Nel precedente articolo su Malta abbiamo parlato di quanto, in questa piccola isola e nel suo arcipelago, si siano concentrate per millenni le vicende politiche e culturali del Mediterraneo.
In questo vedremo come alcuni personaggi particolari, a partire da un naufrago eccellente, abbiano forgiato una delle caratteristiche principali dei maltesi: la fede cristiana.
San Paolo a Malta
Un evento segna più di molti altri il momento in cui Malta e il cristianesimo divengono quasi un tutt’uno.
Siamo nel 60 d.C. Una nave salpata da Creta, con a bordo quasi 280 persone, tra cui un certo Paolo di Tarso, prigioniero scortato dal centurione Giulio a Roma per subire un processo dinanzi all’imperatore, si trova da quattordici giorni in balia di una tempesta scatenata dal vento chiamato Euroaquilone. Sembra ormai che non vi sia scampo per l’imbarcazione e che i passeggeri siano spacciati, ma questo Paolo promette loro che si sarebbero salvati, perché un angelo gli era apparso per assicurargli che sarebbero riusciti a giungere a terra.
Così avviene. La nave s’incaglia di fronte all’isola chiamata Melita e il prigioniero incatenato, insieme agli altri scampati al naufragio, riesce ad arrivare a riva. Qui, gli abitanti, definiti barbari (in latino e in greco questo termine designa gli stranieri, coloro che non parlano né latino né greco, e infatti i maltesi all’epoca parlavano ancora il fenicio nella versione punica, cioè cartaginese), accolgono i naufraghi e accendono un fuoco.
Mentre raccoglie legna, a Paolo si avvinghia una vipera attorno alla mano e per questo gli isolani credono che abbia una maledizione. Ma l’Apostolo la getta nel fuoco senza riceverne alcun danno e il suo status di fronte ai maltesi cambia completamente, soprattutto dopo che Paolo guarisce il padre di un notabile del posto, Publio, e dopo di lui, nei tre mesi trascorsi a Malta, altri malati.
Secondo la tradizione, il luogo del naufragio di Paolo sarebbe un’isoletta chiamata Gżejjer ta’ San Pawl nella baia detta oggi proprio “di San Paolo”, San Pawl il-Baħar. Qui sorge oggi una chiesa del XVII dedicata al santo, San Pawl Milqi, costruita sulle rovine di una villa agricola romana che alcuni ritengono essere proprio quella di Publio. Quest’ultimo sarebbe divenuto poi il primo vescovo di Malta e uno dei patroni dell’isola, ragione per cui la Chiesa maltese si considera fondata direttamente dall’Apostolo delle genti.
Il luogo della permanenza e della prigionia di Paolo, così come della sua predicazione nell’arcipelago maltese, si trova invece nell’isola di Gozo, a Rabat, ove vi è una grotta venerata ancora oggi.
I Cavalieri di Malta
I Cavalieri di Malta (ufficialmente: Sovrano Militare Ordine di Malta) non sono nati a Malta e la loro sede ufficiale non si trova più lì, bensì a Roma. Tuttavia, hanno con l’isola un legame storico indissolubile.
Si tratta di uno dei più antichi ordini religiosi cattolici al mondo, e questo mi ha stupito. Difatti, inizialmente pensavo fosse un’istituzione laicale, dato che ne conosco alcuni membri sposati.
In realtà, sono a tutti gli effetti un ordine religioso cattolico, pur con una struttura e una natura uniche nel consesso della Chiesa.
A differenza dei frati o monaci di altri ordini, infatti, la stragrande maggioranza dei membri dell’Ordine di Malta non vive in convento o monastero. E, diversamente anche in questo senso da altri istituti di vita consacrata, sono pure un soggetto sovrano di diritto internazionale: uno Stato senza territorio.
Fondati a Gerusalemme nel 1048 come Ospedalieri di San Giovanni per assistere i pellegrini in Terra Santa e riconosciuti ufficialmente dalla Chiesa nel 1113, assunsero poi una funzione militare a difesa dei Luoghi Santi, rimanendovi fino al 1291, anno della caduta di San Giovanni d’Acri ad opera dei Mamelucchi. Gli Ospitalieri sopravvissuti alla strenua e sanguinosa resistenza ad Acri si rifugiarono a Cipro e l’Ordine divenne una potenza navale, specialmente dopo il 1310, quando i Cavalieri si trasferirono a Rodi, di cui ottennero la sovranità territoriale, e successivamente a Malta, quando, nel 1530, Carlo V cedette l’isola all’Ordine di San Giovanni, che assunse dunque il nome di Cavalieri di Malta.
Malta offriva loro un porto strategico e una posizione ideale, tra Sicilia, Africa settentrionale e Levante, al centro delle rotte che collegavano l’Europa cristiana al mondo ottomano. E divenne in effetti un loro capolavoro architettonico. I Cavalieri ne rafforzarono le difese, costruirono forti, arsenali, magazzini, chiese e ospedali, rendendola una roccaforte e un laboratorio civile e sanitario, con strutture considerate fra le più avanzate del Mediterraneo dell’epoca per la cura di malati, feriti, poveri e naviganti, un po’ come per San Paolo avevano fatto i maltesi molto tempo prima.
L’assedio e l’espulsione: da Malta al mondo
Tanto bene costruirono le loro fortificazioni che i Cavalieri di Malta furono in grado di resistere al Grande Assedio ottomano del 1565, quando la Sublime Porta, decisa a eliminare la base dell’Ordine, inviò contro l’isola un’ondata di navi e uomini, assediandola per mesi. I Cavalieri e la popolazione maltese, però, asserragliati nei forti di Sant’Elmo, San Michele e Sant’Angelo, e soccorsi dalla Sicilia, riuscirono a respingere l’assedio e la loro vittoria fu celebrata in tutta Europa.
In seguito, il Gran Maestro Jean Parisot de Valette decise di edificare una nuova città sul promontorio che domina il-Port il-Kbir, il Porto Grande (Grand Harbour): La Valletta. Il progetto prevedeva una città-fortezza, dalla struttura razionale e capace di resistere a nuovi attacchi ma in grado, altresì, di rappresentare degnamente l’Ordine che governava l’arcipelago, con bastioni, chiese, palazzi.
I Cavalieri furono “di Malta” addirittura fino al 1798, quando Napoleone li espulse dall’arcipelago dopo averlo occupato durante la spedizione d’Egitto.
L’Ordine perse così la sua isola ma ne mantenne la memoria nel nome, continuando a esistere, come Sovrano Militare Ordine di Malta, per dedicarsi soprattutto ad opere umanitarie.
I suoi circa 13.500 membri nel mondo si dividono in tre ceti: i Cavalieri Professi, religiosi a tutti gli effetti che emettono voti di povertà, castità e obbedienza, dal cui rango viene eletto il Gran Maestro; i Cavalieri e Dame in Obbedienza, legati all’Ordine da una promessa di vita cristiana; e infine i laici, che partecipano alle opere ospedaliere, assistenziali e umanitarie dell’Ordine nel mondo.
Cultura, fede e legislazione oggi: l’anima e le leggi di Malta
Il tessuto sociale e culturale di Malta è oggi indissolubilmente legato all’eredità cattolica. La Costituzione stessa della Repubblica sancisce che il cattolicesimo è religione di Stato (Art. 2).
Ciò si riflette su una legislazione che, rispetto ad altri Paesi d’Europa e del mondo, si distingue per la forte impronta conservatrice in tema di diritto familiare ed etica.
L’aborto, ad esempio, rimane ancora severamente vietato ed è considerato un reato penale. Soltanto nel 2023 al Codice Penale, che lo considera un crimine, è stata introdotta una modifica a suo tempo alquanto dibattuta: si consente l’interruzione di gravidanza esclusivamente nel caso in cui la vita della donna e la sua salute siano in grave ed imminente pericolo. Per tutti gli altri casi, compresi stupro, incesto e malformazioni fetali, sono previsti fino a tre anni di carcere per le donne che si sottopongano a interruzione volontaria di gravidanza e per coloro che la procurino. Esistono, comunque, diversi casi di donne maltesi che si recano all’estero (specie in Italia o nel Regno Unito) per abortire o che ricorrono clandestinamente all’acquisto di pillole abortive.
Eppure, sul fronte dei diritti delle persone omosessuali, Malta ha preso una direzione opposta, discostandosi notevolmente dalla visione cattolica che contraddistingue altri ambiti della sua giurisprudenza. Già nel 2014 erano state introdotte le unioni civili (con diritto all’adozione), mentre nel 2017 il Parlamento ha legalizzato il matrimonio egualitario quasi all’unanimità (un solo voto contrario), sostituendo, nel diritto civile, i riferimenti a “marito” e “moglie” con termini neutri.
Malta costituisce quindi un paradosso: Paese costituzionalmente e culturalmente cattolico, con una legislazione fortemente restrittiva in materia di aborto ma all’opposto per quanto riguarda il riconoscimento del matrimonio tra persone dello stesso sesso.
D’altro canto, rimane pure paradossale il divario tra “fede” e “devozione” religiosa e culturale.
Se circa il 96% dei maltesi continua a identificarsi come cattolico romano, confermando una radicata adesione “ufficiale” alla Chiesa, la pratica religiosa è passata dall’82% (1967) al 35-40% (15-20% tra i giovani) della popolazione di circa 550 mila abitanti oggi (valore comunque tra i più alti dell’Unione Europea). Un ulteriore 70-74% dei cittadini dichiara peraltro di partecipare alle funzioni religiose almeno una volta al mese o nelle grandi festività.
Rimane tuttavia altissima la partecipazione popolare a sacramenti come battesimi, matrimoni, prime comunioni, grandi eventi della comunità quali feste patronali e processioni, in particolare quelle dedicate a San Paolo (10 febbraio) e quelle estive, con luminarie (pavaljuni), sfilate di bande e spettacoli pirotecnici (giggifogu), o tradizioni come la benedizione dei luzzu (i colorati pescherecci con gli occhi protettivi dipinti sulla prua).
In conclusione, con le sue singolarità, la storia millenaria, la cultura, le lingue, la cucina, la fede, Malta è davvero una isla bonita.





