350 anni fa, a Paray-le-Monial, Gesù rivelò il proprio cuore a una suora della Visitazione, santa Margherita Maria Alacoque. Da quelle apparizioni nacque una delle devozioni più diffuse della tradizione cattolica. Sacro Cuore, un documentario della casa di produzione francese Krea Film-Makers, prende spunto da quell’episodio del XVII secolo per chiedersi se questa devozione abbia ancora senso oggi.
Il progetto non è nato in uno studio di produzione, ma durante un pellegrinaggio. Nell’estate del 2023, durante una visita a Notre-Dame-du-Laus, Sabrina e Steven J. Gunnell hanno ascoltato le testimonianze di persone consacrate al Cuore di Gesù. “Lì il mio cuore ardeva”, ricorda Sabrina Gunnell.
Poco dopo hanno contattato il parroco di Paray-le-Monial e hanno scoperto che il Giubileo dei 350 anni delle apparizioni stava per iniziare. Per loro, quella coincidenza aveva un significato particolare: “Ci siamo detti: ‘Ok… il Sacro Cuore vuole il suo film’”, racconta Sabrina Gunnell.
Steven Gunnell riassume l’intento di fondo con un riferimento biblico: “Pensavamo ai pellegrini di Emmaus, che camminano accanto a uno sconosciuto e, dopo averlo ascoltato, si dicono l’uno all’altro: ‘Non ardeva forse il nostro cuore?’”. Questa, dice, è la sfida del film: permettere a ogni spettatore di provare quello stesso amore, indipendentemente dal fatto che condivida o meno, fin dall’inizio, la fede di coloro che parlano.
“Molti pensavano che parlare delle apparizioni del XVII secolo fosse un argomento lontano o superato. Ma proprio per questo volevamo dimostrare che questo messaggio è ancora attuale”, ricorda Sabrina.
Una devozione che continua a vivere
Tra il 1673 e il 1675, Gesù apparve per tre volte a Margherita Maria, una suora della Visitazione a Paray-le-Monial, in Borgogna. Secondo la tradizione, le mostrò un cuore ardente d’amore per l’umanità, ferito dall’indifferenza degli uomini. Da quelle apparizioni nacque una delle devozioni più diffuse della tradizione cristiana.
Il documentario articola questo messaggio in tre parti, che emergono nel corso del film senza apparire come uno schema prestabilito: un amore che si manifesta senza condizioni, il dolore di un amore che spesso non viene accolto; e l’invito a rispondere a esso, non solo a contemplarlo. Il film dedica gran parte del suo tempo a questo terzo aspetto: mostrare, attraverso le testimonianze, cosa significhi quella risposta nella vita di una persona concreta.
Lo stesso cuore, secoli dopo
Il documentario alterna due livelli narrativi. Uno storico, con attori che ricostruiscono le apparizioni di Margherita Maria nel XVII secolo, l’iniziale incomprensione da parte di chi la circondava e il processo attraverso il quale quell’esperienza personale si è trasformata in una devozione pubblica.
E un altro libro contemporaneo, con una ventina di testimonianze di persone dai profili molto diversi — un sacerdote, una suora, un missionario, diversi giovani — che raccontano cosa significhi oggi, nelle loro vite, proprio quel cuore ferito e quell’amore che non si impone.
Venti voci, un solo cuore
Il passaggio tra le ricostruzioni del XVII secolo e le testimonianze contemporanee risulta fluido: non ci sono strappi né la sensazione di stare guardando due film diversi. Le scene storiche — Margherita Maria, Gesù, i dintorni di Paray-le-Monial — sono girate con una dignità sorprendente per un documentario di questo tipo, senza cadere nella ricostruzione da manuale che così spesso appesantisce questo genere di produzioni.
Le testimonianze funzionano proprio perché sono tutte diverse tra loro. Non ci sono due storie uguali, ed è proprio questa varietà a dare forza al documentario. Nessuna è superflua.
È vero che, affrontando così tanti aspetti — quello storico, quello teologico, quello personale —, il film lascia alcune porte socchiuse, senza spazio per approfondire tutte le tematiche. Ciononostante, non dà mai l’impressione di rimanere a metà: ciò che perde in termini di dettagli specifici lo guadagna in intimità, ed è proprio questa intimità che rimane con lo spettatore una volta uscito dalla sala.
Sacro Cuore, prodotta dalla società francese Krea Film-Makers e distribuita in Spagna da Bosco Films —che si occupa anche di Gratuito (2023)—, uscirà nelle sale di tutta la Spagna l’11 settembre. Trecentocinquanta anni dopo quelle apparizioni in Borgogna, la domanda che solleva rimane la stessa: cosa fare di un amore che non si è cercato e che, nonostante tutto, continua ad aspettare?.
Alpha: un’evangelizzazione «light» che sta avvicinando migliaia di persone alla fede
Alpha punta sull’accoglienza e sull’incontro personale come primo passo, prima di presentare la dottrina, confidando nell’azione dello Spirito Santo per avvicinare le persone a Cristo.
Fernando Emilio Mignone-8 settembre 2026-Tempo di lettura: 4minuti
In un momento in cui molte parrocchie cercano nuovi modi per avvicinarsi a chi si è allontanato dalla fede, i corsi Alpha sono diventati una delle iniziative di evangelizzazione più diffuse in diversi paesi. La loro formula unisce il dialogo, l’accoglienza e una riflessione aperta sulle grandi domande della vita e della fede cristiana.
Sebbene abbia origini anglicane, il programma Alpha si è diffuso in numerose confessioni cristiane e oggi vanta una significativa presenza cattolica. Negli ultimi decenni, diocesi, parrocchie e movimenti cattolici di diversi paesi hanno adottato questo metodo come strumento di primo annuncio.
In Canada, uno dei principali promotori di questa iniziativa in ambito cattolico è Ed Zadeiks, che da otto anni promuove Alpha “in un contesto cattolico”. Zadeiks ha lasciato una carriera imprenditoriale di successo per dedicarsi a tempo pieno a questa iniziativa evangelizzatrice. È stata sua moglie Shawna a fargli conoscere i corsi. Entrambi spiegano come un’iniziativa nata nell’ambito anglicano abbia trovato un proprio spazio nella Chiesa cattolica.
L'origine di Alpha
I coniugi Zadeik spiegano che lo Spirito Santo soffia dove vuole: in questo caso, nell’anima del reverendo Nicky Gumbel. Nato a Londra nel 1955, figlio di padre ebreo e madre cristiana – nessuno dei due praticante – si è convertito dall’ateismo all’anglicanesimo durante il suo primo anno all’Università di Cambridge. Avvocato, sposato con Pippa, padre di tre figli, è stato ordinato sacerdote anglicano nel 1987. Nel 1990 ha assunto la guida dei corsi Alpha. Ha “riposizionato” quei corsi che già si tenevano nella chiesa anglicana Holy Trinity Brompton (HTB) di Londra: ha deciso di offrire i corsi a persone al di fuori della Chiesa. Visto il grande successo ottenuto, nel 1993 organizzò una prima conferenza internazionale presso la HTB… alla quale parteciparono mille leader cristiani. Le conferenze internazionali sono proseguite anno dopo anno.
È proprio lì che Zadeiks ha trascorso più tempo a contatto con Gumbel. Mi dice che “nutre grande amore e ammirazione per i cattolici”. Zadeiks aggiunge che Papa Francesco ha inviato un messaggio registrato in video per l’inizio della LeadershipConferenza il 6 maggio 2024. Il video è stato presentato durante la sessione di apertura da Gumbel e da sua moglie. Francesco ha affermato che il leader cristiano deve imitare Gesù, con la sua vita di servizio, la sua vicinanza e indicando la via verso il Padre. Ha incoraggiato i 5.000 delegati provenienti da 30 denominazioni cristiane a essere portatori della tenerezza e del perdono di Dio. E ha chiesto di camminare insieme con lo sguardo rivolto al 2033, il bimillenario della Resurrezione.
Di cosa tratta Alpha?
Proclamazione della verità cristiana, incontro con Gesù, comunità. Perché non invertire l’ordine di questi tre passaggi? Questo è il modus operandi di Gumbel e di Alpha: 1. incontro personale con gli altri, 2. incontro personale con Cristo, 3. dottrina. E questa inversione ha dato un risultato miracoloso.
La ricetta del successo è semplice: una serie di incontri strutturati per conoscere la fede cristiana e un’occasione per riflettere sul senso della vita. I corsi si tengono nelle chiese, nelle case, nelle carceri, nelle università, negli uffici, nelle fabbriche, nei bar… ovunque.
I corsi veri e propri si svolgono solitamente nell’arco di dieci settimane, un giorno alla settimana e un fine settimana. Ogni incontro può iniziare con un pranzo o una cena, seguiti da una conferenza o dalla proiezione di un video e da discussioni in piccoli gruppi. Le conferenze vertono sui fondamenti della fede cristiana.
I dieci incontri settimanali e il fine settimana di ritiro affrontano questi temi: Chi è Gesù? Perché è morto Gesù? Come possiamo credere? Perché e come pregare? Perché e come leggere la Bibbia? Come ci guida Dio? Lo Spirito Santo (molto importante nel corso Alpha). Come resistere al male? Perché e come raccontarlo agli altri? Dio guarisce ancora oggi? La Chiesa.
In illo uno unum. Ecumenismo Alpha
Gumbel afferma di amare i cattolici, tutti i cristiani, che, dice, “appartengono a una Chiesa di 2,4 miliardi di anime”. Il cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo emerito di Vienna, elogia i corsi Alpha. Sono molti i vescovi in tutto il mondo che sostengono Alpha.
Il primo corso Alpha è stato tenuto nel 1977 (presso l’HTB). Nel 1990 Nicky Gumbel, subentrando alla guida e dando un forte impulso all’iniziativa, ha supervisionato la revisione del corso. Negli anni Novanta i corsi hanno conosciuto una rapida diffusione in Gran Bretagna. Oggi vengono tenuti in un centinaio di paesi e in 110 lingue, e più di 25 milioni di persone li hanno seguiti. Vi partecipano fedeli provenienti da chiese cristiane non cattoliche e cattoliche (il 25% del totale), con alcune variazioni nel materiale del corso. Per questo articolo ho chiesto a tre sacerdoti cattolici canadesi la loro opinione sul corso. Uno lo ha elogiato, un altro ha avuto un’esperienza positiva, il terzo ha preferito trarre ispirazione dal metodo per creare corsi propri con un maggiore contenuto dottrinale.
Al di là dei numeri, alcuni sacerdoti ritengono che il vero impatto di Alpha si manifesti nel rinnovamento delle comunità locali. È il caso di padre Michael Leclerc, parroco di St. Ignatius of Loyola a Montreal, dove i corsi Alpha sono attivi da nove anni. Come riportato dal Catholic Register di Toronto il 10 maggio 2026, l’iniziativa ha contribuito a cambiare il volto della parrocchia.
Mettendo in pratica quei corsi con le loro quattro «R» – qualcosa di reale, di cui ci si possa identificare, ospitalità radicale e fiducia (reliance) nello Spirito Santo – Leclerc ha trasformato la sua parrocchia. Sono soprattutto i giovani non praticanti e persino i non credenti ad esserne attratti. L’età media dei parrocchiani è scesa a 40 anni. E se prima c’erano 30 volontari parrocchiali, ora ce ne sono tra i 150 e i 200. A partire da settembre aggiungeranno una Messa domenicale. Leclerc mette in pratica questi corsi insieme al programma di Rinnovamento parrocchiale creato da un altro sacerdote canadese, padre James Mallon di Halifax, autore di «Un rinnovamento divino: Da una parrocchia di mantenimento a una parrocchia missionaria» e fondatore del Divine Renovation Ministry, attivo nei paesi di lingua inglese e tedesca.
Sul sito web spagnolo di Alpha si legge: “Alpha è una cena divertente, una chiacchierata fantastica e un dibattito aperto. Senza pressioni, gratuita e allettante.” Per l’America ispanica, consultare provaalpha.org (e un breve video di padre Sebastián Achcar di Buenos Aires: pruebaalpha.org/historias-alpha).
"Ci sembra ragionevole cambiare città per una promozione, ma avventato farlo per la persona amata. Ammiriamo chi sacrifica dieci anni per la propria carriera e guardiamo con una certa compassione chi rinuncia a un’opportunità per mantenere la propria famiglia".
Qualche giorno fa, durante una cena, la conversazione è caduta sul futuro. Un ragazzo ha raccontato che la sua ragazza si stava preparando per un concorso pubblico e che il destino avrebbe potuto portarla lontano. Qualcuno gli ha chiesto cosa avrebbe fatto lui.
—Quando la sua situazione sarà chiara, ovunque lei vada, ci andrò anch’io. Mi arrangerò, ma insieme a lei.
Lo disse con assoluta naturalezza. Poi arrivarono altre portate, la conversazione prese un’altra piega e quella frase passò in secondo piano. Io, però, non riuscii a lasciarla lì.
In quelle parole c’era una decisione capace di stravolgere una carriera e una città. Non sapeva dove avrebbe lavorato, ma aveva accettato che il futuro della persona che amava entrasse davvero a far parte della costruzione del proprio.
«Me la caverò da sola». Non si aspettava che fosse lei a risolvere la situazione. Non aveva intenzione né di abbandonare la propria vocazione né di vivere all’ombra di qualcuno. In quella frase c’erano iniziativa e senso di responsabilità. Se fosse stato necessario, avrebbe ricominciato da capo. Avrebbe trovato il suo posto.
«Ma con lei». Ecco il punto cruciale. Il suo progetto continuava a esistere, solo che ormai non era più scritto esclusivamente al singolare.
Viviamo circondati da messaggi che presentano i legami duraturi come una perdita. Bisogna viaggiare, sperimentare, crescere, realizzarsi e, soprattutto, «vivere prima di tutto». Più avanti, quando si sarà sfruttata appieno la giovinezza e si saranno messe ordine nelle proprie aspirazioni, si potrà pensare di sposarsi o di avere figli, purché ciò non stravolga troppo il piano.
Ogni volta che sento dire «prima devo vivere», mi chiedo cosa significhi. Noi che abbiamo superato i quarant’anni, siamo sposati e abbiamo quattro figli, siamo forse morti? Non abbiamo saputo goderci la vita? I nostri figli sono la prova che abbiamo rinunciato troppo presto?
Le mie figlie mi hanno privato del sonno, dei soldi, delle comodità, della spontaneità e di alcune opportunità. Amare non rende il sacrificio meno doloroso. Ma loro non mi hanno allontanato dalla vita. Mi hanno fatto entrare in essa fino in fondo. Mi hanno costretto a uscire da me stesso, mi hanno regalato una storia che non avrei potuto costruire da solo e hanno ampliato ciò che chiamavo il mio futuro.
Forse l’illusione sta nel confondere il vivere con il poter fare sempre ciò che si desidera. Come se un’esistenza valesse tanto più quanto meno si dovesse a qualcuno, quanto meno si dovessero modificare i propri piani e quanto più si mantenessero aperte le possibilità. Secondo questa logica, il matrimonio limita, i figli frenano e la fedeltà imprigiona. Una vita piena sarebbe una vita senza troppi legami: disponibile, reversibile e per sempre propria.
Ma una libertà che non sceglie mai, per paura di perdere qualche possibilità, finisce per non sapere più per cosa volesse essere libera. Impegnarsi non significa smettere di scegliere, ma portare una scelta fino alle sue conseguenze. Ed è proprio qui che sta la differenza decisiva tra la rinuncia imposta e la dedizione: da chi nasce e da quale libertà. Quel giovane non era intrappolato da un’altra persona; aveva deciso che lei avrebbe avuto un posto reale — e non solo decorativo — tra le sue priorità.
San Josemaría lo ha espresso così: «Non c’è nulla di più falso che contrapporre la libertà alla dedizione, perché la dedizione è una conseguenza della libertà» (Amici di Dio, 30).
È curioso: ci sembra ragionevole cambiare città per una promozione, ma avventato farlo per la persona amata. Ammiriamo chi sacrifica dieci anni per la propria carriera e guardiamo con una certa compassione chi rinuncia a un’opportunità per mantenere la propria famiglia. Abbiamo accettato che sia il lavoro a scandire la nostra vita; ciò che ci turba è che sia l’amore a farlo.
Non si tratta di imporre a tutti lo stesso calendario né di misurare una vita in base al matrimonio o al numero di figli. Ci sono desideri irrealizzati, circostanze dolorose e percorsi diversi. Si tratta piuttosto di smascherare una menzogna più sottile: che amare veramente equivalga a vivere meno; che ogni dipendenza reciproca sia schiavitù; che solo chi non ha dato la propria parola a nessuno appartenga a se stesso.
L'impegno non elimina la libertà: le dà una direzione. Il sacrificio non è sempre la negazione della felicità; spesso ne è il prezzo, perché quasi tutto ciò che vale la pena conservare richiede di lasciarsi qualcosa alle spalle. Mettere su famiglia non significa mettere in pausa la propria vita per prendersi cura degli altri. Significa scoprire che la vita può diventare più grande quando smettiamo di considerare noi stessi come l'unico punto di riferimento.
Quel ragazzo non parlò di tutto questo. Si limitò a dire che, una volta chiarita la situazione di lei, sarebbe andato dove fosse andata lei e si sarebbe arrangiato lì. Non disse «per colpa sua». Non si presentò come una vittima. Era stata una sua scelta.
Forse è per questo che quella frase aveva così tanta forza. Di fronte a un’epoca che consiglia di vivere prima e di impegnarsi dopo, lui sembrava aver capito che l’impegno non inizia quando si è già finito di vivere. È un modo di vivere. Uno dei più esigenti, ma anche uno di quelli che possono renderci più liberi, perché ci libera dalla prigione di dover sempre scegliere noi stessi.
Non sapeva come si sarebbe guadagnata da vivere, ma sapeva con chi voleva condividerla. Non aveva smesso di scegliere. Stava decidendo come voleva che fosse il suo futuro.
Perché il futuro della società si decide attorno al tavolo di casa?
Con questo articolo diamo il via a una serie dedicata alriflessione sulla casa e sulla sua importanza nella società odierna, con la collaborazione di Fondazione Home Renaissance, un think tank internazionale incentrato sulla casa e sulla famiglia.
Sir Bryan K. Sanderson CBE-7 settembre 2026-Tempo di lettura: 3minuti
La prima volta che mi sono reso conto dell’importanza fondamentale che la casa riveste per i bambini, per la famiglia in generale e, di conseguenza, per le società nel loro insieme, è stato 60 anni fa a Ica, una piccola città costiera del Perù situata a sud di Chiclayo, dove in seguito Papa Leone XIV avrebbe trascorso molti anni.
Neolaureato presso la London School of Economics, ho deciso di dedicare 18 mesi a un programma di collaborazione delle Nazioni Unite per contribuire alla fondazione di una nuova università in quella che all’epoca era una zona povera del Paese.
Lezioni di vita a Ica
Parte dell'accordo prevedeva che io vivessi in un quartiere insieme alla comunità indigena locale; avevo una piccola capanna spartana con acqua ed elettricità solo per poche ore al giorno.
C’erano numerose capanne simili che, a differenza della mia, erano piene zeppe di bambini. Di norma si aveva un figlio all’anno, ma la mancanza di strutture sanitarie, di misure di controllo delle nascite e i problemi igienici causavano un tasso di mortalità infantile molto elevato: quasi il 50 % dei bambini moriva prima dei 5 anni.
Nonostante tutte queste privazioni, c’era abbastanza da mangiare (riso, fagioli e papaya quasi ogni giorno) e sono stato accolto in una comunità molto unita; ho persino giocato a calcio nella squadra locale; tutto ruotava attorno alla casa e alla famiglia.
Ho imparato ad apprezzare l’importanza non solo della famiglia stretta, ma anche di quella più ampia e intergenerazionale che tutti loro vivevano. Nessun bambino si sentiva escluso o rifiutato, e gli anziani continuavano a far parte della famiglia, cosa che, purtroppo, non accade in molte delle nostre società odierne.
L'equilibrio tra successo e famiglia
La vita è andata avanti e ho avuto una carriera di successo che mi ha portato ai vertici di un’importante compagnia petrolifera; inoltre, ormai 59 anni fa, ho sposato una donna svedese, dalla quale ho avuto due figli e cinque nipoti.
Visitare e vivere in molte parti del mondo, come l’Italia, Singapore, la Svizzera e la Scandinavia, ha contribuito alla mia crescita personale.
Non è stato facile conciliare la vita familiare con le esigenze di una carriera professionale molto competitiva in un’epoca in cui non si riconosceva ancora l’importanza dell’equilibrio tra lavoro e vita privata, ma io e mia moglie abbiamo sempre messo la vita familiare al centro, perché rappresentava il fulcro essenziale delle nostre vite, dandoci sicurezza e felicità.
Ed è proprio per questo che esiste Fondazione Home Renaissance Da 20 anni, per convincere i governi e le organizzazioni internazionali a favorire questo processo in ogni modo possibile. Magari non ce ne sarebbe bisogno.
Nuove sfide in materia di alloggi
A Home Rinascimento Cerchiamo di approfondire e affrontare l'impatto del contesto familiare sullo sviluppo della persona e le sfide della vita familiare che tutti noi dobbiamo affrontare.
Ad esempio, la sfida costante di far convivere in armonia generazioni diverse, soprattutto ora che l’invecchiamento della popolazione rappresenta un onere sempre maggiore per le risorse destinate all’alloggio e all’assistenza sanitaria.
In molti paesi sviluppati i giovani vanno a vivere da soli più tardi a causa dei costi proibitivi degli alloggi, ma permane una certa riluttanza a progettare soluzioni abitative sufficientemente flessibili da soddisfare le esigenze delle diverse fasce d’età.
Potremmo prendere esempio dalla Malesia, ad esempio, dove le famiglie vivono tradizionalmente vicine le une alle altre in unità abitative indipendenti e cambiano alloggio in base alle esigenze delle famiglie in crescita; i nonni spesso aiutano con i bambini i cui genitori lavorano, poiché le famiglie faticano a soddisfare le crescenti esigenze e aspettative della vita moderna.
Dobbiamo trovare nuovi modi di utilizzare la tecnologia odierna per ricreare quel senso di comunità e sicurezza che, fino a poco tempo fa, era comune a molti.
L'impatto del divario digitale
Un’altra sfida sempre più pressante e in rapida evoluzione consiste nel trovare il modo di adattarsi alle nuove e mutevoli pressioni esercitate dai social media e alla vulnerabilità dei giovani di fronte alla loro onnipresenza.
Siamo così lontani dalla società semplice, regolata e stratificata del villaggio minerario nel nord-est dell’Inghilterra dove ho iniziato la mia vita nel dopoguerra, che ora sembra storia antica. Per le persone della mia generazione, spesso è spaventoso perché la tecnologia ha fatto passi da gigante al punto che non ci sono più esperienze da trasmettere ai bambini. Uno dei compiti di Fondazione Home Renaissance, con l'aiuto di studiosi ed esperti, è quello di fornire consigli su come la famiglia possa adattarsi per affrontare queste sfide.
Non è un compito facile e richiede un’attenzione costante per stare al passo con i cambiamenti sempre più rapidi della tecnologia.
Senza dubbio, la qualità della vita è migliorata notevolmente nella maggior parte del mondo, con la possibile eccezione dell’Africa subsahariana; la malnutrizione in Cina e in India, ad esempio, è stata praticamente debellata; i diritti delle donne sono stati riconosciuti in molte delle nostre società.
Ora dobbiamo imparare a mettere a frutto questi progressi a beneficio delle famiglie di tutto il mondo e, in particolare, dei bambini che ne fanno parte. Una missione enorme, ma di enorme importanza per Fondazione Home Renaissance.
L'autoreSir Bryan K. Sanderson CBE
Presidente della Home Renaissance Foundation ed ex amministratore delegato della British Petroleum.
Gli educatori cattolici descrivono l'uso dell'intelligenza artificiale e concordano: manca la preparazione
L'intelligenza artificiale nelle aule: quale ruolo riveste nel nuovo anno scolastico? Gli educatori cattolici hanno raccontato come utilizzano l'IA e come affrontano le sfide che essa comporta. “Ci concentriamo sempre sull'essere umano” e “siamo poco preparati”, ammettono.
OSV / Omnes-7 settembre 2026-Tempo di lettura: 6minuti
Corregge automaticamente le tue e-mail. Consente a Siri e Alexa di rispondere alle tue domande o ai tuoi comandi. Ti suggerisce cosa guardare dopo sul tuo servizio di streaming. Ti aiuta a orientarti grazie alle app di navigazione. È in grado di generare immagini, video, tesine e persino romanzi.
Si tratta dell’IA (Intelligenza artificiale), e la sua rapida diffusione nella vita quotidiana riguarda anche il settore dell’educazione cattolica.
Pertanto, in occasione dell’inizio del nuovo anno scolastico, OSV News ha intervistato educatori e opinion leader che hanno discusso di come l’intelligenza artificiale funzioni – o non funzioni – nelle aule cattoliche.
Come si configura la formazione umana in un mondo dominato dall'intelligenza artificiale?
“Qualche anno fa, la maggior parte delle discussioni verteva sulle frodi accademiche, sulle politiche istituzionali e sull’opportunità di consentire agli studenti di utilizzare strumenti di intelligenza artificiale”, afferma Meaghan Crowley-Sullivan a OSV News. È responsabile dello sviluppo dei programmi di studio e della formazione professionale presso l’Istituto per l’Innovazione nell’Educazione Digitale e nella Leadership della Loyola Marymount University di Los Angeles, noto come iDEAL.
“Quelle domande non sono scomparse; sono maturate”, ha spiegato. “Stiamo vedendo che sempre più scuole si chiedono: com’è un buon insegnamento in questa nuova era digitale? Cosa devono imparare gli studenti? Cosa dovremmo proteggere non solo nel nostro insegnamento, ma anche nel modo in cui affrontiamo l’insegnamento? E, in definitiva, come si configura la formazione umana in un mondo plasmato dall’intelligenza artificiale?”.
Vantaggi e sostegno per i genitori
Crowley-Sullivan ha affermato che è emersa anche una maggiore attenzione all'inclusione, mentre allo stesso tempo è diventato evidente che i genitori potrebbero trarre beneficio dall'aiuto delle scuole.
“Stanno aiutando i genitori a capire cosa sono queste tecnologie e con cosa si trovano a confrontarsi i loro figli”, ha aggiunto Crowley-Sullivan. “E come possono stabilire regole sane e avere conversazioni più significative sull’IA in famiglia”.
È necessario formare gli insegnanti all'uso dell'IA
Non sono solo gli studenti e i genitori ad aver bisogno di orientamento. “Quando insegniamo agli insegnanti a utilizzare questo strumento e a riflettere su come integrarlo nelle loro classi, ci basiamo molto su quel concetto di ‘essere umano nel ciclo’”, ha affermato da parte sua Shannon Tabaldo, direttrice di iDEAL.
“L’intelligenza artificiale incentrata sull’essere umano è solo uno strumento: serve a fornirti risorse e capacità aggiuntive che prima non avevi”, ha proseguito. “Ma sei tu a rimanere l’esperto. Nelle scuole cattoliche mettiamo sempre al centro la persona. Ci chiediamo sempre: ”Cosa stiamo davvero cercando di fare con questo strumento?’”.
Connor Nguyen e Jasper Zhao, alunni di prima elementare, partecipano a un programma di scienze, tecnologia, ingegneria e matematica (STEM) presso la scuola Assumption of the Virgin Mary di Pasadena, in California, il 15 gennaio 2025. (Foto di OSV News/Bob Roller).
L'intelligenza artificiale: un'opportunità per l'apprendimento personalizzato
Crowley-Sullivan e Tabaldo – che sono anche madri – hanno constatato un uso sempre più diffuso dell’intelligenza artificiale nell’apprendimento personalizzato.
Gli studenti possono criticare un lavoro o un'immagine generata dall'IA, oppure chiederle di trasformare i propri tentativi di poesia in un perfetto pentametro giambico; l'IA può generare facilmente materiali adattati a un livello specifico per il corso e la lettura o simulare una «conversazione» con un personaggio storico; gli insegnanti possono utilizzarla per valutare i modelli di apprendimento degli studenti e personalizzare l’insegnamento in piccoli gruppi e in altre modalità didattiche.
“L’approccio cattolico non consiste nel temere la tecnologia né nel rifiutarsi di innovare», ha sottolineato Crowley-Sullivan. «Si tratta soprattutto di discernimento, di riconoscere le possibilità e di chiedersi se possiamo utilizzarle in modi che promuovano i nostri valori”.
Non siamo abbastanza preparati
Crowley-Sullivan riflette ampiamente l’opinione di Papa Leone XIV sul ruolo dell’intelligenza artificiale nell’istruzione, espressa di recente nella sua enciclica emblematica ‘Magnifica humanitas: ’Sulla tutela della persona umana nell’era dell’intelligenza artificiale".
“Le rapide trasformazioni tecnologiche rivelano quanto poco siamo preparati dal punto di vista educativo. Educare le persone all’uso dell’IA, quindi, significa insegnare loro a decidere quando e per quale scopo non debba essere utilizzata», ha scritto il Pontefice. «La rapidità e la facilità con cui è possibile ottenere risposte o sintesi rischiano di spegnere il desiderio di porre domande”.
“Le scuole non sono chiamate a stare al passo con il mondo digitale», ha affermato il Papa, “ma a offrire ciò che il mondo digitale da solo non può offrire, ovvero un momento condiviso per imparare e instaurare rapporti di fiducia”.
È necessario un quadro di riferimento cattolico per affrontare le nuove tecnologie
In risposta a queste preoccupazioni, Crowley-Sullivan ha sviluppato il “Catholic Companion Framework for Technology and Innovation” (“Quadro di riferimento cattolico complementare per la tecnologia e l’innovazione”), per aiutare educatori, leader e famiglie a orientarsi tra le tecnologie emergenti.
Utilizzato dalle diocesi di tutto il Paese e scaricato in tutto il mondo, lo presenterà presto nella diocesi di Arlington, in Virginia – proprio alle porte di Washington –, per favorire l’integrazione dell’intelligenza artificiale nelle sue 51 scuole, che contano quasi 13.000 studenti.
Leslie Lipovski — vice sovrintendente per l’apprendimento degli studenti e l’eccellenza didattica nella diocesi — ha dichiarato a OSV News che la diocesi ha istituito un gruppo di lavoro per contribuire all’elaborazione di una politica in materia di intelligenza artificiale.
“Dalla scuola dell’infanzia fino alla terza media parliamo solo di alfabetizzazione all’IA: gli studenti non accedono a ChatGPT né lo utilizzano”, ha affermato Lipovski. “Ma anche i bambini della scuola dell’infanzia conoscono l’IA. Quindi ci chiediamo: cos’è l’IA? Come può essere utilizzata, nel bene o nel male?”.
Alcuni insegnanti dicono: “Torniamo alla carta e alla matita”. Altri invece la adottano
Alle scuole medie, ha aggiunto Lipovski, gli insegnanti sono «molto attenti al modo in cui la utilizzano. ‘Ho alcuni insegnanti che dicono: ’Torniamo alla carta e alla matita, è così che stiamo scrivendo i saggi in questo momento». Ma abbiamo anche insegnanti che la stanno adottando e stanno insegnando ai ragazzi come usarla in modo responsabile».
La diocesi di Arlington utilizza PowerSchool, un sistema informativo scolastico basato sul cloud che gestisce dati, voti, presenze e comunicazioni tra insegnanti, studenti e famiglie, nonché LUMA, un assistente intelligente per la classe sviluppato dal cyber-educatore Michael Hargadon, che supporta sia gli insegnanti che gli studenti.
La consapevolezza riguardo all'IA si è evoluta
Secondo Lily Abadal, socia della società di consulenza per le scuole cattoliche Partners in Mission, docente presso la University of South Florida e ricercatrice associata di un progetto dell’Università di Notre Dame denominato DELTA (Formazione umana nell’era dell’IA), la consapevolezza riguardo all’intelligenza artificiale si è evoluta nel tempo.
“Nei primi due anni successivi al lancio di ChatGPT, a molti sembrava che potesse trattarsi solo di una moda passeggera”, ha affermato Abadal.
“Non erano nemmeno necessariamente consapevoli di come funzionasse realmente, né di fino a che punto gli studenti avessero accesso a esso e che tipo di cose fossero in grado di realizzare con esso”.
“Ci sono situazioni in cui la soluzione più veloce e facile non è né buona né formativa”
“Ovviamente è qualcosa che può rendere le cose più veloci e semplici”, ha proseguito Abadal. “Ma ci sono contesti in cui ciò che è più veloce e semplice non è positivo, né formativo in termini di come plasma gli studenti”.
“Impariamo che spesso le cose non sono facili, e dobbiamo essere in grado di affrontare le difficoltà per apprendere le virtù cattoliche che vogliamo che gli studenti acquisiscano durante tutto il loro percorso di istruzione cattolica”.
“Uno dei regali migliori che possiamo fare agli studenti riguardo al modo di interagire con l’IA”, ha concluso la consulente Abadal, “è mostrare loro dove questa tecnologia trova spazio nelle loro vite e dove invece no”.
Parliamo di materiale riflettente
Stephen Eschenfelder, responsabile della pastorale universitaria della scuola secondaria cattolica Bishop McLaughlin di Spring Hill, in Florida, appartenente alla diocesi di San Pietroburgo, intende invitare Abadal a intervenire in occasione di una futura conferenza sull’intelligenza artificiale.
E, in qualità di ex seminarista laureato in filosofia morale, che tiene corsi di leadership e sui sacramenti, ha idee molto precise sull’uso dell’intelligenza artificiale nell’istruzione.
“Ci deve essere un limite all’IA, e credo che rivolgersi a Dio nella preghiera debba essere quel limite”, ha sottolineato. “Non posso usare questo strumento come mezzo per vivere una vita di preghiera e per entrare in contatto con Dio. Durante le nostre lezioni di teologia, quando facciamo delle riflessioni, molti studenti ricorrono all’IA. Dobbiamo quindi cambiare le cose e il modo in cui assegniamo i compiti, perché si tratta di materiale che richiede riflessione. Una parte consiste nel raccogliere dati, ma gran parte si concentra su: ”Cosa ne pensi di questo?’, ‘Come ti senti riguardo a quello?’».
La vita professionale degli studenti di oggi potrebbe risentirne
Anche Eschenfelder è preoccupato per il potenziale “enorme iceberg di cambiamenti” che si profila all’orizzonte professionale dei suoi studenti, sottolineando che «tra qualche anno il loro lavoro potrebbe cambiare radicalmente a causa dell’intelligenza artificiale».
Uno studente ha persino confessato timidamente a Eschenfelder che la sua presentazione con diapositive era stata generata dall’intelligenza artificiale.
«Si sono privati della possibilità di imparare qualcosa», ha osservato Eschenfelder, il quale ha anche notato che gli studenti erano stupiti dal fatto che lui avesse scritto un romanzo da solo, invece di limitarsi a chiedere all’IA di scriverlo. «Non riusciva a capirlo», ha aggiunto, con una punta di esasperazione.
L'intelligenza artificiale è arrivata per restare. “Il nostro obiettivo: preservare quell'umanità”
“Dovremo adattare le scuole, l’insegnamento e l’apprendimento. Sarà tutto completamente diverso”, ha osservato Lipovski. “Il nostro obiettivo, come scuole cattoliche, è mantenere quell’umanità, perché l’insegnante è la parte più importante; l’insegnante è necessario per guidare gli studenti su quando è opportuno utilizzare l’IA e quando non lo è”.
«Hanno bisogno di quell’umanità», ha concluso. «Non possiamo semplicemente affidare tutto questo alle macchine».
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– Kimberley Heatherington è corrispondente di OSV News. Scrive dalla Virginia.
– Questo articolo è stato originariamente pubblicato su OSV News ed è consultabile qui.
Il Papa esorta a “trovare un accordo” come forma di amore e lancia un appello per l’Ucraina
Oltre alla correzione fraterna, esiste un altro modo fraterno di amare, ovvero “mettersi d’accordo”, ha sottolineato Papa Leone XIV durante l’Angelus di questa domenica. Ha inoltre esortato a fermare e porre fine alla violenza in Ucraina.
Francisco Otamendi-6 settembre 2026-Tempo di lettura: 3minuti
Durante l’Angelus di questa domenica, 6 settembre, il Santo Padre Leone XIV ha lanciato in Piazza San Pietro un nuovo appello affinché si ponga fine alla violenza e alla distruzione in Ucraina e si aprano i cuori al dialogo e alla pace.
Inoltre, commentando le letture della liturgia domenicale, ha ricordato quanto afferma San Paolo nella Lettera ai Romani, ovvero che tutti i comandamenti “si riassumono in questo: ‘Ama il tuo prossimo come te stesso’” (Rm 13,9).
San Paolo insiste su questo punto con un’immagine molto forte, presente anche nel “Padre nostro”. Scrive: “Che l’unico debito verso gli altri sia quello dell’amore reciproco”, ha sottolineato il Papa.
Il debito di un amore reciproco
Gesù ci ha insegnato a invocare e a praticare il perdono dei debiti. Tuttavia, c’è un debito che ci dobbiamo gli uni agli altri, senza lasciarci intrappolare da esso: è il debito dell’amore reciproco, ha sottolineato il Pontefice nella meditazione del Angelus.
E Gesù suggerisce a ogni comunità cristiana “almeno due modi per mettere in pratica l’amore reciproco. Il primo è essere capaci di esercitare la correzione fraterna. Si tratta di un’arte delicata e spesso dimenticata, che richiede franchezza e gradualità”.
Parlare con sincerità — prima a tu per tu; poi, se necessario, tra due o tre persone; infine, quando serve, con tutta la comunità — significa affrontare la realtà e trasformare problemi e conflitti in passi verso la crescita. I lamenti e le maldicenze sono più facili, ma non portano a nulla e bloccano molte situazioni. Il Vangelo, invece, ci educa alla libertà nella carità: questo è stato il messaggio del Papa su questo tema.
Trovare un accordo, non solo quando c'è un conflitto
Inoltre, “esiste un secondo modo di amare fraternalmente, che per Gesù trasforma persino la preghiera: mettersi d’accordo. Non solo quando c’è un conflitto, ma anche per chiedere a Dio qualsiasi dono”, ha affermato il Successore di Pietro.
Il Signore dice: “Se due di voi sulla terra si uniscono per chiedere qualcosa, il Padre mio che è nei cieli glielo concederà» (Mt 18,19). Questa promessa suggerisce che possiamo avere desideri comuni, dolori comuni, speranze comuni e, attraverso la preghiera, crescere nell’unità”.”
Senza la fede, chiunque potrebbe sentirsi solo e diffidare degli altri, vedendoli come estranei e nemici, ha proseguito Leone XIV. “Tuttavia, per grazia, siamo fratelli e sorelle in grado di trovare un accordo: incontrandoci, perdonandoci e ascoltandoci nel Signore”.
“Chiediamo a Maria”, ha esortato il Papa prima della preghiera mariana dell’Angelus, “che, dopo l’annuncio dell’angelo, si recò in fretta incontro alla cugina Elisabetta per condividere con lei la gioia e la fatica della gravidanza, affinché insegni anche a noi la gioiosa debito d'amore fraterno".
Solidarietà con il popolo ucraino
Il Papa ha poi aperto il suo cuore addolorato per esprimere la sua vicinanza all’Ucraina.
“È con grande rammarico che ho seguito le notizie relative ai violenti attacchi che hanno recentemente colpito diverse città e infrastrutture civili in Ucraina, causando la morte di persone innocenti. Il mio cuore è vicino alla sofferenza di un popolo che da anni vive nell’angoscia e nella paura”.
“Lancio un nuovo appello affinché si ponga fine alla violenza, si arresti la distruzione e si aprano i cuori al dialogo e alla pace”, ha implorato. “Spero che gli sforzi compiuti in questi giorni per riprendere i negoziati diano risultati concreti e aprano uno spazio alla diplomazia”.
«Eleviamo la nostra preghiera al Signore, affinché la concordia prevalga in tutti i conflitti del mondo», ha affermato Leone XIV.
Ritorno alle normali attività
In conclusione, il Papa ha esortato a chiedere al Signore, mentre riprendiamo le nostre attività quotidiane dopo le vacanze, di accompagnarci e sostenerci con la sua luce.
Si ricorda che alla fine di agosto il segretario vaticano per i rapporti con gli Stati e le organizzazioni internazionali, monsignor Paul Richard Gallagher, e il ministro degli Affari Esteri della Federazione Russa, Sergey Lavrov, hanno espresso alcuni punti di convergenza su questioni internazionali e hanno concordato sull’importanza di proseguire il dialogo tra la Federazione Russa e la Santa Sede.
Il segretario Gallagher disse allora: “Questa guerra deve finire”.
La storia di Filippo II, il monarca che concepiva il potere come un servizio al bene comune e alla Chiesa, ben lontana dall’immagine di crudeltà e fanatismo diffusa dalla “leggenda nera”.
Il 27 maggio 2027 celebreremo il V centenario della nascita di uno dei monarchi più universali della storia della Spagna. Tutti ricordiamo la celebre frase secondo cui «il sole non tramontava mai sui suoi vasti territori», poiché durante il suo regno vi fu un periodo in cui le corone di Castiglia e del Portogallo si unirono, tanto che entrambi questi immensi imperi coprivano gran parte del mondo conosciuto.
In ogni caso, sin dagli albori del suo immenso potere e della sua vasta influenza, Filippo II tenne sempre presente un’affermazione di Francesco de Vitoria, fondatore della Scuola di Salamanca e del diritto internazionale, il quale gli ricordò sempre, sia a voce che per iscritto, che era opportuno che l’intero mondo spirituale fosse governato dal Pontefice Romano, poiché era importante che fossimo un unico popolo sotto un unico Pastore: Gesù Cristo, re universale dei cieli e della terra.
I limiti del potere universale
Allo stesso modo, nelle sue “Riflessioni sul potere politico e i suoi limiti” affermò per iscritto che, a causa del peccato originale e, in particolare, dell’egoismo e dell’invidia, non fosse opportuno che esistesse un unico impero universale che governasse materialmente il mondo. Come abbiamo effettivamente constatato dopo di lui, e anche dopo la caduta del muro di Berlino, il mondo apparentemente globalizzato è diviso in grandi blocchi che competono per lo sviluppo e il progresso della scienza, della tecnica e della conseguente antropologia.
Certamente non esiste un solo monarca che, con le proprie leggi e i propri strumenti di governo, unifichi leggi e direttive in modo da garantire un unico comando politico. D'altra parte, abbiamo realizzato il sogno di Vitoria: che la dignità della persona umana fosse alla base di un diritto internazionale di gran lunga superiore al diritto delle genti del suo tempo e che, al contempo, rispettasse l’autonomia locale e provinciale, dove gli uomini possano vivere in fiducia e secondo le proprie tradizioni, il che garantisce vicinanza e sicurezza ai più deboli e una vera carità tra pari.
Felipe II, un re al servizio di Dio
Il fatto è che nel prossimo anno celebreremo il V centenario di Filippo II, il re cattolico per eccellenza che fu attaccato da tutti e da tutto perché non si fece mai scrupoli ad affermare di voler essere un buon figlio di Dio e della Chiesa.
Infatti, mise in pratica alla lettera ciò che già Alfonso X il Saggio aveva stabilito come “le leggi del regno”: nella prima parte, nel primo titolo e nella prima legge si affermava che lo scopo del monarca era che i suoi sudditi andassero in paradiso. Pertanto, Filippo II antepose gli interessi della Chiesa ai propri.
Governare per il bene comune
Allo stesso modo, cercò per le alte cariche della magistratura dello Stato le persone migliori, le più dotate intellettualmente, le più sagge e prudenti, anche se molti di loro erano religiosi, vescovi o cardinali. Ad esempio, non esitò a proporre al Santo Padre un uomo di Stato per ricoprire la carica di viceré della Nuova Spagna e, al contempo, quella di arcivescovo della prima diocesi americana del Messico.
Certamente non si trattava di clericalismo, ma della ricerca dell’onestà, della dedizione ai cittadini e del bene comune. Ne è un esempio una lettera di Filippo II a Diego de Covarrubias, che aveva appena nominato presidente del Consiglio di Castiglia, presidente del Consiglio di Stato e che era vescovo di Segovia. In quella lettera gli parlava di ciò che aveva nel cuore. Innanzitutto, gli chiedeva di impegnarsi al massimo per portare a termine la costruzione degli ospedali che erano stati decisi in seno al Consiglio di Stato e di sbloccare i fondi necessari per attuare il piano senza indugi.
In secondo luogo, lo esortava a stare attento a uno degli alti funzionari del Consiglio di Stato, poiché sottolineava: “tende ad accollarsi più lavoro di quanto ne possa gestire”. Questo dettaglio è interessante perché descrive un re che segue da vicino gli affari affinché vengano portati a termine e che sa chiedere ai propri uomini di fiducia ciò che possono dare e non di più. In realtà, quell’immenso impero poteva essere governato solo grazie a una generazione di uomini ben preparati nei Collegi maggiori, soprattutto a Salamanca, che seppero prendere le redini dello Stato e guidare il governo dei viceré e delle Cortes generali di ogni parte dell’impero.
La leggenda nera contro il re cattolico
Non possiamo tralasciare di menzionare la “leggenda nera” su Filippo II, che in realtà mirava ad attaccare la Chiesa, poiché egli era certamente il monarca cattolico più importante dell’epoca e i suoi territori rimasero fedeli alla Chiesa cattolica, mentre altrove prevaleva lo slogan “cuius regio, eius religio”, ovvero che attaccare la Chiesa significava attaccare Filippo II.
D'altra parte, dobbiamo ricordare che Filippo II distingueva fin troppo bene tra la Chiesa cattolica, governata dal Santo Padre e guidata dallo Spirito Santo, e il papa in quanto signore temporale e sovrano degli estesi Stati Pontifici, una questione che portò ad alleanze tanto rocambolesche quanto l’unione tra la Francia e i turchi contro Filippo II per attaccare gli Stati Vaticani.
Uno sguardo nuovo su Filippo II
Certamente, le nuove generazioni hanno già potuto conoscere Filippo II molto meglio di noi, grazie alle opere dei grandi storici modernisti americani o europei come, ad esempio, Kamen, Parker, ecc., i quali hanno sviluppato una nuova interpretazione delle fonti e hanno messo in luce molti aspetti poco conosciuti, come la tenerezza paterna verso le figlie, l’educazione accurata che impartiva loro, la sua preoccupazione di adempiere ai desideri del Santo Padre nella preparazione della battaglia di Lepanto contro i turchi, difendendo al contempo, tramite l’agente delle preghiere romano, i diritti della corona spagnola in materia di regalie
Certamente, è cambiata la falsa immagine di un monarca “martello degli eretici”, “luce di Trento”, ovvero è stata eliminata la falsa immagine di un re austero, sempre vestito a lutto, crudele e pomposo (come riflette la copertina di quest’opera che ora presentiamo), clericale e più papista del Papa.
Concludiamo raccomandando la lettura della recente opera di Manuel Rivero Rodríguez su Filippo II, per prepararci a questo centenario, sperando che produca tanti frutti quanti ne ha prodotti il centenario della sua morte.
Felipe II
Autore: Manuel Rivero Rodríguez
EditorialeAlianza editoriale
Pagine: 347
Anno di pubblicazione: 2026, Madrid
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L'apparente contraddizione tra il piano di Dio e la libertà umana si risolve quando si comprende che la vocazione non è un'imposizione esterna, ma un progetto di vita che si scopre e si abbraccia liberamente attraverso un rapporto intimo di amore e amicizia personale con Lui.
6 settembre 2026-Tempo di lettura: 4minuti
Di recente mi sono imbattuto in una frase di Giovanni Paolo II che ha nuovamente attirato la mia attenzione: “Nella vocazione risplendono al tempo stesso l’amore gratuito di Dio e l’esaltazione della libertà dell’uomo”. Come è possibile conciliare l’esistenza di un piano divino (la vocazione) con la libertà – l’esaltazione della libertà! – dell’uomo?
Una corrente di pensiero, che negli ultimi anni ha registrato una certa diffusione, sostiene che la volontà di Dio consista nell’aver creato l’essere umano libero. Dio ti ama e ti vuole libero: la tua vocazione si riassume nel modo in cui decidi di rispondere liberamente all’amore di Dio. In questo processo, l’unica determinazione è quella che deriva dai talenti personali e dalle condizioni di ciascuno, cosa che è, in ultima analisi, accidentale. Per il resto, è la creatività generosa a plasmare la chiamata.
Questa visione è incoraggiante e aiuta a mettere in luce le potenzialità della nostra libertà, ma presenta anche alcune difficoltà. Me ne sono reso conto leggendo il libro Nelle tue mani, Padre, del carmelitano belga Wilfrid Stinissen. Il libro si articola in tre fasi: “Accettare la volontà di Dio”, “Obbedire alla volontà di Dio” e “Essere strumento di Dio”. Nella seconda, l’autore riprende l’idea che “La volontà di Dio non è scritta da nessuna parte in cielo. Poiché Dio ci ha dato il libero arbitrio, vuole anche che lo usiamo. Purché non violiamo espressamente la volontà manifesta di Dio e le leggi della Chiesa, possiamo decidere da soli cosa vogliamo fare”.
Era il modo in cui un professore di filosofia spiegava il disegno di Dio per ciascuno di noi. Anni dopo, lo stesso autore chiese “A un caro amico chiesi se Dio volesse qualcosa in ogni momento, anche nelle cose più piccole. La risposta fu immediata: ‘Certo, altrimenti l’obbedienza non avrebbe senso’”. Sembra una affermazione forte, ma è facile da comprendere: se non c’è una volontà determinata, non è possibile parlare di obbedienza. E, in effetti, se Dio non avesse avuto un disegno per Maria, difficilmente lei avrebbe deciso di diventare Madre del Messia (e tanto meno ci sarebbe riuscita solo grazie alla sua generosità…). Anche Gesù aveva ben chiaro ciò che il Padre gli chiedeva in ogni momento – e proprio nel farlo consisteva il suo nutrimento.
Se Dio ha un piano prestabilito, la libertà si riduce a dire "sì" a ciò che Dio stabilisce? Il Sinodo dei Vescovi del 2018, dedicato ai giovani e alla vocazione, sottolineava la necessità di riflettere su tale relazione evitando ogni determinismo e tutto il resto estrinsecismo: “La vocazione non è né un copione già scritto che l’essere umano dovrebbe semplicemente recitare, né un’improvvisazione teatrale senza schema”.
Ciò che Stinissen ci aiuta a comprendere è che è possibile percorrere la via della volontà di Dio – una volontà ben precisa – partendo da un’esperienza di profonda libertà. È così che la vivono i santi e le sante di ogni epoca. Forse è proprio questo il punto decisivo: per chi si concepisce ancora come un individuo distinto da Dio, è impossibile che la Sua volontà non appaia come un’imposizione, per quanto lieve possa essere. Lo si può incoraggiare a confidare in Dio, che lo ha creato libero; e gli si può far capire che la volontà divina non è altro che la sua stessa felicità, e che Dio lo ha creato libero per mettere in gioco quella capacità radicale… Ma tutto ciò non basta a convincere qualcuno che vede Dio come un estraneo.
La vocazione divina si comprende e si vive in piena libertà solo attraverso il rapporto personale con Dio. La Sua volontà può essere un cammino di libertà, nella misura in cui la propria vita si concepisce a partire dalla comunione con Lui. In questo modo, l’amore vissuto illumina la realtà: l'amore è conoscenza in sé, secondo la famosa frase di San Gregorio Magno, l'amore stesso è conoscenza. L’amore vissuto permette di comprendere la vocazione in un modo che prima risultava incomprensibile. Riccardo di San Vittore lo espresse così: ubi amor, ibi oculus -«Dove c’è amore», si potrebbe tradurre-, si apre la capacità di vedere ciò che prima era nascosto.
Così, chi è unito a Dio dall’amore vive la vocazione come un invito alla piena libertà. Chi invece non vive quell’amore non è in grado di comprenderla. In poche parole, il fenomeno della vocazione si comprende appieno solo dall’unione con Dio, nell’unione con Lui.
Se è così, piuttosto che cercare di spiegare il fenomeno vocazionale partendo dal rapporto tra obbedienza e libertà, bisognerebbe farlo partendo dalla coppia comunione-chiamata. Leone XIV lo ha sottolineato di recente, rispondendo alle domande del piccolo Renzo a Barcellona: “Più che chiedersi se si diventerà sacerdote, medico, insegnante, padre di famiglia o qualsiasi altra cosa, è importante chiedersi se si vuole essere amici di Gesù. Perché l’amicizia con Gesù ci dona gioia, ci rende liberi e ci aiuta a scoprire, passo dopo passo, la vocazione e il cammino che Dio ha pensato per ciascuno di noi»”. Per chi è amico di qualcuno, l’idea di condividere un progetto con lui non rappresenta un’esigenza estrinseca, ma qualcosa che è proprio come la vita stessa. Per chi vive l’amicizia con Cristo, le sue proposte sono più proprie dei suoi stessi desideri. E nel rispondere a quella chiamata, metterà in gioco tutta la sua libertà, al tempo stesso obbediente e creativa.
9 frasi di Santa Teresa di Calcutta rivolte al mondo
Il 5 settembre la Chiesa celebra santa Teresa di Calcutta, che tanti chiamavano Madre Teresa e che era così amata. Qui sono raccolti 9 messaggi che ci ha lasciato durante il suo cammino terreno, e un aneddoto alla fine che spiega i suoi inizi in India.
Francisco Otamendi-5 settembre 2026-Tempo di lettura: 5minuti
Chi non ha conosciuto, o non ha un parente o un amico, che ha trascorso qualche settimana, o un anno, in India con le Missionarie della Carità, dando una mano nell'intenso lavoro svolto dalle figlie spirituali di Madre Teresa di Calcutta?
“Oggi la Chiesa cattolica celebra la memoria di santa Teresa di Calcutta, suora di origine albanese che, con il suo ”sì” ai disegni del Signore, è stata capace di portare l’Amore di Dio ai più poveri tra i poveri in oltre 130 paesi. Ovvero, in ogni angolo del pianeta. Ciò che è impossibile per l’uomo è possibile per Dio», scritto L'anno scorso su Omnes, proprio in questa stessa data, Fernando Gutiérrez, missionario laico e fondatore della Mary's Children Mission.
E aggiungeva: “Durante i quindici mesi in cui ho vissuto a Calcutta, c’è stata una cosa che ha attirato fortemente la mia attenzione. Il luogo in cui ebbe inizio questa grande opera di carità, che Dio ha compiuto per mezzo di Madre Teresa nell’umile quartiere di Motijheel, è ancora oggi una zona a maggioranza musulmana in cui persiste, inoltre, molta povertà, sia materiale che spirituale. E spesso, passeggiando per le sue strade, pensavo: se fossi cresciuto a Calcutta con una santa così vicina a me, mi sarei convertito già da tempo e la mia fede sarebbe ormai grande quasi quanto quel granello di senape”.
Il carisma di Madre Teresa: dedizione totale, anima e corpo
Le Missionarie della Carità hanno pubblicato sul loro sito web il carisma della sua fondatrice, che sono state riportate, in tono quasi colloquiale, anche in questo modo:
“L’obiettivo delle Suore Missionarie della Carità è quello di dedicarsi anima e corpo, ed esclusivamente, al benessere materiale e spirituale di tutte le persone indifese, dei poveri indifesi, dei bambini abbandonati, dei malati senza assistenza, dei lebbrosi e dei mendicanti bisognosi; in sintesi, tutti quegli sfortunati che, sia per propria negligenza sia per mancanza di interesse pubblico, sono costretti a vagare per la vita senza aiuto né speranza”.
Alcuni dei suoi messaggi
Ecco alcuni dei messaggi della santa, necessariamente in forma di estratti, che in questa ricorrenza possono essere adatti alla meditazione davanti al Signore. In sintesi, la santa diceva questo:
“Il frutto del silenzio è la preghiera. Il frutto della preghiera è la fede. Il frutto della fede è l’amore. Il frutto dell’amore è il servizio. Il frutto del servizio è la pace”.
“La religione è un’opera d’amore, non deve dividerci né distruggere la pace e l’unità”
1.- ”La religione deve essere un’opera d’amore. Pertanto, non deve dividerci né distruggere la pace e l’unità. Usiamo la religione per aiutarci a essere un unico cuore pieno d’amore nel cuore di Dio. Amandoci gli uni gli altri, realizzeremo lo scopo della nostra creazione: amare ed essere amati».
2.- “Tutti siamo capaci di fare il bene e il male. Non nasciamo cattivi. Tutti abbiamo qualcosa di buono dentro di noi. Alcuni lo nascondono, altri lo trascurano, ma c’è. Dio ci ha creati per amare ed essere amati… siamo tutti suoi figli, che siamo indù, musulmani o cristiani”.
Santa Teresa di Calcutta @OSV.
“Siamo figli di Dio, creati per amare ed essere amati”
3.- “Siamo tutti figli di Dio e siamo stati creati per grandi cose: amare ed essere amati. Dio ama ciascuno di noi con un amore eterno; siamo preziosi per Lui. Pertanto, nulla dovrebbe separarci. La religione è un dono di Dio e ha lo scopo di aiutarci a essere un unico cuore pieno d’amore. Dio è nostro Padre e siamo tutti suoi figli; siamo tutti fratelli e sorelle. Che non vi sia alcuna distinzione di razza, colore o credo”.
4.- “Siamo stati inviati per unire sotto un unico Spirito tutte le persone, indipendentemente dalla loro nazione, razza o cultura. Sotto quale spirito? Lo spirito dell’amore! Siamo stati inviati a unire tutti sotto lo spirito dell’amore: a unire tutti gli uomini di diverse religioni: indù, musulmani e persone di diverse caste, colori o culture. Siamo stati chiamati a testimoniare la realtà della fratellanza di tutti i popoli, in cui la pienezza della legge è l’amore».
“Non usiamo la religione per dividerci”
5.- Non usiamo la religione per dividerci. In tutti i libri sacri vediamo come Dio ci chiami all’amore. Tutto ciò che facciamo gli uni per gli altri, lo facciamo per Lui, perché Dio è nostro Padre. La religione è un’opera d’amore, non serve a distruggere la pace e l’unità.
6.- “Alcuni lo chiamano Ishwar, altri Allah, altri semplicemente Dio, ma tutti dobbiamo riconoscere che Lui ci ha creati per grandi cose: per amare ed essere amati. Ciò che conta è che amiamo. Non possiamo amare senza pregare, quindi, qualunque sia la nostra religione, dobbiamo pregare…”
“Il nostro lavoro non mira alla conversione, ma ad avvicinare le persone a Dio attraverso le nostre opere di carità”
7.- “Il nostro lavoro in India e altrove non ha come obiettivo la conversione, ma avvicinare le persone, specialmente quelle più bisognose, a Dio attraverso le nostre opere di carità”. “Se, trovandoci faccia a faccia con Dio, lo accogliamo nella nostra vita, allora ci stiamo convertendo”. “La conversione migliore è far sì che le persone si amino le une le altre. Quando si amano, si avvicinano di più a Dio”. E da dove si comincia? Pregando insieme. Preghiamo per portare la preghiera nella nostra famiglia.
“Un sorriso è l’inizio dell’amore”
8.- “Incontriamoci sempre con un sorriso… perché un sorriso è l’inizio dell’amore”. Siate gentili e misericordiosi. Che nessuno vi si avvicini senza andarsene migliore, più felice. Siate l’espressione viva della bontà di Dio: bontà sul vostro volto, bontà nei vostri occhi, bontà nel vostro sorriso, bontà nel vostro caloroso saluto.
9.- “Sorelle e fratelli di tutto il mondo, in ogni paese, cerchiamo di offrire lo stesso amore e la stessa cura, a prescindere dalla religione, dalla casta o dal colore della pelle. Cerchiamo di essere al servizio dei figli di Dio, dei nostri fratelli e delle nostre sorelle. E credo che questo sia stato un altro meraviglioso dono di Dio, che ci ha dato l’opportunità di servirLo”.
Fotografia inclusa nel servizio ‘La Misericordia e Madre Teresa’, a firma di Brian Kolodiejchuk, pubblicato sulla rivista *Palabra* nel 2016.
Un aneddoto decisivo: la prima donna che raccolse
Santa Teresa di Calcutta racconta che “la prima donna che ho visto l’ho raccolta io stesso dalla strada. Era quasi divorata dai topi e dalle formiche. L’ho portata in ospedale, ma non hanno potuto fare nulla per lei. L’hanno ricoverata solo perché mi sono rifiutato di andarmene finché non l’avessero accolta».
Da lì mi sono recato al municipio e ho chiesto loro un posto dove poter portare queste persone, perché proprio quel giorno ne avevo trovate altre che stavano morendo per strada”.
“Il funzionario sanitario del Comune mi portò al tempio, il Tempio di Kali, e mi mostrò il Darmashalah, dove la gente era solita riposarsi dopo aver pregato la dea Kali. Era un edificio vuoto; mi chiese se fossi disposto ad accettarlo. Ero davvero felice di poter avere quel luogo per molte ragioni, ma soprattutto sapendo che era un centro di culto e devozione per gli indù.
Nel giro di ventiquattro ore avevamo già portato lì i nostri pazienti e abbiamo iniziato a lavorare nella casa di cura per malati e moribondi indigenti. Da allora, abbiamo raccolto più di ventitremila persone dalle strade di Calcutta, delle quali circa il cinquanta per cento è deceduto”.
Assoluzione in un tribunale indiano
Quest'anno la congregazione ha vissuto un momento di grande gioia. In un sentenza storica che pone fine a una battaglia legale durata otto anni, il Tribunale civile di Ranchi (capitale dello Jharkhand) ha assolto una suora delle Missionarie della Carità, rimasta in carcere per oltre un anno, e altre due persone, accusate di traffico di minori nel 2018. Suor Mary Prema, all’epoca superiora, ha denunciato i “miti diffusi, le informazioni distorte e le notizie false” che sono state pubblicate.
Monsignor Theodore Mascarenhas, ex segretario generale della Conferenza Episcopale Cattolica dell’India (CBCI) e vescovo di Daltonganj, ha definito la sentenza “un trionfo della verità, della perseveranza e della fede”.
In un Messico segnato dalla povertà, un bambino scopre l’oscuro segreto che gli adulti che lo circondano nascondono e dovrà affrontare il risveglio del male senza perdere la propria innocenza.
Pablo Úrbez-5 settembre 2026-Tempo di lettura: 2minuti
Messico, 1986. Durante i mondiali di calcio, il piccolo Miguel e sua sorella María giocano con i bambini di altre famiglie nella tenuta Esmeralda, una piantagione di caffè un tempo fiorente. Gli adulti, che vedono litigare continuamente, si sforzano di risollevare le sorti economiche della famiglia e di strappare i propri figli alla miseria. Un giorno, Miguel scopre Felipe, un bambino rapito, nascosto nel ripostiglio di una casa abbandonata.
Miniserie in sei episodi prodotta da Netflix, tratta dal romanzo Io non ho paura dello scrittore italiano Niccolò Ammaniti. Nel 2003 era già stata trasposta sul grande schermo con lo stesso titolo, in un film diretto da Gabriele Salvatore. Se sia nel romanzo che in quel lungometraggio la trama era ambientata nell’Italia del 1978, l’adattamento al Messico del 1986 è davvero meritevole. I registi mantengono una netta distinzione tra il mondo infantile, caratterizzato da innocenza, onestà e sincerità, e il mondo degli adulti, pieno di egoismo e meschinità. La miniserie descrive il risveglio di questi bambini alla malvagità, ai quale reagiscono in modo davvero virtuoso.
Non ho paura ha molto in comune con i classici per ragazzi come I Goonies, E.T. o la recente Stranger Things, che racconta avventure in cui vengono esaltati l’eroismo e il valore dell’amicizia. Ma, al contempo, descrive anche situazioni cupe che sfiorano il terrore, con un tono di thriller sia nelle indagini sul caso che nell’angoscia vissuta dal bambino rapito. La piantagione di caffè ormai in declino, circondata da vaste foreste nebbiosose e dove è facile perdersi, offre una cornice ideale per lo svolgersi dell’azione, ed è proprio qui che risiede lo sforzo dell’adattamento. Inoltre, lo svolgimento della vicenda durante i Mondiali di calcio mette in luce i sogni e l’innocenza infantile nel seguire con emozione le partite, mentre anche il Paese intero è con gli occhi puntati sull’evento, e i rapitori mettono in atto il loro piano malvagio.
I sei episodi sono strutturati molto bene, con salti temporali ben definiti che offrono allo spettatore una visione d’insieme completa del rapimento. Le interpretazioni, specialmente quelle dei bambini, risultano molto convincenti. Tuttavia, come nota negativa, forse avrebbe potuto chiarire tutti i punti in sospeso nel finale, invece di lasciare così tante domande in sospeso, oltre a mostrare in che situazione si ritrovi ciascun personaggio alla fine.
Serie
Titolo: Non ho paura
Indirizzo: Ernesto Contreras, Alba Gil, Alejandro Zuno
Distribuzione: Luis Alberti, Fátima Molina, Humberto Busto
Vogliamo ciò che dovremmo voler; studiamo la facoltà che dovremmo studiare, e così passano i nostri giorni.
5 settembre 2026-Tempo di lettura: 2minuti
Una delle mie canzoni preferite si intitola “Una vita meravigliosa”, di Black, e dice che c’è magia ovunque si guardi. Ci sono persone che vivono senza rendersene conto.
Facevo volontariato in un ospedale. Una mattina mi trovavo accanto al letto di una signora di circa settant’anni che si lamentava della propria vita, non di quella presente, ma di quella passata. Costretta a letto, ripercorreva i propri ricordi e, senza rendersene conto, esprimeva le proprie lamentele ad alta voce, in modo che tutti potessero sentirle.
Mi ha colpito profondamente e, allo stesso tempo, mi ha pervaso un grande senso di tristezza, poiché nulla di ciò che rimpiangeva aveva una soluzione. Diceva di aver trascorso tutta la sua vita in piedi, dietro il bancone di una tabaccheria, lavorando più del dovuto.
La donna aveva la sensazione di aver vissuto poco o di non aver preso certe decisioni (come diceva santa Teresa d’Avila). Un giorno se ne rese conto: si svegliò, vide, capì che la vita è una sola, ma, trascinata dall’inerzia, aveva fatto ciò che doveva fare, lasciandosi trasportare dalla corrente. Perché non se ne era resa conto prima?
Nel nostro vita Non sempre ci sono grandi drammi o crisi; a volte è solo la sensazione di esserci, ma senza esserci del tutto. Vogliamo ciò che dovremmo voler; studiamo la facoltà che dovremmo studiare, e così passano i nostri giorni.
Seguiamo il ritmo della vita, che ci trascina perché è ciò che ci si aspetta da noi. Questa inerzia ci porta a rimandare ciò che ci sta davvero a cuore, perché crediamo che non sia il momento giusto per affrontarlo.
È un’esistenza inautentica, inadeguata, in cui ci si dimentica di sé stessi. Non perché sia necessariamente sbagliata, ma perché non ci siamo fermati a riflettere se vorremmo qualcosa di più dalla nostra vita. Quando viviamo così, non viviamo la nostra vita: semplicemente la trascorriamo, perdendo i momenti di magia.
È venuto a mancare Pedro Rodríguez García, fondatore e primo direttore della rivista “Palabra”
Teologo e docente presso l'Università di Navarra, fondò Parola nel 1965 e ha intrapreso una lunga carriera accademica e di ricerca legata alla Chiesa e al Concilio Vaticano II. Ha curato le edizioni critico-storiche di Camino e di Santo Rosario, di san Josemaría Escrivá, al quale nel 1967 rilasciò una storica intervista.
Pedro Rodríguez García, sacerdote della Prelatura dell’Opus Dei, teologo e professore ordinario emerito dell’Università di Navarra, è deceduto all’età di 93 anni. Rodríguez è stato il fondatore e primo direttore della rivista Parola, pubblicazione che è all’origine della l'attuale rivista Omnes e della casa editrice Ediciones Palabra.
Nato a Cartagena nel 1933, Pedro Rodríguez ha conseguito la laurea in Giurisprudenza e ha frequentato i corsi di dottorato presso l’Università Complutense di Madrid. Tra il 1956 e il 1959 risiedette a Roma, dove conseguì la laurea e il dottorato in Sacra Teologia presso l’Università Lateranense. In quegli anni conviveva quotidianamente con san Josemaría Escrivá. Fu ordinato sacerdote nel 1958 e incardinato nella Prelatura dell’Opus Dei.
Al suo ritorno a Madrid, nel 1959, si dedicò all’insegnamento della teologia presso il «Studium Generale» dell’Opus Dei e all’opera pastorale negli ambienti universitari. In quegli anni partecipò anche, insieme ai professori Alfredo García Suárez e José María Casciaro, all’avvio della Biblioteca di teologia grazie all’Università di Navarra, che intendeva promuovere il rinnovamento teologico nel contesto del Concilio Vaticano II.
Fondatore di Palabra
Nel settembre del 1965, all’inizio dell’ultima sessione del Concilio Vaticano II, Pedro Rodríguez fondò e assunse la direzione della rivista Parola per quattro anni. La rivista nacque come periodico mensile di analisi pastorale e teologica rivolto in particolare ai sacerdoti della Spagna e dell’America iberoamericana, con l’obiettivo di favorire l’accoglienza e l’applicazione degli insegnamenti del Concilio.
Con il passare degli anni, Parola ha ampliato i propri orizzonti fino a diventare un’importante rivista di informazione cristiana. La pubblicazione è stata inoltre all’origine della casa editrice Ediciones Palabra, che da allora ha svolto un’ampia attività di diffusione di libri di contenuto cristiano.
L'intervista a san Josemaría
Uno degli episodi più significativi del suo mandato alla guida di Parola è stata la Intervista a san Josemaría Escrivá pubblicata nell'ottobre del 1967. Pedro Rodríguez ha partecipato alla stesura del questionario, composto alla fine da 21 domande, riguardanti la Chiesa, il Concilio Vaticano II, il laicato e la vita cristiana.
L'intervista, con san Josemaría in copertina, fu presentata dallo stesso Rodríguez e in seguito costituì il primo capitolo di Conversazioni con monsignor Escrivá de Balaguer.
Un'ampia opera teologica
Dottore in Teologia e in Giurisprudenza, l’attività didattica e di ricerca di Pedro Rodríguez si è concentrata in particolare sull’ecclesiologia, con un’attenzione speciale alla sua dimensione ecumenica e spirituale. Nel corso della sua carriera ha pubblicato numerosi lavori di ricerca e edizioni di fonti.
Pedro Rodríguez è stato professore ordinario presso la Facoltà di Teologia dell’Università di Navarra dal 1974 e professore emerito dal 2003. Nel corso della sua carriera accademica ha ricoperto, tra le altre cariche, quelle di decano della Facoltà di Teologia, direttore degli Studi, direttore della Ricerca e direttore del Dipartimento di Ecclesiologia. Ha inoltre diretto Scripta Theologica, rivista di ricerca teologica dell'Università di Navarra.
La sua attività didattica e di ricerca si è concentrata in particolare sull’ecclesiologia, la teologia ecumenica, la storia della teologia e la ricezione del Concilio Vaticano II, nonché sulla teologia e la spiritualità di san Josemaría Escrivá. È stato inoltre nominato esperto da san Giovanni Paolo II per il Sinodo dei Vescovi per l’Europa del 1999 e ha presieduto la delegazione della Prelatura dell’Opus Dei alla III Assemblea Ecumenica Europea, tenutasi a Sibiu (Romania) nel 2007.
Tra i riconoscimenti ricevuti figurano l’appartenenza alla Pontificia Accademia di San Tommaso d’Aquino, alla quale è stato ammesso nel 1980, e la nomina a membro effettivo della Reale Accademia dei Dottori di Spagna nel 2006. Giovanni Paolo II gli ha inoltre conferito il titolo di Prelato d’Onore di Sua Santità.
Le quasi 1000 canzoni che Dolly Parton ha registrato nel corso della sua lunga carriera hanno abbracciato una vasta gamma di temi. Scomparsa all’età di 80 anni a causa di un tumore il 25 agosto nella sua casa di Nashville, nel Tennessee, ha dedicato la sua vita all’approfondimento degli insegnamenti biblici, e la sua fede è stata fonte di ispirazione per milioni di persone.
OSV / Omnes-4 settembre 2026-Tempo di lettura: 4minuti
– Kurt Jensen, OSV News
Nelle sue mille canzoni, Dolly Parton (1946-2026) non solo ha affrontato l’umiliazione della povertà, le vessazioni in un lavoro senza prospettive e le rivalità amorose, ma si è anche sentita a proprio agio con brani esplicitamente cristiani come “He’s Alive” del 1989 e “There Was Jesus”, pubblicato 30 anni dopo.
In effetti, la fede di Parton si è manifestata in modi concreti che hanno portato benefici a milioni di persone in tutto il mondo.
Sfacciata e stravagante sul palco, nella vita privata era discreta e equilibrata, e mai moralista. Preferiva dare l’esempio, investendo la sua ricchezza e la sua fama in opere filantropiche, con particolare attenzione ai più vulnerabili.
Amore per il prossimo fin dai primi anni di vita
Già da bambina, Parton — la quarta di dodici fratelli — sapeva per esperienza diretta come l’analfabetismo potesse far sprofondare le persone nella miseria. Poiché suo padre, Robert, un contadino del Tennessee orientale, non sapeva né leggere né scrivere, le sue opportunità lavorative erano molto limitate.
Ma Parton sapeva anche che il problema dell’analfabetismo poteva essere mitigato fin dalla più tenera età. Con questo obiettivo in mente, nel 1995 ha fondato Imagination Library, un’organizzazione che invia libri gratuiti e adatti all’età dei bambini di età inferiore ai 5 anni. Con un successo clamoroso sin dal suo esordio, Imagination Library aiuta attualmente 3 milioni di bambini ogni mese.
Un’altra difficoltà che ha segnato la giovinezza di Parton è stata la paura diffusa di contrarre la poliomielite. Nel 2020, quando la pandemia di COVID-19 ha iniziato a seminare un terrore simile in tutto il mondo, le è stato chiesto aiuto e, con discrezione, si è messa all’opera.
Senza fare troppo clamore, la Parton ha donato un milione di dollari alla ricerca sui vaccini presso il Centro medico dell’Università di Vanderbilt. Il suo amico, il dottor Naji Abumrad, le ha detto che un vaccino potrebbe essere ormai vicino. Il suo contributo ha dato vita al Fondo di ricerca Covid-19 Dolly Parton, che è stato fondamentale per lo sviluppo del vaccino Moderna.
Successo unanime
Parton stava già consolidando da tempo la sua carriera nella musica country quando, nel 1977, fece un grande balzo in avanti con “Here You Come Again”, che divenne il suo primo successo pop. Grazie a questo, divenne una figura di rilievo nazionale e la sua fama non è mai venuta meno.
Tre anni dopo, Parton fece il salto sul grande schermo recitando al fianco di Jane Fonda e Lily Tomlin nella popolare commedia ambientata in ufficio “9 to 5”. Il trio interpretava delle segretarie oppresse dalla tirannia di un capo lascivo (Dabney Coleman). Parton compose e incise la colonna sonora del film, che riscosse anch’essa un grande successo.
Dollywood, un parco a tema situato a Pigeon Forge, la sua città natale, è stato un altro dei progetti di successo di Parton. Ha dato un notevole impulso all’economia locale in una zona che molti avrebbero considerato troppo remota per ospitare una struttura ricreativa di tale portata.
Lezioni spirituali
La predilezione di Parton per i temi spirituali, così come la sua tendenza a prendere direzioni inaspettate, è stata una costante.
Nel 2012 ha recitato al fianco di Queen Latifah nel film ‘Joyful Noise’, che racconta la rivalità tra due membri del coro di una chiesa in un piccolo paese della Georgia.
Nove anni dopo, la Parton ha ricevuto un premio Christopher per il suo speciale natalizio del 2020, ‘Christmas on the Square’, un adattamento moderno del racconto breve di Charles Dickens del 1843, «A Christmas Carol». In quella che sarebbe stata la sua ultima interpretazione, Parton ha interpretato, come c’era da aspettarsi, un angelo adornato di strass.
In un articolo pubblicato a gennaio in occasione dell‘80° compleanno di Parton, Rita Buettner, editorialista della Catholic Review — l’organo di stampa dell’Arcidiocesi di Baltimora —, ha descritto la sua reazione alla recente nuova registrazione della canzone di Parton del 1977, ’Light of a Clear Blue Morning».
“Sono rimasta colpita dalla bellezza di questo regalo di Dolly. È una canzone di speranza, conforto e forza in un momento in cui tutti ne abbiamo particolarmente bisogno. È anche una canzone di fede”.
Fede nell'umanità, fede in Dio
Buettner ha continuato elogiando il modo in cui Parton “vive e dimostra chiaramente la propria fede. Ha fede nell’umanità, fede in uno scopo superiore, fede in Dio, fede nel futuro. So che Dolly non è cattolica. Ma siamo cristiani, siamo credenti e entrambi cerchiamo di vivere ogni giorno facendo un passo in più verso il cielo, o almeno così speriamo”.
“Non sempre lo dice apertamente”, ha proseguito Buettner. “Non ha bisogno di farlo. Lo trasmette attraverso la sua musica, utilizzando i doni che Dio gli ha concesso per regalare al mondo un po” più di luce, un po’ più di bellezza, un po’ più di gioia».
“Le canzoni di Dolly aiutano gli altri a sentirsi meno soli”, ha concluso Buettner. “Ci accompagnano nel viaggio della vita, per farci capire che non siamo gli unici a provare tristezza, difficoltà, momenti bui o amore”.
Oltre 50 anni di matrimonio
Molti ricordano, a questo proposito, “Islands In the Stream” (con Kenny Rogers), il cui messaggio centrale è l’amore come legame profondo, con la convinzione che insieme si possa superare qualsiasi cosa. Dolly Rebecca Parton sposò Carl Thomas Dean nel 1966 e una volta disse scherzosamente che Dean l’aveva vista esibirsi solo una volta. Alludeva al suo lato romantico, raccontando che lui faceva cose spontanee per sorprenderla, come scriverle poesie.
Parton ha dichiarato nel 2011: “Siamo davvero molto orgogliosi di il nostro matrimonio. ”È il primo per entrambi. E l’ultimo». Il 6 maggio 2016, Parton ha annunciato che lei e Dean avrebbero rinnovato i voti nuziali in occasione del loro 50° anniversario di matrimonio. Il 3 marzo 2025, Parton ha annunciato sui social media che Dean era morto nella sua casa di Nashville all’età di 82 anni.
“I Will Always Love You”
Un fatto forse meno noto è che Dolly Parton scrisse “I Will Always Love You” nel 1973 e la registrò originariamente nel 1974. Successivamente, la versione che la rese famosa fu quella di Whitney Houston, pubblicata nel 1992 per la colonna sonora del film ‘La guardia del corpo’, in cui Houston ha recitato al fianco di Kevin Costner.
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– Kurt Jensen è un critico ospite di OSV News.
– Questo articolo è stato pubblicato originariamente su OSV News ed è disponibile qui qui.
Leone XIV ricorda che la vita cristiana consiste nel scoprire la chiamata di Dio e nel rispondervi liberamente, accogliendo il sogno che il Signore ha per ogni persona.
4 settembre 2026-Tempo di lettura: 2minuti
“Mi chiedi se da bambino volessi diventare Papa. Beh, Renzo, credo di no. Credo di non averci mai pensato. Ma una cosa te la posso dire: fin da piccolo ho sentito il desiderio di dedicare la mia vita a Dio. Non sapevo ancora bene come né dove mi avrebbe condotto il Signore. Col tempo ho scoperto che Gesù mi chiamava a seguirlo come sacerdote, e che quella strada passava attraverso l’ordine di sant’Agostino. Ma questo non vale solo per me. Ogni bambino è un sogno di Dio”. Queste parole di Leone XIV si inseriscono in uno dei momenti più emozionanti vissuti durante il viaggio apostolico del Pontefice in Spagna lo scorso giugno.
La domanda innocente e tenera di Renzo, quel bambino proveniente da una famiglia in difficoltà, nascondeva nella semplicità con cui era formulata la questione fondamentale per ogni cristiano.
Dio non chiede a ciascuno di noi se vogliamo diventare Papa (meno male!), ma c’è una domanda che pone a tutti noi, ogni giorno della nostra vita: “Vuoi diventare un santo?”
E, giorno dopo giorno, reagiamo, con più o meno successo.
Questa è la vita cristiana.
Di recente ho letto che il discepolo è colui che cambia le proprie abitudini, i propri orari… per stare più vicino a Cristo.
Il discepolo lascia le reti; non perché le abbandoni, condannandole all’oblio e ai topi, ma perché mette quelle reti al servizio della missione.
Pietro non abbandonò la barca. Abbandonò la sua decisione riguardo ad essa, la sua dipendenza da essa e, affidandola nelle mani di Cristo, ne fece la Chiesa.
No, Dio non ci chiede se vogliamo conoscere il fine ultimo della nostra vita, né le vicissitudini che dovremo affrontare nel corso di essa – forse perché conosce le conseguenze degli infarti miocardici. Ci chiede se vogliamo collaborare, liberamente, al suo progetto, per realizzare il sogno di Dio di cui parlava Leone XIV a Renzo, quello che il Creatore nutre e custodisce per ciascuno di noi.
Dare vita alla risposta positiva a quella chiamata è ciò che definisce la nostra felicità, che è sempre condivisa.
Un pensatore e scrittore spagnolo sostiene che l’essere umano abbia un unico momento cruciale nella propria vita: quello in cui si rende conto di chi è. Non di cosa è o di cosa fa. Ma di chi è.
Che chi è è il contenuto di quella “piccola pietra bianca” in cui si trova “un nome nuovo, che nessuno conosce tranne colui che lo riceve” (Apocalisse 2, 17).
Il nome-pensiero di Dio, il sogno divino che ci ha dato la vita e che racchiude tutta la nostra felicità.
In occasione dell’ultima puntata della «serie» su Torreciudad, con il comunicato diffuso il 31 agosto scorso dal vescovo della diocesi di Barbastro Monzón, Ángel Pérez Pueyo, il L'Opus Dei ha reso nota la propria posizione in merito a questa controversia e ricorda alcuni punti chiave per comprendere un processo difficile in cui si scontrano due posizioni che sembrano non riuscire a trovare un accordo.
Infatti, nel comunicato in occasione della celebrazione della 47ªPellegrinaggio delle Vergini di Ribagorza e Sobrarbe presso l’eremo-santuario di Torreciudad, mons. Ángel Pérez Pueyo ha definito illegittima una «presunta» trattenuta dell’immagine originale di Nostra Signora degli Angeli di Torreciudad da parte dell’Opus Dei; ha messo in discussione l’operato del commissario pontificio e ha minacciato di dimettersi qualora la scultura non fosse stata restituita all’eremo-santuario originario (situato a pochi metri dal nuovo tempio).
La Vergine non è stata «portata via», né «separata dai suoi figli»
Il comunicato lascia intendere che la Vergine sia rimasta lontana dal suo popolo da quando, nel 1966, l’allora vescovo diocesano, mons. Jaime Flores, acconsentì al trasferimento della sede dell’immagine della Vergine (la cessione a titolo perpetuo era avvenuta nel 1962).
Questo punto è uno dei primi ad essere menzionato nel comunicato della Prelatura, in cui si sottolinea che «non è mai stato messo in discussione il fatto che la proprietà dell’immagine spetti alla diocesi. La controversia riguarda la portata e la validità dei diritti di utilizzo, custodia e collocazione stabiliti tramite accordi tra le parti».
Il comunicato è chiaro anche nel sottolineare, in particolare, la legalità, la trasparenza e la normalità dell’atto di trasferimento: «L’immagine non è stata trasferita in un altro centro abitato né allontanata da Torreciudad: è stata collocata, con autorizzazione documentata della diocesi, nella nuova chiesa costruita a pochi metri dall’eremo e all’interno dello stesso complesso devozionale.
La scultura non è mai stata sottratta clandestinamente. Sempre con l’autorizzazione del vescovo, è stata restaurata nel 1964 e nuovamente intorno al 1970, e dal 1975 presiede la pala d’altare di questo nuovo tempio, esposta pubblicamente alla venerazione di tutti i fedeli». Un punto che smentisce la versione del vescovo secondo cui l’immagine sarebbe stata «nascosta» ai fedeli della sua diocesi.
Il comunicato si mostra categorico di fronte a quella che definisce un’accusa offensiva e infondata. L’Opus Dei afferma che «è legittimo che attualmente esistano interpretazioni diverse riguardo agli effetti giuridici degli accordi. Spetta all’autorità competente risolverle. Ma una divergenza giuridica non può trasformarsi in un’accusa offensiva e infondata».
Il ruolo dell’Opus Dei nella conoscenza e nella devozione a Torreciudad
Uno degli aspetti che il comunicato mette in evidenza è la diffusione che la devozione alla Vergine di Torreciudad ha avuto grazie all’opera svolta dall’Opus Dei con il rinnovamento del complesso, il restauro della statua della Vergine e le iniziative di promozione della devozione organizzate dal Santuario.
A questo proposito, la prelatura ricorda i lavori di restauro, adeguamento e manutenzione del complesso, che comprendono anche l’eremo-santuario originario (di proprietà della Diocesi ma ceduto in perpetuo). Tra le altre cose, si sottolinea come «il nuovo tempio consenta alle persone anziane e alle persone con disabilità di avvicinarsi alla Vergine» e si ricorda che l’eremo originario è aperto e restaurato. Infatti, si sottolinea, «le fotografie storiche mostrano lo stato materiale dell’eremo e dei suoi annessi prima dei lavori. Le immagini attuali consentono di verificare il risultato dello sforzo di restauro, conservazione e accoglienza compiuto da molte persone, compresi i fedeli della diocesi».
L'antica cappella prima del restauro e della realizzazione dell'accesso
Il commissario plenipotenziario è stato richiesto dalla diocesi
Il 9 ottobre 2024, il bollettino quotidiano della Santa Sede riportava la nomina di Mons. Alejandro Arellano Cedillo, Decano del Tribunale della Rota Romana, come «commissario pontificio plenipotenziario» per Torreciudad, ovvero un delegato del Papa che ha l’autorità di agire in suo nome in questioni specifiche.
In questo tipo di casi, il commissario dispone di pieni poteri per prendere decisioni e intraprendere azioni in ambito ecclesiastico e amministrativo. Questo tipo di commissario è nominato dal Papa e la sua funzione può comprendere sia aspetti giudiziari che esecutivi all’interno della Chiesa.
In quel momento, la diocesi non solo manifestò, insieme alla prelatura dell’Opus Dei, la propria totale fiducia nell’operato del commissario, ma, in alcune dichiarazioni rilasciate a un organo di stampa locale, Pérez Pueyo sottolineava che tale intervento della Santa Sede era avvenuto su richiesta della diocesi di Barbastra, non essendo stato possibile raggiungere un accordo soddisfacente negli incontri tenuti da entrambe le parti da quando, nel luglio 2023, erano iniziate le divergenze. Tuttavia, nell’ultimo comunicato diocesano, il vescovo manifesta il proprio disaccordo con l’operato di Arellano Cedillo.
Torreciudad si appresta ad affrontare una settimana ricca di eventi: il 5 settembre si terrà la citata processione, mentre il 12 il commissario plenipotenziario presiederà la Giornata Mariana della Famiglia, alla quale, da 33 anni, partecipano migliaia di persone provenienti da tutta la Spagna. Nel frattempo, l’Opus Dei continua ad auspicare che l’autorità competente risolva una controversia che non fa altro che generare una situazione spiacevole e triste.
Un Papa americano: l’impronta degli Stati Uniti su Leone XIV
Il fatto che Leone XIV sia il primo Papa nato negli Stati Uniti rappresenta un evento storico di enorme importanza, sebbene la sua esperienza pastorale internazionale e il suo prolungato impegno in America Latina abbiano dato forma a una leadership chiaramente universale.
Qualche giorno fa, al termine del suo soggiorno estivo a Castel Gandolfo e prima di recarsi a San Marino, Leone XIV ha concesso un’importante intervista alla NBC. Gli argomenti trattati sono stati molti, anche se il Papa ha sottolineato come tratti particolarmente positivi degli Stati Uniti questi due: l’amore per la libertà e la capacità di accogliere persone di ogni provenienza ed etnia. Ma più che gli argomenti trattati, forse l’importanza particolare dell’intervista è stata quella di mettere in primo piano, per la prima volta, il Papa nordamericano. In questo senso sembra necessario cercare di spiegare cosa aggiunga al Papa il fatto di essere nato negli Stati Uniti, e cosa aggiunga agli Stati Uniti l’esistenza, per la prima volta nella storia, di un Papa con radici statunitensi.
L’influenza americana nel pontificato di Leone XIV
Il fatto di essere nato negli Stati Uniti ha influenzato il pontificato di Leone XIV sotto diversi aspetti.
Innanzitutto, possiede una conoscenza diretta del funzionamento delle istituzioni democratiche statunitensi, della cultura politica del Paese e del ruolo che la religione riveste all’interno di una società pluralistica.
Gli Stati Uniti ospitano una delle comunità cattoliche più numerose al mondo, sebbene caratterizzate da alcune divisioni sia su questioni dottrinali che politiche. Negli ultimi anni, i cattolici statunitensi si sono trovati coinvolti in dibattiti relativi all’aborto, all’immigrazione, alla libertà religiosa, all’identità di genere, alla giustizia sociale e alla polarizzazione partitica. In questo contesto, Leone XIV ha cercato di trasmettere un'immagine di unità, ricordando che la Chiesa non può diventare uno strumento al servizio di alcuna ideologia politica. Proprio uno dei principali effetti della sua elezione è stato il rafforzamento della visibilità internazionale della Chiesa cattolica statunitense. L’elezione di Leone XIV è stata interpretata da molti fedeli statunitensi come il riconoscimento della maturità raggiunta dal cattolicesimo nel Paese.
Tuttavia, lo stesso Papa ha sottolineato fin dall’inizio del suo pontificato che la sua responsabilità va oltre qualsiasi identità nazionale. In diverse occasioni ha precisato che il Vescovo di Roma non rappresenta gli interessi di uno Stato specifico, ma esercita un ministero universale rivolto a tutta la Chiesa cattolica.
Per quanto riguarda l’influenza esercitata sugli Stati Uniti, Leone XIV ha cercato di diventare un punto di riferimento morale piuttosto che un attore politico. I suoi interventi hanno mirato a ricordare che la democrazia richiede dialogo, rispetto delle istituzioni e ricerca del bene comune, evitando di alimentare la crescente polarizzazione che caratterizza la politica statunitense.
Il Papa e Donald Trump
Uno degli aspetti più analizzati dai media è stato il rapporto tra Leone XIV e il presidente Donald Trump. Fin dall’inizio del suo pontificato, Leone XIV ha mantenuto un atteggiamento di rispetto istituzionale nei confronti del governo statunitense, seguendo la tradizione diplomatica del Vaticano di collaborare con tutti i governi legittimamente costituiti. Tuttavia, ciò non ha impedito che sussistessero divergenze su alcune questioni di natura etica e sociale.
Le differenze più evidenti si sono manifestate in materia di politiche migratorie. Leone XIV ha ripetutamente sostenuto che i migranti debbano essere trattati con dignità e che gli Stati abbiano l'obbligo di conciliare la protezione dei propri confini con il rispetto dei diritti fondamentali delle persone.
Questa posizione è pienamente in linea con la dottrina sociale della Chiesa ed è stata interpretata da numerosi analisti come una critica indiretta ad alcune delle politiche migratorie promosse da Donald Trump. Tuttavia, le divergenze tra i due non comportano una rottura istituzionale. La Santa Sede mantiene relazioni diplomatiche stabili con gli Stati Uniti e continua a collaborare su questioni relative alla libertà religiosa, agli aiuti umanitari, alla difesa delle minoranze cristiane perseguitate e alla ricerca di soluzioni pacifiche a diversi conflitti internazionali.
Un Papa al di là delle etichette politiche
Per quanto riguarda i principali partiti politici statunitensi, Leone XIV ha evitato qualsiasi identificazione ideologica. Sebbene alcuni settori conservatori ritenessero che un Papa nato negli Stati Uniti potesse mostrarsi particolarmente vicino al Partito Repubblicano a causa della difesa della vita, della famiglia o della libertà religiosa, le sue prime azioni hanno dimostrato una posizione molto più complessa. Pur mantenendo la dottrina tradizionale della Chiesa sulle questioni morali, ha anche difeso con fermezza la giustizia sociale, la tutela dei lavoratori, l’accoglienza degli immigrati, la tutela dell’ambiente e la lotta alla povertà, temi che solitamente ricevono maggiore attenzione da parte del Partito Democratico.
Da un punto di vista internazionale, l’elezione di un Papa statunitense ha avuto anche importanti ripercussioni diplomatiche. Numerosi osservatori hanno sottolineato che la sua nazionalità potrebbe rafforzare la capacità di dialogo tra il Vaticano e Washington. Tuttavia, il primo anno di pontificato dimostra che Leone XIV ha scelto di mantenere una politica estera basata sulla neutralità attiva, sulla mediazione internazionale e sulla ricerca del dialogo tra gli Stati. Il suo operato conferma che l’origine nazionale del pontefice non determina automaticamente le priorità diplomatiche della Santa Sede.
In definitiva, Leone XIV rappresenta una figura singolare nella storia contemporanea della Chiesa cattolica. Il fatto che sia il primo Papa nato negli Stati Uniti costituisce un evento storico di enorme importanza, sebbene la sua esperienza pastorale internazionale e il suo lungo operato in America Latina abbiano plasmato una leadership chiaramente universale. Piuttosto che agire come rappresentante degli interessi statunitensi, Leone XIV ha cercato di consolidare un papato orientato al dialogo, alla pace, alla giustizia sociale e alla promozione della dignità umana, riaffermando il carattere globale del ministero petrino in un contesto internazionale caratterizzato dalla polarizzazione politica e da profonde sfide sociali.
L'autoreRafael Navarro-Valls
Professore emerito dell’Università Complutense e presidente onorario dell’Unione Internazionale Iberoamericana di Giurisprudenza.
Il debito dell’amore: la correzione fraterna. XXIII domenica del tempo ordinario (A)
Vitus Ntube ci illustra le letture della XXIII domenica del tempo ordinario (A), corrispondente al 6 settembre 2026.
Vitus Ntube-3 settembre 2026-Tempo di lettura: 2minuti
La seconda lettura ci offre la chiave per comprendere sia la prima lettura che il Vangelo. È come il dorso di un libro, che tiene unite le diverse pagine della liturgia odierna in un unico messaggio. San Paolo scrive: “Non dovete nulla a nessuno, se non l'amore reciproco; perché chi ama ha adempiuto al resto della legge".
Abbiamo tutti il dovere di amarci gli uni gli altri. L’amore assume molte forme, e le letture di oggi ci invitano ad abbracciare una delle sue espressioni più impegnative e belle: la correzione fraterna. Amiamo gli altri non solo incoraggiandoli e servendoli, ma anche aiutandoli a crescere nella santità, a superare i propri difetti e a lasciarsi alle spalle tutto ciò che li separa da Dio.
La vita cristiana non è fatta per essere vissuta in isolamento. Dio ci ha resi responsabili gli uni degli altri. Ognuno di noi ha delle debolezze e dei punti ciechi che spesso ci risulta difficile riconoscere da soli. Per autentica carità, Dio mette nella nostra vita altre persone per aiutarci a perseverare sulla via della virtù.
Questo è il messaggio del profeta Ezechiele nella prima lettura: “A te, figlio dell’uomo, ti ho posto come sentinella nella casa d’Israele; quando sentirai una parola dalla mia bocca, li avvertirai da parte mia”. Una sentinella che vede avvicinarsi il pericolo e rimane in silenzio non sta adempiendo alla propria missione. Allo stesso modo, l’amore cristiano a volte ci impone di dire una verità difficile.
Il Vangelo ci rivela lo scopo di tale correzione. Gesù dice: “Se tuo fratello pecca contro di te, rimproveralo quando siete soli. Se ti ascolta, hai salvato tuo fratello”. L’obiettivo non è dimostrare che abbiamo ragione, ostentare una presunta superiorità morale né umiliare un’altra persona. L’obiettivo è salvare un fratello o una sorella. La vera correzione fraterna cerca sempre il vero bene dell’altro.
Ma il dovere di correggere gli altri implica anche il dovere di lasciarci correggere. Chi è disposto a praticare la correzione fraterna deve essere altrettanto disposto a riceverla. Infatti, la nostra resistenza a correggere gli altri può essere dovuta, a volte, alla nostra stessa mancanza di disponibilità ad accettare la correzione. Esitiamo a segnalare i difetti altrui perché noi stessi ci opponiamo al fatto che ci vengano segnalati i nostri.
Amy-Jill Levine, studiosa ebrea della Bibbia: “Potremo non essere d’accordo, ma possiamo collaborare con i cristiani”
La studiosa biblica Amy-Jill Levine, di fede ebraica, è stata eletta presidente dell’Associazione Biblica Cattolica, che promuove il dialogo tra studiosi biblici cristiani ed ebrei. “Avremo divergenze su questioni teologiche fondamentali, ma possiamo collaborare”, afferma Levine. Inoltre, “la demonizzazione non si basa su dati concreti, né è la norma”.
OSV / Omnes-3 settembre 2026-Tempo di lettura: 7minuti
- Gina Christian, Notizie OSV
Amy-Jill Levine è la prima persona di fede ebraica a dirigere l'Associazione Biblica Cattolica, che in precedenza era stata presieduta da diversi accademici di fede cattolica romana e protestante.
Levine, esperta di Nuovo Testamento e riconosciuta a livello internazionale, è la illustre titolare della cattedra “Rabbi Stanley M. Kessler” di Nuovo Testamento e Studi ebraici presso l’Università Internazionale di Hartford per la Religione e la Pace, nonché professoressa emerita di Nuovo Testamento e Studi ebraici presso l’Università di Vanderbilt.
Il vescovo Joseph C. Bambera, presidente del comitato per gli affari ecumenici e interreligiosi della Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti, ha espresso il suo fermo sostegno alla studiosa della Bibbia Amy-Jill Levine di fronte alle reazioni antisemite. Ora, Amy-Jill Levine ha rilasciato un’intervista a OSV News.
Qual è la sua visione per l’Associazione Biblica Cattolica e in che modo spera di contribuire a guidarla e a plasmarla nel suo ruolo di presidente?
– Levine: Durante il mio mandato di un anno, collaborerò con il consiglio direttivo e i soci per portare avanti gli obiettivi dell'associazione, tra cui la promozione dell'eccellenza negli studi biblici.
Vorrei inoltre continuare la mia collaborazione con il clero cattolico e di altre confessioni, nonché con gli educatori religiosi, per contribuire a sradicare l’insegnamento antisemita che deriva da un insieme di ignoranza e mancanza di sensibilità.
Vorrei collaborare con la Conferenza dei Vescovi Cattolici degli Stati Uniti per contribuire a garantire che i libri di testo utilizzati nelle scuole parrocchiali, nella catechesi e nella predicazione non diffondano messaggi antisemiti.
Che significato assume questa storica nomina nel contesto più ampio delle relazioni tra cattolici ed ebrei dopo 'Nostra Aetate' la Dichiarazione del Concilio Vaticano II sul rapporto della Chiesa con le religioni non cristiane?
– Levine: È una prova inequivocabile del ravvicinamento tra la Chiesa cattolica e gli ebrei negli ultimi 60 anni. Papa Benedetto XVI ha scritto (nel suo libro del 2011, “Gesù di Nazaret, Parte Seconda”) che “dopo secoli di antagonismo, ora vediamo che il nostro compito è quello di mettere in dialogo i nostri due modi di rileggere i testi biblici —quello cristiano e quello ebraico— se vogliamo comprendere correttamente la volontà di Dio e la sua parola”.
Nella ‘Evangelli gaudium’, Papa Francesco ha scritto che “Dio continua ad agire tra i popoli dell’Antica Alleanza e a far sgorgare tesori di saggezza che nascono dal loro incontro con la sua Parola. Per questo motivo, anche la Chiesa si arricchisce accogliendo i valori dell’ebraismo”.
La mia nomina, quindi, è in linea con gli insegnamenti della Chiesa. È un segno della fiducia e del rispetto che mi vengono dimostrati, così come alla CBA.
Forse questo incarico mi consentirà di lavorare maggiormente con il clero cattolico e gli educatori religiosi per dimostrare che comprendere Gesù e Paolo richiede la conoscenza delle pratiche e delle credenze ebraiche del I secolo. E che non è necessario screditare l’ebraismo né utilizzarlo come contrappunto negativo per far apparire Gesù sotto una luce positiva.
Il vescovo Joseph C. Bambera di Scranton, in Pennsylvania, presidente del Comitato per gli affari ecumenici e interreligiosi della Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti, e la studiosa della Bibbia Amy-Jill Levine, in una foto insieme. (Foto di OSV News/Per gentile concessione di Tyler Orsburn/Daniel DuBois).
Potrebbe dirci qualcosa in più su qualche altro obiettivo? Ad esempio, riguardo alla collaborazione tra cristiani ed ebrei?
- Levine: Forse questo incoraggerà la Conferenza Episcopale Cattolica degli Stati Uniti (USCCB), i seminari e le case editrici a mettere a disposizione dei lettori cattolici informazioni più complete sull'interpretazione biblica ebraica, sul contesto ebraico dei Vangeli e di Paolo, e la storia delle relazioni ebraico-cattoliche.
Forse potrà servire a informare gli ebrei, molti dei quali ignorano i cambiamenti intervenuti nella dottrina della Chiesa a partire dalla “Nostra Aetate”, degli enormi progressi che sono stati compiuti.
In questo dialogo, non rinunciamo alle peculiarità delle nostre tradizioni in nome della sensibilità interreligiosa. Avremo divergenze su questioni teologiche fondamentali, che non troveranno soluzione fino all’avvento completo dell’era messianica.
Ma nel frattempo possiamo collaborare imparare gli uni dagli altri e sostenerci a vicenda quando si manifesta l'odio.
Come riassumerebbe, per il fedele medio della chiesa e della sinagoga, l’importanza della collaborazione tra studiosi cattolici, cristiani ed ebrei nella ricerca biblica?
– Levine: Siamo più forti quando svolgiamo questo lavoro insieme, quando riusciamo a individuare le lacune nella conoscenza e quando possiamo arricchire il testo con diverse domande che nascono dalle nostre tradizioni.
Dal punto di vista ebraico, la lettura del Nuovo Testamento fa parte della storia ebraica. Maria e Gesù erano ebrei; lo sono anche Paolo, Pietro e Giacomo, che non hanno mai perso, negato né rifiutato tale identità. Il mio lavoro può colmare alcuni aspetti della mia storia personale che la sinagoga non ha conservato.
Per quanto riguarda la posizione cristiana, il documento della Pontificia Commissione Biblica del 2002, ‘Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana’, afferma: “Il dialogo è possibile, poiché ebrei e cristiani condividono un ricco patrimonio comune che li unisce. È estremamente auspicabile che i pregiudizi e le incomprensioni vengano gradualmente eliminati da entrambe le parti, a favore di una migliore comprensione del patrimonio che condividono e per rafforzare i legami che li uniscono”.
“Riscoprire la nostra storia comune, comprendere meglio perché e in che modo le nostre opinioni divergono”
- Levine: Leggendo insieme, possiamo scoprire quali significati avessero i testi nei loro contesti originali, come siano stati interpretati nel corso del tempo e come ebrei e cristiani siano giunti a trarre messaggi diversi dalle Scritture condivise. Questo lavoro è illustrato nel libro che ho scritto insieme a Marc Z. Brettler, *La Bibbia con e senza Gesù: come ebrei e cristiani leggono le stesse storie in modo diverso*.
Siamo inoltre coeditori del ‘Nuovo Testamento annotato ebraico’ (attualmente alla terza edizione, pubblicata nel 2026 dalla Oxford University Press). Le note e i saggi contenuti in questo volume dimostrano la profonda influenza delle origini cristiane sulle fonti e sulle pratiche ebraiche. Studiando i testi insieme, impariamo di più sui nostri vicini e anche su noi stessi.
Possiamo riscoprire la nostra storia comune, comprendere meglio perché e in che modo le nostre opinioni divergono, osservare come sono cambiati i nostri rapporti nel corso dei secoli e riconoscere che la demonizzazione non si basa su dati concreti, né rappresenta la norma.
Quali ambiti degli studi biblici offrono attualmente prospettive di ricerca significative?
– Levine: Gli studiosi del Nuovo Testamento stanno riconoscendo l'importanza di considerare Gesù e Paolo come ebrei del I secolo.
Ci rendiamo conto che Gesù non sta abolendo la Torah, ma, anzi, la sta rendendo più rigorosa. Al comandamento contro l’omicidio aggiunge un comandamento contro la collera; al comandamento contro l’adulterio aggiunge un comandamento contro la lussuria. Questi versetti del Discorso della Montagna non sono antitesi, ma intensificazioni.
Per quanto riguarda la questione del ‘occhio per occhio’ contrapposta al ‘porgere l’altra guancia’, sappiamo che gli ebrei non si dedicano a cavare gli occhi alla gente. Piuttosto, l’ebraismo rabbinico chiarisce che, in caso di lesioni fisiche, la vittima deve essere risarcita. Pertanto, i rabbini si riferiscono alla responsabilità dell’aggressore.
Gesù cita il principio ‘occhio per occhio’ e poi cambia argomento, parlando di uno schiaffo sulla guancia destra, un colpo dato con il dorso della mano inteso a rimproverare, non a ferire. Successivamente, dà istruzioni non all’aggressore, ma alla vittima.
San Paolo e la Torah
Per quanto riguarda la purezza rituale, oggi riconosciamo che Gesù non disdegna le leggi sulla purezza, ma riporta le persone a uno stato di purezza. Inoltre, grazie all’archeologia, comprendiamo meglio l’importanza che la purezza e altre pratiche ebraiche rivestivano per gli ebrei del I secolo. Tali pratiche riaffermavano l’identità ebraica nonostante la pressione romana e trasformavano l’ebraismo in uno stile di vita, più che in un semplice sistema di credenze.
Prendiamo sul serio Paolo come ‘Apostolo dei Gentili’ e, pertanto, comprendiamo che i suoi commenti sulla Torah non sono rivolti agli ebrei. Il suo interesse risiede nel convincere i gentili ad adorare il Dio d’Israele, ma non come convertiti al giudaismo — poiché in tal caso solo gli ebrei adorerebbero Dio, e gli ebrei in generale si aspettavano che nell’era messianica le nazioni si rivolgessero al Dio d’Israele senza convertirsi — bensì come gentili in Cristo.
Come risponderebbe alle reazioni antisemite, soprattutto sui social media, in merito alla sua nomina?
– Levine: Da quando le mie scelte sono state rese pubbliche, sono stata accusata di essere la figlia di Satana, una cannibale, una che cerca di distruggere la Chiesa, una sostenitrice del genocidio palestinese, una nemica di Gesù e della Chiesa, ecc. Alcune persone hanno contattato l’ufficio della CBA per chiedere la mia destituzione.
Fin da bambina, non solo ho studiato, ma ho anche apprezzato la bellezza del culto e delle tradizioni cattoliche. In qualità di persona che ha dedicato la propria vita a promuovere migliori relazioni tra ebrei e cristiani, con particolare attenzione al cattolicesimo, trovo tutto ciò triste e un chiaro segno del potere persistente del antisemitismo.
I lettori che si chiedono come un ebreo che non riconosce Gesù come il Messia possa presiedere un’associazione dedicata agli studi biblici cattolici non sono antisemiti. È una domanda legittima. L’associazione ha avuto presidenti protestanti e non ricordo che le loro nomine abbiano suscitato reazioni violente. (Nota dell’editore: gli ex presidenti della CBA, Paul J. Achtemeier e Charles H. Talbert, appartenevano a denominazioni protestanti; Talbert era un pastore battista).
Sono membro della CBA da decenni, ho fatto parte di numerosi comitati della CBA, ho tenuto corsi presso il Pontificio Istituto Biblico di Roma, ho sviluppato numerosi programmi per scuole primarie e secondarie cattoliche (soprattutto in Australia) e ho difeso la dottrina cattolica davanti a ebrei, protestanti e persone senza affiliazione religiosa che non conoscevano la fede. Il mio lavoro ha rafforzato la fede cristiana e migliorato le relazioni tra ebrei e cristiani.
Lei rispetta i principi fondamentali della tradizione cattolica.
- Levine: Non metto in discussione i fondamenti della tradizione cattolica, come l’Incarnazione, la Resurrezione, ecc. Pur non condividendo queste credenze, posso onorarle, rispettarle e persino attribuir loro un significato aggiuntivo collocandole nel loro contesto storico.
Per quanto riguarda l’Incarnazione, mi interessano i racconti ebraici sulle nascite miracolose, la descrizione del Logos fornita dal filosofo ebreo Filone, il modo in cui le storie della Natività sarebbero state recepite dai primi destinatari e il loro rapporto con le Scritture di Israele.
Mi interessa molto anche Maria: com’era la vita delle donne ebree in Galilea, come la sua storia venga presentata in modo diverso nei Vangeli, come i testi del II e III secolo raccontassero le vicende della sua infanzia e della sua morte.
La Resurrezione
Per quanto riguarda la Resurrezione, mi interessa collocare i racconti ad essa relativi nel contesto delle diverse visioni ebraiche sulla resurrezione o sulla vita dopo la morte, e su come tali visioni siano cambiate nel corso del tempo. A partire dai disaccordi tra farisei e sadducei, passando per l’insistenza rabbinica sulla resurrezione del corpo, fino alla messa in discussione di questa idea da parte del movimento riformista nel XIX secolo e alle diverse opinioni ebraiche attuali.
Mi interessa anche capire in che modo la fede nella resurrezione di Gesù abbia cambiato il modo di agire delle persone, sia all’epoca che in seguito.
Non è necessario credere nella dottrina cattolica (la cui formulazione è in parte post-biblica, come nel caso dei credi) per interpretare, ad esempio, il Vangelo secondo Matteo come un testo che proclama la signoria di Gesù.
Bisogna sempre leggere le Scritture altrui con generosità e benevolenza. In questo processo, mi considero un’alleata della tradizione cattolica.
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Gina Christian è una giornalista multimediale di OSV News. Potete seguirla su X @GinaJesseReina.
Questa intervista è stata originariamente pubblicata su OSV News ed è possibile consultarla qui.
Il 22 settembre, l’Università Villanueva ospiterà un dibattito aperto sull’Opus Dei tra Jack Valero, portavoce dell'istituzione nel Regno Unito, e María José Atienza, direttrice di Omnes.
Omnes-2 settembre 2026-Tempo di lettura: < 1minuto
Il Università Villanueva ospiterà, martedì prossimo, 22 settembre, un dibattito aperto sull’Opus Dei tra Jack Valero, portavoce dell'istituzione nel Regno Unito, e María José Atienza, direttrice di Omnes.
Il dialogo si inserisce nel contesto della presentazione del libro “L’Opus Dei senza filtri”, pubblicato da Almuzara, in cui Valero raccoglie le storie di quasi una ventina di persone che fanno parte dell’Opus Dei, molto diverse tra loro per cultura, origini e situazioni.
Questo dialogo intende mettere in luce alcune delle domande più frequenti su questa istituzione della Chiesa cattolica, nonché i preconcetti, le realtà e i miti relativi alla prelatura personale.
L’Opus Dei, che nel 2028 festeggerà il suo primo centenario, è una delle istituzioni che suscita maggiore interesse e commenti in tutti gli ambienti, sia all’interno che all’esterno della Chiesa.
Il dibattito, a porte aperte, si terrà il 22 settembre alle ore 19:30 nell’Aula Magna dell’Università Villanueva, (Via Costa Brava, 6, 28034 Madrid)
Secondo la Commissione Teologica Internazionale, la questione ecologica è di natura teologica
La Commissione Teologica Internazionale, presieduta dal cardinale Victor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, ha appena pubblicato il documento ‘Prendersi cura della nostra casa comune. Una risposta responsabile e fraterna al Dio trinitario’, in cui conclude che la cura del Creato è una questione teologica.
Francisco Otamendi-2 settembre 2026-Tempo di lettura: 6minuti
La Commissione Teologica Internazionale (CTI) ha pubblicato il 2 settembre un ampio documento di 148 punti e 233 note a piè di pagina, intitolato ‘Prendersi cura della nostra Casa comune. Una risposta responsabile e fraterna al Dio trinitario’. Subito dopo, l’agenzia vaticana ha pubblicato un informazioni in cui ne riassume i punti salienti.
Due delle tesi principali evidenziate nel documento redatto da la CTI, organo presieduto dal Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, il cardinale Victor Manuel Fernández, sono incluse nei punti finali, ‘Conclusione e prospettive’. In primo luogo, che “dal punto di vista cristiano, la questione ecologica si traduce in ultima analisi in una questione teologica” (n. 144)
Allo stesso tempo, ritiene che il degrado ambientale sia allarmante e che sia necessario intervenire con urgenza a favore della sostenibilità del pianeta.
Con l'autorizzazione di Papa Leone XIV
Il articolo Un comunicato di sintesi in diverse lingue diffuso dall'Ufficio Stampa del Vaticano afferma che il documento ha “l'autorizzazione di Leone XIV” ed è frutto di riflessioni svoltesi tra il 2022 e il 2025.
Come rispondere, da una prospettiva cristiana, alla “crisi ecologica e sociale”, “miope e suicida”, in cui è precipitata l’umanità? Questa è la domanda su cui si basa il nuovo documento della Commissione Teologica Internazionale (CTI), intitolato “Prenderci cura della nostra Casa comune”, riporta Vatican News.
Origine del documento e sviluppo
Il testo include come nota preliminare che la Commissione Teologica Internazionale “non è un gruppo di teologi che si riuniscono semplicemente per redigere un testo, bensì uno spazio di libero scambio e dialogo che si nutre delle ricche prospettive di persone diverse con origini ecclesiali e socioculturali differenti”.”
Spiega che, nel corso del suo decimo quinquennio, la Commissione ha approfondito il tema della creazione alla luce della rivelazione della Trinità in Cristo, con riferimento all'impegno di custodire e proteggere la nostra casa comune.
E precisa inoltre che “il lavoro è stato svolto da una sottocommissione speciale, presieduta dalla professoressa Alenka Arko e composta dai seguenti membri: Rev. Gabino Uríbarri Bilbao, SJ, Rev. Peter Dubovský, SJ, Rev. Edouard Adé, Rev. John Junyang Park, il Rev. Thomas Kollamparampil, CMI, il Rev. Nicholaus Segeja M’Hela, il Rev. Yury Avvakumov, il Rev. Jorge J. Ferrer, SJ († 2024), il Rev. Marek Jagodzínski († 2025)”.
Mons. Piero Coda: l’urgenza della crisi ecologica
Le riunioni della Sottocommissione e le sessioni plenarie della Commissione, tenutesi tra il 2022 e il 2025 sotto il coordinamento del Segretario Generale, Mons. Piero Coda, si sono concluse con un testo approvato a maggioranza dai membri della Commissione tramite votazione durante la riunione virtuale del 23 luglio 2026.
Il segretario generale ha sottolineato che “l’urgenza della crisi ecologica che interpella la famiglia umana” ha spinto a proporre “una riflessione che stimoli a riscoprire e a valorizzare «il fondamento teologico della cura della Casa comune al di là della situazione di estrema gravità in cui ci troviamo»» (n. 6). Questo è l’obiettivo dell’ultimo documento elaborato dalla Commissione Teologica Internazionale, ora pubblicato.
“Ci basiamo in particolare sulla teologia delle Chiese ortodosse”
Un altro dato di interesse è che, partendo dalla teologia latina occidentale e dai contributi della spiritualità e della teologia delle Chiese cattoliche orientali, “ci basiamo in particolare sulla teologia delle Chiese ortodosse, nonché su analisi provenienti da diverse visioni del mondo. In questo modo, intendiamo contribuire alla promozione di un’ecologia integrale — come quella sostenuta da Laudato si' , in particolare nel capitolo IV, e Magnifica humanitas[15] — e alla conversione ecologica”.
Tre capitoli. Il primo: l’impronta divina e trinitaria nella Creazione
Il documento della Commissione è suddiviso in tre capitoli. Nel primo – ’La Casa comune, opera del Dio trinitario’ – viene sottolineata “l’impronta non solo divina, ma anche trinitaria” presente nella Creazione, illustrata attraverso gli insegnamenti di quattro santi dottori della Chiesa: Agostino di Ippona, Ildegarda di Bingen, Bonaventura da Bagnoregio e Tommaso d’Aquino.
In questo capitolo viene inoltre approfondito il dialogo con alcune visioni scientifiche e filosofiche del cosmo – ad esempio l’immanentismo, il panteismo e il soprannaturalismo –, spiegando come la fede nel Dio creatore offra qualcosa che la scienza non può fornire, anche se quest’ultima indaga “legittimamente” sulle prime fasi dell’universo, spiega l’agenzia vaticana.
Papa Leone XIV riceve le offerte di una famiglia durante la celebrazione della Messa presso il centro Borgo Laudato Si’ di Castel Gandolfo, in Italia, il 1° settembre 2026, in occasione della Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato. (Foto di OSV News/Mario Tomassetti, Vatican Media.
Secondo capitolo: l'essere umano nella Casa comune
Il secondo capitolo – L’essere umano nella Casa comune – inizia con una riflessione sull’essere umano creato “a immagine e somiglianza di Dio”, il che permette di ribadire che le differenze – di etnia, genere, cultura, condizione sociale o economica – non implicano in alcun modo una gerarchia, sottolinea. Utilizzare tali differenze per discriminare o sottomettere l’altro si allontana dal disegno di Dio.
Dati e argomentazioni allarmanti sul degrado ambientale
La CTI riassume inoltre alcuni dati “molto allarmanti sul degrado ecologico”: la scomparsa della biodiversità, “fattore chiave” per la sicurezza alimentare; l’inquinamento atmosferico; il peggioramento della qualità dell’acqua; la guerra, che accelera “brutalmente” la distruzione dell’ambiente; e le conseguenze “gravissime” di tutto ciò sui più poveri, sfruttati nelle loro risorse naturali e costretti a migrare.
La Commissione si allinea al proprio segretario generale e ritiene che, di fronte a una crisi ecologica “senza precedenti”, non bastino le soluzioni scientifiche e tecniche – quali cambiamenti sostanziali nei sistemi di produzione, consumo, trasporto e uso dell’energia –, ma sia necessario anche, e soprattutto, “un cambiamento nei valori culturali”, una vera e propria conversione ecologica nello stile di vita.
“Peccato contro il Creato e contro il Creatore”
Il documento propone in seguito di parlare di “peccato contro il Creato e contro il Creatore”, una formulazione teologica che collega il danno ambientale al rifiuto del disegno divino della creazione.
Il momento storico attuale, sottolinea il testo, “richiede a tutti, a cominciare da chi ricopre responsabilità nella vita pubblica, un intervento urgente a favore della sostenibilità del pianeta e dell’abitabilità della Casa comune. Non si tratta solo di un’esigenza etica, ma anche teologica”.
Linee guida pratiche
Il terzo capitolo – ’La cura della Casa comune’ – offre alcuni orientamenti pratici, articolati attorno a diverse relazioni fondamentali della persona.
Dal rapporto con Dio deriva la «logica giubilare»: fondata sulla fratellanza e sulla solidarietà, che «tracciano un limite invalicabile all’avidità nell’uso della Terra», nonché sulla gratuità e sull’umiltà di chi «non cede all’impulso di accaparrarsi tutto». Questa logica conduce alla giustizia sociale.
Il grido della Terra e dei poveri
Dal rapporto con il Creato derivano principi quali il rispetto; la sostenibilità – ”un criterio imprescindibile che deve guidare il sistema di vita e il modello economico che lo sostiene” – e l’ascolto del “grido straziante” della Terra, “tragicamente legato al grido dei poveri”, che subiscono in misura maggiore “le conseguenze del maltrattamento del pianeta”.
Il rispetto per la vita, che consente all’essere umano di utilizzare le risorse naturali, ma secondo necessità e con moderazione, e non attraverso uno sfruttamento indiscriminato; l’ascetismo e il digiuno, come risposta morale al sovrasfruttamento delle risorse, specialmente nei paesi ricchi; e un impegno differenziato in base alle responsabilità delle diverse nazioni.
Il carattere sacro della vita umana e il rifiuto della guerra
Inoltre, secondo il documento, dal rapporto con il prossimo derivano:
– la sacralità della vita umana – un diritto incondizionato e inalienabile che gli Stati devono tutelare e promuovere, anche attraverso il rifiuto della guerra –;
– la destinazione universale dei beni – secondo la tradizione cristiana, «la proprietà privata non è un diritto assoluto» e, pertanto, la Casa comune deve essere preservata anche per le generazioni future –;
– la fratellanza, come antidoto contro la violenza, l’ingiustizia e un individualismo «falso, egoista, atroce e avido»;
– la misericordia – senza amore, la vita umana si allontana da Dio e diventa subumana –;
– e l’opzione preferenziale per i poveri, sempre più esposti al degrado ambientale e con risorse sempre più scarse per mitigarne gli effetti.
Responsabilità morale
Nelle conclusioni, la Commissione ribadisce che la questione ecologica è, in ultima analisi, una questione teologica, come è stato sottolineato.
La libertà e la responsabilità morale continuano a essere il fondamento indispensabile di ogni autentico impegno ecologico. Il testo invita quindi a un “cambiamento ecologico” che sia al tempo stesso culturale e spirituale – sul modello di san Francesco d’Assisi – e conclude con una nota di speranza: la crisi ambientale, per quanto grave, non mina la fiducia in Dio, che “rende nuove tutte le cose».
Il Papa invita a superare la passività e l’indifferenza di fronte a ciò che sta accadendo
“Non siamo ‘profeti di sventura’, disse san Giovanni XXIII, né siamo animati da un ‘ottimismo ingenuo’”, ha sottolineato Leone XIV all’inizio di un ciclo di catechesi sulla Costituzione pastorale *Gaudium et spes* (Gioia e speranza) sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Il Papa esorta a superare la passività di fronte agli avvenimenti.
Francisco Otamendi-2 settembre 2026-Tempo di lettura: 4minuti
La Costituzione ‘Gaudium et Spes’ del Concilio Vaticano II, sulla quale Papa Leone XIV ha avviato questo mercoledì un nuovo ciclo di catechesi, inizia affermando che la Chiesa fa propri “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini del nostro tempo, soprattutto dei poveri e di coloro che soffrono” (GS 1).
“È un messaggio che ci esorta ad abbandonare ogni passività e indifferenza di fronte agli avvenimenti che si verificano, di fronte alla storia e alla vita delle persone, soprattutto di fronte al cambiamento rapido e profondo che stiamo vivendo oggi”, ha sottolineato il Pontefice in Piazza San Pietro davanti a migliaia di fedeli, oltre quindicimila, che hanno assistito alla Pubblico generale.
“Lasciarsi coinvolgere, partecipare”
Non è possibile rimanere “spettatori disinteressati”; è invece necessario “ascoltare con il cuore, lasciarsi coinvolgere, impegnarsi”, ha aggiunto.
“Con Cristo e sostenuti dalla forza del suo Spirito, i credenti sono chiamati ad assumersi la responsabilità delle difficoltà dei fratelli, soprattutto di coloro che sono oppressi dall’ingiustizia, dalla discriminazione e dalla violenza”.
La Chiesa e i credenti devono camminare insieme all'umanità
“Questo condividere con l’umanità è la via che Cristo chiede alla Chiesa”, la quale non può rimanere passiva né indifferente a ciò che accade nel mondo, ma “è chiamata a camminare con l’umanità, soprattutto tenendo conto dei rapidi e profondi cambiamenti che si stanno verificando”, ha riflettuto il Papa.
Pertanto, “i credenti, uniti a Cristo e sostenuti dal suo Spirito, devono impegnarsi ad ascoltare con il cuore e a lasciarsi interpellare, accompagnando e aiutando le persone in difficoltà, soprattutto i poveri e coloro che soffrono a causa dell’ingiustizia, della discriminazione e della violenza”.
Né profeti di sventura, né ingenuo ottimismo
Il Successore di Pietro ha ricordato all’inizio dell’udienza che San Giovanni XXIII, nel discorso inaugurale dell“11 ottobre 1962, ‘volle manifestare il proprio disaccordo con i ’profeti di sventura“, i quali ”anche nel loro ardente zelo […] continuano a dire che la nostra epoca, rispetto a quelle passate, è andata peggiorando; e si comportano come se non avessero imparato nulla dalla storia» (Discorso Gaudet Mater Ecclesia, 11 ottobre 1962, 4.2).
“Non si tratta di un ottimismo ingenuo”, ha affermato il Santo Padre, “ma di una rinnovata fedeltà al Mistero di Cristo che, incarnandosi, sceglie di condividere la nostra vita: Egli «doveva essere simile in tutto ai suoi fratelli» (Eb 2,17; cfr. 4,15) e si è caricato delle conseguenze del peccato, morendo «come riscatto per tutti» (1 Tm 2,6)”.
Doppio appello del Papa
Infine, il Papa ha rivolto alla Chiesa e ai fedeli un duplice appello.
Da un lato, ha esortato la Chiesa a “un impegno di conversione (come ha fatto nel Messaggio per la Giornata di preghiera per la cura del creato), per testimoniare che non è mosso da ‘alcuna ambizione terrena’, ma che «desidera solo una cosa: continuare, sotto la guida dello Spirito, l’opera stessa di Cristo, che è venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità, per salvare e non per giudicare, per servire e non per essere servito» (GS 3)”.
D’altra parte, il servizio e l’opzione per i poveri. “Papa Francesco ci ha ricordato che per la Chiesa ‘l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica […] Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro, a prestare loro la nostra voce nelle loro cause, ma anche a essere loro amici, ad ascoltarli, a interpretarli e a cogliere la misteriosa saggezza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro» (Esort. apost. *Evangelii gaudium*, 198)”.
Smascherare le contraddizioni del mondo contemporaneo
La dedizione cristiana, ha sottolineato il Pontefice in conclusione, “ci impegna ad accettare la realtà e anche a smascherare le contraddizioni che caratterizzano la vita personale e sociale del mondo contemporaneo: ad esempio, un progresso scientifico e tecnologico che offre sempre nuove possibilità, ma solo ad alcuni, e che l’essere umano non è sempre in grado di mettere ‘al proprio servizio’.
Oppure una comprensione più chiara delle ‘leggi della vita sociale’, accompagnata però da incertezze “sulla direzione da imprimere”. O ancora, una maggiore disponibilità di “ricchezze, tante possibilità, tanto potere economico”, e purtroppo, oggi come ai tempi del Concilio, «gran parte dell’umanità soffre la fame e la miseria» (GS 4) (…)”.
“La Chiesa è chiamata a servire l’essere umano, ascoltando e accogliendo le domande più profonde del suo cuore e i desideri che lo animano, indicando in Cristo ‘la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana’ (GS 10)”, ha concluso il Papa.
Pellegrini provenienti dal Senegal, dall’Inghilterra, dalla Scozia, da Malta, dal Canada e dagli Stati Uniti, e un rapporto di vicinanza con la Piattaforma per il dialogo nel mondo arabo
Nel suo discorso rivolto ai pellegrini di diverse lingue, Leone XIV ha dato un benvenuto speciale, tra gli altri, a quelli provenienti dal Senegal, dall’Inghilterra, dalla Scozia, da Malta, dal Canada e dagli Stati Uniti d’America.
Ha inoltre dato il benvenuto alla delegazione della Piattaforma interreligiosa per il dialogo e la cooperazione nel mondo arabo. Ha inoltre espresso la sua profonda gratitudine, le sue preghiere e la sua vicinanza spirituale per l’operato del Centro internazionale Re Abdullah bin Abdulaziz per il dialogo interreligioso e interculturale.
Domani, San Gregorio Magno
Domani celebreremo la memoria di Papa San Gregorio Magno, il cui corpo riposa nella Basilica di San Pietro, ha ricordato Leone XIV. È conosciuto come “il Grande” per la sua eccezionale opera di pastore in tempi molto difficili per la società e per la Chiesa: una “grandezza” che traeva forza e vigore dalla fede viva in Cristo. Che il suo esempio susciti in ciascuno di voi una rinnovata e intensa fiducia in Dio, fonte di grazia e di speranza per il mondo intero, ha esortato il Papa.
La conclusione è stata dedicata alla Vergine Maria, come è consuetudine del Pontefice, per chiederle di “intercedere per tutta la Chiesa, affinché annunci il Vangelo con gioia e speranza, vicina agli uomini e alle donne del nostro tempo, e sappia guidare tutti verso Cristo, «la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana» (GS 10)”.
Il cardinale Ouellet ottiene ragione in tribunale: le accuse di abuso erano infondate
L'ex arcivescovo di Québec ed ex prefetto del Dicastero per i Vescovi era stato accusato da un'operatrice pastorale di diversi episodi di condotta sessuale inappropriata tra il 2008 e il 2010. Un giudice canadese ha ora ritenuto infondate le sue accuse e l’ha condannata a pagare 100.000 dollari al cardinale per diffamazione.
OSV / Omnes-2 settembre 2026-Tempo di lettura: 3minuti
Un giudice di Montreal ha stabilito che le accuse di condotta sessuale inappropriata mosse contro il cardinale di Québec, Marc Ouellet, sono infondate e ha ordinato alla denunciante di versargli 100.000 dollari.
Il cardinale, in pensione dall’aprile 2024, era finito sotto indagine da quando Paméla Groleau lo aveva accusato di averla toccata senza il suo consenso in tre occasioni tra il 2008 e il 2010, mentre lei seguiva la formazione o lavorava come agente pastorale laica. Ha inoltre dichiarato in tribunale di essersi sentita «molestata» in un’altra occasione, affermando che il cardinale Ouellet si era avvicinato dall’altra parte della sala per sedersi accanto a lei.
Il giudice ha ritenuto infondate le accuse
«Il tribunale ritiene che le affermazioni relative ai quattro fatti citati dalla signora Groleau nell’ambito dell’azione collettiva siano false», ha scritto il giudice della Corte Superiore Martin Castonguay in una sentenza pubblicata il 31 agosto.
Castonguay ha concluso che la testimonianza della Groleau contro il cardinale Ouellet, oggi ottantenne, «non era né credibile né attendibile», sottolineando nella sua perizia che la donna aveva cambiato più volte la propria versione dei fatti.
Altre due donne hanno testimoniato contro il cardinale Ouellet durante il processo, ma il giudice ha stabilito che la loro testimonianza non era rilevante ai fini della valutazione del fatto che Groleau avesse diffamato il cardinale. Ha inoltre concluso che il cardinale Ouellet «non era l’autore dei gesti» presentati come prova da una delle donne.
Le accuse contro il cardinale sono emerse nel 2022 nell’ambito di un’azione collettiva intentata contro l’Arcidiocesi di Québec e decine di ecclesiastici e laici. In risposta, il cardinale Ouellet ha negato pubblicamente di aver commesso alcuna irregolarità e ha presentato una controquerela per diffamazione pari a 100.000 dollari (72.230 dollari statunitensi) contro la sua accusatrice, sostenendo che ella avesse leso la sua reputazione, il suo onore e la sua dignità.
Il Vaticano ha escluso l'apertura di un'indagine
A seguito della presentazione della denuncia, il Vaticano ha deciso di non avviare un’indagine interna nei confronti del cardinale. In un comunicato diffuso il 18 agosto 2022 da Matteo Bruni, allora direttore della Sala Stampa della Santa Sede, il Vaticano ha concluso che non sussistevano «elementi sufficienti per avviare un’indagine canonica per violenza sessuale da parte del cardinale Ouellet nei confronti della persona F», come veniva identificato Groleau in quel momento.
Nel suo parere, Castonguay ha affermato che il danno subito dal cardinale Ouellet — ex arcivescovo di Québec che avrebbe ricoperto la carica di prefetto del Dicastero per i Vescovi sotto i pontificati di Benedetto XVI e Francesco — e alla sua reputazione è stato «amplificato dallo strumento scelto, vale a dire un’azione collettiva diretta principalmente contro i pedofili religiosi, equiparando così il cardinale Ouellet, agli occhi del ‘cittadino comune’, a quel gruppo di individui».
Ha affermato che «è difficile quantificare» il vero impatto delle accuse mosse contro il cardinale Ouellet e gli ha concesso i 100.000 dollari che aveva richiesto.
Un'azione collettiva da 31,5 milioni
La causa collettiva contro l’Arcidiocesi di Québec è stata ratificata il 12 agosto, quando la Corte Superiore del Québec ha approvato un accordo extragiudiziale di 31,5 milioni di dollari (22,66 milioni di dollari statunitensi) a favore delle persone che dichiarano di essere state vittime di abusi sessuali da parte di membri della Chiesa a partire dal 1940.
In un comunicato relativo alla sentenza a favore del loro cliente, gli avvocati del cardinale Ouellet si sono detti soddisfatti del fatto che il tribunale abbia riconosciuto l’ingiustizia subita dal cardinale.
«Questa sentenza ribadisce un principio fondamentale: anche nel contesto di un procedimento giudiziario, le accuse gravi devono basarsi su fatti precisi e pertinenti ed essere presentate con il rigore che la loro gravità richiede», ha dichiarato Dominique Ménard nel comunicato.
Ouellet donerà l'indennizzo
Il cardinale ha promesso di devolvere il risarcimento che gli è stato riconosciuto alle organizzazioni che lottano contro gli abusi sessuali subiti dagli indigeni canadesi.
La causa collettiva ha inoltre accusato l’attuale arcivescovo di Québec, il cardinale Gérald Lacroix, di comportamenti sessuali inappropriati. Dopo essersi allontanato dalla carica per sei mesi all’inizio del 2024, il cardinale Lacroix ha ripreso le sue funzioni in seguito a un’indagine disposta dal Vaticano che non ha trovato prove a sostegno delle accuse.
L'autoreOSV / Omnes
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L'ebraico non è solo la lingua della Bibbia: la sua evoluzione riflette la storia di un popolo, le sue tradizioni e il suo rapporto con la parola scritta.
Scrivere un articolo sulla lingua ebraica mi dà modo di tornare indietro nel tempo.
Era il febbraio 1991. Avevo 12 anni e, come moltissimi italiani in quei giorni, ero incollato alla TV per il Festival di Sanremo, una vera istituzione nazionale.
Quell’anno, i partecipanti italiani erano accompagnati ognuno da un ospite internazionale che reinterpretava la canzone in gara. A un certo punto, comparve una donna bellissima, dalla pelle ambrata, i capelli neri e gli occhi come due opali. Indossava abiti tradizionali yemeniti e, nell’introdurla, fu specificato che era israeliana e aveva raggiunto il successo internazionale con un’antichissima canzone scritta dal rabbino e poeta ebreo yemenita del XVII secolo, Shalom Shabazi, intitolata Im nin’alu. La canzone era diventata celebre in Europa remixata in versione dance-pop. I suoi versi recitavano:
Im nin’alu dalté nadivim
Dalté maróm lo nin’alu
Se anche si chiudono le porte dei nobili
Non si chiudono le porte del cielo
A Sanremo, Ofra Haza interpretò, invece, una canzone che in italiano si intitolava Oggi un Dio non ho ma che lei chiamò Today I’ll Pray. La cantò in inglese e in ebraico e incantò, oltre a me, il pubblico in teatro e in televisione. La canzone, un inno alla fede e alla pace, era dedicata ai costruttori di pace e alle vittime della guerra.
A quell’epoca non parlavo né inglese, né arabo e neppure ebraico, quindi non comprendevo quel testo. Ma non lo compresi facilmente neppure quando incominciai a studiare entrambe le lingue semitiche. Ofra Haza, infatti, cantava in ebraico con pronuncia yemenita, non con quella standard israeliana, che è poi simile a quella insegnata oggi nelle istituzioni ecclesiastiche.
Ci vollero alcuni anni perché, spinto dal fascino di quella voce, dedicassi la mia tesi di laurea alla storia delle comunità ebraiche sefardite e mizrahì, alle differenti pronunce dell’ebraico, con le consonanti gutturali che l’uso europeo tende ad attenuare ma che, avendole apprese in arabo, mi facevano percepire molto più chiaramente la vicinanza fra ebraico e arabo, lingue sorelle, entrambe semitiche.
A Napoli, Granada, Venezia, Buenos Aires e Gerusalemme ho continuato a imparare l’ebraico con ebrei ashkenaziti, sefarditi e arabi israeliani.
Un’introduzione all’ebraico
L’ebraico fa parte dell’ampia famiglia delle lingue semitiche (insieme a lingue estinte come il fenicio-punico, l’amorreo, il moabita, l’accadico o assiro-babilonese, o tuttora parlate come l’arabo, l’amarico e il tigrino, l’aramaico e le lingue sudarabiche) che, a sua volta, per somiglianze e affinità, rientra nel più ampio gruppo delle lingue afroasiatiche (di cui fanno parte anche antico egizio, copto, berbero, ecc.)
Le lingue semitiche si suddividono poi, in base alla struttura e alla collocazione geografica, in occidentali e orientali. L’ebraico e le altre lingue cananaiche (fenicio, moabita, ecc.) fanno parte di quelle occidentali, insieme all’aramaico.
Il suo alfabeto attuale, di ventidue lettere, è basato sulla scrittura aramaica quadrata (adottata in seguito alla Cattività babilonese). In precedenza, era in uso il paleoebraico, sistema simile al fenicio.
Si scrive da destra a sinistra e annota, come l’arabo, soprattutto le consonanti. Le vocali (niqqud, sistema di punti) furono aggiunte dai masoreti, studiosi ebrei dell’alto Medioevo, per salvaguardare la pronuncia corretta del testo biblico.
Una curiosità, a questo proposito: la necessità di inserire dei puntini che determinassero la corretta pronuncia delle vocali (nell’antichità certamente diversa da quella attuale e molto più complessa) era determinata proprio dalla necessità di fissare la pronuncia di una lingua considerata santa ma di cui probabilmente non si era più certi, tanto che, ad esempio, il nome del famoso monte che oggi conosciamo come Ararat, in Armenia, potrebbe in origine essere stato Urartu, dall’antico regno degli Urartei (la grafia ebraica riporta solo ‘rrt).
Per chi è nativo nelle lingue indoeuropee, avvicinarsi all’ebraico e ad altre lingue semitiche significa entrare in un’altra logica. In un altro universo, direi. Il lessico di queste lingue si organizza generalmente attorno a radici, spesso formate da tre consonanti. Da una stessa radice nascono verbi, sostantivi, aggettivi e sfumature di significato. Traducendo, non si cerca il singolo termine incontrato in un testo, bensì, attraverso l’applicazione di norme grammaticali, la radice da cui deriva.
Prendiamo il termine midbar, ad esempio. Se non sapessi il suo significato, dovrei individuare prima le tre consonanti radicali fondamentali, che ricaverei togliendo la lettera m (mem), usata anche come prefisso per participi o accezioni locative o privative (come l’alfa in greco). Mi rimarrebbero le radicali d-b-r, le stesse che formano dabar (“parola”, ma anche “cosa”, “fatto”, “evento”). In questo caso, m + d-b-r significa letteralmente “senza parola”, ma si traduce “deserto”.
Lo stesso vale per milhamah. Tolgo m e ah alla fine (che indica il femminile) e mi rimangono l-h-m, la radice di lehem, “pane” (in arabo: “carne”). “Assenza di pane” potrebbe essere un significato letterale, ma milhamah vuol dire “guerra”. Curioso, però, che Cristo, nato a Betlemme (Bet-lehem, in ebraico “casa del pane”, in arabo “casa della carne”) abbia insegnato ai suoi discepoli a chiedere il “pane” quotidiano (sarebbe tuttavia più corretto tradurlo “necessario”, “fondamentale”, qual era il pane per gli ebrei, popolo sedentario, e la carne per gli arabi, popolo nomade), ovvero il cibo che non perisce e dà vita. Con questo cibo, mi piace pensare, si è in bet-lehem, “casa del pane”, senza in milhamah, “guerra”.
Un po’ di storia
La storia dell’ebraico è davvero sorprendente. In questa lingua è infatti stata scritta la gran parte della Bibbia ebraica (alcune parti sono in aramaico). In ebraico sono la Mishnah, la preghiera, lo studio rabbinico. La lingua ha cessato di essere “viva” probabilmente intorno al II sec. d.C., divenendo idioma di cultura, di lettere, poesia e liturgia; dall’altro, è stata scelta per tornare in auge quale lingua moderna dello Stato di Israele, parlata ogni giorno da milioni di persone.
Le prime iscrizioni paleo-ebraiche risalgono approssimativamente al X secolo a. C. In questa fase antica, detta ebraico biblico o classico, la lingua è molto vicina al fenicio e alle altre lingue cananaiche, come il moabita ed altre menzionate nella Scrittura. Vi furono composti la Torah, i Profeti e parte degli Scritti, sebbene in stili e lessico differenti, in base alle epoche di stesura dei testi (si parla di ebraico biblico arcaico, biblico standard e biblico tardo, tipico di libri postesilici come Esdra, Neemia, Daniele e le Cronache).
Dopo l’esilio babilonese (VI-V sec. a. C.), l’aramaico, già lingua amministrativa dell’Impero persiano, si diffuse anche tra gli ebrei esiliati in quelle terre. Nel prossimo articolo vedremo se e come questa lingua fosse ancora parlata in Palestina all’epoca di Cristo.
Certamente, nella Palestina del Secondo Tempio, l’ebraico era lingua colta e conviveva con l’aramaico (che aveva diverse varianti, lo ricordano anche i Vangeli che parlano di una pronuncia galilea diversa da quella della Giudea), il greco e il latino, in maniera non molto diversa da quanto non avvenisse nell’ Andalusia islamica o nel Medio Oriente attuale .
Fra gli ultimi secoli prima di Cristo e i primi secoli dell’era cristiana prese invece forma l’ebraico mishnico o rabbinico. È la lingua della Mishnah che si riconosce per il lessico più vicino alla vita concreta e gli influssi dell’aramaico, del greco e del latino.
Dopo le tre Guerre giudaiche (tra il 66 e il 135 d. C.) e la distruzione del Tempio di Gerusalemme (70 d.C.), l’ebraico si trasformò in una sorta di “collante” sacro, lashon ha-qodesh (“lingua santa”) per tutti gli ebrei ormai dispersi nel mondo, i quali si identificavano in questa lingua, nelle tradizioni religiose e nella Legge come nella radice comune. In essa si studiava, si pregava, si faceva poesia, si corrispondeva tra dotti di Paesi diversi. Lingue della diaspora come l’yiddish, il giudeo-spagnolo, il giudeo-italiano, il giudeo-arabo erano redatte in caratteri ebraici. Di ciò sono un esempio figure come il poeta e filosofo sefardita di al-Andalus Yehudah ha-Levi .
Alla fine del XIX, con l’opera di Eliezer Ben Yehuda , l’ebraico rinacque come lingua parlata e si impose progressivamente come lingua comune fra persone giunte da mondi linguistici lontanissimi: yiddish, russo, polacco, tedesco, ladino, arabo, francese, persiano, amarico, ecc., fino a divenire lingua ufficiale del neonato Stato d’Israele.
Ho avuto il privilegio di trascorrere un intero mese a Gerusalemme per approfondire lo studio dell’ebraico biblico presso l’ Istituto Polis, alternando l’ascolto dei piyutim di Yehudah Ha-Levi, osservando i meravigliosi tramonti gerosolimitani al profumo di gelsomino, con lo studio dei salmi e con il dialogo per strada. Parlando ebraico con la gente comune, ma anche vedendo serie TV israeliane come Fauda, ci si accorge di quanto spesso parole della lingua corrente ricorrano nella Bibbia.
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Il Tempo della Creazione ci chiama a una profonda conversione, esorta Leone XIV
Il Santo Padre Leone XIV ha dichiarato, durante la Santa Messa della sera del 1° settembre, per la cura del Creato, nel Giardino della Madonnina di Borgo Laudato si', durante questo Tempo del Creato fino al 4 ottobre, il cui tema quest’anno è ‘Acqua viva’, ci invita a una profonda conversione.
Francisco Otamendi-1° settembre 2026-Tempo di lettura: 4minuti
In occasione della Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato, celebrata solennemente martedì da Papa Leone XIV a Castel Gandolfo, il Pontefice ha affermato durante la Messa che l’intero creato ci parla della grandezza del Creatore e dell’amore che Dio nutre per noi.
Nel omelia, si è soffermato sul Libro della Sapienza e sul Salmo 18, che ci esortano a contemplare la bellezza e la potenza del creato “per essere in grado di riconoscere l’Artigiano”, e a contemplare i cieli che raccontano la gloria di Dio. E ha detto: “Tutta la creazione ci parla della grandezza del Creatore, a condizione che lo sguardo e il cuore si aprano a un mistero così grande”,
Anche il testo evangelico di san Matteo ci invita alla contemplazione del creato, sottolineando l’amore speciale del Signore per l’essere umano, ha osservato il Papa.
“Ammirare con stupore gli uccelli del cielo e i gigli dei campi, preziosi agli occhi del Creatore, ci porta a comprendere quanto sia grande l’amore di Dio per noi. Se il Signore non smette mai di donare splendida bellezza e di provvedere al necessario per piante e animali, quanto più sarà attento alle esigenze dei suoi amati figli e figlie!”.
Attivare la “modalità silenziosa”
La cornice si è rivelata davvero appropriata per la celebrazione nei Giardini, tra alberi, piante e acqua, con le casule verdi dei celebranti, in una giornata che segna l’inizio del «Tempo del Creato», osservato dai cristiani di diverse confessioni, il cui tema quest’anno è ‘Acqua viva’.
Un periodo che si conclude il 4 ottobre, festa di San Francesco d'Assisi, in occasione dell’800° anniversario della sua morte. Il Papa ha suggerito di vivere queste settimane in un clima di silenzio, lontano dai rumori, per imparare ad ascoltare la voce del Creato, attraverso la quale Dio ci parla.
Contemplazione:qualche minuto di pausa dalla frenesia quotidiana per ascoltare Dio
Il Papa lo ha espresso in questi termini nell’omelia della Messa:
“Questo pomeriggio, mentre accogliamo l’invito a fermarci e a riflettere davanti alle opere di Dio, diamo inizio al “Tempo del Creato”, un periodo di cinque settimane dedicato alla preghiera e all’impegno per la cura della “casa comune”. Per questo, in questa Giornata e nei prossimi giorni, concediamoci qualche minuto di pausa dal trambusto delle attività quotidiane per assaporare la grande armonia di cui facciamo parte. Mettiamo in “modalità silenziosa” tutti i rumori delle attività umane per ascoltare la voce melodiosa del creato, nella quale Dio, autore di tutte le cose, ci parla”.
Questo esercizio contemplativo, che favorisce l’incontro con il Signore, ha proseguito, costituisce un primo passo verso una “autentica conversione ecologica, in cui gli effetti del nostro incontro con Gesù Cristo si manifestano nel nostro rapporto con il mondo che ci circonda” (Messaggio per l’XI Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato).
Dalla distruzione alla vita
Dalla contemplazione del creato e dall’incontro con il Creatore nasce la consapevolezza del nostro posto speciale nel meraviglioso disegno di Dio e della nostra responsabilità personale e collettiva nel custodire l’armonia originaria. “Così, dalla presa di coscienza delle nostre mancanze e dei nostri errori nasce un rinnovato impegno a ristabilire le relazioni tra le creature secondo la volontà del loro Artefice”.
In questo modo, il Successore di Pietro ha sottolineato che “il Tempo del Creato ci chiama a una profonda conversione: ‘Ciò che è stato utilizzato per la distruzione può essere reindirizzato verso la vita: alla cura dei poveri, al sostentamento degli affamati e alla cura del creato’».
Un post del Papa sul social network X
Lo stretto legame tra il tempo della creazione e quello della conversione è stato quindi il ‘leitmotiv’ della Giornata, che era stata annunciata con largo anticipo il Papa sulla rete X, sul suo account Pontifex_es:
“Come ho ricordato nel Messaggio per questa Giornata, la cura della nostra “casa comune” richiede una conversione del cuore, affinché ciò che è stato utilizzato per causare distruzione possa, invece, essere orientato verso la vita. Invito tutti a unirsi nella preghiera e nell’azione, affinché possiamo diventare canali dell’acqua viva della pace di Dio, che rinfresca il nostro mondo ferito”.
Nella breve omelia, il Pontefice ha ricordato ancora una volta San Francesco d’Assisi, dal quale, ha sottolineato, “Papa Francesco ha tratto particolare ispirazione per scrivere il suo Letteraenciclica Laudato si’ e per dare vita a questo Borgo ”che ci accoglie”.
Leone XIV ha esortato all’unione spirituale con san Francesco d’Assisi, “facendo nostro il suo Cantico di lode”:
“Sia lodato, mio Signore, con tutte le tue creature, in particolare il fratello Sole […]. Sia lodato, mio Signore, per sorella luna e le stelle […]. Sia lodato, mio Signore, per fratello vento […]. Sia lodato, mio Signore, per la sorella acqua […]. Sia lodato, mio Signore, per il fratello fuoco […]. Sia lodato, mio Signore, per la nostra sorella Madre Terra, »che ci sostiene e ci governa».
”Insieme a san Francesco vogliamo rinnovare il nostro impegno a vivere e promuovere quella fraternità universale che è indissolubilmente legata al dovere di custodire il creato».
Videomessaggio del Papa di settembre: ‘Per la tutela dell’acqua’
Nel corso della giornata è stato reso pubblico il videomessaggio diffuso da Papa Leone XIV per il mese di settembre, tramite la Rete globale di preghiera del Papa. Ecco il testo:
Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.
Signore della Vita, Tu ci hai donato l’acqua, fonte di fecondità, freschezza e speranza.
Disseta, fertilizza la terra e lava via le ferite.
Ti rendiamo grazie perché anche lei è il simbolo della tua grazia e del tuo amore che ci rinnova attraverso il Battesimo.
Oggi ti chiediamo di insegnarci a custodirla con gratitudine, giustizia e responsabilità.
Ti chiediamo scusa per averla trasformata in merce, dimenticando che si tratta di un dono universale, un diritto senza confini, destinato a tutti i tuoi figli.
È con grande dolore che vediamo tanti fratelli e sorelle che non dispongono di acqua pulita, che percorrono chilometri per trovarla, che causano malattie a causa della loro scarsità.
Che il tuo Spirito ci trasformi in pellegrini dell’essenziale, capaci di vivere con sobrietà, denunciando lo spreco e l'inquinamento, difendendo il diritto di ogni fratello e sorella a bere senza paura, senza discriminazioni.
Fai in modo che la nostra attenzione per l'acqua sia un segno d’amore verso il Creatore e l'impegno a favore dei più poveri, formando nuove generazioni che sappiano apprezzare e proteggano le risorse della Terra.
Di fronte al dolore e alle catastrofi, la fede non offre risposte facili, ma invita a scoprire un Dio che non vuole la sofferenza, ma che rimane vicino e chiama l’essere umano a collaborare alla speranza e alla ricostruzione.
1° settembre 2026-Tempo di lettura: 3minuti
Centinaia di persone che corrono in preda al panico vengono travolte da un’enorme ondata di acqua, ghiaccio, rocce e fango che spazza via interi villaggi al suo passaggio. I video raccapriccianti dell’alluvione in Nepal o dei terremoti in Venezuela e in Colombia ci portano a chiederci: dov’era Dio?
Per l’alluvione possiamo ancora incolpare noi stessi se, come tutto sembra indicare, è stato l’improvviso scioglimento di un ghiacciaio, attribuibile al cambiamento climatico, a provocarla, ma i terremoti non hanno altra causa se non la configurazione stessa del nostro pianeta. Lo stesso vale per i vulcani, le epidemie e tanti altri fenomeni naturali in grado di distruggere vite umane.
Di fronte a eventi così drammatici come quelli vissuti negli ultimi mesi, con migliaia di vittime innocenti, dubitare di Dio, della sua esistenza o, almeno, della sua bontà e onnipotenza, è la cosa più normale del mondo. Alcuni, le cui convinzioni sono più profonde, non diffidano di Dio ma si lasciano trasportare dalla logica senza rendersi conto che l’organo in cui essa si sviluppa, il cervello, può incorrere in errori del tutto naturali a causa della sua struttura. Allenato nel corso di millenni a cercare schemi e relazioni di causa-effetto, attiva immediatamente il suo meccanismo evolutivo per dare una spiegazione a ciò che gli sfugge, giungendo alla conclusione errata che dobbiamo aver fatto qualcosa di male per ottenere questa risposta dall’Onnipotente. È quella che viene chiamata illusione di causalità. Dio è come un Padre che, per amore, punisce i propri figli affinché percorrano la via del bene. Ha senso, vero? Ma non smette di essere un’illusione che ci aiuta a ridurre la nostra ansia di fronte a ciò che, in realtà, non è facile da comprendere. Gesù dovette già dare spiegazioni al riguardo, portando l’esempio di quanto accaduto alle vittime della torre di Siloé, che crollò improvvisamente uccidendo 18 persone che non erano più peccatrici degli altri. Proprio come l’essere umano ha la libertà di compiere il male, e Dio lo permette, anche la natura ha una certa autonomia in cui Dio sembra non intervenire.
Durante il suo viaggio in Spagna, il Papa ci ha aiutato a comprendere un po« questo mistero dell’apparente assenza di Dio nei momenti di prova. Ha ricordato che »quando Dio sembra assente, dobbiamo affidargli ancora una volta i fardelli che portiamo nel cuore, anche gridando a Lui, anche protestando come Giobbe, certi che in qualche modo Egli si fa presente ed è vicino anche quando apparentemente tace«. E, di fronte alla tentazione di inventare un’immagine falsa di Dio che si adatti alla nostra logica umana, ha sottolineato che “non dobbiamo spiritualizzare il dolore, ricondurendolo superficialmente alla ”volontà di Dio» o a qualche suo misterioso progetto, perché questo rischia di sminuire quella sofferenza, di metterla a tacere, di ferire le persone«. Aggiungendo, per concludere, che »Dio non vuole la sofferenza, la porta con noi e ci invita a confidare in Lui con perseveranza».
In questa Giornata mondiale per la cura del creato, forse dovremmo anche ricordare le parole di Francesco nella *Laudato Si’*, in cui spiega che «molte cose che consideriamo mali, pericoli o fonti di sofferenza, in realtà fanno parte dei dolori del parto che ci stimolano a collaborare con il Creatore».
Infatti, le catastrofi naturali possono essere un messaggio della «nostra sorella madre terra», come la definì San Francesco d’Assisi nel suo famoso Cantico delle creature. Un promemoria della nostra vulnerabilità, per quanti progressi scientifici e tecnici riusciamo a compiere, e del fatto che l’opera di Dio non è ancora del tutto compiuta ed è ancora in uno stato imperfetto. Spetta a noi collaborare con Dio, nei limiti delle nostre possibilità, per mettere ordine in quel disordine, trasformando, come fece Lui nel racconto della creazione, il caos in cosmo. Ciò significa prendersi cura dell’ambiente per evitare ciò che è evitabile, agire in modo preventivo per ridurre al minimo i danni in caso di catastrofi naturali e, naturalmente, soccorrere le vittime affinché possano tornare alla normalità nel minor tempo possibile. In questo modo, avremo già un assaggio di quei cieli nuovi e di quella terra nuova della fine dei tempi, dove «Egli asciugherà ogni lacrima, e non ci sarà più morte, né lutto, né lamento, né dolore, perché le cose di prima sono passate».
Concludo con un pensiero dell’ex predicatore del Papa, padre Cantalamessa, il quale insegnava che, proprio come al terremoto seguito alla morte di Gesù sul Golgota ne seguì un altro ancora più forte, con epicentro nel sepolcro, che aprì la strada alla sua Resurrezione; così, ad ogni terremoto della nostra vita, ad ogni evento doloroso e incomprensibile, ad ogni sofferenza, ci attende una scossa di assestamento molto più grande, in cui la natura, ora mortale e fragile, si manifesterà in tutta la sua gloria. Almeno così spero!
Giornalista. Laurea in Scienze della Comunicazione e laurea in Scienze Religiose. Lavora nella Delegazione diocesana dei media di Malaga. I suoi numerosi "thread" su Twitter sulla fede e sulla vita quotidiana sono molto popolari.
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Con l’estate ormai alle spalle, è trascorso abbastanza tempo da poter dedicarsi a una lettura tranquilla della prima enciclica di Leone XIV: Magnifica humanitas (15 maggio 2026). Un testo il cui tema non è l’intelligenza artificiale, ma, come recita il sottotitolo, “la tutela della persona umana nell’era dell’intelligenza artificiale".
Allo stesso tempo, indica quale debba essere il contributo dei cristiani alla costruzione di una città più umana e fraterna. Il preludio e il finale che fanno da cornice alle sinfonie. Vale la pena prestare particolare attenzione all’inizio e alla fine dell’enciclica, per quanto brevi, per cogliere appieno il contenuto del suo messaggio.
Il preludio: Babele o Gerusalemme?
All'epoca di Leone XIII La novità era rappresentata dalla rivoluzione industriale, con i suoi progressi e i suoi rischi. Oggi, afferma il Papa, abbiamo bisogno di realizzare un “discernimento condiviso”che ci aiuti, in questo “cambio d'epoca” a rispondere ad alcune domande fondamentali: “Dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione scegliere come comunità umana e come popoli?»” (n. 6).
Per costruire in modo responsabile nel nostro tempo, il Papa propone due “immagini” bibliche: la costruzione della torre di Babele (cfr. Gn 11, 1-9) e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme (cfr. Ne 2, 6) dopo l’esilio a Babilonia (cfr. nn. 7-10).
“La prima scelta non è tra un ‘sì’ o un ‘no’ alla tecnologia, ma tra costruire Babele o ricostruire Gerusalemme: tra un potere che pretende di dominare il cielo e un popolo che, alla presenza di Dio, si mette al lavoro unito per rialzare le mura della convivenza fraterna»” (n. 9).
Leone XIV afferma che proprio “questa opera collettiva” è l’espressione del modo di costruire proprio dei cristiani: “Orientare l’azione verso Dio, affinché, alla Sua luce, il pluralismo non si disperda nel disordine, ma, nella pratica della sinodalità, diventi lo spazio in cui l’umanità ritrovi le sue solide fondamenta e il suo fine ultimo” (n. 10).
Si delinea così, si potrebbe dire, un’antropologia cristiana del lavoro, che culmina nel dono della Città di Dio definitiva: il Paradiso, il Regno di Dio compiuto, la Chiesa, comunione dei santi in un mondo riconciliato e trasformato. “Questa visione di grazia rappresenta per noi cristiani un invito a lavorare insieme, coltivando una vita comune pacifica, giusta e dignitosa nelle ‘città’ di oggi" (Ibidem.).
Condizioni per “costruire nel bene”
Per questa “costruzione sul bene” Il Papa indica quattro condizioni (cfr. nn. 11-14): costruire sulle fondamenta del rapporto con Dio e del desiderio di felicità che alberga nel cuore umano; “accettare i limiti e la fragilità dell'umanità, senza considerarli un errore da correggere”; lavorare con “una coraggiosa corresponsabilità” e una “responsabilità condivisa”; utilizzare un “linguaggio evangelico".
Cosa intende Leone XIV con quest’ultima affermazione?: “Evitiamo le parole che umiliano o creano conflitti. Scegliamo invece la chiarezza che illumina e la franchezza che apre nuove strade. Non incoraggiamo l’entusiasmo ingenuo né alimentiamo paure inutili” (n. 14). Aggiunge inoltre l’offerta di criteri fondati sulla dignità umana e nell’ottica della giustizia e della pace.
La posta in gioco nel mondo è “rimanere profondamente umani”. Questo fa parte, fin dagli albori del cristianesimo, dell’annuncio del messaggio evangelico; poiché Cristo rivela all’uomo ciò che l’uomo è nella sua pienezza (cfr. Gaudium et spes, 22).
Ecco la proposta per la quale invoca la protezione divina, affinché Dio possa dimorare nel cuore dell’uomo: “Essere costruttori di comunione, non architetti di Babele; servitori del Regno che verrà, non padroni di torri destinate a crollare" (n. 16).
Il discernimento per prendersi cura dell'umano: tra tecnica e dominio, potere e amore
Nella parte centrale della sua enciclica, Leone XIV presenta la dottrina sociale della Chiesa come un pensiero dinamico e fedele al Vangelo (capitolo 1), in grado di interpretare la storia alla luce del messaggio cristiano e di accompagnare l’umanità verso la sua pienezza. Di seguito espone i fondamenti e principi della Dottrina sociale della Chiesa (capitolo 2), come criteri decisivi per il discernimento personale e sociale nell’era digitale. Il criterio centrale è la dignità umana, che ogni essere umano possiede per il solo fatto di esistere. Da essa deriva il bene comune come insieme di condizioni che rendono possibile la maturazione personale. Ciò implica la destinazione universale dei beni, compresi quelli immateriali e digitali; la sussidiarietà, che tutela la responsabilità della persona, della famiglia e degli organismi intermedi di fronte a ogni abuso di potere; e la solidarietà come consapevolezza dell’interdipendenza delle persone e dei popoli.
Nel capitolo seguente viene analizzato il rapporto tra tecnica e padronanza sullo sfondo di la grandezza della persona umana (capitolo 3) e di fronte alle proposte ingannevoli del transumanesimo e del postumanesimo, che tentano di superare i limiti della persona umana ridefinendone le potenzialità al di là della responsabilità politica e morale. Il documento afferma che “‘L’essere umano non si realizza ’nonostante‘ il limite, ma spesso ’attraverso” il limite» (n. 118); pertanto la fragilità e la vulnerabilità sono ambiti in cui matura il rapporto interpersonale, la cura e l’apertura verso gli altri. La grazia di Dio e l’umanesimo cristiano sono l’unica garanzia del vero “più che umano”, attraverso il superamento di sé stessi per amore.
Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, essa può rappresentare un valido aiuto, ma richiede attenzione; inoltre, può indebolire il giudizio personale e la creatività, avere un impatto negativo sull’ambiente e non è moralmente neutra. I criteri della dottrina sociale possono contribuire a evitare che l’IA venga strumentalizzata a scapito dell’essere umano.
Ma nell’era digitale ciò che è in gioco, prima di tutto, è, preservare i valori umani nel processo di trasformazione: verità, lavoro, libertà (capitolo 4). Si evidenzia la necessità di una comunicazione pubblica affidabile e di un’istruzione che sviluppi lo spirito critico, nonché di garantire a tutti l’accesso a un lavoro dignitoso e una reale libertà. Tutto ciò richiede norme eque, responsabilità condivisa e qualità nell’istruzione.
In definitiva, si contrappongono due approcci: La cultura del potere e la civiltà dell'amore (capitolo 5), che possono essere interpretati alla luce dell’espressione agostiniana: “due amori hanno dato vita a due città”: l'amore per se stessi contrapposto all'amore per Dio, che comporta l'amore per il prossimo.
La cultura del (puro) potere è sinonimo di guerra e violenza, anche se deriva da un algoritmo. La civiltà dell’amore è sinonimo di “costruzione della comunione” sui principi fondamentali della giustizia, della fratellanza e del dialogo, e sulla via della pace. “Con la pace non si perde nulla, mentre con la guerra si può perdere tutto” (n. 219).
Nel complesso, e in questo senso, “La dottrina sociale diventa una teologia della comunione nella storia” (n. 27).
Contemplazione e spiritualità eucaristica
L'ultimo movimento di una sinfonia, il finale, ha solitamente un carattere di grande impatto. Alla fine dell’enciclica, quando cala il sipario su questa sinfonia, si rivela, in modo semplice e al tempo stesso intenso, la condizione, la dimensione spirituale e teologica che ne sostiene e ne custodisce il senso ultimo. Ma non si tratta né di una proposta culturale né di una teoria sociopolitica.
Sotto il titolo Una spiritualità per il nostro tempo (conclusione), desidera offrirci “un percorso di vita cristiana sobrio ed esigente, con cui vivere questo cambiamento d’epoca alla luce del Vangelo” (n. 229). Ecco le quattro tappe di tale percorso: “È un cammino che nasce dalla contemplazione del disegno di Dio, vive l’unità ecclesiale nutrendosi della Parola e dell’Eucaristia, opera il bene nel mondo e prega insieme alla Vergine Maria" (Ibid.). Un “finale” in quattro parole: contemplazione, unità, lavoro e preghiera.
Prima di tutto, contemplazione di Cristo: “Come credente tra i credenti, invito a contemplare nel volto del Figlio una magnifica umanità che illumina anche l’era dell’intelligenza artificiale. In Cristo comprendiamo che l’uomo è chiamato a essere collaboratore nell’opera della creazione, e non uno spettatore rassegnato di fronte ai processi tecnologici che limitano la sua libertà e la sua responsabilità” (n. 233).
Cristo non disprezza ciò che è autenticamente umano, ma lo fa proprio: “In questo disegno, nulla di ciò che è veramente umano andrà perduto, ma tutto sarà purificato e riunito in Colui che raccoglie ogni frammento di vita, ogni lacrima e ogni autentica conquista umana per sottrarli al nulla e consegnarli, redenti, al Padre" (Ibidem.).
In secondo luogo, la spiritualità eucaristica; poiché il dono di Cristo, Verbo di Dio fatto carne, rimane presente e operante nell’Eucaristia (cfr. nn. 234-235), “sacramento di unità”, secondo sant’Agostino. L’Eucaristia “È l’incontro profondamente personale con il Signore e, tuttavia, non è mai un semplice atto di devozione individuale”. (Benedetto XVI, Omelia 21-IV-2011). Questa, dice il Papa, è “la Chiesa di Cristo”, che noi cristiani formiamo in unità con Lui, come recita il motto episcopale di Leone XIV: In illo uno unum.
In questo modo mette in luce la dimensione sociale dell’Eucaristia: “L’Eucaristia ci spinge alla giustizia e alla condivisione, con un’attenzione particolare verso coloro che subiscono il peso della povertà e dell’emarginazione” (n. 235). E lo esprime nel contesto della nostra era digitale: “E mentre le nuove reti economiche e tecnologiche possono generare esclusione, isolamento e dipendenze, la Chiesa, alimentata dall’Eucaristia, è chiamata a rendere visibile un altro tipo di approccio, salvaguardando i legami, ridando voce agli invisibili e orientando i processi verso la dignità delle persone" (Ibidem.).
Lavoro e preghiera
Tutto ciò richiede impegno. “In quest'opera –la costruzione del bene nel mondo– Siamo chiamati ad assumere un ruolo attivo, senza rifugiarci nello spiritualismo né nei nostri piccoli mondi: dobbiamo essere fedeli alla verità, investire nell’istruzione, curare le relazioni e amare la giustizia e la pace” (n. 236). Si tratta di diversi ambiti di lavoro.
Lavorare per rimanere fedeli alla verità: “In questo contesto –sottolinea Leone XIV– È importante custodire un cuore che ama la verità, che desidera la giustizia più dei contenuti più accattivanti, che cerca la saggezza più dell’impatto immediato. La verità che non dobbiamo perdere è quella di Dio e quella dell’essere umano, proprio come Cristo ce l’ha rivelata” (n. 237).
Lavorare nel campo dell'istruzione: “Investiamo nell’istruzione, a partire da noi stessi!” In particolare, “Tutti abbiamo bisogno di formarci per vivere nel mondo digitale in modo umano, come parte integrante dell’educazione alla fede e alla vita virtuosa del Vangelo” (n. 238). E tutto ciò nel contesto di un’arte dell’educazione che oggi ha bisogno di ampliare e condividere le alleanze educative.
Impegnarsi per coltivare le relazioni: la nostra epoca, avverte Leone XIV, ha bisogno di “mani capaci di tenerezza, menti attente e parole gentili”. Sempre e soprattutto oggi, la presenza fisica: “la tavola condivisa, la comunità cristiana che si riunisce, la visita a chi è solo, il servizio ai poveri” (n. 239).
Lavorare, infine, per amore della giustizia e della pace.“Ogni decisione tecnica o economica diventa un momento di discernimento spirituale, un’occasione per verificare se i progressi dell’intelligenza artificiale aprono spazi di giustizia e partecipazione oppure concentrano ricchezza e potere nelle mani di pochi. Vi invito a guardare con lucidità alle reti di produzione digitale, alle condizioni di lavoro nascoste dietro i nostri dispositivi, ai meccanismi che sfruttano la manipolazione e la guerra” (n. 240).
Come coronamento, Leone XIV evoca il “Magnificat” di Maria (cfr. nn. 243-245). È un’icona di ciò che dovrebbe essere la nostra preghiera: lode e gioia, realismo e profezia di coloro che si impegnano ad essere “tessitori di speranza".
Torreciudad: Mons. Pérez Pueyo ribadisce la richiesta che la Madonna rimanga nell’eremo-santuario
Il vescovo di Barbastro-Monzón ha pubblicato un comunicato in cui ribadisce la richiesta che la Madonna rimanga nell’eremo originario e afferma che “la pace della Chiesa non può fondarsi sul silenzio di un popolo”.
Il prossimo 5 settembre si terrà la 47ª Processione delle Vergini di Ribagorza e Sobrarbe presso l’eremo-santuario di Torreciudad. Una processione alla quale parteciperà l’immagine originale di Nostra Signora degli Angeli, previa autorizzazione da parte del commissario pontificio, Mons. Alejandro Arellano.
In questo contesto, il vescovo di Barbastro, mons. Ángel Pérez Pueyo, ha redatto un comunicato in cui ribadisce la richiesta di riportare l’immagine nella sua cappella originaria, nonostante la questione sia di competenza della Santa Sede, in particolare del commissario plenipotenziario, nominato a tal fine da Papa Francesco nel 2024, Mons. Alejandro Arellano il quale, inoltre, visiterà il complesso la settimana successiva per presiedere la Giornata Mariana della Famiglia, una delle celebrazioni più amate e frequentate tra quelle che si tengono a Torreciudad.
Il comunicato di mons. Perez Pueyo è l'ultima puntata di una serie che ogni estate vede svolgersi i suoi capitoli principali da quando, nel luglio 2023, si fosse venuta a creare una situazione di disaccordo tra la diocesi di Barbastro Monzón e la prelatura dell’Opus Dei che, finora, non ha trovato una soluzione.
L'immagine di Torreciudad e il nuovo tempio
In un comunicato molto simile all’omelia pronunciata un anno fa, mons. Perez Pueyo ha ribadito la richiesta di un ritorno a tempo indeterminato dell’immagine all’eremo originario: “Chiediamo che la Madre rimanga nella sua casa di sempre, dove è sempre stata per oltre mille anni fino a quando non le è stata portata via cinquant’anni fa”. Va ricordato che il trasferimento dell’immagine della Madonna degli Angeli da Torreciudad al nuovo tempio, opera di Heliodoro Dols, fu autorizzato dal vescovo della diocesi, mons. Jaime Flores, nel 1966; di tale autorizzazione si conserva un atto notarile.
Quattro anni prima, nel 1962, era stato concordato il restauro e il mantenimento in perfetto stato di conservazione dell’immagine della Vergine e dell’eremo, “promuovere il culto e garantire l’accesso ai pellegrini e, inizialmente, non rimuovere l’immagine della Vergine dall’eremo”, questo è stato l’unico punto che è cambiato. In questo periodo, il Patronato di Torreciudad, nelle sue diverse forme, si è occupato del restauro dell’eremo, della sua sistemazione, dell’asfaltatura delle strade e della sicurezza.
Nella nota si afferma inoltre che “la Diocesi ha rinunciato a tutto il resto. Abbiamo rinunciato a qualsiasi compenso economico. Non rivendichiamo la gestione del nuovo tempio, né i suoi beni, né i suoi conti, né le entità o le imprese legate alla sua gestione”, cosa che, d’altra parte, complesso se si tiene conto che la nuova chiesa appartiene alla Fondazione canonica «Nostra Signora degli Angeli di Torreciudad», mentre l’Associazione Patronato di Torreciudad, incaricata di reperire i fondi per la manutenzione della nuova chiesa, è un’entità dotata di personalità giuridica civile.
Ancora una volta, il prelato sottolinea che è stata la diocesi a chiedere alla Santa Sede che Torreciudad fosse “riconosciuta come santuario internazionale dipendente direttamente dalla Santa Sede e che fosse la stessa Santa Sede a supervisionarne la situazione economica e pastorale”.
La processione dell'immagine originale
In merito al trasferimento temporaneo dell’immagine, lo scorso luglio il vescovo aveva pubblicato una nota in cui affermava senza mezzi termini la partecipazione di questa scultura alla celebrazione liturgica e alla processione di questa Romeria. Tuttavia, da Torreciudad hanno sostenuto di “aver sottoposto questa proposta al commissario pontificio, mons. Alejandro Arellano, il quale ha autorizzato che la scultura originale venga portata all’eremo e vi rimanga durante la celebrazione” e hanno inoltre precisato che “per la successiva processione verrà utilizzata la copia pellegrina della Vergine di Torreciudad”, la quale “è dotata degli ancoraggi e degli altri elementi necessari per essere trasportata in sicurezza ed è preparata specificatamente per partecipare a romerie e pellegrinaggi”.
Il ruolo del commissario plenipotenziario
Perez Pueyo, tuttavia, sostiene in questo comunicato che è Torreciudad ad essere “sotto amministrazione controllata” e non la diocesi; pertanto, a suo avviso, non era necessario consultare Arellano.
Sebbene il testo del possibile accordo relativo a Torreciudad non sia noto, il vescovo di Barbastro afferma in questo comunicato che egli “non può firmare, approvare né acconsentire a una soluzione che privi questo popolo di Barbastro-Monzón della propria Madre, o che la trasformi in una persona estranea che fa qualche visita ai propri figli da una casa altrui”. La permanenza della Vergine nel nuovo tempio, per il resto aperto e visitato normalmente dai devoti della Vergine di Torreciudad, sia locali che forestieri, non è accettabile per il vescovo, che arriva a sottolineare che “la pace della Chiesa non può fondarsi sul silenzio di un popolo a cui si chiede di rinunciare alla propria memoria”.
A questo proposito, Perez Pueyo ha lasciato trasparire un certo malcontento riguardo alla gestione del commissario plenipotenziario, sottolineando che si è trasformata “in una sorta di mediazione tra loro [la prelatura dell’Opus Dei] e la diocesi, come se questa gente, che aspettava giustizia, dovesse accettare delle rinunce invece di difendere i propri diritti, cosa che ha dato origine proprio alla commissione di Torreciudad”. Un’affermazione che sembra contraddire diverse dichiarazioni precedenti del prelato rilasciate a vari media, in cui si mostrava soddisfatto per la intervento della Santa Sede e disposto a attenersi a quanto stabilito dal Vaticano in merito a Torreciudad.
Condizione di continuità dell'episcopato
Prima dell’invito a partecipare a questo pellegrinaggio, che non è la prima volta che si celebra a Torreciudad, dove si era già tenuto nel 2011, il vescovo ha tenuto a sottolineare che auspica che “Torreciudad sia un grande centro universale di evangelizzazione mariana”, come lo è stata in modo particolare negli ultimi cinquant’anni.
Come già sottolineato dal anno scorso, allineandosi alla posizione dell’anziano Eleazar, il vescovo ha nuovamente messo in gioco il proprio incarico qualora la risoluzione su Torreciudad non comportasse il ritorno della Madonna «privata», secondo le parole del vescovo, nella sua diocesi. Una risoluzione che, per il momento, non sembra imminente.
Come promuovere le vocazioni? Lo spiega il rettore del seminario con il maggior numero di vocazioni negli Stati Uniti
La diocesi di Wichita si distingue dalle altre raggiungendo un sorprendente 195% rispetto alla cifra necessaria per garantire il ricambio dei propri sacerdoti.
La diocesi di Wichita, in Kansas, si è affermata come punto di riferimento nazionale nella promozione del ministero sacerdotale, posizionandosi nettamente in testa alle classifiche relative alle vocazioni negli Stati Uniti. Secondo un recente rapporto di Pastorale vocazionale, le diocesi più piccole e coese registrano i risultati migliori: Wichita raggiunge infatti un impressionante 195% del tasso necessario per mantenere il proprio numero di sacerdoti. Questo quadro contrasta con la realtà delle grandi diocesi con una popolazione cattolica più numerosa, che devono affrontare sfide significative per garantire il ricambio generazionale e disporre di un numero sufficiente di seminaristi.
Per approfondire i fattori alla base di questa notevole fioritura vocazionale, abbiamo parlato con padre Chad Arnold, sacerdote diocesano e rettore del Seminario San Filippo Neri (Seminario di San Filippo Neri) nella diocesi di Wichita. Attraverso la sua esperienza nella formazione sacerdotale e nella vita comunitaria, ci illustra gli elementi chiave della pastorale che hanno trasformato questa piccola diocesi in un modello di vitalità e speranza per la Chiesa.
La diocesi di Wichita è considerata un modello per il gran numero di vocazioni. A quali fattori attribuisce questa risposta costante da parte dei giovani?
–Le benedizioni delle vocazioni derivano da molti fattori. Innanzitutto, l’ampia disponibilità di cappelle dedicate all’adorazione eucaristica. La maggior parte delle nostre parrocchie offre l’adorazione eucaristica, alcune addirittura dispongono di cappelle di adorazione perpetua. Ciò permette ai giovani di presentarsi davanti a Dio in silenzio ogni volta che lo desiderano e di ascoltare la sua voce.
In secondo luogo, abbiamo un presbiterio molto affiatato. I sacerdoti sono di tutte le età, vanno d’accordo tra loro e formano una fraternità davvero solidale. I giovani vedono i nostri sacerdoti pregare insieme, ridere insieme e godersi una vera fratellanza solidale.
Quali altri aspetti contribuiscono a creare una cultura vocazionale?
–È molto radicata l’idea che tutto ciò che mi è stato dato provenga da Dio e che io abbia la responsabilità di utilizzarlo bene, compresi i miei doni e la mia vocazione. Questo stesso modello ci permette anche di offrire un’eccezionale educazione cattolica a qualsiasi cattolico praticante che lo desideri. I nostri giovani ricevono una solida formazione nella fede.
Infine, abbiamo una leadership di qualità. Abbiamo avuto la fortuna di poter contare, per molti decenni, su vescovi affettuosi e devoti. Ci hanno guidato con fermezza.
In che modo le famiglie e le parrocchie locali collaborano direttamente nell’individuare e sostenere le possibili vocazioni?
–Tutte le nostre parrocchie ricevono il nostro manifesto annuale sulle vocazioni e lo espongono. Molte di esse incoraggiano i propri fedeli a dedicare un’ora santa a ciascuno dei giovani.
Nella diocesi abbiamo anche quattro club Serra. Si tratta di un gruppo che si riunisce periodicamente per sostenere le vocazioni attraverso la preghiera, l’invio di pacchetti di benvenuto all’inizio dell’anno scolastico, la stesura di lettere ai giovani e l’organizzazione di incontri vocazionali nelle scuole elementari.
Infine, cerchiamo di fare in modo che i parroci visitino regolarmente il seminario per trascorrere del tempo con i giovani.
Come state affrontando l'attuazione della nuova fase propedeutica richiesta dalla Santa Sede per i primi anni di formazione?
–Fortunatamente, gran parte di ciò che stavamo già facendo si adattava bene alla nuova fase propedeutica. Avevamo già messo a punto un programma locale per consentire ai giovani di conoscere la diocesi e il vescovo prima di partire per un seminario lontano. Nella nostra Casa di Formazione/Seminario ci concentriamo sulle competenze umane fondamentali tradizionali.
Non abbiamo personale assunto, quindi sono i giovani a occuparsi di tutte le pulizie, della manutenzione e della cucina. Abbiamo cinque pasti a settimana in cui ci sediamo a tavola e in cui gruppi di giovani preparano la cena.
Organizziamo inoltre corsi periodici di “competenze pratiche” che spaziano dalla falegnameria alla meccanica automobilistica, dall’elettricità all’idraulica, dalla cucina al tiro a segno e al cucito.
Che consiglio daresti a un responsabile vocazionale di un’altra diocesi che desidera rilanciare la pastorale vocazionale nella propria regione?
– Il consiglio migliore che posso darle è di non perdersi d’animo. Non cercate di farlo da soli. Innanzitutto, il Signore della messe deve essere profondamente coinvolto, attraverso la preghiera assidua, la supplica, il digiuno, ecc., ma anche altri sacerdoti e laici devono sentirsi coinvolti. Le vocazioni sono una questione che riguarda tutti.
A un giovane che oggi sente una vocazione ma non osa fare il primo passo, quale sarebbe il suo messaggio principale?
– Il mio messaggio principale per un giovane sarebbero le parole che Gesù ripete più spesso nel Vangelo: “Non abbiate paura”. Qualunque cosa diamo a Dio, Lui non resterà indietro in generosità. Quando diciamo “sì” a Dio, non ce ne pentiamo.
Zuckerberg (Meta) e Amodei (Anthropic), di fronte alla sfida umanistica
Gli amministratori delegati di Meta, Mark Zuckerberg, e di Anthropic e Darío Amodei si trovano ad affrontare importanti sfide di natura umanistica ed etica, che determineranno il corso dello sviluppo tecnologico nei prossimi anni. Zuckerberg, sul tema della salute mentale e delle dipendenze dei giovani, e Amodei, sull’etica nell’Intelligenza Artificiale (IA).
Francisco Otamendi-31 agosto 2026-Tempo di lettura: 3minuti
La corsa all’intelligenza artificiale non è solo tecnologica, ma anche etica e umanistica. L’impero tecnologico dei social network deve avere dei limiti – la dignità umana e la salute – alla luce dei fatti denunciati da numerosi adolescenti di 47 stati degli Stati Uniti, che si considerano vittime di danni psicologici e mentali causati da prodotti considerati che creano dipendenza immessi sul mercato.
Ciò è confermato dai fatti rilevanti che si stanno verificando in questi giorni.
Il 26 agosto è stato visualizzato l'accordo presentata dinanzi a un tribunale federale della California, in base alla quale Meta, proprietaria di Facebook e Instagram, accetta di pagare 17 miliardi di dollari, più un miliardo se si include il Texas, per evitare il processo contro Zuckerberg. Il motivo: i danni causati ai minori dal design che crea dipendenza sui propri social, nel più grande procedimento giudiziario della sua storia.
Nel caso in cui avesse perso la causa, il colosso tecnologico avrebbe dovuto affrontare un costo prevedibilmente molto più elevato, forse decine o centinaia di miliardi di dollari.
La controversia, ancora in sospeso
Tutto sommato, forse l'aspetto più preoccupante sono le posizioni contrastanti nella controversia, poiché Meta non condivide le accuse.
La causa accusava l'azienda di contribuire alla crisi di salute mentale tra gli adolescenti a causa di un design che crea dipendenza e nascosto al pubblico.
Il logo di Meta è stato visibile durante la conferenza Viva Technology, dedicata all’innovazione e alle startup, tenutasi presso il centro espositivo Porte de Versailles di Parigi il 12 giugno 2025. (Foto di OSV News/Benoit Tessier, Reuters).
Tuttavia, Obiettivo nega le accuse e la propria responsabilità. “Garantire che gli adolescenti vivano un’esperienza sicura e costruttiva sulle nostre piattaforme è una priorità assoluta per Meta”, sottolinea l’azienda. “Vogliamo agire nel modo giusto sia per i genitori che per gli adolescenti”, ha aggiunto.
CoinvolgeTikTok e YouTube
È stato inoltre reso noto che l'incasso dell'importo da parte degli Stati è garantito solo al 70%. Meta verserà il restante 30% solo se Tik Tok e YouTube si impegnano ad adottare misure per controllare meglio anche l'uso delle loro piattaforme da parte dei giovani, e investono in tal senso.
Alcune delle proposte che Meta intende attuare, e che vorrebbe fossero adottate anche dai suoi concorrenti, vanno da un limite giornaliero di due ore (che potrebbe essere ridotto a un’ora), alla limitazione delle notifiche durante la notte e fino a mezzogiorno, compreso l’orario scolastico, alla disattivazione degli algoritmi, ecc., in modo da ridurre la dipendenza dal cellulare. L’Australia ha vietato l’uso dei social network ai minori di 16 anni e altri paesi stanno valutando la questione.
La legge del profitto o i principi?
Un altro tema rilevante, se non addirittura più importante, a cui abbiamo accennato all’inizio, è la sfida etica nei modelli di intelligenza artificiale, una questione che potremmo definire la sfida tecnologica umanistica.
Papa Leone XIV ha lanciato un forte monito e ha invitato alla riflessione, ponendo come principio fondamentale il rispetto della dignità umana, che precede e giudica l’intelligenza artificiale.
La questione è: cosa succederà, come scriveva Robert Amstrong sul Financial Times il 30 aprile, se le aziende e i loro modelli “seguiranno una regola sopra ogni altra: cercheranno di massimizzare la redditività per i propri azionisti, entro i limiti stabiliti dalla legge. Quando la legge del profitto entra in conflitto con i principi interni dell’azienda, il profitto prevarrà sempre”.
Il cofondatore di Anthropic, Darío Amodei, a Davos, in Svizzera, il 20 gennaio 2026 (Foto di OSV News/Denis Balibouse, Reuters).
Dario Amodei afferma di essere “concentrato giorno e notte su come allontanarci dagli esiti negativi dell’IA e avvicinarci a quelli positivi”. Amstrong dice di credergli. Ma (…) le sue parole non sono altro che rumore. Alle strutture di incentivazione in questione non importa su cosa sia concentrato”.
Mentre il giornalista del FT esprime il proprio scetticismo, è importante seguire le tracce dei i fratelli Amodei, Darío e Daniela, figli di un artigiano del cuoio originario dell’Italia e di una responsabile di progetti per biblioteche ebrea proveniente da Chicago. Entrambi hanno lasciato OpenAI / ChatGPT per fondare Anthropic (il chatbot Claude), di cui Darío è amministratore delegato e Daniela presidente.
Leone XIV raccomanda di non interrompere il dialogo con il Signore e di non giudicarlo mai
Durante l’Angelus di questa domenica a Castel Gandolfo, Papa Leone XIV ha esortato a non interrompere mai il dialogo con il Signore, anche se non lo comprendiamo, e a manifestargli con fiducia la nostra difficoltà nel capire ciò che ci chiede, senza giudicare Dio.
Francisco Otamendi-30 agosto 2026-Tempo di lettura: 2minuti
Di fronte ai numerosi pellegrini e fedeli presenti a Castel Gandolfo, il Santo Padre ha commentato nel Angelus Il Vangelo di domenica 30 agosto, in cui il primo degli apostoli, Pietro, manifesta al Signore il proprio disaccordo riguardo alla rivelazione di Gesù sulla sua imminente Pasqua: la sua passione e la sua morte, e la sua risurrezione il terzo giorno. “Lungi da te una cosa del genere, Signore! Questo non può accaderti”, gli dice.
Era passato appena un istante da quando aveva riconosciuto in Lui il “Messia, il Figlio del Dio vivente”. E ora invece, sorpreso e forse deluso da ciò che aveva udito, in contrasto con la bella professione di fede che aveva appena pronunciato, lo rimprovera, ha spiegato il Papa.
«Neanche per noi è sempre facile comprendere e accettare le vie di Dio, specialmente quando sono molto lontane dalle nostre», ha proseguito Leone XIV.
Le tentazioni consistono, contro ogni logica di fede, nel pensare che sia il Signore a sbagliarsi o, peggio ancora, che non ci ascolti o non si interessi di noi.
L’insegnamento di Pietro: la fiducia
Di fronte a questa incertezza, Pietro, nonostante la sua impulsività, ci insegna due cose importanti, ha sottolineato il Papa.
“La prima è quella di non interrompere mai, nemmeno in questi momenti, il dialogo con il Signore; anzi, di manifestargli con fiducia la nostra difficoltà nel comprendere ciò che ci chiede”.
La seconda è: “Non giudicare mai l’operato di Dio, ma piuttosto metterci in ascolto, con umiltà, nella preghiera, di ciò che Egli ci sta rivelando attraverso le Sue azioni, anche quando ciò non corrisponde alle nostre aspettative”.
La grandezza del primo degli apostoli si manifesta anche in questo, ha sottolineato il Pontefice.
Perché Gesù gli risponde: “Vattene via da me, Satana!”, e spiega a lui e agli altri discepoli che, per seguire le sue orme, dovranno rinnegare se stessi, prendere la propria croce e seguirlo.
Pedro rimarrà fedele fino al martirio
Pedro lo farà dopo averlo ascoltato, accetterà la sfida e resterà fedele alle parole di Cristo, che ha riconosciuto come suo redentore, per tutta la sua vita, fino al martirio, ha sottolineato il Successore di Pietro.
In conclusione, il Papa ci ha esortato a chiedere al Signore, nella nostra vita di fede e nella nostra preghiera, “la stessa sincerità di Pietro, dicendogli con umiltà ciò che proviamo veramente, anche quando il cuore è confuso; e, allo stesso tempo, che sappiamo coltivare la sua docilità, accettando ciò che ci chiede al di là delle nostre aspettative”.
E che lo facciamo guidati da Maria.
Preghiera e solidarietà per Haiti, il Nepal e la tutela del creato
Dopo la recita dell’Angelus, Leone XIV ha fatto riferimento al grave massacro avvenuto ad Haiti, ha espresso la propria vicinanza alle vittime e ai loro familiari e ha chiesto l’immediato rilascio incondizionato degli ostaggi. Ha inoltre pregato per le vittime della terribile alluvione in Nepal.
Infine, dopo aver salutato diversi gruppi di pellegrini, il Papa ha ricordato la Giornata Mondiale della Preghiera per la cura del creato martedì prossimo, 1° settembre, in cui presiederà la Messa nei Giardini Pontifici di Castel Gandolfo.
La rivoluzione sacramentale: una missione per le coppie cristiane
Le coppie cristiane sono chiamate a guidare una «rivoluzione sacramentale» che restituisca la verità al corpo e alla famiglia di fronte all'attuale crisi antropologica.
Valle Rodríguez Castilla-30 agosto 2026-Tempo di lettura: 7minuti
Giovanni Paolo II, nella sua “Teologia del Corpo”, ci ha parlato del corpo come sacramento, come segno visibile: i nostri corpi esprimono il mistero di Dio e lo rendono presente. In questo senso, oggi, contemplando la deriva del corpo, si avverte la mancanza di una nuova rivoluzione, questa volta sacramentale. In essa, le coppie sposate avrebbero una missione centrale.
Quest’idea mi è rimasta molto in mente quest’estate. Credo che abbia avuto origine dalla rilettura dell’enciclica di Paolo VI Humanae vitae—il mio modo personale di celebrare il nuovo anniversario della sua proclamazione, lo scorso 25 luglio.
Il significato più ampio di «sacramento» secondo la Teologia del Corpo
Prima di tutto, è opportuno chiarire che Giovanni Paolo II, nella sua Teologia del Corpo, utilizza il termine «sacramento» in un senso più ampio rispetto a quello che si riferisce ai sette sacramenti istituiti da Cristo.
In questo senso ampio, il «sacramento» è il segno visibile di una realtà invisibile, del mistero di Dio nascosto nei secoli. È per questo che, in un certo senso, il corpo rientra nella definizione di sacramento; così come il matrimonio fin dall’inizio. Entrambi, il corpo e il matrimonio, ci parlano di Dio e lo rendono presente nel mondo.
L'immagine di Dio nel matrimonio
Per quanto riguarda il matrimonio, Giovanni Paolo II afferma nella sua teologia che il matrimonio è un sacramento fondamentale e di prototipo di tutti i sacramenti: «primordiale», in quanto precede nella sacramentalità, ne è il capostipite; e «prototipo», in quanto è modello di tutti i sacramenti perché «esprime sinteticamente l’amore sponsale di Cristo e della Chiesa». (Senza sminuire l’Eucaristia, che Papa Giovanni Paolo II definisce sacramento principale).
Così, Giovanni Paolo II sostiene nella sua catechesi che l’immagine più completa dell’amore di Dio nel mondo si può trovare nella vita degli sposi e, più profondamente, in quella di coloro che sono sposati in Chiesa. L’amore coniugale è chiamato ad essere il riflesso più pieno dell’amore divino in questo mondo.
Dietro una grande rivoluzione, una grande enciclica
I grandi cambiamenti che interessano l’uomo e la storia risvegliano la voce della Chiesa. La Chiesa, madre e maestra, torna sempre a ricordarci chi siamo e perché siamo qui.
Per questo motivo, ogni grande rivoluzione ispira un’enciclica. E ogni enciclica ridefinisce le coordinate antropologiche e teologiche di una rivoluzione che sta per arrivare: la rivoluzione più vera e definitiva.
Così, la rivoluzione sessuale suscitò, all’epoca, Humanae vitae. La rivoluzione tecnologica della nostra epoca ha ispirato la prima enciclica di Leone XIV, Magnifica humanitas. E l’una e l’altra, nei rispettivi contesti, rimandano all’unica rivoluzione in grado di garantire il progresso e la felicità dell’umanità: la rivoluzione sacramentale.
Si tratta di riportare il corpo, il matrimonio e la famiglia alla loro verità più profonda, alla loro natura sacramentale.
L'attualità costante diHumanae vitae
Humanae vitae ha messo in luce il tesoro della natura umana. La sua perla preziosa è il rispetto per l’integrità di ogni relazione coniugale — di ogni rapporto sessuale — e per la sua forza vitale.
Non si tratta di un insegnamento ormai superato, né di una proposta appartenente a un’altra epoca. Ancora oggi, l’autorevolezza serena del suo messaggio continua a incoraggiare uomini e donne a soffermarsi davanti al mistero della vita con uno sguardo più amorevole, più riverente e più pieno.
A due anni dal compimento dei sessant’anni, la prima invocazione di Humanae vitae continua a essere un’eco giovane della verità dell’amore per tutta l’umanità: Il gravissimo compito di trasmettere la vita, «il gravissimo dovere di trasmettere la vita umana».
Tuttavia, la forza della sua voce sembra soffocare nel frastuono delle nuove antropologie. A volte riesce a farsi strada e a risuonare nel silenzio di una camera da letto. Anche in quei casi, i neo-sposi si chiedono:
—Che vita? Cosa significa che sia umana? Quale dovere? Perché è grave?
Sono interrogativi del nostro tempo.
La trasmissione della vita, pietra angolare dell'umanità
La rivoluzione sessuale, favorita dalla legalizzazione e dalla diffusione della pillola contraccettiva, ha provocato — come aveva profetizzato Paolo VI — un terremoto antropologico. Le sue scosse di assestamento continuano ad aprire crepe nella comprensione della persona e del corpo, della mascolinità e della femminilità, della generatività e della fecondità, del matrimonio e della famiglia.
Percorrendo una strada che abbiamo iniziato a percorrere a ritroso —smantellando l’umanità—, la questione contraccettiva ha fatto saltare in aria altre questioni ancora più radicali, come quella dell«»unica carne«; e ha aperto le porte ad altre ancora più fluide, come le »teorie di genere». Una questione generativa ha finito per seminare confusione su verità creaturali più fondamentali.
In questa deriva innaturale, la verità e l’amore si sono sempre più allontanati. Si sono separati a tal punto che ormai è normale che non si riconoscano più. E, quando l’amore e la verità non si riconoscono, nemmeno l’uomo e la donna lo fanno.
Senza dubbio, nel corso di questi anni, abbiamo potuto sperimentare «sulla nostra pelle» che la grammatica naturale della trasmissione della vita umana è la pietra angolare della nostra umanità.
Contraccezione contro natura
Il dilemma relativo alla contraccezione non trova una risposta nella contrapposizione tra contraccezione e concepimento. Semmai, potrebbe risiedere nel binomio contraccezione, non concepimento. In ogni caso, la contrapposizione di fondo è quella tra contraccezione e natura.
Siamo stati creati a immagine di Dio, uomo e donna. La nostra natura ci è stata donata. Non è arbitraria. Il suo linguaggio è inscritto nei nostri corpi. È un linguaggio che dobbiamo imparare a parlare. Quando riusciamo a padroneggiarlo, ci riempie di felicità.
Anche il rapporto sessuale possiede questo linguaggio universale. Il fatto di parlarlo insieme, uomo e donna, ci rende simili, ci permette di raggiungere la vera comunione. E la comunione è sempre olistica: ci supera. I suoi frutti sono frutti di fecondità.
L’audacia di intervenire sulla natura del rapporto sessuale, mettendone in discussione i significati unitivi e generativi — nonché identitari —, ha gettato un’ombra sulla comunione tra uomo e donna. Ma non solo su di essa.
Prendere il significato unitivo del rapporto sessuale con una mano e quello generativo con l’altra, e tirare in direzioni opposte, svuota di significato l’espressione «una sola carne» del matrimonio; svuota di significato l’uomo come marito; svuota di significato la donna come moglie; svuota di significato i figli; e, in ultima analisi, svuota di significato l’intera società.
Ciò che ieri ha avuto inizio nel silenzio di una camera da letto, oggi risuona nelle strade e nelle piazze, trascinando con sé l’umanità. A questo punto (o in questo stato di decadenza), l’immagine di Dio si sta sempre più dissolvendo. La creazione geme e chiede:
—Dov’è Dio?
Natura e sacramentalità
Ma all’uomo postmoderno sembra non importare affatto se Dio esista o meno. Ciò che desidera davvero è non incontrarlo da nessuna parte; non intravederne nemmeno l’immagine.
In verità, l’uomo di oggi trae vantaggio dal mistero divino. Dio Mistero non si mostra. Dio si nasconde nella creazione e sussurra nel cuore. Il linguaggio della natura è il suo linguaggio. E, attraverso l’uomo e la donna, le sue creature predilette, Dio canta.
Per restituire al mondo l’immagine di Dio occorre rendere visibile l’invisibile: la logica sacramentale. Vedere Dio è una questione di sacramentalità: di corpo e di grazia, di grazia e di corpo.
Per questo il matrimonio — ogni matrimonio, cristiano e non cristiano —, in quanto unione tra uomo e donna, in quanto sintesi dell’umanità nella sua interezza, è chiamato a proclamare il linguaggio della natura, a cantarlo nella verità, a annunciarlo con i propri corpi. Anche nell’abbraccio coniugale.
Certamente, ogni cosa creata possiede un valore sacramentale embrionale, una capacità donata di rendere visibile Dio invisibile. Ma, a un livello più profondo, è il matrimonio a possederlo. Questo è il suo valore e la sua missione per la rivoluzione che la creazione invoca.
Le coppie cristiane, veri protagonisti della rivoluzione sacramentale
Il matrimonio, di qualsiasi fede, cultura ed epoca, è sacramentale: in esso è già presente il germe che lo rende manifestazione del mistero divino. Ma germoglia pienamente con la venuta di Gesù: se la Croce è il matrimonio di Cristo con la sua Chiesa, ogni matrimonio cristiano è chiamato ad esserne il Volto, il suo segno più visibile ed efficace.
Noi battezzati sposati viviamo la stessa realtà del matrimonio naturale, ma in modo nuovo e pieno. Il nostro matrimonio è stato elevato da Cristo all’ordine soprannaturale: Cristo ne conferma la natura e lo colma di significato. Noi coppie cristiane siamo immagine dell’unione di Cristo con la sua Chiesa.
Per questo, oggi, le vere testimonianze di Cristo sono quelle di tanti uomini e donne battezzati che vivono, con fede, il progetto di Dio per l’amore umano nel matrimonio: la testimonianza di una coppia di fidanzati che si ama nell’attesa, quella di una giovane coppia aperta alla vita, quella di una famiglia liberamente numerosa, quella di una coppia di anziani che continua a vivere di speranza. È così che Dio si rende visibile ed efficace.
La nuova apologetica non si basa sui credi e sulle dottrine; si basa sulle vite dei battezzati, cammina con i loro corpi. La nuova evangelizzazione parla di differenza sessuale, di dono di sé, di fecondità, di un «sì, lo voglio» senza doppie facce, di un «per sempre» che sia davvero per sempre, di totalità, di libertà. Queste sono le vie più sicure della grazia. E uomo e donna, mascolinità e femminilità, dono e vita, donazione e accoglienza, comunione e fecondità costituiscono il nostro campo semantico della sacramentalità, il campo di battaglia di questa tanto attesa rivoluzione sacramentale.
Il «quid» è il corpo
In questa armonia, la contraccezione distrugge il significato della realtà coniugale. È un terremoto il cui epicentro è l«»unica carne», una scossa che frantuma l’immagine di Dio in mille pezzi.
La mentalità contraccettiva compromette il matrimonio come sacramento. Non vuole la rivoluzione sacramentale: continua a preferire la propria, la rivoluzione sessuale fine a se stessa. La contraccezione è un indicatore — un biomarcatore tumorale — della salute sacramentale del fidanzamento, del matrimonio e della società.
Come ha sottolineato il sacerdote e scrittore Juan Luis Larrú, la crisi del corpo, scaturita dalla rivoluzione sessuale, ha portato alla crisi sacramentale (a cominciare dalla crisi del matrimonio). E la crisi sacramentale ha poi provocato una crisi del corpo ancora più profonda. È urgente uscire da questo labirinto seguendo la traccia sacramentale.
Il cammino sacramentale è il cammino del corpo. Non si tratta di illuminazioni interiori né di estetiche spiritualizzate. Si tratta della grazia che tocca i nostri corpi, li trasforma e li trasfigura; li riempie di gloria dalla pelle verso l’interno, affinché possano riemergere come manifestazioni di gloria.
Il punto cruciale è il corpo. La grazia — e in essa, la grazia coniugale — è la chiave per mostrare al mondo il vero volto di Cristo. Ma la grazia deve incontrare il corpo e aprirlo. La grazia opera dal corpo, attraverso il corpo.
Progresso e felicità
Solo una rivoluzione sacramentale (il cambiamento radicale per cui il visibile esprima l’invisibile), guidata dalle coppie cristiane (la visibilità di Cristo e della Chiesa), potrà restituirci, sani e salvi, i nostri corpi.
Solo una rivoluzione sacramentale potrà sanare questo cancro che affligge i matrimoni e le famiglie e riportare la tenerezza nei loro cuori.
Solo una rivoluzione sacramentale potrà porre fine a questo terremoto antropologico e ricostruire la nostra identità di uomini e donne.
E solo una rivoluzione sacramentale potrà portare alla nostra società il vero progresso, che è sempre felicità.
Ottima osservazione, non c’è dubbio, Humanae vitae già fin dalla sua nascita puntava verso questa Magnifica humanitas.
L'autoreValle Rodríguez Castilla
Sposata e madre di sette figli. Esperta di Teologia del Corpo, questioni di genere ed educazione affettivo-sessuale.
Tra protezione e libertà: lo sguardo che interroga i genitori
Alla fine, l’unica cosa che posso offrirvi è questa: un amore che non sa se ci riuscirà, ma che non smette mai di provarci.
30 agosto 2026-Tempo di lettura: 3minuti
Ci sono gesti così piccoli che quasi non li si nota, finché, un giorno, smettono di sembrare normali. Mia figlia maggiore ne ha uno. Prima di prendere un biscotto a casa di qualcun altro, fa sempre la stessa cosa: alza la testa e mi cerca con lo sguardo.
Non chiede nulla. Non dice «posso?». Si limita ad aspettare quel gesto quasi impercettibile con cui sua madre o io annuiamo dall’altra parte del tavolo. Poi sorride. E lo fa.
Per anni ho pensato che quella fosse una piccola vittoria educativa. Non mi era mai venuto in mente che quello stesso sguardo potesse nascondere una domanda su di me. Fino a quest’estate.
Abbiamo trascorso alcuni giorni di vacanza con un’altra famiglia. Bastano due o tre giorni per scoprire che le differenze tra i genitori emergono proprio dove meno te lo aspetti: un gelato prima di pranzo, cinque minuti in più in piscina, l’ora di andare a letto.
Quel pomeriggio uno dei bambini chiese un gelato. Suo padre glielo concesse. Pochi secondi dopo un altro chiese esattamente la stessa cosa. Suo padre gli rispose di no.
I bambini hanno accettato la risposta con una naturalezza ammirevole. Gli adulti no. Per qualche secondo abbiamo smesso di guardare i bambini per cominciare a guardarci l’uno l’altro. Nessuno ha discusso. Nessuno ha cercato di convincere nessuno. Ma ci siamo tutti confrontati tra noi.
E allora accadde qualcosa che da allora mi accompagna. Qualcuno aprì una scatola di biscotti. Mia figlia allungò la mano. Proprio prima di toccare il biscotto, alzò lo sguardo e cercò i miei occhi.
Ha aspettato un secondo. Forse due. Io ho annuito. Lei ha sorriso. Quando ha preso il suo biscotto, un altro bambino ne aveva già presi due e stava correndo verso il giardino senza aver guardato nessun adulto.
E, per la prima volta dopo tanti anni, non ho provato orgoglio. Ho provato un senso di dubbio. E, per un istante, ho desiderato che mia figlia avesse un po’ di quella sicurezza. Non per disobbedire. Non per smettere di essere se stessa. Solo per affrontare il mondo con la serenità di chi non teme di sbagliare.
Quel pensiero svanì subito. O almeno così credevo. Perché tornò quella notte. E non riuscii a liberarmene per tutto il viaggio di ritorno. Le bambine finirono per addormentarsi sul sedile posteriore. Teresa era al volante. La radio era a volume molto basso. Per molti chilometri nessuno dei due disse una parola.
«Non riesco a togliermi dalla testa lo sguardo della bambina prima che prendesse il biscotto», dissi alla fine.
Teresa ci mise qualche secondo a rispondere.
—Che cosa c'è in quello sguardo?
—Non lo so. Ma mi chiedo cosa vedesse davvero quando mi cercava con lo sguardo. Aspettava un permesso? Aspettava rassicurazione? Aspettava approvazione? O semplicemente aspettava suo padre?
Lei rimase in silenzio. La strada continuava a snodarsi.
—Non lo so —disse alla fine—. Ma se stiamo sbagliando, preferisco che sia perché le abbiamo amate troppo. Non perché le abbiamo trascurate.
Continuiamo in silenzio. A volte penso che quel silenzio abbia risposto meglio di entrambi. Ho letto di iperprotezione, resilienza e autonomia. Parole utili. Nessuna di esse rende l’idea di ciò che ho visto in quello sguardo. Perché ciò che ho visto non era paura. Non era obbedienza. Non era sottomissione. Era qualcosa di più antico. Era una bambina che crede ancora che suo padre abbia tutte le risposte.
E io, che avrei dovuto sentirmi orgoglioso, riuscivo solo a provare paura. Paura che quella fiducia fosse una trappola. Paura che, annuendo sempre, le stessi insegnando che il mondo si può abitare solo con un permesso. Paura che un giorno, quando io non ci sarò più, lei continui ad aspettare uno sguardo che non arriverà mai.
Ci sono notti in cui entro nella loro stanza prima di andare a letto. Anche se ognuna ha il proprio letto, finiscono quasi sempre per dormire insieme, abbracciate, come se il mondo finisse in quella stanza.
Mentre le guardavo dormire, ho pensato che un giorno avrebbero smesso di cercarmi con lo sguardo. Non per mancanza d’amore. Non per ribellione. Perché crescere significa proprio questo: imparare a camminare senza voltarsi indietro. E ho capito che non potevo proteggerle da quel giorno. Né dovevo farlo.
Una sera sono entrata, prima di spegnere la luce. Le ho guardate per un po’ senza fare rumore. Ho pensato che, probabilmente, tra qualche anno nessuna di loro avrebbe più voluto dormire così.
Ho provato uno strano misto di tristezza e serenità. Perché, in fin dei conti, l’unica cosa che posso offrire loro è questa: un amore che non sa se ci riuscirà, ma che non smette mai di provarci. Un giorno smetterà di cercarmi prima di prendere una decisione. E quel giorno spero di avere il coraggio necessario per non confondere la sua libertà con la mia sconfitta. E allora sì. Anche se non ci staremo più tutte e quattro nello stesso letto.
Roseline Hamel e Nassera Kermiche: una storia di perdono e riconciliazione
Roseline Hamel ha perso suo fratello, il sacerdote Jacques, assassinato nel 2016 all’età di 85 anni, sull’altare di la chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray (Francia). Nassera Kermiche ha perso suo figlio Adel, uno degli attentatori. Questa è la storia del suo dolore e della sua riconciliazione, così come l’hanno raccontata loro al Meeting di Rimini.
Francisco Otamendi-29 agosto 2026-Tempo di lettura: 12minuti
Due donne, Roseline Hamel e Nassera Kermiche, sono state le protagoniste del primo grande incontro del Meeting per l’Amicizia tra i Popoli, comunemente noto come il Meeting di Rimini (Italia), tenutosi pochi giorni fa. Un Meeting giunto ormai alla sua 47ª edizione.
Gli organizzatori, Comunione e Liberazione, e in particolare Bernhard Scholz, presidente dell'Incontro, hanno presentato sul palco questa storia di perdono e riconciliazione, di “due sofferenze impossibili da sopportare in solitudine”, proprio alla vigilia della visita di Papa Leone XIV, sabato 22 agosto.
Si trattava della sofferenza di Roseline Hamel, sorella di padre Jacques Hamel, e di quella della madre del giovane jihadista, Nassera Kermiche, che per motivi di sicurezza non era riconoscibile, indossava occhiali da sole ed era seduta di profilo rispetto alla telecamera.
"’Soeurs de douleur’ (Sorelle nel dolore)
Questa è una sintesi delle ore che hanno preceduto l'omicidio di padre Hamel in quel giorno del 2016, dieci anni fa: come l'hanno vissuto entrambe le donne e le loro famiglie, come si sono conosciute, come sono diventate amiche e come si sono riconciliate.
Ora sono le “Soeurs de douleur’ (Sorelle nel dolore), proprio come recita il titolo del libro pubblicato da Ares-LEV, in cui hanno raccontato la loro storia. Ci limiteremo a riportare alcuni estratti di quanto hanno raccontato al Meeting di Rimini, che potete vedere nel video in fondo alla pagina, a un riferimento una fonte di arricchimento dell'agenzia vaticana, e qualche articolo pubblicato, ad esempio su *Il Messaggero*.
I fatti
La mattina del 27 luglio 2016, padre Hamel celebrava la Santa Messa nella sua parrocchia di Saint-Étienne-du-Rouvray, nel nord della Francia.
Al termine della Messa, subito dopo la benedizione, è stato ucciso da due giovani jihadisti. All’arrivo della polizia, i due assassini stavano tentando di fuggire e sono stati uccisi.
Poco dopo, la notizia della morte del fratello giunse alla sorella Rosaline. La notizia che Adel, uno dei figli di Nassera Kermiche, fosse coinvolto nell’omicidio, giunse alla madre nel pomeriggio, quando le fu comunicata anche la sua morte. Fu una giornata terribile per loro.
“Su queste donne si è abbattuta una sofferenza indescrivibile”, ha affermato Bernhard Scholz, “e da oggi vogliamo ricominciare”, ha aggiunto. I riquadri laterali riportano domande poste dallo stesso Scholz, frasi delle due donne e il testo redatto da Omnes.
I portatori trasportano la bara di padre Jacques Hamel il 2 agosto 2016, all’esterno della cattedrale di Rouen, in Francia, alla presenza di numerosi sacerdoti e altri fedeli (Foto di OSV News/Jacky Naegelen, Reuters).
Roseline, cos’è successo quel giorno? Come l’ha vissuto? E, soprattutto, come l’ha vissuto con sofferenza?
– Roseline: Quella giornata è stata davvero inaspettata. Eravamo arrivati nel nord della Francia, nel paesino dove viveva mio fratello, il mio caro fratello Jacques Hamel, per aiutarlo nella sua ultima settimana di lavoro; poi avevamo in programma di partire insieme per le vacanze.
Siamo arrivati il 25 luglio, che era il giorno di Sant'Anna. Quella sera abbiamo chiesto a mio fratello – anch'io ero lì con i miei nipoti – come fosse possibile che accadessero cose di una violenza così estrema. Come può un essere umano fare qualcosa di così terribile a un altro essere umano?
All'inizio della cena ci disse: “Ho qualcosa di importante da dirvi. Sono felice di avervi qui, al mio tavolo”. E questo ci sembrò strano da parte di mio fratello, perché per natura era una persona che non sapeva mostrare la propria gioia.
Arriva la mattina del 26 luglio, squilla il telefono
– Abbiamo visto che mio fratello si è alzato molto presto perché doveva celebrare la messa del mattino. Si è dimenticato che stavamo dormendo. Era talmente abituato a vivere da solo e a non avere nessuno in casa, che ha fatto parecchio rumore alzandosi, facendo colazione e così via. E a un certo punto ha aperto la porta, che ha scricchiolato, e sentivamo l’odore del caffè che invadeva tutta la casa. Ci aveva preparato tutto: pane, marmellata, burro, ed eravamo tutti lì insieme quando ha squillato il telefono.
Di solito non rispondevo al telefono quando ero a casa di mio fratello perché pensavo: “Magari qualcuno mi chiede gli orari delle messe e io non li so”. Insomma, non rispondevo quasi mai al telefono.
Ma uno dei miei nipoti mi dice: “Nonna, perché non rispondi?». Insisteva perché rispondessi, perché stava guardando i cartoni animati e il telefono gli impediva di sentire.
Allora ho risposto e la persona all’altro capo del telefono mi ha chiesto: «È la canonica di Saint-Étienne? Può confermarmi se il sacerdote si trova in chiesa? C’è stato un attentato e hanno preso degli ostaggi».
“Pensavo fosse impossibile che qualcuno potesse fare del male a un sacerdote mentre celebrava la Messa in una chiesa”
– E io ho risposto: «Beh, se questa è una battuta, chiunque lei sia, non è affatto divertente». E ho aggiunto: «Mio fratello tornerà dalla chiesa tra circa 15 minuti, quindi la prego di richiamare più tardi».
Ho riattaccato il telefono, sono tornato in cucina, ho parlato con i miei nipoti e ho raccontato loro quello che mi avevano detto al telefono, poi ho detto: «Questa notizia non può essere vera. Non credo che sia vera, ma andrò in chiesa per verificarlo».
E mia figlia mi dice: “Mamma, non credo che riuscirai ad arrivare in chiesa perché c’è una folla per strada, è piena di gente, ci sono i militari, la strada è chiusa, persino i negozi stanno chiudendo”.
E il militare, con aria accigliata, mi disse: «Vada alle pompe funebri», un’agenzia di pompe funebri che si trovava lì vicino, e lì ci fecero aspettare per ore.
Pensavo fosse impossibile che qualcuno potesse fare del male a un sacerdote in una chiesa, un sacerdote che celebrava la Messa, la Passione di Cristo, che condivideva questo rito con altre persone, anziani che andavano a Messa. Dopo due ore di attesa ci hanno detto: «Potete uscire».
Una dipendente delle pompe funebri mi ha comunicato che mio fratello, padre Jacques, era morto
– Ma ci hanno anche detto di aspettare vicino a una finestra nel cortile. E lì ho iniziato a innervosirmi davvero, mentre mia figlia cercava di nuovo di calmarmi e mi diceva: “Mamma, abbiamo aspettato finora. Aspettiamo altri 5 minuti. Abbi pazienza”. E io ho aspettato.
E lì, nel cortile delle pompe funebri, vediamo arrivare due pompieri – quelli che di solito soccorrono le persone in caso di catastrofi – che rimangono lì in piedi in silenzio, insieme a una terza persona con un camice bianco macchiato di sangue.
Comincio a essere davvero nervosissima, a perdere la calma e mi rivolgo a queste persone. E con tono brusco dico loro: “Muovetevi, andate a cercare mio fratello”. E una dipendente delle pompe funebri si avvicina a me e mi dice: “È finita. Ci sono state due vittime: un ferito che è in ospedale e l’altra persona è suo fratello, che è morto”.
Rimango sbalordita, subisco uno shock, come se mi avesse trafitto un proiettile, come se una bomba fosse esplosa dentro di me. Comincio a gridare disperatamente il nome di mio fratello perché non riuscivo a credere a una notizia di tale portata. E mia figlia maggiore, che è rimasta tutto il tempo al mio fianco, mi ha detto: “Mamma, ti prego, ti supplico, smettila di gridare. Lo zio non tornerà, anche se gridi”.
E l'infermiera dice a mia figlia: «Lascia che tua madre urli». Se ha bisogno di urlare, anche per ore, lasciala urlare. Ho urlato con tale violenza che mi ha causato un problema al diaframma e, alcuni mesi dopo, ho avuto un problema polmonare a causa di quelle urla così forti. Ho dovuto persino sottopormi a un intervento chirurgico per questo, ma grazie a Dio ora mi sono ripresa.
Padre Jacques Hamel, nato il 30 novembre 1930 a Darnétal, è stato ordinato sacerdote il 30 giugno 1958 a Rouen ed è stato assassinato il 26 luglio 2016 nella chiesa di Saint-Étienne a Saint-Étienne-du-Rouvray (@Arcidiocesi di Rouen, Francia).
Un dolore indescrivibile, anche per lei. Come ha vissuto quel giorno, Nassera??
– Nassera: Per me quella giornata è iniziata molto presto, alle 7:30, perché mi sono alzata a quell’ora, e ricordo che quella mattina ho visto mio figlio (Adel) – e forse Dio mi ha concesso di vederlo un’ultima volta – e gli ho chiesto perché fosse già sveglio così presto. E lui mi ha detto: “Beh, mi sono svegliato”. Gli ho detto di tornare a letto. Poi sono tornata nella mia stanza.
Ricordo di aver acceso la televisione e di non aver trovato nulla di interessante, così sono tornato a dormire. Qualche tempo dopo ricordo che squillò il telefono: era il commissario di polizia, che mi chiedeva se mio figlio Adel fosse a casa. L'avevo visto pochi istanti prima. Quindi davo per scontato che fosse ancora lì, perché pensavo che non avesse dormito così a lungo, e ho risposto: “Sì, sì, è qui, al piano di sotto”.
E il commissario mi ha detto: “Vai a controllare se è lì”. E ho visto che mio figlio Adel era uscito e gli ho detto: “Beh, sì, in effetti è uscito. Non so, non so dove sia andato”.
L'attentato
– Ho chiesto al commissario perché mi avesse chiamata e lui mi ha risposto: “Perché c’è stato un attentato nella chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray«. E sono rimasta sorpresa perché non mi aspettavo la notizia di un attentato in quella chiesa. Allora gli ho chiesto: ”Ma perché mi chiama?“, »Perché pensa che Adel sia coinvolto in questo attentato?“. E lui mi ha risposto: ”Non ho altre notizie, ma la terrò informata».
Ho iniziato a preoccuparmi, ho acceso la televisione, ho cominciato a guardare il telegiornale e ho visto che effettivamente si parlava di un attentato, ma non venivano forniti molti dettagli.
Ricordo di aver chiesto a mia figlia di andare in chiesa per vedere cosa stesse succedendo, pensando che magari avrebbe trovato suo fratello lì.
Qualche minuto dopo mi chiama e mi dice: “Mamma, guarda, c’è tantissima gente, c’è la polizia, non vedo niente, è tutto bloccato”
Lei è tornata a casa e nel frattempo ho richiamato il commissario per chiedergli se ci fossero altre notizie, e lui mi ha risposto: “No, per il momento non abbiamo altre informazioni”. Doveva tornare a casa prima delle 12.30 perché aveva delle restrizioni.
Mio figlio non torna a casa e un giornalista si avvicina alla nostra abitazione
– Ma non succede nulla, mio figlio non torna. Verso le 11.30, un giornalista si avvicina a casa nostra e suona il campanello. “Ho sentito il nome Kermiche davanti alla chiesa”. A quel punto cominciamo a preoccuparci sul serio. Nel frattempo, mia figlia Sabrina, mia figlia Anisa e mio figlio Sofian sono al mio fianco, ma lui continua a mancare all’appello. Sono le 12.30. Adel non è ancora tornato.
Abbiamo acceso la televisione e si parlava di morti e feriti, ma non sapevamo esattamente cosa fosse successo all’interno della chiesa.
Richiamo il commissario. Probabilmente sapeva già cosa fosse successo e semplicemente non aveva il coraggio di dirmelo al telefono, e mi dice: “Riunitevi a casa». Nel frattempo arrivano le squadre speciali, arrivano molti poliziotti di diversi corpi di polizia e iniziano a perquisire la casa. In quel momento abbiamo capito che Adel era coinvolto, ma non avremmo mai immaginato che fosse morto.
Non ci aspettavamo che mio figlio fosse morto. È iniziato un lungo periodo di sofferenza…
Alla stazione di polizia, la notizia
– L’interrogatorio dura 4 ore e, trascorse le 4 ore, ci chiedono di seguire la polizia alla stazione di polizia. Una volta lì, ho detto: “Beh, sembra che mio figlio sia coinvolto nell’attentato di Saint-Étienne-du-Rouvray, ma non so molto altro”. E loro mi hanno risposto: “Sì, è coinvolto ed è deceduto”. È stato così che ho appreso la notizia della morte di mio figlio. In quel momento ho avuto la certezza che fosse deceduto, che fosse morto. Quella notizia ci è piombata addosso come se il cielo ci fosse crollato sulla testa. Non ce lo aspettavamo.
E così per entrambe ebbe inizio un lungo periodo di sofferenza, caratterizzato da tante domande strazianti senza risposta, soprattutto a causa dell’isolamento sociale, perché ovviamente poi la gente guardava la famiglia in un certo modo.
Roseline, come è nata l'idea di cercare Nassera?
- Roseline: Ho avuto subito questa idea, questo desiderio. Quando siamo tornati a casa nostra, i miei figli e i miei nipoti che erano lì con noi sono tornati alle loro case e hanno iniziato ad affrontare questo dolore, il dolore di quella giornata infernale. Una volta a casa mia, ho cominciato a chiedermi come avrei potuto sopravvivere a tutto questo, come avrei potuto trovare un nuovo senso alla mia vita.
“Ho iniziato a parlare e a dialogare con Dio”
– Ho iniziato allora a parlare e a dialogare con Dio. Per mesi ho continuato a dialogare con il Signore, cercando di trovare una risposta. Non avevo pazienza. Ero molto inquieta perché non riuscivo a trovare una risposta, una risposta in Lui; cercavo una risposta nel Vangelo.
Cercavo una parola, una parabola, qualcosa che potesse accompagnarmi, che rispondesse alle mie domande, che mi consolasse.
Il cardinale Jean-Marc Aveline di Marsiglia, presidente della Conferenza Episcopale Francese (al centro, accanto a Roseline Hamel, sorella di padre Jacques, e ad altri familiari), vescovi e autorità civili durante una marcia silenziosa verso la chiesa di Saint-Étienne il 26 luglio 2026, per commemorare il decimo anniversario della morte di padre Jacques Hamel a Saint-Étienne-du-Rouvray, in Francia, il 26 luglio 2016. (Foto di OSV News/Antoine-Marie IZOARD/Catholic Press Photo).
“Dio mi sta rispondendo. Nella tua sofferenza, ti ho portato sulle spalle”
– E alla fine, dopo alcune settimane, ho trovato una frase tratta da una storia simile, la storia di un uomo che portava con sé un peso, un dolore molto grande che provava per un amico (…), E quest’uomo che soffriva, che portava un peso enorme, disse al suo amico: “Ma tu, dove eri mentre io soffrivo così tanto?”. E lui gli disse: “Beh, ero vicino a te”, rispose l’amico. E lui gli disse: “Perché stai mentendo?”. E l’amico gli disse: “No, non sto mentendo. La tua sofferenza, questo grande peso che porti, era così grande che te l’ho portato io sulle spalle, sulle mie spalle”.”
“E qui ho trovato una risposta alla mia domanda. Poi, durante la Messa domenicale vicino a casa mia, ho sentito la stessa parabola nell’omelia, l’omelia che parlava proprio di questo argomento. E allora mi sono detto: “Beh, Dio mi sta rispondendo”».
“Mostrami la strada da seguire. E ho pregato la Vergine Maria”
– Allora mi sono permessa di dirgli: “Mostrami la strada da seguire, una strada di vita che abbia un senso”. E così ho continuato per un anno. Ho riflettuto per un anno e, dopo un anno, ero disperata, sul punto di lasciarmi morire.
Eppure mi sono ripresa e ho detto: «Proprio per i miei figli, che hanno sofferto insieme a me quel giorno, devo trovare la forza di andare avanti». Allora sono andata a pregare davanti alla Pietà nella mia chiesa.
E subito ho pensato alla Vergine Maria, colei che aveva subito questo martirio del proprio figlio senza poter intervenire, proprio come me, come noi.
E ho detto e ti ho chiesto: “Vergine Maria, dammi la forza di andare avanti, di camminare, di seguire le orme di mio fratello, proprio come tu hai seguito le orme di tuo Figlio, alla ricerca della giustizia, della verità e della pace”.
“Ma, per Dio, chi può soffrire più di me?”
– Una mattina ero molto stanca, non sapevo più cosa fare; ero lì davanti alla mia tazza di caffè e dicevo: ”Ma, Dio mio, chi può soffrire più di me? Chi può soffrire più di me?».
E nelle mattine successive mi sono svegliata con un pensiero ossessivo in testa. Continuavo a pensare a questa donna che non conoscevo, a questa madre, a questa mamma con dei figli, e mi sono detta: “Mio Dio, se fossi io questa madre con un figlio che ha commesso un atto così orribile, quale dolore proverei?”
“Ho immaginato la sofferenza della madre del ragazzo che ha commesso un atto così orribile. Non posso lasciarla sola”
– E allora ho immaginato la sofferenza di questa donna, di questa madre che non conoscevo, con il senso di colpa che poteva provare. Ed è stato naturale, con quegli sguardi di disprezzo con cui a volte ti guardano, no? Puoi persino perdere il lavoro, la fiducia dei tuoi colleghi, dei tuoi amici, di tutti. E mi sono detto: “No, non posso lasciarla sola perché sta soffrendo più di me. Devo trovare la strada, devo trovare il modo e capire dove vive”.
Il vescovo: segua quella strada, e io la accompagnerò
- E ho parlato con il vescovo (di Rouen) per sapere se fosse un’idea folle. E lui mi ha detto: “No, segui questa strada e quando l’avrai trovata, fammelo sapere perché ti accompagnerò”.
E così ho iniziato a cercarla, ho iniziato a cercare di mettermi in contatto con lei.
Per alcuni mesi abbiamo iniziato a sentirci al telefono. Ogni 15 giorni, con un po’ di timidezza, ma col passare delle settimane le conversazioni diventavano sempre più significative.
“Signora,¿”Sarebbe disposta a incontrarmi? E lei mi ha risposto: “È da tempo che la aspetto”»
– Continua Roseline: “E alla fine le ho chiesto: “Signora, il giorno in cui andrò a trovarla a Saint-Étienne, accetterebbe di incontrarmi?”. E lei mi ha risposto: “La aspetto da tempo”. Mi aspettava da tempo.
–Interviene Nassera: Sono successe ancora tante altre cose, sono tornata al lavoro, anche se mi sentivo come un robot. “Devo resistere, devo resistere per i miei figli, per gli altri miei figli, per la mia famiglia. Non posso crollare, perché se crollo io, crolla tutta la famiglia con me”.
Alla fine, un giorno (Roseline) mi ha proposto di venire a Saint-Étienne, e io le ho risposto proprio così: «Sì, è da un po’ che ti aspetto»., È lì che ci siamo incontrati e ci siamo conosciuti.
La devozione a padre Hamel continua a diffondersi.
Lettera di Roseline
Al Meeting di Rimini, Roseline Hamel ha ricordato che otto anni fa aveva lasciato sulla tomba del figlio di Nassera una lettera, una lettera di perdono.
Lì si dice, tra le altre cose: “Adel, l’anima di mio fratello Jacques mi conduce da te. È una testimonianza del suo perdono. La fede dei credenti è speranza e il perdono è la via della pace”.
“L’avevo nascosta un po” perché fosse per lui (Adel)», disse Roseline, «e lei (Nassera) mi ha detto: “Era un peccato che marcisse lì nella tomba, perché hai scritto parole così belle per mio figlio che mi sono portata il messaggio a casa per continuare a rileggerlo”».
Erano passati otto anni da quando avevo scritto quella lettera, continua Roseline. E com’è possibile che, nonostante il dolore che provavo, abbia trovato la forza di scrivere quelle parole?
Non può essere altrimenti, ha detto la sorella del padre Hamel. È mio fratello che mi ha dato queste parole, è lui che me le ha ispirate. Fanno parte del primo frutto del suo martirio.
Nell’arcidiocesi di Rouen è stato avviato il processo di beatificazione di padre Jacques Hamel. La diocesi invita i fedeli a offrire spontaneamente la propria testimonianza. Possono scrivere Istanza relativa alla causa di canonizzazione di padre Jacques Hamel, Arcidiocesi di Rouen, 2 rue des Bonnetiers, 76000 Rouen – beatificationperehamel@gmail.com
L'autoreFrancisco Otamendi
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«Oikos», ovvero il tema dell’istruzione nella politica spagnola
L'educazione dei figli "è di competenza" della famiglia. Sono i genitori ad avere il dovere e il diritto di scegliere l’educazione dei propri figli, purché venga rispettata la dignità del minore.
Eloy Asenjo Carpintero-29 agosto 2026-Tempo di lettura: 3minuti
Il discorso di Papa Leone XIV dinanzi alle Cortes spagnole ha riacceso la storica controversia tra la concezione naturalista e il collettivismo nelle aule scolastiche, mettendo in luce le asimmetrie del modello di accordo autonomistico.
Fin dagli albori della filosofia greca, il concetto di “oikos” —la casa o il nucleo familiare— è stato il pilastro fondamentale su cui si costruisce e si sostiene la struttura della “polis”.
Lungi dall’essere un semplice nucleo affettivo, la famiglia era originariamente intesa come la cellula fondamentale della società e dell’economia. Tuttavia, il modo di interpretare il suo ruolo ha storicamente diviso i pensatori in due correnti contrapposte che risuonano ancora con forza nel dibattito politico contemporaneo.
Lo scontro tra due visioni storiche
Da un lato, Aristotele sosteneva nella sua opera “Politica” una visione naturalistica, definendo la famiglia come la prima comunità creata per la sopravvivenza quotidiana, essendo l'unione di queste comunità l'origine organica della società. Una visione del mondo che si allinea saldamente ai principi di una società democratica.
D’altra parte, Platone incarnava ne “La Repubblica” una visione utilitaristica e collettiva, proponendo di abolire la famiglia tradizionale per i governanti e i guardiani con la motivazione che i legami privati generavano egoismo. La sua alternativa era un’educazione comunitaria gestita dallo Stato.
A giudizio di diversi analisti, questa prospettiva platonica prefigura la logica dei regimi totalitari e autoritari —come quelli di stampo marxista—, in cui l’individuo e la sua famiglia sono subordinati al controllo assoluto dell’apparato statale. Come contrappunto storico, è degna di nota l’atteggiamento di molti degli Stati che hanno subito l’occupazione sovietica, i quali oggi danno priorità al finanziamento di progetti educativi promossi da gruppi di famiglie per renderli realtà.
Il ruolo della scuola e la sussidiarietà
Il buon senso ci dice che una famiglia completamente isolata non può garantire il pieno sviluppo dei propri membri, limitando la loro dignità umana rinchiudendoli in un ambiente restrittivo. Esiste un consenso millenario sul fatto che la famiglia sia la cellula vitale della società, conferendo ai genitori il diritto fondamentale e la responsabilità ineludibile di crescere ed educare i propri figli all’interno del proprio nucleo affettivo.
Tuttavia, data la complessità del mondo contemporaneo, risulta praticamente impossibile che una singola famiglia, isolata, possa garantire da sola una formazione accademica, sociopolitica e religiosa di qualità. È da questa realtà che deriva l’obbligo scolastico fino ai 16 anni e la necessità di istituti scolastici con diversi orientamenti ideologici – nel rispetto della Costituzione –, concepiti come uno strumento di sostegno e non di sostituzione.
In questo delicato equilibrio trova applicazione il principio di sussidiarietà, secondo cui le questioni devono essere risolte dall’autorità più vicina e competente prima di essere delegate a istanze superiori. Questo principio opera su due livelli:
Lato negativo: impedisce alle istanze superiori di intervenire negli affari di quelle inferiori se queste ultime sono autosufficienti, frenando così il centralismo soffocante.
Aspetto positivo: obbliga lo Stato a intervenire e a fornire assistenza ai livelli inferiori quando questi si trovano sopraffatti dalla situazione.
Trasponendo questo principio nell’ambito educativo, la premessa è categorica: l’educazione dei figli «è di competenza» della famiglia. Sono i genitori ad avere il dovere e il diritto di scegliere l’istruzione dei propri figli, purché venga rispettata la dignità del minore. Lo Stato, pertanto, non deve indottrinare né sostituirsi alla famiglia, ma fornire l’aiuto necessario laddove le capacità della famiglia risultino insufficienti.
Come disse Papa Leone nel suo citato discorso:»La famiglia sarà sempre la prima scuola di umanità »in cui si impara la grammatica elementare della convivenza: accogliere la vita, prendersi cura dell’altro, perdonare, servire e sentirsi parte di qualcosa».
Il divario tra le regioni e la sfida della libertà di scelta
Nel suo storico discorso, il Pontefice ha posto l’accento sulle istituzioni pubbliche e private come alleate strategiche delle famiglie, ricordando che il resto del programma didattico deve essere fornito da entrambe le entità, dotate di principi propri. Tale collaborazione richiede il rigoroso rispetto del “diritto primario e inalienabile” dei genitori di scegliere il tipo di istruzione coerente con le proprie convinzioni, un diritto tutelato a livello internazionale dall’articolo 18, paragrafo 4, del Patto internazionale sui diritti civili e politici (19 dicembre 1966, ratificato dalla Spagna nel 1977).
Nonostante questo quadro giuridico, la realtà sul territorio spagnolo presenta profonde asimmetrie. Attualmente, esistono Comunità Autonome in cui i genitori non possono esercitare efficacemente questa libertà a causa di ostacoli economici. Non disponendo nelle loro città di scuole convenzionate in linea con i propri principi, le famiglie sono costrette a ricorrere all’istruzione privata, trasformando un diritto fondamentale in un privilegio a pagamento; oppure ad accontentarsi di opzioni offerte con cui non si sentono a proprio agio.
L’ovazione di oltre sette minuti che i deputati hanno riservato al Pontefice nell’aula parlamentare lascia un sapore agrodolce. Sebbene sia probabile che gran parte degli applausi non sostenesse il contenuto di questa posizione sulla libertà educativa, il gesto politico lascia intravedere la speranza che le forze legislative colgano le parole del Pontefice come un invito al dialogo, mettendo da parte le critiche e riuscendo così a raggiungere accordi per il bene comune, come ad esempio la tutela effettiva della sovranità delle famiglie in ambito educativo.
Stare davanti al Santissimo Sacramento significa, prima di tutto, stare con Gesù. Non sempre servono molte parole: a volte basta rimanere in silenzio, guardarlo e lasciare che Lui guardi nel nostro cuore. Ma può esserci d’aiuto anche pregare con le parole di coloro che hanno imparato a vivere a stretto contatto con Cristo.
Santa Teresa di Lisieux, san Tommaso d’Aquino, san Alfonso Maria de’ Liguori, san Giovanni Paolo II e san Ambrogio ci offrono diverse preghiere per accompagnare questo incontro con Gesù nel Santissimo Sacramento. Possiamo recitarle con calma, soffermandoci sulle parole che più ci toccano e presentando al Signore le nostre gioie, le nostre preoccupazioni, i nostri desideri e le nostre necessità.
Preghiera di Santa Teresita di Lisieux «all'amore degli amori, Gesù nel Santissimo Sacramento»
Santuario dell’Altare, nido dei tuoi amori più teneri e generosi. Mi chiedi amore, mio Dio, e mi dai amore; il tuo amore è amore celeste, e il mio, amore misto di terra e cielo; il tuo è infinito e purissimo; il mio, imperfetto e limitato. Che io sia, mio Gesù, da oggi in poi, tutto per Te, come Tu sei tutto per me. Che io Ti ami sempre, come Ti hanno amato gli Apostoli; e che le mie labbra bacino i Tuoi piedi benedetti, come li baciò la Maddalena convertita. Guarda e ascolta gli smarrimenti del mio cuore pentito, come hai ascoltato Zaccheo e la Samaritana. Lasciami appoggiare il capo sul tuo sacro petto come al tuo discepolo prediletto, San Giovanni. Desidero vivere con te, perché tu sei vita e amore.
Solo per il tuo amore, Gesù, mio amato, in Te ho riposto la mia vita, la mia gloria e il mio futuro. E poiché per il mondo sono un fiore appassito, non ho altro desiderio che morire amandoti.
Preghiera di san Tommaso d'Aquino al Santissimo Sacramento
Oh, Santissimo Gesù, che qui sei veramente Dio nascosto; concedimi di desiderare ardentemente, di cercare con prudenza, di conoscere veramente e di compiere perfettamente, a lode e gloria del tuo nome, tutto ciò che ti è gradito.
Metti ordine, o mio Dio, nella mia vita; concedimi di comprendere ciò che vuoi da me e di adempierlo come è necessario e opportuno per la mia anima.
Concedimi, o Signore mio Dio, di non vacillare né nelle prosperità né nelle avversità, affinché né in quelle mi inorgoglisca, né in queste mi abbatti. Che nulla mi dia gioia o dolore, se non ciò che mi avvicina a Te o mi allontana da Te. Che io non desideri compiacere né tema di dispiacere a nessuno se non a Te. Che tutte le cose transitorie mi appaiano vili, Signore, e tutte quelle eterne preziose. Rendimi, Signore, disdegnoso di ogni gioia senza di Te, e non mi faccia desiderare nulla al di fuori di Te. Rendi mi, Signore, delizioso ogni lavoro per Te, e fastidioso il riposo senza di Te. Concedimi, o mio Dio, di elevare a Te il mio cuore spesso e con fervore, di fare ogni cosa con amore, di considerare morto ciò che non appartiene al Tuo servizio, di compiere le mie opere non per abitudine, ma riferendole a Te con devozione.
Rendimi, o Gesù, amore mio e vita mia, obbediente senza contraddizione, povero senza umiliazione, casto senza corruzione, paziente senza distrazione, maturo senza malinconia, diligente senza incostanza, timoroso di Te senza disperazione, sincero senza doppiezza; fa’ che io pratichi il bene senza presunzione, che corregga il prossimo senza superbia, che lo edifichi con parole e opere senza finzione.
Dammi, o Signore mio Dio, un cuore vigile che non si allontani da Te per nessun pensiero curioso; dammi un cuore nobile che non si smarrisca per nessuna intenzione sinistra; dammi un cuore saldo che non si spezzi per nessuna tribolazione; dammi un cuore libero che nessuna passione violenta possa dominare.
Concedimi, o Signore mio Dio, l’intelligenza per conoscerti, la diligenza per cercarti, la saggezza per trovarti, una condotta che ti sia gradita, la perseveranza per aspettarti con fiducia e la speranza che, alla fine, ti abbracci.
Concedimi di affliggermi con le vostre sofferenze qui, a titolo di penitenza, e nel cammino della mia vita di avvalermi dei vostri benefici per grazia, e nella patria di godere delle vostre gioie per gloria. Signore, che vivi e regni, Dio nei secoli dei secoli. Amen.
Preghiera di sant’Alfonso Maria de’ Liguori
Mio Signore Gesù Cristo, che per amore degli uomini rimani notte e giorno in questo sacramento, pieno di misericordia e di amore, aspettando, chiamando e accogliendo tutti coloro che vengono a farti visita: credo che tu sia presente nel sacramento dell’altare. Ti adoro dall’abisso del mio nulla e ti rendo grazie per tutte le grazie che mi hai concesso, e in particolare per esserti donato in questo sacramento, per avermi concesso come mia avvocata la tua amatissima Madre e per avermi chiamato a visitarTi in questa chiesa.
Adoro ora il tuo Santissimo Cuore e desidero adorarlo per tre motivi: il primo, in segno di ringraziamento per questo illustre beneficio; in secondo luogo, per ripararti da tutte le offese che ricevi dai tuoi nemici in questo sacramento; e infine, desiderando adorarti con questa visita in tutti i luoghi della terra dove sei presente nel sacramento con scarso culto e abbandono.
Adorazione eucaristica di San Giovanni Paolo II
Signore Gesù:
Ci presentiamo davanti a te sapendo che ci chiami e che ci ami così come siamo.
«Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Figlio di Dio» (Gv 6,69).
La tua presenza nell’Eucaristia ha avuto inizio con il sacrificio dell’Ultima Cena e continua come comunione e donazione di tutto ciò che sei. Rafforza la nostra FEDE.
Attraverso di te e nello Spirito Santo che ci doni, desideriamo giungere al Padre per dirgli il nostro SÌ unito al tuo.
Con te ora possiamo dire: Padre nostro.
Seguendo te, «via, verità e vita», vogliamo penetrare nell’apparente «silenzio» e «assenza» di Dio, squarciando la nuvola del Tabor per ascoltare la voce del Padre che ci dice: «Questo è il mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto: ascoltatelo» (Mt 17,5).
Con questa FEDE, fondata sull’ascolto contemplativo, sapremo illuminare le nostre situazioni personali, così come i vari ambiti della vita familiare e sociale.
Tu sei la nostra SPERANZA, la nostra pace, il nostro mediatore, fratello e amico.
Il nostro cuore si riempie di gioia e di speranza nel sapere che tu «intercedi sempre per noi» (Eb 7,25).
La nostra speranza si traduce in fiducia, nella gioia pasquale e nel cammino che percorriamo con te verso il Padre.
Vogliamo provare le stesse emozioni che provi tu e dare alle cose lo stesso valore che dai tu. Perché tu sei il centro, il principio e la fine di tutto.
Sulla base di questa SPERANZA, desideriamo infondere nel mondo questa scala di valori evangelici, in cui Dio e i suoi doni salvifici occupano il primo posto nel cuore e negli atteggiamenti della vita quotidiana.
Vogliamo AMARE COME TE, che dai la vita e ti comunichi con tutto ciò che sei.
Vorremmo dire, come San Paolo: «La mia vita è Cristo» (Fil 1,21).
La nostra vita non ha senso senza di te.
Vogliamo imparare a «stare accanto a Colui che sappiamo ci ama», perché «con un amico così buono al nostro fianco, tutto si può sopportare». In te impareremo a unirci alla volontà del Padre, perché nella preghiera «è l’amore che parla» (Santa Teresa).
Entrando nella tua intimità, desideriamo adottare orientamenti e atteggiamenti fondamentali, decisioni durature e scelte fondamentali in linea con la nostra vocazione cristiana.
CREDENDO, SPERANDO E AMANDO, TI ADORIAMO con un atteggiamento semplice di presenza, silenzio e attesa, che vuole essere anche riparazione, in risposta alle tue parole: «Rimanete qui e vegliate con me» (Mt 26,38).
Tu superi la povertà dei nostri pensieri, sentimenti e parole; per questo vogliamo imparare ad adorarti ammirando il mistero, amandolo così com’è, e taciendo con il silenzio di un amico e con una presenza di donazione.
Lo Spirito Santo che hai infuso nei nostri cuori ci aiuta a esprimere quei «gemiti inesprimibili» (Rm 8,26) che si traducono in un atteggiamento grato e semplice, e nel gesto filiale di chi si accontenta ormai della sola tua presenza, del tuo amore e della tua parola.
Nelle nostre notti, sia fisiche che morali, se tu sei presente, se ci ami e ci parli, questo ci basta, anche se spesso non sentiremo il conforto.
Imparando questo al di là dell’ADORAZIONE, saremo nella tua intimità o nel tuo «mistero».
Allora la nostra preghiera si trasformerà in rispetto verso il «mistero» di ogni fratello e di ogni evento, per inserirci nel nostro ambiente familiare e sociale e costruire la storia con questo silenzio attivo e fecondo che nasce dalla contemplazione.
Grazie a te, la nostra capacità di tacere e di adorare si trasformerà in capacità di AMARE e di SERVIRE.
Ci hai donato tua Madre come nostra, affinché ci insegni a meditare e ad adorare nel cuore. Lei, accogliendo la Parola e mettendola in pratica, è diventata la Madre più perfetta.
Aiutaci ad essere la tua Chiesa missionaria, capace di meditare la tua Parola adorandola e amandola, per trasformarla in vita e comunicarla a tutti i fratelli. Amen.
Preghiera di sant’Ambrogio davanti al Santissimo
Signore mio Gesù Cristo, mi avvicino al tuo altare pieno di timore per i miei peccati, ma anche pieno di fiducia perché sono certo della tua misericordia.
Sono consapevole che i miei peccati sono molti e che non ho saputo tenere a freno il mio cuore e la mia lingua. Per questo, Signore di bontà e di potenza, con le mie miserie e le mie paure mi avvicino a Te. Fonte di misericordia e di perdono, vengo a rifugiarmi in Te che hai dato la vita per salvarmi, prima che Tu venga come giudice a chiedermi conto delle mie azioni.
Signore, non mi vergogno di mostrarti le mie ferite. Ho paura dei miei peccati, il cui numero e la cui gravità solo Tu conosci, ma confido nella Tua infinita misericordia.
Signore mio Gesù Cristo, Re eterno, vero Dio e vero uomo, guardami con amore, poiché hai voluto farti uomo per morire per noi. Ascoltami, poiché ripongo la mia speranza in Te. Abbi pietà dei miei peccati e delle mie miserie, Tu che sei fonte inesauribile d’amore.
Ti adoro, Signore, perché hai sacrificato la tua vita sulla croce e ti sei offerto su di essa come redentore per tutti gli uomini e in particolare per me.
Adoro, Signore, il prezioso sangue che è sgorgato dalle tue ferite e ha purificato il mondo dai suoi peccati. Guarda, Signore, questo povero peccatore, creato e redento da Te. Mi pento dei miei peccati e mi impegno a rimediare alle loro conseguenze.
Purificami da tutte le mie colpe, affinché io possa ricevere la tua sacra comunione in modo meno indegno. Che il tuo corpo e il tuo sangue mi aiutino, Signore, a ottenere da Te il perdono dei miei peccati e la riparazione delle mie colpe; che mi liberino dai miei pensieri malvagi, rinnovino in me i sentimenti santi, mi spingano a compiere la tua volontà e mi proteggano da ogni pericolo per l’anima e per il corpo.
Ogni 28 agosto la Chiesa celebra Agostino d'Ippona, pensatore instancabile che non solo ha illuminato la teologia, ma anche la politica. Sant’Agostino ricorda che lo Stato è uno strumento imperfetto per mettere ordine in un mondo ferito.
Il pensiero politico di sant’Agostino di Ippona (354-430 d.C.) non è contenuto in un trattato sistematico, ma emerge principalmente dalla sua opera monumentale *La Città di Dio* (*De Civitate Dei*). La sua visione è profondamente teologica: la politica è una conseguenza della natura umana decaduta e uno strumento per mantenere un ordine minimo in un mondo imperfetto.
Queste sono le idee fondamentali che caratterizzano il suo pensiero:
1. La teoria delle «due città»
È il fulcro della sua filosofia. Agostino divide l’umanità in due gruppi in base all’oggetto del loro amore: la Città Terrena (Civitas Terrena), formata da coloro che vivono secondo l’uomo e amano se stessi fino a disprezzare Dio. La loro motivazione è l’ambizione di dominio e dei beni temporali; la Città di Dio (Civitas Dei), formata da coloro che vivono secondo Dio e lo amano fino al disprezzo di se stessi. Il loro obiettivo è la pace eterna. Queste città non si identificano strettamente con lo Stato e la Chiesa. Sono realtà mistiche e morali che coesistono intrecciate nella storia fino alla fine dei tempi.
2. L'origine e la funzione dello Stato
Per Sant’Agostino, lo Stato non è un’istituzione «naturale» nel senso di perfezione (come pensava Aristotele), ma una necessità derivante dal Peccato Originale. Rimedio contro il male: lo Stato esiste per imporre l’ordine, punire il crimine e garantire una minima «pace terrena» che consenta agli uomini di convivere senza distruggersi a vicenda. Potere coercitivo: l’autorità politica ha il diritto di ricorrere alla forza e alla legge per frenare la malvagità umana. Senza giustizia, affermava Agostino, i regni non sono altro che «grandi bande di ladri» (magna latrocinia).
3. La concezione della giustizia e della pace
Agostino ridefinisce questi concetti classici in una prospettiva cristiana: Giustizia: secondo la tradizione, significa «dare a ciascuno ciò che gli spetta», ma aggiunge che non può esserci vera giustizia in una società che non rende a Dio il culto che gli è dovuto. Pace: la definisce come la «tranquillità dell’ordine» (tranquillitas ordinis). L’obiettivo del governante deve essere quello di preservare questo ordine affinché i cittadini (compresi i cristiani) possano svolgere le loro attività in sicurezza.
4. Rapporti tra Chiesa e Stato (agostinismo politico)
Sebbene Agostino sostenesse l’autonomia delle funzioni, pose le basi di ciò che in seguito fu definito «agostinismo politico». Collaborazione: lo Stato deve servire gli interessi della Città di Dio, proteggendo la Chiesa e, in alcuni casi, esercitando il proprio potere per combattere l’eresia (come fece con i donatisti). Subordinazione morale: il governante cristiano deve essere un «ministro di Dio», agendo con umiltà e mettendo il proprio potere al servizio della pietà.
5. La teoria della guerra giusta
Sant’Agostino è stato uno dei primi a definire in modo sistematico in quali casi sia lecito per un cristiano partecipare a un conflitto bellico. Una guerra è giusta se: è dichiarata da un’autorità legittima; ha una causa giusta (come rispondere a un’aggressione o recuperare beni sottratti); è perseguita con retta intenzione (il fine ultimo deve essere sempre il ripristino della pace, non la vendetta o la crudeltà).
Il pensiero di Sant’Agostino non solo è attuale, ma ha vissuto una rinascita nella scienza politica contemporanea (soprattutto attraverso il cosiddetto «realismo agostiniano»). La sua visione offre un contrappunto critico alle ideologie che promettono utopie o soluzioni definitive attraverso lo Stato. Alcuni aspetti del suo pensiero che oggi continuano a essere particolarmente vivaci sono:
1. Realismo politico e critica delle utopie: Di fronte alle visioni moderne che credono nel progresso illimitato o nel fatto che la politica possa «salvarci», Agostino ricorda che lo Stato è uno strumento limitato. Attualità: aiuta a comprendere perché le istituzioni spesso falliscono. Il suo «pessimismo antropologico» (l’idea che l’essere umano sia fallibile ed egoista per natura) è alla base del realismo politico moderno, che predilige sistemi di controlli e contrappesi piuttosto che affidarsi ciecamente alla bontà dei leader.
2. Lo Stato come «male minore» e la pace sociale: Per Agostino, lo scopo dello Stato non è renderci felici o virtuosi (ciò rientra nella sfera personale o spirituale), ma semplicemente impedire che ci uccidiamo a vicenda. Attualità: Nelle società polarizzate o in conflitto, la sua idea di «pace della città» (un ordine minimo e funzionale) è molto pragmatica. Suggerisce che sia preferibile un ordine imperfetto al caos assoluto, un concetto che trova eco nei dibattiti sugli Stati falliti o sugli interventi internazionali.
3. La giustizia come misura di legittimità: La sua famosa frase: «Senza giustizia, cosa sono i regni se non grandi bande di ladri?» rimane il parametro di riferimento per giudicare la corruzione politica. Attualità: Agostino ci offre uno strumento per delegittimare i governi che, pur avendo delle leggi, non perseguono il bene comune. Oggi questa frase viene utilizzata per criticare le cleptocrazie o i regimi in cui il diritto è solo una facciata per il saccheggio delle risorse.
4. Pluralismo e «Due città»: Agustín sostiene che i cittadini vivano in una tensione costante tra i propri valori etici e spirituali e le richieste dello Stato. Attualità: in un mondo globalizzato e multiculturale, la sua idea secondo cui l’identità di una persona non si esaurisce nella sua nazionalità o nella sua obbedienza allo Stato è fondamentale per difendere l’obiezione di coscienza e la libertà di credo di fronte al totalitarismo.
5. La teoria della guerra giusta: È forse la sua eredità più concreta e più consultata dagli esperti di etica militare e diritto internazionale. Attualità: i criteri agostiniani (autorità legittima, causa giusta e retta intenzione) continuano a costituire la base dei protocolli moderni su quando sia lecito ricorrere alla forza e su come debbano essere limitati i danni ai civili.
In sintesi, Agostino è «attuale» perché rappresenta un antidoto al fanatismo politico. Insegnando che nessuna struttura politica sarà mai perfetta («la Città di Dio non è di questo mondo»), invita a una partecipazione politica più umile, meno dogmatica e incentrata su soluzioni pratiche per la convivenza.
Alcuni filosofi moderni (come Hannah Arendt o Reinhold Niebuhr) hanno reinterpretato Sant'Agostino alla luce della politica del XX secolo.
Il moderno «agostinismo politico» ci suggerisce che: non dobbiamo sacralizzare la politica; nessun partito né leader è un salvatore; sono solo amministratori di un ordine imperfetto. Vigilanza critica: poiché il potere tende al «desiderio di dominio» (libido dominandi), i cittadini devono essere sempre vigili di fronte agli abusi della giustizia. Impegno senza fanatismo: si può lavorare per un mondo migliore senza cadere nella disperazione quando le cose vanno male, perché si sa fin dall’inizio che la perfezione non è di questo mondo.
Le quattro proposte di Papa Leone XIV per affrontare le dipendenze
Papa Leone XIV propone quattro assi di collaborazione e chiede risposte globali di fronte a delle dipendenze che, come avverte, riflettono «il fallimento di un mondo disumanizzato» e colpiscono in modo particolare i giovani.
Giovedì Papa Leone XIV ha ammonito che le dipendenze sono «un fenomeno complesso che mette in luce il fallimento di un mondo disumanizzato» e ha chiesto risposte globali di fronte all’impatto delle droghe sui giovani. Il Pontefice ha sottolineato la necessità di coniugare la prevenzione a livello comunitario, l’assistenza scientifica, una giustizia «dal volto umano» e l’accompagnamento pastorale.
Il Papa ha espresso queste riflessioni durante l’udienza concessa nel Palazzo Apostolico Vaticano ai partecipanti all’incontro sulle situazioni di dipendenza in America Latina, promosso dalla Pontificia Commissione per l’America Latina. Nel suo intervento, Leone XIV ha ringraziato per la collaborazione del Consiglio Episcopale Latinoamericano e dei Caraibi (CELAM), l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) e la Pontificia Accademia per la Vita.
Ha inoltre salutato i responsabili dei centri di accompagnamento, prevenzione, recupero e integrazione per i giovani di ispirazione religiosa, provenienti dall’America, dall’Asia, dall’Africa e dall’Europa. La loro presenza, ha sottolineato, ci ricorda che «la sofferenza e la speranza non conoscono confini».
Quattro ponti di collaborazione
Il Pontefice ha sottolineato l’esistenza di «quattro ponti» che rappresentano diversi percorsi di collaborazione di fronte al problema della droga.
Il primo collega la Chiesa agli organismi internazionali. Leone XIV ha sottolineato che nessuno può affrontare questo problema da solo e ha menzionato in particolare la collaborazione tra l’OAS e il CELAM, che coordinano programmi di formazione per organizzazioni comunitarie di ispirazione religiosa e reti di accompagnamento. Questa cooperazione ha permesso anche la presentazione del Manuale della Pastorale latinoamericana per l'accompagnamento e la prevenzione delle dipendenze.
Il secondo ponte è quello che unisce la scienza e la fede. La Chiesa, ha spiegato il Papa, non intende competere né sostituirsi alle neuroscienze, alla psichiatria o alla sanità pubblica, «ma illuminare questa realtà alla luce del Vangelo e di una comprensione integrale della persona umana».
Il terzo si trova all’interno della Chiesa stessa, tra le comunità in pellegrinaggio nei diversi continenti. I partecipanti giunti dall’America, dall’Asia, dall’Africa e dall’Europa hanno potuto condividere in questi giorni i loro «dolori, speranze ed entusiasmi pastorali».
Infine, Leone XIV ha indicato un quarto ponte di carattere ecumenico. La Chiesa cattolica e le altre comunità ecclesiali trovano, nell’amore concreto verso chi soffre, «un linguaggio comune» per accompagnare e integrare i giovani nelle loro esigenze e nei loro sogni.
«Non c'è prevenzione migliore contro la droga di una buona famiglia»
Il Papa si è soffermato in particolare sul ruolo della famiglia, che il Concilio Vaticano II ha definito «Chiesa domestica». La famiglia è, ha affermato, il luogo «in cui si coltiva la vita, in cui se ne ha cura e la si progetta».
«Non c’è prevenzione migliore contro la droga di una buona famiglia», ha affermato Leone XIV, ricordando al contempo le sofferenze di molte famiglie colpite dal consumo di droga, dalla violenza, dal reclutamento dei figli da parte della criminalità, dalla povertà o dalla mancanza di opportunità.
In questo contesto, ha ripreso le parole di san Giovanni Paolo II, che invitava a fare della Chiesa «la casa e la scuola della comunione» (Lettera apostolica. Novo millennio ineunte, 43), e di Papa Francesco, che invitava a entrare in contatto con la miseria umana, «la carne sofferente degli altri» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 270). Per Leone XIV, è proprio qui che risiede il fulcro della missione di chi opera in questo ambito: «Che la Chiesa sia una famiglia, accogliendo in modo particolare le persone che soffrono».
Infine, il Pontefice ha espresso un auspicio: «che la Chiesa sia la famiglia di tutte le persone rimaste ai margini della strada. Come il samaritano, che si fece prossimo dell’uomo caduto, non passiamo oltre; costruiamo una Chiesa che si ferma, si avvicina, si commuove, fascia le ferite, nutre e diventa una casa».
«In Africa si vede come il Vangelo rivoluzioni la vita delle persone»
Alejandro Canales, missionario comboniano originario della Cantabria, vive in Ciad da 49 anni. Dalla diocesi di Sarh, nel sud del Paese, racconta come la Chiesa costruisca comunità partendo da zero, con una catechesi rigorosa e una pastorale familiare che non scende a compromessi con il relativismo.
Ci sono sacerdoti che immaginiamo seduti dietro una scrivania e sacerdoti che vediamo sotto gli alberi, in aperta campagna, mentre condividono la loro vita con una comunità tribale. Padre Alejandro appartiene a questi ultimi. Comboniano, originario della Cantabria, è arrivato in Ciad nel 1978 con l’entusiasmo di portare il Vangelo. Sono passati 49 anni. Oggi è il decano della sua congregazione nel Paese e continua a vivere a Sarh, la terza città del Ciad, con una parrocchia composta da 25 comunità di fedeli, 180 battesimi nell’ultima Pasqua e 50 giovani disponibili e desiderosi di vivere la fede con tutte le sue esigenze.
Com'è stato il suo arrivo in Ciad?
—Noi comboniani, arrivati nel 1978, eravamo quasi una dozzina, distribuiti in tre comunità, impegnati in un’opera di prima evangelizzazione con un catecumenato agli albori che andava rafforzato. Ci siamo ispirati all’esperienza dei Padri Bianchi in Burundi, Uganda e Burkina Faso. Il risultato è stato un catecumenato della durata di tre anni e mezzo, incentrato sulla famiglia.
Perché danno tanta importanza alla famiglia?
—Perché qui è molto difficile radicare la prospettiva della fede cristiana nella realtà matrimoniale. La donna, nel mondo rurale, non gode di alcuna considerazione sociale: è in gran parte un oggetto di scambio tra famiglie. Bisogna valorizzare ciò che il Vangelo ci offre: che la donna è madre, educatrice e moglie allo stesso livello del marito nel progetto di Dio. Questo va annunciato e predicato costantemente.
La maggior parte della popolazione è musulmana: qual era il messaggio dell’Islam rivolto alla popolazione?
—La loro propaganda è chiara: “Convertitevi all’Islam, perché avrete donne e abbondanti possibilità economiche”. Proprio così, senza giri di parole. E questo ha un peso in una società in cui la poligamia è culturalmente radicata. Attualmente i musulmani rappresentano circa il 55% della popolazione.
Oggi, alla vigilia del centenario della presenza cristiana — il Ciad celebrerà tale centenario nel 2029 —, i cattolici rappresentano circa il 20% della popolazione e le chiese protestanti un altro 24%. Tuttavia, tale crescita è dovuta principalmente ai battesimi di adulti. Durante l’ultima Pasqua, la diocesi di Sarh ne ha registrati 3.500.
Erano quasi tutti adulti?
—Adulti e giovani, sì. Il battesimo dei bambini è soggetto a norme così rigorose che i casi sono pochissimi. Entrambi i genitori devono essere battezzati, devono partecipare attivamente alla vita della comunità —non solo alla pratica religiosa, ma anche alle attività della comunità— e deve essere evidente che l’educazione cristiana dei figli sia garantita.
E come si offre sostegno pastorale a coloro che non possono ancora essere battezzati?
—Esiste una categoria informale, quella delle persone che chiamiamo amici o simpatizzanti. Partecipano alla vita parrocchiale, alle riunioni, alle celebrazioni. Sono membri della comunità con un battesimo di desiderio. Questo ha un’importanza enorme, perché mantiene il legame settimanale con la comunità invece di lasciarli allo sbalzo.
Quali altre forme di vita comunitaria sostengono questa pastorale?
—Una delle tradizioni tramandate da un gesuita che ha lavorato nella zona sono i ritiri quaresimali: tre giorni all’aperto in cui le comunità escono dalle loro case per pregare, confessarsi e discutere dei propri casi pastorali.
Quando dice «fuori», intende letteralmente all’aperto?
—Sì, in campagna, sotto gli alberi. Per chi lavora, si svolgono per tre domeniche consecutive. Nella mia parrocchia ci sono gruppi di 150-200 persone che partecipano a questi ritiri approfonditi. Vengono a esporre le loro situazioni, a confessarsi, a parlare di ciò che stanno vivendo. È lì che avvengono molte delle confessioni dell’anno. E vengono anche persone che non possono ricevere il sacramento ma che desiderano una benedizione, parlare della loro situazione. Affinché possano progredire, affinché non rimangano sole.
Cosa prova quando torna in Spagna e nota il contrasto?
—Quando celebro nel mio paese durante le vacanze, vedo quanto sia cambiata la società spagnola. Pochissime persone partecipano alla vita sacramentale: per lo più anziani e quasi nessun giovane. Che differenza! A Sarh ho 50 ragazzi dai 14 ai 16 anni che mi aiutano nella liturgia e mi chiedono di tenere loro dei ritiri spirituali. Quando una ragazza di 17 anni ti dice che vuole diventare suora, ti rendi conto che la pastorale sta dando i suoi frutti. Quando un ragazzo che ha appena finito gli esami di maturità pensa alla vita missionaria, gli dico: quando vuoi vieni e inizieremo un percorso di accompagnamento spirituale per discernere. Lavorare così è molto gratificante.
Durante il suo ultimo viaggio in Africa, Papa Francesco ha parlato chiaramente dei problemi legati alle convivenze extraconiugali tra il clero africano. Come viene affrontata questa questione in Ciad?
—Questo problema qui è forse meno grave che altrove, ma evidentemente esiste anche qui. I vescovi sono chiari: se uno ha figli, si secolarizzerà per potersi occupare adeguatamente di loro e della propria moglie. Se in seguito desidera continuare a collaborare con la Chiesa, una volta regolarizzata la propria situazione familiare e avendo un lavoro con cui mantenersi, può farlo.
Come si possono prevenire queste situazioni?
—Con una forte vita comunitaria: è preferibile chiudere una parrocchia piuttosto che avere un sacerdote isolato. Si cerca di farli vivere in gruppo, di farli pregare insieme, di permettere loro di dialogare e condividere. E se c’è un problema, che sia l’alcol o qualsiasi altra cosa, bisogna affrontarlo a testa alta. La vita spirituale, la vita comunitaria e la vita pastorale sono i tre assi su cui cerchiamo di concentrarci. In alcune diocesi, dopo dieci anni di sacerdozio, vengono mandati a studiare per uno o due anni per ritrovare la vita spirituale. L’accompagnamento che devono offrire, hanno bisogno anche di riceverlo.
In definitiva, quale è l’impatto del Vangelo in una società come quella del Ciad?
—Un paese senza una comunità cristiana ha la sua vita, il suo modo di essere. Se il Vangelo vi fa il suo ingresso, il Vangelo agisce. Il Signore ha i suoi modi per trasformare le persone. Conferisce un significato più profondo alle relazioni umane e alla vita familiare. Dà loro una prospettiva e una speranza. E questo è davvero importante.
Fino a quando bisogna pregare per la conversione di qualcuno?
Pregare per una persona cara e non vedere alcun cambiamento può essere doloroso. Come affrontare questa sensazione di impotenza? Santa Monica ci insegna a riporre la nostra fiducia in Dio quando non possiamo fare altro che pregare e aspettare.
27 agosto 2026-Tempo di lettura: 3minuti
Ci sono persone per cui preghiamo da anni. Un figlio che si è allontanato dalla fede, un amico che sta attraversando un momento difficile, un parente malato, qualcuno che sembra aver preso una brutta strada. Preghiamo ripetutamente per loro, ma il tempo passa e sembra che nulla cambi. Allora ci si chiede: fino a quando bisogna continuare a pregare per una persona?
La risposta che a volte cerchiamo è, in realtà, una data di scadenza. Quanto tempo devo aspettare? Quante volte devo chiedere la stessa cosa? E se, dopo tanti anni, Dio non rispondesse?
La storia di santa Monica, la cui ricorrenza si celebra il 27 agosto, ci offre una risposta piena di speranza.
L'esempio di Santa Monica
Santa Monica conosceva bene l’angoscia di vedere una persona cara allontanarsi da Dio. Suo figlio, Agostino, era un giovane brillante, irrequieto e pieno di ambizione. Ma cercava risposte lontano dalla fede in cui era stato educato.
Sua madre ne soffrì molto. Per anni vide Agostino percorrere strade che lei non poteva né controllare né correggere per lui. Infatti, quando Agostino lasciò il Nord Africa per recarsi in Italia, Monica cercò di impedirglielo. Come tanti che pregano per una persona cara, anche lei ha dovuto imparare che amare non significa decidere al posto dell’altro.
Non poteva costringere suo figlio a credere. Non poteva percorrere il suo cammino interiore al posto suo. Poteva solo continuare ad amarlo, ad accompagnarlo e ad affidarlo a Dio.
Quando sembra che Dio non risponda
Una delle maggiori difficoltà nel pregare per un’altra persona è che preghiamo aspettandoci di vedere dei risultati. Questo può risultare doloroso, specialmente quando sono anni che chiediamo qualcosa che riteniamo positivo. Tuttavia, perseverare nella preghiera significa anche accettare che Dio possa agire in modo diverso e in un momento diverso da quello che avevamo immaginato.
Santa Monica dovette aspettare. E, mentre aspettava, Agostino continuò a cercare.
Molto tempo dopo, quel giovane avrebbe finito per trovare in Cristo ciò che aveva cercato in tanti altri luoghi. La sua conversione, tuttavia, non fu il risultato di un singolo momento né di una sola preghiera. Fu la fine — o, per meglio dire, l’inizio — di un lungo cammino.
Pregare senza voler controllare
Uno degli insegnamenti più difficili di santa Monica consiste proprio in questo: pregare per qualcuno non significa possedere la sua vita. Possiamo pregare per un figlio, per un amico o per nostro marito o nostra moglie, pur riconoscendo che quella persona ha la propria libertà e il proprio rapporto con Dio.
Spesso, dietro la nostra insistenza può nascondersi anche il desiderio che l’altro cambi secondo i nostri piani. Ma la preghiera può purificare anche il nostro modo di amare. Col tempo, forse scopriremo che non preghiamo più solo affinché quella persona diventi ciò che noi ci aspettiamo, ma affinché trovi la verità, il bene e la felicità a cui è chiamata. E questo implica affidarsi a Dio anche quando non comprendiamo il cammino.
La preghiera cambia anche chi prega
Quando preghiamo per anni per una persona, anche noi veniamo trasformati da quell’attesa.
La preghiera perseverante ci costringe a riconoscere i nostri limiti. Ci ricorda che non possiamo salvare nessuno con le nostre sole forze. Possiamo dare consigli, accompagnare, parlare ed essere presenti. Ma ci sono decisioni e ferite a cui non possiamo arrivare.
Per molte persone, proprio quel senso di impotenza è uno dei motivi per cui iniziano a pregare. Quando non sappiamo più cosa fare, scopriamo che possiamo ancora amare.
Continuare a raccomandare qualcuno a Dio può diventare, in questo modo, un modo per restargli vicini anche quando la distanza è grande. Forse non possiamo cambiare il suo cuore. Ma possiamo pregare per lui.
Fino a quando?
Allora, per quanto tempo bisogna pregare per una persona?
Probabilmente la risposta non è «finché non otterrò ciò che sto chiedendo». La preghiera cristiana non funziona con una garanzia di risultati né con una scadenza precisa. Come ripetiamo spesso, Dio non è il genio della lampada. Ci sono richieste che trovano una risposta rapida e altre che ci accompagnano per tutta la vita.
Forse la vera domanda è un’altra: quando smettiamo di amare una persona? Finché amiamo, possiamo continuare a pregare. Ciò non significa vivere ossessionati dalla situazione né ripetere una richiesta spinti dall’angoscia. A volte sarà necessario riposarsi, smettere di rimuginare su un problema e imparare ad affidarsi alla volontà di Dio.
Santa Monica non conosceva il finale della storia di suo figlio. Per anni non poté sapere che quel giovane irrequieto sarebbe diventato uno dei grandi Padri della Chiesa. Lei continuò semplicemente a pregare, confidando nei disegni di Dio.
Forse questa è una delle lezioni che la sua storia lascia a chi oggi aspetta qualcuno: non sappiamo cosa stia accadendo nel cuore di una persona né fino a che punto possa arrivare la grazia di Dio.
Potremmo non vedere i frutti e stancarci. Potremmo persino arrivare a pensare che nulla stia cambiando. Ma pregare per qualcuno è, in fondo, un modo per dire: «Non posso percorrere questo cammino al posto tuo, ma non smetterò mai di affidarti a Dio». E forse, a volte, questa è l’unica cosa che possiamo fare. Ed è anche la più importante.
Dalla roccia alla pietra d’inciampo. XXII domenica del tempo ordinario (A)
Vitus Ntube ci illustra le letture della XXII domenica del tempo ordinario (A), corrispondente al 30 agosto 2026.
Vitus Ntube-27 agosto 2026-Tempo di lettura: 2minuti
La liturgia di oggi ci pone di fronte a una sfida presente nella vita di ogni cristiano: la tentazione di eliminare la croce e la sofferenza. Come si può conciliare la sofferenza con la vita cristiana? Gesù non lascia spazio a dubbi. Dice ai suoi discepoli: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.".
Gesù comincia a rivelare ai suoi discepoli che deve andare a Gerusalemme, soffrire molto, essere condannato a morte e risorgere il terzo giorno. Pietro, tuttavia, non riesce a vedere oltre la sofferenza e la morte. Non si rende conto che la spiegazione di Gesù non si esaurisce nella croce, ma nella risurrezione. Per lui, la sofferenza non può essere associata a Cristo né, di conseguenza, ai suoi seguaci. Ciò che non capisce è che, cercando di eliminare la croce, sta eliminando anche la risurrezione.
Il Vangelo di oggi è la continuazione del brano di domenica scorsa. Non molto tempo fa, Gesù aveva lodato Pietro, definendolo la roccia su cui avrebbe edificato la sua Chiesa e affidandogli le chiavi del Regno. Tuttavia, oggi lo stesso Pietro riceve un duro rimprovero: “¡Vattene via da me, Satana! Per me sei una pietra d'inciampo”. Dalla roccia alla pietra d’inciampo.
Potrebbe sembrare che dovremmo ritirare tutte le lodi che abbiamo rivolto a Pietro la settimana scorsa. Forse lo abbiamo celebrato troppo presto? Se avessimo aspettato ancora qualche versetto, avremmo visto questo sorprendente cambiamento. Ma la vita cristiana non è così semplice. L’esperienza di Pietro rivela una realtà presente in ogni discepolo. Possiamo riconoscere la grandezza di Cristo e, tuttavia, avere difficoltà ad accettare che la fedeltà a Lui comporti sacrificio. Possiamo professare che Gesù è il Figlio di Dio e, ciononostante, diventare ostacoli alla sua missione quando rifiutiamo la via che Egli ha scelto per salvare il mondo.
La prima lettura ci offre un esempio di questa verità. Il profeta Geremia rimase fedele alla parola di Dio, ma la sua fedeltà gli procurò scherno e rifiuto. Divenne oggetto di scherno. Come egli stesso lamenta: “La parola del Signore mi è stata motivo di oltraggio e disprezzo ogni giorno".
Molti cristiani oggi conoscono in parte l’esperienza di Geremia. Rendere testimonianza al Vangelo a volte ci espone all’incomprensione, allo scherno e persino all’ostilità. Condurre una vita spiritualmente e moralmente coerente in Cristo può essere fonte di sofferenza. Questa apparente perdita è, in realtà, la vera vita. Siamo esortati a non essere pietre d’inciampo, ma a rimanere saldi come una roccia di fronte alle difficoltà. Siamo invitati a pensare come Dio e non come gli uomini di fronte a queste circostanze.
Il Papa conclude il ciclo liturgico e condanna nuovamente gli abusi
“Le azioni liturgiche non sono atti privati, ma celebrazioni della Chiesa, che è “sacramento di unità”. Inoltre, occorre distinguere tra gli elementi divini e immutabili e quelli umani. In questo senso, Papa Leone XIV ha nuovamente condannato gli abusi in materia liturgica.
Francisco Otamendi-26 agosto 2026-Tempo di lettura: 4minuti
Il Santo Padre Leone XIV ha sottolineato, nella ultima catechesi sulla Costituzione Sacrosanctum Concilium, due aspetti: la necessità di una partecipazione più consapevole e attiva dei fedeli alla liturgia, motivo fondamentale della riforma liturgica attuata dal Concilio Vaticano II.
E la condanna degli “abusi che si sono verificati in alcuni settori della Chiesa nel periodo postconciliare e che, purtroppo, a volte ancora oggi si verificano casi sempre, asolutizzando o interpretando in modo errato alcuni dei principi su cui si basava la stessa riforma”.
Nel corso dei riassunti e dei saluti rivolti specificatamente ai pellegrini e ai fedeli nelle diverse lingue, accolti da numerosi applausi nella Basilica di San Pietro, il Papa ha sottolineato alcuni aspetti del suo messaggio e ha ricordato alcune festività ed eventi.
L'esempio di Santa Monica e Sant'Agostino, ieri e l'altro ieri
Ad esempio, che la liturgia commemori domani e dopodomani due grandi santi, santa Monica e sant’Agostino, “uniti in terra da legami familiari e in cielo dallo stesso destino di gloria. Che il loro esempio susciti in ciascuno una ricerca sincera e appassionata della Verità evangelica, per darne testimonianza con gioia nella vita quotidiana”, ha sottolineato.
Jasna Góra, Polonia: la vita umana, la tutela del matrimonio e della famiglia
Leone XIV si è unito “spiritualmente a coloro che si trovano a Częstochowa, dove oggi, a distanza di 70 anni, vengono rinnovati i ‘Voti di Jasna Góra della Nazione Polacca’, redatti dal cardinale Stefan Wyszyński durante la sua prigionia. Possa il programma di rinnovamento morale della società in essi contenuto, attraverso la tutela della vita umana, la cura del matrimonio e della famiglia e l’educazione dei bambini e dei giovani, continuare a ispirare l’impegno per la giustizia e la fraternità”.
Santa Teresa di Gesù Jornet e Ibars, patrona degli anziani, e direttori dell’OMP
Ai pellegrini di lingua spagnola ha ricordato che “oggi celebriamo la memoria di santa Teresa di Gesù Jornet e Ibars, religiosa spagnola, patrona degli anziani. Per sua intercessione, chiediamo al Signore di benedire tutti gli anziani, così come le persone che si prendono cura di loro e li accompagnano”—
Il Papa ha rivolto un saluto speciale ai direttori diocesani delle Opere Missionarie Pontificie e ai partecipanti agli incontri estivi dei seminaristi.
Nel salutare i pellegrini provenienti da diversi paesi, ha menzionato in modo particolare quelli provenienti da Malta, dal Senegal e dal Canada, rivolgendo ancora una volta un saluto speciale a coloro che prestano servizio presso le sedi nazionali delle Opere Missionarie Pontificie.
Terza lettera dell’allora cardinale di Milano, poi papa San Paolo VI, ai suoi fedeli
Tornando al tema centrale della catechesi sulla liturgia, il Santo Padre si è soffermato a spiegare le ragioni per cui i Padri conciliari hanno voluto promuovere una riforma della liturgia.
A questo proposito, ha citato e commentato la terza lettera del Concilio che il cardinale Giovanni Battista Montini, allora arcivescovo di Milano, inviò il 28 ottobre 1962 ai fedeli della propria diocesi.
La liturgia — scriveva — “è espressione sincera sia del divino che dell’umano. È linguaggio. È veicolo di insegnamento divino, da un lato, ed è voce di dialogo con Dio. È chiaro che essa non può rinunciare alla sua funzione didattica, e non può non offrire alla fede e alla pietà la possibilità di esprimersi con spontanea intelligibilità”, ha ricordato Leone XIV.
Spinto da queste convinzioni, “il futuro papa san Paolo VI affermava che i fedeli “non possono né devono rimanere in silenzio e passivi. La loro presenza materiale non può conciliarsi con la loro assenza spirituale”».
“I cristiani non assistano a questo mistero di fede come spettatori estranei e muti”
Il Pontefice ha affermato che è evidente la concordanza di queste dichiarazioni con quelle che figureranno al n. 48 della Costituzione conciliare:
“La Chiesa, con sollecita cura, si adopera affinché i cristiani non assistano a questo mistero di fede come spettatori estranei e muti, ma, comprendendolo bene attraverso i riti e le preghiere, partecipino consapevolmente, devotamente e attivamente all’azione sacra (…)”.
In queste parole si percepisce una rinnovata consapevolezza del valore della liturgia, ha sottolineato il Successore di Pietro. “Attraverso i gesti rituali della Chiesa, mentre si celebra il memoriale dell’opera di salvezza, si offre la possibilità di vivere il vero rapporto con Dio, entrando in contatto con l’evento salvifico. Poiché i gesti e le parole della sacra liturgia sono determinanti per realizzare questa esperienza, la partecipazione dei fedeli non può essere passiva”.
Una parte immutabile e altre parti soggette a cambiamenti
Il Papa ha poi sottolineato che, essendo una realtà viva, la liturgia “è sempre stata soggetta, nel corso dei secoli, a sviluppi e cambiamenti”, e che il Concilio Vaticano II, “nel massimo rispetto del patrimonio della tradizione, e proprio al fine di renderla più accessibile, abbia ritenuto necessaria una revisione dei libri liturgici”.
E come recita il n. 21 della Costituzione *Sacrosanctum Concilium*, “la Liturgia è costituita da una parte immutabile in quanto di istituzione divina, e da altre parti soggette a cambiamento, che nel corso del tempo possono o addirittura devono variare, se in esse sono stati introdotti elementi che non rispondono bene alla natura intima della Liturgia stessa o sono diventati meno appropriati”.
Una liturgia che risplenda per la sua “nobile semplicità”
Il Santo Padre ha citato anche Pio XI, Pio XII e san Giovanni XXIII, ed ha esortato a “la responsabilità primaria dei pastori, dei vescovi, ma anche di ogni singolo sacerdote” nel “custodire e promuovere una liturgia che, nel rispetto delle norme liturgiche, risplenda per la sua nobile semplicità (cfr. n. 34) e manifesti così la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica».
Una liturgia di questo tipo sarà anche “un mezzo fondamentale di evangelizzazione, lo strumento di grazia attraverso il quale, come insegna il Concilio, potremo imparare a offrire noi stessi e, per mezzo di Cristo, saremo perfezionati nell’unità con Dio e tra di noi (cfr. n. 48)”, ha concluso il Pontefice.
Lunedì 24 agosto, in occasione della festa di san Bartolomeo Apostolo, la diocesi di Pechino ha avuto la gioia di accogliere un nuovo gruppo di diaconi.
Esteban Aranaz-26 agosto 2026-Tempo di lettura: 2minuti
Lunedì scorso, la Cattedrale del Nord di Pechino ha ospitato l’ordinazione diaconale di Felipe Wang, insieme ad altri due seminaristi della diocesi di Pechino. La cerimonia è stata presieduta dal vescovo titolare della diocesi, mons. Joseph Lishan, insieme al vescovo coadiutore, mons. Mathew Zhen, in una celebrazione che ha riempito la chiesa di suore, seminaristi e numerosi fedeli giunti da tutta la diocesi per accompagnare i nuovi diaconi in un passo decisivo verso il sacerdozio.
Felipe Wang, oltre alla sua vocazione sacerdotale, è musicista e organista. Visibilmente commosso dall’ordinazione, è intervenuto a nome dei suoi compagni con un discorso pronunciato in mandarino. Al termine del suo intervento ha sorpreso i presenti inserendo alcune parole in spagnolo, un gesto semplice che è stato molto apprezzato e che ha suscitato sorrisi e applausi tra l’assemblea.
Una festa anche per i sacerdoti
La giornata ha avuto un motivo di festa in più: padre Martin Pan e padre Joseph Chen hanno celebrato, insieme ad altri tre confratelli, il settimo anniversario della loro ordinazione sacerdotale. La coincidenza di entrambe le ricorrenze — la nuova ordinazione diaconale e l’anniversario sacerdotale — ha intensificato l’atmosfera di festa e di fratellanza tra il clero della diocesi di Pechino, che ha partecipato in massa alla celebrazione e ha animato la liturgia.
Wang e i sacerdoti giubilari si sono formati presso il Collegio ecclesiastico internazionale Bidasoa (Pamplona), un dato che dimostra come la terra di San Francesco Saverio continui a dare i suoi frutti in Cina.
Al termine della cerimonia religiosa, l’intera comunità si è riunita per un pranzo fraterno che ha messo il punto finale a una giornata intensa, all’insegna della gioia, della preghiera e della gratitudine condivisa tra sacerdoti, suore, seminaristi e fedeli.
A un anno dalla sparatoria alla scuola dell’Annunciazione, la famiglia Stommes va avanti con speranza
A un anno dalla sparatoria nella chiesa e nella scuola cattolica dell’Annunciazione di Minneapolis, la famiglia Stommes affronta il ritorno a scuola sostenuta dalla fede, dalla speranza e dal sostegno di un’intera comunità.
OSV / Omnes-26 agosto 2026-Tempo di lettura: 4minuti
Dave Hrbacek, OSV News / Omnes
Molly Stommes stava lavorando da casa la mattina del 27 agosto 2025, quando ha sentito «rumori molto forti» provenienti dall’altra parte della strada, dove si trovano la chiesa e la scuola cattolica dell’Annunciazione.
Due dei suoi quattro figli erano all’interno della chiesa, nella zona sud di Minneapolis, per la messa, così come suo marito, Matt Stommes, mentre i suoi due figli più piccoli, entrambi all’asilo, erano nella scuola lì accanto. I quattro bambini erano entusiasti dell’inizio dell’anno scolastico, inaugurato con la messa celebrata dal parroco della chiesa dell’Annunciazione, padre Dennis Zehren.
Molly, infermiera specializzata, stava partecipando a una riunione virtuale dalla casa della sua famiglia. «Pochi minuti dopo la sparatoria, un vicino ha gridato dalla mia porta che fuori c’era un problema», ha ricordato Molly, 39 anni. «In quel momento ho capito ciò che il mio istinto mi stava dicendo: che qualcosa non andava».
Reazione all’interno della chiesa e assistenza medica
Matt, anch’egli di 39 anni, era seduto durante la messa, lontano dagli studenti e dagli insegnanti, in una sezione riservata ai genitori. Quando sono iniziati gli spari, ha obbedito agli ordini gridati di gettarsi a terra. Poi si è trascinato fino a una porta metallica vicina alla chiesa per cercare di impedire l'ingresso dell'aggressore. Altri hanno fatto lo stesso presso diverse porte.
Una volta cessata la sparatoria, Matt ha iniziato ad aiutare i dirigenti scolastici a mettere al sicuro i bambini. Nel corso di questa operazione, ha scoperto che i suoi quattro figli erano illesi: Charlize, di 13 anni, che frequenterà la terza media; Finnegan, di 9 anni, che frequenterà la terza elementare; e le gemelle Etta ed Esme, di 5 anni, che frequenteranno la prima elementare.
Fuori, nei pressi di Diamond Lake Road, Molly ha messo in pratica le sue competenze infermieristiche. Ha attraversato la strada di corsa per capire cosa stesse succedendo. Quello che vide la spinse ad agire immediatamente. «Ho attraversato la strada e ho visto dei bambini feriti in fila», ha raccontato. «Così ho iniziato a visitarli».
Con il passare dei minuti, Molly e altri, tra cui Matt, hanno iniziato ad aspettare le ambulanze, secondo quanto ha raccontato. Molly e Matt hanno accompagnato uno studente gravemente ferito fino a quando i paramedici non lo hanno caricato sull’ambulanza. In seguito, Molly ha accompagnato la madre di un altro ragazzo ferito all’Hennepin County Medical Center di Minneapolis.
Una tragedia che accomuna famiglie amiche
Molly e Matt hanno parlato con altre famiglie dell'Annunziata, e alcune sono persino andate a trovarli a casa loro. Per la coppia era un punto d'incontro naturale, ma al tempo stesso surreale.
Quel giorno si è tenuto anche un incontro con Mollie e Jesse Merkel, che hanno perso il figlio Fletcher nella tragedia. Anche un’altra studentessa, Harper Moyski, ha perso la vita nella sparatoria. Altre due dozzine di persone, oltre a tre anziani che partecipavano alla messa, sono rimaste ferite.
Le famiglie Merkel e Stommes erano diventate amiche; Fletcher, di un anno più grande di Finnegan, gli insegnò a pescare e trascorreva del tempo con lui durante le vacanze in famiglia al Grand View Lodge, sul lago Gull, vicino a Brainerd.
Con il passare dei giorni, gli Stomme hanno fatto visita ai Merkel, offrendo loro conforto. Quell’amicizia e quel legame continuano a perdurare mentre si avvicina l’anno scolastico 2026-2027.
I ricordi del 27 agosto 2025 sono vividi e dolorosi per Molly e Matt Stommes, soprattutto con l’avvicinarsi della data della sparatoria, a un anno di distanza.
«Agosto è un mese molto difficile», ha affermato Molly durante un’intervista rilasciata il 17 agosto a *The Catholic Spirit*, quotidiano dell’Arcidiocesi di St. Paul e Minneapolis. «I nostri figli hanno dimostrato una grande resilienza, ma per alcuni sarà piuttosto difficile. Credo che il semplice fatto di tornare a scuola e l’attesa che questo comporta possa essere emozionante per alcuni, ma anche difficile per altri».
Solidarietà tra vicini e il conforto di Louie
Così come Molly e Matt descrivono nei dettagli ciò che è accaduto il giorno della tragedia, allo stesso modo riescono a elencare facilmente tutti i modi in cui le persone che li circondano hanno offerto loro un sostegno significativo e concreto.
Molte persone hanno portato loro del cibo. «Non abbiamo cucinato per più di due mesi», ha detto Matt. Molly ha aggiunto: «In un momento in cui non dormi e non hai appetito, è stato di grande aiuto».
Un’altra benedizione è arrivata sotto forma di un cucciolo che la famiglia Stommes ha accolto a febbraio. Hanno accolto Louie nella loro casa dopo che un conoscente della famiglia ha preso gli accordi necessari con un allevatore di cani. «Ovviamente, crescere un cucciolo non è proprio una passeggiata, ma è stata una grande gioia e un grande aiuto, soprattutto per Finnegan», ha detto Molly.
Dopo tutto il trauma che hanno vissuto i loro figli, è stato facile accettare l’idea di prendere un cane che potesse offrire loro conforto. «Subito dopo la sparatoria, i nostri figli, soprattutto i tre più piccoli, insistevano per andare a scuola e in chiesa per stare con i cani da terapia», ha detto Molly. «Succedeva ogni giorno. Volevano stare costantemente circondati dai cani».
Fede e un nuovo cammino verso la pace
Un’altra costante nella famiglia Stommes è il saldo senso di speranza alimentato dalla loro fede e dalla loro resilienza. «Il versetto biblico che la nostra scuola ha scelto l’anno scorso era stato selezionato prima di questa tragedia», ha detto Molly. «Credo che per molti di noi, in qualche modo, ci abbia aiutato a superare questo momento: Geremia 29:11», ha aggiunto.
Le ultime parole di quel verso erano ricamate sulle magliette indossate dagli studenti, dai genitori e dal personale della scuola: «un futuro pieno di speranza». «Nei giorni in cui mi sento più triste e scoraggiata, nutro grande speranza nel nostro futuro e so che Dio ha un piano per tutti noi», ha dichiarato Molly a The Catholic Spirit.
«Per me è utile riflettere su come Gesù ci dica che siamo destinati al suo regno», ha detto Matt. «Questo mondo è un dono, ma non è il fine. E mi ha dato molta speranza e incoraggiamento vedere tutte le persone che ci circondano, sia in questa comunità che altrove, impegnarsi e dedicare il proprio tempo al servizio degli altri».
Dopo aver visto come il tema dello scorso anno abbia preso vita, ora sono pronti ad abbracciare il versetto biblico di quest’anno scolastico, tratto da Luca 1:79 e che si conclude con la frase: «guida i nostri passi sulla via della pace». «Adoro il tema biblico che abbiamo scelto per il prossimo anno», ha detto Molly. «Ci ricorda che siamo chiamati alla preghiera e all’azione».
L'autoreOSV / Omnes
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Come la Chiesa in Ciad affronta la poligamia e il requisito del battesimo
Il missionario comboniano Alejandro Canales spiega come la Chiesa in Ciad richieda un catecumenato rigoroso e disciplini situazioni come la poligamia per garantire battesimi autentici e famiglie impegnate.
Alejandro Canales-25 agosto 2026-Tempo di lettura: 6minuti
Da anni spiego a chi non ha familiarità con il contesto della Chiesa in Africa perché, nelle nostre diocesi, non tutti coloro che desiderano essere battezzati possono farlo immediatamente, né alle stesse condizioni. La reazione più frequente, almeno tra chi arriva dall’Europa, è di una certa perplessità. Il battesimo non è forse un dono gratuito? La Chiesa non è forse una porta aperta? Sì, certamente. Ma la gratuità del dono non elimina la necessità di riceverlo in condizioni che lo rendano fecondo; per questo il Codice di Diritto Canonico chiede ai sacerdoti di assicurarsi che vi sia un serio impegno a vivere la fede cristiana dopo il battesimo.
Quello che facciamo qui è una pastorale applicata alla realtà concreta, con il diritto canonico come quadro di riferimento e il bene delle persone come obiettivo. A seconda della natura dei casi, agiamo in un modo o nell’altro.
Il battesimo dei bambini
La prima cosa che colpisce chi viene da fuori è quanto siano rigorose le nostre norme per il battesimo dei bambini piccoli. In una parrocchia come la mia, nel corso di un intero anno possono essere battezzati pochissimi bambini. Il motivo è che il battesimo di un bambino impegna i genitori a garantirgli una vera educazione cristiana, e se tale educazione non può essere assicurata, il sacramento diventa una formalità senza futuro.
Affinché un bambino possa essere battezzato, richiediamo che entrambi i genitori siano battezzati, che partecipino attivamente alla vita della comunità — non solo alla Messa domenicale, ma anche alle attività concrete a sostegno della parrocchia — e che l’educazione cristiana dei figli già nati sia evidente. Ogni volta che nasce un bambino, viene presentato alla comunità e riceve una benedizione solenne la domenica, davanti a tutti, insieme ai suoi genitori. È un gesto bello e significativo. Ma non è il Battesimo. Il Battesimo avverrà quando ci sarà terreno fertile in cui il seme possa crescere.
La Chiesa agisce in questo modo perché il canone 868 del Codice di Diritto Canonico stabilisce che, per battezzare licitamente un bambino, debba esserci «una fondata speranza che egli venga educato nella religione cattolica». Noi semplicemente prendiamo sul serio questo principio. E i risultati lo confermano: i bambini che vengono battezzati in queste condizioni crescono in famiglie in cui la fede è qualcosa di vivo, non una semplice questione culturale.
Le donne con mariti poligami
Il caso più frequente e più delicato nel nostro contesto è quello della donna sposata con un uomo poligamo. In questo caso la Chiesa potrebbe adottare una posizione rigida e dire: niente poligamia, niente battesimo. Ma ciò significherebbe abbandonare persone che, in molti casi, non hanno scelto liberamente quella situazione familiare. La dote, gli accordi tra famiglie, la pressione sociale condizionano e, in alcuni casi, determinano il percorso di vita.
Quando una donna entra nel catecumenato e suo marito è poligamo, la prima cosa che determina la possibilità del battesimo è la sua posizione all’interno di quella struttura: se è la prima moglie, può accedere al normale catecumenato e, una volta completato questo, al battesimo. Il marito deve dare il proprio consenso esplicito —deve dichiarare per iscritto di accettare la fede della moglie e di non volerle impedire di abbracciarla—, ma la donna non è responsabile della situazione familiare del marito per quanto non dipenda da lei.
Perché questa distinzione tra prima e seconda moglie? Perché la seconda o la terza moglie di un poligamo è entrata, in un certo senso, in un’unione che la Chiesa non può riconoscere come matrimoniale. Non perché lei sia meno degna, ma perché il matrimonio cristiano è un’alleanza tra due persone, e il suo ingresso in tale struttura implicherebbe per la Chiesa un’implicita convalida della poligamia. La Chiesa non può farlo. Ma non abbandona nemmeno quella donna. Lei può seguire il catecumenato, partecipare alla vita parrocchiale, ricevere la benedizione nei momenti difficili.
Rientra nella categoria di ciò che chiamiamo amici o sostenitori: persone che hanno ricevuto il battesimo di desiderio, che vivono orientate verso la fede anche se le circostanze non consentono ancora il sacramento completo. Se in futuro le circostanze di vita dovessero cambiare — ad esempio a causa della morte del marito —, la situazione si regolarizzerebbe senza problemi, poiché quella donna potrà vivere la propria fede in pienezza e con coerenza.
Quando uno dei due è già cristiano
Un altro caso comune è quello di una coppia in cui uno dei due è già battezzato e l’altro chiede di iniziare il catecumenato. In questo caso, la situazione matrimoniale precedente — se sono sposati, in che modo lo sono, se sono state rispettate le condizioni culturali necessarie, in particolare il pagamento della dote — deve essere chiarita prima del battesimo.
Ad esempio, se una donna desidera ricevere il battesimo e sta per sposarsi con un cristiano, dobbiamo verificare se la dote è stata versata, tenendo però presente che la dote non è più come era in Europa, qui è l’uomo a versarla alla famiglia della moglie come garanzia del fatto che la considera una donna davvero preziosa e si impegna a trattarla con dignità. La dote è un elemento culturale dal significato profondo in queste società: esprime il riconoscimento nei confronti della famiglia della donna, formalizza il legame tra le due famiglie e garantisce una certa protezione sociale per lei.
Una coppia in cui la dote non è stata versata si trova, dal punto di vista del contesto locale, in una situazione irregolare. La Chiesa non può ignorare questo fatto. Organizziamo un incontro con i due sposi e con i loro padrini per valutare la reale situazione della loro vita familiare. Il battesimo, in questi casi, viene celebrato al termine del catecumenato e solo se tale situazione è stata regolarizzata.
Quando entrambi chiedono il battesimo contemporaneamente e iniziano insieme il catecumenato, è il caso più bello e più semplice. Li vediamo ogni Pasqua: coppie che hanno deciso insieme di compiere quel passo. Questo è l’ideale verso cui li accompagniamo.
Il caso della donna sposata con un musulmano
Forse il caso più complesso è quello di una donna il cui marito è musulmano e che chiede di essere battezzata. In questo caso vi sono diversi fattori che devono essere soddisfatti contemporaneamente e nessuno di essi è negoziabile.
Primo: deve trattarsi della prima moglie. Per i motivi già illustrati riguardo alla poligamia, non possiamo battezzare una donna che sia la seconda o la terza moglie in un’unione poligama, indipendentemente dal fatto che il marito sia cristiano, musulmano o di qualsiasi altra fede.
Secondo: il marito deve dare il proprio consenso esplicito e per iscritto. Non basta una semplice tolleranza passiva: deve impegnarsi a rispettare la pratica religiosa della moglie e a non ostacolarla.
Terzo: l’educazione dei figli. Questo è il punto più delicato. Quello che chiediamo è che almeno ai figli sia lasciata la libertà di scegliere, oppure che sia possibile un’educazione cristiana. Di solito, in queste famiglie miste, i figli maschi seguono il padre e le figlie la madre. Se il padre non impone un’educazione esclusivamente islamica, c’è un margine di manovra. Ma se la situazione è tale che i figli non potranno ricevere alcun elemento di educazione cristiana, allora presentiamo una richiesta al vescovo, che è colui che autorizza la possibilità di concedere il battesimo in quel caso eccezionale. Perché la donna ha il diritto di vivere la propria fede anche se i suoi figli, in quel momento, non possono seguirla.
La Chiesa agisce in questo modo perché rispetta sia la libertà religiosa della persona che chiede il battesimo, sia il contesto familiare in cui vivrà quella fede. Non imponiamo una fede che verrebbe schiacciata fin dal primo giorno. Battezziamo dove c’è terraferma.
Il marito cristiano poligamo
C’è un ultimo caso che merita particolare attenzione: quello del marito che è battezzato — è quindi cristiano —, ma che vive in poligamia. Ciò accade perché nei primi anni dell’evangelizzazione furono battezzati uomini che in seguito presero una seconda moglie, oppure la cui prima moglie era stata battezzata ma loro ne presero un’altra. La realtà è più complessa di quanto qualsiasi protocollo possa prevedere.
Quando la moglie di quell’uomo chiede il battesimo, occorre fare una valutazione onesta: questa donna può ricevere il battesimo e vivere la sua fede cristiana anche se non può celebrare il matrimonio sacramentale, poiché suo marito, pur essendo cristiano, non vuole farlo in quella situazione? In questi casi, chiediamo al vescovo una deroga formale. Il vescovo, dopo aver esaminato il caso, può autorizzare il battesimo, a condizione che vengano registrate le ragioni per cui il matrimonio non ha potuto essere celebrato. Tutto viene riportato nei registri parrocchiali. E tali registrazioni sono importanti, perché le situazioni cambiano: se il marito muore, lei può ricevere il battesimo senza quella restrizione, se non lo aveva ancora ricevuto, oppure può regolarizzare ciò che prima non poteva fare.
Perché la Chiesa agisce in questo modo
Potrebbe sembrare che tutto questo sia solo una serie di ostacoli. Ma non è così. Si tratta di un accompagnamento concreto a persone reali in situazioni reali. La Chiesa non battezza per fare statistiche: battezza per incorporare qualcuno nel Corpo di Cristo, affinché tale incorporazione sia vissuta, sostenuta e feconda.
In una diocesi come la nostra, con 3.500 battesimi in una sola Pasqua, la tentazione di semplificare i criteri sarebbe forte. Ma ciascuno di quei 3.500 battezzati ha attraversato un catecumenato di almeno tre anni, ha avuto colloqui pastorali individuali e ha sottoposto a un’onesta valutazione la propria situazione familiare. Ed è proprio questo che rende solidi quei battesimi.
Ciò che facciamo qui ricorda i primi secoli del cristianesimo, quando il catecumenato era lungo, serio ed esigente, proprio perché la Chiesa comprendeva che il battesimo non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza. Un punto di partenza che richiede che il terreno sia preparato.
La Chiesa agisce in questo modo perché ama le persone al punto da non accontentarsi di un’adesione superficiale. E perché sa che il Vangelo, quando mette davvero radici, trasforma non solo l’individuo, ma anche la famiglia, la comunità e l’intero tessuto sociale. Lo vedo ogni giorno nel sud del Ciad. E questo, credetemi, ne vale davvero la pena.
Eduardo Vitoria era un gesuita e chimico, considerato il fondatore della catalisi in Spagna, disciplina fondamentale per la chimica industriale.
Ignacio del Villar e Alfonso V. Carrascosa-25 agosto 2026-Tempo di lettura: 2minuti
Eduardo Vitoria Miralles (25 agosto 1864 – 22 settembre 1958) è stato un gesuita e chimico spagnolo, considerato il fondatore della catalisi in Spagna, disciplina fondamentale per la chimica industriale.
Rimasto orfano di padre all’età di quattro anni, frequentò le scuole superiori al Collegio di San José di Valencia, diretto dai gesuiti, dove scoprì la sua vocazione scientifica, poiché dal 1881 al 1885 studiò Scienze Esatte, ma abbandonò tali studi per entrare nel Monastero di Veruela (Saragozza) come novizio della Compagnia di Gesù, dove completò la sua formazione in Lettere e Filosofia. Tuttavia, non abbandonò la sua vocazione scientifica. Grazie alla guida di Antonio Vicent e Luis Montesinos, divenne il primo laureato in Chimica Fisica in Spagna (1896), ottenendo il massimo dei voti. Successivamente fu ordinato sacerdote e proseguì la sua formazione scientifica presso l’Università Cattolica di Lovanio, dove conseguì il dottorato sotto la guida di Louis Henry, con una tesi di chimica organica incentrata sulla catalisi, in particolare sulla sintesi dell’1,1,1-tricloro-2-propanolo.
Dopo aver approfondito gli studi in Germania, disponeva di una solida base per fondare a Roquetas il Laboratorio Chimico dell’Ebro (1905), che nel 1916 si sarebbe trasferito a Barcellona diventando l’Istituto Chimico di Sarrià (IQS). In qualità di direttore dell’IQS elaborò un programma di studi orientato alla chimica applicata e svolse un’intensa attività didattica e di ricerca, accompagnata dalla pubblicazione di diversi manuali all’avanguardia. Promosse inoltre la rivista Affinità, figura di spicco nel panorama della chimica spagnola.
È stato membro dell'Accademia Reale Spagnola di Fisica e Chimica, dell'Accademia Reale delle Scienze e delle Arti di Barcellona e di istituzioni scientifiche in Francia, Germania, Portogallo, Messico e Argentina, tra le altre.
Dopo l’espulsione dei gesuiti nel 1932, l’IQS proseguì la propria attività con diverse denominazioni, e Vitoria continuò a collaborare in qualità di docente e direttore della rivista Affinità. Durante la guerra civile si rifugiò in Italia, ma nel 1939 tornò a Barcellona, dove collaborò alla ricostruzione e all’ampliamento dell’Istituto.
Morì nel 1958, lasciando un'eredità importante nell'ambito dell'insegnamento, della ricerca e della divulgazione della chimica in Spagna. Per questo motivo ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui la Gran Croce di Alfonso X il Saggio e il titolo di figlio prediletto di Alcoy.
L'autoreIgnacio del Villar e Alfonso V. Carrascosa
Università Pubblica di Navarra e SCS-Spagna / Ricercatore del CSIC.
Tutte le madri Conoscete quella sensazione di alzarvi dal letto per andare a occuparvi di un bambino che piange? Allo stesso modo, tutte conoscete quella sensazione di spossatezza, che alcune notti si fa sentire più di altre. Dopo una lunga giornata, quando finalmente sembra che tu possa riposarti, tuo figlio ha bisogno di te. Ti alzi e vai da lui, ovviamente, ma la stanchezza non se ne va...
Tuttavia, nessuna di queste madri in tutto il mondo è sola. A Los Angeles c’è una comunità di suore che prega ogni notte per queste donne insonni ed esauste. Sono le suore della Ordine delle Canoniche Norbertine del Priorato di San Giuseppe a Betlemme, con sede in California e molto attente alle esigenze delle mamme di tutto il mondo.
Ogni notte, quando le campane battono la mezzanotte, questa comunità di suore si avvicina al Santissimo Sacramento e prega per le donne che sono in piedi a cambiare un pannolino, a nutrire o a consolare un neonato.
Il momento della maternità
Questa congregazione di clausura dedica la propria giornata a attività di ogni genere, come la produzione di formaggio, l’allevamento di cani e la vendita di pecore e mucche. Ma, senza dubbio, una delle loro attività più toccanti si svolge all’alba, durante il momento che esse stesse hanno battezzato «Ora della Maternità» (“Mothering Hour”).
Per queste suore, questo momento di preghiera fa parte delle sette ore dell’Ufficio Divino che celebrano nel corso di ogni giornata. Svegliarsi a mezzanotte è un modo per esprimere la loro costante disponibilità all’incontro con Dio. Tuttavia, le suore sono anche consapevoli che le prime ore del mattino possono essere sinonimo di oscurità, solitudine e paure per molte persone. Per questo motivo, sacrificano il proprio riposo per rispondere ai bisogni spirituali di chi ne ha più bisogno, accogliendo con amore materno quelle donne che vegliano sui propri piccoli.
Madri e suore
Sebbene questa comunità abbia mantenuto viva questa tradizione per anni, il mondo ha iniziato a conoscere il suo operato nel dicembre 2023. L’iniziativa è diventata virale dopo che Leanne Bowen, un’artista cattolica specializzata in acquerelli, ha condiviso su Instagram la sua esperienza dopo aver pregato insieme alle suore durante un ritiro nel priorato.
Da quando è stato pubblicato, la notizia si è diffusa a macchia d’olio, offrendo un profondo conforto a migliaia di donne. Sapere che c’è un gruppo di suore che intercede per loro ha trasformato quelle lunghe ore di silenzio in un rifugio di pace.
Ora, mentre camminano avanti e indietro per i corridoi delle loro case, allattando, cullando e prendendosi cura dei propri figli nel cuore della notte, queste madri esauste sanno di non essere più sole: sono accompagnate e sostenute dalla preghiera.
Il Papa ci esorta a lasciarci trasformare dall’amicizia con Gesù
Gesù ci chiama a una risposta personale, a conoscerlo da vicino, a lasciarci trasformare dall’amicizia con Lui in un incontro sempre nuovo, ha affermato Papa Leone XIV durante l’Angelus di questa domenica.
Francisco Otamendi-24 agosto 2026-Tempo di lettura: 4minuti
Dopo la visita pastorale nella Repubblica di San Marino, al Meeting per l'Amicizia tra i Popoli di Rimini (Italia), durante il quale ha incoraggiato “ad amare sempre la Chiesa” e alla città di Rimini, dove ha presieduto la concelebrazione dell'Eucaristia, il Papa Leone XIV ha rivolto questa domenica 23 agosto la preghiera mariana del Angelus in Piazza San Pietro, dove ha incoraggiato i pellegrini e i fedeli a dare una risposta personale alla chiamata che Gesù ci rivolge.
Il Vangelo di domenica (Mt 16,13-20) pone una domanda che interpella ciascuno di noi nel cammino della nostra fede: «Chi è veramente Gesù per me?», ha esordito il Pontefice nella sua riflessione. Dal racconto evangelico emerge quanto sia determinante questa domanda per l’esperienza di discepolato, ha sottolineato il Papa.
Preghiera per la Repubblica Democratica del Congo, la Repubblica Centrafricana e le vittime del terremoto in Italia di 10 anni fa
Dopo la recita dell’Angelus, il Santo Padre ha pregato per le numerose vittime causate dalla diffusione dell’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo. Ha inoltre esortato la comunità internazionale a reagire con un piano preventivo, che coinvolga le comunità locali, per salvare molte vite umane.
Il Pontefice ha inoltre espresso la sua vicinanza alla popolazione della Repubblica Centrafricana, che piange le vittime causate dal crollo di una miniera a Zamboyé. “Che il Signore accolga coloro che hanno perso la vita e sostenga l’impegno a garantire la sicurezza e la legalità dei giacimenti minerari”, ha affermato il Papa.
Tra le sue intenzioni, il Papa ha ricordato anche i defunti, le famiglie e tutte le comunità colpite dal terremoto che dieci anni fa ha scosso l'Italia centrale, tra Lazio, Umbria e Marche. Il Papa ha ricordato il decimo anniversario di questo devastante sisma, che ha causato centinaia di vittime.
Prima di augurare a tutti una buona domenica, Leone XIV ha dato il benvenuto al Coro Primaziale della Cattedrale di Gniezno, in Polonia, nonché ai seminaristi e ai superiori del Pontificio Collegio Nordamericano e ai giovani di Bormio e della Valfurva.
Gesù ci chiama a una risposta personale
Nella riflessione che ha preceduto l’Angelus, come già sottolineato, il Papa ha meditato sul Vangelo di questa XXI domenica del tempo ordinario, in cui si racconta la scena della confessione di fede di Pietro.
A volte, quando si tratta della fede cristiana, ci accontentiamo di ‘ciò che si dice’, dei luoghi comuni, di ciò che ci è stato tramandato, magari anche con buone intenzioni.
“Ma Gesù ci chiama a una risposta personale, a conoscerlo da vicino, a lasciarci trasformare dall’amicizia con Lui, in un incontro sempre nuovo che forse potrebbe richiederci di percorrere strade inedite e di prendere decisioni diverse da quelle che avevamo immaginato”, ha proseguito Papa Leone.
Questo vale sia per il nostro cammino personale che per quello della Chiesa e per le decisioni pastorali, nelle quali a volte pensiamo che basti continuare come abbiamo sempre fatto. ”È invece importante chiederci spesso: chi è il Signore per me? Lo conosco davvero? Cosa mi chiede oggi il suo Vangelo? Quali passi e quali decisioni dovrei compiere?”, si è chiesto il Successore di Pietro.
Pellegrini e fedeli in Piazza San Pietro durante la preghiera dell’Angelus del Papa Leone XIV il 23 agosto 2026 (Foto CNS/Vatican Media).
“Abbiamo sempre bisogno di riscoprire il volto di Cristo e il suo Vangelo”
In riferimento a questa domanda di Gesù: ’E voi, chi dite che io sia?’ (Mt 16,15), il Papa ha affermato: “Questo è un passo fondamentale per i discepoli di ogni tempo e per ciascuno di noi”.
“La fede, infatti, non ci viene data una volta per tutte; al contrario, abbiamo sempre bisogno di riscoprire il volto di Cristo e il suo Vangelo, di approfondire il suo messaggio e di rinnovare le scelte della nostra vita, affinché siano coerenti con ciò che professiamo, vincendo la tentazione di credere di sapere già tutto e di trasformare la fede in una mera abitudine”.
Per noi, Gesù è solo un grande personaggio storico o il Cristo di Dio?
La domanda che ci poniamo ogni giorno — chi è Gesù per me e qual è il significato della sua presenza nella mia vita — “emerge soprattutto nella preghiera e quando meditiamo sul Vangelo; ma anche quando ci troviamo di fronte alle ferite e ai bisogni dei nostri fratelli, o nelle relazioni e nelle situazioni che interpellano maggiormente la nostra coscienza”.
In definitiva, ha sottolineato il Santo Padre, “nella nostra vita possiamo verificare se, per noi, il Signore Gesù è solo un grande personaggio storico che ha detto e fatto cose importanti, oppure il Cristo di Dio, Colui che è stato mandato per renderci partecipi dell’amore del Padre e per trasformare la nostra vita e il mondo in cui viviamo”.
“Invochiamo la Vergine Maria”, concluse Leone XIV, “che nel suo cuore cercava la volontà di Dio attraverso suo Figlio, affinché ci guidi sempre sulla via della fede”.
Tre statunitensi, nuovi consulenti per lo sviluppo umano integrale
Papa Leone XIV ha nominato tre esponenti statunitensi, legati all’Università di Notre Dame nell’Indiana, tra i dodici nuovi consulenti del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.
OSV / Omnes-24 agosto 2026-Tempo di lettura: 4minuti
– Simone Orendain, OSV News
I tre nuovi consulenti statunitensi, legati all’Università di Notre Dame nell’Indiana, figurano tra la dozzina di consulenti recentemente nominati per il dipartimento vaticano istituito da Papa Francesco nel 2016.
Lo scorso 30 giugno, Papa Leone XIV ha nominato Prefetta del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale la Reverenda Suor Alessandra Smerilli, F.M.A., che assumerà l'incarico il prossimo 1° settembre.
Allo stesso tempo, il Santo Padre ha nominato pro-prefetto del Dicastero, con un incarico speciale per il Centro di Alta Formazione ’Laudato si’”, il cardinale Fabio Baggio, C.S., che assumerà l’incarico nella stessa data. Il Segretario del Dicastero sarà monsignor Jozef Barlaš.
Università di Notre Dame
L’Ufficio Stampa della Santa Sede ha annunciato il 18 agosto le nomine dei dodici consulenti, tra cui padre Emmanuel Katongole, docente di teologia all’Università di Notre Dame; Kathryn Koch, presidente e amministratore delegato della società di investimento internazionale TCW, con sede a Los Angeles; e Clemens Sedmak, direttore del Nanovic Institute for European Studies di Notre Dame.
Il dicastero sostiene l’opera della Chiesa nei settori della dignità umana e dei diritti umani, della giustizia economica, della cura del creato, della migrazione e degli sfollamenti, nonché della pace, dei conflitti e delle crisi umanitarie. Secondo la Chiesa, è necessario affrontare gli ostacoli in tutti questi ambiti per promuovere il pieno sviluppo umano.
I consulenti contribuiscono a rafforzare il dicastero per periodi di cinque anni. Sono nominati “tra i fedeli che si distinguono per la loro esperienza, comprovata competenza e prudenza”, secondo le linee guida stabilite nel 2022.
Padre Katongole
Padre Katongole, sacerdote dell’arcidiocesi di Kampala, in Uganda, è stato recentemente nominato direttore dell’Istituto Ansari per l’impegno globale nella religione presso l’Università di Notre Dame. È entrato a far parte del corpo docente nel gennaio 2013, specializzandosi in politica e violenza nell’Africa subsahariana, teologia politica, cattolicesimo globale e altre aree correlate.
Prima di entrare a far parte della Notre Dame, è stato professore associato di teologia e cristianesimo mondiale presso la Facoltà di Teologia dell’Università di Duke. Ha conseguito il dottorato in Filosofia presso l’Università Cattolica di Lovanio, in Belgio, ed è stato ordinato sacerdote nel 1987.
Nell’annunciare la sua nomina presso l’Istituto Ansari, Mary Gallagher, decana Marilyn Keough della Keough School of Global Affairs dell’Università di Notre Dame, dove padre Katongole tiene corsi di teologia e studi sulla pace, ha affermato che egli nutre «un profondo impegno per lo sviluppo umano integrale».
Papa Leone XIV ha nominato tre consulenti statunitensi legati all’Università di Notre Dame nell’Indiana (nella foto) per il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. (Foto di OSV News/Chaz Muth).
Kathryn Koch
Koch è alla guida di TCW, nota anche come Trust Company of the West, dal 2023. Prima di entrare a far parte di TCW, ha lavorato per 20 anni nella divisione di gestione patrimoniale di Goldman Sachs, dove ha ricoperto da ultimo la carica di direttrice degli investimenti. In tale ruolo, ha gestito l’attività azionaria della società, del valore di 300.000 milioni di dollari, ed è stata membro del comitato esecutivo della divisione di gestione patrimoniale.
Koch fa parte del consiglio di amministrazione della Notre Dame, la sua alma mater. Nel 2002 ha conseguito la laurea in Filologia inglese ed Economia presso tale università, laureandosi con lode (magna cum laude).
Clemens Sedmak
Sedmak è docente di etica sociale presso la Keough School of Global Affairs dell’Università di Notre Dame ed è specializzato nella tradizione sociale cattolica, nella povertà, nella filosofia della religione e in altri temi correlati. Insegna inoltre presso l’Istituto di questioni sociali dell’Università di Notre Dame.
Sedmak ha conseguito dottorati in filosofia, teologia e teoria sociale e ha insegnato teologia morale e sociale al King’s College di Londra prima di entrare a far parte dell’Università di Notre Dame. Ha inoltre ricoperto diversi incarichi presso l’Università di Salisburgo, nella sua Austria natale.
L’Istituto Nanovic di Studi Europei, sotto la direzione di Sedmak, ha come missione quella di “rafforzare la presenza di Notre Dame in Europa, approfondire la comprensione dell’Europa all’interno della comunità di Notre Dame e contribuire al dibattito accademico e alla ricerca nel campo degli studi europei”.
Nominati altri nove consulenti
Per quanto riguarda gli altri consulenti nominati dal Papa, essi sono i seguenti. Monsignor Peter Klasvogt, rettore del Pontificio Collegio Teutonico di Santa Maria in Camposanto, a Roma (Italia). E i reverendi Francesco Coluccia, direttore dell’Ufficio per la Pastorale della Salute dell’Arcidiocesi di Otranto (Italia), e Joseph Jeyaraj Swaminathan, S.D.B., professore a contratto presso la Facoltà di Scienze dell’Educazione dell’Università Pontificia Salesiana di Roma.
I laici nominati, oltre a quelli già citati di Notre Dame, sono Omer S. Combary, professore presso il Dipartimento di Economia dell’Università Thomas Sankara di Ouagadougou (Burkina Faso). Lucy Afandi Esipila, segretaria esecutiva regionale di Caritas Africa. Paolo Foglizzo, redattore di Aggiornamenti sui servizi sociali – Fondazione Culturale San Fedele di Milano (Italia). Peter G. Kirchschläger, direttore dell’Institut für Sozialethik dell’Università di Lucerna (Svizzera); Jacqueline Remond, docente a contratto presso la Facoltà di Teologia dell’Università Cattolica Australiana di Sydney (Australia), e Caren Rodrigues, docente associata presso il Saint Joseph’s Institute of Management di Bangalore (India).
Sono stati in molti, tra opinionisti e giornalisti, a rimpiangere la mancanza di un riferimento agli abusi nei discorsi del Papa durante il Palazzo Reale o davanti alle Cortes durante la sua visita in Spagna a giugno. Tuttavia, Leone XIV dimostrò di essere un uomo di grande coraggio e di una rigorosa disciplina mentale: ogni questione richiede il proprio spazio, e questa doveva essere affrontata faccia a faccia con i suoi confratelli dell’Episcopato e, in modo contrapposto, con le vittime stesse.
Lo stesso Yago de la Cierva — responsabile ultimo dell’organizzazione di questo viaggio apostolico — ha ricordato recentemente in un intervista con Gonzalo Giráldez sul suo canale YouTube “Nivel 256”, secondo cui la Chiesa ha ammesso in numerose occasioni di aver gestito molto male questo problema in passato, una lezione appresa spesso grazie alle denunce della stampa. Lo ha riconosciuto Benedetto XVI, lo ha fatto Papa Francesco e, ora, Leone XIV lo ha ribadito con fermezza davanti all’assemblea plenaria della Conferenza Episcopale Spagnola.
La sfida della Chiesa
In quell’occasione, il Pontefice ha esortato i vescovi ad assumersi una “responsabilità particolare” per sanare le ferite, lanciando un messaggio categorico e senza mezzi termini:
“Il nostro cammino è fatto di incontri; tra questi non mancheranno coloro che vivono momenti di oscurità e ci chiedono di diventare samaritani. Uno dei dolori più profondi è quello di coloro che sono stati feriti proprio da chi avrebbe dovuto prendersi cura di loro, persino da membri del clero. Di fronte a questa piaga, la comunità ecclesiale è chiamata a rispondere con l’ascolto, la verità, la giustizia, la riparazione e un impegno sempre più deciso nella prevenzione e nella cultura della cura. Ogni persona ferita deve trovare un ascolto sincero, protezione e percorsi concreti di guarigione”.
È innegabile che la Chiesa abbia compiuto una svolta di 180 gradi per diventare un’istituzione sicura per i minori. È possibile che questo cambiamento sia stato accelerato dalle pressioni esterne e non abbia avuto la rapidità che tutti avremmo voluto. Ma, come sottolineava de la Cierva, la vera sfida attuale è di portata ben più ampia:
Il resto della scacchiera
“Noi cattolici riteniamo che non abbia senso essere estremamente severi con la Chiesa — responsabile di circa il 3 % degli abusi sui minori in Spagna — e non essere radicalmente rigorosi nella tutela del restante 97 %, che avviene nelle famiglie, nelle scuole, nelle squadre sportive, presso i fisioterapisti o negli ospedali. Trovo molto positiva la pressione esercitata sulla Chiesa, perché senza di essa non ci sarebbero stati cambiamenti; ma mi dispiace che le autorità del Paese non si decidano a sradicare questa piaga proprio là dove si verifica la stragrande maggioranza dei casi”.
Questa profonda riflessione invita a un esame di coscienza collettivo. Nessuno nega la gravità del flagello a cui ha fatto riferimento Sua Santità, ma la società non può permettersi il lusso della semplificazione se vuole davvero affrontare il problema. La Chiesa deve assumersi le proprie responsabilità, perché la sua vocazione ineludibile è quella di essere un luogo assolutamente sicuro, un “principio visibile di comunione” fedele alla propria fede e in sintonia con la propria comunità. Ma il resto del quadro rimane lì, nascosto dietro il clamore politico, in attesa che qualcuno abbia il coraggio di rimettere, una volta per tutte, ogni cosa al proprio posto.
Il Papa difende la coscienza a San Marino e invita ad “amare sempre la Chiesa” a Rimini
Ieri, a San Marino, il Santo Padre Leone XIV ha esortato i giovani a mantenere il cuore come una finestra aperta sull’infinito, alla ricerca della bellezza, della bontà e della vita, e ha chiesto di difendere lo spazio della coscienza per promuovere la libertà. Al Meeting di Rimini, ha esortato ad “amare sempre la Chiesa e a preservarne l’unità”.
Redazione Omnes-23 agosto 2026-Tempo di lettura: 9minuti
L’invito ai giovani ad aprire “una finestra sull’infinito”, a seguire i grandi desideri del cuore e ad “abbracciare la propria missione” nel mondo con entusiasmo. Una “solida sinergia tra la famiglia e le comunità” per un patto educativo, e un appello “alla comunione tra le parrocchie, tra i parroci e i fedeli, e tra i diversi carismi e ministeri”. La ricerca dell“”autentica libertà in Gesù Cristo“, il profondo legame tra libertà e coscienza, e la convinzione che ”tutti voi siete figlie e figli di Dio, e Dio vi ama», sono alcuni dei messaggi lanciati da Papa Leone XIV dalla Basilica di San Marino, durante la sua visita pastorale alla Repubblica, ieri sabato.
Dopo il discorso rivolto alla comunità ecclesiale, in occasione della festa di Santa Maria Regina, il Papa è uscito nell’atrio e ha salutato i giovani e gli altri fedeli radunati in strada, che attendevano anch’essi le sue parole, o almeno una sintesi del discorso pronunciato nella basilica.
Ed è proprio quello che ha fatto il Pontefice, senza appunti.
Ricordando Benedetto XVI
All’interno, insieme al vescovo Domenico Beneventi e al rettore della Basilica, Marco Mazzanti, il Santo Padre aveva ricordato nel suo Discorso, citando Benedetto XVI in occasione della sua visita a San Marino, secondo cui “la diocesi di San Marino-Montefeltro è erede di una ricca storia di fede e coraggio: quella dei santi Marino e Leone, i quali, diciotto secoli fa, con il messaggio cristiano, “introdussero nel contesto di questa realtà […] nuove prospettive e valori, dando origine a una cultura e a una civiltà incentrate sulla persona umana, immagine di Dio” (Benedetto XVI, Omelia, San Marino, 19 giugno 2011).
Mi rivolgo innanzitutto ai giovani, ha aggiunto Leone XIV, riprendendo quanto disse loro il Papa Benedetto XVI quindici anni fa: “Non accontentatevi di risposte parziali e immediate […] più facili e comode sul momento, che possono regalare qualche istante di felicità, di euforia, ma che non conducono alla vera gioia di vivere” (Incontro con i giovani, 19 giugno 2011).
Non abbiate mai paura e siate generosi
Una volta uscito, nell’atrio, il Papa si è rivolto innanzitutto ai giovani:
“Aprite la porta dei vostri cuori, ascoltate sempre Gesù Cristo, non abbiate mai paura di ciò che Gesù può dire a ciascuno di voi. Posso dirvi una cosa importante, voi giovani: riconoscete in voi stessi il valore della vita, della vostra vita, di quella di ciascuno di voi, che è stata creata da Dio, e la vostra vita ha un grande valore per noi, per la Chiesa, per la vostra famiglia, per il mondo intero.
“Credete in ciò che Dio ha creato, perché tutti voi siete figlie e figli di Dio, e Dio vi ama. Vivete con questo sentimento d’amore nei vostri cuori: vi darà tutto ciò di cui avrete bisogno per tutta la vita. Siate generosi, siate sempre disponibili a servire gli altri, cercate di stringere amicizie autentiche: è nell’amicizia che possiamo costruire una comunità”.
Il papa Leone XIV saluta dal balcone centrale del Palazzo Pubblico i fedeli radunati in Piazza della Libertà durante la sua visita alla micronazione della Repubblica di San Marino il 22 agosto 2026. Alle sue spalle si trovano i capitani reggenti di San Marino, Vladimiro Selva e Alice Mina, che ricoprono congiuntamente la carica di capi di Stato del Paese per un periodo di sei mesi. (Foto di CNS/Vatican Media).
“Non abbiate paura di prendere decisioni difficili”
Nella Basilica, Leone XIV li aveva incoraggiati nel cammino della loro vocazione e nelle loro scelte.
“Non abbiate paura di prendere decisioni difficili, come il matrimonio, la consacrazione, il ministero ordinato, la vita professionale, l’impegno sociale e politico; preparatevi al meglio alle responsabilità che vi attendono. Impegnatevi in iniziative e progetti di carità e giustizia”.
Libertas, la vera libertà
“Qui a San Marino c’è una sola parola: libertà. L’avrete sicuramente sentita molte volte”, ha proseguito il Vicario di Cristo.
“La vera libertà la troviamo in Gesù Cristo, la troviamo nella verità. In Gesù, che è venuto per darci la vita, che è venuto per aiutarci a riconoscere la verità in un mondo spesso pieno di menzogne, pieno di male”, ha affermato.
“Se avete Gesù Cristo nel vostro cuore, se avete la verità e la libertà di seguire Gesù, non abbiate paura di nulla, perché Gesù cammina con voi. E Gesù ci chiama tutti, ci invita a camminare insieme. Grazie a tutti voi, affinché possiamo essere veramente un’unica comunità, sempre uniti”.
A quel punto, gli applausi e le grida di ‘Papa Leone!’ si fecero più intensi, ma il Papa doveva andarsene per proseguire il suo fitto programma ordine del giorno, che è iniziata alle 8.00 del mattino all’eliporto del Vaticano e si è conclusa nello stesso luogo alle 21.00.
Leone XIV saluta i fedeli al termine di una visita di mezza giornata nella piccola nazione della Repubblica di San Marino, il 22 agosto 2026. Successivamente si è recato nella città costiera italiana di Rimini per una visita pomeridiana. (Foto: CNS/Vatican Media).
Promuovere la libertà significa difendere lo spazio della coscienza
Proprio di libertà aveva parlato il Papa a metà mattina nel suo Discorso alle autorità e alla società civile.
In primo luogo, ha affermato, “desidero sottolineare che non esiste vera libertà civile senza libertà personale, ovvero senza il rispetto e la promozione della dignità della persona umana, di cui la libertà è una componente essenziale. Questa libertà è concessa e garantita, in ultima istanza, da Dio, la cui voce risuona nella coscienza di ogni essere umano”.
Inoltre, Leone XIV ha sottolineato che “promuovere la libertà significa difendere lo spazio della coscienza”.
Il suo pensiero si è poi rivolto “ai tanti uomini e donne che, in ogni epoca e in ogni luogo, sono martiri della libertà perché rendono testimonianza al primato della coscienza”.
Elogio di San Tommaso Moro e di coloro che non tradiscono la propria coscienza
“Forti della ricerca della verità, sono pienamente responsabili delle proprie decisioni e, pertanto, liberi da ogni restrizione che non sia quella propria della creatura, che li unisce a Dio. San Tommaso Moro, patrono dei governi e dei politici, ne è un esempio”.
Anche oggi, in molte parti del mondo, ha proseguito il Papa, “non mancano persone che rimangono fedeli alla propria coscienza anche in tempi di grande avversità, testimoni della vera libertà, quella che deriva dall’essere figli e figlie di Dio. Con ammirazione, esprimiamo la nostra solidarietà a coloro che, in questo momento, stanno pagando di persona per non aver tradito la propria coscienza”.
A Rimini, dopo 44 anni
Nel pomeriggio, in elicottero, la destinazione era Rimini, dove un Papa non si recava da 44 anni, ovvero dall’agosto del 1982, quando vi si recò san Giovanni Paolo II, che fece tappa anche al Meeting di Rimini. Si tratta dell’Incontro di amicizia tra i popoli, organizzato da Comunione e liberazione e giunge ora alla sua 47ª edizione.
Ieri, Leone XIV ha tenuto un atteso incontro con i partecipanti al Raduno e, successivamente, si è recato alla cattedrale di Rimini per un altro incontro, questa volta con i malati, i disabili e i poveri assistiti dalla Caritas.
L'amore, tema centrale di quest'anno al Meeting 2026
Al Meeting di Rimini di quest’anno, organizzato come di consueto dalla Fraternità di Comunione e Liberazione (CL), circa sessantamila persone attendevano Papa Leone XIV con grande entusiasmo, come si è potuto vedere nelle immagini di Vatican News. Il motto di quest’anno è ‘L’amore che muove il sole e le altre stelle’, ultimo verso della Divina Commedia, in particolare del Paradiso, del fiorentino Dante Alighieri.
Nel spiegare il motto, gli organizzatori sottolineano che “esiste una forza che mette in moto l’intero universo, dalle particelle subatomiche alle galassie. Non è una forza che schiaccia o domina, ma una forza che attrae e armonizza, che spinge senza violenza, che guida senza imporsi. È l’amore come principio dinamico del cosmo, l’energia che tiene unite tutte le cose e le spinge verso la loro pienezza”.
“L’applauso più forte va a Gesù Cristo”
Dopo il giro del Pontefice a bordo della papamobile all’interno del quartiere fieristico, durante il quale ha esclamato in modo informale: “Grazie, grazie! ”L’applauso più forte va a Gesù Cristo: siamo tutti discepoli di Gesù», ha affermato Bernhard Scholz, presidente della Fondazione Meeting per l’Amicizia tra i Popoli, e Davide Prosperi, presidente della CL, hanno espresso a Leone XIV la loro “immensa gratitudine e gioia” per la sua presenza.
Bernhard Scholz ha parlato della “passione per il destino di ogni uomo che don Luigi Giussani ci ha trasmesso” e della “fiducia nell’amore che muove ogni cosa”. Davide Prosperi, dal canto suo, ha affermato che “migliaia di giovani, famiglie e volontari attendevano da settimane questo momento, perché la loro presenza qui è un dono immenso, straordinario, per il nostro cammino. Un dono che non dimenticheremo e che accogliamo come una carezza del Signore”.
Il discorso di Papa Leone XIV avrebbe potuto essere di natura protocollare, se non addirittura breve. Tuttavia, è durato 22’ 48”, comprese le interruzioni dovute agli applausi in diverse occasioni. Le sue parole erano ricche di significato, pertanto potete consultare qui il testo completo.
Papa Leone XIV saluta i partecipanti al Meeting di Rimini 2026, prima di rivolgere loro un discorso che ha suscitato grande attesa e numerosi applausi (@Vatican Media).
“Incontro all’insegna dell’amicizia!”, “Amicizia tra i popoli!”
Il Papa ha esordito citando san Giovanni Paolo II, il quale, il 29 agosto 1982, aveva sottolineato il significato speciale delle parole “Incontro!”, “Incontro di amicizia!”, “Amicizia tra i popoli!”. Parole che assumono un significato speciale in questi tempi, spesso drammatici, della storia mondiale” (Discorso al Terzo Incontro dell’Amicizia tra i Popoli, Rimini, 1982).
Ha poi elogiato il fatto che voi “non abbiate trasformato l‘’Incontro» in una sorta di enclave: al contrario, esso è diventato un crocevia per la Chiesa e per la società, un incontro che moltiplica gli incontri e ispira nuovi percorsi”.
”Ringraziamo il Signore per questa eredità viva, che conferisce loro una grande responsabilità storica, nella comunione della Chiesa, per servire un’umanità affamata e assetata di giustizia».
”Una responsabilità storica: il realismo della misericordia di fronte al falso realismo che riarmare»
Un compito in cui “la cultura cattolica odierna deve contrastare il realismo della misericordia, secondo cui i nemici non possono esistere e tutti, anche gli avversari, sono fratelli da guardare negli occhi e accogliere con sincerità, “di fronte al falso realismo che riarma menti, parole e nazioni”».
“Il peccato esiste, naturalmente”, ha sottolineato il Papa, «ma più forte è l’amore redentore di Cristo».
Allora, le parole di Leone XIV risuonarono come un grido, pronunciato con calma, nel quartiere fieristico di Rimini. Parlava di liberazione con termini precisi.
“Liberiamo dunque la convivenza dal sospetto, la cultura dall’arroganza, l’istruzione dall’ideologia, il lavoro dall’idolatria del profitto, la tecnologia e la finanza dai affari della morte. Partendo dalle organizzazioni che abbiamo creato e in cui operiamo, smaschereremo i rapporti di potere ingiusti che sono alla radice della povertà e della disuguaglianza, della guerra e dei disastri ambientali. Smantelliamo lo sviluppo tecnologico quando diventa onnipresente e distruttivo. Abbiamo bisogno di pionieri coraggiosi che, a partire da un cambiamento di rotta nelle proprie azioni, riescano a rendere convincente e credibile la trasformazione di cui tutti abbiamo bisogno”.
‘Assumersi il “rischio educativo” di cui vi ha parlato don Giussani’
E il Papa si è rivolto a don Giussani, ai giovani e al Movimento.
“Cari amici, la bellezza disarmata di questo Mistero (l’Incarnazione) ci impone di assumerci quel ‘rischio educativo’ di cui vi parlava don Giussani. Egli intuì che “il metodo educativo più capace di produrre il bene non è quello che vive fuggendo dalla realtà, affermando il bene a sé stante, ma quello che vive promuovendo il bene nel mondo”.
L’amore muove, spinge, risveglia dal torpore, ispira nuove vocazioni e ci chiama a correre dei rischi, ha proseguito Leone XIV. “Coinvolgetevi! Apritevi alla vera universalità, allargando i vostri legami al di là di qualsiasi appartenenza troppo ristretta. Che il Movimento, i gruppi e le comunità siano un trampolino da cui potervi immergere nella totalità della realtà. Resistete a tutto ciò che vi allontana dai fratelli e dalle sorelle di culture, sensibilità e origini diverse, specialmente dai più poveri. Uscite e avvicinatevi a tutti!”.
“Amate sempre la Chiesa! Amate e conservate l’unità!”
Il Vicario di Cristo è così giunto all’appello che ha suscitato il maggior applauso da parte del pubblico. Amare sempre la Chiesa.
“Cari amici, amate sempre la Chiesa! Amate e preservate l’unità. Vale la pena ripeterlo: “Amate sempre la Chiesa!”. Cari amici, amate e conservate l’unità della ‘comunità’ attraverso la quale Cristo vi ha raggiunti e vi attira a sé. Come vi ha detto Papa Francesco in occasione del centenario della nascita del vostro fondatore, “anche i momenti difficili possono essere momenti di grazia e di rinascita”.
Dimensione sinodale e missionaria della Chiesa
Infine, il Successore di Pietro ha affermato che “negli ultimi anni abbiamo riscoperto la dimensione sinodale e missionaria del nostro essere Chiesa, che ci chiama innanzitutto a imparare ad ascoltarci gli uni gli altri. (…) È un cammino che richiede anche il rinnovamento di ogni realtà associativa e di ogni movimento ecclesiale».
Vi invito, sia all’interno del Movimento di Comunione e Liberazione sia nelle Chiese particolari a cui ciascuno appartiene, a percorrere insieme questo cammino: che ciascuno ascolti, si lasci trasformare dalla fede degli altri e, insieme, sotto la guida dei pastori, maturino nuove prospettive, nuovi passi e una coraggiosa obbedienza allo Spirito Santo”, ha esortato il Santo Padre.
“Saprete come fare, cari amici”
La sinodalità non è il nome di un processo, ma la natura di un popolo che, nell’amicizia e nell’incontro con gli altri, sente di appartenere solo a Dio. (…) Saprete come farlo, cari amici, seguendo le orme del vostro fondatore, coltivando l’unità tra di voi, con coloro che sono chiamati a guidare il Movimento, con la Sede Apostolica che vi ha riconosciuto e con il Successore di Pietro. Che lo Spirito Santo ci istruisca nella pratica della comunione”.
L’intensa visita di Leone XIV a Rimini si è conclusa con una concelebrazione eucaristica al porto, in riva al mare, alla presenza di decine di migliaia di persone. Nell’omelia, tra le altre riflessioni, ha esortato a cercare il riposo dentro di noi, nel profondo dell’anima.
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