Cultura

Saydnaya e Maaloula: dove ancora si parla la lingua di Gesù

Due luoghi emblematici del cristianesimo orientale, Saydnaya e Maaloula, conservano ancora oggi tradizioni millenarie, tra cui una variante dell’aramaico, la lingua associata a Gesù.

Gerardo Ferrara-12 luglio 2026-Tempo di lettura: 6 minuti
Maaloula

Maaloula ©Wietse Jongsma

Ho già scritto in queste pagine riguardo alla Siria che era: un paese crocevia di civiltà e imperi, lingue, religioni e alfabeti, un mondo perduto di popoli e comunità che una guerra terribile e prolungata ha distrutto e di cui non si sa se potrà riprendersi

Oggi voglio continuare a parlarne, con nostalgia e desiderio di tornarvi, per condividere un viaggio che, nell’agosto 2008, mi portò a visitare due luoghi che custodiscono il cuore più antico del cristianesimo d’Oriente: il monastero di Saydnaya e il villaggio di Maaloula, dove si parla ancora una forma di aramaico, lingua di Gesù.

Il deserto e la frontiera

Immaginate di trovarvi in Libano. Tre stupende settimane a girare per il Paese in lungo e in largo, tra montagne, mare, monasteri antichi e moderni, città meravigliose, cibo incredibile e un popolo accogliente come raramente capita d’incontrare. 

Ma mancava qualcosa: il deserto! Da sempre sognavo di vederlo, di posarci i piedi su quella distesa color ocra che avevo visto solo in fotografia. E così convinsi gli amici a contattare un’agenzia per un’escursione oltre frontiera: Saydnaya, Maaloula e, infine, Damasco. Era l’inizio di agosto. Faceva caldo, sì, ma nulla che si potesse paragonare alle ondate di calore che soffriamo in questi ultimi tempi. E, al mattino presto, siamo saliti su un minivan, io e due amici cristiani libanesi, con un autista druso, libanese anche lui, che ci avrebbe fatto anche da guida.

Ricordo ancora la nonchalance mediorientale con cui il nostro autista guidava per le strade che si arrampicano sulla catena del Libano, costeggiando i carri armati abbandonati ai bordi della carreggiata: vestigia silenziose della lunga occupazione siriana, terminata nel 2005 dopo trent’anni di presenza militare.

Scendendo verso valle, ormai in vista dell’Antilibano e della vicina frontiera, la strada si faceva più dritta e, al confine, io, italiano, passai con facilità: una stretta di mano cordiale, qualche dollaro per il visto e tanti saluti, mentre libanesi e siriani attendevano in fila sotto il sole. Un paradosso, per molti versi inaccettabile, lo stesso che si incontra tra Israele e Cisgiordania.

E poi, superata la frontiera, la prima, folgorante visione. I miei amici libanesi, abituati alle montagne verdeggianti, alle terrazze coltivate, ai cedri, non si capacitavano di come potessi restare così rapito dal deserto. Eppure, era così: quella distesa immensa, dal colore ocra bruciato dalla luce abbacinante del sole d’agosto, l’orizzonte piatto che si stendeva infinito davanti al minivan, mi conquistarono subito. Vi è qualcosa di mistico nei deserti di quella parte del mondo: non per nulla le tre religioni abramitiche sono nate lì. Evidentemente, laggiù l’uomo ha maggiore propensione all’ascolto di Dio.

Saydnaya: la Madonna sulla roccia

La prima tappa fu Saydnaya (dall’aramaico Saidnāyā: “nostra Signora”), monastero greco-ortodosso fondato, secondo la tradizione, dall’imperatore Giustiniano nel VI secolo, su una roccia a circa 30 km a nord di Damasco, che custodisce una delle icone mariane più antiche e venerate dell’intera cristianità orientale.

L’arrivo al monastero fu un’ascesa verso il cielo: la salita ripida, il sole di agosto che picchiava forte sulla struttura che si ergeva sulla roccia, quasi tutt’una con essa. Le mura esterne, spesse, in pietra chiara, proteggevano discrete ciò che era custodito all’interno: né il cortile fiorito, né i sentieri silenziosi che collegavano i vari ambienti del monastero, un piccolo mondo a sé stante.

Dentro la chiesa principale, l’iconostasi dorata si alzava come una muraglia a guardia del sancta sanctorumi e i candelabri con la loro luce tremolante sulle icone antichissime, creavano un’atmosfera rarefatta. Eravamo in pochissimi e il silenzio, con la frescura e il riparo offerti dalla chiesa, faceva venir voglia di star lì per sempre.

Al centro, in un reliquiario, l’icona della Madonna di Saydnaya, dipinta, secondo la tradizione, dall’evangelista Luca e portata qui da Bisanzio. 

I miei amici libanesi richiamarono la mia attenzione su un gruppetto di musulmani che mostravano grande rispetto e venerazione per quel luogo sacro anche per loro.

Una volta fuori, contemplai la vallata che si apriva ai piedi del monastero, la distesa color ocra che abbracciava l’orizzonte mentre i raggi del sole si riflettevano impietosi sulle mura bianche del convento. 

A pensarci ora, mi commuovo sapendo che quel Paese così bello avrebbe subito una tragedia immane solo un paio d’anni dopo.

Maaloula: la lingua di Gesù

Maaloula mi ha segnato ancora di più di Saydnaya, se possibile.

Continuavo a guardare estasiato il paesaggio dal finestrino, mentre uno degli amici libanesi soffriva da morire il mal d’auto (ma non m’importava più di tanto!): ma come non essere rapiti dalla bellezza di quel deserto piatto che, improvvisamente, diveniva frastagliato e poi roccioso, aprendosi in una gola sovrastata da Maaloula?

Così mi apparve il villaggio aggrappato alla roccia, uno dei pochi posti al mondo dove si parla ancora l’aramaico occidentale: la lingua parlata da Gesù. 

Va precisato che esistono diverse varianti moderne dell’aramaico antico, che si è evoluto, come il latino, originando lingue come il siriaco, l’aramaico giudaico palestinese (parlato all’epoca di Gesù) o i dialetti caldei (in Iraq).

A Maaloula questa lingua risuona ancora per strada, nelle preghiere delle chiese, nelle voci dei bambini.

Per prima cosa visitammo il monastero dei Santi Sergio e Bacco (Mār Sarkīs wa-Bakhūs), uno dei luoghi di culto cristiano più antichi del mondo (IV secolo), costruito su un tempio pagano precedente. La fontana nel cortile, le porte in legno scuro, il silenzio del chiostro: ogni cosa trasmetteva la sensazione di trovarsi fuori dal tempo.

Nella chiesa greco-cattolica, la guida, una ragazza del posto, ci riunì attorno all’altare di forma quadrata (di epoca precristiana) per recitare per noi il Padre nostro in aramaico. L’emozione provata allora si unisce al dolore di aver visto, nei reportage in TV, quello stesso altare poi spaccato a martellate da integralisti islamici durante la guerra civile. Duemila anni di convivenza tra pagani e cristiani e poi tra musulmani e cristiani spazzati via a colpi di martello!

Usciti dalla chiesa, ci inoltrammo tra le gole e le rocce che portano al santuario di Santa Tecla, una delle prime martiri cristiane, discepola dell’apostolo Paolo. La tradizione vuole che, essendo Tecla inseguita dai suoi persecutori, la roccia si sia aperta miracolosamente per darle riparo. La fenditura non molto diversa da quella che si percorre per giungere a Petra, in Giordania, e in certi punti, dove diventa più angusta, si è letteralmente stretti tra l’ocra della pietra e su, su in alto, l’azzurro intenso del cielo terso.  

Quel che rimane

Certamente quel viaggio, conclusosi poi a Damasco, presso la casa di Anania, è impresso in modo indelebile nella mia memoria e nel mio cuore. Sulla strada di ritorno verso Beirut, sul far della sera, ci lasciammo alle spalle l’immensa periferia della capitale siriana, con i giganteschi manifesti di Bashar al-Asad che ancora troneggiavano ovunque, e il deserto che cangiava i suoi colori verso l’arancio e il marrone.

Forse non rivedrò mai più quei luoghi come li ho lasciati. 

Nel settembre del 2013, infatti, Maaloula fu uno dei primi villaggi cristiani di Siria ad essere occupato dai ribelli di Jabhat al-Nusra (legati ad al-Qaeda), il cui fondatore e leader era l’attuale presidente siriano tanto caro a Trump, Ahmed al-Sharaa Al-Jawlani!

Gli scontri provocarono danni ingenti al patrimonio storico e artistico: il monastero dei Santi Sergio e Bacco saccheggiato, alcune delle sue antichissime icone trafugate o distrutte. Fu il convento di Santa Tecla, tuttavia, a diventare il simbolo più doloroso di quella stagione: le dodici suore che vi abitavano furono rapite dai miliziani e tenute in ostaggio per quasi tre mesi, tra il dicembre 2013 e il marzo 2014, poi liberate dopo una lunga e complessa trattativa con la mediazione del Qatar.

Anche Saydnaya fu travolta dalla guerra. Nel famigerato carcere nei pressi del monastero, difatti, il regime di Asad rinchiuse, secondo i rapporti di Amnesty International, migliaia di persone. Moltissime furono torturate e uccise, tante non hanno fatto più ritorno, svanendo tra le piaghe e le cicatrici di un conflitto che ha distrutto un Paese.

La speranza è che, come avvenuto in tante epoche della storia, la Siria, e quei luoghi di incantevole bellezza e incommensurabile valore culturale, ad essere un faro di civiltà, tolleranza e buon vivere.

L'autore, Gerardo Ferrara, nel monastero di Nostra Signora di Saydnaya
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