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Legiferare nell'era moderna

Solo di fronte allo specchio della dignità umana sarà possibile legiferare in modo autenticamente giusto, sano e veramente libero.

Eloy Asenjo Carpintero-24 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti
Congresso del Papa

Il Papa durante il suo discorso al Congresso dei Deputati spagnolo (Foto OSV News / Alessandra Tarantino, pool via Reuters)

La visita del Papa Leone XIV in Spagna Il mese di giugno ci ha regalato un evento parlamentare che va oltre la semplice cronaca politica o il protocollo diplomatico. Il suo discorso alle Cortes spagnole, coronato da una standing ovation impressionante durata oltre sette minuti, richiede una riflessione approfondita.

In un panorama legislativo caratterizzato dall’urgenza del dibattito partitico, il Pontefice ha scelto di alzare l’asticella e di addentrarsi nel terreno dei fondamenti, incentrando il suo discorso su un trittico che costituisce la spina dorsale della civiltà occidentale: la Libertà, le Leggi e la Democrazia, sotto l’imperativo e imprescindibile ombrello della Dignità Umana. 

Il fulcro del suo monito ha puntato direttamente alle fondamenta di una convivenza pacifica e plurale. Per il Papa, la salute di una democrazia si misura dal modo in cui il potere politico si ferma davanti alla soglia dell’intimità del cittadino, sottolineando testualmente: “Da questo rispetto per l’altro nasce anche il dovere di custodire lo spazio in cui maturano le sue convinzioni, la sua coscienza e il suo rapporto con Dio. L’attenzione a tale ambito interiore permette di comprendere meglio una questione decisiva per ogni società veramente democratica: la libertà di pensiero, di coscienza e di religione, diritto fondamentale che tutela la sfera più intima delle persone”.

Questa dichiarazione definisce il rispetto dell'interiorità non come una concessione di favore da parte dello Stato, bensì come un bene fondamentale che le istituzioni devono tutelare attivamente, e non solo tollerare con rassegnazione.

Paradossalmente, in una società ossessionata dalla protezione dei propri dati digitali, spesso trascuriamo il vero fondamento di ogni forma di privacy. Se proteggiamo con tanto zelo le nostre tracce sui social, dovremmo impegnarci infinitamente di più a salvaguardare la libertà di coscienza.

Il labirinto antropologico: la coscienza di fronte alle coscienze

Per comprendere appieno la portata del messaggio papale è indispensabile condurre uno studio antropologico serio che impedisca di cadere in un errore comune: confondere la «libertà di coscienza» con «la libertà delle coscienze». Anche se può sembrare una mera sottigliezza semantica, la distanza concettuale è abissale. 

La libertà di coscienza, intesa al singolare, opera come principio ontologico legato alla natura stessa dell’essere. Essa definisce la capacità intrinseca dell’essere umano di possedere un santuario interiore inviolabile. Il suo nucleo è la facoltà di discernere il bene e il male, consentendo all’individuo di aderire a una visione del mondo senza che alcun agente esterno possa imporre tale pensiero intimo. Da questa prospettiva, l’essere umano è un soggetto sovrano, dotato di ragione e di dignità radicale. Si tratta di una libertà «di diritto» che ogni essere umano possiede per il solo fatto di nascere, e che costituisce il motore della sua responsabilità morale.

Tuttavia, lo scenario cambia quando il linguaggio si incarna nella libertà delle coscienze. Qui l’antropologia abbandona l’astrazione e volge lo sguardo alle persone reali. Passiamo dalla teoria giuridica alla pratica quotidiana, caratterizzata dalla diversità culturale e dalla fragilità umana. A questo livello, il fulcro è il diritto di ogni singola coscienza — la tua, la mia, quella del vicino, … — di esistere, di sbagliare, di esprimersi e di convivere nello spazio comune.

Questa visione riconosce che la coscienza non nasce dal nulla; è condizionata dall’educazione, dalla lingua, dai traumi e dalla cultura. Implica quindi accettare che l’essere umano sia plurale e fallibile.

Entrambe le dimensioni sono indissolubilmente legate: dal punto di vista antropologico, la prima costituisce il fondamento della seconda. È impossibile difendere la libertà di coscienza senza credere prima nella dignità della coscienza individuale. Ma la prima si riduce a carta straccia se non si concretizza nella seconda: un rispetto attivo verso il modo in cui ogni singolo individuo vive la propria esistenza. È il passo etico che porta dall’applaudire un articolo astratto della Costituzione al difendere il diritto del proprio vicino di vivere secondo le proprie convinzioni, anche se non coincidono con le proprie.

La misura che va oltre la politica e la grandezza della legge 

Papa Leone XIV proseguì il suo discorso rivolgendosi al potere legislativo contro le visioni riduzionistiche dell’autonomia personale: “Senza confondere il piano giuridico con quello morale, è opportuno ricordare anche che la libertà richiede una piena comprensione di sé stessa. Essere liberi non significa solo essere liberi da costrizioni o disporre di molte possibilità di scelta; significa poter riconoscere il bene e aderirvi in modo responsabile. Per questo motivo, ogni società effettivamente libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico, affinché la libertà delle persone, delle comunità e delle associazioni non sia indebitamente limitata”.

Questo grave appello invita gli onorevoli deputati a non desistere dalla ricerca della verità nell’attività legislativa. Lungi dall’essere dogmatico, il Pontefice li ha incoraggiati partendo dall’empatia di sapere che i legislatori e i gruppi parlamentari, in quanto esseri umani, sono soggetti fallibili che possono sbagliare. Guardando verso il lucernario che corona l’emiciclo del Congresso, ha lanciato un potente monito: “Quella luce che viene dall’alto può ricordarci che anche la politica ha bisogno di riconoscere una misura che la precede e la supera”.

Richiamando alla mente i dipinti sulla parete principale, raffiguranti il Decalogo e il Vangelo, e salvaguardando la laicità istituzionale, Leone XIV sostenne che: “…questi segni invitano a riconoscere che la libertà moderna è stata preparata anche da una lunga educazione della coscienza, profondamente segnata dalla tradizione cristiana”. In quella scuola interiore, i popoli hanno imparato che il diritto deve servire al bene, che la giustizia pone dei limiti alla forza, che il potere ha bisogno di legittimità, che i poveri appartengono pienamente alla comunità, che lo straniero deve essere accolto nel rispetto della sua dignità e che la vita umana non può mai essere trattata come una merce».

Questa premessa smonta il positivismo giuridico assoluto. Una legge non raggiunge la sua grandezza morale per il semplice fatto di essere stata approvata da una maggioranza aritmetica. La sua vera grandezza si dimostra quando, oltre ad essere valida nella forma, è in grado di presentarsi dinanzi alla dignità della persona e superare tale esame senza vergognarsi. 

Un imperativo etico: alzare lo sguardo

Il discorso si è concluso con l’invito che ha dato il titolo al suo viaggio: “Alzare lo sguardo”. Non per allontanarsi dalla realtà, ma per ricordare che ogni decisione e ogni voto parlamentare ha un impatto su esseri umani in carne e ossa, specialmente sui più vulnerabili che non hanno voce.

Avere una visione di ampio respiro significa guardare in profondità a ciò che è in gioco in ogni decisione pubblica. Per questo motivo, le risposte tecniche e le riforme legislative sono inutili senza un rinnovamento morale. La conseguenza pratica per gli onorevoli deputati, indipendentemente dalla loro appartenenza politica, è l’esigenza etica di mantenere un atteggiamento aperto e disposto a correggere le leggi che lo richiedono. Solo allo specchio della dignità umana sarà possibile realizzare una società democratica autenticamente giusta, sana e veramente libera.

L'autoreEloy Asenjo Carpintero

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