruzione alla politica di parte e semplificarne il quadro giuridico. Investire a lungo termine, con un'attenzione al bene comune, è l'unico modo per garantire con maturità il futuro dei nostri giovani.





