Cultura

L’Ebraico: lingua dalle tante vite

El hebreo no es solo la lengua de la Biblia: su evolución refleja la historia de un pueblo, sus tradiciones y su relación con la palabra escrita.

Gerardo Ferrara-2 de Settembre de 2026-Tempo di lettura: 6 minuti
hebreo

©Mick Haupt

Scrivere un articolo sulla lingua ebraica mi dà modo di tornare indietro nel tempo. 

Era il febbraio 1991. Avevo 12 anni e, come moltissimi italiani in quei giorni, ero incollato alla TV per il Festival di Sanremo, una vera istituzione nazionale. 

Quell’anno, i partecipanti italiani erano accompagnati ognuno da un ospite internazionale che reinterpretava la canzone in gara. A un certo punto, comparve una donna bellissima, dalla pelle ambrata, i capelli neri e gli occhi come due opali. Indossava abiti tradizionali yemeniti e, nell’introdurla, fu specificato che era israeliana e aveva raggiunto il successo internazionale con un’antichissima canzone scritta dal rabbino e poeta ebreo yemenita del XVII secolo, Shalom Shabazi, intitolata Im nin’alu. La canzone era diventata celebre in Europa remixata in versione dance-pop. I suoi versi recitavano:

Im nin’alu dalté nadivim

Dalté maróm lo nin’alu

Se anche si chiudono le porte dei nobili

Non si chiudono le porte del cielo

A Sanremo, Ofra Haza interpretò, invece, una canzone che in italiano si intitolava Oggi un Dio non ho ma che lei chiamò Today I’ll Pray. La cantò in inglese e in ebraico e incantò, oltre a me, il pubblico in teatro e in televisione. La canzone, un inno alla fede e alla pace, era dedicata ai costruttori di pace e alle vittime della guerra.

A quell’epoca non parlavo né inglese, né arabo e neppure ebraico, quindi non comprendevo quel testo. Ma non lo compresi facilmente neppure quando incominciai a studiare entrambe le lingue semitiche. Ofra Haza, infatti, cantava in ebraico con pronuncia yemenita, non con quella standard israeliana, che è poi simile a quella insegnata oggi nelle istituzioni ecclesiastiche.

Ci vollero alcuni anni perché, spinto dal fascino di quella voce, dedicassi la mia tesi di laurea alla storia delle comunità ebraiche sefardite e mizrahì, alle differenti pronunce dell’ebraico, con le consonanti gutturali che l’uso europeo tende ad attenuare ma che, avendole apprese in arabo, mi facevano percepire molto più chiaramente la vicinanza fra ebraico e arabo, lingue sorelle, entrambe semitiche. 

A Napoli, Granada, Venezia, Buenos Aires e Gerusalemme ho continuato a imparare l’ebraico con ebrei ashkenaziti, sefarditi e arabi israeliani. 

Un’introduzione all’ebraico

L’ebraico fa parte dell’ampia famiglia delle lingue semitiche (insieme a lingue estinte come il fenicio-punico, l’amorreo, il moabita, l’accadico o assiro-babilonese, o tuttora parlate come l’arabo, l’amarico e il tigrino, l’aramaico e le lingue sudarabiche) che, a sua volta, per somiglianze e affinità, rientra nel più ampio gruppo delle lingue afroasiatiche (di cui fanno parte anche antico egizio, copto, berbero, ecc.)

Le lingue semitiche si suddividono poi, in base alla struttura e alla collocazione geografica, in occidentali e orientali. L’ebraico e le altre lingue cananaiche (fenicio, moabita, ecc.) fanno parte di quelle occidentali, insieme all’aramaico.

Il suo alfabeto attuale, di ventidue lettere, è basato sulla scrittura aramaica quadrata (adottata in seguito alla Cattività babilonese). In precedenza, era in uso il paleoebraico, sistema simile al fenicio.

Si scrive da destra a sinistra e annota, come l’arabo, soprattutto le consonanti. Le vocali (niqqud, sistema di punti) furono aggiunte dai masoreti, studiosi ebrei dell’alto Medioevo, per salvaguardare la pronuncia corretta del testo biblico.

Una curiosità, a questo proposito: la necessità di inserire dei puntini che determinassero la corretta pronuncia delle vocali (nell’antichità certamente diversa da quella attuale e molto più complessa) era determinata proprio dalla necessità di fissare la pronuncia di una lingua considerata santa ma di cui probabilmente non si era più certi, tanto che, ad esempio, il nome del famoso monte che oggi conosciamo come Ararat, in Armenia, potrebbe in origine essere stato Urartu, dall’antico regno degli Urartei (la grafia ebraica riporta solo ‘rrt).

Per chi è nativo nelle lingue indoeuropee, avvicinarsi all’ebraico e ad altre lingue semitiche significa entrare in un’altra logica. In un altro universo, direi. Il lessico di queste lingue si organizza generalmente attorno a radici, spesso formate da tre consonanti. Da una stessa radice nascono verbi, sostantivi, aggettivi e sfumature di significato. Traducendo, non si cerca il singolo termine incontrato in un testo, bensì, attraverso l’applicazione di norme grammaticali, la radice da cui deriva.

Prendiamo il termine midbar, ad esempio. Se non sapessi il suo significato, dovrei individuare prima le tre consonanti radicali fondamentali, che ricaverei togliendo la lettera m (mem), usata anche come prefisso per participi o accezioni locative o privative (come l’alfa in greco). Mi rimarrebbero le radicali d-b-r, le stesse che formano dabar (“parola”, ma anche “cosa”, “fatto”, “evento”). In questo caso, m + d-b-r significa letteralmente “senza parola”, ma si traduce “deserto”.

Lo stesso vale per milhamah. Tolgo m e ah alla fine (che indica il femminile) e mi rimangono l-h-m, la radice di lehem, “pane” (in arabo: “carne”). “Assenza di pane” potrebbe essere un significato letterale, ma milhamah vuol dire “guerra”. Curioso, però, che Cristo, nato a Betlemme (Bet-lehem, in ebraico “casa del pane”, in arabo “casa della carne”) abbia insegnato ai suoi discepoli a chiedere il “pane” quotidiano (sarebbe tuttavia più corretto tradurlo “necessario”, “fondamentale”, qual era il pane per gli ebrei, popolo sedentario, e la carne per gli arabi, popolo nomade), ovvero il cibo che non perisce e dà vita. Con questo cibo, mi piace pensare, si è in bet-lehem, “casa del pane”, senza in milhamah, “guerra”.

Un po’ di storia

La storia dell’ebraico è davvero sorprendente. In questa lingua è infatti stata scritta la gran parte della Bibbia ebraica (alcune parti sono in aramaico). In ebraico sono la Mishnah, la preghiera, lo studio rabbinico. La lingua ha cessato di essere “viva” probabilmente intorno al II sec. d.C., divenendo idioma di cultura, di lettere, poesia e liturgia; dall’altro, è stata scelta per tornare in auge quale lingua moderna dello Stato di Israele, parlata ogni giorno da milioni di persone. 

Le prime iscrizioni paleo-ebraiche risalgono approssimativamente al X secolo a. C. In questa fase antica, detta ebraico biblico o classico, la lingua è molto vicina al fenicio e alle altre lingue cananaiche, come il moabita ed altre menzionate nella Scrittura. Vi furono composti la Torah, i Profeti e parte degli Scritti, sebbene in stili e lessico differenti, in base alle epoche di stesura dei testi (si parla di ebraico biblico arcaico, biblico standard e biblico tardo, tipico di libri postesilici come Esdra, Neemia, Daniele e le Cronache).

Dopo l’esilio babilonese (VI-V sec. a. C.), l’aramaico, già lingua amministrativa dell’Impero persiano, si diffuse anche tra gli ebrei esiliati in quelle terre. Nel prossimo articolo vedremo se e come questa lingua fosse ancora parlata in Palestina all’epoca di Cristo.

Sin duda, en la Palestina del Segundo Templo, el hebreo era la lengua culta y convivía con el arameo (que tenía diversas variantes, como recuerdan también los Evangelios al hablar de una pronunciación galilea diferente a la de Judea), el griego y el latín, de una manera no muy diferente a lo que ocurría en la Andalucía islámica o nel Oriente Medio actual .

Entre los últimos siglos antes de Cristo y los primeros siglos de la era cristiana se fue configurando, por su parte, el hebreo mishnaico o rabínico. Es la lengua de la Mishnah , que se caracteriza por un léxico más cercano a la vida cotidiana y por las influencias del arameo, el griego y el latín. 

Tras las tres guerras judías (entre el 66 y el 135 d. C.) y la destrucción del Templo de Jerusalén (70 d. C.), el hebreo se convirtió en una especie de «lazo» sagrado, lashon ha-qodesh («lengua santa»), para todos los judíos ya dispersos por el mundo, quienes se identificaban con esta lengua, con las tradiciones religiosas y con la Ley como su raíz común. En ella se estudiaba, se rezaba, se escribía poesía y se mantenía correspondencia entre eruditos de distintos países. Las lenguas de la diáspora, como el yiddish, el judeoespañol, el judeoitaliano y el judeoárabe, se escribían con caracteres hebreos. De ello son ejemplo figuras como el poeta y filósofo sefardí de al-Ándalus Yehudah ha-Levi .

A finales del siglo XIX, gracias a la labor de Eliezer Ben Yehuda , el hebreo renació como lengua hablada y se impuso progresivamente como lengua común entre personas procedentes de mundos lingüísticos muy distantes: yiddish, ruso, polaco, alemán, ladino, árabe, francés, persa, amárico, etc., hasta convertirse en la lengua oficial del recién nacido Estado de Israel.

Tuve el privilegio de pasar un mes entero en Jerusalén para profundizar en el estudio del hebreo bíblico en el Istituto Polis, alternando la escucha de los piyutim de Yehudah Ha-Levi, contemplando las maravillosas puestas de sol de Jerusalén con aroma a jazmín, con el estudio de los salmos y con el diálogo en la calle. Al hablar hebreo con la gente corriente, pero también al ver series de televisión israelíes como Fauda, uno se da cuenta de lo a menudo que las palabras del lenguaje coloquial aparecen en la Biblia.

Newsletter La Brújula Lasciateci la vostra e-mail e riceverete ogni settimana le ultime notizie curate con un punto di vista cattolico.