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La Sindone e il segno di Giona 

La Sacra Sindone funge da riflesso contemporaneo del «segno di Giona», sfidando la ragione e racchiudendo in un’unica tela silenziosa sia la sofferenza della Passione che la vittoria della Resurrezione.

Bernardo Hontanilla Calatayud-31 luglio 2026-Tempo di lettura: 12 minuti
La Sindone di Torino.

L'umanità ha sempre cercato segni e simboli che le consentissero di soddisfare e placare il proprio intelletto e di comprendere il senso della propria esistenza. La Bibbia dimostra che questa ricerca ha costantemente accompagnato la storia della salvezza.

Il popolo d’Israele chiedeva segni per riconoscere l’opera di Dio. Mosè compì prodigi davanti al faraone; Elia fece scendere il fuoco dal cielo; Isaia annunciò segni a conferma delle promesse divine e, quando giunse Gesù, essi non cercavano più un segno per credere, ma miracoli che confermassero le loro stesse aspettative. E Lui, ancora una volta, glieli concesse.

Tuttavia, i Vangeli raccontano di occasioni in cui gli scribi e i farisei chiedevano a Gesù una prova definitiva della sua autorità. Avevano assistito a guarigioni, esorcismi, moltiplicazioni dei pani e risurrezioni, ma nulla era mai abbastanza. Chiedevano sempre un segno ancora più spettacolare. La risposta di Gesù è sorprendente: “Questa generazione malvagia e adultera chiede un segno, ma non le sarà dato altro segno se non quello del profeta Giona” (Matteo 12,39). Perché proprio Giona? Perché non la manna del deserto, l’attraversamento del Mar Rosso o il fuoco del Carmelo?

Il segno definitivo non sarà un miracolo spettacolare compiuto davanti a una folla, ma un evento che potrà comprendere solo chi è disposto a credere: la morte e la risurrezione del Figlio di Dio. È possibile che, proprio come a quella generazione di miscredenti, sia stato dato un segno a ogni generazione?

Il segno di Giona: molto più di tre giorni nel sepolcro

Quando Gesù menziona il profeta Giona, molte persone ricordano immediatamente l’episodio del grande pesce. Giona fu gettato in mare e inghiottito da un enorme pesce, nel cui ventre rimase per tre giorni e tre notti. In seguito fu miracolosamente riportato sulla terra per compiere la missione che aveva rifiutato. Gesù traccia un parallelo molto chiaro: “Come Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del grande pesce, così il Figlio dell’uomo rimarrà tre giorni e tre notti nel cuore della terra” (Matteo 12,40).

Per secoli questo paragone è stato interpretato esclusivamente come un riferimento cronologico. Tuttavia, probabilmente Gesù intendeva dire molto di più. Nella mentalità biblica, il mare rappresenta il caos, il potere della morte e le forze del male. Scendere nelle sue profondità equivale simbolicamente a scendere nello Sheol, il regno dei morti. Giona compie una vera e propria discesa nella morte per tornare in vita. Cristo percorrerà quella stessa strada, ma in modo definitivo. Ecco perché il segno di Giona non consiste solo nel rimanere tre giorni in un sepolcro. Il vero segno è uscirne vittorioso.

È significativo che Gesù non abbia mai offerto una dimostrazione pubblica della sua risurrezione a coloro che gli chiedevano prove. Non apparve nel Tempio davanti al Sinedrio, né si presentò davanti a Pilato o a Erode. Si manifestò solo a coloro che erano disposti ad accoglierlo.

Questa pedagogia divina permea l’intera Scrittura. Dio raramente elimina del tutto lo spazio per la fede. Anche i miracoli più grandi lasciano margine all’accettazione o al rifiuto. È accaduto con le piaghe d’Egitto, con l’attraversamento del Mar Rosso o con la risurrezione di Lazzaro, ed è accaduto anche con il sepolcro vuoto. Gli stessi fatti hanno suscitato reazioni completamente diverse. Alcuni hanno creduto dopo aver visto le prove, altri hanno cercato spiegazioni alternative.

I Vangeli descrivono con grande realismo questa varietà di reazioni. Maria Maddalena pensò inizialmente che qualcuno avesse rubato il corpo. I discepoli ebbero dei dubbi. Tommaso pretese di toccare le ferite. I sacerdoti diffusero la versione secondo cui i discepoli avevano rubato il cadavere. Non esiste un racconto che descriva l’istante esatto della risurrezione. Ciò che i primi testimoni trovano è un sepolcro vuoto e due dettagli: i teli ripiegati e il sudario arrotolato a parte.

Se qualcuno avesse rubato il cadavere, difficilmente si sarebbe fermato a rimuovere i teli funerari. Tuttavia, Giovanni presta particolare attenzione a questo fatto e scrive una frase brevissima: “Vide e credette”. Ma cosa vide esattamente? Forse gli bastò la disposizione dei teli piegati e disposti verticalmente, oppure qualcosa di impresso sul telo che gli ricordasse un segno simile presente sulle vesti di Gesù quando scese dal monte Tabor. O forse scoprì qualcosa di impossibile da descrivere a parole.

Qualunque sia la risposta, quei teli occupano un posto importante nel racconto evangelico. Non sono un semplice dettaglio secondario. Costituiscono la prima testimonianza materiale del sepolcro vuoto. Se la Sindone di Torino fosse davvero uno di quei teli, acquisirebbe un significato straordinario. Sarebbe l’unico oggetto ad essere stato presente sia alla morte che alla risurrezione di Gesù. Ed è proprio qui che riaffiora la forza del segno di Giona. 

La Sindone: un’immagine che sfugge a ogni classificazione

Duemila anni dopo, molti cristiani ritengono che esista un oggetto che sembra costituire davvero un segno: la Sindone di Torino. Per milioni di credenti, essa rappresenta una sorta di «quinto Vangelo», come affermò già San Giovanni Paolo II. A prescindere dalle discussioni sulla sua autenticità storica, la Sindone rappresenta un fenomeno straordinario. Si tratta di un telo che riproduce l’immagine frontale e dorsale di un uomo, con ferite compatibili con il racconto evangelico della Passione.

L'immagine sul corpo, di origine diversa rispetto alle macchie di sangue, continua a sconcertare fisici, chimici, medici e storici perché non si è ancora riusciti a spiegarne la formazione. Ma forse la questione più interessante non è come sia apparsa quell'immagine, bensì cosa raffiguri.

Da quando si è iniziato a studiarlo con metodi scientifici moderni, ogni disciplina ha contribuito a comporre una parte del puzzle. I medici hanno analizzato il sangue, i segni delle ferite e i tratti del viso; i fisici, l’origine della formazione dell’immagine; i chimici, le fibre di lino; gli storici, il suo percorso documentario; un fotografo, alla fine del XIX secolo, scoprì che il negativo fotografico rivelava un corpo sorprendentemente definito; in seguito si scoprì che era tridimensionale, il che significava che in realtà il negativo era un vero e proprio positivo fotografico.

Tuttavia, dopo decenni di ricerche, la Sindone continua a sfuggire a una spiegazione definitiva. Vi sono questioni controverse, come la datazione al radiocarbonio del 1988, successivamente messa in discussione da diversi ricercatori a causa della contaminazione del lino con il cotone rinvenuto in una zona riparata in seguito a un incendio avvenuto nel XVI secolo, che era servito come campione per l’analisi del C14.

Altre rimangono ancora da chiarire, come il meccanismo preciso attraverso il quale si è formata l’immagine corporea. È interessante la scoperta che i coaguli di sangue (pre e post mortem) fossero presenti prima della formazione dell’immagine corporea (A. Adler e J. Heller, 1981); tale immagine, grazie ai tratti del viso e ad altri segni, indica che si tratta di un corpo vivo in posizione eretta (B. Hontanilla, 2020, 2022; G. Lavoie, 2023). 

La Sindone di Torino è una testimonianza silenziosa che permette di contemplare in un unico sguardo la sofferenza, la morte e la resurrezione, anche se resta ancora da stabilire se l’immagine si sia formata in modo naturale (avendo realmente ricoperto il corpo di Gesù) o in modo artificiale (qualcun altro abbia voluto raffigurarlo).

In ogni caso, può essere interpretata come una rappresentazione visibile del segno di Giona annunciato da Cristo. Non intende sostituirsi alla fede né dimostrare matematicamente la risurrezione, ma invita piuttosto a porsi una domanda che rimane attuale oggi come lo era venti secoli fa: e se davvero la tomba fosse rimasta vuota?

L’importante è distinguere tra i dati accertati e le interpretazioni: la scienza descrive il fenomeno; la fede ne propone un significato. È proprio qui che risiede l’interesse dell’opera. Non obbliga a credere, ma non si lascia nemmeno ridurre facilmente a una spiegazione semplice.

La prima cosa che colpisce osservando l’immagine è che essa non trasmette solo sofferenza. Se questo fosse stato il suo unico contenuto, basterebbe considerarla come il ritratto di un giustiziato dall’Impero romano e non costituirebbe la testimonianza completa di alcun Vangelo. Ma c’è qualcosa di più. L’immagine del corpo sembra fermare il tempo in un evento sconvolgente. Non rappresenta l’istante della morte, ma un momento immediatamente successivo, quando il corpo non è più presente. È come se la tela avesse conservato la memoria di un evento irripetibile, lasciando l’immagine di una persona viva in posizione eretta: si intravedono i tratti del viso, i capelli ricadono sulle spalle e non sulla lastra di pietra, e c’è una certa distanza tra la schiena e i glutei rispetto al sudario.

Da un punto di vista cristiano, ciò assume un profondo significato simbolico. La Passione, la morte e la Resurrezione non sono tre episodi isolati, ma un unico mistero racchiuso in un unico oggetto. 

La questione è se sia falsa (opera di un artista) o vera (se abbia realmente avvolto il corpo di Cristo). Ancora una volta, non ci sono altre opzioni. In realtà, una risposta affermativa non cambia nulla. La fede cristiana non è mai dipesa da una reliquia. Per secoli, milioni di persone hanno creduto nel Cristo risorto senza averne mai sentito parlare. Ma sarebbe anche avventato affermare che la Sindone sia priva di interesse proprio perché solleva interrogativi ancora irrisolti. La sua forza sta nel fatto che invita a indagare e, al tempo stesso, invita a contemplare. 

Il giardino dove tutto è ricominciato

I Vangeli collocano il primo incontro tra Maria Maddalena e Gesù risorto in un giardino. Questo dettaglio potrebbe sembrare secondario, ma non lo è. San Giovanni è solito infondere simbolismo in ogni scena del suo racconto. In realtà, la storia dell’umanità è iniziata in un giardino: l’Eden. Lì il peccato ha spezzato la comunione tra Dio e l’uomo.

Anche il racconto della Resurrezione ha inizio in un giardino, dove quella comunione comincia a ristabilirsi. Maria Maddalena arriva prima dell’alba, quando era ancora buio. Porta con sé il peso del lutto, della delusione e del silenzio del sabato. Quando scopre il sepolcro vuoto, la sua prima reazione non è di fede, ma di smarrimento: “Hanno portato via il Signore e non sappiamo dove l’abbiano posto”. È una reazione profondamente umana. Quando la sofferenza ci colpisce, tendiamo spesso a cercare prima di tutto spiegazioni naturali, piuttosto che accettare che Dio possa agire in modo inaspettato.

Dopo che Pietro e Giovanni sono tornati a casa, Maria rimane lì, piangendo. Anche questo dettaglio è importante. Giovanni se ne va con il privilegio di credere per convinzione, mentre a Maria è concesso di credere per evidenza. Ed è proprio in quel momento che avviene l’incontro. Gesù è davanti a lei, ma Maria non lo riconosce. Lo scambia per il giardiniere. Non è un caso che il Risorto appaia proprio sotto le sembianze di un giardiniere.

Nella Genesi, Dio colloca l’uomo nel giardino dell’Eden affinché lo coltivi e lo custodisca. Dopo il peccato, quel giardino va perduto. Ora, il nuovo Adamo riappare in un giardino, dando inizio a una nuova creazione. La Resurrezione non consiste solo nel fatto che un uomo torni a vivere: è l’inizio di una nuova umanità.

La tela come testimone silenzioso

Mentre Maria corre ad annunciare di aver visto il Signore, i teli rimangono nel sepolcro. Non parlano. Non predicano. Non compiono miracoli. Rimangono semplicemente lì. In seguito passeranno di mano in mano. Questa discrezione risulta profondamente coerente con il modo di agire di Dio. Egli non si impone solitamente con spettacoli irresistibili, ma preferisce lasciare segni che possano essere accolti liberamente. La Sacra Sindone è un segno silenzioso che rimanda costantemente all’evento pasquale. Non sostituisce il Vangelo, ma invita a tornare ad esso. Non crea la fede, ma può risvegliarla o rafforzarla.

Se fosse stato davvero a contatto con il corpo di Cristo, avrebbe accompagnato il momento più decisivo della storia umana. E, anche se qualcuno non condividesse questa convinzione, rimane comunque un oggetto che invita a porre la grande domanda della Pasqua: cosa accadde realmente in quel sepolcro? E forse è proprio lì che risiede la forza duratura del segno di Giona.

Perché è così difficile credere?

Se la Resurrezione costituisce l’evento centrale del cristianesimo, è lecito chiedersi perché continui a essere così difficile accettarla. Questa difficoltà non è dovuta solo alla mancanza di informazioni. L’essere umano interpreta la realtà attraverso convinzioni, esperienze e aspettative preesistenti.

Quando un evento mette profondamente in discussione il nostro modo di comprendere il mondo, la reazione spontanea è spesso quella di cercare una spiegazione compatibile con ciò in cui già crediamo. Il cervello umano è evolutivamente programmato per dare priorità agli stimoli negativi. La paura e il dolore sono segnali di allarme che garantiscono la sopravvivenza; la felicità e la vittoria, al contrario, vengono solitamente elaborate come stati di riposo che non richiedono la stessa attenzione biologica.

Per questo motivo, è più facile per l’osservatore soffermarsi sulla tragedia della tortura visibile sulla tela piuttosto che cogliere ciò che l’immagine corporea implica: che la morte è stata sconfitta. L’essere umano possiede una capacità innata di elaborare il lutto, ma è terrorizzato dalla possibilità del soprannaturale perché lo porta fuori dalla sua zona di controllo. 

La scienza moderna si basa sul principio secondo cui i morti non risorgono. Si tratta di un postulato fondamentale per la stabilità del pensiero razionale. Accettare che la Sindone possa essere il risultato di una resurrezione significherebbe far crollare l’intero sistema di credenze materialista.

Per molti è preferibile considerare il dipinto come una frode medievale — nonostante la tecnica con cui è stato realizzato non esistesse all’epoca né sia stato possibile riprodurla oggi — piuttosto che accettare una realtà che sfida le leggi della termodinamica e della biologia. La Resurrezione non è semplicemente un fenomeno straordinario, ma un evento che supera i confini abituali dell’esperienza umana. Tutti conosciamo la morte; nessuno può osservare di persona la vittoria definitiva su di essa. Per questo la Resurrezione richiede un cambiamento di prospettiva piuttosto che un semplice accumulo di prove.

Inoltre, questo modo di pensare negativo si insinua anche nel credente. È il rischio di ridurre il cristianesimo al Venerdì Santo; ciò che potremmo definire il cristiano essenzialmente “quaresimale”. Spesso i cristiani contemplano soprattutto la sofferenza di Cristo. Le immagini della Passione occupano un posto centrale nell’arte, nella liturgia e nella devozione popolare. Ciò è comprensibile. La Croce manifesta fino a che punto si spinge l’amore di Dio.

Tuttavia, il cristianesimo non si esaurisce sul Calvario. San Paolo lo ha espresso con estrema chiarezza: «Se Cristo non è risorto, vana è la nostra fede» (1 Corinzi 15,14). La Risurrezione non è un lieto fine aggiunto alla fine del Vangelo. È l’evento che dà senso a tutto ciò che l’ha preceduto. Senza di essa, la Croce sarebbe semplicemente un’ingiusta esecuzione romana di un uomo buono. Con essa, la Croce diventa l’atto sacramentale capace di vincere definitivamente il peccato e la morte. Tuttavia, il nostro cervello non è in grado di cogliere gli aspetti positivi in contesti in cui sono presenti anche elementi negativi e plausibili. 

Ma forse l’ostacolo maggiore alla fede non è di natura intellettuale né risiede nella capacità di vedere. In qualunque epoca, l’essere umano tende a opporre resistenza a ciò che potrebbe trasformare la sua vita. La Resurrezione non mira a soddisfare la nostra curiosità, ma a trasformare la nostra esistenza.

Ci sono persone che decidono semplicemente di non credere, nonostante le prove. Questa chiusura mentale, difficilmente spiegabile anche per una mentalità scientifica, è una scelta volontaria che impedisce a tutti i costi che qualsiasi riferimento a Dio possa influire sul proprio stile di vita.

Imparare a vedere e a guardare

I Vangeli ribadiscono più volte che vedere non significa sempre comprendere. Molti assistettero ai miracoli di Gesù e rimasero indifferenti. Altri riconobbero il Messia in gesti apparentemente insignificanti. Il problema non era la vista, ma lo sguardo. Questa idea permea l’intero testo biblico. I profeti denunciavano un popolo che aveva occhi, ma non vedeva; orecchie, ma non ascoltava. Gesù riprese proprio questo insegnamento quando spiegò le parabole. Non bastava ascoltare le parole; era necessario aprire il cuore.

Qualcosa di simile accade con la Sindone. C’è chi vede in essa solo un reperto archeologico che raffigura esclusivamente la Passione e la morte di Gesù. Non riescono a cogliere i tratti anatomici di una persona viva, ostacolati dal pregiudizio scientifico secondo cui i morti non risorgono. Senza questa capacità di vedere è difficile guardare con occhi diversi, anche se ciò che conta davvero rimane comunque l’atteggiamento interiore di chi osserva.

A questo proposito, risulta particolarmente suggestiva una riflessione attribuita a Papa Francesco: “Solo certe realtà della vita si vedono con gli occhi pieni di lacrime”. La frase non intende contrapporre la scienza all’emozione, ma ricordare che esistono dimensioni dell’esistenza che si rivelano pienamente solo quando l’essere umano accetta la propria vulnerabilità. 

Il messaggio di Giona per i nostri tempi

Ogni epoca cerca i propri segni. Il mondo contemporaneo dispone di tecnologie che solo un secolo fa sarebbero sembrate miracolose. Possiamo osservare galassie situate a miliardi di anni luce di distanza, sequenziare il genoma umano o comunicare istantaneamente con qualsiasi luogo del pianeta. Eppure, le grandi domande rimangono immutate. Forse è per questo che la figura di Cristo continua a interpellare anche chi non si considera credente. La sua Resurrezione non offre semplicemente una speranza per l’aldilà, ma propone un nuovo modo di comprendere la vita presente.

Se la morte è stata vinta, allora il male non ha l’ultima parola. Se l’amore ha trionfato sull’odio, allora il perdono smette di essere ingenuità per diventare una forza trasformatrice. Se Gesù vive, la storia umana non procede verso l’assurdo, ma verso un compimento. Il segno di Giona rimane attuale perché continua a porre la stessa alternativa di duemila anni fa: considerare il sepolcro vuoto come un enigma irrisolvibile o come l’inizio di una nuova creazione.

I primi discepoli non hanno cambiato il mondo perché hanno trovato una tomba vuota, ma perché si sono convinti che Cristo fosse vivo. La tela, se davvero è autentica, sarebbe semplicemente la testimone silenziosa di quella realtà. Tuttavia, non basta sapere che certi fatti sono avvenuti. La loro conoscenza è molto importante, ma ciò non ci salva. Anzi, tale conoscenza potrebbe riempirci di superbia, a volte di molta superbia.

Viviamo in un’epoca in cui non basta sapere – esistono veri e propri “consumatori di religione” – né accontentarci di non fare il male. Siamo in un momento in cui non ci viene più chiesto di imparare a fare il bene (Isaia 1, 17), ma di farlo. E questa richiesta è talmente radicale che Giacomo osa affermare: «Chi sa come fare il bene e non lo fa, commette peccato» (Giacomo 4, 17).

A cinque delle sette chiese menzionate nell’Apocalisse viene detto di convertirsi, mentre ad altre due viene chiesto di rimanere fedeli. È necessario convertire il cuore a Dio. La Sindone di Torino è davvero un segno che diventa un dono per la comprensione e può renderci simili a Mosè, che contemplò Dio faccia a faccia. Non tutte le generazioni hanno avuto questo privilegio. Può anche lasciarci completamente indifferenti, ma “se non ci convertiamo, periremo tutti allo stesso modo” (Luca 13, 3). 

In una cultura abituata a esigere risposte immediate, la Sindone di Torino invita a percorrere una strada diversa: osservare, interrogarsi, indagare e, infine, decidere. Come accadde a Pietro e Giovanni quella mattina di Pasqua, ogni generazione deve entrare nuovamente nel sepolcro e confrontarsi con lo stesso interrogativo: che significato ha un luogo in cui, dove avrebbe dovuto esserci un cadavere, rimangono solo alcune tele? La risposta non può essere imposta dall’esterno. Ogni persona deve trovarla nel dialogo tra ragione, storia, fede e umiltà.

Per il credente, quelle tele raccontano di un’assenza che è, paradossalmente, la più grande delle presenze, e forse questa continua ad essere, anche oggi, il segno più eloquente: una speranza che, da venti secoli, continua a trasformare la storia. Il “segno di Giona” non fu un prodigio contemplato da una folla, ma un evento che trasformò la storia dal silenzio di un sepolcro. Il Sudario, contemplato da questa prospettiva, può essere inteso come un’eco di quell’alba, uno specchio in cui il credente può contemplare, in modo singolare, il dramma della Passione, la morte e lo splendore della Resurrezione.

L'autoreBernardo Hontanilla Calatayud

Membro titolare della Real Academia Nacional de Medicina de España (Accademia Nazionale di Medicina Spagnola).

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