Pepe era un uomo pieno di vita, un brillante funzionario pubblico, appassionato di musica, della fisarmonica e della caccia con la sua cagnolina Perla. Nonostante una storia clinica difficile — che comprendeva tremore essenziale, interventi chirurgici al cuore e le conseguenze di vari tumori che lo costringevano a essere cateterizzato —, ha sempre mantenuto il sorriso e una vita normale, guidata dalla sua ferrea testardaggine aragonese. Tuttavia, nel settembre del 2024, il cancro tornò. Di fronte a una prognosi ospedaliera che gli offriva solo altri sei mesi di vita in cambio di trattamenti aggressivi di chemioterapia e radioterapia, Pepe si ritrovò sopraffatto dall’ansia, dalla tristezza e dal senso di abbandono.
Fu allora che prese una decisione definitiva: rifiutò la terapia, chiese di essere dimesso di propria volontà e noi, come famiglia, prendemmo la decisione migliore che potessimo: ricoverarlo presso il Centro di cure palliative Laguna. Questo ha trasformato completamente l'ultima fase della sua vita. Fin dal primo giorno, l'équipe medica si è impegnata non solo ad alleviare il suo dolore, ma anche a prendersi cura di lui con il massimo affetto.
Grazie a questo ambiente, Pepe ha ritrovato il suo carattere scherzoso e vivace. Non è rimasto solo perché ci alternavamo per stargli accanto; ha potuto salutare amici e colleghi di lavoro. A Natale ha persino guidato un momento musicale molto toccante, cantando a squarciagola un canto natalizio adattato (sulla melodia di “On my way”) davanti al presepe del reparto, riunendo i familiari di altri malati in una celebrazione della vita. Il 17 gennaio 2025, Pepe se n’è andato in pace e senza sofferenza. I suoi ultimi tre mesi non sono stati un’agonia, ma un periodo di ricongiungimento, perdono, gratitudine e addio. Noi che abbiamo assistito alla sua dipartita non abbiamo pianto per il dolore, ma per una profonda emozione e una gratitudine che, senza quei cure palliative, ci sarebbero stati rubati.
Il dibattito politico e la «cultura dello scarto»
Questa testimonianza assume un’importanza particolare alla luce del discorso di Papa Leone XIV alle Cortes spagnole. Di fronte a un’aula che ha approvato la legge sull’eutanasia, il Pontefice ha ricordato ai parlamentari che: “Ogni vita umana deve essere riconosciuta e tutelata dal concepimento fino al suo naturale tramonto”.
Ha inoltre sottolineato che la difesa della vita non è una questione confessionale né di parte. Sebbene le sue parole abbiano ricevuto un applauso prolungato di oltre sette minuti, è lecito chiedersi se i legislatori abbiano riflettuto attentamente sul vero impatto di queste parole.
L'esistenza di persone che soffrono e sentono che la loro vita sia priva di senso non deve spingere la società verso quella che Papa Francesco definiva la “cultura dello scarto”. Il vero problema risiede nella mancanza di accompagnamento, nell’assenza di sguardi che restituiscano dignità e di cure che allevino il dolore. Quando penso a coloro che soffrono nella solitudine e nell’abbandono, mi si spezza l’anima; sono persone che spesso non hanno nessuno che le guardi negli occhi per ravvivare in loro la dignità umana, né che offra loro il sostegno necessario per alleviare la loro sofferenza.
Umanizzare la sanità: risorse prima dell’eutanasia
È sconcertante che la risposta istituzionale alla fragilità umana sia l’eutanasia, anziché uno stanziamento di bilancio e risorse sufficienti per i servizi di cure palliative. È giusto riconoscere che nel nostro sistema sanitario (almeno nella Comunità di Madrid) questi servizi sono in aumento. Un chiaro esempio dei loro benefici è stata l’assistenza domiciliare fornita a un mio amico —Rodrigo— negli ultimi mesi della sua vita, un sostegno che i suoi cari hanno profondamente apprezzato.
È fondamentale rendere omaggio al lavoro dei professionisti — medici e personale infermieristico — che prestano assistenza in questi servizi. La loro quotidianità è caratterizzata da un’enorme difficoltà psicologica ed emotiva, poiché lavorano sapendo che non potranno curare la malattia dei loro pazienti. Tuttavia, la loro dedizione viene ricompensata dall’infinita gratitudine dei malati e dei loro cari.
Un appello alla responsabilità
La legislazione di un paese va valutata in base alla sua capacità di proteggere i più deboli. Come ha giustamente sottolineato il Pontefice rivolgendosi alle autorità pubbliche: “Le leggi non raggiungono la loro grandezza per il semplice fatto di essere state formalmente approvate, ma quando rispettano la dignità intrinseca della persona. I poteri pubblici devono ricordare che ciascuna delle loro decisioni riguarda cittadini in carne e ossa, specialmente coloro che non hanno voce per farsi sentire”.
È giunto il momento che i rappresentanti politici dimostrino il coraggio necessario per correggere la rotta. La soluzione non può essere la via più facile dell’eutanasia; deve invece essere l’investimento prioritario nelle cure palliative, che conferiscono dignità alla vita di tante persone che si trovano in questa situazione di grande fragilità e vulnerabilità.





