Vaticano

Monsignor Pennacchio: “La diplomazia della Santa Sede non rappresenta interessi, ma persone”

Nel 2026, la Pontificia Accademia Ecclesiastica celebra il 325° anniversario della sua fondazione. Il suo presidente, l’arcivescovo Salvatore Pennacchio, riflette sul significato di una tradizione che, dopo secoli, continua a essere un autentico segno della missione della Chiesa.

Giovanni Tridente-20 luglio 2026-Tempo di lettura: 7 minuti
Pennacchio

Tre secoli e un quarto di storia, ma con lo sguardo rivolto al futuro. La Accademia Pontificia Ecclesiastica quest'anno celebra il 325° anniversario della sua fondazione, in un periodo caratterizzato dal rinnovamento avviato da Papa Francesco e dalla recente visita di Papa Leone XIV.

Per l’arcivescovo Salvatore Pennacchio, presidente dell’istituzione e diplomatico della Santa Sede da oltre quarant’anni, il giubileo non è una semplice commemorazione, ma l’occasione per trasmettere alle nuove generazioni un’eredità viva: quella di una diplomazia che è al tempo stesso pastorale e profetica. 

Ricorda, inoltre, che la missione dei rappresentanti pontifici non è quella di difendere gli interessi nazionali, ma di servire la pace, la giustizia e la dignità della persona, in un mondo segnato da conflitti, migrazioni e nuove fratture culturali. Da questo punto di vista, il futuro nunzio dovrà essere innanzitutto un sacerdote capace di ascoltare, di stare vicino e di discernere, fedele a quel compito che Papa Leone XIV ha ricordato all’Accademia in occasione della sua recente visita personale: essere uomini di comunione, costruttori di fiducia e autentici messaggeri della pace di Cristo.

Eccellenza, la Pontificia Accademia Ecclesiastica compie 325 anni. Cosa significa oggi custodire una tradizione così lunga senza ridurla a un semplice ricordo commemorativo?

—La storia dell“”Alma Mater» dei diplomatici pontifici continua a sostenere l’opera instancabile di tanti che, ieri come oggi, svolgono con coraggio e dedizione la missione di rappresentare il Santo Padre dinanzi alle nazioni e alle Chiese locali. Il giubileo che la nostra istituzione celebra quest’anno non è, quindi, una celebrazione servile di anni memorabili ormai passati, ma l’occasione per raccogliere il testimone di ciò che è stato, per consegnarlo nelle mani di coloro che verranno. È una vera traditio che si inserisce nel contesto più ampio di quella Tradizione viva che, come insegna il Concilio Vaticano II, esprime la vita della Chiesa: percorrere le vie del tempo annunciando sempre il Vangelo della salvezza. 

Papa Leone XIV ha visitato di recente l’Accademia, proprio come aveva fatto Papa Francesco. Quale continuità vede in questi gesti di attenzione? 

—In virtù del particolare servizio che svolge l’Accademia Ecclesiastica, sin dalla sua fondazione i Pontefici le hanno sempre dimostrato e riservato un’attenzione speciale per la salvaguardia della sua missione. Le riforme strutturali ed educative che l’hanno interessata, soprattutto a partire dal pontificato di Pio IX fino a quelle di Papa Pio XII — grazie al quale ha acquisito la sua configurazione praticamente immutata —, le hanno permesso di rimanere costantemente al passo con i tempi e di offrire una formazione più adeguata alle esigenze del presente. La considerazione riservata all’istituzione, tuttavia, è sempre stata l’attenzione alla persona, vale a dire alle generazioni di rappresentanti pontifici che qui si sono formati. È in questa prospettiva che interpreto i gesti dei Pontefici nei confronti di questa casa sacerdotale. Nel periodo a noi più vicino, ciò vale, in modo particolare, per Papa Leone XIV, che già da cardinale visitò l’Accademia, e anche per Papa Francesco, di venerata memoria, che al suo interno istituì un Istituto con lo stesso status di una facoltà, in quanto centro di formazione superiore per le scienze diplomatiche. La continuità nel corso delle diverse epoche storiche, di cui la recente riforma è espressione, si inserisce quindi nella linea della missione originaria dell’Istituzione, di cui essa continua ad essere oggi fedele interprete: servire la causa di Cristo e della Chiesa. 

Quale concezione della diplomazia ecclesiale cercate di trasmettere agli studenti fin dai primi anni? 

—Il servizio diplomatico della Santa Sede è un impegno che scaturisce direttamente dal Vangelo: non può esistere se non è radicato in questa fonte e animato dalla forza divina. È, innanzitutto, una responsabilità che il rappresentante pontificio matura spiritualmente in un rapporto sincero e quotidiano con il Signore. Papa Francesco, in un discorso che ci ha rivolto alcuni anni fa, ha spiegato bene questa dinamica, esortandoci a essere pastori dotati di capacità interiore, per poter rendere testimonianza al Signore Gesù prima di chiunque altro. Senza una solida dimensione umana e spirituale non è possibile essere pastori né, tanto meno, diplomatici. Il nucleo concreto della nostra missione è continuare ad essere pastori a immagine del Buon Pastore, con l’aiuto che ci giunge dall’Eucaristia, dalla preghiera e dall’ascolto della Parola di Dio. La formazione presso l’Accademia, che si fonda quindi su due pilastri fondamentali – quello umano e quello spirituale – ha come obiettivo che il punto di riferimento di ciascuno continui ad essere sempre il Buon Pastore, che insegna ad accompagnare, a sostenere e a restituire la speranza. 

“La diplomazia pontificia opera in un duplice ambito: quello pastorale e quello politico-diplomatico”.

Monsignor PennacchioPresidente della Pontificia Accademia Ecclesiastica

In che cosa si differenzia la missione del nunzio apostolico da quella di un rappresentante diplomatico di uno Stato?

—La diplomazia pontificia opera in un duplice ambito, quello pastorale e quello politico-diplomatico, che non ha eguali nelle diplomazie degli Stati. I miei colleghi nunzi non rappresentano interessi nazionali né logiche di potere: sono sacerdoti, espressione del ministero petrino, al servizio della pace, della giustizia e della dignità umana. Mi piace ricordare la formula di Fabio Chigi —futuro Papa Alessandro VII— il quale, nei negoziati di Münster del 1648, descrisse il compito del diplomatico con parole sobrie e profonde: “fare molto, dire poco”. Ciò che la Santa Sede offre alla comunità internazionale non è solo una soluzione tecnica ai conflitti, come spesso accade, ma anche una visione della pace fondata sulla dignità di ogni persona, sulla giustizia e sulla fratellanza. I nostri diplomatici si fanno portavoce dei poveri, dei migranti, delle vittime delle guerre, proprio là dove spesso nessun’altra diplomazia è chiamata a intervenire.

In quest’ottica, come si prepara un futuro rappresentante pontificio ad ascoltare realtà ecclesiali, culturali e sociali molto diverse tra loro?

—L’incontro con contesti così diversi, come quelli con cui il rappresentante pontificio è chiamato a confrontarsi durante il suo servizio, rivela la bellezza di una realtà ricca e multiforme. E ciò si constata ogni volta che il nunzio, nel corso della sua missione, visita le diverse Chiese locali, ascolta i vescovi, accoglie i sacerdoti e rafforza nell’annuncio i fedeli che sperano sempre di sentire vicina la presenza del Papa. È un compito certamente delicato, che richiede capacità umana e sensibilità spirituale. Prepararsi a un compito del genere richiede innanzitutto una formazione che non sia solo accademica, ma profondamente umana, spirituale e pastorale; per questo dicevo prima che si tratta di pilastri fondamentali per ogni sacerdote, prima ancora che per un diplomatico. Solo così si riesce a maturare una profondità e una sottigliezza di sguardo capaci di leggere e interpretare la complessità della storia senza perdere di vista l’essenziale. 

Papa Francesco ha voluto che nel percorso formativo fosse incluso anche un anno di esperienza missionaria. Che contributo ha dato questa decisione alla vita dell’Accademia? 

—Con questa proposta, il Papa intendeva, innanzitutto, arricchire il programma di studi proposto dalla “Alma Mater”, ma soprattutto offrire a coloro che collaboreranno con i rappresentanti pontifici un’esperienza missionaria di attività evangelizzatrice. La scelta è significativa perché aiuta il futuro diplomatico a non allontanarsi dalla realtà concreta della vita ministeriale e dall’incontro reale con le persone, specialmente con quelle più provate e ferite dalla vita. L’invito che Papa Francesco ha rivolto, in ripetute occasioni, a raggiungere le periferie umane ed esistenziali, vale anche per quei giovani che si preparano a servire il Papa nelle Nunziature e nelle Organizzazioni Internazionali. Non c’è dubbio che questa esperienza abbia conferito all’Accademia uno stile improntato a maggiore vicinanza, ascolto e servizio, spesso in contesti di povertà, fragilità e minoranza ecclesiale. 

Alla luce dell’instabilità della situazione internazionale, quale contributo concreto può dare la diplomazia della Santa Sede?

—In questo contesto, la missione della Chiesa, e quindi dei rappresentanti pontifici, non si limita alla mediazione diplomatica in senso stretto o alla ricerca di accordi immediati, ma si nutre di un’opera più profonda, volta a superare diffidenze e barriere culturali, politiche e religiose, creando le condizioni per un dialogo autentico e duraturo. Ciò che la Santa Sede può offrire, infatti, alla comunità internazionale è una prospettiva che non è guidata da interessi economici o geopolitici, ma dalla centralità della persona umana, dalla difesa della dignità di ogni vita e dalla promozione della fratellanza tra i popoli. E un ambito privilegiato è proprio il settore multilaterale, luogo in cui tali principi possono tradursi in azioni concrete di pace, di tutela dei diritti fondamentali e di cooperazione. 

“Ciò che la Santa Sede può offrire alla comunità internazionale è la centralità della persona umana”.

Monsignor PennacchioPresidente della Pontificia Accademia Ecclesiastica

È possibile essere profetici nonostante un lavoro che richiede discrezione, prudenza e continuità?

—Sono convinto che non esista diplomazia senza visione. Il ruolo dei rappresentanti pontifici richiede, oggi più che mai, una capacità che non può limitarsi alla dialettica formale, ma che esige uno sforzo propulsivo volto a immaginare e costruire un futuro più sostenibile dal punto di vista umano e spirituale. La profezia, come dono dello Spirito Santo, è l’intelligenza del credente che, con ingegnosità e perizia, sa mantenere vivo uno sguardo morale e spirituale sulla storia. Non si tratta di un atteggiamento ideologico, né si realizza attraverso prese di posizione sensazionalistiche, ma con la capacità di ricordare costantemente la centralità della dignità umana, della pace, della giustizia e del bene comune, anche quando ciò sembra andare controcorrente. Ciò richiede, da parte nostra, la forza di parlare con un linguaggio rispettoso e prudente, ma che, allo stesso tempo, richiami chiaramente l’attenzione su questioni decisive come la pace, il rifiuto del fondamentalismo, l’accoglienza dei migranti, la tutela della dignità di ogni persona, l’abolizione della pena di morte e la responsabilità verso i più poveri.

Lei ha prestato servizio in paesi e contesti molto diversi. Quale esperienza ritiene oggi più utile per accompagnare la formazione dei giovani sacerdoti dell’Accademia? 

—Ho viaggiato per il mondo, senza interruzioni, per quarantaquattro anni, prima come collaboratore e poi come nunzio apostolico. Nei diversi contesti sociali e politici in cui sono stato chiamato a svolgere la mia missione, ho sempre potuto apprezzare la ricchezza di esperienze internazionali molto diverse tra loro. A Panama, la mia prima missione, ho conosciuto l’impegno della Chiesa latinoamericana degli anni Ottanta di fronte alle molteplici sfide sociali. In Etiopia ho conosciuto l’impegno umanitario a favore di centinaia di migliaia di persone colpite dalla carestia e dalla mancanza d’acqua. In Australia ho avuto la grande opportunità di far parte della delegazione per la visita pastorale di Papa Giovanni Paolo II. In Turchia, invece, ho avuto l’opportunità di collaborare con il Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli. Mi trovavo in Egitto durante la prima Guerra del Golfo, nel contesto dell’intervento contro il regime iracheno di Saddam Hussein. A Belgrado sono stato testimone degli albori della disgregazione dei paesi dell’ex Jugoslavia. L’elenco dei paesi è davvero lungo: Irlanda, Ruanda, Thailandia, Delhi, Polonia… È stata un’esperienza indescrivibile e oggi, da Roma, contemplo con gratitudine un percorso ricco e fecondo. 

Quali qualità umane e sacerdotali ritiene necessarie affinché un futuro nunzio possa affrontare le sfide dei prossimi anni? 

—Credo che la qualità più necessaria sia la capacità di coniugare la profondità spirituale con un’autentica vicinanza umana; è proprio in questa prospettiva, infatti, che si sta rinnovando la formazione presso l’Accademia. A questo proposito, mi sembra utile ricordare il discorso che Papa Leone ci ha rivolto nel recente incontro tenutosi presso la nostra Istituzione. Ci ha ricordato che la riforma più importante consiste in un costante esercizio di conversione, volto a coltivare la vicinanza, l’ascolto attento, la testimonianza, l’approccio fraterno e il dialogo, vissuti con umiltà e mitezza. Sono virtù indispensabili per il diplomatico pontificio, che sarà chiamato ad agire in contesti culturali, ecclesiali e politici diversi, nei quali sarà fondamentale possedere uno stile capace di generare fiducia, mantenere aperti i canali di comunicazione e favorire i percorsi di riconciliazione. Il Papa ci ha esortato a mantenere vivo in noi il dono pasquale, per essere veri messaggeri del Risorto, capaci di portare al mondo la pace di Cristo, di diventare un ponte di dialogo tra persone, Chiese e popoli. Ciò significa abitare il mondo senza lasciarsi assorbire dalle sue logiche di scontro, ma conservando sempre uno sguardo evangelico sull’uomo e sulla storia.

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