Ho scritto questo articolo, dopo averne dedicato uno al Monte Athos, spinto da un’improvvisa nostalgia della Grecia e, più in generale, dell’Oriente del Mediterraneo, proprio ora che è più difficile viaggiare per via delle drammatiche contingenze internazionali. Penso sia necessario parlare di quelli che chiamo i vertici di un triangolo spirituale ideale greco-ortodosso: un’estremità all’Athos, una a Costantinopoli, cui dedicherò il prossimo articolo, e una, appunto, a Meteora.
Parto da un dettaglio divertente, e ormai irripetibile: biglietto aereo Roma -Salonicco, qualche anno fa, cinquanta euro andata e ritorno. Occasione da non perdere. Prenoto, parto, e all’aeroporto di Salonicco noleggio una piccola auto blu scuro con cui, in un caldo e soleggiato pomeriggio di giugno, percorro l’autostrada verso Kalambaka.
A un certo punto, sulla destra, ecco il massiccio del Monte Olimpo sovrastato da un ombrello di nubi grigie e minacciose, mentre tutto il resto del cielo è di un azzurro limpidissimo. Chissà, magari gli antichi dèi erano gelosi che non mi fermassi da loro, e proseguissi invece fino a un posto in cui la natura è altrettanto bella e divina, ma di una divinità diversa, discreta: una divinità in cui dei monaci, novelli eroi non più mitologici ma reali, hanno davvero compiuto dodici fatiche per strappare alla roccia, o costruirvi sopra, dei gioielli architettonici per adorare un Dio che non ama tanto gli intrallazzi, le gozzoviglie, la corruzione e i capricci tanto graditi agli dèi del mondo antico, i quali non erano che una proiezione di vizi e virtù tipicamente umani.
Nel cuore della Grecia
Le Meteore si trovano in Tessaglia, patria di Achille, al centro della Grecia, nei pressi di Kalambaka.
Giunto lì, mi sistemo in albergo, lascio la valigia e decido di uscire subito per vedere il tramonto tra i pinnacoli su cui sono costruiti i sei monasteri, visibili già dalla finestra: le rocce dominano il paese da ogni angolo. C’è una luce stupenda, eterea, con il sole che tinge di ocra i pinnacoli di arenaria. I monasteri si ergono su, ancora più in alto, in controluce, proprio come delle meteore, che in greco vuol dire “sospesi nell’aria”.
Dopo il tramonto tra le rocce, scendo in paese ed entro in un ristorantino a caso, con tovaglie di carta e il menu scritto a mano. Sarò anche venuto a visitare dei monasteri ma una moussaka (che si rivelerà la più buona mai mangiata) non me la toglie nessuno!
La storia delle Meteore
La storia di Meteora è strettamente legata a quella del Monte Athos. Da qui, infatti, nel 1344, alcuni monaci, guidati da Atanasio Koinovitis, giunge in Tessaglia e si ferma su una piattaforma rocciosa a 613 metri di quota, la “Roccia Vasta” (Platys Lithos), per fondare il primo vero monastero locale: la Grande Meteora (Megalometeoro), o Monastero della Trasfigurazione.
Perché scegliere questo luogo? Perché queste rocce garantiscono isolamento e inespugnabilità contro le invasioni che si susseguono in Tessaglia, dai goti fino agli ottomani.
Nel XVI secolo, le Meteore sono all’apogeo: ventiquattro monasteri arroccati su altrettanti picchi. Oggi ne rimangono solo sei.

Come si costruisce una “meteora”
Dopo la colazione in albergo, e ansimando nel caldo mattino di giugno tra i gradini scavati nella roccia, arrivo al primo monastero, Megalometeoro, e mi chiedo chi me l’abbia fatta fare a venire fin quassù e ai monaci a costruire qualcosa qui su queste rocce, tra l’altro usando solo corde, reti e scale di legno!

E dire che le scale scavate nella pietra (140 gradini per la Megalometeoro, 150 per il Monastero della Santissima Trinità) le hanno aggiunte solo nel XX secolo. Prima di allora, per accedere ai monasteri bisognava affidarsi a qualcuno che tirasse le corde, alla tenuta dei nodi, alla solidità del cesto in cui si veniva avviluppati mentre si oscillava nel vuoto.
Oggi non è più così, ma il dedalo di scalini tra il bianco dell’arenaria non rende la salita proprio agevole. D’altronde, è parte del percorso: di tanto in tanto una fenditura nella roccia fa intravedere il paesaggio incantevole e le montagne e quasi non sembra di avere un’imponente costruzione proprio sopra la testa.
I sei monasteri attivi
I sei monasteri rimasti continuano a ospitare comunità vive, con monaci e monache che seguono la regola ortodossa di preghiera, lavoro e silenzio.
Il più antico e il più grande è appunto la Grande Meteora (Megalometeoro), il monastero-madre dell’intero complesso. La sua chiesa principale, il katholikòn, custodisce affreschi straordinari, con scene delle persecuzioni dei cristiani, martiri che volgono al visitatore i loro occhi dorati e severi.

Poi c’è Varlaam, sulla guglia di una roccia a 373 metri, fondato attorno al 1350 dall’eremita Varlaam e ricostruito nel XVI secolo. Qui di può ammirare la rete originale con cui i monaci venivano issati sulla roccia. A guardarla ci si chiede non solo come abbiano fatto le sue corde a non spezzarsi, ma soprattutto come abbia fatto il cuore dei malcapitati che vi venivano caricati a reggere l’emozione! Qui mi dicono che, quando qualcuno chiedeva ogni quanto venissero cambiate le corde, la risposta fosse sempre la stessa: “quando si spezzano”. Insomma, era davvero una questione di fede!
Il monastero della Santissima Trinità (Agia Triada), fondato nel 1458, è il più difficile da raggiungere: si scende lungo la roccia, attraverso un passaggio stretto, e da lì si risalgono 150 gradini. Fa caldo e sembra di non arrivare mai. Incrocio alcuni turisti che, scendendo, cantano meraviglie della vista dall’alto. E in effetti hanno ragione: da sopra, la pianura si apre in tutte le direzioni e il silenzio induce a raccogliersi e a guardare letteralmente il mondo dall’alto, con tutti i suoi colori, le sfumature di verde, il cielo, le rocce, ma senza rumori: soltanto la lieve brezza che soffia quassù, il canto degli uccelli e il salmodiare dei monaci.

San Nicola Anapafsas è invece il monastero più vicino al villaggio di Kastraki. In esso si trovano ben custoditi gli affreschi di Theophanes Strelizas, pittore cretese del XVI secolo. Le figure dipintevi paiono quasi accogliere pellegrini e viandanti stanchi per il viaggio.
Tra le Meteore vi sono anche due monasteri femminili.

Il primo, Rousanou, fondato nel XIV-XV secolo, ha un nome che sembra un sospiro! Forse perché ho sospirato di sollievo quando ho visto che vi si arrivava scendendo. Certo, se si scende bisogna poi risalire, ma ne vale la pena. Si giunge infatti a un giardino fresco e riparato, con al centro una fontana e un cipresso che fa ombra, protetto dalla roccia e colmo di fiori rossi ovunque. E si capisce subito che c’è una mano femminile a ingentilire il complesso. Le suore, vestite dei loro abiti neri, passano quasi fluttuando, silenziose.
Il secondo, Santo Stefano, è ancora più semplice da raggiungere: un ponte di pietra lo collega alla strada dove ho parcheggiato. Leggo sulla guida che qui l’imperatore bizantino Andronico III Paleologo si fermò nel 1333 e lasciò doni preziosi: icone e arredi liturgici di valore inestimabile. Anche a Santo Stefano ho la stessa impressione avuta all’Athos: ogni monastero ha un carattere, un’anima che lo rende unico, diverso dagli altri. Può essere per la facilità con cui vi si arriva, il numero di monaci o monache che vi abitano, il paesaggio, le dimensioni. A Santo Stefano la scalinata bianca, aperta, con una ringhiera in ferro battuto e i cipressi ai lati, le bandiere greca ed ecclesiastica che si agitano al vento di giugno danno un che di meno austero rispetto agli altri. Ma forse è perché qui concludo le mie sei fatiche per raggiungere ognuno di essi.
Un mondo vicino e lontano
Nel 1988, l’ UNESCO ha iscritto i monasteri di Meteora nella Lista del Patrimonio dell'Umanità, con il riconoscimento doppio, raro, di bene sia naturale che culturale. La motivazione ufficiale parla di “armonia straordinaria tra opera umana e paesaggio naturale”. Ed effettivamente qui ci si sente davvero in armonia con tutto: la tenacia dell’essere umano, la sua fede e l’ostinazione di costruire dove non sarebbe possibile si uniscono alla tenacia, molto più paziente (60 milioni di anni) della natura che ha scolpito e modellato queste rocce con la forza del vento e dei terremoti.
E a proposito di armonia tra natura e cultura, anche la seconda sera torno al ristorantino della moussaka, per ritemprare il corpo dopo lo spirito. Un bel venticello mi soffia in viso, le rocce si tingono di viola scuro al crepuscolo e le luci artificiali iniziano a illuminare i monasteri lassù, sospesi nel buio che sale. “E vedo che è cosa buona!”: un po’ di pane fresco sul tavolo, la moussaka, le guglie illuminate sopra la testa e mi sento in paradiso e, come si dice in Italia, “con ogni ben di Dio”!






