Per decenni ci è stata propinata una caricatura perversa: il "cattivo" è audace, carismatico e sicuro di sé; il "buono" è un tipo tranquillo, noioso e prevedibile, facilmente influenzabile. La cultura popolare e la vita scolastica alimentano quotidianamente questa finzione. Il ribelle ride a crepapelle, fa scherzi crudeli e sembra conquistare il mondo. Ma dietro le quinte, la realtà è desolante: non assistiamo a forza o realizzazione, bensì a una disperata fuga in avanti.
A Il percorso di Aristotele, L'ellenista Edith Hall recupera la precisa osservazione del filosofo sui devastanti effetti psicologici dell'immoralità. Circondato in Macedonia da sanguinosi intrighi sotto Filippo II, Aristotele non vide leader potenti, ma relitti psicologici. Osservò criminali spinti al suicidio perché incapaci di sopportare la condanna della propria memoria e la solitudine della propria coscienza.
«I malvagi cercano compagni con cui sprecare i loro giorni e tentare molte cose spiacevoli e cercare di sfuggire a se stessi, perché quando sono soli, ricordano molte cose spiacevoli… ma quando sono con gli altri le dimenticano (…) Essendo pieni di rimpianti, non possono addolorarsi e gioire allo stesso tempo» (Aristotele, Etica Nicomachea)
Il male è polimorfo; il bene, sereno
Esiste un'asimmetria essenziale tra virtù e rovina morale. Lev Tolstoj l'ha colta quando ha iniziato Anna Karenina"Tutte le famiglie felici si assomigliano; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo." Si ispirò alla filosofia greca. Aristotele aveva già affermato che il bene è semplice, mentre il male è imprevedibile: "L'uomo buono è sempre se stesso; l'uomo cattivo e lo stolto non sono affatto come erano al mattino.".
Chi agisce in modo sbagliato vive su una montagna russa emotiva. Gode di un piacere fugace per pochi minuti – una risata codarda, un atto di sfida – per poi precipitare immediatamente in un degrado interiore. Incapaci di tollerare il silenzio della propria coscienza, sentono il bisogno di amplificare il rumore, cercare complici e intensificare il conflitto. Hanno bisogno della folla per non sentire la propria voce.
L'aula come microcosmo: la legge del più forte
Qualsiasi educatore riconosce questo schema. Le dinamiche sociali spesso soccombono alla legge del più forte… che quasi sempre coincide con quella del più indisciplinato. Il loro atteggiamento viene tollerato o semplicemente considerato "impossibile", mentre gli studenti più nobili, dotati di buon senso e compostezza, vengono relegati nell'angolo dei "noiosi". Eppure, sono gli unici a sperimentare, anche se non sempre sembra, la vera felicità: la pace interiore di chi sa cosa sta facendo e non ha bisogno di applausi rubati per dormire sonni tranquilli.
La sfida pedagogica è quella di rompere questa paralisi. La bontà è intrinsecamente contagiosa. Chi vuole imparare ha bisogno di strumenti, di sostegno istituzionale e della convinzione di farsi avanti e di non cedere la leadership al "cattivo" del momento. È difficile superare la paura di diventare bersaglio della rabbia altrui, ma quando ci riescono, scoprono che le loro vite migliorano e che il loro coraggio porta benefici a tutti.
Insegnanti sopraffatti da un sistema ingiusto
Un buon insegnante è, prima di tutto, colui che mette il cuore nel proprio lavoro. Queste situazioni ci addolorano profondamente perché si basano su un sistema manifestamente ingiusto. Certo, ci teniamo a tutti i nostri studenti! Sentiamo la sofferenza per lo studente "problematico" tanto quanto per quello ingiustamente etichettato come "studente noioso". Ma questo problema colpisce al cuore stesso dell'insegnamento.
I "piantagrane" e le loro famiglie finiscono per assorbire quasi tutto il tempo e le energie delle scuole. Noi insegnanti ci siamo trasformati in poliziotti, amministratori, pubblici ministeri e giudici: ogni provvedimento disciplinare o protocollo diventa un labirinto burocratico dove un semplice errore procedurale fa saltare il buon senso, o dove finiamo per essere segnalati all'Ispettorato Scolastico. Passiamo le nostre giornate a gestire fascicoli e a risolvere problemi, quando ciò per cui siamo veramente formati – e ciò che sappiamo fare – è insegnare.
È una profonda ingiustizia. Dobbiamo fare grandi sforzi per ritagliare qualche minuto nell'orario scolastico da dedicare agli studenti che vanno bene, a quelli che studiano, si comportano bene e non fanno storie. Anche loro meritano tempo di qualità, entusiasmo e l'attenzione dell'insegnante. Non possiamo permettere che il chiasso degli studenti indisciplinati comprometta l'apprendimento di coloro che sopportano in silenzio.
Forgiare leader di fronte alla tirannia
A questi studenti diligenti bisogna fornire gli strumenti necessari per diventare veri leader: leader morali contro i quali i "piantagrane" non potranno più dettare legge in classe.
Dobbiamo infondere in loro le virtù della prudenza, della fortezza e della temperanza, che sono il fondamento della vera giustizia. Solo così, armati di coraggio e convinzione, si sforzeranno di condurre sulla retta via coloro che oggi non vogliono o non possono farlo.
Il conto con il tempo
La tragedia più grande di questa permissività non è solo il caos che provoca in classe, ma anche l'abbandono degli studenti problematici stessi. Poche cose sono più scoraggianti per un insegnante che ricevere, anni dopo, la visita di ex studenti diventati adulti amareggiati. Tornano con nostalgia e rimorso, confessando quanto gli siano mancati limiti ben definiti, correzioni tempestive e una vera opportunità di diventare persone migliori.
È tempo di smantellare il mito del "ragazzo cattivo" trionfante... e anche la rassegnazione nei confronti del "ragazzo impossibile". Lo studente problematico non è un eroe ribelle, né il suo atteggiamento è una causa persa fuori dalla nostra portata: è prigioniero delle proprie azioni e ha bisogno di uno spettacolo costante per evitare di vedere il proprio riflesso. La vera rivoluzione nelle nostre classi sta nel difendere gli studenti modello, nel valorizzare la loro leadership e nel ricordare che l'integrità non è noiosa, ma piuttosto l'unica strada per una vita serena, appagante e trasformativa.





