Da alcuni mesi sulla stampa del nostro Paese si discute di una presunta “svolta cattolica”. Questa sarebbe avvalorata da diversi fatti, come ad esempio il significativo aumento dei battesimi di adulti in Francia. Secondo un rapporto della Conferenza Episcopale Francese (CEF), nel 2025 sono stati 17.800 i catecumeni (adulti e adolescenti) che hanno ricevuto il battesimo in quel Paese durante il periodo pasquale, il che rappresenta un aumento del 45 % rispetto al 2024. Questi risultati sarebbero i più alti mai registrati dalla creazione di questa indagine da parte della CEF più di vent’anni fa (nel 2002). D’altra parte, si conferma e si rafforza in modo molto significativo una tendenza già osservata nello studio dello scorso anno: la quota crescente, e ormai maggioritaria, di giovani tra l’insieme dei catechumeni. Nel nostro Paese questa svolta sarebbe illustrata dal boom di determinati movimenti ecclesiali rivolti fondamentalmente ai giovani e, più recentemente, dal successo del film Domenica, incentrata su una ragazza di 17 anni che sta seriamente valutando l'idea di abbracciare la vita religiosa di clausura.
Queste e altre circostanze hanno portato sociologi e pensatori a sostenere che ci troviamo di fronte a una sorta di “rinascita” del cattolicesimo. Ciò avverrebbe dopo anni in cui professare questa fede era considerato una scelta privata, paragonabile a una preferenza soggettiva e, quindi, irrazionale, che era persino oggetto di scherno e derisione. In questo modo, sembrerebbe che la diagnosi di Byung-Chul Han all’inizio del suo libricino su Dio, in cui si sostiene che “non è Dio che è morto, ma l’essere umano al quale Dio si rivelava”, sia eccessivamente pessimista.
Ritrovare Dio
Comunque sia, ciò che è certo è che, ben prima che si parlasse di questa “svolta cattolica”, abbiamo assistito, nell’ambito del pensiero, a una sorta di “svolta teologica” o a un rinnovato interesse per la questione di Dio e per il fenomeno religioso. Certamente, in gran parte di ciò che, in termini generali, viene definito “Modernità”, si è verificata una sorta di autolimitazione o automutilazione della ragione stessa, poiché essa era concentrata esclusivamente nell’ambito delle scienze empiriche. Quando oggi parliamo di una dimostrazione razionale o di una dimostrazione scientifica, automaticamente tutti pensiamo al lavoro che, ad esempio, si svolge in un laboratorio. Tuttavia, si è sempre più affermata la considerazione – peraltro genuinamente cattolica – della necessità di un ampliamento del raggio d’azione della ragione, come ha sostenuto Josef Ratzinger/Benedetto XVI sia nella sua opera teologica che nel suo ministero petrino.
In questo contesto, importanti correnti filosofiche si sono aperte alla riflessione sul “fenomeno” Dio, analizzando il modo in cui ci si presentano Dio e le “cose di Dio”. Certamente, come ha già sottolineato il teologo Joseph Ratzinger nel suo Introduzione al cristianesimo, tra Dio e l’uomo c’è un abisso infinito. Siamo stati creati in modo tale che i nostri occhi possano vedere solo ciò che non è Dio. Dio resterà sempre al di fuori del nostro campo visivo. Tuttavia, come riconosce lo stesso Ratzinger, l’atteggiamento espresso nella parola credo significa “una forma primaria di rapportarsi all’essere, all’esistenza, a sé stessi e a tutto ciò che è reale”. È una scelta attraverso la quale si afferma che nel profondo dell’esistenza umana “c’è un punto che non può essere sostenuto né supportato dal visibile e dal comprensibile”. In questo modo, la fede cristiana considera l’invisibile più reale del visibile.
Tuttavia, è lecito chiedersi, insieme a sant’Agostino, fino a che punto “le cose invisibili di Dio siano comprese e viste attraverso le cose create”? Pensatori contemporanei come Jean-Luc Marion, tra gli altri, hanno sottolineato ciò che hanno definito “il paradosso fenomenologico”. Con questa espressione il filosofo francese si riferisce all’apparente contraddizione dell“”apparire di ciò che è preeminentemente inapparente, la visibilità dell’invisibile in quanto tale e che rimane tale nella sua visibilità». La questione centrale che qui si pone è: che cosa vediamo dell’invisibile? O, in altre parole, che cosa ci viene mostrato dell’invisibile nel visibile?
Quanto sopra evidenzia che il regno dei fenomeni è molto più ampio di quello delle entità percepibili. Come sottolinea Jean-Yves Lacoste, “apparire” è più che “essere presenti ai nostri sensi”. Infatti, arriva addirittura ad affermare che “percepiamo più di quanto i nostri sensi ci consentano di percepire”. Ciò sta alla base dell’esperienza religiosa, nella misura in cui in essa il cuore dell’uomo può avvertire al tempo stesso la presenza e l’assenza di Dio.
Una presenza “nel cuore”
In questo modo, la filosofia contemporanea si apre a modalità di “donazione” diverse dalla rappresentazione, in cui anche l’assente svolge un ruolo. È a questo che si riferisce Lacoste quando afferma che il Dio “sensibile al cuore” è al tempo stesso presente e assente, percepito e non percepito. Come ricorda questo autore, Dio è infinitamente più grande di tutto ciò che sentiamo e sappiamo di Lui. Tuttavia, ciò che non sentiamo e non sappiamo di Dio non è, in realtà, una mancanza, un’assenza, ma un “surplus”, una “presenza eccessiva”. Ciò non significa che dobbiamo mettere tra parentesi ciò che sappiamo di Dio. Questo essere infinitamente più grande di Dio rispetto alla nostra conoscenza di Lui mette in evidenza che la Sua presenza non è una presenza alla stregua di un oggetto della rappresentazione. Si tratta di una presenza al “cuore”.
Di conseguenza, questa “svolta cattolica” o, almeno, “svolta cristiana” che sembra osservarsi in alcune delle correnti filosofiche più rilevanti degli ultimi decenni va di pari passo con un recupero dell’affettività come elemento centrale, insieme alla ragione e alla volontà. Di fronte a una certa tradizione che ritiene che la sfera affettiva debba essere esclusa dall’ambito spirituale, riducendola al campo delle sensazioni corporee, degli stati emotivi o delle passioni, la filosofia contemporanea ha rivalutato il ruolo determinante che questa sfera svolge nella persona umana. Si è infatti arrivati ad affermare che, in molti ambiti, è il cuore a costituire il nostro vero io.
In sintesi, la “svolta cattolica” che sembra emergere in importanti sviluppi del pensiero contemporaneo si è concentrata sulla peculiarità dell’esperienza religiosa. In essa l’essere umano si apre con amore a un Dio personale che lo abbaglia, ma che, allo stesso tempo, percepisce come vicino. A questo si riferiva Pascal quando scriveva: “Mentre, parlando delle cose umane, si dice che bisogna conoscerle prima di amarle – cosa che è diventata un proverbio –, i santi, al contrario, parlando delle cose divine, dicono che bisogna amarle per conoscerle, e che non si entra nella verità se non attraverso la carità”.
Direttore accademico del Master in Cristianesimo e Cultura Contemporanea. Università di Navarra





