Scrivere un articolo sulla lingua ebraica mi dà modo di tornare indietro nel tempo.
Era il febbraio 1991. Avevo 12 anni e, come moltissimi italiani in quei giorni, ero incollato alla TV per il Festival di Sanremo, una vera istituzione nazionale.
Quell’anno, i partecipanti italiani erano accompagnati ognuno da un ospite internazionale che reinterpretava la canzone in gara. A un certo punto, comparve una donna bellissima, dalla pelle ambrata, i capelli neri e gli occhi come due opali. Indossava abiti tradizionali yemeniti e, nell’introdurla, fu specificato che era israeliana e aveva raggiunto il successo internazionale con un’antichissima canzone scritta dal rabbino e poeta ebreo yemenita del XVII secolo, Shalom Shabazi, intitolata Im nin’alu. La canzone era diventata celebre in Europa remixata in versione dance-pop. I suoi versi recitavano:
Im nin’alu dalté nadivim
Dalté maróm lo nin’alu
Se anche si chiudono le porte dei nobili
Non si chiudono le porte del cielo
A Sanremo, Ofra Haza interpretò, invece, una canzone che in italiano si intitolava Oggi un Dio non ho ma che lei chiamò Today I’ll Pray. La cantò in inglese e in ebraico e incantò, oltre a me, il pubblico in teatro e in televisione. La canzone, un inno alla fede e alla pace, era dedicata ai costruttori di pace e alle vittime della guerra.
A quell’epoca non parlavo né inglese, né arabo e neppure ebraico, quindi non comprendevo quel testo. Ma non lo compresi facilmente neppure quando incominciai a studiare entrambe le lingue semitiche. Ofra Haza, infatti, cantava in ebraico con pronuncia yemenita, non con quella standard israeliana, che è poi simile a quella insegnata oggi nelle istituzioni ecclesiastiche.
Ci vollero alcuni anni perché, spinto dal fascino di quella voce, dedicassi la mia tesi di laurea alla storia delle comunità ebraiche sefardite e mizrahì, alle differenti pronunce dell’ebraico, con le consonanti gutturali che l’uso europeo tende ad attenuare ma che, avendole apprese in arabo, mi facevano percepire molto più chiaramente la vicinanza fra ebraico e arabo, lingue sorelle, entrambe semitiche.
A Napoli, Granada, Venezia, Buenos Aires e Gerusalemme ho continuato a imparare l’ebraico con ebrei ashkenaziti, sefarditi e arabi israeliani.
Un’introduzione all’ebraico
L’ebraico fa parte dell’ampia famiglia delle lingue semitiche (insieme a lingue estinte come il fenicio-punico, l’amorreo, il moabita, l’accadico o assiro-babilonese, o tuttora parlate come l’arabo, l’amarico e il tigrino, l’aramaico e le lingue sudarabiche) che, a sua volta, per somiglianze e affinità, rientra nel più ampio gruppo delle lingue afroasiatiche (di cui fanno parte anche antico egizio, copto, berbero, ecc.)
Le lingue semitiche si suddividono poi, in base alla struttura e alla collocazione geografica, in occidentali e orientali. L’ebraico e le altre lingue cananaiche (fenicio, moabita, ecc.) fanno parte di quelle occidentali, insieme all’aramaico.
Il suo alfabeto attuale, di ventidue lettere, è basato sulla scrittura aramaica quadrata (adottata in seguito alla Cattività babilonese). In precedenza, era in uso il paleoebraico, sistema simile al fenicio.
Si scrive da destra a sinistra e annota, come l’arabo, soprattutto le consonanti. Le vocali (niqqud, sistema di punti) furono aggiunte dai masoreti, studiosi ebrei dell’alto Medioevo, per salvaguardare la pronuncia corretta del testo biblico.
Una curiosità, a questo proposito: la necessità di inserire dei puntini che determinassero la corretta pronuncia delle vocali (nell’antichità certamente diversa da quella attuale e molto più complessa) era determinata proprio dalla necessità di fissare la pronuncia di una lingua considerata santa ma di cui probabilmente non si era più certi, tanto che, ad esempio, il nome del famoso monte che oggi conosciamo come Ararat, in Armenia, potrebbe in origine essere stato Urartu, dall’antico regno degli Urartei (la grafia ebraica riporta solo ‘rrt).
Per chi è nativo nelle lingue indoeuropee, avvicinarsi all’ebraico e ad altre lingue semitiche significa entrare in un’altra logica. In un altro universo, direi. Il lessico di queste lingue si organizza generalmente attorno a radici, spesso formate da tre consonanti. Da una stessa radice nascono verbi, sostantivi, aggettivi e sfumature di significato. Traducendo, non si cerca il singolo termine incontrato in un testo, bensì, attraverso l’applicazione di norme grammaticali, la radice da cui deriva.
Prendiamo il termine midbar, ad esempio. Se non sapessi il suo significato, dovrei individuare prima le tre consonanti radicali fondamentali, che ricaverei togliendo la lettera m (mem), usata anche come prefisso per participi o accezioni locative o privative (come l’alfa in greco). Mi rimarrebbero le radicali d-b-r, le stesse che formano dabar (“parola”, ma anche “cosa”, “fatto”, “evento”). In questo caso, m + d-b-r significa letteralmente “senza parola”, ma si traduce “deserto”.
Lo stesso vale per milhamah. Tolgo m e ah alla fine (che indica il femminile) e mi rimangono l-h-m, la radice di lehem, “pane” (in arabo: “carne”). “Assenza di pane” potrebbe essere un significato letterale, ma milhamah vuol dire “guerra”. Curioso, però, che Cristo, nato a Betlemme (Bet-lehem, in ebraico “casa del pane”, in arabo “casa della carne”) abbia insegnato ai suoi discepoli a chiedere il “pane” quotidiano (sarebbe tuttavia più corretto tradurlo “necessario”, “fondamentale”, qual era il pane per gli ebrei, popolo sedentario, e la carne per gli arabi, popolo nomade), ovvero il cibo che non perisce e dà vita. Con questo cibo, mi piace pensare, si è in bet-lehem, “casa del pane”, senza in milhamah, “guerra”.
Un po’ di storia
La storia dell’ebraico è davvero sorprendente. In questa lingua è infatti stata scritta la gran parte della Bibbia ebraica (alcune parti sono in aramaico). In ebraico sono la Mishnah, la preghiera, lo studio rabbinico. La lingua ha cessato di essere “viva” probabilmente intorno al II sec. d.C., divenendo idioma di cultura, di lettere, poesia e liturgia; dall’altro, è stata scelta per tornare in auge quale lingua moderna dello Stato di Israele, parlata ogni giorno da milioni di persone.
Le prime iscrizioni paleo-ebraiche risalgono approssimativamente al X secolo a. C. In questa fase antica, detta ebraico biblico o classico, la lingua è molto vicina al fenicio e alle altre lingue cananaiche, come il moabita ed altre menzionate nella Scrittura. Vi furono composti la Torah, i Profeti e parte degli Scritti, sebbene in stili e lessico differenti, in base alle epoche di stesura dei testi (si parla di ebraico biblico arcaico, biblico standard e biblico tardo, tipico di libri postesilici come Esdra, Neemia, Daniele e le Cronache).
Dopo l’esilio babilonese (VI-V sec. a. C.), l’aramaico, già lingua amministrativa dell’Impero persiano, si diffuse anche tra gli ebrei esiliati in quelle terre. Nel prossimo articolo vedremo se e come questa lingua fosse ancora parlata in Palestina all’epoca di Cristo.
Certamente, nella Palestina del Secondo Tempio, l’ebraico era lingua colta e conviveva con l’aramaico (che aveva diverse varianti, lo ricordano anche i Vangeli che parlano di una pronuncia galilea diversa da quella della Giudea), il greco e il latino, in maniera non molto diversa da quanto non avvenisse nell’ Andalusia islamica o nel Medio Oriente attuale .
Fra gli ultimi secoli prima di Cristo e i primi secoli dell’era cristiana prese invece forma l’ebraico mishnico o rabbinico. È la lingua della Mishnah che si riconosce per il lessico più vicino alla vita concreta e gli influssi dell’aramaico, del greco e del latino.
Dopo le tre Guerre giudaiche (tra il 66 e il 135 d. C.) e la distruzione del Tempio di Gerusalemme (70 d.C.), l’ebraico si trasformò in una sorta di “collante” sacro, lashon ha-qodesh (“lingua santa”) per tutti gli ebrei ormai dispersi nel mondo, i quali si identificavano in questa lingua, nelle tradizioni religiose e nella Legge come nella radice comune. In essa si studiava, si pregava, si faceva poesia, si corrispondeva tra dotti di Paesi diversi. Lingue della diaspora come l’yiddish, il giudeo-spagnolo, il giudeo-italiano, il giudeo-arabo erano redatte in caratteri ebraici. Di ciò sono un esempio figure come il poeta e filosofo sefardita di al-Andalus Yehudah ha-Levi .
Alla fine del XIX, con l’opera di Eliezer Ben Yehuda , l’ebraico rinacque come lingua parlata e si impose progressivamente come lingua comune fra persone giunte da mondi linguistici lontanissimi: yiddish, russo, polacco, tedesco, ladino, arabo, francese, persiano, amarico, ecc., fino a divenire lingua ufficiale del neonato Stato d’Israele.
Ho avuto il privilegio di trascorrere un intero mese a Gerusalemme per approfondire lo studio dell’ebraico biblico presso l’ Istituto Polis, alternando l’ascolto dei piyutim di Yehudah Ha-Levi, osservando i meravigliosi tramonti gerosolimitani al profumo di gelsomino, con lo studio dei salmi e con il dialogo per strada. Parlando ebraico con la gente comune, ma anche vedendo serie TV israeliane come Fauda, ci si accorge di quanto spesso parole della lingua corrente ricorrano nella Bibbia.





