Antonio Gramsci

Non sapremo mai con certezza cosa accadeva nell'intimità del suo spirito. Ciò che è chiaro è che Gramsci era un uomo che, anche nell'oscurità della cella e della malattia, teneva aperta una finestra sul trascendente.

2 giugno 2026-Tempo di lettura: 3 minuti
Antonio Gramsci

Antonio Gramsci (Wikimedia Commons)

Il sardo Antonio Gramsci (1891-1937) è stato uno dei più influenti pensatori marxisti del XX secolo, la cui vita è stata segnata dalla lotta politica e dal sacrificio personale. Membro fondatore del Partito Comunista Italiano, fu imprigionato nel 1926 dal regime fascista di Benito Mussolini, nonostante la sua immunità parlamentare. Durante la lunga e dolorosa prigionia, che deteriorò gravemente la sua salute fino a portarlo alla morte, scrisse i famosi “Quaderni del carcere”. Quest'opera monumentale, scritta sotto la censura e in condizioni precarie, trasformò la teoria politica allontanandosi dal rigido determinismo economico per concentrarsi sull'importanza della sovrastruttura e della psicologia sociale.

Il suo contributo intellettuale più famoso è il concetto di egemonia culturale, con il quale spiegava che le classi dominanti non mantengono il potere solo attraverso la forza o la coercizione, ma anche attraverso il consenso e la diffusione dei propri valori e della propria visione del mondo nella società civile. Gramsci sosteneva che, per ottenere un reale cambiamento sociale, la classe operaia doveva costruire la propria contro-egemonia attraverso l'istruzione e la cultura, guidata da quelli che chiamava intellettuali organici. Il suo pensiero rivalutava il ruolo delle istituzioni - come la scuola, la Chiesa e i media - come campi di battaglia ideologici essenziali per l'emancipazione politica.

Il filosofo della prassi e la questione religiosa

Gramsci non era il tipico militante anticlericale a tutto campo. A differenza del secolarismo aggressivo di altri correligionari, il suo approccio al fenomeno religioso fu sempre di un rispetto intellettuale quasi reverenziale. Nei suoi famosi “Cuadernos de la cárcel” ("Quaderni del carcere") analizzò la Chiesa non solo come struttura di potere, ma come forza capace di dare coesione morale e significato alle masse popolari.

Per Gramsci il cattolicesimo era la «riserva spirituale» dell'Italia. La sua ammirazione per figure come Sant'Agostino e San Tommaso d'Aquino non era meramente accademica; riconosceva in loro una profondità antropologica che il materialismo più rozzo tendeva a ignorare. Questa apertura intellettuale è ciò che rende possibile oggi leggere con occhi diversi le testimonianze che suggeriscono una vicinanza alla fede nei suoi ultimi giorni.

La controversia sulla clinica Quisisana

Come ha sottolineato Diego Contreras in Aceprensa, Il dibattito sulla sua presunta conversione si riaccese all'epoca in seguito alle dichiarazioni di monsignor Luigi de Magistris. L'arcivescovo citò le testimonianze delle suore svizzere che curarono Gramsci nella clinica Quisisana di Roma durante la sua agonia nel 1937. Secondo queste testimonianze, il leader comunista avrebbe conservato un quadro di Santa Teresa di Lisieux -La «sorella degli atei» sul suo comodino e avrebbe chiesto di baciare l'immagine del Bambino Gesù durante il suo ultimo Natale.

La documentazione rispolverata dal gesuita Giuseppe Della Vedova negli anni Settanta rafforza questo clima di ricerca. Suor Angelina Zürcher ricorda un Gramsci esausto che chiede preghiere: «Mamma, prega per me perché sento che sono alla fine».». Da parte sua, il cappellano della clinica, monsignor Giuseppe Furrer, ha descritto le sue visite come incontri di alta densità teologica in cui, dopo aver discusso dei Padri della Chiesa, Gramsci accettava rispettosamente la benedizione sacerdotale.

«Non è che non voglio, è che non posso».»

Forse la frase più enigmatica raccolta da Furrer è la risposta di Gramsci all'offerta degli ultimi sacramenti: «Non è che non voglio, è che non posso».». Queste parole rivelano il dramma interiore di un uomo in bilico tra l'onestà del suo impegno politico pubblico, le possibili conseguenze di un cambiamento che potrebbe colpire i suoi familiari (in particolare la moglie Julia e i due figli in URSS) e i fremiti di una coscienza che incombe sull'abisso della morte.

Quando Gramsci esalò l'ultimo respiro il 27 aprile 1937, Furrer entrò nella stanza per aspergere il corpo con l'acqua santa, nonostante la riluttanza della cognata Tatiana. Non ci fu nessun atto ufficiale di conversione, nessuna abiura pubblica del suo marxismo. Ma, come per molte grandi anime, il confine tra il dubbio e la fede si rivelò molto più poroso di quanto le ideologie permettano.

L'eco di una ricerca

Non sapremo mai con certezza cosa accadeva nell'intimità del suo spirito. Ciò che è chiaro è che Gramsci era un uomo che, anche nell'oscurità della cella e della malattia, teneva aperta una finestra sul trascendente. La sua figura ci ricorda che il dialogo tra pensiero laico e cristianesimo non deve essere una battaglia di annientamento, ma un reciproco riconoscimento della complessità umana.

In un'epoca di radicalismo superficiale, la serenità con cui si dice che Gramsci guardasse il tabernacolo dalla porta della cappella del Quisisana è un invito alla riflessione. Forse, alla fine del cammino, il grande teorico della storia non cercava una sintesi dialettica, ma semplicemente il riposo tra le braccia di quella «sorella degli atei» che lo accompagnava nel silenzio della sua stanza.

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