Non è raro sentire alcuni cattolici criticare duramente coloro che professano un tenero amore per i loro animali. L'argomento è che «"Ci sono troppi bambini che soffrono la fame per poter spendere soldi per i veterinari.". Tuttavia, questa dialettica di esclusione – o si amano gli uomini o si amano gli animali – è estranea all'armonia del Creato e dimentica la delicatezza con cui Dio stesso si rapporta alla sua opera.
È una verità di fede che l'umanità sia il culmine del creato. Ma il primato dell'umanità non deriva dal disprezzo per il creato, bensì dalla sua responsabilità di custode. San Francesco d'Assisi, il Poverello, non chiamava il lupo "fratello" per sentimentalismo, ma perché riconosceva in esso il "respiro" stesso del Padre:
«"Se ci sono uomini che escludono qualsiasi creatura di Dio dal rifugio della compassione e della misericordia, ci saranno uomini che tratteranno i loro fratelli allo stesso modo.". (San Francesco d'Assisi)
Lo sguardo di Gesù: il Dio che nota i passeri
A volte dimentichiamo che Gesù non era un teorico astratto, ma qualcuno che contemplava la natura con profondo amore. Ci ha insegnato a leggere l'amore del Padre attraverso gli animali: “Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono... eppure il Padre vostro celeste li nutre” (Mt 6,26).
Cristo usa l'immagine della gallina che protegge i suoi pulcini (Mt 23,37) per spiegare il Suo desiderio di proteggere Gerusalemme. A Suo avviso, gli animali non sono semplici oggetti, ma testimoni della divina provvidenza. Anche nell'Antico Testamento, il Libro di Tobia ci offre una bellissima immagine: l'angelo Raffaele e il giovane Tobia intraprendono un viaggio, e il testo afferma semplicemente: "E il cane li seguiva" (Tb 6,1). Dio permette che la fedeltà degli animali sia un compagno sul cammino della salvezza.
Spesso, la critica all'"amante degli animali" ignora una dolorosa realtà umana: la solitudine. Papa Francesco, nella Laudato si', ci mette in guardia:
«"Un sentimento di intima unione con gli altri esseri viventi in natura non può essere reale se al tempo stesso non vi sono tenerezza, compassione e premura per gli esseri umani nel cuore. [...] Tutto è connesso.". (Laudato si', n. 91)
Partendo da questo presupposto, l'affetto per un animale può rappresentare l'ultimo ponte che mantiene una persona connessa alla capacità di dare e ricevere tenerezza. Søren Kierkegaard, il grande pensatore cristiano, ha esplorato questa idea nelle sue riflessioni sulla purezza di cuore. Per lui, gli animali hanno un vantaggio rispetto all'umanità decaduta: la loro assenza di doppiezza. Gli animali amano senza secondi fini e, in questa semplicità, l'umanità ferita trova rifugio dove può riscoprire se stessa. Come direbbe il filosofo danese, nel silenzio di una creatura si impara ad ascoltare Dio più chiaramente che nel frastuono delle dispute umane.
A quei cattolici che guardano con sospetto all'affetto per gli animali domestici, bisognerebbe ricordare che la fede ci chiama alla mitezza. Se vediamo qualcuno dedicare la propria vita alla cura di una creatura, forse dovremmo chiederci quale solitudine provi quella persona o quale conforto trovi in quella silenziosa devozione che noi, come fratelli e sorelle, potremmo non essere stati in grado di offrirle.
Dio si serve delle piccole cose per guarire le grandi. E nella leccata di un cane o nella compagnia di un gatto, spesso si trova una carezza divina per coloro che non hanno nessun altro che accarezzi la loro anima. Amiamo le persone sopra ogni cosa, certo, ma permettiamo anche che l'amore per gli animali sia il luogo in cui l'umanità impara, ancora una volta, a essere profondamente umana.





