Cultura

Istanbul: L’antica Costantinopoli

Istanbul è una città di due continenti, di nomi e popoli diversi, con milioni di storie che traboccano dalle sue strade.

Gerardo Ferrara-18 maggio 2026-Tempo di lettura: 9 minuti
Santa Sofia a Istanbul

Grande Moschea di Santa Sofia

Questo articolo segue quelli dedicati a Meteora e al Monte Athos, completando così il percorso attraverso quello che ho definito il “triangolo spirituale” greco-ortodosso con tre vertici: la Repubblica monastica dell’Athos, i monasteri della Tessaglia e il più importante: Costantinopoli, la madre, la città da cui tutto parte.

È una città che ha cambiato tre volte il proprio nome nel corso di duemilasettecento anni.

Lo stretto del Bosforo

Prima è stata Byzantion (Bisanzio), città greca fondata da Byzas e da coloni di Megara, su un promontorio triangolare dove il Corno d’Oro incontra il Bosforo.

Poi è divenuta Costantinopoli quando, nel 330 d. C., Costantino I volle una nuova capitale per il suo impero, sempre più spostato a Oriente. Scelse Bisanzio per la sua posizione privilegiata, la fece ricostruire su scala monumentale e la ribattezzò Nova Roma, ma questo nome non fece mai presa tra la popolazione: la città era da tutti chiamata Kostantinoupolis, la città di Costantino, e tale rimase per oltre mille anni.

Il nome Istanbul, invece, ha una storia particolare perché, contrariamente a quanto si pensi, non fu imposto da un conquistatore. Era, anzi, già in uso da prima ancora della caduta della città in mani ottomane, nel 1453. I Greci di quelle parti, infatti, utilizzavano l’espressione is tin polin (che in pronuncia classica sarebbe eis ten polein) per indicare il moto “verso la città”, l’andare in città. E la città per eccellenza era proprio Costantinopoli. Quell’espressione, per una contrazione e una modifica della “p” in “b”, è divenuta Istinbolin e poi Istanbul.

Maometto II, che conquistò la città entrando a cavallo a Santa Sofia il 29 maggio 1453, continuò quindi a usare quel nome, insieme a “Costantinopoli”.

Solo il 28 marzo 1930 il governo della neonata Repubblica turca di Atatürk, tramite un comunicato formale, sancì che Istanbul dovesse essere, da quel momento, il solo e unico nome della metropoli non più capitale.

L’approdo

Da europeo, giungere a Istanbul, o Costantinopoli, attraverso l’Asia è singolare, ma è un’altra delle particolarità di questa città, che di fatto si trova su due continenti.

È il 2010, il viaggio mi porterà prima lì e poi al Monte Athos. Il volo più economico da Roma, però, non atterra principale, bensì al Sabiha Gökçen, nella parte asiatica. Durante l’avvicinamento, osservo con stupore, sul mare di Marmara, una manciata di isolette, con ville bianche e ocra dei ricchi di Istanbul che si affacciano sull’acqua. Poi la striscia d’asfalto, l’atterraggio, e una sensazione strana che mi accompagnerà per tutta la permanenza nella Nuova Roma: l’essere straniero ma non del tutto estraneo.

Dall’aeroporto asiatico, prendo un autobus fino al terminal dei traghetti e m’imbarco alla volta della sponda europea. Il pomeriggio è fresco, sembra sia piovuto parecchio, e sul Bosforo soffia il vento del Mar Nero.

La riva europea che si avvicina mi appare in tutta la sua bellezza: moschee, campanili, il groviglio di tetti di Galata. Dal porticciolo, un taxi mi porta fino all’appartamentino dei frati domenicani di Galata, proprio sotto la torre.

Da Galata a Santa Sofia

Torre di Galata

Galata, prima conosciuta come Pera, porta ancora i segni della colonia genovese che ha dominato questa parte della città per secoli: i frati domenicani vi sono presenti dal XIII secolo, e la torre che si vede da quasi ogni punto di Istanbul l’hanno costruita proprio i Genovesi nel 1348, come Torre di Cristo. Appena arrivato salgo su per gli scalini, nonostante il cielo coperto: dalla cima, la città si estende in ogni direzione, il Corno d’Oro da un lato, il Bosforo dall’altro, e i minareti che punteggiano l’orizzonte.

Il giorno dopo, da Galata attraverso il ponte sul Corno d’Oro e prendo il tram fino a Santa Sofia, che è letteralmente indescrivibile Puoi avere visto le fotografie, letto le descrizioni, conoscere la storia, ma nulla eguaglia la sensazione di trovarsela davanti in un tiepido mattino di giugno, con i suoi colori chiari e l’imponenza della sua struttura.

Entrando, poi, è la cupola a destare maggiore impressione, sospesa a cinquantacinque metri sul pavimento, sorretta da quaranta finestre, è il capolavoro ingegneristico e teologico dell’imperatore Giustiniano I, costruita tra il 532 e il 537 dai matematici Isidoro di Mileto e Antemio di Tralle. Si racconta che Giustiniano, all’inaugurazione, abbia esclamato: “Salomone, ti ho superato”.

La sfida era enorme: nessuno aveva mai innalzato una cupola simile su una base quadrangolare invece che circolare. Il termine di paragone era il Pantheon di Roma, completato da Adriano nel II secolo, con i suoi 43 metri di diametro: struttura da record per quasi mille anni. A Santa Sofia la cupola è più piccola, ma poggia su quattro pilastri invece che su una parete circolare continua, il che la rende ingegneristicamente più ardita.

Il primo tentativo fallì: la cupola crollò nel 558, vent'anni dopo l'inaugurazione, e fu ricostruita dal nipote di uno dei progettisti originali, più alta di sei metri e con il peso distribuito meglio lungo le pareti. Quella che vediamo oggi è la seconda. E regge da millequattrocento anni (comunque più piccola rispetto a quella del Pantheon, che solo Brunelleschi riuscì a superare con la cupola di Santa Maria del Fiore, a Firenze, nel 1436).

L’atmosfera all’interno è di solennità e meraviglia. Ci si sente piccoli tra i mosaici cristiani che emergono accanto ai grandi medaglioni di calligrafia araba con i nomi di Allah e dei califfi, aggiunti dopo la conquista ottomana del 1453. Al piano superiore, rimango incantato di fronte al Deesis, il mosaico del Cristo in trono tra la Vergine e Giovanni Battista, del XIII secolo. E il volto di Cristo, consumato dal tempo, ti guarda con quell’espressione di “imperturbabilità” che spiega visivamente la scritta in greco “O ΩN” (o on, “colui che è”), come a dire “ci sono sempre stato e sempre ci sarò”.

Interno di Santa Sofia

La Moschea Blu e il riposo sul tappeto

Dopo la lunga visita a Santa Sofia e un piccolo ristoro a base di sciroppo di amarena, giro per il quartiere di Sültanhamet, il centro storico della città, scendendo fino ai resti del grande ippodromo costruito da Settimio Severo nel 203 d. C. e ampliato da Costantino. Oggi è una piazza con un obelisco egizio al centro: quasi nulla di quello che fu. La cosa che mi colpisce di più è sapere che i celebri Cavalli di San Marco a Venezia si trovavano qui, sulla torre di partenza delle corse, fino al 1204, quando i soldati della Quarta Crociata saccheggiarono la città e li portarono via. Ed è sempre qui, nel 532, che Giustiniano fece massacrare trentacinquemila rivoltosi che avevano devastato la capitale e bruciato la prima basilica di Santa Sofia, poi ricostruita nella forma attuale.

Interno della Moschea Blu

Dopo pranzo, riposo! Ma non in un letto, bensì sul grande tappeto della Moschea, costruita tra il 1609 e il 1616, a pochi passi da Santa Sofia: sei minareti, cinquantamila piastrelle iznik azzurre e blu, una luce che entra da duecentosessanta finestre e che non illumina ma ammorbidisce ogni superficie. E qui si respira davvero pace. Mi siedo nella zona laterale, con la schiena poggiata alla parete e a poca distanza da alcuni uomini prostrati in preghiera e da altri seduti in piccoli gruppi, a conversare sottovoce. La moschea, come la sinagoga, non è un tempio nel senso proprio del termine, un luogo in cui abita il sacro. In arabo masjid significa infatti “luogo in cui ci si siede”, e sinagoga in greco, come bet ha-kneset in ebraico, significa “casa di riunione”.

Tra le strade di Costantinopoli

Scultura della testa di Medusa nella Cisterna della Basilica (l'immagine è capovolta per apprezzare la scultura).

Per tutti i giorni successivi visito la città palmo a palmo, tra Europa e Asia, a piedi, in metro, in barca, in tram: sottoterra, nella Cisterna Basilica, dove le trecentotrentasei colonne di marmo reggono una volta nel silenzio e nel gocciolio dell’acqua, con due teste di Medusa usate come basamento per altrettante colonne che guardano di lato; in superficie, dove il Palazzo Topkapi, con la sua Sublime Porta, si estende su un promontorio tra il Corno d’Oro e il Bosforo come un labirinto di cortili e padiglioni, con l’Harem rivestito di piastrelle azzurre.

Tra le cose che mi colpiscono di più, poi, la chiesa di San Salvatore in Chora, con gli stupendi mosaici del XIV secolo sulla vita della Vergine e l’infanzia di Cristo, e i celebri bagni di Sinan, dalle volte punteggiate di oculi che filtrano la luce come stelle mentre un omaccione nerboruto ti insapona vigorosamente la schiena.

Cristo Pantocratore in una chiesa di Istanbul

Una sera, nei vicoli di Galata, ceno in un piccolo ristorante georgiano: dentro, la proprietaria, cantante e e pianista, esegue canzoni del Caucaso in un ambiente che sembra un salotto privato, e il marito serve ai tavoli tra un brano e l’altro. Qui mangio per la prima volta i khinkali, ravioli ripieni di carne e brodo.

Al Fanar, il quartiere della lanterna, il Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli sopravvive non senza fatica in un piccolo complesso intorno alla chiesa di San Giorgio, del 1720. Qui per caso mi imbatto nel Patriarca Bartolomeo I, scambiandolo per un custode mentre chiedo informazioni! Si ferma con me a scambiare due parole prima in inglese e poi, scoprendomi italiano, nella mia lingua. Solo dopo scopro di chi si tratti, quando una donna all’ingresso della chiesa mi guarda con l’espressione di chi ha appena assistito a qualcosa di divertente: “sai chi era?”. Non lo sapevo.

Le sere le passo sui tetti di Galata, su una terrazza da cui si vedono le luci accendersi una ad una verso il Corno d’Oro mentre il cielo cambia colore. Un giorno mi è persino capitato, in un vicolo del Grand Bazar, di imbattermi in alcuni membri della comunità ebraica sefardita, con cui abbiamo scambiato qualche parola in spagnolo (io in spagnolo, loro in giudeo-spagnolo), dopo la traversata che ci porta, in Asia, fino all’ultimo insediamento armeno della città.

Interno del Grand Bazaar di Istanbul

L’ultimo pomeriggio, prima di salire sul treno per Salonicco, me ne sto un po’ sul Ponte di Galata. I pescatori sono in fila con le canne in acqua e il sole cala sulla città diventando rosso sopra i minareti.

Il ponte è una lunga passerella a due piani sull’acqua calma. L’aria sa di mare e la città sfavilla di luce e di colori. Ragazzi in costume da bagno si tuffano in mare, mentre un fiume di gente arriva dalla piazza della Moschea Nuova dopo la preghiera. Sui marciapiedi, venditori di pesce al cartoccio propongono di assaggiarne un po’.

E qui, nel brulicare di gabbiani e persone, sotto il sole rosso fuoco che scende pigramente sopra il Corno d’Oro, mi affaccio alla ringhiera e noto un vecchietto solitario, con in testa un fez rosso dal fiocchetto di seta nera, con in volto uno strano miscuglio di beatitudine e malinconia. Pare che tutti gli stati d’animo si fondano sul suo volto scuro e rugoso in un’unica espressione, un po’ quella che hanno tutti i vecchi dopo aver visto tante, troppe cose nella vita, sia brutte, da non volerle più ricordare, sia belle, cui invece cercare di aggrapparsi con tutte le forze per non dimenticarle.

Proprio come Istanbul, la città dei due continenti e dei diversi nomi, dei diversi popoli e dei milioni di storie traboccanti dalle sue vie.

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